REDAZIONE NOICOMUNISTI

Articolo di Luca Baldelli

La scomparsa di Muhammad Ali non è la semplice dipartita di un gigante dello sport, ammirato e osannato dalle platee e dalle folle di tutto il Pianeta. Nel triste evento, che ha commosso e scosso l’opinione pubblica mondiale, c’è ben altra “cifra“ : Alì era, prima che un divo dello sport, un uomo a tutto tondo, che nulla ha mai lasciato a forme di divinizzazione fine a se stesse e organiche al sistema, alle sue carte patinate e ai suoi mutevoli lustrini. La sua militanza antimperialista, antirazzista e contro i padroni del mondo ne ha fatto, per sempre, una delle figure più affascinanti, vere ed esemplari della storia dell’umanità.

Ripercorrere brevemente le tappe della sua vita è, pertanto, doveroso e illuminante al tempo stesso. Nato da Cassius Marcellus Clay Sr. (1912 – 1990) e da Odessa O’ Grady (1917 – 1994), Cassius Marcellus Clay Jr. (cambierà il suo nome in Muhammad Alì con la conversione all’Islam) cresce in un ambiente familiare contraddistinto da una fervente religiosità di stampo battista (da parte della madre) e metodista (dal lato paterno). Nel suo nome, e in quello del padre, c’era già un destino: Cassius Marcellus Clay, infatti, era stato un celebre politico della storia degli Stati Uniti, intrepido combattente contro la schiavitù nell’800. A 18 anni, Cassius Clay si guadagna l’ammirazione di tutto il mondo alle Olimpiadi di Roma, arena nella quale il suo talento pugilistico rifulge come un sole raggiante di eleganza, padronanza tecnica e forza.

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Passeranno quattro anni e l’atleta, nel corso di un incontro vittorioso con il celebre campione Sonny Liston, annuncerà la sua conversione all’Islam, religione che, nella sua visione del mondo, rappresentava il più potente strumento di riscatto per il popolo nero d’America e per i neri di tutto il mondo. Successivamente, Clay comunicherà al mondo il cambiamento del suo nome in Muhammad Alì. Sempre in occasione del suo incontro con Liston, il 25 febbraio del 1964, Clay/Alì manifestò senza mezzi termini il suo credo, i suoi più intimi convincimenti, conflittuali tanto col razzismo dei bianchi Wasp (White, Anglo – Saxon, Protestant), incappucciati o no alla maniera del Ku Klux Klan, quanto con quello delle persone di colore subalterne agli schemi culturali e politici schiavili imposti dai dominatori: “Noi negri dobbiamo crearci un mondo nostro, senza continuare a scimmiottare i bianchi“. Date queste premesse, fu per lui naturale l’adesione al movimento “Nation of Islam “, guidato da Elijah Muhammad, carismatico capo religioso e politico, mentore di calibri quali Malcom X e Louis Farrakhan: tale formazione mirava a costruire una forte autocoscienza e autodeterminazione nera, al di là e al di fuori di ogni commistione con gli stereotipi e i costrutti storico – sociali dei bianchi. Il ghetto, in questa visione, non era una realtà respinta, ma introiettata e da superare, vincere e gettare nel pattume della storia non con l’anonimo e livellante melting pot delle etnie, ma a partire dalla riscoperta dell’origine africana dei neri d’America, dai legami di autorganizzazione e solidarietà vivi e pulsanti proprio nelle stamberghe, nei cortili e nei luoghi di vita associata di Harlem, del Bronx ecc.

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Nel 1970, oltre a più di 20 luoghi di preghiera in tutti gli Usa, la “Nation of Islam“ arriverà a contare su una rete capillare di centri sociali, tipografie, lavanderie, panetterie e, inoltre, su vaste estensioni di terreni da una parte all’altra dello sterminato Paese. Un personaggio come Muhammad Alì, campione sportivo di eccellenza, ma anche uomo senza peli sulla lingua nel denunciare ingiustizie e discriminazioni, non poteva che essere guardato in cagnesco dal potere costituito, felice delle medaglie conquistate dal pugile solo nella misura in cui queste recavano prestigio all’immagine mondiale della potenza americana.

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Nel 1966, Alì infranse ogni residua ambiguità, prendendo una chiara e netta posizione contro la guerra in Vietnam: si rifiuterà, con coraggio da leone, integrità e coerenza rare a trovarsi, di andare a combattere una guerra imperialista, di rapina e genocida, che non riconosceva come sua. Le parole da lui pronunciate allora, a tal proposito, restano scolpite nella roccia:

la mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa ? Non mi hanno mai chiamato ‘negro‘, non mi hanno mai attaccato con i cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, non hanno mai stuprato o ucciso mia madre e mio padre. Sparargli per cosa? Come posso sparare a quelle povere persone? Allora portatemi in galera“.

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Con eroica abnegazione, piena coscienza del suo ruolo e delle sue intime convinzioni, nonché dei doveri conseguenti, Alì pagò il prezzo di questo coraggio con la carcerazione e la cancellazione dei titoli guadagnati sul ring. Il potere yankee mostrò, in tal modo, al di là degli slogan sulla “democrazia“, i “ diritti “ e la “libertà“, il suo vero volto reazionario e repressivo verso ogni voce in dissenso con le false verità dell’establishment. Alì non si dette per vinto e continuò a gridare al mondo che il Re, che in molti vedevano vestito di tutto punto, era più nudo che mai. Uscito di prigione, il campione puntò tutto al riscatto della sua persona, metafora della lotta di tutta la gente di colore d’America ma anche di tutti gli sfruttati, gli emarginati, di tutti i popoli in lotta contro l’imperialismo.

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Ferrea, netta, fu, ad esempio, la sua solidarietà con la Rivoluzione cubana, artefice della creazione del “primo territorio libero d’America“. Nel 1996 e nel 1998, nel corso di due viaggi a La Habana, donò 1,2 milioni di dollari per acquistare attrezzature mediche e altro materiale necessario al consolidamento e alla difesa della sanità cubana, punta di diamante riconosciuta in tutto il mondo per il suo livello.

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Parole sincere di ammirazione furono spese da Muhammad Alì anche nei riguardi dell’Unione Sovietica, da lui visitata nel 1978, con tanto di incontro “al vertice“ con Leonid Brezhnev, Segretario del PCUS.

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L’incontro più emozionante e ricco di valenza simbolica, fu però quello della grande rivincita di Alì: il match con il Campione del Mondo Foreman in Zaire, il 30 ottobre del 1974. Il luogo scelto per l’incontro non fu certo casuale: dal Congo (questo il nome storico del Paese) erano stati condotti in schiavitù negli Stati Uniti milioni e milioni di neri, tanto che una famosa piazza di New Orleans era denominata “Congo Square“. A guidare il Paese, allora, era Mobutu Sese Seko, il quale investì sull’incontro tutto il suo prestigio e le sue aspettative di “riabilitazione“ agli occhi di una parte del mondo che lo identificava, e a ragione, come il protagonista principale del complotto contro il grande Lumumba, figura integerrima e leggendaria di combattente antimperialista. Quell’incontro era, per Alì, la “madre di tutte le battaglie“ del riscatto: Foreman, emblema del nero “integrato“, coccolato e osannato dal potere bianco, ad onta della sua proverbiale scontrosità, era un avversario non solo fisico, ma anche ideologico, per un Alì che aveva fatto invece dello scontro col sistema, della lotta contro l’imperialismo, i soprusi e le ingiustizie, la sua ragione di vita.

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Prima di salire sul ring, in quell’occasione, Muhammad Alì pronuncerà ancora una volta parole cariche di significato, che possono essere definite una sorta di manifesto politico e sentimentale:

Io non combatto per il mio prestigio, ma per migliorare la vita dei miei fratelli più poveri che vivono per strada in America, i neri che vivono di sussidi, che non hanno da mangiare, che non hanno coscienza di se stessi, che non hanno futuro. Voglio vincere il titolo per andare tra i rifiuti con gli alcolizzati. Voglio stare in mezzo ai drogati, alle prostitute. Voglio aiutare la gente“.

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Contro ogni pronostico sapientemente pompato dalla stampa del regime, Alì vinse sul Campione Foreman, fino a quel momento protagonista di trionfi su calibri quali Frazier, destinato poi a battere Alì in un discusso incontro. L’Africa tutta esplose di gioia e voglia di riscatto, quel 30 ottobre del 1974, e con l’Africa tutto il mondo schiacciato, ma indomito, sotto il tallone dell’imperialismo: con Alì avevano vinto gli sfruttati, gli ultimi, i paria, il sale della Terra. Quello stesso mondo tenace, mai vinto, ricco di fermenti e di speranze, che oggi onora il Campione con sentimento e trasporto davanti al suo trapasso, anche oggi che, ipocritamente, il potere costituito cerca goffamente di inserire Muhammad Alì come icona nel suo posticcio Pantheon.

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