REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros

FONTE

Il Ministero degli Affari Esteri della Russia, affrontò la questione con la prima relazione speciale dedicata ai diritti umani negli Stati Uniti. La Duma di Stato russa tenne le audizioni il 22 ottobre 2012. Il documento contiene diversi esempi di discriminazione razziale e religiosa contro i cittadini degli Stati Uniti. Il film intitolato Aleut Story di recente è apparso sugli schermi. Questa è la storia dedicata agli orribili eventi del 1942, quando la popolazione delle isole Aleutine e dell’isola di Pribilof venne deportata e internata per essere sostituita. Anche adesso pochi americani hanno qualche idea su ciò che accadde.

La storia dell’internamento dei giapponesi è più o meno nota negli Stati Uniti. Nel 1940 il Giappone era il nemico principale nel Pacifico. Anche se le azioni di combattimento si svolgevano a molte miglia di distanza dagli Stati Uniti continentali, 120.000 giapponesi furono forzatamente trasferiti dalla West Coast e internati. Oltre il 60% di loro erano cittadini statunitensi.

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Cittadino USA di etnia giapponese in campo di concentramento

I sentimenti anti-giapponesi erano al culmine. Non c’è da stupirsi: all’inizio degli anni 1990 la legislazione in alcuni Stati vietava ancora matrimoni misti tra asiatici e bianchi. I giapponesi furono deportati e paragonati a più parassiti. Le descrizioni più estreme dei giapponesi inclusi li dipingevano come un popolo proprio assetato di sangue . Sottolineo che la storia è legata agli americani di origine giapponese, non ai giapponesi che vivevano in Giappone. Anche gli orfani che avevano più di 1/16 di sangue giapponese furono internati! I I giapponesi furono deportati dalla costa occidentale verso l’interno del continente e costretti a vivere in baracche inadatte per accogliere molte persone e ad affrontare a inverni rigidi. Chi avesse osato mettere il naso fuori, avrebbe rischiato di beccarsi un proiettile sparato dalla guardie.

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Campo di concentramento USA per cittadini di etnia giapponese

Dopo il bombardamento giapponese di Dutch Harbor a Unalaska nel 1942, gli aleutini dell’Alaska seguirono il destino dei giapponesi americani. Il governo degli Stati Uniti dispose che chiunque avesse un ottavo o più di  sangue aleutino dovesse essere evacuato dalle isole. Nessuno disse loro dove stavano andando. Furono solamente scaricati a forza sulle navi e portati in campi speciali (in tutto ce n’erano quattro). Le condizioni di vita erano terribili:  fame, freddo, malattie e morte…

L.C. McMillin, agente e guardia al campo di evacuazione da Pribilof a Funter Bay, inviò una lettera ai superiori esprimendo indignazione per le condizioni di vita degli indigeni. La lettera gli ritornò indetro e l’agente venne rimproverato. Le autorità non avevano voglia di conoscere le sofferenze che pativano gli  aleutini.

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Mamma con figlio aleutini deportati

Non era meglio a Kilisnoo. Gli internati dovevano bere acqua fangosa e  affrontare i rigori degli inverni dell’Alaska in baracche non riscaldate. Non fu il governo federale, ma piuttosto gli indiani Tlingit, a venire in loro aiuto. Condivisero le coperte, il sale e le medicine. I tentativi di portare degli aiuti umanitari su larga scala furono arrestati dalle autorità, le petizioni inviate dalle donne aleutine per elemosinare la possibilità di riscaldare e nutrire i propri figli rimasero senza risposta. Kilisnoo era famosa per il tasso di mortalità più elevato tra gli internati. A Burnett Inlet, gli aleutini vennero fatti vivere nelle case, abbandonate dai lavoratori della fabbrica di conserve, che era abbandonata da molti anni fa. La fabbrica funzionava soltanto durante le stagioni calde, quindi non c’era il riscaldamento nelle case. C’erano muri sfondati, senza letti, senza acqua, senza energia elettrica e branche di lupi affamati si aggiravano di notte proprio dietro le mura.

Tre settimane dopo il trasferimento, William Zakharov (!), Capo della comunità degli Aleutini, inviò una denuncia alle autorità locali chiedendo di migliorare le condizioni di vita. Ci furono molte altre denunce, ma fu solo nel 1945 che i detenuti di Barnett Inlet poterono tornare a trovare le loro accoglienti case a Unalaska saccheggiate dai soldati americani.

Il campo di Ward Lake era famigerato. Era circondato da una boscaglia impraticabile, la città più vicina era solo a circa otto miglia di distanza, ma gli aleutini non potevano arrivarci. Le condizioni di vita non erano meglio che negli altri campi di internamento, un paio di caserme umide all’interno, senza luce, senza acqua, un paio di capannoni nel cortile e una piccola latrina, una sola per tutti, nei pressi del luogo destinato alla mensa.

In tutti i quattro campi ci furono epidemie di tubercolosi, polmonite e di malattie della pelle con molti decessi. Tutti ne patirono, adulti e bambini. L’approvvigionamento di cibo era solo il 20% di quanto richiesto. La gente stava morendo di fame e di mancanza di cure mediche (1).

Non importa quanto deboli fossero, gli uomini furono costretti a lavorare nella pesca marittima. Diventarono schiavi, minacciati in caso di rifiuto di rimanere nei campi per sempre con le loro famiglie (2). Gli Aleuti cercavano di trovare un reddito aggiuntivo, un posto dove non sarebbero stati costretti a lavorare per niente, ma le autorità federali vigilarono con solerzia per farli rimanere dove si trovavano. Le richieste di massa per il permesso di lavoro, in modo che gli uomini potessero sfamare le loro famiglie, vennero rifiutate. Le autorità usarono la massima parsimonia per tutto: cibo, materiali da costruzione, medicine. Gli aleutini pagarono con la loro vita.

I soldati americani non solo saccheggiarono le case, ma anche le chiese. Erano chiese ortodosse prevalentemente greche. Storicamente gli Aleuti finirono sotto l’influenza culturale della Russia, che aveva una salda fede rnella sua chiesa. Pietro l’Aleuta è venerato come santo per essere stato torturato e ucciso dagli spagnoli nel 1815 essendosi rifiutato di convertirsi al cattolicesimo. La storia divenne nota nel mondo grazie alla testimonianza di Ivan Kiglay, un lavoratore portuale aleutino originario da Kadiak, che riuscì a liberarsi dalla prigionia. SSalta all’occhio quanti aleutini, internati dagli americani, avessero nomi russi, per esempio come: Lestenkov, Prokopiev e Zakharov.

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Oggi alcuni aleutini  visitano le tombe dei loro predecessori che non sono sopravvissuti all’internamento. I testimoni di quegli eventi lontani sono sicuri che il trattamento crudele degli aleutini americani, allo stesso modo degli americani di origine giapponese, non si può spiegare con esigenze belliche, ma piuttosto con il pregiudizio razziale.

La storia degli aleutini  è un racconto di un internamento coatto, del fatto che, anche dopo decine di anni, non è possibile ottenere alcun risarcimento per coloro che hanno sofferto o anche solo delle scuse dai poteri degli Stati Uniti. Trattando della risposta del pubblico al film, sembra che abbia toccato soprattutto coloro, che hanno una diretta relazione cogli eventi, coloro che studiano la storia locale e un gruppo di uomini dei media che ha scritto su di essa. Il fatto che patirono l’internamento non solo i giapponesi, ma  anche gli aleutini, non è diventato di dominio del grande pubblico. La storia degli aleutini si è persa nell’oceano della produzione dell’industria cinematografica statunitense.

(1) «Aleutine Internment Camps: The untold US atrocity» (CENSORED NEWS, 8.11.12)

(2) Ibidem.

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