REDAZIONE NOICOMUNISTI

A cura di Davide Spagnoli

Prologo

Il mondo sta vivendo un cambiamento epocale nella produzione capitalistica e i comunisti cosa hanno da dire?

Alle premesse per il nuovo sviluppo capitalistico enunciato da Obama al recente G8 i comunisti che alternativa propongono?

Forse sarò distratto ma mi pare che i comunisti non abbiano proposto nessuna alternativa, ed è sul tema della questione ambientale che, invece, proprio in quanto comunista, qualcosa da dire l’avrei partendo dalla questione centrale nello sviluppo del futuro capitalismo: i rifiuti.

Capitalismo e rifiuti

La natura non produce rifiuti: nell’ecosistema naturale quelli di una specie diventano cibo per un’altra in un ciclo senza fine. È soltanto a partire dalla relativamente recente produzione taylorista e fordista, che questo ciclo è stato interrotto.

Stiamo producendo la più grande quantità di rifiuti e sostanze pericolose che mai siano state prodotte. E le nostre tecniche di smaltimento stanno sempre di più impoverendo le risorse di base. L’idea dell’industria del trattamento dei rifiuti è che ci sono solo due cose da fare: bruciarli o seppellirli.

“Nulla si crea, nulla si distrugge tutto si trasforma”. A. Lavoisier

Prima di vedere come funziona un inceneritore vorrei sottoporre al lettore una semplice, ma fondamentale, considerazione che si fonda sulla legge di Lavoisier, insegnata già nelle scuole medie inferiori, che noi tutti conosciamo nella sua versione popolare, in natura nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Se in un inceneritore entrano 100 tonnellate di rifiuti e ne escono 35 sotto forma di scorie, le restanti 65 dove sono andate a finire visto che una legge fondamentale della fisica ci ricorda che niente può essere distrutto ma solo trasformato?

Nell’ambiente ovviamente, e da qui nella catena alimentare al cui vertice ci siamo noi, quindi, in definitiva, gli inceneritori ci fanno mangiare i rifiuti che noi pensavamo di distruggere!

Un paradosso? Purtroppo non lo è…

Cosa realmente fa un inceneritore

Grazie alla fisica che s’insegna nella scuola media abbiamo appena visto che non è possibile distruggere i rifiuti, e infatti la verità, che spesso viene colpevolmente taciuta, è che un inceneritore riduce il volume dei nostri scarti di circa il 65% producendo esso stesso delle scorie molto pericolose pari a circa il 28-35% del quantitativo trattato.

L’incenerimento ha spesso rappresentato una comoda soluzione per i politici perché è facile sostenere che qui i nostri problemi vengono smaltiti passando per il camino. È un artificio verbale, una illusione, che serve a convincere la popolazione a non affrontare il problema alla radice, mentre regala al decisore politico l’immeritata fama di risolutore dei problemi. La verità è che i danni che questi impianti producono si rivelano dopo anni, a volte decine. Nel frattempo il nostro decisore sarà già uscito dalla scena politica e di lui nessuno si ricorderà più.

Breve storia degli inceneritori

Il primo inceneritore di cui si abbia notizia venne costruito a Paddington, in Inghilterra nel 1870: allora, come oggi, si pensava di poter recuperare l’energia contenuta nei rifiuti, ma bruciando carbone arricchito con rifiuti non si era in grado di produrre la quantità attesa di vapore ed energia. La gente che viveva nelle vicinanze dell’inceneritore, avvelenata da un fumo nero puzzolente, inscenò una serie di proteste contro l’impianto, che poco tempo dopo venne chiuso.

Nonostante il primo inceneritore sia stato un fallimento, la tecnologia diventò molto popolare in Gran Bretagna.

Fino all’inizio del XX secolo vennero costruiti 210 impianti, 14 dei quali a Londra. Uno dei più longevi, costruito a Manchester nel 1876, venne chiuso nel 1903.

Nel 1893, ad Amburgo, inizia la costruzione del primo inceneritore del continente.

Dieci anni più tardi ne vengono costruiti in Danimarca, Svezia, Belgio, Svizzera, Cecoslovacchia e Polonia. L’inceneritore di Varsavia funzionerà fino a quando verrà distrutto dai bombardamenti tedeschi nel 1939.

All’inizio del XX secolo gli inceneritori europei verranno chiusi quando ci si accorgerà che si avevano costi considerevolmente più bassi e un’efficienza più alta usando, al posto dei rifiuti, il carbone, il gas e il petrolio.

I problemi dei primi inceneritori non scoraggiarono l’uso di questo metodo di trasformazione.

Vennero introdotti nuovi progetti. La temperatura di combustione ed i camini divennero sempre più alti. Negli anni 30 si costituirono i fondamenti della tecnologia per gli impianti che sono prevalsi fino ai nostri giorni.

Negli anni tra le due guerre mondiali, e subito dopo la seconda guerra mondiale, si torna a costruirne diverse centinaia in tutto il mondo; nei soli USA circa 700. Ma la loro popolarità è destinata a scendere velocemente all’inizio degli anni ’50, quando ci si accorge che c’è un metodo più economico per sbarazzarsi dei nostri scarti, la discarica.

All’inizio degli anni ’70, soprattutto in Europa, viene promossa l’idea di un ricorso massiccio all’incenerimento. Nel frattempo la composizione e la quantità dei rifiuti sono cambiate radicalmente.

All’inizio i principali componenti erano cenere e scarti alimentari. Ora è presente più carta, cartone e contenitori di plastica, generati da un aumento della produzione del confezionamento, soprattutto di contenitori usa e getta.

Il calo della cenere deriva dal riscaldamento centralizzato impiegato nelle città, incentrato soprattutto sull’uso del gas.

La prima città che adottò questa strategia è Londra dopo che, nei primi giorni di dicembre 1952, per eccezionali condizioni atmosferiche, il riscaldamento basato su stufe a carbone stermina in pochi giorni circa 4.000 persone.

Dicevamo che il valore energetico del rifiuto cresce e il processo d’incenerimento diventa più efficiente. Può essere ottenuta più energia, mentre si producono meno residui. Per i sostenitori degli inceneritori questo è, allora come ora, un argomento in favore dell‘utilizzazione dei rifiuti come fonte di energia, includendo anche gli impianti produttori di calore nelle città.

Le crisi energetiche costituiscono un ulteriore incentivo per utilizzare “il carburante da rifiuti“, riducendo il consumo di combustibile convenzionale, carbone e petrolio.

Negli anni ’70 l’incenerimento sembra essere la soluzione ai problemi causati dai rifiuti tossici, non solamente provenienti da processi industriali, ma anche contenuti nei rifiuti urbani.

Questo modo di pensare è una conseguenza della politica prevalente all’epoca, centrata sul controllo dell’inquinamento piuttosto che sulla sua prevenzione, anche perché si suppone che l’ambiente sia in grado di assorbire un certo quantitativo di sostanze tossiche senza effetti collaterali.

I fattori citati, così come una convinzione che la tecnologia d’incenerimento sia pienamente sviluppata, spingono a credere che nel futuro gli inceneritori avrebbero sostituito l’altro metodo, le discariche.

Sempre negli anni ’70 viene pianificata la massiccia introduzione d’inceneritori per rifiuti tossici montati su navi, e ancora oggi in Internet si trovano dei progetti in tal senso.

La prima nave di questo tipo è la Mathias I, dal 1969 proprietà della Germania. Nel giro di vent’anni vengono costruite otto di queste navi, tre delle quali operative fino al 1991.

L’esatto ammontare dei rifiuti inceneriti in questo modo è rimasto sconosciuto. L’ultima statistica accessibile, datata 1985, ci dice che 105.709 tonnellate di rifiuti clorurati, provenienti da 10 paesi dell’Europa occidentale, sono stati trattati nel Mare del Nord.

Fin dall’inizio ci sono stati seri problemi con il funzionamento e il controllo delle navi-inceneritori, e, di conseguenza, vengono proibite negli USA, nel Mediterraneo e nei paesi baltici. Infine, alla Conferenza dei Ministri dei paesi del Mare del Nord del 1992, è stata approvata una risoluzione in cui le navi-inceneritore sono state bandite a partire dal 31 Dicembre 1994.

Dalla seconda metà degli anni 70 cominciano però ad emergere notizie allarmanti sull’inquinamento causato dagli inceneritori. Ci si trova di fronte a grandi emissioni di diossina, furani e metalli pesanti, soprattutto cadmio e mercurio. L’esame degli inceneritori, completata negli anni 80, conferma che sono la principale fonte di emissione di sostanze tossiche.

I composti clorurati responsabili della formazione di diossina

Un inceneritore produce 263 sostanze chimiche diverse, delle quali solo una dozzina vengono ricercate nelle analisi.

La sostanza più pericolosa emessa è la diossina, che si forma, principalmente, quando i composti clorurati vengono bruciati in presenza di ossigeno.

La storia dei composti clorurati di sintesi inizia a Midland (Michigan, USA), ad opera del Signor Dow, fondatore della Dow Chemical, che nel 1900 scopre il modo di separare industrialmente il sale da cucina in sodio e cloro.

In un primo tempo il cloro viene considerato un sottoprodotto inutile, ma ben presto si scopre che se unito a idrocarburi derivati dal petrolio si originano un gran numero di composti che dal decennio 1930-40 in poi costituiscono un’imponente produzione industriale di solventi, pesticidi, disinfettanti, materie plastiche ecc.

 

Questi composti clorurati, tanto durante il processo produttivo quanto in seguito a combustione, liberano alcuni sottoprodotti indesiderati tra i quali le diossine.

Diossina è il nome comune usato per indicare le dibenzo-p-diossine e i dibenzofurani. Si tratta di sostanze distribuite ovunque come contaminanti ambientali persistenti.

Si conoscono 210 tipi diversi tra diossine (73) e furani, strettamente correlati per caratteristiche e tossicità. Diciassette di queste molecole sono considerate estremamente tossiche per l’uomo e gli animali, e la più tossica di tutte è la TetraCloroDibenzoDiossina (TCDD).

La TCDD allo stato cristallino è una sostanza solida inodore, di colore bianco, con punto di fusione di 307 °C, termostabile fino a 800 °C, liposolubile – cioè si lega ai grassi -, resistente ad acidi ed alcali. La TCDD dà luogo a un’ampia gamma di effetti terribili quali l’induzione a trasformazione dei tessuti in tumori, tossicità a carico del sistema immunitario, del fegato, della pelle e azione mutagena ed embriotossica.

Data la loro solubilità negli oli e nei grassi, piuttosto che nell’acqua, le Diossine e i Furani, tendono a spostarsi dall’ambiente verso i tessuti grassi e negli organi come il fegato e a bioaccumularsi negli organismi viventi.

Gli uomini, occupando una posizione di vertice nella catena alimentare, sono i più esposti all’accumulo di questi composti clororganici che vengono eliminati dal corpo umano seguendo solo tre vie:

  • il sangue
  • il liquido seminale
  • il latte materno.

I composti clororganici vengono quindi trasferiti da una generazione all’altra, in dosi probabilmente maggiori.

I feti ricevono una buona dose di sostanze clororganiche attraverso la placenta.

Una volta nati i bambini ne ricevono dosi ancora maggiori con il latte materno, data l’accumulazione di queste sostanze tossiche nel corpo della madre.

Le istituzioni sanitarie hanno introdotto dei “limiti” di riferimento per tentare di “pesare” gli effetti dell’esposizione umana a queste sostanze. Cioè qualcuno, tecnico e/o politico, stabilisce i parametri cui corrisponde l’accettazione d’ufficio per cui qualcun altro sarà esposto al rischio, in nome di un presunto interesse collettivo.

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), visti i nuovi dati sulla cancerogenicità delle diossine consiglia un limite compreso tra 1 e 4 miliardesimi di milligrammo per chilogrammo di peso corporeo.

In base ai dati di un’indagine dell’Agenzia Regionale Per il controllo Ambientale (ARPA) condotta nella provincia di Ravenna (Italia), un tempo reperibile nel sito internet regionale, se una madre mangia 100 gr di prosciutto trasmette con il latte al suo neonato il triplo della diossina che può ingerire in un giorno, e questo solo per aver ingerito 100 gr di prosciutto.

Gli inceneritori producono a loro volta rifiuti

Gli inceneritori sono la maggior fonte di inquinamento di TCDD e, come abbiamo già detto, producono emissioni nell’atmosfera, rifiuti solidi e liquidi.

I rifiuti solidi sono costituiti da cenere, polvere e filtri, che richiedono un particolare trattamento prima di essere smaltiti in discarica. Le ceneri e le polveri sono il 28-35% del rifiuto prima dell’incenerimento: quindi un impianto che trasforma 100.000 tonnellate all’anno di rifiuti, produce a sua volta tra 28.000 e 30.000 tonnellate di ceneri e 5.000 tonnellate di polverino, che vanno poi smaltiti in discarica. Anzi il polverino, vista l’alta concentrazione di sostanze come la diossina, prima va inertizzato, cioè viene generalmente conglobato nel cemento, impacchettato in grandi sacchi, e poi depositato in discarica di 2C.

L’inceneritore produce anche rifiuti liquidi che necessitano, a loro volta, di un costosissimo trattamento.

Le emissioni del camino sono sotto controllo e sono nei limiti di legge?

I sostenitori degli inceneritori spesso affermano che in quelli di nuova generazione le emissioni in aria sono sotto controllo, perché:

  • ci sono accettabili livelli di emissioni per tutti gli inquinanti rilasciati,
  • e emissioni in aria sono accuratamente misurate,
  • e, dato che sono misurate continuamente, sono nei limiti accettabili.

La conoscenza delle vere emissioni di un inceneritore richiede un monitoraggio continuo: va detto che gli inquinanti più pericolosi raramente sono monitorati in continuo.

Quello che servirebbe per conoscere cosa esce dal camino in tempo reale è una tecnologia per il monitoraggio continuo ed in tempo reale che esiste per le emissioni di mercurio, ma raramente è impiegata.

Per le diossine ancora questo non è possibile, anche se attualmente è disponibile un sistema di monitoraggio in quasi continuo che è utilizzato in poche nazioni.

 

Attualmente è la realtà è che, anziché un monitoraggio in continuo, gli inceneritori generalmente sono sottoposti a uno o due test delle emissioni al camino all’anno!

Ogni test consiste in un singolo campione di 6 ore. Questo campione è poi assunto come rappresentativo per le emissioni dell’anno.

In realtà molti studi hanno dimostrato come queste analisi sottostimano drasticamente le emissioni di diossina, registrando circa il 2% del vero totale! Questo significa che per avere un dato vicino alla realtà bisogna moltiplicare il valore riportato dalle analisi per 50.

 

Una ragione dell’inaffidabilità di analisi fatte due volte all’anno per 6 ore di lavoro, è che la produzione di diossina non è continua, la maggior parte infatti viene prodotta nei picchi di emissione durante l’accensione o lo spegnimento, o in condizioni “perturbate“ quando cioè si esce dalla normalità: può essere un’infornata di rifiuto umido che causa un calo della temperatura del forno, o un fuoco fuori controllo o un’esplosione nel forno. I test sulla diossina non sono quasi mai realizzati in queste condizioni, escludendo così i periodi del picco di produzione sono esclusi dal test.

La strada per avere Zero Rifiuti: produzione pulita e responsabile

Per poter efficacemente attuare la politica del riciclo, da una parte è allora necessario sottrarre risorse destinate agli inceneritori e dall’altra le industrie devono progettare beni facilmente riciclabili.

Uno dei punti chiave del ragionamento di Zero Rifiuti è che non si può più permettere che il capitalismo globale produca selvaggiamente, come finora ha fatto, nuove molecole senza preoccuparsi degli effetti che queste hanno sull’uomo e sull’ambiente. È necessario cambiare atteggiamento.

D’altra parte non si può contare sull’eticità dei capitalisti che, come la cronaca ha ampiamente dimostrato a partire dal secolo scorso, hanno per unico valore il profitto a cui sottomettono qualsiasi considerazione di carattere etico.

È necessario cambiare legislazione e introdurre dei nuovi principi per i produttori, il principale dei quali è la responsabilità per quanto si produce.

Nell’attuale legislazione dei paesi occidentali il capitalista è responsabile sui generis per quanto introduce nell’ambiente, anzi, paradossalmente si ha l’inversione del principio per cui, alla fine, i responsabili e chi paga per le scelte produttive fatte da altri sono proprio i consumatori.

Se un capitalista introduce nell’ambiente una molecola che genera il cancro è giusto che ne risponda di persona e in solido, e che questo tipo di responsabilità non sia passibile di prescrizione. Come tutti sappiamo le neoplasie richiedono anni per formarsi e magari esplodono dopo decenni, è quindi giusto che il responsabile venga perseguito in solido anche vent’anni dopo.

Lo Stato, cioè noi, è sempre un passo indietro rispetto alle nuove molecole introdotte nell’ambiente: chi le produce deve essere ben certo degli effetti indotti e il costo di questa sperimentazione tocca a lui e non a noi, cavie inconsapevoli del cinismo finalizzato al profitto di gente senza scrupoli.

Già oggi gran parte della spesa sanitaria, che grava per la maggior parte sulle nostre spalle, è dovuta ai rimedi necessari per cercare di tamponare i guasti che il capitalismo ha prodotto sulla nostra salute proprio a causa della deresponsabilizzazione dei produttori.

Mercurio VS diossina: è possibile eliminarli entrambi?

Le alte temperature del forno, necessarie per la distruzione della diossina, determinano la volatilizzazione del mercurio, e questo porta ad un incremento della formazione dell’ossido di azoto, che è chimicamente neutro e abbastanza difficile e costoso da rimuovere.

Per rimuovere l’ossido di azoto la tecnica standard è di iniettare ammoniaca o urea, ma questo metodo è efficace solo per il 60%. L’iniezione di ammoniaca, d’altra parte, incrementa le emissioni del particolato fine, che, come sapete, è molto pericoloso per la salute umana.

Una volta nell’ambiente l’ossido di azoto si converte in biossido di azoto, che è il maggior responsabile dello smog fotochimico.

La cosa ridicola è che spesso le amministrazioni pubbliche raccontano agli abitanti che per far diminuire il pericolosissimo particolato fine è necessario fermare il traffico automobilistico per una o più giornate, addossando la responsabilità dell’emissione di questo pericoloso inquinante esclusivamente alle auto.

E gli inceneritori?

Gli amministratori pubblici non sono neanche sfiorati dal dubbio che un forno che brucia migliaia di tonnellate all’anno di rifiuti potrebbe emetterne molto più delle auto…

Ah che sbadato, dimenticavo che spesso le amministrazioni pubbliche siedono nei consigli di amministrazione delle società che gestiscono gli inceneritori.

Una vergogna.

Torniamo alle tecniche di incenerimento.

Un abbassamento delle temperature del forno ridurrebbe la quantità di ossido di azoto prodotto, ma aumenterebbe la formazione di diossina.

Uno dei principali mezzi di riduzione delle emissioni di diossina e mercurio nell’aria, è la combinazione dell’iniezione di carboni attivi e filtri.

Le particelle di diossina sono troppo piccole per essere fermate dai filtri ordinari e il mercurio è generalmente in forma gassosa. Così le particelle di carbone vengono iniettate nei gas esausti, il carbone fornisce una superficie su cui il mercurio si può condensare e le particelle di diossina possono coagularsi nel gas esausto freddo. Le particelle del carbone sono sufficientemente grandi per essere intrappolate nei filtri. L’iniezione di carbone diminuisce le emissioni in aria, ma causa, inevitabilmente, la formazione di ceneri volatili che contengono molta più diossina di quella che si sarebbe volatilizzata dal camino.

Da inceneritori a termovalorizzatori: una bugia vergognosa

Alcuni inceneritori, particolarmente quelli grandi, sono uniti a una caldaia e a una turbina per catturare una parte del vapore generato e convertirlo in elettricità. Questi inceneritori vengono così chiamati termovalorizzatori.

I sostenitori argomentano che tali impianti prendono un rifiuto inusabile, e, incenerendolo, lo convertono in una risorsa.

Ma gli impianti di termovalorizzazione sperperano più energia di quanta ne catturino, dato che ogni oggetto che diventa rifiuto racchiude più energia del calore rilasciato quando è incenerito: il valore calorifico della maggior parte delle cose è una piccola parte della sua energia incorporata. Si pensi all’energia usata per estrarre e lavorare la materia prima, per il trasporto ecc., condensata nell’oggetto. Tutta l’energia incorporata è perduta quando una cosa viene bruciata.

In un termovalorizzatore solo circa il 35% del valore calorifico del rifiuto è recuperato per essere trasformato in energia elettrica. Dove gli inceneritori sono collegati a un sistema di distribuzione del vapore per il teleriscaldamento può essere recuperato un valore calorifico fino al 40%.

In ogni caso questi sistemi richiedono un grande investimento di capitali e sono, naturalmente, scarsamente efficienti nel riscaldamento.

Ma c’è un’altra contraddizione palese: il rifiuto è di proprietà della comunità, l’elettricità generata dall’inceneritore è di proprietà della società di gestione, e rivenduta alla comunità e chi ci guadagna non siamo certamente noi.

L’unica alternativa possibile: Rifiuti Zero!

Il riciclo degli oggetti evita i costi energetici per l’estrazione di altro materiale grezzo, così come l’energia per il trasporto e la lavorazione. Il riuso, eliminando la lavorazione, fa risparmiare molta energia.

Va anche detto che della cosa se n’è occupato anche Marx nel Capitale:

“Lo stesso dicasi per l’altra grande categoria di economie fatte nelle condizioni di produzione. Intendiamo dire la ritrasformazione degli scarti della riproduzio­ne in nuovi elementi di produzione sia nel medesimo che in un diverso ramo industriale, il processo tramite il quale essi vengono reimmessi nella produzione e quindi nel consumo produttivo o individuale. Anche questo genere di econo­mia […] è la conseguenza del lavoro sociale su vasta scala. Da qui deriva quell’accumulazione in massa degli scarti, che li fa nuovamente oggetto del commercio e quindi nuovi elementi della produzione. Solo essendo scarti di una produzione collettiva e quindi della produzione su grande scala, essi divengono così importanti per il processo produttivo.

Restano depositari di valore di scambio. […] nella misura in cui possono essere fatti di nuovo oggetto di commercio, riducono il costo delle materie prime nel cui calcolo viene incluso sempre il normale scarto delle materie stesse ovvero la quantità che in media deve considerarsi persa durante la loro lavorazione. Il ribasso dei costi di questa parte dal capitale costante aumenta `pro tanto’ il saggio del profitto […].” 1

Questo ragionamento è poi stato ripreso dai giapponesi, in particolare da un profondo conoscitore del pensiero di Marx, Michio Morishima, che è stato anche il principale ispiratore del toyotismo, da cui nascerà l’idea di Zero rifiuti.

L’idea di Zero rifiuti ha origine nell’industria giapponese legato in particolare al concetto di controllo di qualità totale (TQM), ed è direttamente influenzata da idee come ‘zero difetti’, la straordinaria tecnica per cui produttori come Toshiba hanno raggiunto risultati quali meno di un pezzo difettoso ogni milione!

Quindi questa idea trae origine dal ragionamento che Karl Marx faceva un secolo e mezzo fa.

Il capitalismo e la rivoluzione tecnologica

Elaborando un concetto di Smith Marx giunge a formulare una delle sue teorie più importanti nella prospettiva della costruzione della società comunista, l’idea nota come la “caduta tendenziale del saggio di profitto”.

Il capitalismo induce ed indurrà sempre nuovi bisogni per conquistare nuovi mercati che non sono necessariamente luoghi fisici ma semplicemente nuovi bisogni, ossia il capitalista per rimanere sul libero mercato – il libero mercato a cui si riferisce Marx è quello teorico del liberismo ottocentesco – deve produrre ad un costo inferiore del concorrente e soddisfare bisogni in un regime il più a lungo possibile di monopolio della conoscenza tencologica, cioè il nostro imprenditore ha la necessità d’indurre sempre nuovi bisogni da soddisfare dato che la prima azienda che apre il nuovo mercato realizza, ovviamente, profitti senza precedenti.

Entrambe le esigenze, costo concorrenziale per la stessa merce e nuovi bisogni da soddisfare, presuppongono una continua corsa verso nuove tecnologie, perché il guadagno di un investimento cala man mano che altri competitori entrano in scena, da qui la caduta tendenziale del saggio di profitto.

Ma il capitalista può anche seguire un’altra strategia che nel lungo periodo si dimostrerà un suicidio, ma che in quello breve si dimostra molto vantaggiosa, può cioè comprimere i salari il che gli permetterà di tenere bassi i costi di produzione senza investire in nuova tecnologia.

Nel lungo periodo però questa scelta spingerà fuori dal mercato il capitalista che non sarà più in grado di fornire prodotti tecnologicamente avanzati, impoverirà le capacità professionali dei dipendenti aprendo le porte a lavoratori con basso profilo professionale la cui unica eccellenza sarà quella di costare poco.

Il passaggio successivo del capitalista sarà quello di portare le produzioni in paesi dove la mano d’opera costerà poco, non ci saranno regole ne vincoli particolari e i sindacati saranno inesistenti.

Naturalmente chi pagherà le spese di tutto questo sarà il sistema paese che ne uscirà enormemente impoverito, come la storia dell’Italia recente ha ampiamente dimostrato.

Dunque se il capitalista non viene obbligato a rinnovarsi la sua scelta più probabile sarà quella più facile, comprimere i salari. A lui poco importa dei danni che produce al sistema paese, tanto i suoi soldi sono nei paradisi fiscali e se le cose dovessero andare male potrebbe sempre godersi la vita senza più bisogno di lavorare.

È in quest’ottica che le lotte salariali sono assolutamente indispensabili per costringere il capitalista a puntare sull’innovazione tecnologica e tutti gli accordi tesi a ridurre la conflittualità salariale sono una mazzata all’innovazione e allo sviluppo del sistema paese.

La strada per avere Zero Rifiuti: ostacoli

Appare evidente allora che per uscire dalla logica capitalistica della gestione dei rifiuti bruciarli o seppellirli, bisogna puntare sul riciclo.

Ma il riciclo attualmente ha degli svantaggi. Primo fra tutti il costo. Secondo una recente indagine di un’organizzazione che si oppone agli inceneritori, per ogni addetto di un inceneritore, sono necessari 20 addetti per un impianto di riciclo.

Le cause di questa non economicità sono diverse.

Innanzitutto le enormi masse di capitali investite negli inceneritori sottraggono, di fatto, risorse che potrebbero far scendere significativamente i costi del riciclo.

Inoltre le industrie non producono beni facilmente riciclabili, e questo fa lievitare i costi del reimpiego.

La strada per avere Zero Rifiuti: produzione pulita e responsabile

Per poter efficacemente attuare la politica del riciclo, da una parte è allora necessario sottrarre risorse destinate agli inceneritori e dall’altra le industrie devono progettare beni facilmente riciclabili.

Uno dei punti chiave del ragionamento di Zero Rifiuti è che non si può più permettere che il capitalismo globale produca selvaggiamente, come finora ha fatto, nuove molecole senza preoccuparsi degli effetti che queste hanno sull’uomo e sull’ambiente. È necessario cambiare atteggiamento.

D’altra parte non si può contare sull’eticità dei capitalisti che, come la cronaca ha ampiamente dimostrato a partire dal secolo scorso, hanno per unico valore il profitto a cui sottomettono qualsiasi considerazione di carattere etico.

È necessario cambiare legislazione e introdurre dei nuovi principi per i produttori, il principale dei quali è la responsabilità per quanto si produce.

Nell’attuale legislazione dei paesi occidentali il capitalista è responsabile sui generis per quanto introduce nell’ambiente, anzi, paradossalmente si ha l’inversione del principio per cui, alla fine, i responsabili e chi paga per le scelte produttive fatte da altri sono proprio i consumatori.

Se un capitalista introduce nell’ambiente una molecola che genera il cancro è giusto che ne risponda di persona e in solido, e che questo tipo di responsabilità non sia passibile di prescrizione. Come tutti sappiamo le neoplasie richiedono anni per formarsi e magari esplodono dopo decenni, è quindi giusto che il responsabile venga perseguito in solido anche vent’anni dopo.

Lo Stato, cioè noi, è sempre un passo indietro rispetto alle nuove molecole introdotte nell’ambiente: chi le produce deve essere ben certo degli effetti indotti e il costo di questa sperimentazione tocca a lui e non a noi, cavie inconsapevoli del cinismo finalizzato al profitto di gente senza scrupoli.

Già oggi gran parte della spesa sanitaria, che grava per la maggior parte sulle nostre spalle, è dovuta ai rimedi necessari per cercare di tamponare i guasti che il capitalismo ha prodotto sulla nostra salute proprio a causa della deresponsabilizzazione dei produttori.

Rifiuti Zero: il fallimento delle politiche pubbliche di smaltimento dei rifiuti

Ma anche noi dobbiamo cambiare atteggiamento mentale nei confronti dei rifiuti.

Come diceva Barry Commoner, la prassi ambientale corrente è un ritorno all’atteggiamento del medioevo di fronte alla malattia, quando questa – e con essa la morte – era considerata uno scotto inevitabile, un debito da pagare a causa del peccato originale.

Questo tipo di filosofia è stato ora rielaborato in forma più moderna: un certo livello di inquinamento e un certo rischio per la salute sono il prezzo inevitabile da pagare per i vantaggi materiali offerti dalla tecnologia avanzata.

Noi invece dobbiamo dire che l’inquinamento come tale non è più accettabile.

La cosa da fare ora è disegnare una strategia dello smaltimento dei rifiuti sostenibile. Il fallimento delle autorità addette allo smaltimento a realizzare un qualsiasi serio progresso in termini di ‘riduzione, riuso, riciclo’ è sotto gli occhi di tutti. Attualmente la loro strategia si basa sullo ‘smaltimento integrato dei rifiuti’, fondato su una previsione di un livello massimo di riciclo del 40% ed un incremento continuo nella produzione di rifiuti urbani, che, come è stato largamente dimostrato, inquinano l’ambiente.

Le politiche dello smaltimento integrato dei rifiuti formalmente hanno come obiettivo la loro minimizzazione, riciclo e compostaggio, ma in realtà si risolvono con l’incenerimento.

Considerazioni finali

In questi anni un’incessante campagna di propaganda ci ha convinti che i produttori dei rifiuti siamo noi, mentre invece i produttori dei rifiuti sono i capitalisti che non investono per avere prodotti facilmente riciclabili. Quando compro, per esempio, un vasetto di yogurt se il contenitore è in vetro o in plastica a me importa ben poco perché a me interessa in contenuto non il contenitore. Con questa martellante campagna di propaganda hanno trasformato le vittime in carnefici perché mentre noi dobbiamo, giustamente, suddividere i rifiuti per favorire il riciclo, il recupero e il riuso, perché altrettanto non fanno le industrie, loro sì colpevoli di inquinare il pianeta?

Come si vede l’unica soluzione credibile è quella di Zero rifiuti.

Il primo obiettivo della strategia Zero rifiuti è quello, come già detto, di ridurre a zero la tossicità dei rifiuti.

È necessario individuare la fonte della tossicità, sostituendola con alternative non tossiche. Il che implica una produzione pulita con l’eliminazione della produzione che usa materiali chimici tossici, la riprogettazione dei prodotti e dei sistemi produttivi che eliminano le immissioni di sostanze tossiche.

I prodotti non immissibili sul mercato, quelli che non possono essere usati o consumati in modo sicuro per l’ambiente, e che per i quali non esiste una sicura tecnologia di riciclo, non devono più essere prodotti. Si deve cioè puntare ad avere sistemi industriali che producano materiali migliorati, piuttosto che degradati: in una parola, qualità.

La strategia per arrivare a Zero rifiuti è un’aggiunta di valore incorporato nei rifiuti con l’applicazione di nuove tecnologie durante il riuso.

Un esempio è l’uso della lolla, la buccia del riso. Originariamente queste ponevano un problema di smaltimento perché incombustibili, sono state riutilizzate come sostituto del polistirene come materiale da imballaggio per prodotti elettronici, ed anche come materiale ignifugo nelle costruzioni.

Dunque per poter realizzare Zero rifiuti è necessario avere a monte una produzione pulita, una continua ricerca tecnologica tanto per il riciclo dei rifiuti, quanto per la riprogettazione di prodotti facilmente riciclabili.

Come del resto è assolutamente necessario un altro approccio legislativo nei confronti dei produttori che elimini la loro mancanza di responsabilità con una serie di regole a tutela della collettività in cui ogni produttore deve essere responsabile di quanto immette nell’ambiente fino al ciclo finale di vita del proprio prodotto.

Il nuovo principio deve essere chi lucra paga!

Il capitalista lucra distruggendo l’ambiente e le vite delle persone e noi dobbiamo mettere assieme i pezzi ponendo rimedio ai guasti da loro provocati? Non mi pare giusto per niente: loro ci speculano sopra, bene loro pagano tutti i danni che producono o che potranno prodursi in futuro in seguito alla produzione di prodotti non sicuri.

Tocca a chi lucra accertarsi della sicurezza, compatibilità con l’ambiente e con l’uomo di tutto quello che producono e dei cicli di lavorazione utilizzati.

E si badi bene che questa cosa non è una novità assoluta dato che in parte già accade, infatti questi principi sono già applicati ai farmaci, si tratta di estenderli a tutta la produzione industriale.

Fondamentale, come abbiamo visto, è la ricerca e l’innovazione tecnologica e come le recenti vicende storico-politiche hanno ampiamente dimostrato non si può contare sull’etica del capitalismo, ma piuttosto sulla forza delle lotte dei lavoratori, le uniche in grado di costringere il capitalista ad investire in ricerca anziché comprimere i salari. Ed anche per avere una soluzione praticabile del problema dei rifiuti la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie le lotte dei lavoratori sono assolutamente indispensabili.

Quindi in una battuta possiamo dire che la soluzione del problema dei rifiuti potrà nascere solo dalle lotte dei lavoratori!

1 Karl Marx. Il Capitale, Edizione integrale, A cura di Eugenio Sardella, Roma, I Mammut, Grandi tascabili economici, Newton, 1996, Libro terzo, Il processo complessivo della produzione capitalistica; Prima sezione, La conversione del plusvalore in Profitto, p. 963

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