REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Luca Baldelli

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La città di Jaffa prima dell’invasione sionista

Nel 1936 esplode la rabbia palestinese contro la sempre più massiccia immigrazione ebraica, sponsorizzata e foraggiata dai sionisti, al fine di mutare gli equilibri etnici e politici in Terra Santa. E’ la “Thawra Filastin“, la “Grande Rivolta Araba“.

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Frutteto palestinese

 

L’imperialismo britannico, che fin dagli “Accordi Sykes – Picot“ e dalla “Dichiarazione Balfour“ ha inscritto nella propria strategia e missione l’espansione nel Levante Mediterraneo e l’incoraggiamento ai programmi sionisti di insediamento, è il primo responsabile della deflagrazione sociale. Gli Arabi palestinesi, che per secoli hanno vissuto in pace e concordia accanto ai loro fratelli Ebrei, ora scendono sul piede di guerra contro la sottrazione scientificamente pianificata, a loro danno, delle terre più fertili da parte dei coloni ebrei, terre che i contadini arabo – palestinesi hanno lavorato e reso feconde col sudore delle loro fronti, senza troppi aiuti e con molti intoppi e sabotaggi da parte della Gran Bretagna.

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La Palestina “incolta” prima dell’arrivo dei sionisti…

 

Una vulgata menzognera, dura a morire, pretende di far credere che, prima della massiccia immigrazione ebraica, la Palestina fosse un terra abbandonata, incolta, pietrosa e desolata. Quale migliore copertura ideologica e storica, per avallare e legittimare il neo – colonialismo sionista ? In realtà, la situazione è ben altra e lo possiamo verificare consultando gli stessi documenti ufficiali britannici : il “Rapporto Peel” del 1937, mentre mostra i perniciosi effetti del sionismo, con i coloni passati da 80.000 a 360.000 dal 1918 al 1936, mette in luce anche, in maniera inequivocabile, la laboriosità dei tanto deprecati “beduini“, additati al mondo dalla stampa sionista come predoni e fannulloni, e dei contadini arabi in genere.

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Mercato palestinese negli anni ’20 del secolo scorso

Infatti, essi sono ancora in grado di esportare, nonostante l’invasione sionista, ben 30.000 tonnellate di grano l’anno, mentre la percentuale dei frutteti da loro controllati è pressoché triplicata in nemmeno venti anni e la produzione ortofrutticola ad essi riconducibile è quasi decuplicata. Tutto questo, malgrado i sionisti siano stati in ogni modo agevolati dal sistema creditizio e protetti dalle autorità imperiali britanniche.

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Palestinesi al lavoro con gli agrumi

 

Il “Fondo Nazionale Ebraico“ (Keren Kayemet LeYisrael), creato nel 1901 a Basilea, fa da polmone finanziario principale per una gigantesca operazione economica di acquisto di terre in Palestina, con i contadini arabi piccoli e medi spesso costretti a vendere dinanzi alla giugulazione economica posta in essere, in maniera concertata, da sionisti e britannici, i contadini senza terra cacciati e i grandi latifondisti arabi spesso conniventi, allettati da offerte economiche assolutamente spropositate.

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Istituto tecnico di Jaffa: al centro con il fez, il professor Salim Katul, autore di molti testi scientifici per le scuole…ah già ma non erano poco più che bestie ignoranti?

Non mancano le minacce e le angherie, che spingono in molti a sbarazzarsi delle terre, alimentando un risentimento sociale che esploderà potente e tremendo. Nel 1931, 106.400 dunums di terra (1 dunam = 1000 mq, secondo il sistema di misura adottato nel 1928) sfamano 590.000 contadini arabo – palestinesi, mentre 102.000 dunums erano a disposizione di appena 50.000 coloni ebrei.

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Raccolta delle olive

Si arriva quindi al 1936. E’ il 19 aprile e l’insurrezione popolare, che da tempo cova sotto le ceneri, divampa, a partire dai villaggi. Sotto l’egida del Supremo Comitato Arabo, fondato e presieduto dal carismatico notabile Haji Amin Al – Husayni, Muftì di Gerusalemme, viene proclamato lo sciopero generale, sotto le parole d’ordine della fine del dominio britannico in Palestina, della proibizione dell’immigrazione sionista, del divieto della vendita di terre ai coloni ebrei. La rivolta ha come epicentro la Città di Nablus, vivaio dell’intellighentia palestinese, ma si allarga presto, a macchia d’olio, a tutto il Paese.

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Convoglio inglese con ostaggi palestinesi

In questo quadro, i comunisti palestinesi fin da subito sono attori, e non certo spettatori, di quanto avviene. Assai attivi e presenti, forti dei principi internazionalisti orientati alla liberazione delle masse oppresse, sia arabe che ebraiche, essi cercano di indirizzare la rivolta non sul binario morto dello scontro interetnico e religioso, ma su quello, giusto e storicamente necessario, dell’affrancamento dal giogo britannico e della fondazione di una Palestina libera, sovrana, indipendente, che sia casa comune per tutti i popoli che la abitano, senza recinti escludenti di natura etnico – confessionale e senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

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Polizia anglosionista mentre carica manifestanti palestinesi

Nato nel 1923 dopo varie vicissitudini, scissioni e riunificazioni, il Partito Comunista Palestinese supera in senso progressista la piattaforma del vecchio Partito Socialista dei Lavoratori Ebrei, unendo Arabi ed Ebrei nella comune lotta anticapitalista e anticolonialista. Il PCP condanna, nella maniera più netta, il sionismo come “un movimento della borghesia ebraica, alleato dell’imperialismo britannico“ e si propone alle masse palestinesi con il ripudio di ogni atteggiamento volgarmente antireligioso: gli insegnamento del Corano non sono incompatibili con quelli marxisti – leninisti, anzi costituiscono un pilastro storico sulla via della liberazione dei Paesi arabi dal colonialismo.

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Patrioti palestinesi

Nel quadro familistico – confessionale dei notabili palestinesi, da sempre punti di riferimento per la popolazione (si pensi ai Nashashibi, ai Khalidi, agli Al – Husayni), il Partito Comunista Palestinese rappresenta altresì un punto avanzato di maturazione non solo politica, ma anche culturale e sociale, nel momento in cui rompe l’assetto “clanico“ e apre alle masse palestinesi oppresse la prospettiva di un’autentica libertà e di un genuino progresso, svincolato dagli interessi speculativi e lobbistici. Esso ha una struttura ramificata ed è forte dell’adesione sia di molti lavoratori arabi che di tanti lavoratori ebrei.

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Palestinesi ostaggi degli anglosionisti

A livello di conduzione, nel 1935 esso ha visto salire alla carica di Segretario Radwan Al – Helou, un elemento preparato e coraggioso, affiancato da quadri coraggiosi di origine ebraica, come Meir Slonim e Simha Tzabari, amante dello stesso Al – Helou, figura a tutto tondo che approfondiremo più avanti. Nel propagandare il suo verbo di liberazione, il Partito, è questa la sua abilità, non si isola dalle lotte, anche quando esse sono dirette, com’è inevitabile in un contesto come quello palestinese degli anni ’20 – ’30, sotto le bandiere della piccola borghesia nazionalista o del messianismo religioso, cercando piuttosto di costruire, con l’esempio e con la pratica rivoluzionaria, un’egemonia nei movimenti. Una lezione quantomai moderna, anzi attualissima… E spesso dimenticata, dai Partiti comunisti di casa nostra!

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La compagna Simha Tzabari

In una visione marxista – leninista non dogmatica né settaria, quale quella del PCP, vissuta e calata nel contesto sociale concreto, la liberazione dal giogo britannico e dal sionismo è vista come la premessa per una rivoluziona socialista che proceda all’esproprio dei mezzi di produzione nelle mani dei capitalisti e ad una radicale riforma agraria, con distribuzione delle terre ai fellahin. Nel contesto della “Grande Rivolta Araba” del 1936, che farà sentire i suoi strascichi fino al 1937, il PCP cerca in ogni modo di opporsi alle violenze settarie che colpiscono ebrei e palestinesi solo perché tali, violenze favorite, quando non pianificate, dalle autorità coloniali britanniche, in nome del sempre valido (in un’ottica imperialista) principio del divide et impera. Il programma comunista, vergato con l’inchiostro della più nitida visione dei rapporti sociali e del futuro della Palestina pone al centro, nel dettaglio, i seguenti punti:

  1. Palestina sovrana, con un governo libero e democratico, rappresentativo tanto della componente palestinese quanto di quella ebraica;

  2. cacciata degli occupanti britannici da tutti i capisaldi;

  3. promulgazione rapida di una legge organica per la protezione degli agricoltori palestinesi e la distribuzione, a loro beneficio, delle terre in mano ai latifondisti;

  4. restituzione agli agricoltori palestinesi delle terre vendute con l’inganno, le pressioni e i favoritismi, ai coloni sionisti.

Sul terreno militare, i combattenti comunisti, mentre, come abbiamo visto, difendono le comunità araba ed ebraica da attacchi settari dettati da odio etnico – religioso, partecipano attivamente alle azioni armate contro gli obiettivi britannici e alle sollevazioni di massa, svolgendo intensa opera di mobilitazione nelle città e nelle campagne. Il terrorismo, invece, viene combattuto e condannato, come metodo reazionario, controproducente e sterile.

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Corpi dei sergenti dell’esercito inglese assassinati dall’Irgun Z’vai leumi, vale a dire il braccio armato/terroristico dei sionisti. Sono stati appesi e minati per uccidere altri soldati inglesi che avessero cercato di tirarli giù…

Ciò avviene anche quando, a praticarlo, nel fervore di una sollevazione popolare senza precedenti, sono dirigenti di primo piano del Partito, magari per eccessivo entusiasmo, se non proprio per scorretta applicazione delle direttive. Essi non vengono definiti né “compagni che sbagliano“ né schegge impazzite, ma vengono moralmente ripresi e sanzionati disciplinarmente.

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Vecchi/nuovi metodi schifosi: truppe inglesi transennano rione della città vecchia di Jaffa prima di procedere alla demolizione delle case come rappresaglia

Anche questa, una lezione assai attuale e cruciale, per i destini del movimento operaio! Un passaggio di questo tipo, interessa la biografia di una straordinaria militante, alla quale abbiamo accennato prima: Simha Tzabari. Ebrea yemenita di umilissime origini, compagna del Segretario del Partito Radwan Al – Helou, la Tzabari nel corso della rivolta del ’36 mette a segno due attentati con ordigni esplosivi a Haifa: azioni non pianificate né approvate dal PCP, che vengono sconfessate e deprecate.

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Il risultato della rappresaglia anglosionista a Jaffa

Un episodio che, con la corretta applicazione dei principi della critica e dell’autocritica, non segna però la fine della militanza per la Tzabari, la quale, mostrando un eccezionale coraggio, un entusiasmo senza pari, una lucidità assoluta nella strategia e nella tattica rivoluzionaria, si guadagna in quello stesso 1936 e negli anni a venire, l’ammirazione non solo dei vertici del Partito, ma anche e soprattutto delle masse oppresse. Forte il suo appello all’unità del Partito, anche quando la fronda possibilista verso il sionismo guadagnerà adepti; forte, e accorata, la sua azione in favore dell’emancipazione femminile, condotta assieme a un’altra bellissima figura di donna, questa volta arabo – palestinese : quella di Tarab Abdul Hadi, femminista radicale e dirigente politica in vista del Partito dell’Indipendenza (a riprova di quanto il preteso maschilismo congenito della società palestinese sia solo un costrutto razzista e imperialista).

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L’attivista Tarab Abdul Hadi

Tornando agli aspetti politici, storici e militari della “Grande Rivolta Araba” del 1936, possiamo elencare i freddi numeri, che ne testimoniano l’intensità : dai 2.000 ai 5.000 caduti, più un numero imprecisato di feriti. Lo storico britannico Hughes e lo storico palestinese Khalidi, hanno approfondito, nei loro lavori, l’uno le feroci repressioni britanniche, ammesse pure da Peirse, Comandante delle forze di Sua Maestà in Palestina, l’altro l’ampiezza del tributo palestinese alla sollevazione: più del 10% della popolazione palestinese tra i 20 e i 60 anni di età ucciso, detenuto, ferito o esiliato.

Numeri e percentuali eloquenti, che ci testimoniano di quanto l’imperialismo non esiti ad attuare programmi genocidi, non appena senta sul collo il morso della rivoluzione. In quelle cifre c’è, indelebile, anche il sacrificio dei comunisti, arabi ed ebrei. Il 1936 si chiude con una tregua, ma il 1937 si riapre con nuovi focolai di rivolta, che falliscono l’obiettivo strategico, ovvero quello della cacciata dei britannici, mentre conseguono un indubbio successo nel convincere le autorità britanniche a porre un freno alla massiccia immigrazione ebraica.

Il 1939, col Libro Bianco Britannico, ferocemente combattuto dai sionisti, sancirà in questo senso una battuta d’arresto. Il PCP, colpito in profondità da repressioni e incarcerazioni, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale vede rimossi molti ostacoli alla sua piena agibilità e, in maniera molto lungimirante, cerca di persuadere le masse ebraiche, non solo palestinesi, che la soluzione ai loro problemi non sta né nel sionismo né nell’opposizione frontale al Libro Bianco britannico, ma sta da una parte in una Palestina indipendente, governata assieme da Arabi ed Ebrei, dall’altra nella lotta frontale al nazifascismo sul suolo europeo e in tutto il mondo.

La Carta dell’OLP, per molti anni, vedrà scritto, tra i suoi principi, quello dello Stato unitario palestinese multietnico e pluriconfessionale. Un aspetto dimenticato e anzi abiurato, in nome dello slogan dei “Due Stati per Due Popoli” che può rappresentare l’indicazione di una prospettiva temporanea e reversibile, o meglio transitoria, non certo definitiva e paradigmatica per il futuro delle masse arabe ed ebraiche di Palestina.

 

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