Breve nota su la più famosa cheerleader dell’anticomunismo sovietico: Alexander Solzhenitsyn

Breve nota su la più famosa cheerleader dell’anticomunismo sovietico: Alexander Solzhenitsyn

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros

Nell’attesa del pezzo sulla cheerleader anticomunista citata nel titolo, promessoci dal compagno Luca Baldelli, cominciamo a scaldare i motori, proponendo una breve traduzione dall’inglese di una parte di uno scritto del compagno Mario Sousa, intitolato “Bugie sulla storia dell’Unione Sovietica

Alexander Solzhenitsyn

Un’altra persona che è sempre associata a libri e articoli sui presunti milioni di persone che hanno perso la loro vita o la libertà in Unione Sovietica, è l’autore russo Alexander Solzhenitsyn. Solzhenitsyn è diventato famoso in tutto il mondo capitalista verso la fine del 1960 con il suo libro, Arcipelago Gulag.

Egli stesso era stato condannato nel 1946 a 8 anni di campo di lavoro per attività controrivoluzionaria esplicata attraverso la distribuzione di propaganda antisovietica. Secondo Solzhenitsyn  la lotta contro la  Germania durante la Seconda Guerra Mondiale si sarebbe potuto evitare se il governo sovietico avesse raggiunto un compromesso con Hitler. Solzhenitsyn ha anche accusato il governo sovietico e Stalin di essere ancora peggio
di Hitler, secondo lui, a giudicare dagli effetti terribili della guerra sul popolo dell’Unione Sovietica. Solzhenitsyn non ha mai nascosto le sue simpatie naziste. Fu condannato come traditore.

Solzhenitsyn ha cominciato nel 1962 a pubblicare libri in Unione Sovietica con il consenso e l’aiuto di Nikita Krusciov. Il primo libro che ha pubblicato è stato “Un giorno nella vita di Ivan Denisovic“, che riguardavala vita di un prigioniero. Krusciov ha utilizzato i testi di Solzhenitsyn per combattere l’eredità socialista di Stalin. Nel 1970 Solzhenitsyn
ha vinto il premio Nobel per la letteratura con il suo libro Arcipelago Gulag. In seguito i suoi libri hanno cominciato ad essere pubblicati in grandi tirature nei paesi capitalisti; il loro autore divennne uno dei più preziosi strumenti dell’imperialismo nella lotta contro il socialismo dell’Unione Sovietica. I suoi testi sui campi di lavoro si aggiunsero alla propaganda sui milioni di persone che sarebbero morti in Unione Sovietica e
furono presentati presentati dai mass media capitalisti come se fossero veri. Nel 1974 Solzhenitsyn rinunciava alla cittadinanza sovietica ed emigrava prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti. A quel tempo era considerato dalla stampa capitalista come il più grande combattente per la libertà e la democrazia. Le sue simpatie naziste furono sepolte
in modo da non interferire con la guerra della propaganda contro il socialismo.

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Negli Stati Uniti, Solzhenitsyn era spesso invitato a parlare in importanti importanti. Fu, per esempio, il relatore principale al congresso dell’Unione AFL-CIO nel 1975 e il 15 luglio 1975 fu invitato a tenere una conferenza sulla situazione mondiale al Senato degli Stati Uniti! Le sue lezioni attenevano a una violenta agitazione provocatoria, sostenendo e propagandando le posizioni più reazionarie. Tra le altre cose  faceva propaganda per una nuova aggressione al Vietnam dopo la vittoria sugli Stati Uniti. E ancora: dopo 40 anni di fascismo in Portogallo, quando gli ufficiali di sinistra ufficiali esercito presero il potere nella rivoluzione popolare del 1974 , Solzhenitsyn cominciò un’azione di  propaganda  per un intervento militare degli Stati Uniti in Portogallo che, secondo lui, si sarebbe unito al
Patto di Varsavia se gli Stati Uniti non fossero intervenuti! Nelle sue lezioni, Solzhenitsyn si lamentava sempre della liberazione delle colonie africane del Portogallo, ma è chiaro che lo spunto principale dei discorsi di Solzhenitsyn era sempre la guerra sporca contro il socialismo, spaziando  dalla presunta esecuzione di diversi milioni di persone in Unione Sovietica alle decine di migliaia di americani presumibilmente imprigionati e ridotti in schiavitù, secondo Solzhenitsyn, nel Vietnam del Nord! Questa idea di Solzhenitsyn di americani utilizzati come schiavi nel Vietnam del Nord ha dato origine ai film di Rambo sulla guerra del Vietnam. I giornalisti americani che osavano scrivere in favore della pace tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica venivano accusati da Solzenicyn nei suoi discorsi, di essere potenziali traditori. Solzhenitsyn faceva anche propaganda a favore di un incremento  del potenziale militare USA contro l’Unione Sovietica, che  sosteneva
essere più forte degli USA nei carri armati e aeroplani, con rapporto da cinque a sette volte, a sfavore  degli USA’ così come nelle armi atomiche che egli “in breve” asseriva che la dotazione sovietica fosse da “due, tre o perfino cinque” volte più potente di quella USA. Le lezioni di Solzhenitsyn sull’Unione Sovietica rappresentavano la voce dell’estrema destra, ma egli andò ancora  più a destra nel suo sostegno pubblico del fascismo.

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Il sostegno al fascismo di Franco

Dopo la morte di Franco nel 1975, il regime fascista spagnolo cominciò a perdere il controllo della situazione politica e all’inizio del 1976, una serie di  eventi in Spagna catturarono l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Ci furono scioperi e
dimostrazioni per chiedere democrazia e libertà e l’erede di Franco, il re Juan Carlos fu costretto ad introdurre con estrema cautela qualche liberalizzazione per calmare lo scontro sociale.

In quel  momento, proprio quello  più importante nella storia politica spagnola, Alexander Solzhenitsyn comparve a Madrid e concesse un’intervista nella notte di sabato 20 marzo 1976 al programma “Directisimo” che raggiunse il picco di audience (vedi i giornali spagnoli, ABC e Ya del 21 marzo 1976). Solzhenitsyn, che era a conoscenza in anticipo delle domande, colse l’occasione per sciorinare tutto il suo repertorio di dichiarazioni reazionarie. La sua intenzione non era sostenere le cosidette misure di liberalizzazione del re. Al contrario Solzhenitsyn mise in guardia contro la riforma democratica. Nella sua intervista televisiva dichiarò che 110 milioni di russi erano morti come vittime del Socialismo e paragonò la “schiavitù cui era stato sottoposto il popolo sovietico alla
libertà che si gode in Spagna“. Solzhenitsyn  accusò anche i “circoli progressisti” di “utopismo”  pensare che la Spagna fosse una dittatura. Con “progressisti” intendeva chiunque si schierasse nell’opposizione democratica, fosse liberale, socialdemocratico o comunista.

Lo scorso autunno,”  dichiarò Solzhenitsyn, “l’opinione pubbblica mondiale era  preoccupata per la sorte dei terroristi spagnoli [cioè gli antifascisti spagnoli condannati a morte dal regime di Franco]. Per tutto il tempo l’opinione pubblica progressista richiedeva una riforma politica democratica, sostenendo gli atti di terrorismo“. “Coloro che cercano una rapida riforma democratica, si rendono conto che cosa accadrà domani o dopodomani? Domani in Spagna ci può essere la democrazia, ma dopodomani le Nazioni Unite saranno in grado di evitare che dalla democrazia che si cada nel totalitarismo?“.

Alle prudenti domande dei giornalisti se siffatte affermazioni non fossero un sostegno ai regimi di paesi dove non vi era alcuna libertà, Solzhenitsyn rispose: “Conosco solo un paese dove non c’è libertà ed è la Russia!” Le dichiarazioni di Solzhenitsyn alla televisione spagnola furono un chiaro appoggio al fascismo spagnolo, un’ideologia che quel giorno egli sostenne. Questo fu uno dei motivi per cui Solzhenitsyn da quel momento cominciò a scomparire alla vista del pubblico nei suoi 18 anni di esilio negli Stati Uniti e una delle ragioni per cominciò a ricevere sempre meno sostegno da parte dei governi capitalisti. Per i capitalisti fu un dono del cielo in qunato poterono utilizzare un uomo come Solzhenitsyn nella loro guerra sporca contro il socialismo, ma tutto ha un limite. Nella nuova Russia capitalista, ciò che determina il sostegno dell’occidente ai vari raggruppamenti  politici, è puramente e semplicemente la possibilità di fare buoni affari con alti profitti sotto l’ala di questi raggruppamenti. Il fascismo come regime politico alternativo in Russia, non è considerata cosa buona per gli affari. Per questo motivo, i progetti politici di Solzhenitsyn per la Russia sono come  lettera morta per ottenere il sostegno occidentale. Ciò che Solzhenitsyn auspica nel futuro politico della Russia è un ritorno al regime autoritario degli zar mano nella mano con la  tradizionale Chiesa Ortodossa Russa! Anche il più arrogante degli imperialisti non è interessato a sostenere una stupidaggine politica di questa portata. Per trovare qualcuno che, in occidente, sostenga Solzhenitsyn, si  deve cercare tra i somari di estrema destra (1).

(1) NDT: Non è del tutto esatto, senza cercare molto, tra il sinistrume italiota, sopratutto quello liberlaveganlgbtetc, se ne trovano moltissimi; però va detto, tutti rigorosamente antifascisti (che sostengono un fascista).

Il rimorso di un dissidente: Aleksandr Zinoviev su Stalin e la dissoluzione dell’URSS

DA LEGGERE E DIFFONDERE SOPRATTUTTO PRESSO I “SINISTRATI” O IL SINISTRUME ANTICOMUNISTA

In Defense of Communism Aleksandr Zinoviev (1922-2006) fu un filosofo, sociologo, matematico e scrittore russo. E’ un caso straordinario di dissidente sovietico che si scusò per il suo antiso…

Sorgente: Il rimorso di un dissidente: Aleksandr Zinoviev su Stalin e la dissoluzione dell’URSS

Iran e Turchia hanno raggiunto un accordo circa le condizione di pace per la Siria.

Iran e Turchia hanno raggiunto un accordo circa le condizione di pace per la Siria.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Gareth Porter

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

[Nota del traduttore: Un altro capolavoro della diplomazia russa: Iran e Turchia hanno stretto un primo accordo preliminare per una proposta comune per la pace in Siria.

Naturalmente questo fulmine a ciel sereno, nel tormentato quadro del Medio Oriente, non ha goduto di nessuna copertura mediatica., meglio dire menzogne e ciarlare di idiozie.

Collegate questo primo accordo, con la mossa curda di attaccare le forze governative in Siria e l’accordo russo-iraniano per la base di Hamadan e comincerete a capire che in pentola sta bollendo qualcosa di grosso.

I colloqui avranno un seguito proprio questa settimana a Teheran, vediamo cosa escogiteranno gli anglosionisti per sabotare questa svolta quasi epocale.]

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Il ministro turco degli Esteri Mevlut Cavusoglu con il suo omologo iraniano Mohammad Javad Zarif ad Ankara il 12 agosto 2016

Da “Information Clearing House” 19 agosto 2016 – Con una stupefacente sorpresa diplomatica , la Turchia e l’Iran hanno annunciato di aver raggiunto un accordo preliminare su dei principi fondamentali per una composizione del conflitto siriano.

La brusca svolta nella diplomazia attinente la guerra in Siria è stata resa pubblica dal Primo Ministro turco Binali Yildirim, nel corso del suo abituale discorso settimanale al partito governativo AKP, davanti al Parlamento e confermato da un alto funzionario del ministero degli Esteri iraniano martedì scorso.

il discorso di Yildrim e la conferma iraniana sono state riportate martedì da Al-Araby Al-Jadeed e da Al-Hayat, quotidiani in lingua araba pubblicati a Londra, ma lo sviluppo potenzialmente cruciale ha goduto di una scarsissima copertura mediatica da parte dei media occidentali.

L’approccio comune alla composizione della questione siriana delineato dalla Turchia e dall’Iran rappresenta quello che appare essere la prima significativa interruzione diplomatic, nel conflitto internazionale siriano che perdurando da un lustro, pareva immune fono ad ora da ogni reale negoziato di pace. Le conferenze internazionali, tenutesi sotto gli auspici delle Nazioni Unite, non hanno mai fatto fare reali passi in avanti verso un accordo.

I nuovi negoziati fra Iran e Turchia sono il risultato del più grande spostamento politico del governo del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan verso una cooperazione diplomatica con la Russia e l’Iran sulla Siria e un distacco dall’allineamento con gli USA e i suoi alleati del Golfo, Arabia saudita e Qatar. La Turchia stava coordinando l’assistenza militare all’opposizione armata al governo di Assad, comprendente i jihadisti e altri estremisti, insieme all’Arabia Saudita e al Qatar fin dai primordi del conflitto. Comunque Erdogan già a maggio stava cercando una linea politica alternativa che fosse in sintonia con i principali interessi strategici della Turchia in Siria: si tratta del contenimento della minaccia della richiesta dei curdi di uno stato separato.

L’annunciata larga intesa su principi di massima per por fine alla crisi siriana è solo l’inizio di un percorso di negoziati sui dettagli della composizione, come chiarisce il viceministro iraniano degli esteri, Hossein Jaberi Ansari; secondo Al Hayat, Ansari ha detto: “Questo accordo su linee generali contribuisce a creare un ambiente favorevole per la risoluzione della crisi siriana“.

E’ anche possibile che la Turchia abbia in mente di usare la minaccia di allinearsi alle posizioni russe ed iraniane sulla questione siriana, per forzare gli USA a ridurre il loro appoggio alle forze curde nel Nord della Siria, che rappresenta la questione principale che divide le politiche turche da quelle USA nella gestione del conflitto.

Tuttavia Yildrem ha già puntualizzato il mese scorso, prima del fallito colpo di stato e del lancio della nuova offensiva da parte del Fronte di Al Nusra/Al-Qaeda dentro e fuori Aleppo, l’intenzione turco di rivedere la politica verso la Siria per evitare che le forze curde possano istituire un loro mini stato in Siria.

Yildrim ha detto nel suo discorso martedì che la soluzione della crisi siriana richiederebbe “due condizioni di base: la prima dovrebbe preservare l’unità territoriale della Siria e la seconda stabilire un sistema di governo in cui tutte le etnie e le religioni fossero rappresentate“. All’interno del contesto della questione dell’unità territoriale, Yildrim ha sollevato lo spettro di una spinta internazionale alla divisione della Siria. Yildrim ha affermato, sottolineando la netta contrarietà di parte turca: “Qualcuno potrebbe venire a dire: ‘Darò l’ovest della Siria a uno e il sud ad un altro e il nord ai Curdi’. Questo non è possibile.”

Il riferimento del primo ministro turco alla minaccia della spartizione in generale e dell’attribuzione ereditaria ai curdi di larga parte della Siria settentrionale, è chiaramente rivolto all’alleanza miliare de facto dell’amministrazione di Obama cone la milizia dell’YPG del Partito dell’Unione Democratica Curda (PYD) nella guerra contro il Daesh. Questa politica ha incoraggiato i curdi ad estendere il loro controllo territoriale verso ovest lungo il confine curdo. La Turchia è specialmente irritata del fatto che le milizie dell’YPG si siano già spostate ad ovest dell’Eufrate, che rappresenta la “linea rossa” pubblicamente annunciata dalla Turchia e che non intendano fermarsi. La Turchia ha chiesto agli USA di mantenere la promessa del ritiro dei curdi a est dell’Eufrate, ma l’YPG ha comunicato l’intenzione di collegare Manbij, la città ad ovest dell’Eufrate che è stata appena tolta al Daesh, con Afrin e quindi guadagnare il controllo della città di confine di Al-Bab per riunire due zone a controllo curdo prima separate.

La Turchia teme il consolidamento del potere curdo su una larga fetta del confine turco che rinforzerà la pretesa di ottenere uno stato curdo in Turchia da parte del militante Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Yildrim ha dichiarato: “Uno stato curdo nel medio Oriente non porterà alcuna soluzione”.

In merito alla seconda condizione per una possibile soluzione, Yildrim ha detto che c’è “la possibilità di istituire una forma di governo in Siria dove tutte le etnie e le comunità religiose possano essere rappresentate…”. Egli ha continuato: “Dopo che si sia fatto questo, non ci sarà più alcun ostacolo per trovare una soluzione”.

Al-Hayat ha citato Ansari dicendo che un terzo punto è stato discusso, su cui però non è stato raggiunto l’accordo: “il popolo siriano deciderà il proprio destino“. Questo è stato in apparenza un riferimento codificato al destino del presidente siriano Bashar al-Assad, La Turchia ha pubblicamente insistito nel passato che Assad deve fare un passo indietro prima che un accordo possa essere raggiunto. Il linguaggio di Yildrim circa il secondo punto e la chiarificazione di Ansari suggeriscono che la Turchia stia facendo balenare davanti a Russia e a Iran la possibilità che Assad possa rimanere al governo se la Turchia fosse soddisfatta con una serie di riforme assicuranti la paritaria rappresentanza politica di tutte le comunità etniche e religiose della Siria. A dispetto delle speculazioni degli “esperti” che l’Iran non permetterebbe che in Siria fossero create delle enclave sotto tutela estera, Teheran ha risposto con un accoglimento incondizionato della richiesta turca.

I punti che sono stati annunciati, indicano che che la Turchia insisterà davanti alla Russia e all’Iran affinché usino il loro peso in Siria per premere per il ritiro dei curdi dalle loro conquiste territoriali nel nord ovest. La Turchia dal canto suo dovrebbe arrestare ogni sostegno all’opposizione armata, a partire dai suoi gruppi favoriti come  Ahrar al Sham e  quel gruppo politico militare strettamente alleato, recentemente rinominato in Jabhat Fateh al-Sham, che quando era affiliato con Al-Qaeda era chiamato Jabhat al-Nusra.

La Russia ha giocato un ruolo strumentale in questo nuovo approccio diplomatico con la Turchia. L’8 agosto, proprio prima che Erdogan incontrasse il presidente Putin a San Pietroburgo, Mikhail Bogdanov, vice ministro degli Esteri con la delega per il Medio Oriente e l’Africa, si incontrava con il viceministro turco degli Esteri Ahmet Yiliz per quattro ore, secondo quanto detto dall’iraniano Ansari ad  Al-Hayat.

Dopo l’incontro, Bogdanov si incontrava con il ministro iraniano degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, sul tema dei colloqui russo-turchi circa la questione siriana. Questo conduceva alla cruciale visita di Zarif ad Ankara di venerdì, dove il ministro incontrava anche Erdogan, definita da Ansari come necessaria alla formulazione dell’ossatura dell’accordo concertato con la Turchia. I due paesi cercheranno di mantenere al massimo grado il clima diplomatico raggiunto per siglare un accordo nella prossima settimana, quando Yildiz dalla Turchia si recherà a Teheran per proseguire i negoziati, secondo Al-Hayat. benchè sia ancora parziale e in fieri, il quadro appare offrire molta più speranza alla pace di tutta la precedente collaborazione fra la Russia e l’amministrazione Obama che non presentava alcuna consistente strategia.

Gareth Porter, storico e giornalista investigativo, specializzato nelle politiche della sicurezza nazionale USA, ha ricevuto il britannico “Gellhorn Prize for journalism” nel 2011 per articoli concernenti  la guerra degli USA in Afghanistan. Il suo ultimo libro è Manufactured Crisis: the Untold Story of the Iran Nuclear Scare. Può essere contattato a  porter.gareth50@gmail.com

 

 

La transumanza dei ratti

La transumanza dei ratti

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Guido Fontana Ros

Mentre sui media e sui social media imperversa un fuoco di sbarramento di bugie e cretinate, vedi “burkini” da un lato e “bambino di Aleppo” dall’altro ( qui una decostruzione della, tutto sommato rozza ma efficace operazione di Psy Ops  o di COINTELPRO che dir si voglia, data la pandemia di cretinismo nella nostra epoca), testate come la Repubblica e il Fatto Quotidiano esaltano la “vittoria” dei curdi del YPG legati ai filoamericani del PYD nella città di Manbij. Francamente non se può più di questi video e foto di peshmerga curdi, per lo più donne, con tanto di Bella Ciao di sottofondo e pastasciuttata antifascista in agguato da un lato e di rave party da centro sociale per la “straordinaria esperienza” similanarchica del Rojava dall’altro.

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La verità è che il PYD curdo, sostenuto militarmente dagli USA, vuole staccare le province del Nord est della Siria dal paese a scapito del legittimo governo di Damasco e della consistente popolazione araba.

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Non c’è stata nessuna vittoria dell’YPG curdo a Manbij. C’è stato un accordo fra i due burattini USA ai fini di conservare il più possibile integre le forze che combattono il legittimo governo siriano, i curdi “democratici” e l’ISIS. Male che vada con la derattizzazione della Siria, questa verrà smembrata quantomeno nella sue province nordorientali. Alla fine il Piano Yinon è salvo.

In pratica all’ISIS è stato garantito un lasciapassare con cui sono riusciti a far uscire dalla città i loro miliziani che si sono fatti scudo dei loro familiari.

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La riprova della verità di quello che scriviamo è che subito dopo la “liberazione” della città siriana, sono scoppiati furiosi combattimenti ad Hasakah nell’est siriano fra l’Asayish, la polizia curda, presto sostenuta dall’YPG, contro la Forza di Difesa Nazionale, araba, leale a Damasco. Sono dovuti intervenire reparti dell’esercito siriano e ci sono state incursioni dell’aviazione siriana.

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Tutto questo mentre il governo siriano sta combattendo una durissima battaglia per la riconquista totale della città di Aleppo.

Che combinazione!

I ratti in ciabatte e strafatti di captagon stanno per essere sterminati e l’ONU comincia a cianciare di tregua umanitaria, i media ci inondano di immagini strappalacrime e inventano inesistenti stragi da parte dei russi e i “valorosi” curdi si accordano con l’ISIS e attaccano le forze governative siriane.

Breve nota sul dispiegamento dei bombardieri strategici russi in Iran

Breve nota sul dispiegamento dei bombardieri strategici russi in Iran

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Guido Fontana Ros

La mossa russa di chiedere il permesso all’Iran per l’uso della base aerea di Hamadan e il rapidissimo assenso dell’IRAN, segnano l’evento più importante della settimana.
Non a caso il chiacchericcio costante dei media corporativi cerca di spostare l’attenzione sulla ridicola questione dei “burkini” in spiaggia sì, “burkini” in spiaggia no, indifferenti al fatto che in Italia la parola “burkini” si presta a salaci accostanti a un termine gergale indicante una pratica erotica.

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In realtà la scelta russa e il relativo consenso iraniano hanno toccato qualche nervo scoperto se il Corriere della Sera o come un nostro compagno lo chiama, Corriere del Califfato è uscito con un articolo in cui definiva quasi servile la posizione dell’Iran nei confronti della Russia. Proprio nell’anniversario del colpo di stato del 1951, con cui gli USA con l’aiuto britannico e israeliano rovesciavano il legittimo governo di Mossadeq, il Corriere delle serva dando un calcio alle buonissime relazioni che legano l’Italia all’Iran, pubblicava un’intervista al figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlevi. Il titolo dell’articolo, francamente emetico, recita: <<Il figlio dell’ultimo Scià: Iran regime che dipende da Mosca>>. Naturalmente la dura replica iraniana non si è fatta attendere, ad esempio qui la risposta

http://parstoday.com/it/news/iran-i36169-gravissimo_insulto_del_corriere_della_sera_all’iran_la_risposta_di_pars_today_italian

Da un punto della strategia globale che segna il confronto tra l’asse anglosionista e l’asse che ormai si sta chiaramente delineando dallo SCO di Shangai con Russia e Cina sempre più legate sul piano economico e su quello militare, vi è il deciso passo dell’Iran verso una vera e propria alleanza con le 2 superpotenze eurasiatiche. Il segnale mandato agli USA, soprattutto al probabile presidente USA, la sanguinaria Hitlery Clinton, se vivrà abbastanza a lungo da essere eletta, è fortissimo e inequivocabile. D’altro canto la Russia reagisce al proliferare di basi anglosioniste lungo i suoi confini, ponendo 3 basi che probabilmente dureranno a lungo, 2 in Siria, una navale a Tartous e una aerea  a Hmeimim, e una aerea a Hamadan. A questo schieramento in Medio Oriente fa eco la strategia cinese che velocemente sta trasformando il mar Cinese Meridionale in una no man land per la marina a stelle e strisce costruendo una fitta rete di basi areonavali che impedirà, in caso di crisi il passaggio delle navi usa verso il sudest asiatico; se gli USA vorranno rifornire le loro basi nel sudest asiatico o la loro base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano dovranno passare dall’Australia.

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Tu-22 M3 sulla pista di Hamadan, Iran

Accanto alle ragioni strategico/geopolitiche vi sono una serie di ragioni militari tattiche. Le ragioni militari sono legate a 2 variabili: distanza e tempo. L’eccessiva distanza rendeva necessario un rifornimento in volo, causava un grosso consumo di carburante, un maggiore stress alle macchine e agli equipaggi e un carico bellico ridotto. Il troppo tempo impiegato faceva sì che i satelliti spia USA potessero trasmettere i dati di volo agli elaboratori a terra che così potevano tracciare la rotta e prevedere con ragionevole precisione l’obiettivo della missione, informazione che veniva comunicata dagli USA ai loro ratti drogati prediletti. Ora Hamadan si trova a 900 km dagli obiettivi in Siria e ai Tu-22 M3, qualora volessero pigliarsela comoda, occorre meno di un’ora ad arrivare sui loro obiettivi con il quadruplo di carico di bombe… Qualche stratega da divano ha detto che i russi  potevano usare la base di Hmeimim. A parte il fatto che dire ai russi cosa devono fare in campo militare equivale a dare ad un gatto lezioni di come arrampicarsi, la base vicina a Latakia è già congestionata e non ha piste adatte sia come fondo che come lunghezza ad aerei come i Tu-22 M3 (la base iraniana di Hamadan ha piste lunghe 3 km e ha il vantaggio i trovarsi in un territorio la cui configurazione orgrafica rende problematico l’uso di missili da crociera per attaccarla).

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Su questa pagina di Veteran Today diversi articoli (in inglese) sulla questione:
http://www.veteranstoday.com/2016/08/17/accusation-russias-new-base-in-iran-to-beat-us-satellite-intel-used-to-protect-isis/

Qui articoli in italiano:
https://aurorasito.wordpress.com/2016/08/18/siria-iran-e-tu-22m3/

https://aurorasito.wordpress.com/2016/08/17/i-backfire-russi-in-iran-lanciano-un-avvertimento/

 

 

 

Residenti di 11 paesi paragonano la vita di prima del crollo dell’URSS con l’attuale.

Residenti di 11 paesi paragonano la vita di prima del crollo dell’URSS con l’attuale.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros

Secondo un sondaggio di Sputnik Polls, i residenti intervistati di 9 su 11 paesi ex sovietici intervistati e di età superiore ai 35 credono che la vita in URSS fosse migliore di quello dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

MOSCA (Sputnik) – Circa il 64% degli intervistati in Russia che hanno vissuto in epoca sovietica crede che la qualità della vita in Unione Sovietica fosse migliore. Circa il 60% degli intervistati in Ucraina è d’accordo con questa affermazione. L’indagine ha mostrato che i più alti tassi di accordo con questa affermazione si trovano tra gli intervistati dellArmenia (71%) e dell’Azerbaijan (69%). Gli intervistati che non possono ricorda com’era vivere in USS, quelli di età 18-24, ritengono che la vita sia migliorata dopo il crollo. Circa il 63% dei giovani in Russia la pensa così. I dati si basano su un sondaggio condotto da Russsian Public Opinion Research Center (VCIOM), M-Vector, Ipsos, Expert Fikri e Qafqaz in 11 paesi della ex Unione Sovietica, su richiesta dell’agenzia di stampa e radio, Sputnik.

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Le persone di oltre 35 anni ritengono che la vita in URSS fosse migliore, rispetto al periodo post-crollo, quasi in ogni paese: il 71% contro il 23% in Armenia, il 69% contro il 29% in Azerbaijan, il 64% contro il 28% in Russia, il 60 % contro il 32% in Moldova, il 61% contro il 27% in Kazakistan, il 60% contro il 23% in Ucraina, il 60% contro il 30% in Kirghizistan, il 53% contro il 28% in Bielorussia e il 51% contro il 46% in Georgia. Solo gli intervistati del Tagikistan (39% contro 55%) e dell’Uzbekistan (4% contro il 91%) di età superiore ai 35 ritengono che la vita sia migliorata dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Gli intervistati (sotto i 25 anni) che sono nati dopo o poco prima del crollo dell’Unione Sovietica, ritengono che la vita sia migliore adesso: il 48% contro il 47% in Armenia, il 48% contro il 37% in Kirghizistan, il 56% contro il 35% in Kazakistan, il 57 % contro il 34% in Bielorussia, il 79% contro il 20% in Georgia, il 39% contro il 18% in Ucraina, il 63% contro il 25% in Russia, il 68% contro il 14% in Azerbaijan, l’84% contro il 13% in Tagikistan e l’89% contro 5% in Uzbekistan. Ed è solo in Moldavia che il 69% dei giovani crede che la vita fosse migliore in Unione Sovietica che dopo il crollato (17%).

L’indagine è stata condotta da VCIOM in Russia, da M-Vector in Kirghizistan e Tagikistan, nonché da Ipsos, eda Expert Fikri e Qafqaz in altri paesi dell’ex Unione Sovietica, dal 4 luglio al 15 agosto 2016. Un totale di 12.645 persone hanno preso parte al sondaggio. L’indagine ha coinvolto 1.000 intervistati ciascuno in Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Moldova, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, 1.045 intervistati in Uzbekistan, 2000 in Ucraina e 1.600 in Russia. I campioni utilizzati rappresentano la popolazione del rispettivo Paese per sesso, età e posizione. L’errore massimo di campionamento non supera 3,1%, con un livello di confidenza del 95%.

Il Progetto Sputnik Polls

Il progetto internazionale sull’opinione pubblica è stato creato nel gennaio del 2015, in partnership con alcune principali società di ricerca come Populus, IFOP, e Forsa. Il progetto organizza indagini regolari negli Stati Uniti e in Europa sulle questioni sociali e politiche più sensibili.

L’esistenza della NATO non può essere giustificata

L’esistenza della NATO non può essere giustificata

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di YURIY RUBTSOV

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

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La propaganda proveniente da ovest sta facendo del suo meglio per convincere il mondo che, data la crescita della «minaccia esistenziale» posta dalla Russia (per usare le parole del presidente del Joint Chiefs of Staff, il generale Joseph Dunford), solo la solidarietà europea – atlantica è in grado di garantire la stabilità del mondo. E i leader politici e militari dell’alleanza sono ostinatamente aggrappati all’affermare il suo carattere puramente difensivo. Il segretario generale Jens Stoltenberg ha ribadito questo concetto ancora una volta nel corso di una recente intervista del 30 giugno: «La NATO è un’organizzazione di difesa collettiva e ha la responsabilità di garantire la nostra prontezza a difendere tutti gli alleati … [Noi] prenderemo nuove decisioni per rafforzare la nostra difesa e deterrenza». Il segretario generale ha anche dichiarato: «Tutte le nostre misure sono difensive, proporzionate e in linea con i nostri impegni internazionali», ma che «un aumento dell’attività militare della Russia, frequenti e grandi esercitazioni vicino ai confini orientali della NATO e la retorica aggressiva della Russia ci stanno destabilizzando>> .

Tutto questo ci riporta alla mente una recente dichiarazione su questo stesso argomento da parte del ministro tedesco della Difesa, Ursula von der Leyen: la NATO, lei sostiene, è «solo un’alleanza difensiva».

Tuttavia i funzionari della NATO, nonostante la loro evidente malafede  o per scarsa comprensione della storia, non dovrebbero puntare le loro speranze sull’ignoranza e sull’amnesia del mondo. Molte nazioni (e non solo in Europa) sanno tutto dell’ «amore per la pace» dell’Alleanza del Nord Atlantico, alcuni ne ricavano la conoscenza dallo studio della la storia, altri da esperienze in prima persona. E’ facile capire perché il portavoce del ministero della Difesa russo ha immediatamente reagito alla dichiarazione del capo dell’apparato militare tedesco: «Per quanto riguarda l’affermazione della natura difensiva delle azioni dell’alleanza, varrebbe la pena di dare un altro sguardo alle drammatiche conseguenze delle operazioni della NATO in Jugoslavia [nel 1999] e in Libia [nel 2011]. Il ministro tedesco della Difesa, Ursula von der Leyen, potrebbe spiegare al mondo intero,  esattamente chi l’alleanza difendeva così disinteressatamente e con tale generoso uso di munizioni?»

Ai tempi in cui vivevamo in un mondo decisamente bipolare, l’Organizzazione del Trattato di Varsavia (OMC) che era un deterrente che avrebbe potuto resistere alla NATO, se n’andata in punta di piedi. Ma dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia, la NATO ha iniziato la sua trasformazione in una forza che ha assunto l’autorità di decidere quasi da sola, quali fossero le nazioni da punire per la loro incapacità di vivere secondo gli  «standard occidentali di democrazia>> e questo  lento, processo furtivo è stato accompagnato da una copiosa retorica politica, dalla demagogia, e a titolo definitivo dalla doppiezza.

La Carta di Parigi per una nuova Europa, adottata dalla CSCE nel novembre 1990, sembrava segnare la fine ufficiale di un’epoca di scontro e divisione. «La sicurezza è indivisibile», la Carta proclamava, «e la sicurezza di ogni Stato partecipante è indissolubilmente legata a quella di tutti gli altri. Ci impegniamo pertanto a cooperare per rafforzare la fiducia e la sicurezza fra di noi ». Questa retorica ispirazione si riflette nella Dichiarazione di Roma del Consiglio Nord Atlantico del 7-8  novembre 1991, che afferma che «il mondo è cambiato radicalmente» e che la sicurezza nella regione euro-atlantica è notevolmente migliorata rispetto ai precedenti quattro decenni. Coloro che parteciparono a  quella sessione, ammisero che «la sfida che dovremo affrontare in questa nuova Europa non può essere esaurientemente guidata da una sola istituzione … Di conseguenza, stiamo lavorando verso una nuova architettura di sicurezza europea in cui la NATO, la CSCE, la Comunità europea, l’UEO e il Consiglio d’Europa si completino a vicenda».

Naturalmente il Patto di Varsavia non è stata incluso tra quelle organizzazioni, dal momento che l’alleanza militare dei paesi ex socialisti era stata sciolta il 31 marzo 1991. Ma i suoi ex stati membri non erano andati da nessuna parte e gli sforzi per «distruggerli dal di dentro»  iniziarono abbastanza innocentemente con il loro invito nel Consiglio di Cooperazione del Nord Atlantico (NACC), che fu istituito nel dicembre dello stesso anno. In un primo momento il consiglio incorporò i paesi della NATO, nonché altri nove Stati  dell’Europa orientale e centrale (CEE) . Poi marzo 1992 tutte le nazioni della CSI aderirono al NACC  e la Georgia e l’Albania furono aggiunte nel mese di giugno. I leader occidentali, mentre si crogiolavano nella loro vittoria della Guerra Fredda, con «delicatezza» fecero una domanda ovvia: se il Patto di Varsavia era stato sciolto, perché c’era ancora bisogno di mantenere l’alleanza del Nord Atlantico?

I leader della NATO proclamarono che il NACC aveva lo scopo di porre le basi per la futura sicurezza dell’Europa. Per fare questo, l’alleanza si propose di fornire assistenza pratica ai paesi ex socialisti, al fine di aiutarli a risolvere le sfide del loro «periodo di transizione». Il compito dei leader dell’Alleanza fu facilitato dalle procedure di governance del NACC, che erano state approvate con largo anticipo e con un’attenta intenzione: i suoi membri erano paesi prevalentemente NATO e non vi era alcun principio del processo decisionale basato sul consenso. Oggi è chiaro che questo era il modo in cui furono poste  le basi per il processo di trasferimento di questi stati (non solo i paesi ex socialisti, ma anche ex repubbliche sovietiche) verso gli standard politici e militari occidentali.

Il passo più importante in questa direzione fu l’iniziativa della NATO di insediare i paesi NACC in un nuovo programma di cooperazione e partenariato per la pace (PfP), che era stato elaborato negli Stati Uniti e le cui cheerleaders attive includevano Zbigniew Brzezinski ed Henry Kissinger. I suoi obiettivi ufficiali includevano  «facilitare la trasparenza nella pianificazione della difesa nazionale e processi di finanziamento» e «mantenere la capacità e la disponibilità a contribuire alle operazioni sotto l’autorità delle Nazioni Unite e/o la responsabilità dell’OSCE», ecc. Ma in realtà, il programma svolgeva un ruolo centrale nel movimento del blocco verso il confine con la Russia.

I paesi dell’Europa orientale (che poi diventarono i primi a ingrossare i ranghi della NATO) attivamente aiutarono i sostenitori della espansione verso est dell’Alleanza convertendo il PfP dalla sua posizione di alternativa ad una espansione della NATO in una «sala d’attesa» per i suoi futuri membri. Già nell’ottobre 1991, i ministri degli esteri di Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia espressero il desiderio dei loro paesi di prendere parte al lavoro del blocco. Questa iniziativa trovò sostegno nel dicembre 1991 in una sessione NACC cui parteciparono 16 paesi della NATO e nove stati della CEE. Il lancio del programma PfP significava una transizione nel dirigere contatti militari bilaterali con l’alleanza.

Questo indica chiaramente che i leader occidentali avevano sfacciatamente mentito quando promisero di non espandere la NATO avendo definito il nuovo stato della Russia come loro «partner». Anche se la finestra di dialogo politico ha lasciato un po’ di spazio alla Russia, questo non significa in alcun modo una rinuncia alla conservazione della struttura militare dell’Alleanza o della sua avanzata verso est.

Il primo e più importante passo verso l’espansione territoriale della NATO è stata la decisione di ammettere la Germania appena unita nei suoi ranghi. Gli anni successivi videro tre ondate di espansione, a seguito delle quali nove paesi della CEE  entrarono nell’alleanza, così come le tre repubbliche baltiche ex sovietiche. Un’altra dozzina di Stati sono membri del “Membership Action Plan, Intensified Dialogue, and Individual Partnership Action Plan”, tra cui la Georgia e l’Ucraina. La nuova versione del 2010 del Concetto strategico della NATO ha direttamente affermato il suo impegno per l’espansione del blocco, il modo migliore per raggiungere «il nostro obiettivo di un’Europa unita e libera, e la condivisione di valori comuni».

Dato questo contesto, Chuck Hagel, che allora era a capo del Pentagono, stava chiaramente gettando il guanto di sfida quando affermava che l’alleanza «deve fare i conti con una Russia revisionista, con il suo esercito moderno e capace, a portata di mano della NATO».

I fondatori dell’alleanza hanno tracciato un percorso che include  solo l’espansione numerica dei suoi membri. Anche nel Concetto strategico del 1991 era radicata l’idea di espansione della missione Nato oltre i confini della propria competenza precedentemente definita, che secondo il Trattato di Washington comprendeva i territori degli Stati membri e la zona settentrionale a nord del Tropico del Cancro, al parallelo di latitudine di 23° 26′ a nord dell’equatore. Questa espansione della missione ha anche reso necessario un nuovo concetto di difesa, perché ora l’obiettivo era quello di difendere non solo i territori degli alleati, ma anche i loro interessi. Il suddetto  Concetto strategico del 2010 includeva l’osservazione che «l’alleanza  è influenzata e può influenzare gli sviluppi politici e della sicurezza oltre i suoi confini», che dimostra in sostanza che l’Alleanza stava tentando di rivendicare un dominio globale. In realtà, tale documento  riflette solamente la prassi ormai consolidata di utilizzare le forze dell’Alleanza per intervenire in eventi in regioni molto lontane da quello che una volta era la sua giurisdizione dichiarata come in Jugoslavia, Libia,  Afghanistan e ora in Ucraina.

Esaminando tutta la  della storia dei quasi 70 anni dell’Alleanza, si ha la prova che il suo obiettivo primario, come ammise il suo primo segretario generale, il britannico Lord Lionel Ismay, fosse: «Tenere i russi fuori, gli americani dentro  e i tedeschi sottomessi». Questo obiettivo è rimasto fondamentalmente invariato, nonostante il sarcasmo insito in questo assioma. Solo che l’Unione Sovietica è stata sostituita ora dalla Russia.

Il presidente della Federazione Russa ha fatto notare ancora una volta nel suo  discorso del 30 giugno ad una conferenza degli ambasciatori in Russia e dei rappresentanti di organizzazioni internazionali: «La presa di posizione anti-russa della NATO oggi è oggettivamente evidente. L’alleanza non sta solo esaminando il comportamento della Russia, nel tentativo di dimostrare la propria legittimità e la logica della sua esistenza, sta accumulando materiali bellici, per confrontarsi con noi ».

In questo contesto, anche un’altra dichiarazione resa dal capo di stato russo nel corso della sessione plenaria del San Petersburg International Economic Forum sembra di fondamentale importanza. Commentando l’assistenza attiva prestata al regime di Kiev dagli Stati Uniti e la NATO, Vladimir Putin ha dichiarato: «A mio parere questo è stato fatto, tra le altre cose, per giustificare l’esistenza del blocco Nord Atlantico. Hanno bisogno di un avversario esterno, un nemico esterno, altrimenti perché  in primo luogo è necessaria questa organizzazione? C’è qualche  Patto di Varsavia, c’è forse l’Unione Sovietica  contro di loro?».

Il presidente della Federazione Russa ha avvertito che se continuiamo a seguire il percorso di questa logica, infiammando le tensioni e raddoppiando i nostri sforzi per spaventare l’un l’altro, alla fine ci troveremo di fronte a una Guerra Fredda, ma ha affermato: «La nostra logica è completamente diversa. Essa si concentra sulla cooperazione e la ricerca di compromessi ».

Chi ha orecchi, ascolti.