REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Pepe Escobar

Traduzione di Guido Fontana Ros

FONTE 1

FONTE 2

FONTE 3

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ll mar della Cina del sudest continuerà ad essere la principale polveriera geopolitica di questo inizio di XXI secolo, di gran lunga avanti al Medio Oriente o alle frontiere occidentali della Russia. Non è solo in gioco il futuro dell’Asia ma anche quello dell’equilibrio dei rapporti est-ovest.

Per avere una visuale d’insieme, dobbiamo fare riferimento agli scritti del presidente dell’Accademia navale degli USA del 1890, Alfred Mahan, al fondamentale testo “L’influenza del potere marittimo nella storia. 1660-1783”. La tesi centrale di quest’opera è che gli USA devono dispiegare una presenza mondiale alla ricerca di nuovi mercati e proteggere questi nuovi assi commerciali per mezzo di una rete di basi navali.

Si tratta dell’embrione dell’attuale Impero americano che ha conosciuto il suo debutto nei fatti successivi alla guerra ispano-americana di oltre un secolo fa, momento in cui gli USA diventarono la potenza regionale dell’Oceano Pacifico, essendosi annessi le Filippine, le Hawaii e l’isola di Guam.

Il colonialismo occidentale, americano ed europeo, è senza alcun equivoco il vero responsabile del clima esplosivo che caratterizza la battaglia per la sovranità che si sta svolgendo nel mar della Cina del Sud. E’ proprio l’occidente ad essere responsabile della maggior parte dei tracciati delle frontiere terrestri e marittime di tutti questi stati. La lista è impressionante. Le Filippine sono state separate dall’Indonesia dalla Spagna e dal Portogallo nel 1529. la separazione tra Malesia ed Indonesia è dovuta all’intervento britannico e a quello olandese nel 1842. La frontiera tra la Cina e il Vietnam è stata imposta ai cinesi dalla Francia nel 1887. Le frontiere delle Filippine sono state ridisegnate dagli USA e dalla Spagna nel 1898. La frontiera tra Filippine e Malesia è stata ritracciata dagli USA e dal Regno Unito nel 1930.

Si tratta di frontiere tra diversi possedimenti coloniali, fatto che implica dei problemi insolubili fin dall’inizio, ereditati da queste nazioni nell’era post coloniale. E dire che tutto era iniziato come una configurazione morbida… I migliori studi antropologici sul soggetto, come quelli di Bill Solheim per esempio, chiamano con il nome di Nusantao, parola composta di origine austronesiana, le isole del sud e le popolazioni seminomadi che viaggiavano e commerciavano da tempi immemorabile per tutto il mar della Cina del sud. I Nusantao non costituivano un gruppo etnico a parte, ma piuttosto una rete di popolazioni marinare nomadi. Attraverso i secoli essi hanno sviluppato parecchi nodi commerciali, che si estendevano dalle coste del centro del Vietnam a Hong Kong, transitando per il delta del Mekong. Non erano collegati ad alcun stato e la nozione di frontiere non esisteva. Non è che alla fine del XIX secolo che il sistema westfaliano ha fissato il mar della Cina del sud in un giogo inamovibile. Questo ci conduce alla ragione per cui la Cina è così sensibile alla questione delle frontiere: perché è direttamente legata al secolo delle umiliazioni, vale a dire l’epoca dove la corruzione interna del sistema cinese e la sua debolezza avevano permesso ai barbari occidentali di impossessarsi di territori appartenenti alla Cina.

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Tensioni all’interno della linea in nove tratti

L’eminente geografo cinese Bai Meichu era un fervente nazionalista cinese che aveva ridisegnato la sua versione di quella che era chiamata “la carta dell’umiliazione cinese”. Nel 1936 egli pubblicò una carta che includeva una linea a forma di U, che inglobava tutto il mar della Cina del sud fino al Banco James, un banco di sabbia sottomarino situato a 1.500 km a sud delle coste cinesi e a solo 100 km dalle coste del Borneo. Numerose carte marittime cinese trassero ispirazione dalle carte del signor Bai. La maggior parte includeva le isole Spratly nelle rivendicazioni cinesi ma escludevano il Banco James.

Il fatto più importante è che il signor bai è l’inventore della linea in nove tratti, centrale nella retorica del governo cinese anche prima che fosse comunista e che è utilizzata come base giuridica per le rivendicazioni storiche della Cina sulle isole del mar della Cina del sud.

Tutti fu sospeso quando il Giappone invase la Cina nel 1937. Il Giappone occupava Taiwan dal 1895. Inoltre immaginiamo gli americani, nel 1942, abbandonare le Filippine alle truppe giapponesi. Questo significava che praticamente tutto il litorale del mar meridionale della Cina era per la prima volta nella storia sotto il controllo di un unico impero. Il mar Cinese meridionale era diventato un lago giapponese.

Questo stato di cose non dovette durare a lungo, infatti ebbe termine nel 1945. i giapponesi avevano anche occupato l’isola Woody nell’arcipelago delle Paracels e Itu Aba (oggi isola Taiping) nell’arcipelago delle Spratly. Alla fine della II Guerra Mondiale, dopo il bombardamento atomico del Giappone, i filippini ottenevano l’indipendenza nel 1946 e l’arcipelago delle Spratly fu dichiarato subito territorio filippino.

Nel 1947 i cinesi accelerarono le loro manovre per recuperare le isole Paracels dalla tutela coloniale francese. Simultaneamente tutte le isole del mar della Cina del sud ricevettero dalle autorità cinesi un nome cinese. Il Banco James fu retrocesso dallo status di banco di sabbia a quello di barriera corallina (in effetti questo banco di sabbia è immerso, ma Pechino lo considera sempre come il punto più a sud del territorio marittimo cinese).

Nel dicembre 1947, tutte le isole della regione furono poste sotto il controllo di Hainan (anch’essa isola del Mar Cinese Meridionale). Nuove carte marittime, basate su quelle del signor Bai, furono pubblicate, ma ormai con i nomi in cinese non solo di tutte le isole ma anche delle barriere coralline e dei banchi di sabbia. Il problema è che nessuno ha mai spiegato il significato dei nove tratti (che in origine erano undici).

Dunque nel giugno 1947, la repubblica di Cina [non ancora comunista] rivendicava ogni cosa che fosse inclusa in questa linea, dichiarandosi disponibile, in un futuro prossimo, a negoziati per frontiere marine definitive con gli stati limitrofi, ma all’epoca nessuna frontiere fu decisa, facendo nascere un’ambiguità strategica nel Mar della Cina del Sud mai risolta fino ai giorni nostri.

La Cina comunista [nel 1949] riconobbe tutte le carte e le decisioni collegate ad esse. Nonostante questo la frontiera marittima tra la Cina e il Vietnam, per esempio, non fu stabilita che nel 1999. Nel 2009 la Cina incluse la linea a U la linea in nove tratti in una presentazione alla Commissione delle nazioni Unite per i limiti delle piattaforme continentali; era la prima volta che questa linea era utilizzata ufficialmente in un negoziato internazionale.

Non c’è da stupirsi che gli altri paesi dell’Asia del sudest si siano infuriati di questo culmine della transizione da una rete marinara popolata da culture seminomadi, verso il sistema westfaliano di definizione degli stati. Stava per debuttare la guerra post moderna nel mar della Cina del sud.

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La libertà per mezzo delle cannoniere

Nel 2013 le Filippine spinte dagli USA e dal Giappone, hanno deciso di portare la questione delle Zone economiche esclusive (EEZ in inglese) nel mar Cinese meridionale davanti alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto marittimo (UNCLOS nell’acronimo anglosassone), ratificato sia dalla Cina che dalle Filippine ma non dagli USA. L’obiettivo delle Filippine, come della Cina era di giungere a che l’UNCLOS e non ipotetici diritti storici, definissero quello che è un’isola, una barriera corallina e chi abbia il diritto di rivendicarle (con le zone economiche esclusive che si collegano nei dintorni).

La stessa esistenza dell’UNCLOS  è il risultato di feroci cavilli giuridici. Tuttavia alcune importanti nazioni, tra cui il gruppo dei BRICS, che sono la Cina, l’India e il Brasile e anche in modo significativo, il Vietnam e la Malesia, hanno dato battaglia per modificare una clausola della Convenzione UNCLOS che mirava a rendere obbligatoria per ogni ogni nave militare straniera la richiesta di un permesso di navigazione per penetrare all’interno di ogni zona economica esclusiva.

E’ a questo stadio che si entra  veramente in acque torbide, anche molto agitate, partendo dalla definzione stessa di libertà di navigazione.

Per l’Impero americano, la libertà di navigazione a partire dalla costa occidentale degli USA fino all’Asia, attraverso l’oceano Pacifico, il mar della Cina del sud, lo stretto di Malacca e l’oceano Indiano, è trettamente sottoposta alla sua dottrina militare. Immaginiamo che una zona economica esclusiva sia un giorno chiusa per la navigazione della marina militare USA o che un’autorizzazione debba essere richiesta ogni volta; in questo caso, l’Impero delle basi militari perderebbe l’accesso alle… sue basi.

Aggiungiamoci l’abituale paranoia del Pentagono; cosa capitirebbe se una nazione ostile decidesse di bloccare il commercio mondiale da cui dipende l’economia USA (anche se il postulato di partenza, nonostante che la Cina prenda in considerazione questa opzione, è proprio ridicolo)? A causa di questo ridicolo postulato di partenza, il Pentagono sviluppa veramente un programma sulla libertà di navigazione. Per entrare nel dettaglio, non si tratta di altro che di un programma di diplomazia delle cannoniere rimodernizzato al XXI secolo, consistente nello spettacolo permanente delle portaerei americane che incrociano nel mar della Cina del sud. Per i dieci stati membri dell’Associazione degli Stati dell’Asia del sudest (ASEAN), il Santo Graal di questo affare, sarebbe di addivenire a un Codice di buona condotta regolante le dispute marittime tra le Filippine, il Vietnam, la Malesia, il Brunei e la Cina.


La redazione di questo codice stenta ad essere realizzata da diversi anni, principalmente perché le Filippine desiderano premere sulla Cina affinché accetti una serie di misure limitanti, ma solamente dopo che i dieci stati membri dell’ASEAN avranno tutti trovato l’accordo preliminare su queste misure.


La strategia di Pecchino si situa all’opposto di questo modo di negoziare, infatti Pechino cerca di moltiplicare i negoziati bilaterali con gli stati dell’ASEAN [invece di negoziare con un gruppo di stati d’accordo tra di loro], nei quali può far valere tutto il suo peso di fronte a nazioni di taglia più modesta. E’ andata così, grazie al sostegno della Cambogia, ben evidente questa settimana, quando quest’ultima è riuscita ad impedire la condanna della Cina in un’importante diatriba con il Laos nella questione del mar della Cina del sud; la Cina e l’ASEAN hanno scelto di trattenere le loro ambizioni.

Ammirate Hillary fare l’Ercolino sempre in piedi

Nel 2011 il ministero americano degli Esteri rimase impietrito dall’annuncio dell’amministrazione Obama dell’intenzione di ritirare le truppe americane dall’Irak e dall’Afghanistan; cosa sarebbe successo alle ambizioni territoriali della superpotenza? Questa inquietudine sorse alla fine del mese di novembre 2011, quando l’allora ministro degli Esteri, Hillary Clinton, inventò una nuova dottrina, oggi celebre, quella del cardine verso l’Asia.

Sei direttrici di proiezione sono state inserite in questo cardine. Quattro di queste direttrici derivano da un copia/incolla del gruppo di riflessione basato a Washington, il CSIS (Center for Strategic and International Studies), risalente al 2009: rivitalizzare le alleanze esistenti, sviluppare relazioni con le potenze emergenti, sviluppare relazioni con le entità regionali multilaterali e lavorare in concerto con i paesi dell’Asia del sudest sulle questioni economiche. Hillary Clinton ha aggiunto di sua iniziativa, due direttrici: una larga presenza militare americana in Asia e la promozione della democrazia e dei diritti dell’uomo.

E’ chiaro a tutti, non solo ai paesi del sud, che a partire dalla creazione di questa dottrina, l’artificio retorico del cardine sia veramente solo un modo di definire l’offensiva militare per contenere la Cina. Fatto ancor più grave, questa dottrina ha fatto la sua comparsa nel momento geopolitico di una disputa territoriale marittima nell’Asia del sudest coincidente con il confronto  tra un egemone, gli USA e un avversario dipari livello, la Cina, e questo ovunque, nei teatri operativi di tutto il mondo.

Quello che Hillary Clinton voleva dire veramente quando parlava di “far partecipare le potenze emergente”, era piuttosto, secondo le proprie vedute, “unirsi nella fondazione e nella animazione di un ordine mondiale e regionale basato su regole di condotta”, regole di condotta evidentemente decise dall’egemone, gli USA, vale a dire da tutto il meccanismo messo in campo dalle entità del Consenso di Washington [FMI, Banca Mondiale e dipartimento del Tesoro USA].

Non è sorprendente  che il mar della Cina del sud sia di una importanza altamente strategica, in quanto l’egemonia amricana dipende largamente dalla sua capacità di regnare sui mari (ricordiamoci degli scritti di Alfred Mahan). Questo è il centro della strategia nazionale militare USA. Il mar della Cina del sud è il punto di passaggio decisivo che collega gli oceani Pacifico e Indiano, il golfo Persico e finalmente l’Europa. Ed è là che noi scopriamo l’ultimo segreto del mar della Cina del sud. nell’ordine mondiale e regionale immaginato da Hillary Clinton e dalla sua amministrazione, la Cina deve obbedire all’egemone americano e garantire la libera circolazione della Marina militare USA nel mare della Cina del sud.

Questo è prodromo di un’inevitabile aumento di intensità del confronto lungo queste rotte marittime. La Cina, lentamente ma con sicurezza, sviluppa una pamplia di armi sofisticate, che potranno come ultima risorsa, impedire l’entrata della Marina militare USA nel mar della Cina del sud, fatto non ignorato dai falchi di Washington.

Quello che aggrava la situazione è il fatto che si tratta di due strategie antagoniste. Pechino si definisce come potenza antimperialista; questo implica che essa recupera i territori nazionali strappategli dalle potenze coloniali con l’aiuto di traditori cinesi (quegli isolotti sui quali si è recentemente pronunciata la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, non sono nient’altro che degli scogli o dei rialzi di terra emersa che emergono solo con la bassa marea).

Gli USA d’altro canto, hanno la bocca piena del loro destino manifesto e della loro eccezionalità. Così sembra che il mar della Cina del sud sia la regione dove, molto più delle frontiere occidentali della Russia, degli Stati Baltici e dell’Irak/Siria, le regole decretate dall’Impero americano sono apertamente contestate.

La posta in gioco potrebbe diventare ancora più importante il giorno in cui la marina militare USA si vedrà vietare l’ingresso nel mar della Cina del sud. Quel giorno suonerà la fine dell’egemonia dell’Impero.

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