REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

PARTE III

PARTE I

PARTE II

A questo punto è il momento di esaminare cosa è avvenuto dopo il crollo del comunismo. Intanto, una popolazione che, nel 1989, era arrivata a superare i 23.000.000 di individui, nell’arco di un ventennio ne perdette, per le emigrazioni e l’aumento della mortalità generale, provocato dal deteriorarsi della situazione economica, sociale e sanitaria, quasi 4.000.000. Fin dai caldi giorni del dicembre 1989, dopo l’esecuzione di Ceausescu, vi fu una fuga verso l’occidente da parte di individui senza più lavoro, casa, sicurezza personale garantita. Ecco un prospetto, chiaro e lampante, sul movimento della popolazione (dati per mille):

Anni

Natalità

Mortalità

 

1980

0,75

10,4

 

1981

17

10

 

1982

15,3

10

 

1983

14,3

10,4

 

1984

15,5

10,3

 

1985

15,8

10,9

 

1986

16,5

10,6

 

1987

16,7

11,1

 

1988

16,5

11

 

1989

16

10,7

 

1990

13,6

10,6

 

1991

11,9

10,9

 

1992

11,4

11,6

 

1993

11

11,6

 

1994

10,9

11,7

 

1995

10,4

12,0

 

1996

10,2

12,7

 

1997

10,5

12,4

 

1998

10,5

12

 

1999

10,4

11,8

 

2005

10,2

12,1

 

2006

10,2

12

 

2012

10

12,7

Come si vede chiaramente dalle cifre, il capitalismo ha portato in Romania una catastrofe demografica, con caduta verticale della natalità (- 50% tra il 1989 e il 1994) e incremento della mortalità. La dinamica è vieppiù evidente analizzando il dato dell’ammontare complessivo della popolazione in varie, significative annualità :

ANNI

POPOLAZIONE

1980

22201000

1985

22725000

1987

22940000

1988

23054000

1989

23152000

2000

22681000

2015

1,37

Vediamo i dati sul consumo pro – capite (in kg annui) dei “dorati anni“ del capitalismo reale:

GENERI

1990

1995

2000

2010

Pane e cereali

134,7

136,75

141,04

130,79

Carne

73,23

54,03

47,35

57,86

Pesce

5,5

2,96

2,6

6,18

Olio

12,49

8,97

12,75

14,61

Burro

1,9

0,73

0,31

0,59

Frutta

56,88

47,88

50,81

68,57

Latte

144,76

192,2

196,97

234,

GENERI

1990

1995

2000

2010

Uova ( kg ) NB un uovo pesa in media 60 g

12,33

9,8

10,52

12,5

Zucchero

24,51

24,68

24,53

20,88

Caffè

1,13

1,23

1,52

2,07

Come si può ben vedere, con il cambio di regime sono scesi, in maniera più o meno rilevante, quasi tutti gli indici di consumo dei prodotti alimentari, specie di quelli a più alto profilo nutritivo. Il consumo pro – capite del pane e dei farinacei è sceso da 131,05 kg a 130,79 kg dal 1989 al 2010; il consumo di carne bovina, quella con contenuto calorico più elevato (250 kcal per 100 g), ha fatto registrare una caduta, da 10,03 kg a testa nel 1989 a 7,45 kg nel 2010; è cresciuto, sì, il consumo di carne di pollo, ma detta carne contiene 110/120 kcal per 100 g, pertanto il bilancio nutritivo ascrivibile alla carne segna un peggioramento considerevole, rispetto all’ultimo anno di esistenza della Repubblica socialista. Il consumo pro – capite di burro si è più che dimezzato, mentre quello del latte è aumentato solo sulla carta: infatti, il patrimonio bovino è sceso, dal 1989 al 2010, da 6.300.000 esemplari a poco più di 2.000.000 e il declino è stato ancor più marcato per quanto concerne le mucche da latte, con il risultato che, se nel 1989 l’autoconsumo di latte e derivati del latte ammontava più o meno alla stessa quantità commercializzata e rilevata dalle statistiche, nel 2010 e più di recente esso si è ridotto ad una frazione del venduto ufficialmente rilevato. Pertanto, possiamo dire che i rumeni, oggi, consumano meno latte che nel periodo comunista e, soprattutto, la qualità del latte stesso è peggiorata notevolmente, in ossequio alla sete di guadagno di pochi oligopolisti che hanno strangolato l’economia agricola, imponendo prezzi irrisori agli agricoltori, a fronte di guadagni stratosferici e di…acqua a diluire il latte venduto! Stessa considerazione per la frutta, mentre lo zucchero, alimento energetico per eccellenza, sia grezzo che lavorato, ha conosciuto un calo del consumo pro – capite nella misura di quasi il 20%. Insomma, i rumeni mangiano meno e peggio, ai nostri giorni, rispetto al periodo dell’ “Epoca d’Oro“ di Ceausescu, alla faccia dei luoghi comuni ripetuti fino all’ossessione!

Esaminato il quadro dei consumi alimentari, è il caso di passare ad altri aspetti vittime della disinformazione anticomunista: la produzione e l’approvvigionamento di energia elettrica, gas, calore e benzina. Quante volte abbiamo sentito dire, a proposito degli anni ’80 del socialismo rumeno, di black out sistematici, di code chilometriche ai distributori della benzina, di notti insonni passate ogni mese per ritirare le bombole del gas. Tutti “idola fori” che, serviti in cento salse diverse, hanno finito col formare un giudizio distorto e non veritiero rispetto a quella pagina storica anche in menti “illuminate“ e certo scevre, normalmente, da pregiudizi.

Capitolo energia elettrica: la Romania socialista produsse la bellezza di 64 miliardi di kwh nel 1980, anno nel quale, per generale ammissione, non esisteva il fenomeno dei black out. Il consumo interno, sia domestico che industriale e pubblico, ammontò, a quella data, a 60 miliardi di kwh. Nel 1984, anno critico e sempre citato, col suo inverno glaciale, come esempio negativo, il Paese produsse 68 miliardi di kwh di elettricità e ne consumò, all’interno, 66. Tenuto conto dell’ammontare della popolazione, e del dimensionamento dell’apparato produttivo, il dato del 1984, in proporzione, ricalcò quello italiano: l’Italia, con quasi 60.000.000 di abitanti, consumò energia elettrica per 174 miliardi di kwh. Nell’impietoso inverno del 1984/85, non dimentichiamolo, quasi tutti i Paesi europei conobbero razionamenti dell’energia elettrica, fenomeni di black out e deficienze della rete di distribuzione dell’energia. Fatto questo perfettamente normale, viste le temperature glaciali e la conseguente, accresciuta domanda di consumo di fabbriche e utenze domestiche. In Romania, ciò fu tanto più vero, dal momento che temperature di –20/-30 gradi erano la norma, mentre nei Paesi mediterranei, pur toccati dalla morsa del freddo, non si andò mai sotto una media complessiva di –10. in quella situazione, come far marciare a pieno regime un’industria poderosa e ad alta intensità energetica come quella rumena, se non con restrizioni ai consumi privati? Ecco allora che intervenne l’autorità statale, con un rigido controllo della domanda di energia elettrica sospensioni dell’erogazione, più o meno frequenti a seconda delle varie zone del Paese, che evitarono al Paese il tracollo economico, la paralisi totale, confermando l’efficienza del sistema energetico nazionale. Molti black out furono non imposti dalle autorità, ma generati da un eccesso di consumi privati non compatibili con le esigenze complessive dell’economia: in molte case si tenevano accese due o tre stufe elettriche insieme, fatto questo che generava sovraccarichi sulle reti e interruzioni dell’erogazione dell’energia elettrica; grazie ad un attività intensa di Sindacati e organi del potere popolare, si riuscì in molti casi ad eliminare tali distorsioni, con azioni di sensibilizzazione condotte quartiere per quartiere, caseggiato per caseggiato. In alcuni bloc residenziali erano stati installati interruttori che, in caso di eccesso di consumi, si azionavano bloccando l’erogazione di energia a tutte le utenze. In questo modo, gli inquilini erano spinti di necessità a regolarsi nei consumi. Nelle fabbriche e negli uffici, la regolamentazione fu ancora più rigida: vennero prescritti limiti severi all’uso di fonti di riscaldamento pleonastiche e con alti tassi di consumo.

portile-de-fier-dunare-iron-gates-danube-romania

Bisogna rilevare che il rumeno medio era stato abituato molto bene negli anni ’60 e ’70: era assai comune vedere, in quegli anni, luci accese a tutte le ore nelle case e negli uffici, mentre i termosifoni, d’autunno, d’inverno e in primavera, erano sempre bollenti, accompagnati da stufe e stufette elettriche di ogni tipo e misura. Avere 25/26 gradi in casa era giudicato normale e scontato. Le tariffe, assai lievi, contribuivano a questi sprechi. Con l’avvento degli anni ’80, le cose cambiarono: l’austerità portò a nuove regolamentazioni, foriere di risparmi preziosi per il Paese. Il Decreto n. 240 del 1982, prescrisse una temperatura massima di riscaldamento degli ambienti domestici di 18 gradi (16 nelle industrie e 18 negli uffici), mentre i pannelli solari facevano la loro comparsa in varie zone residenziali. Nei primi anni, non vi fu grande osservanza delle regole stabilite, ma via via la sensibilità dei cittadini, affinata da campagne informative e buone prassi, si accrebbe e garantì al Paese guadagni considerevoli. Nuove tariffe differenziate intervennero a normare il consumo dell’energia elettrica: il Decreto sopra menzionato, corretto e riveduto nel 1987 e nel 1988, individuò livelli di consumo virtuosi, premiati con tariffe particolarmente leggere, e livelli superiori penalizzati con costi superiori a carico dell’utente. Non rispondono al vero dicerie e racconti circa utenze disattivate per sorpasso dei livelli di consumo normati: chi consumava di più pagava di più, dopo un avviso inoltrato dall’impresa erogante, ma non si vedeva disattivare l’utenza, a meno che non vi fossero consumi abnormi tali da pregiudicare l’approvvigionamento di energia elettrica a livello di caseggiato, quartiere, settore, città.

Ecco una tabella dei consumi regolamentati di energia elettrica, così come inquadrata dal Decreto 272 del novembre 1987, il più restrittivo tra quelli varati tra il 1982 ed il 1988:

TIPO DI APPARTAMENTO

(CONSISTENZA NUCLEO FAMILIARE)

PERIODO NOV/FEB

AREE URBANE

kwh

PERIODO NOV/FEB

AREE RURALI

kwh

PERIODO MAR/OTT

AREE URBANE

kwh

PERIODO MAR/OTT

AREE RURALI

kwh

APPARTAMENTO CON UNA CAMERA (1 – 2 PERSONE)

22

15

15

10

APPARTAMENTO CON DUE CAMERE (2 – 3 PERSONE)

30

20

20

15

APPARTAMENTO CON TRE CAMERE (3 – 4 PERSONE)

35

21

25

18

APPARTAMENTO CON QUATTRO E PIU’ CAMERE (4 – 5 PERSONE E PIU’)

42

22

30

20

Chi, utilizzando lampadine a basso consumo, o facendo attenzione a non lasciare troppe luci accese, riusciva a contenersi nei limiti ottimali normati, si vedeva tariffare ogni Kwh consumato a 0,65 lei; ogni eccedenza di consumo rispetto a quei livelli, nei limiti del 5%, veniva tariffata nella misura di 1 leu per ogni Kwh; ogni eccedenza compresa tra il 5 ed il 10% in più, veniva tariffata 2 lei per ogni Kwh, con contestuale avviso inoltrato al consumatore; se l’avviso cadeva nel vuoto, e se si verificavano eccedenze di consumo ancora superiori, la tariffa era di 3 lei al Kwh per tutta la quota consumata, dopo avviso inoltrato al consumatore. Il problema era dato dal fatto che la gran parte delle famiglie, negli anni del boom economico, aveva comperato frigoriferi spesso assai energivori, che impedivano, di fatto, il contenimento entro consumi ragionevoli, almeno vicini a quelli normati. A tale “inconveniente“ si rimediò in vari modi: vennero introdotti sul mercato frigoriferi e congelatori economici, a basso consumo (0.8 Kwh di consumo giornaliero a pieno carico e con alte temperature interne agli alloggi); fu messo a punto il celebre “ frigorifero dell’Oltenia“, una sorta di ghiacciaia portatile e abbastanza capiente, prodotta in uno dei maggiori combinati siderurgici del Paese, anche in forma artigianale e per iniziativa personale di operai; furono utilizzati, nella fredda stagione invernale, spazi domestici che, nei fatti, erano frigoriferi naturali (balconi e altro).

Con un consumo medio di 3000 kwh pro – capite annui per tutto il corso degli anni ’80, è semplicemente folle descrivere una Nazione al buio, avvolta nelle tenebre! Vigevano certamente, lo ribadiamo, misure di austerità nei periodi invernali particolarmente rigidi, che potevano significare, a seconda delle zone, interruzione dell’erogazione nelle ore notturne, a turno nei vari quartieri, per fasce orarie e giorni differenziati, e sempre salvaguardando ospedali, scuole e centri di primaria importanza, o diminuzione delle ore di funzionamento dell’illuminazione pubblica, in certi casi erogata fino alle 22, ma ogni Distretto e Città faceva storia a sé, in base alle disposizioni adottate dalle autorità periferiche, garantendo comunque e sempre, prima di tutto, una soglia di servizi minima per tutti. Che le Città non fossero il regno delle tenebre, lo dimostrano alcune fotografie scattate nel 1983/84 dal bravo artista Radu Caulea e pubblicate, di recente, su una pagina di Facebook dedicata al quartiere Uranus, quartiere di Bucarest sottoposto a sistemazioni urbanistiche negli anni ’80 (ad esse dedicheremo uno studio a parte) e non centralissimo per importanza e livello di attenzione da parte delle autorità. In queste immagini si può vedere chiaramente come anche in questo quartiere non certo “strategico“, vi fosse, negli anni esaminati dal presente studio, un’illuminazione pubblica potente, addirittura eccessiva. E’ facile immaginare, dunque, quale fosse la situazioni in quartieri ben più “blasonati“ e in quelli di altre Città importanti del Paese. Altro che buio pesto e notti da far invidia alla fantasia di Edgar Alla Poe o di Lovercraft!

Nel 1985, sulla scorta di alcune deficienze verificatesi nel rigido inverno di cui abbiamo sopra raccontato, furono adottate misure di militarizzazione del sistema energetico nazionale, enunciate nel Decreto n. 208 e accompagnate da un cambio della guardia al vertice dei Ministeri competenti per l’erogazione di energia nel Paese. Questa “stretta”, eliminando sprechi e disfunzioni, anche legati ad aritmie e fenomeni di negligenza o aperto sabotaggio nelle centrali a carbone, permise di gestire pressoché alla perfezione le difficoltà del 1986, legate questa volta non tanto ad un inverno inclemente, quanto piuttosto ad una forte siccità che minacciò la paralisi energetica della Nazione. In quell’anno, si superò la soglia dei 70 miliardi di kwh di produzione di energia elettrica, con i consumi superiori all’offerta interna, soddisfatti grazie all’importazione di energia dai Paesi socialisti.

Le interruzioni di energia elettrica via via si ridussero nel numero, fino a scomparire del tutto; nei primi tempi si passò, nei periodi autunnali/invernali, dalla rotazione dei “black out“ all’erogazione, nelle fasce orarie “morbide“, di energia elettrica con voltaggio ridotto (180/200 Volt in luogo dei 220 abituali); dall’autunno del 1987, anche questo inconveniente scomparve.

Le grandi realizzazioni del sistema socialista vennero in aiuto al Paese, da questo punto di vista: la centrale idroelettrica delle Porte di Ferro, gigantesca opera realizzata in collaborazione con la Jugoslavia tra il 1964 ed il 1972; l’impressionante Diga di Vidraru, nella zona di Curtea de Arges, 8a in Europa e 20a nel mondo per altezza; le varie termocentrali costruite in ogni Distretto, in nome dell’autosufficienza energetica diffusa… Tutto fieno in cascina, utile al Paese nei periodi critici! Senza quelle opere, realizzate in maniera impeccabile e in tempi impensabili per la burocrazia di Paesi come il nostro, non è esagerato dire che la Romania non avrebbe retto l’urto di uno sviluppo accelerato, con tutte le sue contraddizioni. Oggi alcune di quelle magnifiche realizzazioni, frutto del genio nazionale, sono ancora in funzione, mentre altre sono state distrutte, annientate dalla speculazione e dall’affarismo, che ha ridotto un autentico patrimonio allo stato di ferro vecchio, a tutto beneficio delle multinazionali e delle aziende straniere.

Per quanto concerne la distribuzione di gas, quasi tutte le famiglie erano allacciate, nei loro alloggi, alla rete del gas, utilizzato tanto per cucinare quanto per riscaldare le stanze. Le quote normate di consumo, che in questo caso, se superate di un certo livello, prevedevano il distacco dell’utenza (diversamente dall’energia elettrica, bene primario intangibile), andavano da 600 a 1400 mc annui, a seconda della consistenza del nucleo familiare. Quote assolutamente bastevoli per le esigenze quotidiane degli utenti. Ogni metro cubo consumato nei limiti stabiliti, veniva tariffato 1 leu. Le case e gli appartamenti non raccordati alla rete del gas, utilizzavano, come avviene in innumerevoli parti d’Italia, tuttora, le bombole. In Romania, a gestire la distribuzione delle bombole del gas era la PECO (Produse Etilate Cu Cifra Octanica), la stessa ditta che si occupava delle stazioni di rifornimento per gli automobilisti, con benzina, diesel e altro. Anche qui, i social si sono sbizzarriti a ricercare foto come questa:

gas1

Quest’immagine è stata addotta come prova dei disagi ai quali dovevano sottostare i cittadini rumeni, con code per approvvigionarsi anche solo di bombole, che venivano distribuite in ragione di una per famiglia ogni mese. Anche qui, falsità e menzogna! La foto suddetta risale alle condizioni particolari di uno dei rigidi inverni degli anni ’80, quando le strade erano spesso impraticabili, per forza maggiore (tempeste di neve e gelo erano fatti normali) e gli approvvigionamenti non potevano non risentirne. Ciò detto, si noterà come ogni cittadino avesse in realtà più di una bombola a disposizione, pronta per essere ricaricata, formula questa che garantiva risparmio di materie prime preziose. In più, la distribuzione, in condizioni normali, avveniva a domicilio e non era indispensabile doversi recare al Centro di distribuzione PECO, dove invece andavano spesso gli automobilisti che, con i razionamenti e le limitazioni introdotti negli anni ’80, decidevano di installare l’impianto a gas sulle loro vetture (un buon 10 – 15 % degli automobilisti ne aveva uno).

gas2

Quest’altra foto è un ennesimo capolavoro di disinformazione: anche in questo caso, si addita al pubblico ludibrio il disagio vissuto dai rumeni per venire in possesso di bombole del gas… Peccato, però, che la fotografia risalga al 29 dicembre del 1989, quando il comunismo era già caduto, la finta rivoluzione imperversava nel Paese e Ceausescu era stato fucilato.

Bombole come oro, vendute a 1000 lei il pezzo? Altra favola! Che vi fosse chi, sfuggendo per sua volontà alle maglie del razionamento, reperiva sul mercato libero bombole per i propri usi smodati, è pacifico. Tuttavia, il 99 % dei cittadini pagava le bombole (una o più al mese per famiglia, a seconda di esigenze rigidamente disciplinate) a prezzo politico: da 35 a 41 lei a unità, a seconda che l’acquisto avvenisse nei magazzini specializzati o con consegna a domicilio.

Veniamo alla questione del riscaldamento, alla quale pur abbiamo accennato sopra. La propaganda anticomunista ci ha intristiti e ha cercato di impressionarci con storie assurde di case fredde, quasi antri di caverna, con stalattiti e stalagmiti pendenti e trionfanti da soffitti e pavimenti… Tutte balle! Che vi siano stati cittadini che, negligenti nelle manutenzioni di condutture termiche, caldaie e altro, si siano trovati con appartamenti gelidi in inverni nei quali la colonnina di mercurio finiva a -30 con facilità, è pacifico e la stessa stampa rumena degli anni ’80 citò esempi significativi, assimilabili ad altri analoghi diffusi in ogni Paese d’Europa; che tutte le case fossero gelide, è una balla colossale. Il Decreto del 1982, come abbiamo visto, prescriveva una temperatura di riscaldamento interna alle abitazioni pari a 18° (16 nelle aziende e 18 negli uffici). Poiché le normali abitazioni erano di 65/70 metri quadrati, quella temperatura, benché non elevatissima, era sufficiente per riscaldare ogni ambiente. Se poi ci aggiungiamo il fatto che il 50% delle abitazioni cittadine avevano anche stufe di ceramica a legna o a carbone, assai efficienti dal punto di vista energetico, possiamo dire che il riscaldamento era garantito anche negli inverni più rigidi, a meno di fisiologiche rotture, di normali guasti nelle condutture, ai quali, perlopiù, si rimediava con prontezza. La temperatura media registrata negli alloggi rumeni, in inverno, negli anni ’80, era di 17/18 gradi. Non è tutto: L’ICRAL, Ente che gestiva il patrimonio abitativo nazionale, eseguiva nei bloc residenziali lavori di coibentazione con mattoni refrattari e altri materiali, che accrescevano il grado di isolamento termico. Vi era poi, in uso soprattutto negli anni ’80, il celebre TERMOPAN, isolante costituito da fibra di vetro rinforzata, ottimo per insonorizzare parzialmente e per bloccare il flusso di aria fredda nelle case. Il Municipio di Bucarest, forse con eccesso di zelo, ma con sincera preoccupazione per il risparmio energetico, negli anni ’80 intraprese un’iniziativa per garantire la totale chiusura di tutti i balconi con TERMOPAN, anche se alla fine i risultati furono parziali, per l’opposizione di molti cittadini. Di tutto questo, i corifei della propaganda capitalista e borghese non fanno mai menzione, nei loro resoconti. Stesso discorso con la questione dell’acqua calda: che alcune condutture saltassero col gelo e le intemperie, era un fatto normale. Il regime comunista, su questo conveniamo, non riuscì a modificare le leggi della fisica e della chimica. Anche l’erogazione di acqua calda, strettamente legata a quella del riscaldamento, era garantita, comunque e sempre, in fasce orarie prestabilite, le più rispondenti alle necessità della popolazione, onde evitare usi dissennati e domanda eccessiva. Il Decreto n. 315 del 1988, prescriveva varie fasce orarie: senza entrare nel dettaglio, possiamo sintetizzare così: d’inverno, il programma di erogazione dell’acqua calda andava da 2 a 7 ore giornaliere, a seconda del tipo di abitazione e del periodo. In questo modo, si garantiva a tutti l’erogazione del servizio, evitando le strozzature e le aritmie riscontrabili in altre Nazioni a clima freddo, dove la disponibilità di acqua calda 24 ore su 24 è solo sulla carta, poiché l’inclemenza meteorologica e gli inconvenienti ad essa legati rendono, talvolta, problematici o impossibili gli approvvigionamenti.

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Un pensiero su “La Romania di Ceausescu oltre i luoghi comuni: viaggio politico, economico, sociale e fotografico nella vita quotidiana dei suoi cittadini nel corso degli anni’80 -III

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