Alexander Alexandrovich Kolesnikov: un dodicenne in guerra

Alexander Alexandrovich Kolesnikov: un dodicenne in guerra

REDAZIONE NOI COMUNISTI

TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS

FONTE

I ricordi di un ragazzino non comune: Alexander Alexandrovich Kolesnikov.

A proposito degli attuali socialpetalosi o delle “nostre truppe d’assalto”, come definiva un simpatico rivoluzionario partenopeo un po’ in là con gli anni, gli antagonisti come “Er pelliccia”…

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Come fu temprato l’acciaio

Come fu temprato l’acciaio

REDAZIONE NOICOMUNISTI

a cura di Guido Fontana Ros

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Nikolaj Ostrovsij

Presentiamo un classico di quello che viene chiamato realismo sovietico, si tratta di Come fu temprato l’acciaio di Nikolaj Ostrovskij, (Николай Алексеевич Островский), rivoluzionario e combattente comunista che nella guerra civile sovietica, venne ferito gravemente alla testa. Ferita a cui sopravvisse ma le cui conseguenze negli anni gli furono fatali, divenne progressivamente paralitico e cieco, per poi morire nel 1936 a Mosca.

Si tratta di un romanzo in gran parte autobiografico, dove l’autore riversa ricordi della sua infanzia, della progressiva presa di coscienza di classe, della sua formazione di rivoluzionario e di combattente per la costruzione della società socialista, descrivendo la vita del suo alter ego, Pavka Korciaghin.

Romanzo potente, epico e a tratti lirico, non privo di momenti divertenti, è quanto di più lontano dalle masturbazioni incomprensibili e malate dei cosiddetti intellettuali rivoluzionari occidentali, per lo più borghesi che giocano a fare i super rivoluzionari maledetti ed alternativi ad ogni costo.

Sconsigliato ai “compagni” socialpetalosi, consigliatissimo a tutti gli altri.

Per leggere il libro:

  1. fare clic su  Come fu temprato l’acciaio
  2. scaricarlo e salvarlo nel proprio pc
  3. si tratta di un formato epub, per cui a chi non avesse un lettore per questo tipo di formato, si consiglia di scaricare e installare, l’efficiente e leggero lettore sumatrapdf 

1971: l’anno del grande complotto spionistico contro l’URSS

1971: l’anno del grande complotto spionistico contro l’URSS

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

L’autunno del 1971 vide tingersi di giallo, quasi all’unisono, le rive del Tamigi, le amene vallate delle Fiandre, i boschi della Baviera, le contrade francesi e lo Stivale italiano… . Un giallo intenso, punteggiato di complotti, trappole e azioni diversive volti a raffigurare il KGB ed il GRU, i due servizi segreti dell’Urss, l’uno “civile”, l’altro legato agli ambienti militari, come lupi famelici volti ad azzannare, per colpa della disattenzione e della “generosità” democratica dell’Occidente, i pacifici ed innocenti popoli del “Mondo Libero”.

Tutto cominciò in Gran Bretagna, nel mese di settembre, quando fu montato uno scandalo spionistico volto a ridimensionare la sempre maggiore influenza dell’Urss nell’opinione pubblica britannica ed il crescente peso di quel Paese nell’interscambio commerciale e nei rapporti economici in generale. Ben 105 funzionari sovietici, addetti sia dell’Ambasciata che di altri uffici di rappresentanza (Intourist, Aeroflot, Narodny Bank, Tass e ditte varie), furono espulsi in base ad accuse false e tendenziose, o comunque mai dimostrate da fatti concreti. Dei 550 diplomatici e rappresentanti sovietici in Inghilterra, ne restarono, dunque, 445. Da tempo, gli ambienti reazionari, anticomunisti e bellicisti avevano espresso il desiderio di ridurre la presenza sovietica in Gran Bretagna, con le buone o con le cattive; spaventava questi ambienti la sempre maggiore simpatia riscossa dall’Urss, dalle sue iniziative di pace, dai suoi primati economici, dalle sue proposte di pacifica cooperazione, presso la società inglese, percorsa da positivi fermenti di rinnovamento ed apertura al mondo. I banchieri e gli usurocrati, i fabbricanti di cannoni e ordigni bellici, i vecchi arnesi del militarismo e del decadente imperialismo britannico, un tempo coronato dai profitti di rapina del peggior colonialismo, non potevano darsi pace per il prevalere di nuovi orientamenti anche in una parte del mondo politico, non più allineato a proclami da crociata o a maccartismi ridicoli ed anacronistici. Così, il teatrino della provocazione aprì il suo sipario sulla scena dei rapporti diplomatici fra le due Nazioni, innalzando pericolosamente il livello della tensione.

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Oleg Adol’fovic Ljalin

A dare il via alle danze fu un agente provocatore dei servizi sovietici, tale Oleg Adol’fovic Ljalin che, al soldo degli ambienti reazionari londinesi, inventò una storia di infiltrazioni ai più alti livelli, di spionaggio industriale, di inganni tessuti all’ombra del KGB: insomma, il solito Mitrokhin che prima viene agganciato, assoldato e messo al servizio delle trame anticomuniste, quindi viene dipinto come transfuga nel momento in cui inizia a recitare il finto copione scritto dai suoi burattinai. Gli strateghi della tensione ebbero buon gioco nel godere della protezione e dell’attiva partecipazione, al complotto, da parte del Primo Ministro britannico Edward Heath e del Segretario di Stato per gli Affari Esteri Sir Alec Douglas Home. Entrambi avevano un curriculum, per così dire, di tutto rispetto, nel quadro dei programmi in agenda: il primo era un fervido sostenitore della guerra contro i Vietcong in Indocina, nonché artefice delle più crudeli repressioni nell’Irlanda del Nord; il secondo, vecchio volpone della diplomazia, era stato Segretario personale del Premier Neville Chamberlain, l’ammiratore di Hitler che aveva consegnato al tiranno tedesco la Cecoslovacchia a Monaco, su un piatto d’argento. Con una simile “regia politica”, il “caso Ljalin” si sviluppò sui binari del più accanito antisovietismo.

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Il ministro Alec Douglas Home in una raffigurazione satirica

Ricattabile, in quanto dedito all’alcool e alle donne, Ljalin fu costretto a recitare una parte sapientemente studiata per conseguire due obiettivi, lucidamente individuati anche dai laburisti inglesi guidati da Harold Wilson: deviare l’attenzione dell’opinione pubblica britannica dallo stato sempre più precario dell’economia, con crisi e disoccupazione dilagante e, in secondo luogo, infliggere un vulnus al commercio estero sovietico. L’Urss, in quel periodo, aveva raggiunto la posizione di terzo partner commerciale della Gran Bretagna, con un attivo di ben 100 milioni di rubli nell’interscambio. Minare l’immagine ed il ruolo dell’Urss, significava sferrare un attacco pericoloso alla distensione. Come rispose l’Urss? Lungi dall’adottare toni isterici e bellicisti, Mosca dimostrò ancora una volta la propria volontà di pace, arginando le derive più burrascose nello scenario internazionale. Certamente, la stampa ebbe buon gioco a raffigurare la crociata britannica per quello che era: un ridicolo tentativo di rilanciare la “guerra fredda”, con un Douglas Home ironicamente ritratto, dalla “Komsomolskaja Pravda”, nei panni del regista prescelto per una nuova serie di “James Bond”.

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La quinta colonna in GB dello spionaggio sovietico…

Le “Izvestija” del 2 ottobre, invece, ospitarono un’intervista a Kim Philby, controverso agente inglese, il quale aveva offerto i suoi servizi anche al KGB per la suprema causa della pace nel mondo: il misterioso 007 mise in guardia sui piani spionistici occidentali verso l’Urss, attuati anche per mezzo di turisti di apparentemente innocue comitive in visita a Mosca, Leningrado e ad altri luoghi dello sterminato Paese dei Soviet. Che vi fossero, in Gran Bretagna, agenti e “antenne” del KGB e del GRU, ciò era pacifico, come era pacifico il fatto che, in Urss, vi fossero 007 di Sua Maestà britannica. Che agenti del KGB e del GRU fossero attivi in Gran Bretagna per carpire a tutto spiano segreti industriali e militari, non è seriamente ipotizzabile: quale convenienza poteva avere ad attuare trame spionistiche rischiosissime un Paese, come l’Urss, che nell’interscambio commerciale con la Gran Bretagna era sistematicamente in attivo, esportando valore aggiunto e non certo chincaglierie? Evidentemente, i “dividendi” dello scandalo potevano essere intascati solo e soltanto da chi aveva interesse a scavare un solco tra Londra e Mosca in nome dell’anticomunismo e dell’antisovietismo più retrivo. Il vertice del governo sovietico rispose, compattamente, in maniera ferma ma senza colpi di testa: si ricordarono all’opinione pubblica mondiale gli atti di spionaggio (reali, non fantasiosi) avvenuti ad opera dei britannici in Urss, i processi e le espulsioni legati a tali episodi. Si ribadì che l’Urss perseguiva una politica di pace e distensione mondiale e che questo indirizzo sarebbe rimasto invariato, anche dinanzi alle provocazioni orchestrate a tavolino, in modo scientifico, dai circoli dei “falchi” imperialisti.

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Temibile spia del GRU

Che vi fosse una centrale operante in tal senso, con azioni coordinate e pianificate, è provato dal fatto che la campagna contro l’Urss si estese, di lì a poco, anche in Francia, in Germania e, soprattutto, in Belgio. Qui il complotto antisovietico assunse aspetti talmente maldestri e caricaturali da suscitare, oggi, ad una disamina spassionata e distaccata dei fatti, le più squillanti risate. Nel mese di ottobre del 1971, infatti, si annunciò la “scoperta” di una rete spionistica sovietica a Bruxelles, a danno niente popò dimeno chè della sede della NATO, nel sobborgo di Evere. A dirigere quest’ennesima “orchestra rossa” sarebbe stato l’addetto commerciale Anatolij K. Cebotarev, nel frattempo misteriosamente sparito dopo aver “svelato” tutto alle autorità britanniche. Il KGB ed il GRU avrebbero controllato, senza soluzione di continuità, le comunicazioni telefoniche della NATO da ben 15 mesi, 24 ore su 24 (!!!). Praticamente, il principale organo e dispositivo militare del mondo occidentale se la sarebbe fatta fare sotto al proprio naso dai servizi sovietici, in una maniera tale da far impallidire anche il più sprovveduto pivello di strada. Se, per paradosso, dessimo per vere queste deliranti premesse, allora ci sarebbe da meravigliarsi, ancora oggi, di come l’Armata Rossa non avesse approfittato, in quel tempo, per balzare in un lampo su tutto il mondo occidentale, invaderlo e annetterselo! Evidentemente, il senso del ridicolo non era particolarmente sviluppato, in quel 1971, negli ambienti antisovietici, a corto di storie credibili per condire la loro sete di crociata. Anche il Belgio vide il suo contorno di cacce alle streghe, sensazionalismi giornalistici, fughe indotte di funzionari sovietici, dipinte come il classico fuggi – fuggi di spie, quando invece alla base c’era solo l’ovvio desiderio di mettersi al sicuro nel Paese natale, al riparo da minacce e isterie. Cebotarev, passato nel campo occidentale con una fuga rocambolesca, chiaramente costruita con tanto di sceneggiatura, fu un fiume in piena quanto a rivelazioni e “soffiate”, ma… anche qui, alle volute del fumo, libratesi come arabeschi nell’aria stantia delle cucine antisovietiche, non corrispose l’arrosto dei fatti! Anzi, i fatti furono legnate nei denti degli strateghi dell’indecente polverone, a mo’ di boomerang: si scoprì, in poco tempo, che i sovietici avevano potuto intercettare le conversazioni telefoniche dei funzionari e dei militari della NATO in quanto il cavo telefonico della sede dell’Alleanza atlantica passava… sotto al vicino palazzo della “Scaldia – Volga”, società sovietico – belga impegnata nella fabbricazione e nel commercio di autovetture. Insomma, gli spioni della NATO, attentissimi fino alla maniacalità e alla paranoia, avevano fatto passare il cavo telefonico del loro quartier generale… sotto al naso dei sovietici! Fu facile, persino ovvio dimostrare che il palazzo, inaugurato nel 1970, era stato edificato dopo, molto dopo che la sede NATO, con relative utenze, era entrato in funzione e che, pertanto, se nessuno aveva mosso allora obiezioni sull’ubicazione della società sovietico – belga, farlo ora acquistava il sapore della beffa più ridicola. Fu facile dimostrare che, con una prossimità così estrema dei gangli del cablaggio, le interferenze erano frequenti e, quindi, anche involontariamente, poteva capitare che il personale sovietico in forza alla “Scaldia – Volga” ascoltasse, con sua somma sorpresa, le comunicazioni che intercorrevano tra la NATO e il mondo esterno. Nessuno spiegò piuttosto all’opinione pubblica per quale motivo la NATO non avesse approntato, data quella vicinanza “sensibile”, misure di protezione e di isolamento degne di questo nome. Nessuno, tanto meno, poté dimostrare l’esistenza dei fantascientifici strumenti di intercettazione che, si asseriva, fossero nella disponibilità dei perfidi sovietici.

Il colpo di scena, però, ci fu nel dicembre del ’71, circa due mesi dopo lo scoppio del finto scandalo: l’ineffabile Anatolij K. Cebotarev si sottrasse alla vigilanza occhiuta e pressante dei suoi “arruolatori – carcerieri” e… tornò in Urss, a dimostrazione di quanto le sue “confessioni” e “rivelazioni” fossero state ottenute con l’inganno, la prepotenza e pilotate verso l’obiettivo del sabotaggio dei rapporti sempre più fecondi tra Urss e Belgio. Nessuno parlò di rapimento mascherato da defezione, o ne parlò per brevissimo tempo in maniera non convinta né convincente, ma si può ipotizzare oggi, decantate le acque burrascose di allora, anche questo scenario, sul quale magari l’Urss (è solo un’ipotesi) decise di soprassedere per non rovinare l’assetto delle relazioni bilaterali con il piccolo ma nevralgico Paese europeo. L’esistenza stessa della “Scaldia – Volga“ era un obiettivo centrale per la propaganda e l’azione eversiva dello spionaggio occidentale, quello inglese in primis: tale impresa, infatti, sempre più fiorente, minacciava di erodere quote di mercato rilevanti alle case automobilistiche occidentali non solo in Belgio, ma in tutta l’area del BENELUX, mettendo a disposizione degli acquirenti modelli eleganti, funzionali ed economici (si arriverà, nel 1984, a 435 punti vendita e assistenza in tutta l’Europa centrale ). Nel 1970, il dinamico e capace funzionario Boris Savic, in forza alla “Scaldia – Volga”, era stato espulso dal Paese con accuse gonfiate ad arte. Al tempo stesso, il vespaio rafforzava il ricatto verso il governo belga da parte della NATO, che da tempo aveva alzato il prezzo della sua presenza a Bruxelles.

Il ciclone anticomunista non si fermò al Centro – Europa, ma dilagò nel Mediterraneo con qualche mese di ritardo: nella primavera del 1972, infatti, i servizi segreti italiani (SID), controllati dal piduista e filofascista Vito Miceli, deputato del MSI per tre legislature, montarono il caso della “scoperta” di una rete spionistica del KGB in Italia, chiedendo al governo in carica, guidato da Giulio Andreotti, di procedere all’espulsione di un gran numero di diplomatici, funzionari, addetti sovietici. Una bomba che avrebbe irrimediabilmente compromesso, anche in questo caso, i sempre migliori rapporti tra Urss e Italia, dal punto di vista diplomatico, commerciale, economico, culturale. A disinnescare l’ “ordigno” furono (dobbiamo riconoscerlo!) la saggezza e l’equilibrio del Primo Ministro, novello Richelieu, il quale mise subito la mordacchia ai cori latranti dei circoli anticomunisti e stoppò le loro spericolate iniziative: vi fu non un’ espulsione in massa di cittadini sovietici, ma, al contrario, una valutazione prudente e ponderata del caso, con al termine addirittura un rafforzamento dei legami tra Italia e Urss. Qualche buon anno dopo, davanti alla Commissione Mitrokhin, Andreotti ricorderà quei giorni con la consueta lucidità e capacità analitica: “Certo, non furono espulsi, perché la proposta non fu accolta, anche perché la motivazione era di un ridicolo assoluto: si diceva che alcuni di questi funzionari (…) si incontravano con dei deputati comunisti. Volevo vedere che non lo facessero, ma non è che per questo gli si potevano imputare atti di spionaggio. Erano atti di cortesia.”.

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Giulio Andreotti con il ministro degli Esteri sovietico Andrei Gromyko

Tutto ciò, si badi bene, avveniva mentre l’Italia vedeva le più serie scorribande di CIA, MOSSAD e MI 6 contro la propria indipendenza, sovranità e, in particolare, contro la prospettiva di un’ascesa al governo da parte dei comunisti e contro la politica estera filo – araba inaugurata, in modo particolare, da Aldo Moro, accompagnata da apprezzabili aperture ed accordi con un’Urss in pieno sviluppo. Insomma, in quel 1971/72, gli spettri della “guerra fredda” erano ben vivi e tentarono, a più riprese, di sabotare i rapporti tra occidente e mondo sovietico. Le risposte da parte dell’Urss, in modo particolare da parte del Ministro degli Esteri Gromyko, furono sempre, come abbiamo visto, improntate alla cautela (forse eccessiva) e al buon senso (a volte degno di miglior causa). Era ancora lontano a venire il traditore Gorbaciov, con la sua cerchia di liquidatori del socialismo, legati mani e piedi alla reazione internazionale, agli ambienti mondialisti e massonici. Scalato il massimo livello del potere sovietico, con l’avvio della “perestrojka”, davanti a quei circoli si sarebbe spalancata la strada verso l’obiettivo agognato da decenni: la fine del socialismo reale e di ogni contrappeso all’imperialismo, senza più la necessità di intrighi diplomatici e scandali confezionati ad arte. Il resto, è storia dei nostri giorni, con una Russia, quella di Putin, non certo socialista, ma rinata comunque a nuova vita sullo scacchiere mondiale, nel suo ruolo di rivale geopolitico del sempre più decadente unipolarismo americano, particolarmente aggressivo ed arrogante sotto la gestione dei neocon padrini di Bush jr. e dei “ liberal “ mentori di Obama.

FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

La Stampa”, numeri del 25/09/1971, del 27/09 /1971, del 30/09/1971, del 2/10/1971, del 17/10 /1971, del 18/10/1971, del 19/10/1971, del 6/11/1971, consultabili in: “http://www.archiviolastampa.it “

Dichiarazioni di Giulio Andreotti rispetto ai fatti del 1972 in Italia:

http://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/83584.pdf

Notizie sulla “Scaldia – Volga”:

https://ru.wikipedia.org/wiki/Scaldia-Volga_S.A.

Per un panorama delle provocazioni antisovietiche e anticomuniste, anche a livello spionistico, vedi:

Victor Marchetti – John D. Marks: “Cia. Culto e mistica del servizio segreto” (Garzanti, 1975).

William Blum: “Il libro nero degli Stati Uniti” ( Fazi Editore, 2003 ).

IL VIAGGIO DI PJATAKOV. CAPITOLO QUARTO

Presentiamo la IV parte dell’ottimo lavoro dei compagni di “mondorosso” che continua a smantellare la scintillante ed elaborata cattedrale di bugie costruita da Trotsky contro il regime sovietico e in particolare contro la realtà dei Processi di Mosca. In questa parte viene approfondito il ruolo di Pjatakov e di Karl Radek nella cospirazione contro il potere sovietico.

La grande menzogna di Trotskij   Da che parte politica stavano Pjatakov e Radek, a partire dalla seconda metà del 1931 fino al settembre del 1936 e al momento del loro arresto: con Stalin o co…

Sorgente: IL VIAGGIO DI PJATAKOV. CAPITOLO QUARTO

Chernobyl: sabotaggio imperialista?

Chernobyl: sabotaggio imperialista?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

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L’impianto di Chernobyl subito dopo l’esplosione

La data del 26 aprile 1986 è entrata nella storia, e ci rimarrà per sempre, per il tragico incidente di Chernobyl: la “Чернобыльская авария” o “Чорнобильська катастрофа”, nell’accezione ucraina ancora più incisiva e forte, è da più di 30 anni, e lo sarà ancora per molti anni a venire, il simbolo dei rischi connessi al nucleare e al suo sviluppo. La versione ufficiale ci ha informati, e continua a ripeterci, che in quel giorno, alle ore 1:23, presso la centrale nucleare situata a 3 km da Pryp’jat e a 18 km da Chernobyl, avvenne il fatale incidente: il personale, in maniera inopinata ed irresponsabile, in violazione di numerosi protocolli e allo scopo di eseguire un test per saggiare la sicurezza complessiva dell’impianto, avrebbe aumentato repentinamente la temperatura nel nocciolo del reattore numero 4. La scissione dell’acqua in idrogeno ed ossigeno, determinata da quella dinamica, avrebbe provocato la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore, con esplosione, scoperchiamento dello stesso e conseguente, vasto incendio della grafite, minerale presente, negli impianti nucleari, in barre per assorbire le radiazioni. Una nuvola di materiale radioattivo, sprigionandosi, avrebbe esteso la sua mortifera ombra su un’area sterminata. Fin qui, la versione ufficiale, illuminante e certamente degna di fede rispetto alla descrizione oggettiva di alcuni passaggi, ma assolutamente lacunosa e omertosa sul quadro generale esistente in quella maledetta notte dell’aprile ’86.

Versione che diventa addirittura grottesca e paradossale quando pretende di accreditare presunte carenze strutturali della centrale nucleare esistente, costruita invece secondo i più rigorosi criteri allora esistenti, a livello edile ed ingegneristico. Che poi il nucleare sia intrinsecamente pericoloso, vulnerabile e rischioso, questa è una considerazione, almeno per chi scrive, assolutamente condivisibile, ma che vale a Chernobyl come a Fukushima e in ogni altra parte del mondo. La verità ufficiale, diffusa con al potere il revisionista Gorbaciov, legato alle centrali imperialiste e ai circoli mondialisti, è tutto fuorché oro colato da custodire nei crogioli della ricerca storica: è – con ogni evidenza – una verità di comodo, come dimostrano diversi fatti. Vediamoli uno per uno.

L’insigne fisico nucleare Nikolaj Kravchuk, supportato da altri eminenti calibri della scienza russa ed ucraina, tra i quali I.A. Kravets e V.A. Vyshinsky, ha presentato, nel 2011, uno studio sull’incidente occorso alla centrale nucleare ucraina, dal titolo di per sé eloquente: “L’enigma del disastro di Chernobyl”. Frutto di ricerche condotte con coraggio, abnegazione e autentica sete di verità, tale studio ha sollevato polemiche e provocato la levata di scudi del mondo accademico, chiuso nel suo conformismo, quando non nella complicità verso la disinformazione pilotata dal potere che lo sostiene, lo foraggia, ne avalla o ne impone le tesi ufficiali. Per il suo testo decisamente al di là di ogni verità di comodo, Kravchuk ha subito un ostracismo che nemmeno al più immorale e abietto dei delinquenti sarebbe toccato in sorte: dileggiato, emarginato, minacciato, è stato infine espulso (lui, studioso tra i migliori presenti sul campo!) dall’Istituto di Fisica Teorica “Bogoljubov” dell’Accademia Nazionale delle Scienza dell’Ucraina, quello stesso Istituto che ha visto, nei decenni, operare con profitto e risultati apprezzati a livello mondiale calibri quali lo scienziato eponimo, ovvero Nikolaj Nikolaevich Bogoljubov, Aleksandr Sergeevich Davydov, Aleksej Grigor’evic Sitenko. Il torto di Nikolaj Kravchuk qual è stato? Uno solo, ma imperdonabile: quello di aver evidenziato, con rigore analitico e inappuntabile metodo scientifico, i talloni d’Achille della tesi ufficiale sull’incidente di Chernobyl, diffusa subito dalla cupola gorbacioviana affinché il mondo pensasse a negligenze, arretratezze strutturali della base materiale industriale e scientifica dell’Urss, debolezze inesistenti, anziché ad altro, in primis a complotti orchestrati e condotti per minare l’Urss in quanto unica potenza capace di competere con il mondo capitalista e superarlo per produttività, concorrenzialità, capacità di costruire una società migliore, a misura d’uomo. In primis, Kravchuk dimostra, con dovizia di dati, come l’azione di sollecitazione sul reattore n. 4 sia stata reiterata nel tempo, a partire dal 1° aprile 1986 fino al 23 dello stesso mese, e non esercitata solo la notte del tragico incidente, nel quadro del famoso “test di sicurezza”, come ha preteso e pretende il “dogma” ufficiale. Tutto ciò in nome di un obiettivo, lucido e scientemente perseguito, volto a sabotare la centrale. Kravchuk non usa troppo la parola “complotto”, o meglio non ne fa abuso, ma quando scrive che, a Chernobyl, nell’aprile del 1986, sono state poste in essere “azioni ben pianificate e pre – implementate”, egli intende rendere pienamente intellegibile una situazione nella quale tutto ha avuto posto, fuorché la casualità.

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L’enorme cappa protettiva realizzata sopra il luogo del disastro

In particolare, il reattore n. 4 era stato stipato di materiali radioattivi con un contenuto fino a 1500 MegaCurie (il “Curie” è l’unità di misura della radioattività, adottata a partire dal Congresso Internazionale di Radiologia di Bruxelles del 1910). In alcune cellule del reattore, poi, era presente del Plutonio – 239, combustibile utilizzato nei sottomarini nucleari e potente fattore di innalzamento della temperatura complessiva. Tutto questo, non poteva essere né casuale né incidentale: dobbiamo pensare vi fosse, altresì, la deliberata volontà di mandare in tilt l’impianto, di provocare un incidente, a meno di non postulare la follia, l’insania di qualcuno come il movente unico e solo del fatto, dopodiché non si spiegherebbero, però, le coperture, gli insabbiamenti, i depistaggi sistematicamente attuati dal vertice del potere, in Urss come a livello mondiale. Vi sono però altri tasselli che, messi insieme, vanno a comporre un mosaico inquietante: la notte del 26 aprile, qualificati specialisti in forza alla centrale, a partire da A. Chernyshev, non furono autorizzati a prestare servizio e altri presenti fecero di tutto, disperatamente, per fare in modo che Anatolij Stepanovich Djatlov, ingegnere capo, quadro direttivo della centrale, stoppasse l’assurdo test di sicurezza, nel quale, lo ribadiamo, la maggior parte dei sistemi di protezione erano stati disattivati per… saggiare il livello di sicurezza dell’impianto (!!!). Come se, per testare la sicurezza di un’automobile, la si spingesse a 200 all’ora lungo una discesa, con i passeggeri privi di cinture di sicurezza e le portiere spalancate. Vi era stata, da parte di molti quadri tecnici, una sollevazione generale contro le criminali sollecitazioni, ripetute nel tempo, del reattore n. 4? Djatlov era lo strumento di una volontà superiore alla quale non aveva voluto o saputo opporsi? Di certo, si sa che almeno due tecnici, Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov, furono minacciati di licenziamento per essersi opposti al disinserimento dei meccanismi di sicurezza, misura questa non solo folle, ma anche proibita dai protocolli disciplinanti il funzionamento della centrale. Sono ancora molti i lati oscuri della vicenda, ma, di certo, in quella primavera solo apparentemente dolce e rigenerante di 31 anni fa, a Chernobyl tutto era stato predisposto per la creazione di una “bomba” devastante, pronta ad esplodere senza freni, e l’esito fu, in tal senso, coronato da successo. Non è tutto, però: altri tre elementi aggiungono alla disamina dei fatti un corredo di precedenti e di circostanze da brivido. Già nel 1982 (ci si concentri su questa data, come vedremo in seguito, strategica!) il reattore n. 1 della centrale in questione, sempre a causa di “manovre errate”, aveva subito la distruzione dell’elemento centrale e si era evitata la catastrofe solo grazie alla prontezza e alla perizia del personale.

Qualche anno dopo la tragedia, poi, vicino al teatro dell’esplosione furono ritrovate tracce di TNT e di esplosivo al plastico: ne parlò il giornale russo “Trud” in un articolo pubblicato nel numero 74 del 1995, subito circondato dal chiasso assordante dell’omertà, della congiura del silenzio, come sempre avviene quando la verità viene sbattuta in faccia a chi pensa che il Re sia nudo. A Chernobyl vi fu anche un’esplosione di natura terroristica? Una “doppia bomba”, con effetto combinato di ordigno ed esplosione indotta del reattore?

Nessuno, su questo, ha fornito risposte efficaci e convincenti. Come nessuno le ha anche solo adombrate rispetto a quanto sostenuto dagli studiosi Je. Sobotovich e S. Chebanenko, i quali hanno riferito di aver trovato, nella zona della centrale nucleare, un gran numero di tracce di uranio altamente arricchito, ricollegando questo al “carico segreto” con il quale era stato riempito il reattore n. 4 esploso. Chi poteva avere interesse a generare un disastro? E com’è possibile pensare che una parte dei tecnici presenti a Chernobyl accettasse di suicidarsi, anche in nome di piani eversivi condivisi? Andiamo per ordine. Come abbiamo già accennato, l’interesse a sabotare l’economia dell’Urss, il suo possente apparato infrastrutturale tecnico – scientifico, era ben vivo e anzi prioritario nelle strategie dell’imperialismo, specie dopo l’ascesa al potere, negli Usa, di Ronald Reagan, sostenuto dalle più agguerrite lobbies anticomuniste. Abbiamo prima parlato del 1982, anno nel quale il reattore n. 1 della centrale di Chernobyl subì un danno derivato da azioni “improvvide” del personale in servizio. Ebbene, in quello stesso anno la CIA di William Casey dava inizio al suo piano aggiornato di destabilizzazione dell’Urss e dei Paesi socialisti, mediante sabotaggi e attentati, piano approvato e “vidimato” da Reagan nel mese di gennaio, in coincidenza temporale con fatti come il rapimento Dozier in Italia, pilotato dai servizi Usa, e il massiccio finanziamento del sindacato anticomunista polacco “Solidarnosc” ad opera delle centrali imperialiste. Il via alle “danze” terroristiche ed eversive lo dà l’esplosione di un gasdotto in Siberia, generata dall’impiego di un software difettoso, esportato deliberatamente dagli Usa in Urss per produrre danni irreversibili. Il fuoco ed il fumo che si sprigionarono dalla deflagrazione, furono ripresi dai satelliti ed allarmarono un gran numero di persone, convinte che fosse avvenuta una catastrofe nucleare. Tutto ciò è stato raccontato, fin nei più minimi dettagli, da Thomas C. Reed, ex membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America, nel suo libro dal titolo “At the Abyss: An Insider’s History of The Cold War” (“Nell’abisso: una storia della guerra fredda scritta da uno all’interno”), mai tradotto in Italia, Paese dove certe sudditanze dure a morire arrivano, spesso, al tragicomico epilogo dell’eccesso di zelo censorio, anche dopo che il “burattinaio” ha mostrato i fili. Alla luce di quanto narrato e documentato da Reed, come escludere che anche a Chernobyl, nel 1982 e nel 1986, possa essere avvenuto qualcosa di simile? E qui già sento aleggiare le obiezioni, già prima fugacemente menzionate, di chi sa guardare poco lontano dal suo naso, ma anche di chi, in buona fede e sincera volontà di capire, strabuzza gli occhi davanti a scenari da Dottor Stranamore: com’è possibile che delle persone, per quanto pedine di un complotto, abbiano accettato scientemente di provocare un danno in una centrale nucleare dalle prevedibilissime tragiche conseguenze, in primis su esse stesse? Chi si pone un simile interrogativo (legittimo nella misura in cui chi lo avanza non si è dato già risposte refrattarie ad ogni chiarimento in senso opposto), deve tener presente che, quando si studia un sabotaggio e lo si mette in atto, le conseguenze, spesso, vanno ben oltre le intenzioni. La notte del 26 aprile 1986, plausibilmente, chi ha attuato i piani del complotto pensava, di certo, ad un sabotaggio che avrebbe comportato un danno ridotto, o non così devastante come quello che poi avvenne. L’importante era infliggere un vulnus all’economia ed all’immagine dell’Urss, consci del fatto che, con il nuovo indirizzo della “Perestrojka”, i panni sarebbero stati non lavati in casa, come avveniva prima (e giustamente, per certi fatti!), ma esposti in pubblico, a rinfocolare il coro mondiale del dileggio per l’ “arretrata” e “pericolosa” tecnologia sovietica. La sottovalutazione delle conseguenze riconduce all’umana fallibilità, in questo caso accompagnata da comportamento criminale dei tecnici non solo in ordine all’atto compiuto, ma anche alla leggerezza (questa sì) con la quale si pensò di scartare a priori conseguenze più gravi. Ciò, naturalmente, nell’ipotesi in cui complotto vi sia stato, e su questo chi scrive intende non affermare dogmi di fede, ma portare elementi di riflessione. Le vicende processuali di alcuni responsabili della tragedia, in primis quella che interessò l’ingegner Djatlov, lasciano pensare a una trama molto poco “cristallina”: il dirigente in questione fu condannato, nel 1986, a 10 anni di colonia penale, ai sensi del Codice Penale della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, ma quattro anni dopo venne rilasciato, ufficialmente per una malattia grave (morirà nel 1995, a 64 anni). Appoggiato e sostenuto ad ogni piè sospinto dagli immancabili templari dell’antisovietismo Andrej Sacharov ed Elena Bonner, Djatlov dette la colpa di tutto quanto era accaduto ai progettisti dell’impianto, tesi debolissima e, anzi, inconsistente, visto che l’impianto di Chernobyl, a detta di molti scienziati, anche occidentali, era stato costruito con tutti i crismi della sicurezza strutturale. Djatlov sapeva e voleva coprire responsabilità sue e di altri? Se poi a questo associamo il ritrovamento di tracce di TNT e di esplosivo al plastico attorno all’area dell’incidente, allora si può pensare addirittura ad un doppio binario: sabotaggio interno ed esplosivo collocato all’esterno, a rafforzare gli effetti disastrosi della deflagrazione, da parte di agenti stranieri introdottisi furtivamente e poi prontamente fuggiti. Ipotesi, congetture, certo, ma sostenute dai lati oscuri della vicenda, dai suoi “buchi neri” non ancora colmati dalla benefica luce della chiarezza, non meno che da fatti espliciti e sottaciuti o censurati con violenza. In tutto ciò, cosa sapeva Gorbaciov? Come minimo, vi erano quinte colonne al servizio dell’imperialismo, nel suo entourage, ma la sua stessa figura, come testimoniano le dichiarazioni rese all’Università di Ankara nel 1999, è tutt’altro che adamantina: l’ex Segretario del PCUS, coccolato dai circoli imperialisti mondiali, ha pubblicamente affermato, in Turchia, di aver lavorato con gli americani per la disgregazione dell’Urss. Non si spiegherebbero altrimenti misure e provvedimenti economici e politici che minarono la stabilità dell’Urss, il suo benessere e il suo potenziale produttivo, facendo regredire la seconda superpotenza mondiale allo status di colonia. Che anche Chernobyl abbia fatto parte della congiura antisovietica è perfettamente plausibile, quindi, con attori e comparse non solo stranieri, ma anche all’interno delle frontiere del Paese, a ripetere il copione stabilito almeno fin dal 1982 dai “gentiluomini” di Langley, come li definiva lucidamente, e con pepata ironia, la stampa sovietica fin dagli anni ’60.

Riferimenti biblografici, sitografici e video

https://youtu.be/5_wzZqL7v0I

https://www.youtube.com/watch?v=I6QS9VDUnIA

https://www.youtube.com/watch?v=_tLwsoNZCKM

https://www.youtube.com/watch?v=c6md6nmaNao

https://www.youtube.com/watch?v=yfItwic8U0c

http://cccp-revivel.blogspot.it/2013/06/chernobyl-byl-vzorvan-chtoby-razvalit-sssr.html

https://prolecenter.wordpress.com/2016/04/26/chernobyl-disaster-could-have-been-cia-sabotage/

http://russ-history.blogspot.it/2015/04/the-chernobyl-disaster-was-terrorist.html

https://patriotnewstwo.wordpress.com/2016/01/24/intentional-explosion-of-chernobyl/

http://www.km.ru/world/2013/06/05/chernobylskaya-katastrofa/712470-tragediya-chernobylya-mogla-byt-rezultatom-zagovor

https://aurorasito.wordpress.com/2015/03/14/il-crollo-dellunione-sovietica-la-storia-del-tradimento-di-gorbaciov-e-eltsin/

https://it.sputniknews.com/mondo/201604262550811-chernobyl-tragedia-30-anni/

https://sputniknews.com/analysis/20090424121301292/

JASENOVAC, LA AUSCHWITZ DEL VATICANO GESTITA DAI FRANCESCANI, DOVE MORIRONO ALMENO 700.000 INNOCENTI

Da leggere e diffondere per tutti quelli che oggi blaterano di foibe

Solleviamoci's Weblog

LA AUSCHWITZ DEL VATICANO

JASENOVAC
LA GUERRA DEI FRANCESCANI

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QUARTA PARTE

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ARTICOLO E
COMMENTI
PRIMA
PARTE
SECONDA
PARTE
TERZA
PARTE
QUARTA
PARTE
QUINTA
PARTE
NOTE E
RIFERIMENTI

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JASENOVAC

Ignorato sistematicamente dagli storici, Jasenovac fu il terzo campo di concentramento per dimensioni, dopo Auschwitz e Buchenwald, di tutta la seconda guerra mondiale (in realtà si trattava di un complesso di 5 campi diversi, tutti collegati fra loro). E’ qui che avvenne la maggior parte dei massacri operati dagli Ustasha contro le etnie non croate e non-cattoliche dello Stato Indipendente di Croazia


Donne e ragazze serbe verso il campo di concentramento.


A Jasenovac morirono in tre anni circa settecentomila persone, che furono uccise con una brutalità inimmaginabile (le stime vanno da un minimo di 100.000 a un massimo di 1.000.000, ma la maggior parte degli storici sembra concordare su una cifra di circa 700.000 vittime in tutto). I più…

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A caccia di carri: come il cannone anticarro sovietico ZiS-3 ebbe la meglio sulla Wehrmacht nazista

A caccia di carri: come il cannone anticarro sovietico ZiS-3 ebbe la meglio sulla Wehrmacht nazista

REDAZIONE NOICOMUNISTI

TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS
 
Zis-3 in agguato in ambiente urbano
75 anni fa, nel febbraio 1942, l’Armata Rossa concludeva le prove del Zis-3, cannone divisionale da campagna da 76 mm che sarebbe diventato il sistema d’artiglieria più prodotto nella storia umana.
Come ha spiegato l’analista militare Sergei Varshavchik in un recentearticolo per la RIA Novosti, lo Zis-3 divenne la minaccia per eccellenza sia per i veicoli corrazzati che per la fanteria degli avversari.

Dopo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica del giugno 1941, il compito di arrestare la principale forza d’urto della Wehrmacht, vale a dire la Panzerwaffe, ricadde sui reparti di artiglieria. Nel 1941, il cannone anticarro più diffuso nell’arsenale sovietico era il M 1937, un cannone semiautomatico da 45 mm. Questo cannone poteva agevolmente perforare una corazza da 50 mm a 500 metri, mentre la sua leggerezza e il suo basso profilo lo rendevano sia manovrabile che bersaglio difficile da centrare per i carri nemici.

 

Anticarro M 1937 in azione
Sfortunatamente le prime battaglie mostrarono che le caratteristiche progettuali del M 1937 esponevano molto gli artiglieri al fuoco di controbatteria dei mortai e dell’artiglieria.
ZiS-2 da 57 mm
Al principio della guerra, l’Armata Rossa aveva a sua disposizione un’altra arma anticarro: lo Zis-2 da 57 mm. Questo cannone presentava di suo alcuni problemi, per cui i progettisti rapidamente compresero che era troppo potente per il compito cui era destinato e troppo caro per essere prodotto in massa. Lo ZiS-2 fu tolto temporaneamente dalla produzione alla fine del 1941. In seguito, a causa del’introduzione da parte dei tedeschi di carri pesanti e di semoventi, la produzione dello ZiS-2 riprese nel 1943, quando il cannone fu installato su carri o su semoventi di artiglieria.

 

Allo stesso tempo le unità divisionali anticarro avevano necessità di qualcosa di meno costoso ma con caratteristiche analoghe. Inoltre 36.000 cannoni erano andati perduti nel primo anno di guerra ed era necessario rimpiazzarli velocemente.

Zis-30 SPAG 57mm
Varshavchik notava che, dal punto di vista strutturale lo Zis-3 era simile allo ZiS-2. L’ingegnere militare Vasily Grabin aveva cominciato a lavorare intorno all’arma prima che la guerra cominciasse. All’epoca il quarantaduenne progettista aveva completato il cursus studiorum alla facoltà di Artiglieria presso l’Accademia tecnica-militare Dzerzhinsky e trascorso parecchi anni a lavorare in fabbriche di artiglierie, dove aveva l’incarico di elaborare progetti di nuovi tipi di artiglierie.
Lo ZiS-2 sul T-34
 Negli anni ’30, Grabin sviluppò un modo ergonomico per abbreviare la fase della progettazione per la creazione di artiglierie pesanti. Il metodo di Grabin permetteva di sviluppare nuovi sistemi nel giro di mesi e talvolta perfino di settimane. Le sue tecniche permettevano ai progettisti e agli ingegneri di risparmiare un bel po’ di fatica, energia e metallo, senza compromettere la qualità.
Nella fase di progettazione del ZiS-3, Grabin immediatamente mise in opera il suo metodo per una potenziale produzione di massa. Questo richiese la riduzione dei passi necessari per costruire il cannone; la fabbricazione di alta qualità dei grossi componenti, la produzione di massa e la standardizzazione dei componenti, permisero la riduzione di questi ultimi da 2080 a solo 1.306; questo permise di produrre i cannoni più velocemente e a minor costo, senza alcuna riduzione di qualità.
Alla vostra sinistra lo ZiS-2 e alla vostra destra lo ZiS-3 riconoscibile dal freno di bocca
Il rinculo del cannone era ammortizzato di un buon 30% da un freno di bocca. Paragonato al suo predecessore, il ZiS-3 era un buon 420 kg di meno, aveva minori tolleranze ed era concepito per permettere alla squadra di 7 serventi di concentrarsi sui loro compiti specifici, abbreviando il tempo di sparo.
Batteria di ZiS-3

Letteralmente collaudato sul campo di battaglia 
Un contingente di preproduzione di ZiS-3 fu inviato al fronte nel dicembre 1941 a 2 battaglioni di artiglieria, occasione in cui il nuovo pezzo di artiglieria dimostrò le sue impressionanti capacità. Questa letterale “prova a fuoco” sul campo di battaglia permise a Grabin di presentare personalmente, nel gennaio 1942, questo nuovo sistema d’arma al Commissario del Popolo alla Difesa, Joseph Stalin; Stalin in persona firmò ufficialmente l’ordine per la produzione in serie del cannone poco dopo.
Lo ZiS-3 sarebbe diventato una delle armi più versatili del Fronte Orientale. Il cannone era pensato per eliminare fanteria, mitragliatrici, artiglieria, carri e blindati nemici e per distruggere postazioni. Proprio per la diversa tipologia di bersagli, il cannone fu concepito per sparare diversi tipi di proiettili, da quelli ad alto esplosivo in grado di distruggere muri di mattoni spessi 75 cm, a quelli a carica cava che potevano penetrare, bruciando, una corazza spessa 90 mm.
Varshavchik ha ricordato che in seguito alla consegna all’esercito, lo ZiS-3 ricevette una serie di nomignoli. Alcuni come prova di affezione gli affibbiarono un nome femminile come Zoya, altri considerando il suo rateo di fuoco e le sue eccellenti caratteristiche di combattimento, lo chiamarono raffica di Stalin. Anche la Wehrmacht diede al cannone un nomignolo: “Ratsch-bumm”; ratsch da rumore dell’impatto del proiettile sul bersaglio e bumm dal rombo dello sparo che arrivava successivamente essendo il proiettile supersonico.
Paragonando lo ZiS-3 ai propri pezzi da 75 mm, i progettisti tedeschi conclusero che l’arma sovietica fosse superiore in numerosi parametri di valutazione. Inoltre la concezione dello  Zis-3 gli permetteva di sparare proiettili più pesanti di circa il 13% di quelli tedeschi e l’aumentata gittata gli permetteva di colpire da più lontano.
Altro fattore importante, come ci fa notare Varshavchik, era che lo ZiS-3 non aveva la tendenza di affossarsi nel terreno durante lo sparo come succedeva alle sue controparti tedesche. Questo permetteva alla squadra di serventi di fare fronte rapidamente a minacce proveniente da altre direzioni e di rischierare velocemente in batteria il cannone secondo le necessità dell’avanzata della fanteria.
A partire dal 1942-1943, a distanze varianti dai 700 ai 900 metri , lo ZiS-3 facilmente metteva fuori uso quasi la totalità dei mezzi corazzati di cui disponeva la Wehrmacht.
In seguito, a partire dal 1943, con la comparsa dei Tiger, dei Panther e dei pesanti semoventi tedeschi, i serventi degli ZiS-3 si trovarono nell’impossibilità di penetrare frontalmente quel tipo di nuove corazzature.
Panther distrutto. La torretta staccata però indica che probabilmente fu colpito da un Su-152
Nondimeno trovarono una soluzione che permetteva di aggirare il problema: usando tecniche di imboscata [ndt: in questo articolo il racconto di un’imboscata contro i carri Tigre], colpivano il nemico dai fianchi e da dietro dove la corazzatura era più sottile. Inoltre con la comparsa di proiettili perforanti e a carica cava, le capacità anticarro dello ZiS-3 aumentarono ulteriormente, permettendo a cannone di forare facilmente a 500 metri una corazza da 80 mm.
Nel 1943, lo ZiS-3 fu collocato sul telaio del carro leggero T-70, creando così il semovente Su-76. Il debutto di questo semovente avvenne nella battaglia di Kursk, l’ultimo tentativo da parte dei nazisti di effettuare un’offensiva nel territorio sovietico.
Su-76M
Nel periodo del 1943-1945, oltre 14.000 Su-76 e Su-76M furono prodotti. Si tratta del semovente sovietico prodotto nel maggior numero di esemplari nella Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso modo con 48.000 esemplari, lo ZiS-3 fu il pezzo di artiglieria più prodotto nella storia.
Infine, Varshavchik ha suggerito che insieme al carro medio T-34, all’aereo da attacco al suolo Il-2, lo Zis-3 è uno dei più luminosi simboli della vittoria dell’Armata Rossa nella Grande Guerra Patriottica.