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Come veniva e come viene rappresentata dalla propaganda capitalista  la giustizia in URSS

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di LUCA BALDELLI

In Urss, come in tutti i Paesi del mondo, esistevano gli avvocati. Questa notazione, che può sembrare assolutamente lapalissiana, non è in realtà pleonastica né inutile, dal momento che uno dei cavalli di battaglia della propaganda antisovietica è stato ed è quello della sostanziale assenza, in Urss, tanto di uno Stato di diritto quanto di una diritto alla difesa pienamente esercitabile in sede processuale dagli imputati. Nulla di più falso! Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, nella Russia sovietica si pose il problema dei diritti riconosciuti ed esigibili dai cittadini in sede di procedura penale: il ciclopico rivolgimento sociale prodottosi esigeva nuovi paradigmi, un capovolgimento radicale delle consuetudini, delle norme, delle prassi, una palingenesi radicale anche del diritto, dei suoi apparati e dei suoi strumenti. In tale contesto, i diritti della difesa furono sempre assicurati, anche nel “terrore” necessitato dalla Guerra civile scatenata dai reazionari filo – zaristi e sostenuta, aizzata, rinfocolata in ogni angolo dalle potenze straniere imperialiste. Pur nella giusta, doverosa punizione di nemici del popolo spietati, pronti a tutto, i quali non si erano limitati a manifestare la loro opposizione a parole, ma si erano levati in armi contro il potere degli operai e dei contadini, mai vennero meno le garanzie per gli imputati dei processi, compresi coloro i quali erano stati sorpresi in flagranza di reato. La “Ceka” mai ricalcò le orme né della Gestapo, né dell’Ovra, né della Pide, né quelle di nessun’altra polizia segreta di stampo fascista votata alla persecuzione dei lavoratori e di pacifici cittadini contrari alla prepotenza istituzionalizzata. La “Ceka”, sia pure con una parentesi di ampia libertà operativa, resa indispensabile dalla cogente necessità di stroncare la controrivoluzione, fu sempre sottomessa al controllo degli organismi politici e della giustizia ordinaria, e come essa tutte le sigle successive nelle quali si “reincarnò” nei decenni: GPU, NKVD, KGB… . L’imputato di questo o quel reato, in Urss, godette sempre dei più ampi diritti alla difesa, alla protezione dei propri beni, alla salvaguardia di sé stesso e della propria famiglia da indebite ingerenze, pressioni, esazioni e interdizioni. L’affermazione di garanzie per l’imputato in sede processuale, miranti ad accompagnarlo nell’iter della giustizia fino alla definitiva chiarificazione della sua posizione, mediante la fase dibattimentale ed in forza di deliberazioni finali collegialmente adottate, non poteva non contemplare il pieno, effettivo riconoscimento della professione forense, non solo sulla carta, ma nei fatti. Fin dalla Costituzione del 1936 ( Capitolo IX, Art. 111 ), il diritto del cittadino alla propria difesa fu riconosciuto nelle fonti giurisprudenziali primarie e, quindi, tradotto nei fatti con tutta una serie di dispositivi normativo – applicativi, che ripresero ed affinarono a loro volta le decisioni adottate fin dagli albori della Rivoluzione. Naturalmente, accanto ai legali penalisti operarono sempre quelli civilisti, esperti in questioni riguardanti, appunto, il diritto civile: anche in uno Stato socialista, infatti, la legge conserva tutto il suo valore, assieme alla condizione strettamente legata al suo dominio e da essa scaturente, ovvero la legalità. La creazione di un nuovo ordine fondato sulla giustizia, l’equità, l’abolizione dello sfruttamento, la partecipazione popolare a tutti i processi sociali e produttivi in forma di autogoverno, non elimina, da subito, la necessità di un filtro, di una protezione giuridica, né cancella, come per un colpo di bacchetta magica, le vecchie sopravvivenze capitalistico – borghesi, le sclerotizzate sovrastrutture derivanti dalle convenzioni sociali per secoli riconosciute e praticate, al punto da rendere superflua l’esistenza di un corpus di leggi. Fu così che, con la Rivoluzione d’ Ottobre, nacquero in Urss, in ogni centro cittadino, i Collegi degli Avvocati, organismi collegiali di legali, abilitati all’esercizio della professione: a sancirli e riconoscerli nella loro esistenza ed operatività, fu la Legge n. 36 del 1922, poi modificata ed integrata nel 1923, con le Leggi giudiziarie n. 23 e n. 26. Per fare il proprio ingresso nel rango di questi Collegi, un legale doveva vantare alcuni necessari requisiti:

  • Servizio di due anni nel sistema giudiziario sovietico con una qualifica non inferiore a quella di investigatore;

  • Diploma di Laurea ottenuto presso l’Istituto Giuridico Sovietico;

  • Frequentazione dei corsi serali del medesimo Istituto, con superamento almeno di un esame

I compiti di detti Collegi erano plurimi e vari: assistenza agli imputati dei processi, formulazione di pareri, consigli, chiarimenti su disposizioni giuridico – legislative a chiunque li richiedesse, divulgazione di informazioni utili al cittadino per l’esercizio dei propri diritti e l’ottemperanza ai propri doveri.

I Collegi ricevevano onorari differenziati a seconda dei profili degli assistiti e regolati da specifici provvedimenti, consensualmente adottati: il cittadino a basso reddito non doveva pagare nulla, mentre tutti gli altri erano chiamati a corrispondere una modesta parcella, per giunta rateizzabile, fatta salva, a discrezione degli interessati, la possibilità per il legale di concordare con l’assistito un onorario supplementare. I Collegi incassavano gli onorari e poi li redistribuivano ai legali in base a criteri squisitamente meritocratici: chi aveva una mole di lavoro più pesante e trattava cause più impegnative riceveva di più, chi si occupava di casi più “semplici” riceveva, proporzionalmente, di meno. In questo modo, si evitò, per quasi tutto il periodo di esistenza del potere sovietico, il sorgere di un ceto forense caratterizzato dalla proliferazione, al proprio interno, di indebiti privilegi, favoritismi, “massonerie” comunque mascherate.

Gli avvocati che non esercitavano nei tribunali e negli organismi giuridici, potevano prestare la loro opera all’interno di aziende, Enti pubblici, cooperative ecc…

Mai gli avvocati, checché ne dica la propaganda anticomunista, furono vittime, in Urss, di prevaricazioni, pressioni, limitazioni volte a coartare la loro azione e le loro prerogative. Anzi, una notizia è particolarmente significativa: negli anni ’30, l’85 % degli avvocati non era iscritto al Partito Comunista. Durante i tanto citati processi degli anni ’30, i Collegi dei legali difesero fino alla fine anche gli imputati con i capi d’accusa più tremendi; nei tribunali sovietici, mai si derogò al principio del diritto di difesa, nemmeno quando in ballo vi furono eversori e cospiratori con agganci eccellenti in Patria e all’estero: Tukhachevskij, Zinov’ev, Bucharin e altri ancora poterono usufruire di un’assistenza giuridica completa, scrupolosa, a tratti agguerrita. Fu la fondatezza dei reati a loro carico, e non altro, a determinare i giudizi di condanna emessi nei riguardi di questi personaggi, ma questo la propaganda borghese non l’ha mai riconosciuto e non lo riconoscerà mai! Certamente, in Urss non c’era posto per Azzeccagarbugli intenti a dimostrare, con abilità dialettica e piglio sofistico degni di miglior causa, che il bianco era nero e viceversa. Questi pietosi esercizi dialettici, offensivi della verità, tipici di una parte consistente della casta degli avvocati borghesi e del suo teatrino quotidiano, non trovarono mai cittadinanza nel Paese dei Soviet, dove la sostanza sempre trionfò sulla forma e dove l’onestà nell’esercizio del diritto di difesa non varcò mai le colonne d’Ercole della decenza, della dignità, del rispetto delle vittime e delle parti lese, armonizzandosi sempre con l’educazione e lo spirito quasi “pedagogico”, formativo, dei processi. Ogni volta che nella dialettica dipartimentale le argomentazioni dell’accusa emersero come schiaccianti, incontrovertibili, dai banchi della difesa non si levarono mai domande capziose volte a coprire i rei, né inviti a parlar d’altro per coprire la sostanza, ma, al massimo, vi fu il logico, normale, giusto appello alla clemenza ed alla mitigazione delle richieste di condanna; in altri casi, dinanzi all’emergere di un profilo di reità assolutamente indiscutibile e coinvolgente le più alte articolazioni dello Stato, vi furono legali che si unirono alle richieste di condanna formulate dall’accusa, dopo che le loro agguerrite difese erano franate dinanzi all’evidenza. Tutto ciò non deve far gridare allo scandalo, anche perché, in altri casi, pur se riguardanti imputazioni gravissime, i legali furono ugualmente decisivi per ribaltare le intenzioni dell’accusa! In Urss, l’avvocato era parte integrante dello Stato, araldo della difesa della collettività dalle mire della sovversione borghese, partecipe dello sviluppo di una scienza e di una prassi giuridiche calibrate sulla difesa dell’individuo in quanto parte di un tessuto sociale nel quale diritti e doveri marciavano uniti e compatti. Dovrebbero piuttosto suscitare scandalo la forma mentis e l’azione dei legali borghesi nei nostri ordinamenti, che anche dinanzi a dei rei confessi non sottoposti ad alcuna pressione, o di fronte a casi evidenti di colpevolezza, giocano ai sofismi più impensabili, sfoderano gli artigli per arrampicarsi sugli improbabili specchi dell’ipocrisia fino alla fine, facendo perdere tempo, sciupando risorse di tutti, o accordandosi con i giudici per tirare avanti i processi fino alla calende greche con il solo fine di dilatare, assieme al tempo… anche i loro guadagni, accumulati sulle spalle di imputati illusi o partecipi della sceneggiata!

A riprova del prestigio del quale la professione forense godette in Urss, possiamo evidenziare un semplice dato: solo a Mosca, all’inizio degli anni ’50, erano più di 1000 gli avvocati inquadrati nei Collegi loro afferenti e nelle attività dei tribunali, senza contare tutti quelli che, invece, prestavano servizio altrove.

Una figura che testimonia, in maniera evidente, degli ampi diritti garantiti alla difesa nei processi del periodo sovietico, è senza dubbio Semjon L’ Vovic Arja (1922 – 2013). Di famiglia ebraica, pluridecorato per la Grande Guerra Patriottica, Arja fu un vero principe del foro in Urss: con vibrante passione difese, nel 1970, J. Mendelevitch, ebreo autore, assieme ad altri suoi amici e complici, del dirottamento di un aereo. Grazie all’opera del Collegio difensivo capitanato da Arja, non solo le richieste di esecuzioni capitali furono stralciate, ma si riuscì a ottenere, per il Mendelevitch e per tutti gli altri, pene più miti, in termini di anni di reclusione, rispetto a quelle normalmente comminate per reati simili. La perizia e l’estrema abilità di Arja, che incantavano pure gli accusatori, furono determinanti anche per l’assoluzione, nel 1978, in prima battuta, dell’attrice Valentina Milyavina, accusata per l’omicidio del marito Stanislav Zhdankov. A riprova del potere dei legali in Urss, e sempre con riferimento a questo caso particolare, fu proprio l’opera del Collegio degli Avvocati a garantire, nel 1983, la revisione del processo, con l’impegno degli assistenti legali della famiglia Zhdankov. Arja, assurto alla più alta celebrità, fu decisivo anche nella difesa di imputati del calibro di Sacharov, Ginzburg, Bykov, chiamati in occidente “dissidenti” per nascondere le loro azioni antisovietiche, svolte in violazione delle leggi, che nulla avevano a che vedere con opinioni espresse e preferenze dichiarate verso questo o quel sistema politico.

Intanto, negli anni ’70 il dettato costituzionale era diventato ancor più rigoroso, preciso e circostanziato riguardo ai diritti della difesa nei tribunali: la Costituzione dell’Urss del 1977 contemplò al proprio interno tutta una seria di articoli oltremodo garantisti e scritti, a differenza dei testi giurisprudenziali occidentali e borghesi, in maniera chiara e inequivocabile. Vediamo alcuni esempi.

Art. 157: “L’Amministrazione della giustizia è pubblica in tutti i tribunali. La celebrazione delle cause a porte chiuse è ammessa solo nei casi stabiliti dalla legge, rispettando nel contempo tutte le norme procedurali”.

La limitazione alla pubblicità dei processi, dunque, era sottoposta a riserva di legge rafforzata, in quanto, anche in caso di processi a porte chiuse, non si poteva derogare dalle normali procedure!

Art. 158: “Si assicura all’imputato il diritto alla difesa”.

Non una generica rassicurazione, da “pacca sulle spalle”, ma una petizione di principio che non ammetteva deroghe! Non si garantiva infatti quel diritto con giri di parole, ma lo si ASSICURAVA! Non vi erano dunque deroghe, nemmeno in circostanze particolari!

Il tutto, corroborato dal precedente Articolo 155: “I giudici e i giurati popolari sono indipendenti ed obbediscono solo alla legge”.

L’Art. 161 ribadì una legge al servizio di tutti e realmente uguale per tutti: “L’assistenza giuridica ai cittadini ed agli enti viene prestata dai collegi degli avvocati. Nei casi previsti dalla legge l’assistenza giuridica ai cittadini viene prestata gratuitamente”.

Nessuno si vedeva impossibilitato a difendersi per la sua precaria o svantaggiata posizione economica, come avviene regolarmente negli Stati capitalistico – borghesi, dove il sacrosanto diritto del cittadino onesto a vedersi riconosciuta un’incontestabile ragione viene pressoché sempre calpestata da falangi di avvocati ben pagati da padroni e politici, pronti a far credere che Madre Teresa di Calcutta militava nelle SS. Il più autentico liberalismo, sancito a parole dai sacri testi istituzionali borghesi, in Urss veniva sistematicamente applicato, per intima convinzione e missione del popolo e dei suoi governanti liberamente scelti.

Questo il quadro della professione forense, del riconoscimento e dell’esercizio del diritto di difesa in sede processuale in Urss : un faro per tutti coloro i quali credono che un diverso stato di cose, che un diverso ordinamento sociale ( e quindi giuridico) siano non solo possibili, ma pure necessari !

Riferimenti bibliografici e sitografici

Sidney e Beatrice Webb: “Il comunismo sovietico. Una nuova civiltà” (2 volumi, Einaudi, 1950)

Paolo Robotti: “Nell’Unione Sovietica si vive così” (Edizioni di Cultura sociale, 1953 )

http://www.adamoli.org/gelasio/unit%C3%A0/lettere/lettera-185.html

http://www.dircost.unito.it/cs/pdf/19361205_urssCostituzione_ita.pdf

(testo della Costituzione sovietica del 1936)

https://noicomunisti.wordpress.com/2016/06/05/la-costituzione-dellurss-del-1936/

La nuova Costituzione sovietica” ( Editori Riuniti , 1977 ).

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