Le origini del dualismo socio-economico in Italia

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NOICOMUNISTI

Presentiamo un breve studio, che alleghiamo in calce in formato PDF, realizzato dal compagno Cosimo Persichina su un argomento spinoso: “la questione meridionale” ovvero il dualismo delle condizioni socioeconomiche fra il Nord ed il Sud d’Italia.

Si può dire che questo dibattito su una realtà, che pesa in modo enorme sul nostro Paese, infuri ormai da oltre un secolo. Si sono scritti e si continuano a scrivere studi scientifici razionali, acuti, condivisibili o meno, ma tutto è attorniato da un cumulo enorme di sciocchezze, menzogne, approssimazioni dettate da una ignobile miscela di miseri interessi politici di bottega sposati ad una profonda ignoranza. 

Agli estremi di questo schieramento di cialtroni abbiamo da una parte il lerciume rappresentato dalla Lega Nord e dall’altra parte, come un riflesso speculare, le castronerie reazionarie del movimento neoborbonico, ma intendiamoci noi non siamo equidistanti: siamo marxisti-leninisti e quindi studiamo la realtà con metodo scientifico.

Quindi come marxisti-leninisti con molto piacere ospitiamo su queste pagine lo studio del compagno Cosimo Persichina che non solo ci fornisce in modo chiaro un quadro dei più recenti studi scientifici sull’argomento, ma nella sua parte introduttiva fa giustizia della speranza che la “taumaturgica” azione del “libero mercato”, quasi una panacea universale, possa cancellare questo divario.

“La storia recente ci racconta che in Europa, così come in Italia, i divari tra le regioni sembrano destinati a perdurare e, in alcuni casi, persino a rafforzarsi. L’ottimismo dei modelli che poggiano sulla fiducia che le aree arretrate possano trarre vantaggio nell’integrazione con aree sviluppate è stato vistosamente smentito. Il libero agire del meccanismo di mercato, sia sul fronte del lavoro, sia su quello della capacità produttiva legata alla tipologia delle tecniche produttive adottate, non ha permesso che le regioni meno sviluppate agganciassero lo sviluppo delle regioni più avanzate. Il vantaggio comparato rappresentato dal minor costo del lavoro nel Mezzogiorno non ha generato l’atteso riequilibrio territoriale. L’esperienza storica mostra quindi che, se lasciate all’azione spontanea dei meccanismi di mercato, le posizioni relative, di vantaggio o di svantaggio, possono persistere nel tempo per effetto dei meccanismi di “causazione circolare e cumulativa” che potenzialmente si muovono in una direzione contraria rispetto allo “sviluppo armonioso” di una area integrata”. 

Inoltre viene anche smentito una volta per tutte il mito dell’arretratezza del Sud rispetto al Nord all’alba dell’impresa dei Mille.

La realtà è che, all’epoca, la penisola italiana è una zona geografica povera, arretrata e sottosviluppata rispetto alle aree dell’Europa Centrale e Settentrionale, con una nascente industrializzazione a macchia di leopardo al Nord come al Sud.

Possiamo affermare pertanto che nel 1861 non esista questo divario ma che venga rapidamente creato grazie all’infausta unione di politiche economiche folli, frutto degli appetiti insaziabili della grande borghesia capitalistica del Nord, con settori affaristico-speculativi dove ben presto si ricicla l’aristocrazia terriera del Meridione.

Il risultato? Un Italia a due velocità con milioni di persone al Nord come al Sud costrette ad emigrare per ricercare la sopravvivenza. Fenomeno che conoscerà una fortissima accelerazione durante il Ventennio checché ne continuino a sognare gli estimatori del pioniere del bungee jumping.

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