REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

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Emulare l’intelligenza, sulla via di una rivoluzione culturale e tecnologica (1958)

Lo sviluppo della Cina moderna e contemporanea è uno dei capitoli più prodigiosi della civiltà contemporanea e del socialismo in un Paese che, dal 1949 ad oggi, è passato da nemmeno 500 milioni di abitanti a 1.400.000.000. Un Paese che, formato in gran parte da contadini, legati ad arcaici sistemi produttivi e vecchi rapporti feudali di sfruttamento, ha saputo elevarsi, grazie alla guida salda e intrepida di Mao e dei suoi successori, dalla preistoria alla più piena modernità e avanguardia scientifica e tecnologica. Il tutto, in un arco di tempo di soli 70 anni, periodo nel quale i Paesi occidentali, a cavallo tra l’800 e il ‘900, hanno solo saputo perpetuare il potere capitalistico – borghese, con lo sfruttamento della classe lavoratrice e appena qualche conquista fatta cadere dal tavolo della borghesia come le briciola della mensa del ricco Epulone. Sulla dinamica dello sviluppo cinese le campane più svariate hanno intonato le nenie più stantie, tanto che risulta oggi necessario, per il militante marxista – leninista, acquisire notizie e dati di primaria importanza per poter scrollare anche il proprio giudizio dalla polvere del decadentismo borghese, comunque camuffato, del disfattismo e delle facili stroncature improntate ad un’ortodossia apparente e, comunque, degna di miglior causa. Da più parti si sostiene che la Cina odierna nulla avrebbe a che spartire con quella edificata da Mao, tutta volontarismo, mobilitazione permanente delle masse, critica serrata al burocratismo come distorsione da eliminare. In particolare, si asserisce l’esistenza di un’eccessiva predominanza dell’economia privata, della proprietà privata dei mezzi di produzione, con conseguenze letali anche per la gestione delle risorse naturali nel loro complesso. Vediamo come stanno le cose convinti, come siamo, che la verità “vera” non stia né dalla parte dei detrattori né da quella degli apologeti. 

Il Presidente Mao Tse Tung e Chu En Lai


In primis, occorre comprendere con nettezza e adamantina onestà intellettuale come si è evoluto il Partito Comunista Cinese, eroica avanguardia combattente forgiata dalla lotta contro i “signori della guerra”, i tiranni, i feudatari, i proconsoli degli imperialisti presenti e predominanti nella vecchia Cina: questo enorme serbatoio di uomini, intelligenze, capacità, arditismo è passato da 1.200.000 militanti (tanti ne contava nel 1945) a 89.000.000 nel 2016. Esso è quindi diventato, con tutte le potenzialità e tutti i rischi del caso, un Partito di massa negli anni dell’edificazione del socialismo. Il dato, però, non ci parla solo di una crescita puramente e freddamente numerica, compulsabile e rendicontabile nell’ambito della più fredda ragioneria burocratica: no, esso vive e pulsa nell’evoluzione storico – economica della società cinese, della sua trasformazione, nel mutare dei rapporti di classe e di produzione, nell’affinamento continuo, pervicace e sistematico, della formazione di una classe dirigente all’altezza delle sfide poste da un mondo sempre più complesso, multiforme, ridisegnato nella sfere di influenza e nelle aree economiche e geopolitiche sensibili dalle dinamiche e dai rivolgimenti degli ultimi trent’anni. Passiamo dunque ai raggi x quella grande avanguardia che è il Partito Comunista Cinese: 88.760.000 militanti nel 2016, un planisfero organigrammatico costellato di sezioni e di “cellule” in ogni articolazione economica, politica e sociale dell’immenso Stato cinese. Dal punto di vista della stratigrafia sociale, nel novero sono compresi: 26.000.000 di agricoltori, pastori e pescatori; 7.200.000 operai; 12.500.000 tecnici, professionisti e dirigenti. Come si può vedere, il vecchio PCC interamente operaio e contadino del periodo maoista pare essere tramontato definitivamente dall’orizzonte politico e storico. Quello che sarebbe un tremendo pericolo e una iattura per tutta la classe operaia mondiale è, però, null’altro che una conclusione troppo affrettata: infatti, grazie al socialismo, in Cina è cresciuto a livelli esponenziali il benessere delle masse popolari e, come premessa fondamentale e imprescindibile di questo cammino in avanti, è cresciuto il livello di istruzione generale, con conseguente mutamento della stratificazione sociale. I tecnici, i dirigenti, gli specialisti sono cresciuti tanto nel numero assoluto quanto nel peso specifico, ovvero nella loro percentuale rispetto al resto della società, rispetto al ventaglio complessivo di professioni e lavori esistenti nel quadro della Cina socialista. Questo è, ad un tempo, un successo e un rischio: un successo, in quanto ci parla di un Paese proiettato ben oltre la ciotola al giorno di riso garantita a tutti (con abbondanza di contorni, sia detto per inciso) dal potere comunista dei primi anni, un pericolo in quanto lascia presagire o sottendere pericoli di imborghesimento dei quadri e di formazione di una nuova classe privilegiata, garantita nel proprio benessere da reviviscenze di rapporti sociali improntati a sfruttamento ed estrazione di plusvalore dal lavoro operaio. 

La vita felice che ci ha donato il Presidente Mao


Invero, nel 2001 Jiang Zemin, Segretario del PCC, spinse eccessivamente l’acceleratore nel suo discorso per l’ 80° anniversario della fondazione del Partito, presentando la “teoria della tre rappresentatività” la quale, oltre a valorizzare il ruolo di tecnici, scienziati ed esperti nel quadro militante, apriva la strada anche ad imprenditori privati e magnati dell’industria, sorti nel clima di prosperità creato dal socialismo. A tal proposito, occorre dire che, se il crollo del Comecon e del campo socialista tradizionalmente inteso (per quanto viziato e depotenziato dal revisionismo del post ’56), ha reso necessaria una proiezione della Cina in campo internazionale, sui mercati, pena un isolamento insostenibile dinanzi ad un unipolarismo americano tradottosi in semi – monopolio delle risorse naturali strategiche per lo sviluppo industriale e civile, è anche vero che l’eccessivo peso assunto dai ceti capitalistico – mercantili cresciuti all’ombra delle riforme di Deng ha significato e significa un rischio di involuzione in senso anti – socialista dell’ordinamento cinese e, dunque, un colpo mortale per l’umanità progressista, amante della pace e rivoluzionaria. Pertanto, mentre è stato indubbiamente giusto valorizzare i quadri tecnico – scientifici in seno al Partito, eccessivamente azzardato è stato l’altro passo, ossia quello di garantire agli imprenditori privati (altra cosa dai tecnici e dai quadri dirigenziali) uno spazio significativo in senso alle articolazioni del Partito e dello Stato. 


A questo punto, la domanda è un’altra: ha il PCC gli anticorpi necessari per correggere questa distorsione e riportare l’asse della politica attorno alle classi lavoratrici senza infingimenti e senza surrettizie espropriazioni di una necessaria ed insostituibile egemonia? 
E’ il PCC in grado di marcare le opportune e, anzi, soteriche differenze tra il magnate, il tycoon rosso cresciuto all’ombra dell’ottimismo economicista, il più delle volte desideroso di sostituirsi alla classe dirigente con i suoi pari, ed il piccolo imprenditore legato strettamente agli interessi della classe operaia? 

La posizione sostenuta con forza dal Presidente cinese Hu Jintao pare, su questo fronte, rassicurare, anche se non ha scosso con la dovuta radicalità, per il momento, gli assetti generali del Paese. Il Presidente ha più volte messo in guardia contro un’eccessiva espansione della sfera privata dell’economia ed ha, saggiamente, invitato alla più forte vigilanza contro la minaccia di rinascita di una nuova classe borghese restauratrice. In un Paese in cui il PIL è ancora in stragrande maggioranza generato dal settore pubblico, esso non è un abbaiare alla luna, ma un impedire che la situazione si capovolga nell’assuefazione della popolazione, con il passaggio dell’area privata imprenditoriale da complemento del rafforzamento di un socialismo minacciato dall’unipolarismo imperialista americano a sistema sociale sostitutivo di quello attuale, nato dal pensiero di Mao e dalla lotta cosciente di milioni di sfruttati. Questo richiamo ha sortito significative inversioni di rotta, che hanno il segno, inequivocabilmente, di una strenua difesa e di un rilancio delle conquiste del socialismo: rafforzamento della sanità gratuita e universale nelle campagne, estensione massiccia delle tutele e dei diritti nella sfera economica privata, protezione e bardatura, con l’ acciaio più temprato, delle prerogative e dell’egemonia del settore pubblico negli ambiti strategici dell’economia. 


Tutto ciò ha avuto un riflesso, poderoso e assai tangibile, anche nelle dinamiche interne al Partito Comunista Cinese: infatti, al XVIII Congresso, tenutosi nel novembre 2012, il 30% dei delegati è stato espresso e inviato dalle sezioni comuniste di villaggio, mentre la rappresentanza operaia è aumentata del 300% rispetto al precedente appuntamento congressuale. 

Tavolo della presidenza del XVIII Congresso

Intanto, nel settore privato i comitati di base del PCC sono passati dai 100.000 del 2001 ai 300.000 del 2011, coprendo tutte le 210.000 grandi aziende private del Paese e reclutando più di 3.500.000 membri del Partito. Questi dati mostrano che l’anima proletaria e “profonda” della Cina non solo non è morta in seno alla società, ove essa è ancora egemone, ma è ancora in grado di riorientare e correggere gli orientamenti di un Partito che ha traghettato un Paese dal feudalesimo al socialismo in un brevissimo arco di tempo, liberando energie creative inestimabili e slanci forieri di sviluppi inarrestabili. 

Organigramma del PCC dopo il XVIII Congresso


L’altro punto di vista che ci piace inquadrare è la questione del modello di sviluppo. Da più parti si sente affermare che la Cina sarebbe attanagliata da un modello inquinante, distruttivo, aggressivo, all’insegna della più cinica e noncurante dilapidazione delle risorse naturali. Le cose stanno così? Prima di entrare nel vivo della risposta, una considerazione di carattere generale si impone. Certamente, i problemi posti dal Protocollo di Kyoto, strumentali nel modo in cui essi vengono gestiti, rappresentano comunque un nodo ineludibile per qualsiasi strategia di crescita e sviluppo delle forze produttive. Un’economia fondata sullo spreco di risorse non rinnovabili e sempre più scarse, in nome del profitto o in nome di un fideismo sviluppista senza base e senza anima, non solo non è e non sarà mai sostenibile (quali che siano le valutazioni sulla scientificità o meno delle tesi riguardanti il riscaldamento atmosferico, certamente intrise di parzialità retoriche e di secondi fini), ma fin da ora minaccia di far scomparire letteralmente la razza umana dal Pianeta non tra secoli, ma al massimo tra qualche decennio. Si provi soltanto a pensare cosa comporterebbe la proprietà di un’auto per ogni cinese e… le conclusioni non tarderanno ad arrivare! A questo problema – è qui il nocciolo della questione – come risponde la classe dirigente della Cina socialista, col suo carico di responsabilità tutte, inevitabilmente, su vastissima scala? L’approccio del PCC pare essere di due tipi: difesa dei principi sanciti a Kyoto, impegno su scala globale per la creazione di un’economia sostenibile, anche con il supporto di imprese straniere (senza che mai venga meno la centralità progettuale e attuativa cinese) e, accanto a questo, fermo rifiuto delle coniugazione di questo tema secondo i modi e i tempi del morente capitalismo globale, fallito in ogni suo obiettivo e in ogni sua speranza di autoperpetuarsi all’infinito, forte di una inesistente ineluttabilità che neppure il più ingenuo dei positivisti potrebbe oggi formulare a cuor leggero. Il PCC e il vertice dello Stato cinese, in sintesi, vuole un nuovo assetto economico internazionale sostenibile ed eco – compatibile e lo vuole più di ogni altro, consapevole che da una rincorsa infinita allo sviluppo tradizionale alla Cina verrebbero solo guai sul piano interno e tensioni sul piano internazionale, con guerre per l’accaparramento delle sempre più scarse risorse disponibili di qui a qualche anno o, massimo, decennio. Assieme a ciò, la Cina socialista e popolare rifiuta in blocco, in maniera sacrosanta, ogni “contagio” degli untori dell’economia di speculazione, quella che ha distrutto l’assetto economico internazionale minandone l’anima, sostituendo alla produzione di beni e servizi la disperata maieutica del denaro virtuale, fluttuante, metastatizzato e metastatizzantesi in carcinomi monetari slegati da ogni riferimento all’economia reale, nonché da ogni legittima e salutare sovranità nazionale vincolante e prescrittiva. Una sostenibilità vera, quella invocata e perseguita dalla Cina popolare, ben radicata nell’economia concreta e rifuggente da quella di carta come dalla peste. Una sostenibilità che non è l’appello ipocrita, meschino e vile alla “virtuosità” da parte di un’ America del Nord che fino ad oggi ha devastato il Pianeta e oggi, dinanzi ad un avversario temibile e agguerrito, gioca al francescanesimo prospettando agli altri l’austerità per poi recarsi tutti i giorni a colazione, pranzo e cena da Pietro di Bernardone. 

Inquinamento atmosferico nella città di Harbin


Mentre alle nostre latitudini di discute interminabilmente di raccolta differenziata e di pannicelli caldi, in Cina si marcia speditamente verso un nuovo modello di sviluppo: già nel 2007 il Paese otteneva il 7% della sua produzione energetica totale da fonti rinnovabili (solare, eolico ecc…). Nel 2015, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono aumentati del 17%, posizionando la Cina al primo posto nel mondo (100 GW di potenza installata), con particolare riguardo al fotovoltaico (quasi 50 GW, + 15,2 % rispetto al 2014; gli Usa vengono solo al 4° posto, con circa 25 GW). Il 50% degli impianti eolici realizzati nel mondo sono presenti in Cina: quasi 150 GW, con un +30,8 % rispetto al 2014, mentre gli Usa vengono al secondo posto, con circa 70/80 GW (+ 8,6 % rispetto al 2014). Solo nel 2009, le città cinesi hanno acquistato 13.000 veicoli elettrici, in previsione dell’allargamento del mercato privato delle automobili a 287.000.000 di esemplari nel 2030, fatto questo che dovrà per forza di cose essere improntato a sostenibilità, pena l’esaurimento delle risorse mondiali di petrolio in tempi rapidi.
 

Centrale termoelettrica

La disinformazione ci presenta il “milione di morti ogni anno per inquinamento” in Cina, registrati da un rapporto dell’OMS del 2016. Ebbene, ad onta della necessaria scientificità e del rigore richiesto come requisito minimo in questi studi, l’OMS, che pure ha sempre brillato per autonomia e indipendenza di giudizio, stavolta ha preso un enorme granchio: infatti, quel rapporto appare palesemente distorto e manipolato nelle cifre, forse anche per colpa di criteri di registrazione delle cause di morte che, scrupolosissimi in Cina, lo sono molto meno negli Usa (dove la sanità fa acqua da tutte le parti, anche nella rilevazione di certi dati) e in Europa (continente nel quale il welfare, pur robusto e figlio di una rispettabilissima tradizione socialdemocratica, è oggi sotto attacco e depotenziato). Infatti, mentre in quel rapporto il numero dei morti per cause legate all’inquinamento è fissato, per la Cina, a 1.000.000, quello degli Usa, della Germania e dell’Italia è astutamente (o inopinatamente) sottostimato: si parla, rispettivamente, per queste Nazioni capitaliste, di 40.000, 26.000 e 21.000 decessi. Soltanto 40.000 morti negli Usa, che dell’inquinamento sono stati storicamente, e sono ancora oggi, i principali responsabili! La prova del “taroccamento” (o quantomeno dell’assoluta imperizia nella raccolta dei dati da parte degli Stati nazionali, segnatamente quelli occidentali, desiderosi di evitare reprimende e sanzioni) appare evidente nel momento in cui si raffrontano i dati OMS con quelli di tutta una serie di autorevolissimi studi: l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA), nel 2012, registrava 84.400 decessi prematuri in Italia e non si vede come essi, cinque anni dopo, possano essere diminuiti di quattro volte! Per quanto concerne gli Usa, i ricercatori del celeberrimo, storico MIT (Massachusetts Institute of Technology), in un loro studio del 2013 parlavano di ben 200.000 morti annui per cause legate all’inquinamento ambientale. In tutti gli studi sino ad ora svolti e consultabili, invece, il dato cinese è sempre lo stesso: 1.000.000 di morti o poco più, a testimoniare quanto i dati di Pechino siano precisi e trasparenti, tanto che nessuno ha potuto “correggerli”. Non si tratta certo di assolvere la Cina per il suo ruolo (comunque reale) nell’inquinamento globale, sarebbe una posizione in malafede e pure ridicola; il problema è, invece, quello di riportare l’asse della discussione sul giusto binario: i decessi in rapporto alla popolazione (e in proporzione alla potenza dell’apparato produttivo complessivo) sono pressappoco della stessa entità in Cina, negli Usa, in Italia, anzi, forse la Cina, col suo miliardo e passa di abitanti e il suo gigantesco apparato industriale, in un parallelismo logico – critico, esce dall’esame meglio di tutti gli altri Paesi. 

La differenza fondamentale è che, mentre nei Paesi occidentali la recessione gioca un ruolo di “regolatore naturale” anche dei livelli delle emissioni in atmosfera e del consumo di risorse non rinnovabili (Paesi che producono sempre meno inquinano, ovviamente, sempre meno), nel caso della Cina abbiamo un Paese che, in piena, vorticosa espansione, ogni anno segna un punto in più al suo attivo nella lotta alle emissioni nocive, al consumo di suolo, allo spreco delle risorse idriche. Non è la stessa cosa, anche se l’obiettivo a tendere deve essere, per tutti, un modello di sviluppo pienamente sostenibile, rispetto al quale si è ancora ovunque lontani, quale che sia la Nazione considerata e quale che sia il sistema economico in essa adottato. Ciò detto, mentre i giornali ci bombardano selvaggiamente con immagini di città cinesi immerse nello smog, brulicanti di gente con mascherine, scafandri e altri sistemi di “protezione”, nessun telegiornale e nessun giornale o rivista ad alta tiratura ci mostrano i 175 milioni di ettari di superficie boschiva (18,4% del territorio nazionale cinese) e i 52.400.000 ettari riforestati, in essi compresi, che fanno della Cina la terza Nazione al mondo per copertura boschiva e la prima per superficie riforestata. 

La sterminata area che il governo cinese vuole rimboschire

Nessun mezzo di comunicazione “di grido” ci parla mai dei 51 miliardi di alberi piantati ininterrottamente dal 1979 al 2009, né dei 3,5 miliardi di yuan stanziati nel solo 2008 per riforestare, entro il 2020, altri 2.000.000 di kmq (6 volte l’estensione dell’Italia!!!). E della eco – città avveniristica di Tianjin, sorta su una discarica bonificata e con utilizzo completo di tecnologie di raccolta, riciclo e riutilizzo dei materiali, chi ha parlato mai nelle nostre tv? E’ forse stata fatta qualche menzione, poi, ad altri casi analoghi in via di realizzazione, quali le Città di Dongtan e Caofeidian, nella seconda delle quali il ruolo dell’Italia è basilare? 

I primi risultati

Nemmeno il più laconico servizio televisivo si è preoccupato di mostrarci gli impianti geotermici della SINOPEC, il gruppo petrolchimico cinese con azioni per il 75% in mano al governo (prenda nota chi parla di “liberismo” imperante sotto l’ombra della Porta Celeste). Queste infrastrutture, presenti in ben 16 province, consentono di scaldare la bellezza di 40.000.000 di mq di case e fabbriche, evitando emissioni per 3.000.000 di tonnellate di CO2 (una quantità più o meno analoga all’inquinamento prodotto dal traffico romano in 10 mesi e da quello milanese in 30). Nessun cenno poi a meraviglie naturali e risorse tenacemente salvaguardate quali il Lago di Hangzhou, più precisamente chiamato “Lago dell’Ovest”, esteso per 5,6 kmq e inserito nel World Heritage (Patrimonio mondiale dell’umanità). 

Veduta del lago di Hangzhou

Avete visto qualche servizio giornalistico o televisivo sul Parco solare galleggiante della Provincia dello Hanui, un gigante di 40 MW realizzato dalla SUNGROW, colosso cinese fondato nel 1997? Infine, chi si è preoccupato di presentare in modo adeguato la nuova Legge sulle emissioni inquinanti che entrerà in vigore in Cina nel 2018? Si tratta di un provvedimento d’avanguardia, messo a punto dopo molteplici consultazioni e assemblee in tutto il Paese, dopo che tutta la popolazione ha, direttamente o indirettamente, inviato alle autorità osservazioni, proposte, idee innovative per migliorare e incanalare il Paese sui binari dello sviluppo sostenibile. Secondo le nuove disposizioni, per ogni 0,95 kg di ossido di azoto o di anidride solforosa rilasciata, le fonti di inquinamento pagheranno fino a 12 yuan; le miniere verranno tassate con 15 yuan per ogni tonnellata di cascami e di materiali tossici o metalli pesanti (dannosi soprattutto per le acque); le centrali a carbone e gli impianti industriali a carbone saranno soggetti ad una tassa di 25 yuan per ogni tonnellata di cenere prodotta. Anche l’inquinamento acustico rientrerà tra i parametri soggetti a tassazione mirata: una scelta, questa, d’avanguardia, innovativa e coraggiosa. 

Parco solare galleggiante realizzato dalla SUNGROW

Naturalmente, i corifei del sistema capitalista, i russofobi e sinofobi in servizio permanente hanno giudicato debole questa legge (quando essa supera per efficacia e completezza quella di ogni altro Paese occidentale), usando argomentazioni false e intellettualmente disoneste: si è asserito che la misura non colpisce l’inquinamento delle auto, quando le autorità cinesi, generando reazioni scomposte proprio nel Paese dei moralisti ipocriti (gli Usa), hanno accresciuto massicciamente  le imposte sui veicoli di importazione più inquinanti, al punto che una jeep modello Wrangler costa in Cina 30.000 dollari più che negli Usa (71.000 dollari contro 40.000 circa). Si è poi affermato che la legge non colpisce le scorie nucleari, quando ogni mente sana, capace di intendere e di volere, si rende conto benissimo che il problema delle scorie nucleari non è quello della loro tassazione, ma, semmai, quello della loro esistenza e che quindi occorre non produrne, smantellando il nucleare, o produrne meno. La coltre del silenzio più mafioso ha poi celato un dato di fatto: il nucleare, in questi anni, ha prodotto appena il 3% circa dell’energia elettrica cinese (il 20% viene dalle rinnovabili), mentre il dato corrispondente per gli Usa è del 20% circa. Chi deve tassare le scorie o limitarle di più? I meccanismi della propaganda imperialista e sinofoba sono diabolici e onnipervasivi e, se non si sottopone al vaglio critico ogni dato e informazione, si cade sistematicamente nella tagliola della disinformazione: l’umanità deve continuare a pensare che la Cina viva costantemente immersa in una nuvola di smog ovunque, nel grigiore e nella rarefazione di aria fresca e pulita. 

Centrale solare a Himin

Così sarà più facile dar credito alle sparate di un Trump che, per continuare a spingere gli Usa sulla pista dell’inquinamento e della non negoziabilità di un modello di sviluppo distruttivo, energivoro e capace di annichilire il Pianeta in pochi lustri, ha bisogno di additare altri attori dell’economia mondiale come causa di tutte le sciagure, salvando multinazionali ed oligopoli a stelle e strisce che, invece, portano il peso delle principali responsabilità. Eppure, un altro capitolo della statistica scientifica internazionale si incarica di dar torto a questo mito: nel 2004, gli Usa, con nemmeno 300 milioni di abitanti, emettevano CO2 in atmosfera per 6.049.435.000 tonnellate annue, mentre la Cina, con Taiwan inclusa (oltre 1 miliardo di abitanti), si posizionava al secondo posto con 5.010.170.000 tonnnellate annue. Il Rapporto 2013 “Trends in Global CO2 Emissions”, redatto dal Joint Research Centre (JRC) dell’Agenzia ambientale dei Paesi Bassi e della Commissione Europe, se da un lato certifica il sorpasso della Cina, con il 29% delle emissioni contro il 16% degli Usa, dall’altro ci mostra chiaramente come le emissioni pro – capite di CO2 siano, negli Usa, il doppio di quelle cinesi e, analizzato il contesto, possiamo renderci conto perfettamente di come gli Stati Uniti abbiano ridotto il loro impatto sull’ambiente non con la mitica “green economy”, nuova, illusoria frontiera di una sinistra radical chic che inventa slogan per non ridiscutere radicalmente il modello di sviluppo, ma in virtù di una recessione pesantissima, occultata dai grandi annuari statistici, che ha squassato il Paese dal 2008 portando al potere Donald Trump: solo secondo i dati ufficiali, gli Usa hanno scontato, nel 2009, un calo della produzione industriale pari al 14, 5%, mentre la Cina, in quell’anno, ha fatto registrare, per la stessa voce, più o meno un 20% (quando è in crisi, la Cina popolare cresce complessivamente del 6%, tasso raggiungibile in 6 anni e oltre dai nostri dinosauri capitalisti). Inoltre, se nel 1991 gli Usa buttavano sul mercato il 22% dei prodotti industriali del mondo e la Cina seguiva a distanza di cento ruote con un umilissimo 2,5%, nel 2010 la situazione si è capovolta: gli Usa oggi sono sotto il 20%, mentre la Cina è arrivata al 15%, tallonando gli yankees. Tenendo conto di questo quadro generale, si vede meglio come le prediche e i vanti statunitensi sulla riduzione delle emissioni inquinanti poggino, in realtà, su una situazione di crisi le cui inevitabili e logiche conseguenze vengono, furbescamente, spacciate per virtuosità derivanti da lungimiranti opzioni.

La città “verde” progettata dallo studio italiano Boeri sarà presto realizzata a Liuzhou


Tutto ciò ci deve suggerire sempre di verificare notizie e dati e di inquadrarli nei contesti generali nei quali essi sono inseriti, senza con ciò diventare, per converso, cantori acritici e apologetici di un “paradiso terrestre” che non c’è e non ci potrà forse mai essere, anche raggiungendo il massimo grado di somiglianza ad esso nelle strutture sociali e negli stili di vita. La questione è di dare a Cesare ciò che è di Cesare e alla Cina ciò che è della Cina, valutando nella sua complessità, nella sua capacità di trasformazione e di revisione un Paese col quale tutti sono e saranno ancor più obbligati a fare i conti. Un Paese che ci prepara sorprese ed opportunità, lontano da schemi e da facili profezie. 

TABELLE

Rapporto tra energia nucleare ed eolica prodotte in Cina

La potenza installata di energia solare in Cina in rapporto ad altri Paesi

Potenza eolica installata in Cina, in rapporto ad altri Paesi


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI: 

Mao Tse TungOpere complete in 25 volumi, Edizioni Rapporti Sociali 

https://dengxiaopingworks.wordpress.com/ (sito con le opere di Deng Xiaoping)

Jiang ZeminSelected Works, Foreign Languages Press, Pechino 2013

David L. ShambaughChina’s Communist Party, University of California Press, 2008 

Yiu – chung WongFrom Deng Xiaoping to Jiang Zemin, University Press of America, 2005

Lance L.P. GoreThe Chinese Communist Party and China’s Capitalist Revolution, Routledge, 2011. Fonte di parte, eccessivamente prona alla tesi dell’esistenza di un sistema perlopiù capitalista in Cina, ma utile e dettagliato sotto il profilo argomentativo e statistico. 

Limes, n° 1/2017: “Cina – Usa, la sfida” 

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