Falsi occidentali duri a morire/3: come scoppiò la guerra di Corea (1950/53)

Falsi occidentali duri a morire/3: come scoppiò la guerra di Corea (1950/53)

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Da 70 anni leggiamo ovunque dell’aggressione da parte della feroce Corea del Nord alla piccola, pacifica, indifesa e, dimenticavamo DEMOCRATICA PERBACCO!, Corea del Sud.

E’ successo veramente così o la Corea del Nord è stata trascinata in un terrificante conflitto dall’aggressione imperialistica USA?

Il compagno Luca Baldelli in questo articolo ci espone i fatti che portarono alla guerra

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Un tizio alla “Hugo Chavez” terminerà la rivoluzione filippina?

Un tizio alla “Hugo Chavez” terminerà la rivoluzione filippina?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Jefry M. Tupas, corrispondente del Manila Times

FONTE

[Una domanda sorge spontanea: può la retorica populista influenzare i cuori e le menti, senza i petrodollari? – Frontlines ndr].

Joma considera  Duterte come la versione pinoy (1)  di Hugo Chavez

10 ottobre 2015

Utrecht, Paesi Bassi: José Maria Sison [Joma], presidente fondatore del Partito Comunista delle Filippine (CPP), ha chiarito che non ha appoggiato il sindaco Rodrigo Duterte come il suo preferito prossimo presidente delle Filippine.

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José Maria Sison (Joma)

“Ma come posso farlo quando non ha ancora dichiarato di essere in corsa per la presidenza”, ha detto ridendo, di fronte a lui c’era una tazza di caffè intonsa ormai fredda, su un lungo tavolo bianco, il ‘centro’ all’interno l’ufficio del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (NDFP).

Sison insieme al capo del gruppo per la pace del NDFP Luis Jalandoni e al portavoce del NDFP Fidel Agcaoili, recentemente si è seduto con il Times per un colloquio a ruota libera.

Sison ha detto che Duterte ha tutte le caratteristiche per essere un buon leader.

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Rodrigo Duterte

Ma tra gli aspiranti alla presidenza, i funzionari del NDFP hanno chiaramente da dire alcune cose positive su Duterte, proprio mentre Sison deve ancora dichiarare la sua candidatura presidenziale; a differenza di altri aspiranti alla carica di presidente, Duterte conosce e comprende le lotte del popolo filippino ed è l’unico che ha un’idea di come affrontare il problema della pace nel paese.

Hindi Siya Sakim a kilala Nya ang mga Problema ng Pilipinas (Non è uno avido e conosce e capisce i problemi della gente)”, ha detto Sison.

Se diventa presidente, Duterte può diventare l’Hugo Chavez filippino.

“Ha le caratteristiche di Hugo Chavez”, ha detto Sison, notando come il defunto leader della sinistra venezuelana che galvanizzò lo sviluppo del suo paese quando salì al potere nel 1999. Proprio come Chavez, Duterte, Sison ha detto, è “intrepido e coraggioso”.

Jalandoni ha definito Duterte come il  “più progressita” tra i candidati.

“Solo lui ha stabilito le possibili politiche che sottolineano il suo impegno per la pace. Egli è il più progressista di tutti i candidati”, ha detto.

Si riferiva alle dichiarazioni precedenti di Duterte che metterà in piedi una coalizione con il Partito Comunista delle Filippine per porre fine alla ribellione comunista che dura da 47 anni nelle Filippine.

La possibilità di una coalizione con i governi precedenti era stata proposta dal NDFP, ma le passate amministrazioni avevano sempre respinto questo.

Jalandoni ha fatto anche notare il ruolo di Duterte nel rilascio di diversi prigionieri di guerra a Mindanao e la sua amicizia con il ribelle ucciso del Nuovo Esercito Popolare, Leoncio Pitao o comandante Parago.

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Il leader rivoluzionario Leoncio Pitao, amico personale di Duterte, caduto l’anno scorso

Duterte ha anche ripetutamente chiesto al governo e al NDFP di riprendere i negoziati di pace, anche offrendosi come negoziatore.

Ma Sison ha anche chiaro che i complimenti a Duterte, un ex studente che non riusciva più a ricordare, erano per il suo tipo di leadership e le sue caratteristiche distinte che lo contraddistinguono dagli altri.

“Pinuri Ko Siya” [L’ ho lodato], ha detto.

I tre hanno parlato degli ostacoli al processo di pace tra governo e il NDFP e le prospettive di rinnovare i negoziati dopo le elezioni del 2016, quando le Filippine, ancora una volta, eleggeranno un nuovo leader.

Sembra che il NDFP si sia già rassegnato al fatto che l’amministrazione Aquino non è affatto interessata a spingere per la ripresa del processo di pace.

Essi hanno riconosciuto che gli aspiranti alla presidenza, Grazia Poe e Jejomar Binay hanno fatto dichiarazioni circa i loro piani di aprire di nuovo i colloqui, ma il NDFP è prudente.

Ho chiesto al trio del NDFP se queste dichiarazioni di ‘promesse’ di Poe, Binay, e Duterte li interessassero. Hanno semplicemente riso.

Connie Ledesma, un membro del gruppo di pace del NDFP, è intervenuta dal retro.

“Forse la questione non dovrebbe essere se il NDFP sia interessato”, ha detto la moglie di Jalandoni, che era presente in ufficio, insieme con la moglie di Sison, Julie.

“Forse dovrebbe essere se il NDFP abbia delle aspettative”, ha detto, dichiarazione che ha generato una risata.

“Queste affermazioni sono affermazioni generiche. Non ci sono dettagli”, ha sottolineato Agcaoili. “Per quanto riguarda Duterte, le sue promesse non sono coerenti.”

NDT: per le miriadi di stolti che non credessero agli stretti contatti tra il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte e i comunisti del NDFP, consigliamo di digitare sul motore di ricerca google, 2 parole: Duterte e NDFP

(1) Si tratta di un termine informale per indicare il popolo filippino

L’industria degli autoveicoli in Corea del Nord. Passione e tecnica al servizio dei bisogni del popolo

L’industria degli autoveicoli in Corea del Nord. Passione e tecnica al servizio dei bisogni del popolo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli

Questa volta il compagno Baldelli ci offre una serie di notizie su una nazione che fin dalla sua nascita, all’indomani della II Guerra Mondiale, fu sotto il costante tiro delle superpotenze imperialiste: la Corea del Nord.

Questa volta, com’è diventata sua consuetudine, si occupa di un campo misconosciuto della bistrattata (dalla propaganda capitalista) Repubblica della penisola coreana, vale a dire della sua industria automobilistica.

Una valida lettura alternativa alla vulgata corrente.

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Non avremo mai pace: il leader delle Filippine, Duterte vuole cacciare le truppe USA dal sud del paese

Non avremo mai pace: il leader delle Filippine, Duterte vuole cacciare le truppe USA dal sud del paese

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di GPD

FONTE 1
FONTE 2

Traduzione di Guido Fontana Ros

Il presidente delle Filippine dichiara che le truppe USA “devono andarsene” dal sud del suo paese. Egli biasima i soldati americani di infiammare la tensione con la popolazione locale musulmana, dicendo che “non ci sarà mai pace” fintanto che ci sarà la presenza militare USA.

Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte dice di opporsi al fatto che soldati USA stazionino nella regione meridionale di Mindanao, richiamandosi a come le truppe americane presero parte alla pacificazione dei musulmani filippini cento anni addietro. Egli afferma che quello causò un lungo periodo di risentimento della minoranza musulmana nei confronti della maggioranza cattolica nel sud.

“Fino a quando noi staremo con l’America, non avremo mai pace in questa terra”, ha detto secondo l’AP.

Ha mostrato alcune foto in bianco e nero dei primi anni del 1900 che raffigurano donne e bambini uccisi dalle forze USA.

Ha detto: “Le forze speciali devono andare via. Devono andare a Mindanao, là ci sono molti bianchi, devono andarci”, per poi aggiungere che avrebbe riorientato la politica estera del paese. “Non voglio una spaccatura con l’America ma devono proprio andarsene”.

Egli ha ammonito che le truppe USA dovranno affrontare delle difficoltà nel caso non decidano di ascoltare il suo consiglio.

Ha detto: “Se vedono americani, li uccideranno senza pietà. Otterranno il riscatto e poi vi uccideranno, non importa se siete un americano nero o bianco, vi uccideranno perché siete un americano”.

A dispetto della sua coraggiosa dichiarazione di cacciare i militari USA dal sud delle Filippine, Duterte non dice né quando ne come dovrebbe avvenire.

La Reuters riporta che Washington non ha ancora ricevuto la richiesta formale del governo filippino relativa alla questione, infatti il portavoce del Dipartimento di Stato USA, John Kirby ha parlato di una nuova conferenza quando gli è stato chiesto della dichiarazione di Duterte.

Ha sottolineato il fatto che gli USA sono legati a Manila tramite un’alleanza, ma egli  “non è a conoscenza di qualsiasi comunicato del governo filippino… che vada in quella direzione”.

Josep Chen, un analista politico dell’università di Hong Kong ha detto a RT di credere che Duterte stia giocando con alcuni segmenti della società filippina che, per il bene del paese, vogliono che le truppe USA se ne vadano.

Egli afferma: “Sembra cercare di guadagnare popolarità e sostegno con una posizione nazionalista e d’altra parte non vuole apparire troppo dipendente dagli USA per la sicurezza del paese a differenza del suo predecessore”.

Cheng aggiunge che il provocare una serie di dispute con gli USA, possa essere una mossa calcolata per migliorare le relazioni con la vicina Cina.

Egli riferisce a RT: “Probabilmente vuole iniziare dei negoziati con Pechino riguardo alla disputa territoriale, avendo intenzione di aumentare i legami economici fra i due paesi, cercando anche di ricevere aiuto economico da Pechino”.

Le forze USA sono stanziate a Mindanao dal 2002 per addestrare e consigliare le forze locali che combattono contro i militanti di Abu Sayyaf legati ad Al Qaeda. Mentre la maggior parte della presenza militare USA ha lasciato il paese nel 2015, i funzionari USA dicono che qualche militare è rimasto come consigliere.

Fin dalla sua elezione di giugno, Duterte non ha avuto una relazione pacifica con Washington. Il presidente filippino è stato irritato in modo particolare da quello che percepisce come una lezione dagli USA in materia di abusi dei diritti umani, che hanno fatto seguito alla sua lotta brutale contro le droghe e i trafficanti del paese.

La Polizia Nazionale Filippina (PNP) afferma di aver ucciso 1.466 persone per reati connessi alla droga, mentre altri 1.490 sono stati uccisi da gruppi sospetti di vigilantes, morti che la PNP classifica come “morti in corso di indagine”.

Il portavoce della PNP, il sovrintendente capo Dionardo Carlos, ha detto domenica, secondo il Philippine Star: “Il numero di operazioni (di polizia), condotte dal debutto del Oplan Double Barrel, ha raggiunto il numero di 17.389 e sono sfociate nella morte di 1466 persone coinvolte nella droga e nell’arresto di 16.025 sospetti”. 

Il presidente Barack Obama ha rifiutato un possibile incontro con Duterte al recente incontro del G20 in Cina, dopo esser stato chiamato da leader delle Filippine “figlio di puttana”.

Comunque Duterte ha ritrattato in seguito.

“Sono pronto ad incontrare Obama. Aspetto che Obama mi risponda. Da avvocato ad avvocato, in fondo siamo entrambi avvocati… io non ho mai detto niente del genere. “Si controlli”, dice e aggiunge: “… Ho detto così, ma non mi riferivo a Obama… non sono in guerra con l’America”.

Il discorso completo del presidente Duterte

L’alterco Obama-Duterte: quello che i mezzi di comunicazione delle corporation non dicono

L’alterco Obama-Duterte: quello che i mezzi di comunicazione delle corporation non dicono

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di WAYNE MADSEN

Traduzione di Guido Fontana Ros


FONTE

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La spiegazione dei media occidentali, che si rivolge a persone con un livello di istruzione molto elementare da scuola secondaria, circa i motivi alla base della recente guerra di parole tra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, ha poco a che fare con il fatto che il leader delle Filippine abbia definito Obama un “Putang ina” o “figlio di puttana” in tagalog [NDT: la lingua parlata nelle Filippine]. La rottura delle relazioni tra le Filippine, una ex e parecchio abusata colonia americana e gli Stati Uniti, si basa sul rinnovato nazionalismo filippino, sul disgusto di Duterte per la selettiva agenda dei diritti umani dell’amministrazione Obama e l’antipatia del leader delle Filippine per coloro che sono stati indottrinati nelle credenze musulmane nella vicina Indonesia.

Duterte sa bene che Obama ha pregato in una moschea e recitato il Corano nei suoi anni della prima infanzia in una scuola statale semislamica a Jakarta. E per Duterte, ex sindaco di Davao City a Mindanao, isola del sud delle Filippine, afflitta dal terrorismo del gruppo Abu Sayyaf, wahabita, finanziato dall’Arabia Saudita e nutrito dalle moschee radicali di tutto il Mare di Sulu dell’Indonesia, l’educazione di Obama nel sud-est asiatico è molto attinente.

Il riferimento di Duterte alla madre di Obama non è stato pronunciato ignorando la storia. Duterte conosce appieno il ruolo di Stanley Ann Dunham Obama-Soetoro nel prosieguo del sanguinoso colpo di stato del 1965, sostenuto dalla CIA e dai musulmani che ha rovesciato il presidente laico dell’Indonesia, Sukarno. Il colpo di stato, in cui il patrigno indonesiano di Obama, il tenente colonnello Lolo Soetoro, ha partecipato come un delinquente brutale per individuare ed uccidere il maggior numero possibile di comunisti e d’indonesiani di etnia cinese, è stato ingaggiato dall’ambasciata degli Stati Uniti a Giacarta.[1]

Nel 1967, la madre di Obama ha fatto ricongiungere a Jakarta il giovane Barack Obama con il suo marito criminale di guerra. Dopo il suo arrivo nel paese con la più grande popolazione musulmana al mondo, la madre di Obama ha lavorato per l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID), collegata alla CIA, nei villaggi della parte centrale dell’isola di Giava, con l’ordine di raccogliere il maggior numero possibile di nomi di comunisti. [2]

I documenti segreti indonesiani illustrano il coinvolgimento della madre di Obama nello sforzo di sradicamento dai villaggi rurali giavanesi dei quadri del Partito Comunista Indonesiano (PKI)  e dei sostenitori di Sukarno negli anni successivi al colpo di stato, operazione che si basava su antropologi finanziati dall’USAID come Ann Dunham-Soetoro e che aveva il nome in codice di operazione PROSYM. L’operazione PROSYM, gestita dalla CIA, era svolta da numerose controparti in tutto il Sud-Est asiatico.

L’operazione omologa che si svolgeva nel Vietnam del Sud, mirava ad eliminare i Vietcong e i loro simpatizzanti ed era conosciuto come programma Civil Operations and Revolutionary Development Support (CORDS), detto anche operazione Phoenix. In Laos, il programma di steminio delle forze comuniste del Pathet Lao e delle truppe nord-vietnamite, era conosciuto come operazione Rascal.

Con il predecessore di Duterte, Benigno Aquino, Obama aveva un partner militare disposto ad instaurare una nuova versione della defunta SEATO risalente all’epoca della Guerra Fredda, che legava in alleanza Washington con varie nazioni del sud est asiatico per confrontarsi militarmente e politicamente con la  Cina per acquisire il controllo del Pacifico occidentale. Una “SEATO II” dove le navi da guerra e gli aerei da combattimento degli Stati Uniti avrebbero, ancora una volta, completo accesso alle basi nelle Filippine per le loro implementazioni “WESTPAC”; questa era l’intenzione di Obama e dei suoi generali e ammiragli del Pentagono e di Pearl Harbor nelle Hawaii. Dopo essere stato eletto presidente in basa ad una piattaforma nazionalista, Duterte ha iniziato ad impegnarsi con la Cina e ha fatto sapere di essere pronto a un compromesso con Pechino che permetterebbe ai pescherecci filippini di continuare a pescare in intorno alle isole del contestato Mar Cinese Meridionale, tra cui il conteso Scarborough Shoal, uno sperone roccioso in questo mare.

Essere accomodanti con Pechino è l’ultima cosa nella mente di Obama. Pertanto Obama era pronto ad emettere una nota di ammonizione a Duterte nel corso del vertice dell’ASEAN nel Laos per il suo comportamento riguardo ai diritti umani e la sua politica in materia di esecuzione extragiudiziale di spacciatori nelle Filippine. Dopo che l’ambasciatore USA nelle Fillippine, Philip Goldberg, ha pubblicamente rimproverato Duterte per il suo giro di vite contro gli spacciatori di droga, il presidente delle Filippine, lo ha definito un “aay figlio-di-una-puttana”. Goldberg ha una storia alle spalle di sabotaggio di paesi ai quali era stato assegnato. Fu espulso dal presidente boliviano Evo Morales per l’incontro con i membri dell’opposizione boliviani di destra al fine di fomentare un colpo di stato in Bolivia approvato da Obama.

Duterte, naturalmente, è a conoscenza dei legami che Obama e Goldberg hanno con la CIA. Il presidente delle Filippine, che Obama ha indicato come “colorito” non è, come sostengono i media delle corporation occidentali, un “Donald Trump filippino”.

Invece, Duterte è un duro pragmatico che è sul chi va là nei confronti di Obama e dei falchi neoconservatori che, appoggiando i wahabiti e salafiti, dominano la CIA e il Dipartimento di Stato USA. Duterte e i suoi sostenitori sanno perfettamente che la sanguinosa epurazione ad opera della CIA dei membri e dei simpatizzanti del PKI, insieme a quella dell’etnia cinese, in Indonesia, non sarebbe stata possibile senza il supporto della gerarchia musulmana sunnita di Indonesia, un gruppo con cui la madre e il patrigno di Obama erano in stretto collegamento.

Prima e dopo il colpo di stato della CIA del 1965 in Indonesia, il partito politico islamico, il Partito della Stella e della Mezzaluna, ricevette assistenza finanziaria da parte della CIA nella sua jihad dichiarata contro il PKI, gli indonesiani di etnia cinese, cinese indonesiani, e i cristiani indonesiani.Il Partito della Stella e della Mezzaluna, che è ancora attivo in Indonesia, è favorevole all’adozione della sharia islamica in quello che è stato un paese in gran parte secolare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il movimento politico islamico indonesiano era particolarmente forte a Java, dove la madre di Obama e il suo marito musulmano, Lolo Soetoro, avevano estesicontatti a livello di città, villaggio e borgata. Il problema per le forze di contro-insurrezione nelle Filippine è che i musulmani indonesiani sono stati anche attivi nel Kalimantan (Borneo) e oltre il confine nel Borneo settentrionale inglese (ora Sabah), aree pericolosamente vicine ai separatisti musulmani Moro che si sono ribellati a Mindanao, isola natale di Duterte. Le Filippine hanno anche una questione aperta di lunga data con lo stato di Sabah nel Borneo settentrionale.

Il terrorismo islamico transfrontaliero continua ad affliggere Mindanao, Sabah e l’indonesiana Kalimantan. Più fastidioso per il governo delle Filippine è che il patrigno di Obama era in combutta con un prete filippino gesuita di nome Padre Jose Blanco, agente della CIA che creò la KAMI, una organizzazione studentesca indonesiana anti-cinese e musulmana che fomentò le proteste di piazza nel 1965 contro Sukarno in Jakarta e in tutto l’arcipelago indonesiano. Pupazzi indonesiani della CIA iniziarono anche a fomentare il sentimento anti-cinese nello stato malese del Sarawak.

Tutte queste operazioni della CIA furono condotte sotto l’imprimatur della SEATO, un’organizzazione che Obama e Hillary Clinton vorrebbero vedere risorgere in una nuova forma, al fine di immergere il sud-est asiatico in una nuova Guerra fredda. Duterte ha la visione dello stesso tipo di nazionalismo e di populismo che si sta diffondendo in tutto il pianeta contro i mali gemelli del globalismo e del multilateralismo.

I grandi media occidentali, che conoscono la storia della Indonesia, delle Filippine, e della regione circostante come un bambino di 7 anni, banalizzano lo scontro Duterte-Obama come quello tra un presidente statista degli Stati Uniti e un “Donald Trump filippino”.

Duterte è il primo abitante di Mindanao ad essere stato eletto presidente delle Filippine. Come isolano di Mindanao, che ne sa di più sulla storia del Mare di Sulu di molti suoi connazionali, Duterte ha poco tempo da perdere con un presidente americano il cui clan indonesiano ha le mani macchiate dal sangue di innocenti del sud-est asiatico. La lezione di Obama a Duterte sui diritti umani è stata il massimo in termini di arroganza. Duterte, sopravvissuto nella sua carica politica in una Mindanao incline alla violenza e piagata dalla guerriglia islamica, ha fatto capire ad Obama esattamente quello che pensava del parvenu americano.

[1] Per saperne di più vedi qui

[2] Anche qui

Attentato dinamitardo a Quetta: una guerra di 4° generazione a base di False Flag prende di mira il Pakistan

Attentato dinamitardo a Quetta: una guerra di 4° generazione a base di False Flag prende di mira il Pakistan

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros

State godendovi le immagini di caos in Pakistan? Dovreste, lo state pagando con i soldi delle vostre tasse.

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Questa mattina un attentato dinamitardo attribuito a “fanatici estremisti” ha ucciso più di cinquanta persone all’ospedale di Quetta, Pakistan.

Benché bersaglio paiono essere stati i musulmani sciti e i legali loro difensori, il gruppo estremista dietro l’attentato non è sunnita, né wahabita, né tafkiro.

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Questo attentato, come altri massacri in Pakistan, è con tutta probalità, un lavoro di estremisti neoconservatori,  seguaci del culto ultra machiavellico del filosofo politico Leo Strauss. Queste sono le persone che hanno creato “lo socntro di civltà” usando il terrorismo False Flag e che stanno cercando di destabilizzare e distruggere la nazione del pakistan in generale e in particolare la regione del Belucistan.

Le autorità pakistane lo sanno e ne parlano apertamente. Perfino il New York Times  non può sopprimere del tutto la verità:

Il generale (Asim Saleem) Bajwa, in un messaggio postato su Twitter, ha affermato che l’attacco è stato “un tentativo di minare l’aumentata sicurezza” in Belucistan, avendo a bersaglio nello specifico il Corridoio Economico Cino-pakistano, un accordo multimilardario  fra i due paesi che include una rete di infrastrutture e progetti nel campo dell’energia.

Ovviamente “gli estremisti sunniti/wahabiti/tafkiri” non hanno alcun interesse a distruggere il Corridoio Economico Cina-Pakistan. Chi ha interesse?

La stessa gente che ha interesse a ridurre il pakistan in uno stato fallito in modo da eliminare la sua capacità nucleare militare.

Questa gente potrebbe essere l’Asse del Male sionista/indù/neocon. E non si dimentichi che questa gente talvolta opera sotto i colori della CIA, dell’apparato militare USA e delle forze speciali e dei loro affiliati privati… e anche dei strettamente collegati servizi indiani (RAW) e israeliani (Mossad).

Nel mio libro pubblicato  ANOTHER French False Flag, il prominente analista pakistano della Difesa, Zaid Hamid spiega:

“Il revival dell’Islam come forza politica potrebbe porre una seria sfida ai poteri occidentali; e fatto ancora più importante potrebbe significare la fine del sogno sionista della creazione del “Grande Israele” nel cuore del mondo musulmano”. 

Nello scenario del post 9/11, la nuova strategia della guerra di 4 generazione e le tattiche impiegate per dividere ulteriormente le terre musulmane sono così complesse che pochissimi analisti sono in grado comprendere l’intera portata. La “guerra globale al terrorismo” americana (GWOT), ha ingoiato l’intera Asia occidentale, il Medio Oriente e il Nord dell’Africa. Le fondamenta di questi stati nazione in queste regioni sono stati scosse e un fenomeno violento di militanza religiosa e il terrorismo sono emersi.

Un caso di studio: il Pakistan

La posizione geografica strategica, la capacità nucleare e fatto ancora più importante la sua ideologia islamica, ne fanno un guardiano naturale, protettore e fratello dell’intere Umma musulmana e un nemico per tutte le ostili forze antislamiche dell’est e dell’ovest. Il Pakista, nonostante tutti i suoi problemi interni, è in grado di schierare il 5 esercito più grande del mondo includendo anche un arsenale nucleare. Le forze armate del Pakistan sono le sole nel mondo musulmano, ad aver combattuto contro India, Israele e l’ex URSS ed aver abbattuto caccia di tutti i 3 stati nemici. [NDT: il buon Zamid Hamid, preso da un accesso combinato di patriottismo, anticomunismo e antisemitismo la sta facendo fuori dal vasino: ad esempio l’aviazione indiana nell’ultimo confronto ha selvaggiamente sculacciato l’aviazione pakistana…]. Insieme all’ISIS, l’organizzazione più brutale e priva di scrupoli del mondo e il bene più apprezzato dalle forze sioniste, è il TTP, i cosiddetti “talebani pakistani”. Emersi nel 2005 con la’aiuto diretto della CIA e del RAW indiano, il TTP ha agito come organizzazione ombrello dei gruppi di militanti Deobandi che combattono contro lo stato pakistano, sotto l’ideologia del tafkiro. Il TTP è guidato da militanti deobandi manovrati dall’India ma annovera nelle sue fila, pakistani, arabi, uzbeki e afghani.
Seguendo la loro strategia kharidita (ideologia ultra fanatica e antimusulmana), il TTP ha dichiarato l’intera nazione pakistana, infedele e ha lanciato una spietata e brutale guerra allo stato del Pakista. Per ottenere una legittimazione religiosa, il TTP ha adottato i proclami della Jihad contro l’occupazione USA dell’Afghanistan per aumentare il reclutamento nell’area tribale pakistana per intensificare ed espandere la guerra contro il Pakistan. negli ultimi nove anni di operazioni, il TTP non ha mai sparato un colpo contro le forze USA in Afghanistan e la sua intera guerra si è svolta contro i musulmani del pakistan, con una focalizzazione particolare sull’esercito pakistano sui servizi segreti. Quasi 100.000 pakistani sono morti in questa brutale campagna terroristica che sta minacciando le vere e proprie fondamenta dello stato.

Ringraziamo Zaid Amid e gli altri acuti analisti pakistani che dicono la verità, il governo pakistano, specialmente i militari che cominciano a comprendere chi devono combattere. Questo accade in quanto ufficiali di alto rango come il gen. Baiwa immediatamente hanno messo in luce l’evidente False Flag di Quetta. Loro sanno che l’Asse del Male a conduzione sionista/Usa/indù vuole uccidere il Corridoio Economico Cino-pakistano… non importa quanta gente debbano ammazzare per farlo.

Dal punto di vista degli organizzatori, questi eventi terroristici dovuti al “fanatismo” hanno aggiunto il bonus della diffusione del caos (fitna [NDT: la parola araba fitna non vuol dire caos ma discordia] e del sospetto di fanatismo nella comunità musulmana. Proprio come è successo con i soldati inglesi che, travestiti da arabi, hanno realizzato il falso attentato sunnita contro gli sciti a Basra, il governo britannico ha fatto saltare le mura della prigione di Basra con dei carri armati per liberare i loro terroristi false Flag e con l’agente americano della CIA, Raymond Davis che orchestrava il terrorismo in Pakistan dei “talebani pakistani”.

Come scriveva qualche anno fa a VT, Jonathan Azaziah:

Il 27 gennaio un uomo affermante essere un diplomatico USA, con lo pesudonimo “Raymond Allen Davis sparava a 2 giovani pakistani disarmati di fronte all’ambasciata americana di Lahore. “Davis” affermava che gli uomini fossero armati e che avessero tentato di derubarlo. Niente di più lontano dal vero. Chiunque sia veramente “Raymond Davis”, non appartiene neppure alla stessa galassia dei diplomatici. Davis non solo è legato alla infame  società di cacciatori/assassini mercenari Blackwater (Xe), è un ex ufficiale delle forze speciali che agiva come capo della CIA in Pakistan dopo l’espulsione da parte del popolo pakistano del capo stazione CIA, “Jonathan Banks”.

Gli innocenti pakistani non stati uccisi perché tentassero di derubare Davis. Sono stati uccisi perché avrebbero visto Davis e un altro gruppo di mercenari caricare le loro auto di mitragliatori ed esplosivi e li sentirono parlare del loro viaggio in un area di Lahore conosciuta come luogo di “attentati terroristici”. Mentre Davis veniva arrestato, l’altra auto, piena di mercenari, corse via investendo un altro pakistano innocente. Il telefono trovato nell’auto di Davis, rivelava numerose chiamate fatte dall’assassino CIA/Xe a un’organizzazione chiamata “Tehrik-I-Taliban”, gruppo collegato a centinaia di attentati dinamitardi commessi in Pakistan negli ultimi dieci anni. La polizia pakistano ha scoperto anche fotografie nell’apparecchio fotgrafico di Davis, di installazioni sensibili della Difesa, inclusi il Forte Balahisar, quartier generale del corpo paramilitare delle Guardie di Frontiera nell’importante città strategica di Peshawr e parecchi bunker al confine indiano. La polizia pakistana vuole accusare Davis di spionaggio.

Le connessioni di Davis con la Blackwater (XE) e la sua occupazione come operativo della CIA, insieme all’uccisione a sangue freddo di due innocenti sono  sufficienti al suo arresto e incriminazioni per diversi crimini, ma i dettagli sottostanti il duplice omicidio, connettono Davis a una cospirazione più grande e più sinistra. Le conversazioni con “Therik-I-Taliban”, le sue fotografie di installazioni militari che servono da da punti d’appoggio verso i scaglioni superiori del sistema della Difesa pachistana, e la sua squadra di mercenari in viaggio verso una destinazione “letto caldo” con armi automatiche ed esplosivi, collegano Davis all’operazione terroristica False Flag, in corso da molto tempo, conosciuta come “la politica del dragone”, gestita dall’entità sionista e dai suoi alleati al’interno del RAW, della CIA e della Blackwater.

 

 

Così mentre il governo USA imbroglia e minaccia i pakistani affinché Raymond Davis sia rimandato a casa in America, ci sono sicuramente centinaia se non migliaia di americani, israeliani, indiani e vari affiliati alla “Raymond Davis” che ancora girano per il Pakistan assassinando innocenti. Siate sicuri, come solo lo è il generale Bajwa, che è questa gente e non “fanatici radicali musulmani” che sono dietro l’ultima tornata di massacro a Quetta.

 

L’ultima uscita sui False Flag  ORLANDO FALSE FLAG  che tratta anche degli attentati di Nizza e di Monaco.

Fate click qui per ulteriori informazioni

Il vero segreto del mar Cinese meridionale

Il vero segreto del mar Cinese meridionale

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Pepe Escobar

Traduzione di Guido Fontana Ros

FONTE 1

FONTE 2

FONTE 3

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ll mar della Cina del sudest continuerà ad essere la principale polveriera geopolitica di questo inizio di XXI secolo, di gran lunga avanti al Medio Oriente o alle frontiere occidentali della Russia. Non è solo in gioco il futuro dell’Asia ma anche quello dell’equilibrio dei rapporti est-ovest.

Per avere una visuale d’insieme, dobbiamo fare riferimento agli scritti del presidente dell’Accademia navale degli USA del 1890, Alfred Mahan, al fondamentale testo “L’influenza del potere marittimo nella storia. 1660-1783”. La tesi centrale di quest’opera è che gli USA devono dispiegare una presenza mondiale alla ricerca di nuovi mercati e proteggere questi nuovi assi commerciali per mezzo di una rete di basi navali.

Si tratta dell’embrione dell’attuale Impero americano che ha conosciuto il suo debutto nei fatti successivi alla guerra ispano-americana di oltre un secolo fa, momento in cui gli USA diventarono la potenza regionale dell’Oceano Pacifico, essendosi annessi le Filippine, le Hawaii e l’isola di Guam.

Il colonialismo occidentale, americano ed europeo, è senza alcun equivoco il vero responsabile del clima esplosivo che caratterizza la battaglia per la sovranità che si sta svolgendo nel mar della Cina del Sud. E’ proprio l’occidente ad essere responsabile della maggior parte dei tracciati delle frontiere terrestri e marittime di tutti questi stati. La lista è impressionante. Le Filippine sono state separate dall’Indonesia dalla Spagna e dal Portogallo nel 1529. la separazione tra Malesia ed Indonesia è dovuta all’intervento britannico e a quello olandese nel 1842. La frontiera tra la Cina e il Vietnam è stata imposta ai cinesi dalla Francia nel 1887. Le frontiere delle Filippine sono state ridisegnate dagli USA e dalla Spagna nel 1898. La frontiera tra Filippine e Malesia è stata ritracciata dagli USA e dal Regno Unito nel 1930.

Si tratta di frontiere tra diversi possedimenti coloniali, fatto che implica dei problemi insolubili fin dall’inizio, ereditati da queste nazioni nell’era post coloniale. E dire che tutto era iniziato come una configurazione morbida… I migliori studi antropologici sul soggetto, come quelli di Bill Solheim per esempio, chiamano con il nome di Nusantao, parola composta di origine austronesiana, le isole del sud e le popolazioni seminomadi che viaggiavano e commerciavano da tempi immemorabile per tutto il mar della Cina del sud. I Nusantao non costituivano un gruppo etnico a parte, ma piuttosto una rete di popolazioni marinare nomadi. Attraverso i secoli essi hanno sviluppato parecchi nodi commerciali, che si estendevano dalle coste del centro del Vietnam a Hong Kong, transitando per il delta del Mekong. Non erano collegati ad alcun stato e la nozione di frontiere non esisteva. Non è che alla fine del XIX secolo che il sistema westfaliano ha fissato il mar della Cina del sud in un giogo inamovibile. Questo ci conduce alla ragione per cui la Cina è così sensibile alla questione delle frontiere: perché è direttamente legata al secolo delle umiliazioni, vale a dire l’epoca dove la corruzione interna del sistema cinese e la sua debolezza avevano permesso ai barbari occidentali di impossessarsi di territori appartenenti alla Cina.

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Tensioni all’interno della linea in nove tratti

L’eminente geografo cinese Bai Meichu era un fervente nazionalista cinese che aveva ridisegnato la sua versione di quella che era chiamata “la carta dell’umiliazione cinese”. Nel 1936 egli pubblicò una carta che includeva una linea a forma di U, che inglobava tutto il mar della Cina del sud fino al Banco James, un banco di sabbia sottomarino situato a 1.500 km a sud delle coste cinesi e a solo 100 km dalle coste del Borneo. Numerose carte marittime cinese trassero ispirazione dalle carte del signor Bai. La maggior parte includeva le isole Spratly nelle rivendicazioni cinesi ma escludevano il Banco James.

Il fatto più importante è che il signor bai è l’inventore della linea in nove tratti, centrale nella retorica del governo cinese anche prima che fosse comunista e che è utilizzata come base giuridica per le rivendicazioni storiche della Cina sulle isole del mar della Cina del sud.

Tutti fu sospeso quando il Giappone invase la Cina nel 1937. Il Giappone occupava Taiwan dal 1895. Inoltre immaginiamo gli americani, nel 1942, abbandonare le Filippine alle truppe giapponesi. Questo significava che praticamente tutto il litorale del mar meridionale della Cina era per la prima volta nella storia sotto il controllo di un unico impero. Il mar Cinese meridionale era diventato un lago giapponese.

Questo stato di cose non dovette durare a lungo, infatti ebbe termine nel 1945. i giapponesi avevano anche occupato l’isola Woody nell’arcipelago delle Paracels e Itu Aba (oggi isola Taiping) nell’arcipelago delle Spratly. Alla fine della II Guerra Mondiale, dopo il bombardamento atomico del Giappone, i filippini ottenevano l’indipendenza nel 1946 e l’arcipelago delle Spratly fu dichiarato subito territorio filippino.

Nel 1947 i cinesi accelerarono le loro manovre per recuperare le isole Paracels dalla tutela coloniale francese. Simultaneamente tutte le isole del mar della Cina del sud ricevettero dalle autorità cinesi un nome cinese. Il Banco James fu retrocesso dallo status di banco di sabbia a quello di barriera corallina (in effetti questo banco di sabbia è immerso, ma Pechino lo considera sempre come il punto più a sud del territorio marittimo cinese).

Nel dicembre 1947, tutte le isole della regione furono poste sotto il controllo di Hainan (anch’essa isola del Mar Cinese Meridionale). Nuove carte marittime, basate su quelle del signor Bai, furono pubblicate, ma ormai con i nomi in cinese non solo di tutte le isole ma anche delle barriere coralline e dei banchi di sabbia. Il problema è che nessuno ha mai spiegato il significato dei nove tratti (che in origine erano undici).

Dunque nel giugno 1947, la repubblica di Cina [non ancora comunista] rivendicava ogni cosa che fosse inclusa in questa linea, dichiarandosi disponibile, in un futuro prossimo, a negoziati per frontiere marine definitive con gli stati limitrofi, ma all’epoca nessuna frontiere fu decisa, facendo nascere un’ambiguità strategica nel Mar della Cina del Sud mai risolta fino ai giorni nostri.

La Cina comunista [nel 1949] riconobbe tutte le carte e le decisioni collegate ad esse. Nonostante questo la frontiera marittima tra la Cina e il Vietnam, per esempio, non fu stabilita che nel 1999. Nel 2009 la Cina incluse la linea a U la linea in nove tratti in una presentazione alla Commissione delle nazioni Unite per i limiti delle piattaforme continentali; era la prima volta che questa linea era utilizzata ufficialmente in un negoziato internazionale.

Non c’è da stupirsi che gli altri paesi dell’Asia del sudest si siano infuriati di questo culmine della transizione da una rete marinara popolata da culture seminomadi, verso il sistema westfaliano di definizione degli stati. Stava per debuttare la guerra post moderna nel mar della Cina del sud.

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La libertà per mezzo delle cannoniere

Nel 2013 le Filippine spinte dagli USA e dal Giappone, hanno deciso di portare la questione delle Zone economiche esclusive (EEZ in inglese) nel mar Cinese meridionale davanti alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto marittimo (UNCLOS nell’acronimo anglosassone), ratificato sia dalla Cina che dalle Filippine ma non dagli USA. L’obiettivo delle Filippine, come della Cina era di giungere a che l’UNCLOS e non ipotetici diritti storici, definissero quello che è un’isola, una barriera corallina e chi abbia il diritto di rivendicarle (con le zone economiche esclusive che si collegano nei dintorni).

La stessa esistenza dell’UNCLOS  è il risultato di feroci cavilli giuridici. Tuttavia alcune importanti nazioni, tra cui il gruppo dei BRICS, che sono la Cina, l’India e il Brasile e anche in modo significativo, il Vietnam e la Malesia, hanno dato battaglia per modificare una clausola della Convenzione UNCLOS che mirava a rendere obbligatoria per ogni ogni nave militare straniera la richiesta di un permesso di navigazione per penetrare all’interno di ogni zona economica esclusiva.

E’ a questo stadio che si entra  veramente in acque torbide, anche molto agitate, partendo dalla definzione stessa di libertà di navigazione.

Per l’Impero americano, la libertà di navigazione a partire dalla costa occidentale degli USA fino all’Asia, attraverso l’oceano Pacifico, il mar della Cina del sud, lo stretto di Malacca e l’oceano Indiano, è trettamente sottoposta alla sua dottrina militare. Immaginiamo che una zona economica esclusiva sia un giorno chiusa per la navigazione della marina militare USA o che un’autorizzazione debba essere richiesta ogni volta; in questo caso, l’Impero delle basi militari perderebbe l’accesso alle… sue basi.

Aggiungiamoci l’abituale paranoia del Pentagono; cosa capitirebbe se una nazione ostile decidesse di bloccare il commercio mondiale da cui dipende l’economia USA (anche se il postulato di partenza, nonostante che la Cina prenda in considerazione questa opzione, è proprio ridicolo)? A causa di questo ridicolo postulato di partenza, il Pentagono sviluppa veramente un programma sulla libertà di navigazione. Per entrare nel dettaglio, non si tratta di altro che di un programma di diplomazia delle cannoniere rimodernizzato al XXI secolo, consistente nello spettacolo permanente delle portaerei americane che incrociano nel mar della Cina del sud. Per i dieci stati membri dell’Associazione degli Stati dell’Asia del sudest (ASEAN), il Santo Graal di questo affare, sarebbe di addivenire a un Codice di buona condotta regolante le dispute marittime tra le Filippine, il Vietnam, la Malesia, il Brunei e la Cina.


La redazione di questo codice stenta ad essere realizzata da diversi anni, principalmente perché le Filippine desiderano premere sulla Cina affinché accetti una serie di misure limitanti, ma solamente dopo che i dieci stati membri dell’ASEAN avranno tutti trovato l’accordo preliminare su queste misure.


La strategia di Pecchino si situa all’opposto di questo modo di negoziare, infatti Pechino cerca di moltiplicare i negoziati bilaterali con gli stati dell’ASEAN [invece di negoziare con un gruppo di stati d’accordo tra di loro], nei quali può far valere tutto il suo peso di fronte a nazioni di taglia più modesta. E’ andata così, grazie al sostegno della Cambogia, ben evidente questa settimana, quando quest’ultima è riuscita ad impedire la condanna della Cina in un’importante diatriba con il Laos nella questione del mar della Cina del sud; la Cina e l’ASEAN hanno scelto di trattenere le loro ambizioni.

Ammirate Hillary fare l’Ercolino sempre in piedi

Nel 2011 il ministero americano degli Esteri rimase impietrito dall’annuncio dell’amministrazione Obama dell’intenzione di ritirare le truppe americane dall’Irak e dall’Afghanistan; cosa sarebbe successo alle ambizioni territoriali della superpotenza? Questa inquietudine sorse alla fine del mese di novembre 2011, quando l’allora ministro degli Esteri, Hillary Clinton, inventò una nuova dottrina, oggi celebre, quella del cardine verso l’Asia.

Sei direttrici di proiezione sono state inserite in questo cardine. Quattro di queste direttrici derivano da un copia/incolla del gruppo di riflessione basato a Washington, il CSIS (Center for Strategic and International Studies), risalente al 2009: rivitalizzare le alleanze esistenti, sviluppare relazioni con le potenze emergenti, sviluppare relazioni con le entità regionali multilaterali e lavorare in concerto con i paesi dell’Asia del sudest sulle questioni economiche. Hillary Clinton ha aggiunto di sua iniziativa, due direttrici: una larga presenza militare americana in Asia e la promozione della democrazia e dei diritti dell’uomo.

E’ chiaro a tutti, non solo ai paesi del sud, che a partire dalla creazione di questa dottrina, l’artificio retorico del cardine sia veramente solo un modo di definire l’offensiva militare per contenere la Cina. Fatto ancor più grave, questa dottrina ha fatto la sua comparsa nel momento geopolitico di una disputa territoriale marittima nell’Asia del sudest coincidente con il confronto  tra un egemone, gli USA e un avversario dipari livello, la Cina, e questo ovunque, nei teatri operativi di tutto il mondo.

Quello che Hillary Clinton voleva dire veramente quando parlava di “far partecipare le potenze emergente”, era piuttosto, secondo le proprie vedute, “unirsi nella fondazione e nella animazione di un ordine mondiale e regionale basato su regole di condotta”, regole di condotta evidentemente decise dall’egemone, gli USA, vale a dire da tutto il meccanismo messo in campo dalle entità del Consenso di Washington [FMI, Banca Mondiale e dipartimento del Tesoro USA].

Non è sorprendente  che il mar della Cina del sud sia di una importanza altamente strategica, in quanto l’egemonia amricana dipende largamente dalla sua capacità di regnare sui mari (ricordiamoci degli scritti di Alfred Mahan). Questo è il centro della strategia nazionale militare USA. Il mar della Cina del sud è il punto di passaggio decisivo che collega gli oceani Pacifico e Indiano, il golfo Persico e finalmente l’Europa. Ed è là che noi scopriamo l’ultimo segreto del mar della Cina del sud. nell’ordine mondiale e regionale immaginato da Hillary Clinton e dalla sua amministrazione, la Cina deve obbedire all’egemone americano e garantire la libera circolazione della Marina militare USA nel mare della Cina del sud.

Questo è prodromo di un’inevitabile aumento di intensità del confronto lungo queste rotte marittime. La Cina, lentamente ma con sicurezza, sviluppa una pamplia di armi sofisticate, che potranno come ultima risorsa, impedire l’entrata della Marina militare USA nel mar della Cina del sud, fatto non ignorato dai falchi di Washington.

Quello che aggrava la situazione è il fatto che si tratta di due strategie antagoniste. Pechino si definisce come potenza antimperialista; questo implica che essa recupera i territori nazionali strappategli dalle potenze coloniali con l’aiuto di traditori cinesi (quegli isolotti sui quali si è recentemente pronunciata la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, non sono nient’altro che degli scogli o dei rialzi di terra emersa che emergono solo con la bassa marea).

Gli USA d’altro canto, hanno la bocca piena del loro destino manifesto e della loro eccezionalità. Così sembra che il mar della Cina del sud sia la regione dove, molto più delle frontiere occidentali della Russia, degli Stati Baltici e dell’Irak/Siria, le regole decretate dall’Impero americano sono apertamente contestate.

La posta in gioco potrebbe diventare ancora più importante il giorno in cui la marina militare USA si vedrà vietare l’ingresso nel mar della Cina del sud. Quel giorno suonerà la fine dell’egemonia dell’Impero.