Paleontologia, zoologia e anticolonialismo: la storia del dodo

Paleontologia, zoologia e anticolonialismo: la storia del dodo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Tra i tanti misfatti perpetrati dal colonialismo, in quanto rapina e saccheggio di risorse naturali ed ambientali, annichilimento sistematico, su vasta scala, di esseri viventi, vi è una vicenda poco nota al vasto pubblico, che solo alcuni studiosi e cultori di zoologia, paleontologia e scienze affini conoscono o perlomeno hanno sentito descrivere per sommi capi: parliamo della storia del Dodo, il volatile ormai scomparso da quattro secoli e descritto, nell’ambito della letteratura scientifica, con la denominazione di Raphus cucullatus, coniata dal grande Linneo nel 1758.

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Dodo di Roelant Savary

Il Dodo apparteneva alla famiglia Columbidae, comprendente oltre trecento specie, a dilettar con variegata fenomenologia di esemplari il ventaglio della Natura. Una sorta di piccione ipertrofico, col becco adunco e potente, la testa glabra, allampanata corona trionfante su una regale livrea di piume, le zampe corte richiamanti nella loro guisa quelle del pollo. Un volatile di 75 centimetri circa di altezza per oltre 20 chilogrammi di peso (anche se l’analisi delle ossa spinge alcuni studiosi a quantificare il peso in una forbice compresa tra 9 e 18 chilogrammi). La sua presenza era particolarmente diffusa nell’Isola di Mauritius, dove, si pensa, era approdato provenendo dall’Asia meridionale. Alcuni resti fossili inducono a ritenere che il suo più vicino progenitore fosse un volatile di 35 centimetri, frugivoro (ovvero, che si cibava di frutta) e capace di volare (a differenza del suo discendente). L’insediamento nell’Isola Mauritius fu favorito dal clima mite, oltremodo accogliente, dalla quasi totale assenza di predatori, dall’abbondanza di risorse alimentari disponibili. Il Dodo si nutriva di crostacei, semi, bacche, foglie e forse frutti, che triturava sfruttando il becco acuminato.

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Dodo di Ustad Mansur, museo dell’Ermitage, Leningrado

Secondo quanto si è potuto ricostruire muovendo i passi in quell’amalgama virtuoso di prove concrete, intuito e induzione che caratterizza il brodo di coltura del paleontologo, l’ampia e diversificata disponibilità di cibo a terra, provocò, negli esemplari di Dodo, l’ottundimento di ogni stimolo a ricercare fonti di nutrimento compiendo sforzi. A causa di tale pigrizia, instillata dal vantaggio di non doversi sperticare per la sopravvivenza nello strabiliante palcoscenico di foreste e macchie insulari, nel Dodo le ali, ed in modo specifico le penne timoniere, presto si atrofizzarono, come pleonastici ammennicoli adagiati su un inerte pigostilo. L’uccello, di conseguenza, acquisì quella sua andatura impacciata, quasi claudicante, che gli valse, immeritatamente, per una perversa adequatio rei a discutibilissimi schemi mentali umani, l’infamante nomignolo (Dodo, appunto) ad esso affibbiato dai colonialisti portoghesi. Dodo, infatti, è una derivazione di “doudo” o, in portoghese moderno, “doido”, che sta per tonto, sempliciotto, preda facile. Ecco, in questo appellativo lusitano c’è già tutta l’arroganza, la crudeltà, la ferocia e la stupidità (essa sì reale, non come quella del Dodo!) di quei predoni votati alla razzia, armati di archibugi, cannoni e croci, che la storia ha definito “colonialisti “. Essi, e non altri, resero il Dodo una preda ambita e agevole da riporre nel carniere. I Portoghesi giunsero nell’Oceano Indiano doppiando il Capo di Buona Speranza nel 1488, grazie all’intraprendente Bartolomeo Diaz; compulsando antiche carte ingiallite, manovrando febbrilmente sestanti e bussole, astrolabi e notturlabi, essi si spinsero, nel 1507, fino alle Isole oggi chiamate, tutte comprese in una sola entità, Mauritius. E sì, perché questo era, in realtà, nel ‘600, il nome della sola isola principale dell’Arcipelago delle Isole Mascarene, traenti il loro nome dal Capitano portoghese Pedro de Mascarenhas, che per primo vi arrivò col suo stuolo di baldi e ribaldi. L’isola principale, già nota agli Arabi con il leggiadro nome di “Dina Arobi” (Amore dell’Arabia), venne ribattezzata dai Lusitani “Ilha Do Cerne” (Isola del Cigno). Un’allusione al Dodo, scambiato per l’animale il cui bel canto è un inno alla sua prossima dipartita? Questo non si sa, ma, di certo, sappiamo che essi trovarono un ambiente pressoché intonso che iniziarono a depredare e sconvolgere, danneggiando un habitat che, per millenni, aveva prosperato rigoglioso e lussureggiante come pochi altri. Mark Twain, nel suo diario di viaggio dal titolo Seguendo l’Equatore, scriverà:

Sembra che sia stata creata prima Mauritius, poi il Paradiso, e che il Paradiso sia stato creato da Mauritius”

I Portoghesi (che mai costruirono sull’isola insediamenti stabili) furono dunque i primi a venire a contatto col Dodo e, come abbiamo visto, a battezzarlo con questo nome tutt’altro che generoso e veritiero. La mattanza del volatile cominciò allora, ma a dar via al massacro su vasta scala, senza riguardo per limiti e scrupoli, furono gli Olandesi, insediatisi nel 1598 sotto la guida del marinaio e avventuriero Wybrand van Warwjick: proprio costoro dettero all’isola più importante, considerata un corpo unico con quelle attualmente denominate Saint Brandon e Rodrigues e Agalega, il nome di Mauritius, in onore del Principe Maurizio di Nassau. Gli Olandesi, più dei Portoghesi, introdussero, in modo particolare a Mauritius, gatti, cani, maiali, ratti e roditori, decretando la fine del Dodo. Il volatile non è solo nella triste antologia delle estinzioni colpose, causate dai colonialisti nell’area delle Mauritius: accanto ad esso possiamo annoverare la Tartaruga gigante e, in ambito botanico, l’Ebano, abbattuto senza pietà per l’effimero diletto degli arredi di lusso delizianti la cupidigia dei ricchi europei.

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Il dodo ritratto da Cornelis Saftleven

Il tutto, naturalmente, mentre il turpe commercio degli schiavi veniva in ogni modo praticato ed incentivato, e mentre si estendevano a perdita d’occhio le piantagioni di zucchero, introdotte dal governatore Adriaan Van Der Stel e concimate col sangue e col sudore delle popolazioni schiavizzate, sfruttate, derubate di tutto. Il Dodo, come milioni di esseri umani, fu vittima innocente ed indifesa di questi banditi, ladri e masnadieri che si facevano scudo con ricchezze immense accumulate con prepotenze e crimini, nonché con franchigie morali assurde, accampate ed imposte in virtù di protezioni in alto, altissimo loco, nei palazzi del potere di quel Vecchio Continente lanciato alla conquista del mondo per brama inestinguibile di averi.

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Illustrazione allegorica della Compagnia delle Indie (1646)

Non si può dire nemmeno che fosse commestibile, il Ruphus cucullatus alias Dodo: i Portoghesi ci hanno lasciato alcune testimonianze circa il gusto non proprio sopraffino delle sue carni, mentre gli Olandesi, in maniera ancor più netta, sprezzante e drastica, lo chiamarono “Walgvogel”, ovvero “uccello disgustoso”. Accadde anche che i colonialisti (poverini!) si scandalizzarono per reazioni del tutto episodiche e insignificanti, quantunque perfettamente legittime e giuste, di esemplari di Dodo alle loro volontà genocide: Pieter Willemsz Verhoeff, navigatore giunto a Mauritius, ebbe a lamentarsi per la beccata di un Dodo che stava cacciando. Questo, mentre i membri del suo equipaggio si davano alla pazza gioia macellando una quantità impressionante di volatili, in un olocausto ornitologico che non avrà mai, di certo, la sua Norimberga. Un rapporto del 1602, redatto dall’equipaggio della nave Gelderland, in forza alla Compagnia delle Indie, reca scritto:

“Questi uccelli vengono catturati a Mauritius in gran numero poiché non volano e mangiano o si rinfrescano nell’acqua”.

Una vigliaccheria immensa, uccidere volatili mentre adempiono alle loro funzioni vitali, approfittando della loro goffaggine e della loro natura pacifica! Una vergogna che rappresenta uno dei tanti grani avvelenati del rosario colonialista, della sua furia sterminatrice verso animali e uomini. Alla fine del ‘600, il Dodo fu estinto del tutto sì, FU ESTINTO, perché continuare a scrivere “si estinse”, come va per la maggiore nelle pubblicazioni scientifiche, significa essere complici di un crimine e coprire ciò che avvenne realmente con la coltre ipocrita dell’ineluttabilità e di una presunta legge di natura ineluttabile che, se fosse stata davvero operante e giusta, avrebbe fatto olocausto dei colonialisti, non del Dodo.

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Oggi questo volatile, divenuto oggetto di ornamento nei secoli passati con le sue penne e le sue piume, è un esotico richiamo presente nella bandiera delle Isole Mauritius, nonché in alcune opere letterarie, da  Il diario di Adamo e di Eva  di Mark Twain ad Alice nel Paese delle Meraviglie  di Lewis Carroll. Resta, malinconico e forse un po’ cinico, il canto poetico di Hilaire Belloc:

The Dodo used to walk around,
And take the sun and air.
The sun yet warms his native ground –
The Dodo is not there!

The voice which used to squawk and squeak
Is now forever dumb
Yet may you see his bones and beak
All in the Mu-se-um.

Il Dodo era solito andare in giro,
E prendere il sole e l’aria.
Il sole brilla ancora sul suo terreno natio –
Il Dodo non c’è più!

La voce che era solita starnazzare e squittire,
È ora per sempre muta –
Ma puoi vedere ancora il suo scheletro ed il suo becco,
Tutti nel mu-se-o. 

 

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Herat 1979. La Gladio azzurro-verde-gialla scatena il caos in Afghanistan

Herat 1979. La Gladio azzurro-verde-gialla scatena il caos in Afghanistan

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il 1978 segnò l’ascesa al potere, in Afghanistan, del PDPA (Partito Democratico Popolare Afghano ), formazione marxista – leninista, ma con forti agganci anche al progressismo democratico – rivoluzionario e con varie anime al suo interno. Le due principali tendenze erano denominate “Khalq” (“popolo”) e “Parcham” (“bandiera”. Alla prima, ricca di venature estremiste e poco propensa ad accordi organici con l’Urss ed il campo socialista, si richiamavano i principali dirigenti, tra i quali Nur Mohammad Taraki e Hazifullah Amin, mentre della seconda, più consapevole della necessità di un riferimento diretto all’Urss, alla sua esperienza ed alla sua prassi, erano esponenti Babrak Karmal e Mohammad Najibullah.

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Nur Mohammad Taraki

La Rivoluzione di Saur del 1978 (“Saur”, in lingua dari, è il secondo mese del calendario persiano), avvenuta il 27 aprile 1978, aveva spazzato via il regime del Presidente Mohammed Daud Khan, prevenendo i suoi intenti golpisti e genocidi nei confronti dei militanti comunisti e democratici (il leader comunista Khyber, dell’ala “Parcham”, venne ucciso per volontà del Ministro degli Interni di Daud, Nuristani ), e così facendo aveva sbarrato momentaneamente il passo a profonde ingerenze imperialiste degli Usa, volte a trasformare il Paese in una rampa di lancio verso l’Asia centrale sovietica. Pakistan, Iran e Afghanistan dovevano formare un unico blocco reazionario e bellicista volto alla giugulazione dell’Unione Sovietica e alla sua destabilizzazione, a cominciare dalla diffusione dell’Islam fondamentalista in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakhstan e Turkmenistan. Le divergenze tra sunniti e sciiti, sotto il manto protettore dell’imperialismo americano, erano state al momento accantonate in vista dell’obiettivo.

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Babrak Karmal

La determinazione e la lucidità del gruppo dirigente del PDPA riuscì a mandare a monte questi piani, proprio mentre stavano per scattare in tutto il Paese gli arresti di tutti i principali dirigenti e attivisti del Partito, ostacolo incrollabile nella difesa della democrazia, dei bisogni dei ceti popolari, della pace contro ogni imperialismo. Il nuovo governo del PDPA intraprese alcune misure di chiaro segno progressista: in un Paese contraddistinto da esclusivismo clanico, da arcaiche, anacronistiche istituzioni tribali, da generale arretratezza, eccezion fatta per la Capitale e per pochi altri nuclei urbani, si procedette a una campagna capillare di alfabetizzazione e scolarizzazione, si portarono ospedali e centri culturali dove mai prima d’allora erano esistiti e dove ci si curava ancora, quando ciò avveniva, con rimedi tramandati dalla tradizione popolare, si distribuì la terra a 200.000 contadini togliendola ai vecchi latifondisti parassiti e sfruttatori, si abrogò l’ “ushur”, ovvero la decima pagata dai braccianti ai proprietari terrieri, si abolirono i matrimoni combinati e le discriminazioni contro le donne. Il Paese conobbe un’ondata di modernità e progresso senza precedenti; per la prima volta contadini oppressi da secolari soprusi e tirannici ordinamenti, sperimentarono la gioia della libertà, l’emancipazione, videro un medico e un maestro; le donne, ghettizzate e sottoposte all’indiscutibile autorità dei mariti, spezzarono le loro catene. Basti pensare che il governo rivoluzionario ereditò dal vecchio regime appena 50 ospedali e 900 medici in tutto il Paese. Nel portare avanti il processo rivoluzionario, in un certo numero di casi si calcò troppo la mano e si prestò il fianco alla reazione latifondista e clericale che, riorganizzatasi immediatamente sull’onda delle riforme che stavano cancellando i ceti parassitari, ricevette nuovo impulso da fughe in avanti eccessive, velleitarismi e altri errori compiuti dal governo rivoluzionario nella sua foga (certamente sacrosanta negli intenti) di cambiare il Paese portandolo dal buio delle caverne alla luce della modernità.

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Studentesse universitarie negli anni ’70

La CIA, stupita dal successo della Rivoluzione di Saur, come la bestia messa all’angolo reagì con rabbia e cieco odio, intessendo nuovi legami con vari gruppi che si andavano costituendo in opposizione al governo rivoluzionario, anche con incontri segreti presso sedi diplomatiche e nascondigli. Iniziò a dispiegarsi quella trama che, nel 1979/80, per volere supremo di Brzezinski e del suo entourage raccolto attorno al Presidente Carter, avrebbe condotto al conflitto afghano, con l’intervento internazionalista dell’Unione Sovietica a difesa della reazione islamico – reazionaria e dell’imperialismo. Queste trame erano facilitate dalla divisione che iniziò a profilarsi in seno al PDPA, sull’onda della reazione suscitata in alcuni centri dal modo troppo affrettato e confusionario di portare avanti le riforme, quelle riforme che, complessivamente – è bene sottolinearlo ancora – stavano cambiando in meglio il Paese. Nella primavera del 1979, ad un anno dalla Rivoluzione, milioni di afghani avevano imparato a leggere e a scrivere, avevano visto crescere il proprio tenore di vita, avevano imparato a gestire imprese e servizi da lavoratori coscienti; Presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan e Presidente del Consiglio era Nur Mohammad Taraki, dell’ala “Khalq”, il quale, mentre si ergeva a presidio difensivo del cammino progressista e democratico del Paese, non era altrettanto disponibile a garantire una condotta realmente democratica all’interno del Partito. Vecchie, persistenti sopravvivenze tribali continuavano ad inquinare la vita politica e il posizionamento di numerosi esponenti, anche all’interno del PDPA. Contro questo andazzo, i seguaci dell’ala “Parcham”, che guardavano all’Urss e contavano sull’appoggio della parte maggioritaria della popolazione, che li apprezzava per il loro equilibrio, per la lotta contro abusi ed esagerazioni nell’attuazione delle riforme, dettero battaglia, ma preferirono mantenere incarichi diplomatici all’estero per non correre il rischio di venir incarcerati: Babrak Karmal rimase in Cecoslovacchia, la sua compagna, l’indomita Anahita Ratebzad in Jugoslavia, Mohammad Najibullah in Iran, altri in altre parti del mondo. Chi ancora oggi critica queste scelte gridando alla vigliaccheria e al tradimento, primo lo fa da comodi salotti al riparo da ogni persecuzione, secondo dimentica che, con il gruppo dirigente “Parcham” decapitato in Patria, nessuna speranza ci sarebbe stata di vedere un cambiamento al vertice nel Paese, cambiamento al quale l’Urss stava pensando già non per mire espansioniste inesistenti e per ingerenze controproducenti, ma per salvare la Rivoluzione di Saur dall’urto della reazione interna e internazionale. Infatti, non tanto il Presidente Taraki, quanto il gruppo, sempre organizzato attorno all’ala “Khalq” facente capo ad Hazifullah Amin, stava scalpitando per assumere tutto il potere, anche con legami (non ancora inoppugnabilmente dimostrati, ma dati per certi da numerosi militanti, studiosi e opinionisti) con la CIA e con l’intelligence pakistana, appaltatrice del lavoro sporco imperialista nella Regione assieme ai servizi iraniani. Perlomeno, c’era una convergenza di interessi tra il gruppo di Amin e i circoli imperialisti : più si indeboliva il Paese, più le riforme venivano sabotate da atteggiamenti che ne mandavano a monte la sostanza e lo spirito intrinseco in nome di estremismi idioti e forzature, più il fronte imperialista si rafforzava e aveva occasione di ingerirsi in Afghanistan. Il Presidente Taraki era certamente debole, stretto tra vari fuochi e a volte giocò la carta di una repressione che, gestita su base locale e tribale senza adeguata supervisione centrale, spinse ancora più la situazione verso il baratro.

Questo lo si vide, appunto, nella primavera del 1979, con la “rivolta di Herat”, la prima rivolta scatenata dalla reazione contro la Repubblica Democratica Afghana, nove mesi prima dell’intervento sovietico chiesto peraltro dal PDPA (non ci fu alcuna invasione!). Molto si è detto e scritto attorno a questo episodio, e molta disinformazione è stata sparsa: da una parte i carnefici (i comunisti afghani e l’Urss), dall’altra le vittime (la popolazione). Falso, falsissimo schema, che si scontra con la verità storica.

Herat era ed è una cittadina afghana prossima al confine con l’Iran; il Trono del Pavone, da qualche mese, era stato rovesciato dalla Rivoluzione khomeynista, i cui contenuti progressisti erano bilanciati da un viscerale anticomunismo e il cui antimperialismo e anti – americanismo era contrappesato da un forte antisovietismo. Niente di straordinario, non si poteva certo pretendere una professione di bolscevismo da un esponente del clero come Khomeyni, pur coraggioso nella sua lotta contro la dittatura degenerata dello Shah, puntellata da Usa e Israele. Il fatto fu che l’ala destra del nuovo governo khomeynista iniziò a giocare la carta dell’eversione in terra straniera per destabilizzare il campo socialista ed espandere la propria concezione del mondo. A dar manforte a tale azione, gli immancabili servizi segreti statunitensi e ambienti maoisti – anarcoidi che allignavano in sedi periferiche del PDPA e, marginalmente, in organismi centrali del medesimo. Ecco che, nel marzo del 1979, a Herat (allora popolata da almeno 250.000 persone) scoppiarono disordini che, sapientemente orditi all’ombra di moschee con imam reazionari e filo – imperialisti, acquistarono presto il carattere di una pericolosa insurrezione, capace di contagiare vari ceti, non solo quelli strettamente legati ai latifondisti spodestati.

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Herat, Afghanistan

L’infezione eversiva si allargò presto a gran parte della provincia, anche se alcune località, come i Distretti di Obe e Pashtun Zargun, rimasero saldamente nelle mani del potere rivoluzionario, con il popolo stretto attorno alle conquiste del socialismo e gli eversori islamisti, indigeni e stranieri, isolati nella maniera più netta. Gli spari riecheggiarono ripetutamente dalla giornata del 15 marzo e presto, coperti dalle avanguardie armate dei mujaheddin foraggiati dagli Usa, dall’Iran e dal Pakistan (Paese, quest’ultimo, che non solo non se ne stette con le mani in mano, ma tessé la sua trama in altri Distretti e Province anche non di sua diretta influenza), nuclei di rivoltosi si diressero verso il centro cittadino e assaltarono uffici, sedi di Partito, negozi (specie nel bazar), seminando distruzione e morte. Nei tumulti furono uccisi diversi cittadini sovietici: le varie fonti consultabili propongono numeri diversi, da 3 o 4 a 200, ma è chiaro che vi fu un pogrom di netto, inequivocabile stampo fascista contro chi rappresentava il Paese baluardo del socialismo e dell’antimperialismo, il Paese che con maggior forza e coerenza supportava le lotte dei popoli per la libertà ed emancipazione.

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Controrivoluzionari afghani, dintorni di Herat, febbraio 1980

Quella che possiamo definire “Gladio verde” (islamo – fondamentalista e anti – sovietica ) si saldò, nella rivolta di Herat, con la “Gladio azzurra” (di diretta emanazione statunitense), incrociando pure la “Gladio gialla” (quella dei sedicenti maoisti, in realtà trotskisteggianti, che pur di portare avanti una linea antisovietica si allearono con chi sparava su maestri, donne che si toglievano il velo spontaneamente, medici e attivisti del PDPA). Un mix di apparati di controllo e sovversione, al servizio dell’imperialismo, che ritroveremo puntualmente anche in altri contesti e “punti caldi” di più recente “accensione”, primo tra tutti il Kosovo, regione nella quale parimenti ritroviamo l’eversione atlantista, islamista e sedicente marxista – leninista di osservanza “maoista”. Un’azione pianificata nella quale le reti della CIA americana, della SAVAK iraniana (da sempre legata al MOSSAD israeliano, tra l’altro), dell’ISI pakistano unirono gli sforzi per il fine supremo di un’offensiva geopolitica contro l’Urss, i suoi interessi, la sua stessa sovranità. Al vertice dei rivoltosi di Herat si pose un “direttorio” di religiosi reazionari, militari non epurati vicini a formazioni fondamentaliste quali il “Jamiat – e Islami” di Rabbani (Ismail Khan, Alauddin Khan, Sardar Jagran e Rasul Baloch), esponenti politici accecati dall’odio antisovietico, pronti a giocare la carta della rivincita, del revanscismo più feroce e persino ex galeotti (Gul Mohammad, Kamar – i – Dozd e Shir Aga Shongar). La Città di Herat fu prigioniera e succube delle volontà di questi personaggi, con la popolazione usata come scudo umano. La disinformazione operante dalle prime ore della rivolta sparse in tutto il mondo, attraverso le agenzie stampe legate ai circoli imperialisti, l’idea che quella di Herat era la lotta di tutto l’Islam contro il comunismo: tesi assurda, dal momento che i dirigenti del PDPA e molti militanti trovarono rifugio proprio all’interno della Grande Moschea o Moschea Blu, stupendo monumento e suprema sede religiosa cittadina. Diversi mullah, imam e cadì accorsero proprio sotto le bandiere del PDPA per veder difesa la vera concezione progressista e rivoluzionaria alla base della dottrina islamica. Un’altra operazione di disinformazione ha teso accreditare l’aiuto offerto dalla CIA ai mujaheddin a partire dal 1979, oltretutto dopo che per decenni si era collocato temporalmente questo dopo l’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese: in realtà, prima della fatidica firma, da parte del Presidente americano Carter, della direttiva per il rifornimento con armi e soldi sonanti ai mujaheddin afghani, datata 3 luglio 1979, direttiva che darà il via all’ “Operazione Cyclone” e che spingerà l’Urss a entrare in campo nel conflitto, per tutto il 1978 e per tutta la prima parte del 1979, gli agenti CIA presenti nel Paese, non erano stati certo a rimirare il Sole e le stelle, ma avevano attivamente lavorato per il rovesciamento del governo rivoluzionario di Kabul, con operazioni coperte di vario genere. Ciò è inoppugnabilmente testimoniato da varie riunioni tenutesi sia in Afghanistan che nel Pakistan, protagonisti diplomatici e agenti segreti. Come non vedere nella rivolta di Herat una diretta emanazione di queste trame?

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Afghanistan, località imprecisata, agente CIA con i controrivoluzionari afghani

Ad ogni buon conto, per spezzare l’assedio della Città da parte del fronte islamista, filoimperialista e trotskista, il PDPA si mosse in forze, mettendo da parte dissapori e divergenze che non mancavano e sui quali torneremo. Il Presidente Taraki, pur indebolito dal gruppo settario e ondivago di Hazifullah Amin, lanciato nel suo progetto di impadronirsi del potere senza dividerlo con nessun’altro, seppe in questa fase stringere un accordo con l’ala “Parcham” del Partito, contenendo i “pasdaran” del suo schieramento. Il 20 marzo, le Brigate IV e XV dell’Esercito vennero spedite a Herat da Pul e – Charki (periferia di Kabul caratterizzata dalla presenza di una grande struttura penitenziaria) dal Presidente Taraki, ma, data la rilevante distanza, a giungere prima sul teatro dei disordini furono le armate del generale Sayyed Mukharam, che una storiografia destituita di ogni fondamento ha voluto comandate da Amin in quel frangente, cosa impossibile dal momento che Hazifullah Amin, a quel tempo, era solo Ministro degli Esteri (assumerà anche la carica di portavoce del Consiglio dei Ministri solo dal 27 marzo, a situazione normalizzata). Grazie all’energico intervento, che non fu solo militare, ma civile-militare, con i militanti del PDPA e cittadini progressisti volontari in prima linea, Herat venne espugnata e liberata il 20 marzo del 1979. In quella data furono battuti, purtroppo non definitivamente, i disegni delle varie Gladio antisovietiche, variamente colorate.

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Un capitano dell’esercito afghano in procinto di disertare presso Herat

La propaganda occidentale ha ripetutamente accusato il governo rivoluzionario di aver ordinato bombardamenti indiscriminati sulla Città: se è vero che Herat vide incursioni di aerei Ilyushin, è anche vero che queste furono mirate a colpire edifici in mano ai rivoltosi, obiettivi di valenza militare e strategica controllati dagli islamo – reazionari e mai civili abitazioni, scuole, ospedali, centri culturali; i rivoltosi, invece, per attirare sul governo rivoluzionario di Kabul l’odio e l’esecrazione dell’opinione mondiale, non si fecero scrupoli nell’usare come scudi umani i civili, secondo uno schema poi visto in Kosovo, Siria e Cecenia, solo per citare alcuni teatri dell’eversione atlantico – islamista. Nella conta delle vittime, si è proposta spesso la cifra di 25,000 caduti, articolo di fede per tutta la propaganda anticomunista contrabbandata per storiografia, ma le prove reali acquisite fanno ascendere il numero totale dei morti a 3 – 4.000, cifre comprendenti i rivoltosi uccisi in combattimento, i civili da essi eliminati e i soldati fedeli al governo caduti in battaglia o attirati in trappole e uccisi nella maniera più barbara e crudele. Ciò detto, è ancora dibattuto il tema del ruolo vero giocato da Hazifullah Amin nel quadro della rivolta di Herat: l’ambizioso dirigente del PDPA fu certamente responsabile di gran parte delle deviazioni che alienarono al governo rivoluzionario preziosi appoggi in seno alla società afghana e ad alcuni suoi gruppi sociali, appoggi recuperati poi dal 1979 con una paziente opera di ricucitura dall’ala “ Parcham “ del Partito e dal nuovo gruppo dirigente guidato da Babrak Karmal. E’ stato più volte affermato che il KGB acquisì prove circa la collusione di Amin con gli imperialisti americani e con il Pakistan: se è vero che “pistole fumanti” di tal genere non se ne sono trovate (il KGB, differentemente dalla CIA, non usava la menzogna, nemmeno quando poteva tornare a suo pro per meglio affermare una verità di fondo), è oggettivamente inoppugnabile il fatto che Amin abbia flirtato con ambienti islamisti e abbia giocato a presentarsi come il salvatore della Patria ai danni di Taraki e di tutti gli altri dirigenti, dopo aver improvvidamente scatenato, con la sua cricca, la caccia al religioso in alcune parti del Paese e aver compiuto altre prodezze da manuale controproducente, fomentando malcontento anche tra settori islamisti di stampo progressista e venendo parzialmente frenato, in questo, dai militanti più saggi dell’ala “Khalq” e da tutta l’ala “Parcham” del PDPA. Una trama sottile, diabolica, insidiosa, che promuoveva repressioni al solo fine di portare alla luce le spinte più estremiste per poi ricompattarle attorno ad una virata in senso antisocialista a livello istituzionale. Anche per questo l’Urss, liberando il Paese dalla cricca di Amin negli ultimi giorni del 1979 e prendendo di petto finalmente in tutto il Paese la peste fondamentalista, promossa dall’esterno e dall’interno, rese un grande aiuto alla causa del socialismo e della pace nel mondo! L’evidenza storica, poi, dimostra che l’Urss intervenne solo su esplicita richiesta del PDPA quando la situazione minacciò di precipitare per le trame tessute tra Amin e i gruppi armati reazionari, mentre nella primavera del 1979, al tempo della rivolta di Herat, la volontà unanime di Breznev, Gromyko, Ustinov e degli altri dirigenti sovietici fu chiara ed esplicita: aiutare il PDPA ed il governo rivoluzionario a fronteggiare da solo, senza ingerenze esterne, l’offensiva islamo – reazionaria. Mentre gli Usa e la CIA promuovevano azioni eversive e terroristiche, l’Urss buttava dunque acqua sul fuoco e offriva il suo aiuto internazionalista costruttivo e corposo, nel quadro di uno sforzo teso al consolidamento del socialismo in Afghanistan e alla lotta contro una minaccia interna al Paese che solo un rinnovato gruppo dirigente del PDPA, cosciente e aperto a nuove strategie, poteva concepire e portare avanti con successo. Sono inoppugnabili prove come i contatti tra Taraki e Kosygin nei giorni della rivolta di Herat, contatti nei quali, ad un Taraki che chiedeva rinforzi militari immediati da parte dell’Urss e mentiva spudoratamente sull’assenza di forze del PDPA presenti in Città a sostegno del Governo rivoluzionario, si rispondeva che l’Afghanistan libero e sovrano, fermo restando il supporto morale e materiale dell’Urss, era bene risolvesse i suoi problemi interni in primis con le sue proprie forze. Da parte sovietica, forse, si sospettava una manovra di Amin, tutt’altro che campata in aria, volta a invischiare l’Unione Sovietica in un ginepraio e a qualificarla come Stato aggressore. Solo la direttiva CIA del 3 luglio del ’79, la sempre più aperta complicità tra l’arrembante Amin e gli islamisti, l’indebolirsi del governo rivoluzionario a livelli mai visti prima, spinse l’Urss ad altri consigli… Ma questa è un’altra storia, che parte senza dubbio dalla sconfitta della sollevazione di Herat ma che avremo modo di esaminare in altra sede.

Bibliografia:
Enrico Vigna: Afghanistan ieri e oggi (La Città del Sole, 2001).
John K. Colley: Una guerra empia (Eleuthera, 2000).
Olivier Roy: Islam and Resistance in Afghanistan (Cambridge University Press, 1992).
George Crile: Il nemico del mio nemico  (Il Saggiatore, 2005)
https://espressostalinist.com/2016/07/30/telephone-conversation-between-kosygin-and-taraki/

 

Falsi occidentali duri a morire/3: come scoppiò la guerra di Corea (1950/53)

Falsi occidentali duri a morire/3: come scoppiò la guerra di Corea (1950/53)

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Da 70 anni leggiamo ovunque dell’aggressione da parte della feroce Corea del Nord alla piccola, pacifica, indifesa e, dimenticavamo DEMOCRATICA PERBACCO!, Corea del Sud.

E’ successo veramente così o la Corea del Nord è stata trascinata in un terrificante conflitto dall’aggressione imperialistica USA?

Il compagno Luca Baldelli in questo articolo ci espone i fatti che portarono alla guerra

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Un tizio alla “Hugo Chavez” terminerà la rivoluzione filippina?

Un tizio alla “Hugo Chavez” terminerà la rivoluzione filippina?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Jefry M. Tupas, corrispondente del Manila Times

FONTE

[Una domanda sorge spontanea: può la retorica populista influenzare i cuori e le menti, senza i petrodollari? – Frontlines ndr].

Joma considera  Duterte come la versione pinoy (1)  di Hugo Chavez

10 ottobre 2015

Utrecht, Paesi Bassi: José Maria Sison [Joma], presidente fondatore del Partito Comunista delle Filippine (CPP), ha chiarito che non ha appoggiato il sindaco Rodrigo Duterte come il suo preferito prossimo presidente delle Filippine.

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José Maria Sison (Joma)

“Ma come posso farlo quando non ha ancora dichiarato di essere in corsa per la presidenza”, ha detto ridendo, di fronte a lui c’era una tazza di caffè intonsa ormai fredda, su un lungo tavolo bianco, il ‘centro’ all’interno l’ufficio del Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (NDFP).

Sison insieme al capo del gruppo per la pace del NDFP Luis Jalandoni e al portavoce del NDFP Fidel Agcaoili, recentemente si è seduto con il Times per un colloquio a ruota libera.

Sison ha detto che Duterte ha tutte le caratteristiche per essere un buon leader.

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Rodrigo Duterte

Ma tra gli aspiranti alla presidenza, i funzionari del NDFP hanno chiaramente da dire alcune cose positive su Duterte, proprio mentre Sison deve ancora dichiarare la sua candidatura presidenziale; a differenza di altri aspiranti alla carica di presidente, Duterte conosce e comprende le lotte del popolo filippino ed è l’unico che ha un’idea di come affrontare il problema della pace nel paese.

Hindi Siya Sakim a kilala Nya ang mga Problema ng Pilipinas (Non è uno avido e conosce e capisce i problemi della gente)”, ha detto Sison.

Se diventa presidente, Duterte può diventare l’Hugo Chavez filippino.

“Ha le caratteristiche di Hugo Chavez”, ha detto Sison, notando come il defunto leader della sinistra venezuelana che galvanizzò lo sviluppo del suo paese quando salì al potere nel 1999. Proprio come Chavez, Duterte, Sison ha detto, è “intrepido e coraggioso”.

Jalandoni ha definito Duterte come il  “più progressita” tra i candidati.

“Solo lui ha stabilito le possibili politiche che sottolineano il suo impegno per la pace. Egli è il più progressista di tutti i candidati”, ha detto.

Si riferiva alle dichiarazioni precedenti di Duterte che metterà in piedi una coalizione con il Partito Comunista delle Filippine per porre fine alla ribellione comunista che dura da 47 anni nelle Filippine.

La possibilità di una coalizione con i governi precedenti era stata proposta dal NDFP, ma le passate amministrazioni avevano sempre respinto questo.

Jalandoni ha fatto anche notare il ruolo di Duterte nel rilascio di diversi prigionieri di guerra a Mindanao e la sua amicizia con il ribelle ucciso del Nuovo Esercito Popolare, Leoncio Pitao o comandante Parago.

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Il leader rivoluzionario Leoncio Pitao, amico personale di Duterte, caduto l’anno scorso

Duterte ha anche ripetutamente chiesto al governo e al NDFP di riprendere i negoziati di pace, anche offrendosi come negoziatore.

Ma Sison ha anche chiaro che i complimenti a Duterte, un ex studente che non riusciva più a ricordare, erano per il suo tipo di leadership e le sue caratteristiche distinte che lo contraddistinguono dagli altri.

“Pinuri Ko Siya” [L’ ho lodato], ha detto.

I tre hanno parlato degli ostacoli al processo di pace tra governo e il NDFP e le prospettive di rinnovare i negoziati dopo le elezioni del 2016, quando le Filippine, ancora una volta, eleggeranno un nuovo leader.

Sembra che il NDFP si sia già rassegnato al fatto che l’amministrazione Aquino non è affatto interessata a spingere per la ripresa del processo di pace.

Essi hanno riconosciuto che gli aspiranti alla presidenza, Grazia Poe e Jejomar Binay hanno fatto dichiarazioni circa i loro piani di aprire di nuovo i colloqui, ma il NDFP è prudente.

Ho chiesto al trio del NDFP se queste dichiarazioni di ‘promesse’ di Poe, Binay, e Duterte li interessassero. Hanno semplicemente riso.

Connie Ledesma, un membro del gruppo di pace del NDFP, è intervenuta dal retro.

“Forse la questione non dovrebbe essere se il NDFP sia interessato”, ha detto la moglie di Jalandoni, che era presente in ufficio, insieme con la moglie di Sison, Julie.

“Forse dovrebbe essere se il NDFP abbia delle aspettative”, ha detto, dichiarazione che ha generato una risata.

“Queste affermazioni sono affermazioni generiche. Non ci sono dettagli”, ha sottolineato Agcaoili. “Per quanto riguarda Duterte, le sue promesse non sono coerenti.”

NDT: per le miriadi di stolti che non credessero agli stretti contatti tra il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte e i comunisti del NDFP, consigliamo di digitare sul motore di ricerca google, 2 parole: Duterte e NDFP

(1) Si tratta di un termine informale per indicare il popolo filippino

L’industria degli autoveicoli in Corea del Nord. Passione e tecnica al servizio dei bisogni del popolo

L’industria degli autoveicoli in Corea del Nord. Passione e tecnica al servizio dei bisogni del popolo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli

Questa volta il compagno Baldelli ci offre una serie di notizie su una nazione che fin dalla sua nascita, all’indomani della II Guerra Mondiale, fu sotto il costante tiro delle superpotenze imperialiste: la Corea del Nord.

Questa volta, com’è diventata sua consuetudine, si occupa di un campo misconosciuto della bistrattata (dalla propaganda capitalista) Repubblica della penisola coreana, vale a dire della sua industria automobilistica.

Una valida lettura alternativa alla vulgata corrente.

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Non avremo mai pace: il leader delle Filippine, Duterte vuole cacciare le truppe USA dal sud del paese

Non avremo mai pace: il leader delle Filippine, Duterte vuole cacciare le truppe USA dal sud del paese

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di GPD

FONTE 1
FONTE 2

Traduzione di Guido Fontana Ros

Il presidente delle Filippine dichiara che le truppe USA “devono andarsene” dal sud del suo paese. Egli biasima i soldati americani di infiammare la tensione con la popolazione locale musulmana, dicendo che “non ci sarà mai pace” fintanto che ci sarà la presenza militare USA.

Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte dice di opporsi al fatto che soldati USA stazionino nella regione meridionale di Mindanao, richiamandosi a come le truppe americane presero parte alla pacificazione dei musulmani filippini cento anni addietro. Egli afferma che quello causò un lungo periodo di risentimento della minoranza musulmana nei confronti della maggioranza cattolica nel sud.

“Fino a quando noi staremo con l’America, non avremo mai pace in questa terra”, ha detto secondo l’AP.

Ha mostrato alcune foto in bianco e nero dei primi anni del 1900 che raffigurano donne e bambini uccisi dalle forze USA.

Ha detto: “Le forze speciali devono andare via. Devono andare a Mindanao, là ci sono molti bianchi, devono andarci”, per poi aggiungere che avrebbe riorientato la politica estera del paese. “Non voglio una spaccatura con l’America ma devono proprio andarsene”.

Egli ha ammonito che le truppe USA dovranno affrontare delle difficoltà nel caso non decidano di ascoltare il suo consiglio.

Ha detto: “Se vedono americani, li uccideranno senza pietà. Otterranno il riscatto e poi vi uccideranno, non importa se siete un americano nero o bianco, vi uccideranno perché siete un americano”.

A dispetto della sua coraggiosa dichiarazione di cacciare i militari USA dal sud delle Filippine, Duterte non dice né quando ne come dovrebbe avvenire.

La Reuters riporta che Washington non ha ancora ricevuto la richiesta formale del governo filippino relativa alla questione, infatti il portavoce del Dipartimento di Stato USA, John Kirby ha parlato di una nuova conferenza quando gli è stato chiesto della dichiarazione di Duterte.

Ha sottolineato il fatto che gli USA sono legati a Manila tramite un’alleanza, ma egli  “non è a conoscenza di qualsiasi comunicato del governo filippino… che vada in quella direzione”.

Josep Chen, un analista politico dell’università di Hong Kong ha detto a RT di credere che Duterte stia giocando con alcuni segmenti della società filippina che, per il bene del paese, vogliono che le truppe USA se ne vadano.

Egli afferma: “Sembra cercare di guadagnare popolarità e sostegno con una posizione nazionalista e d’altra parte non vuole apparire troppo dipendente dagli USA per la sicurezza del paese a differenza del suo predecessore”.

Cheng aggiunge che il provocare una serie di dispute con gli USA, possa essere una mossa calcolata per migliorare le relazioni con la vicina Cina.

Egli riferisce a RT: “Probabilmente vuole iniziare dei negoziati con Pechino riguardo alla disputa territoriale, avendo intenzione di aumentare i legami economici fra i due paesi, cercando anche di ricevere aiuto economico da Pechino”.

Le forze USA sono stanziate a Mindanao dal 2002 per addestrare e consigliare le forze locali che combattono contro i militanti di Abu Sayyaf legati ad Al Qaeda. Mentre la maggior parte della presenza militare USA ha lasciato il paese nel 2015, i funzionari USA dicono che qualche militare è rimasto come consigliere.

Fin dalla sua elezione di giugno, Duterte non ha avuto una relazione pacifica con Washington. Il presidente filippino è stato irritato in modo particolare da quello che percepisce come una lezione dagli USA in materia di abusi dei diritti umani, che hanno fatto seguito alla sua lotta brutale contro le droghe e i trafficanti del paese.

La Polizia Nazionale Filippina (PNP) afferma di aver ucciso 1.466 persone per reati connessi alla droga, mentre altri 1.490 sono stati uccisi da gruppi sospetti di vigilantes, morti che la PNP classifica come “morti in corso di indagine”.

Il portavoce della PNP, il sovrintendente capo Dionardo Carlos, ha detto domenica, secondo il Philippine Star: “Il numero di operazioni (di polizia), condotte dal debutto del Oplan Double Barrel, ha raggiunto il numero di 17.389 e sono sfociate nella morte di 1466 persone coinvolte nella droga e nell’arresto di 16.025 sospetti”. 

Il presidente Barack Obama ha rifiutato un possibile incontro con Duterte al recente incontro del G20 in Cina, dopo esser stato chiamato da leader delle Filippine “figlio di puttana”.

Comunque Duterte ha ritrattato in seguito.

“Sono pronto ad incontrare Obama. Aspetto che Obama mi risponda. Da avvocato ad avvocato, in fondo siamo entrambi avvocati… io non ho mai detto niente del genere. “Si controlli”, dice e aggiunge: “… Ho detto così, ma non mi riferivo a Obama… non sono in guerra con l’America”.

Il discorso completo del presidente Duterte

L’alterco Obama-Duterte: quello che i mezzi di comunicazione delle corporation non dicono

L’alterco Obama-Duterte: quello che i mezzi di comunicazione delle corporation non dicono

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di WAYNE MADSEN

Traduzione di Guido Fontana Ros


FONTE

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La spiegazione dei media occidentali, che si rivolge a persone con un livello di istruzione molto elementare da scuola secondaria, circa i motivi alla base della recente guerra di parole tra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, ha poco a che fare con il fatto che il leader delle Filippine abbia definito Obama un “Putang ina” o “figlio di puttana” in tagalog [NDT: la lingua parlata nelle Filippine]. La rottura delle relazioni tra le Filippine, una ex e parecchio abusata colonia americana e gli Stati Uniti, si basa sul rinnovato nazionalismo filippino, sul disgusto di Duterte per la selettiva agenda dei diritti umani dell’amministrazione Obama e l’antipatia del leader delle Filippine per coloro che sono stati indottrinati nelle credenze musulmane nella vicina Indonesia.

Duterte sa bene che Obama ha pregato in una moschea e recitato il Corano nei suoi anni della prima infanzia in una scuola statale semislamica a Jakarta. E per Duterte, ex sindaco di Davao City a Mindanao, isola del sud delle Filippine, afflitta dal terrorismo del gruppo Abu Sayyaf, wahabita, finanziato dall’Arabia Saudita e nutrito dalle moschee radicali di tutto il Mare di Sulu dell’Indonesia, l’educazione di Obama nel sud-est asiatico è molto attinente.

Il riferimento di Duterte alla madre di Obama non è stato pronunciato ignorando la storia. Duterte conosce appieno il ruolo di Stanley Ann Dunham Obama-Soetoro nel prosieguo del sanguinoso colpo di stato del 1965, sostenuto dalla CIA e dai musulmani che ha rovesciato il presidente laico dell’Indonesia, Sukarno. Il colpo di stato, in cui il patrigno indonesiano di Obama, il tenente colonnello Lolo Soetoro, ha partecipato come un delinquente brutale per individuare ed uccidere il maggior numero possibile di comunisti e d’indonesiani di etnia cinese, è stato ingaggiato dall’ambasciata degli Stati Uniti a Giacarta.[1]

Nel 1967, la madre di Obama ha fatto ricongiungere a Jakarta il giovane Barack Obama con il suo marito criminale di guerra. Dopo il suo arrivo nel paese con la più grande popolazione musulmana al mondo, la madre di Obama ha lavorato per l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID), collegata alla CIA, nei villaggi della parte centrale dell’isola di Giava, con l’ordine di raccogliere il maggior numero possibile di nomi di comunisti. [2]

I documenti segreti indonesiani illustrano il coinvolgimento della madre di Obama nello sforzo di sradicamento dai villaggi rurali giavanesi dei quadri del Partito Comunista Indonesiano (PKI)  e dei sostenitori di Sukarno negli anni successivi al colpo di stato, operazione che si basava su antropologi finanziati dall’USAID come Ann Dunham-Soetoro e che aveva il nome in codice di operazione PROSYM. L’operazione PROSYM, gestita dalla CIA, era svolta da numerose controparti in tutto il Sud-Est asiatico.

L’operazione omologa che si svolgeva nel Vietnam del Sud, mirava ad eliminare i Vietcong e i loro simpatizzanti ed era conosciuto come programma Civil Operations and Revolutionary Development Support (CORDS), detto anche operazione Phoenix. In Laos, il programma di steminio delle forze comuniste del Pathet Lao e delle truppe nord-vietnamite, era conosciuto come operazione Rascal.

Con il predecessore di Duterte, Benigno Aquino, Obama aveva un partner militare disposto ad instaurare una nuova versione della defunta SEATO risalente all’epoca della Guerra Fredda, che legava in alleanza Washington con varie nazioni del sud est asiatico per confrontarsi militarmente e politicamente con la  Cina per acquisire il controllo del Pacifico occidentale. Una “SEATO II” dove le navi da guerra e gli aerei da combattimento degli Stati Uniti avrebbero, ancora una volta, completo accesso alle basi nelle Filippine per le loro implementazioni “WESTPAC”; questa era l’intenzione di Obama e dei suoi generali e ammiragli del Pentagono e di Pearl Harbor nelle Hawaii. Dopo essere stato eletto presidente in basa ad una piattaforma nazionalista, Duterte ha iniziato ad impegnarsi con la Cina e ha fatto sapere di essere pronto a un compromesso con Pechino che permetterebbe ai pescherecci filippini di continuare a pescare in intorno alle isole del contestato Mar Cinese Meridionale, tra cui il conteso Scarborough Shoal, uno sperone roccioso in questo mare.

Essere accomodanti con Pechino è l’ultima cosa nella mente di Obama. Pertanto Obama era pronto ad emettere una nota di ammonizione a Duterte nel corso del vertice dell’ASEAN nel Laos per il suo comportamento riguardo ai diritti umani e la sua politica in materia di esecuzione extragiudiziale di spacciatori nelle Filippine. Dopo che l’ambasciatore USA nelle Fillippine, Philip Goldberg, ha pubblicamente rimproverato Duterte per il suo giro di vite contro gli spacciatori di droga, il presidente delle Filippine, lo ha definito un “aay figlio-di-una-puttana”. Goldberg ha una storia alle spalle di sabotaggio di paesi ai quali era stato assegnato. Fu espulso dal presidente boliviano Evo Morales per l’incontro con i membri dell’opposizione boliviani di destra al fine di fomentare un colpo di stato in Bolivia approvato da Obama.

Duterte, naturalmente, è a conoscenza dei legami che Obama e Goldberg hanno con la CIA. Il presidente delle Filippine, che Obama ha indicato come “colorito” non è, come sostengono i media delle corporation occidentali, un “Donald Trump filippino”.

Invece, Duterte è un duro pragmatico che è sul chi va là nei confronti di Obama e dei falchi neoconservatori che, appoggiando i wahabiti e salafiti, dominano la CIA e il Dipartimento di Stato USA. Duterte e i suoi sostenitori sanno perfettamente che la sanguinosa epurazione ad opera della CIA dei membri e dei simpatizzanti del PKI, insieme a quella dell’etnia cinese, in Indonesia, non sarebbe stata possibile senza il supporto della gerarchia musulmana sunnita di Indonesia, un gruppo con cui la madre e il patrigno di Obama erano in stretto collegamento.

Prima e dopo il colpo di stato della CIA del 1965 in Indonesia, il partito politico islamico, il Partito della Stella e della Mezzaluna, ricevette assistenza finanziaria da parte della CIA nella sua jihad dichiarata contro il PKI, gli indonesiani di etnia cinese, cinese indonesiani, e i cristiani indonesiani.Il Partito della Stella e della Mezzaluna, che è ancora attivo in Indonesia, è favorevole all’adozione della sharia islamica in quello che è stato un paese in gran parte secolare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il movimento politico islamico indonesiano era particolarmente forte a Java, dove la madre di Obama e il suo marito musulmano, Lolo Soetoro, avevano estesicontatti a livello di città, villaggio e borgata. Il problema per le forze di contro-insurrezione nelle Filippine è che i musulmani indonesiani sono stati anche attivi nel Kalimantan (Borneo) e oltre il confine nel Borneo settentrionale inglese (ora Sabah), aree pericolosamente vicine ai separatisti musulmani Moro che si sono ribellati a Mindanao, isola natale di Duterte. Le Filippine hanno anche una questione aperta di lunga data con lo stato di Sabah nel Borneo settentrionale.

Il terrorismo islamico transfrontaliero continua ad affliggere Mindanao, Sabah e l’indonesiana Kalimantan. Più fastidioso per il governo delle Filippine è che il patrigno di Obama era in combutta con un prete filippino gesuita di nome Padre Jose Blanco, agente della CIA che creò la KAMI, una organizzazione studentesca indonesiana anti-cinese e musulmana che fomentò le proteste di piazza nel 1965 contro Sukarno in Jakarta e in tutto l’arcipelago indonesiano. Pupazzi indonesiani della CIA iniziarono anche a fomentare il sentimento anti-cinese nello stato malese del Sarawak.

Tutte queste operazioni della CIA furono condotte sotto l’imprimatur della SEATO, un’organizzazione che Obama e Hillary Clinton vorrebbero vedere risorgere in una nuova forma, al fine di immergere il sud-est asiatico in una nuova Guerra fredda. Duterte ha la visione dello stesso tipo di nazionalismo e di populismo che si sta diffondendo in tutto il pianeta contro i mali gemelli del globalismo e del multilateralismo.

I grandi media occidentali, che conoscono la storia della Indonesia, delle Filippine, e della regione circostante come un bambino di 7 anni, banalizzano lo scontro Duterte-Obama come quello tra un presidente statista degli Stati Uniti e un “Donald Trump filippino”.

Duterte è il primo abitante di Mindanao ad essere stato eletto presidente delle Filippine. Come isolano di Mindanao, che ne sa di più sulla storia del Mare di Sulu di molti suoi connazionali, Duterte ha poco tempo da perdere con un presidente americano il cui clan indonesiano ha le mani macchiate dal sangue di innocenti del sud-est asiatico. La lezione di Obama a Duterte sui diritti umani è stata il massimo in termini di arroganza. Duterte, sopravvissuto nella sua carica politica in una Mindanao incline alla violenza e piagata dalla guerriglia islamica, ha fatto capire ad Obama esattamente quello che pensava del parvenu americano.

[1] Per saperne di più vedi qui

[2] Anche qui