NOSKISMO — psicologia di massa del fascismo

Appunti per il convegno contro la repressione, 40 anni dopo

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Settanta anni di collaborazione con i nazisti: il piccolo sporco segreto ucraino dell’America

Settanta anni di collaborazione con i nazisti: il piccolo sporco segreto ucraino dell’America

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di DAVIDE SPAGNOLI

Presentiamo un’intervista a uno storico americano, Russ Bellant, autore di  Old Nazis,The New Right and The Republican Party, in cui viene rimarcato come da 70 anni vi sono stati e vi sono strettissimi legami tra il Partito Repubblicano, tra cui alcuni suoi esponenti eletti come presidenti USA come Richard Nixon e Ronald Reagan e una pletora di criminali di guerra ucraini che collaborarono con i nazisti.
Da questo si capisce benissimo la corresponsione attuale di amorosi sensi fra gli attuali governanti dell’Ucraina e il governo USA. Un po’ meno comprensibile è l’ammore che lega esponenti piddini e della “sinistra” lgbtqwerty equosolidale con i loro impresentabili nipotini ucraini…

PDF DELL’ARTICOLO

POEMA PEDAGOGICO di A. S. Makarenko

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di ELVIRA MENSI

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Dobbiamo educare un lavoratore colto ed evoluto. Dobbiamo educare in lui il sentimento del dovere e il concetto dell’onore o, in altri termini: egli deve sentire la dignità sua e della sua classe e deve esserne orgoglioso, deve sentire gli obblighi che ha verso la sua classe. Deve essere capace di subordinarsi al compagno e di dare ordini al compagno. Deve essere un attivo organizzatore. Perseverante e temprato, egli deve saper dominare se stesso e saper influenzare gli altri. […] Deve essere lieto, cordiale, alacre, capace di lottare e di costruire, capace di vivere e amare la vita: deve essere felice e non soltanto nel futuro, ma in ogni giorno presente della sua vita”.
(A. S. Makarenko)

Va all’attacco, sul fronte della scuola, sul fronte del libro, alla testa di tutti i suoi ragazzi
(V. Maiakovski su A.S. Makarenko)

Introduzione alla lettura

Poema pedagogico è un romanzo-verità: il racconto della storia di una colonia penale per criminali minorenni creata e gestita dalla polizia politica comunista in Ucraina orientale negli anni venti del secolo scorso.

Se dovessi dire in poche parole ai lettori di oggi chi è il suo autore, Anton Semenovyč Makarenko, direi senza esitazione che è un pedagogo e un pedagogista sovietico, un costruttore del primo paese socialista, un costruttore del primo Stato socialista della storia, un costruttore dell’Unione Sovietica: uno Stato basato sull’alleanza di operai e contadini diretta dagli operai. Non quindi un educatore di ragazzi e di giovani, un professionista sia pure brillante del “reinserimento nella società” di ragazzi criminali, delinquenti, drogati e comunque disadattati e asociali, il sostenitore di un metodo particolare di insegnamento, di rieducazione o di “reinserimento sociale”: proprio della sinistra borghese deformarne la figura isolando un aspetto di Makarenko e valorizzarlo in questi ruoli, perché nella cultura della sinistra borghese la rivoluzione socialista non esiste e tra società borghese e società socialista la sinistra borghese non vede sostanziale differenza.

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In primo luogo Makarenko è quindi un costruttore del primo paese socialista che racconta come ha diretto un gruppo di ragazzi criminali, delinquenti, spesso drogati e comunque disadattati e asociali, non a “reinserirsi nella società”, ma a trasformarsi in attori della costruzione del socialismo in un paese dove, sotto la guida del partito comunista di Lenin e di Stalin, gli operai, una piccola minoranza della popolazione, avevano preso il potere e dirigevano la massa della popolazione a costruire un paese socialista, base rossa della rivoluzione proletaria mondiale.

In secondo luogo Makarenko è stato trascinato a partecipare a questa impresa unica, o meglio la prima del suo genere, partendo dal lavoro di insegnante che stava già facendo con passione da più di dieci anni a figli di operai, in una zona relativamente industrializzata dell’Ucraina, quando la rivoluzione socialista promossa dal partito comunista di Lenin vinse l’impero zarista e instaurò il socialismo. Makarenko era già un maestro di scuola (aveva già 29 anni e aveva incominciato a insegnare in scuole per operai a 17 anni) quando nell’ottobre del 1917 Lenin e il partito comunista instaurarono a Pietrogrado il primo governo sovietico. Egli aderì entusiasticamente e sempre più consapevolmente alla rivoluzione socialista e divenne un fervente costruttore del socialismo sotto la guida del partito di Lenin e di Stalin sempre operando nel campo pedagogico. “Dopo l’Ottobre, si aprirono di fronte a me meravigliose prospettive. Noi pedagoghi eravamo talmente inebriati di queste prospettive, da essere quasi fuori di noi”, scriverà più tardi. Ma nonostante l’età non aveva fatto parte dell’avanguardia che aveva assimilato la concezione comunista del mondo e promosso la rivoluzione socialista. Questo è importante per capire le difficoltà che Makarenko incontrò come maestro di pedagogia nella società sovietica.

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La Rivoluzione d’Ottobre non significò soltanto l’espropriazione dei latifondisti e dei grandi industriali, non significò soltanto “la terra ai contadini, le fabbriche agli operai”: essa fu anche, nello stesso tempo, il più grande movimento di masse verso l’istruzione (e innanzitutto verso la conquista dell’alfabeto) che ci fosse mai stato.

“In nessun luogo le masse popolari sono così interessate alla vera cultura come da noi; in nessun luogo, in nessun paese, il potere dello Stato si trova nelle mani della classe operaia che, nella sua massa, comprende perfettamente la sua mancanza, non dirò di cultura, ma di istruzione; in nessun luogo essa è pronta a fare, e fa, per migliorare la sua situazione in questo campo, sacrifizi così grandi come nel nostro paese” (Lenin, Pagine di diario, gennaio 1923, in Opere Complete vol. 33 – Editori Riuniti, 1967, pagg. 423-427).

Il maestro elementare diventò figura centrale di questo grande movimento popolare contro l’analfabetismo, verso l’istruzione.

“Il maestro elementare deve essere da noi posto ad un’altezza tale, alla quale non si è mai trovato, e non si trova, non può trovarsi nella società borghese. Noi dobbiamo avviarci verso questo stato di cose con un lavoro sistematico, fermo e tenace, per elevarne il livello spirituale, per prepararlo sotto tutti gli aspetti alla sua missione realmente nobile… e per migliorare le sue condizioni materiali. Non bisogna lesinare sull’aumento della razione di pane agli insegnanti in un anno come questo, in cui ne siamo forniti in modo relativamente sopportabile” (Lenin, ibidem).

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La storia della colonia Gor’kij, il “poema pedagogico” di Makarenko, è esemplare – ma davvero non unica – per quel che riguarda lo sviluppo dell’istruzione nei primi, difficilissimi anni del potere sovietico. L’Ucraina era una delle regioni più colpite e devastate: guerra, occupazione tedesca, guardie bianche, banditismo endemico, distruzioni, carestia. Eppure, in quelle tragiche condizioni, il potere sovietico – benché qua e là ancor debole, incerto, inesperto nei suoi quadri – dà un potente impulso all’istruzione. Le case e le ville dei vecchi signorotti, le proprietà dei nobili e dei monasteri (come nei pressi di Poltava e a Kuriag, prima e seconda sede della Colonia Gor’kij) sono assegnate ad istituti di istruzione popolare. Nascono le Rabfak, le facoltà operaie, si moltiplicano le scuole professionali. Le attrezzature sono insufficienti? i locali inadatti? il vitto scarso? Sì: ma queste sono conseguenze temporanee degli anni di lotta e di sconvolgimento, non di incuria delle autorità. Al contrario: il maestro sa che la direttiva del governo sovietico è nelle parole di Lenin:

“devono essere ridotte non le spese per il Commissariato dell’Istruzione pubblica, ma le spese degli altri dicasteri, perché le somme rese disponibili siano devolute al Commissariato dell’Istruzione pubblica”.

Il freddo, la fame, la scarsezza di tutto sono la conseguenza del fallimento, del crollo del vecchio regime, del vecchio mondo. Perciò, anche se “lacero e affamato”, è con entusiasmo, è con la consapevolezza di essere sorretto e aiutato nel massimo grado possibile dal potere operaio, che il maestro “va all’attacco, sul fronte della scuola, sul fronte del libro, alla testa di tutti i suoi ragazzi” (Maiakovski).

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Tuttavia Makarenko fece domanda di ammissione al partito solo molti anni dopo: la sua domanda fu accettata postuma dopo la sua morte improvvisa il 1° aprile 1939. La sua adesione alla costruzione del socialismo non venne quindi dalla assimilazione della teoria marxista, non fu un intellettuale rivoluzionario della vecchia tradizione russa, che era approdato al marxismo e poi alla pratica del movimento operaio e della rivoluzione socialista, come molte persone colte della sua generazione. Al contrario fu la sua adesione di figlio di operai, di insegnante e di pedagogista alla costruzione del socialismo promossa e guidata dal partito comunista di Lenin e di Stalin che lo fecero approdare al marxismo e infine al partito comunista. Anche nel campo pedagogico Makarenko fu prima un pratico e divenne pedagogista solo tardi, quando nel corso della costruzione del socialismo la lotta tra i vari indirizzi pedagogici divenne acuta. Dapprima Makarenko reagisce nella pratica, e quasi istintivamente, senza avere ancora alcuna chiarezza di idee e di principi, all’ondata libertaria che caratterizzava l’insegnamento nella scuola nei primi anni della società sovietica. La sua prima pubblicazione è del 1932 (La marcia dell’anno 30) e parla della Comune Dzeržinskij, il fondatore della Ceka morto nel 1926. Poema pedagogico venne pubblicato in due puntate nel 1934 e 1935 dell’almanacco letterario diretto da Gor’kij e in volume nel 1935, benché sia il frutto del lavoro redazionale fatto da Makarenko stesso su scritti stesi nel periodo 1925-1935, relativi alla vita della colonia Gor’kij (creata nel 1920 presso Poltava, in Ucraina orientale) per ragazzi criminali e comunque disadattati e asociali. Promotore di questa colonia, che in un paese borghese sarebbe stata, quindi, una colonia penale, come di tante altre analoghe colonie era stata la Ceka, la polizia politica che il governo sovietico aveva creato con il decreto del 7 dicembre 1917 per snidare e consegnare ai tribunali del popolo i cospiratori controrivoluzionari e rafforzato con il decreto del 21 febbraio 1918 (“La patria socialista è in pericolo!”) assegnandole il compito di eliminare direttamente i cospiratori controrivoluzionari colti sul fatto. Con la fine della guerra civile su larga scala, la Ceka era via via ritornata a compiti di inchiesta rimettendo i colpevoli di cospirazione controrivoluzionaria ai tribunali del popolo (per la vita del suo creatore, Feliks Dzeržinskij, vedasi l’omonima opera pubblicata da Zambon Editore) ed era passata a occuparsi anche di altri compiti: uno di essi era l’inserimento nella costruzione del socialismo dei ragazzi abbandonati, in gran parte criminali, delinquenti, spesso drogati e comunque disadattati e asociali che la guerra civile e lo sconvolgimento rivoluzionario avevano creato. Il loro numero, nel 1921, era valutato a 7.5 milioni di cui circa il 10% tossicomani.

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Sia l’esistenza di un così alto numero di giovani asociali sia i contrasti di indirizzo su come fare a farli partecipare alla costruzione del nuovo mondo, erano nella natura delle cose: l’agonia del vecchio mondo e la nascita del nuovo.

“L’apparire di una nuova classe sulla scena della storia, come capo e dirigente della società, è sempre accompagnato da un periodo di violente “perturbazioni”, di scosse, di lotte e di tempeste da un lato, e dall’altro da un periodo di passi incerti, di esperimenti, di oscillazioni e di esitazioni nella scelta dei nuovi metodi rispondenti alla nuova situazione oggettiva… È ovvio che non settimane occorrono, ma lunghi mesi ed anni prima che la nuova classe sociale, e per di più una classe finora oppressa, schiacciata dalla miseria e dall’ignoranza, possa adattarsi alla nuova situazione, orientarsi, organizzare il proprio lavoro ed esprimere dal suo seno i propri organizzatori” (Lenin, I compiti immediati del potere sovietico, 28 aprile 1918, in Opere Complete vol. 27 – Editori Riuniti, 1967, pagg. 211-248).

Nello stesso tempo, però, l’affermarsi, “come capo e dirigente della società”, della classe, fino ad allora sfruttata ed oppressa, del proletariato, liberò immense forze fino ad allora compresse, animò di indomabile entusiasmo milioni di uomini, pur nelle strettezze e nelle difficoltà della vita di ogni giorno.

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Quanto fin qui detto valga ad avvertenza perché i lettori traggano il massimo giovamento dalla lettura di Poema pedagogico. Essi troveranno in quest’opera spunti fecondi per riflessioni in molti campi. In questa introduzione ne voglio mettere in risalto tre.

1. Il primo campo è la costruzione del socialismo in Unione Sovietica negli anni Venti e Trenta, sotto la guida di Lenin prima e poi di Stalin.
Abbiamo già detto che non di “reinserimento sociale” racconta Makarenko, ma, raccontando le vicende di un caso concreto esemplare, della trasformazione di milioni di ragazzi sbandati in costruttori del socialismo. I metodi che egli usa sarebbero incomprensibili e i risultati che ottiene genererebbero frustrazione nei lettori e in particolare in quelli che sono oggi in Italia impegnati in sforzi educativi familiari o professionali, nelle istituzioni pubbliche o in iniziative di volontariato, se non tenessero conto che Makarenko racconta di uno sforzo educativo condotto in condizioni difficili ma nel contesto di una società che lo richiede, che ne ha bisogno, che sta tutta trasformandosi nella stessa direzione a cui l’opera educativa tende. Chi dei nostri lettori, dopo aver letto Poema pedagogico leggerà L’era di Stalin di Anne Luise Strong o I primi paesi socialisti di Marco Martinengo (entrambi disponibili presso le Edizioni Rapporti Sociali) vi troverà descritto lo stesso mondo a cui appartengono la colonia Gor’kij e la Comune Dzeržinskij, solo visto nel suo insieme, in termini di ricordi di viaggio da Strong e in termini di saggio da Martinengo. È velleitario cercare di educare all’altruismo un bambino che vive in un mondo di lupi rapaci: quello che gli serve ed è possibile fare è educarlo a diventare un rivoluzionario. Il libro di Makarenko, prima di essere un incitamento ad adottare metodi pedagogici, è quindi incitamento a fare la rivoluzione socialista nel nostro paese.

2. Il secondo campo è l’indirizzo pedagogico nell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta. I lettori di Poema pedagogico si troveranno alle prese con una lotta acuta tra contrastanti indirizzi pedagogici. In particolare tra l’indirizzo promosso da Makarenko e l’indirizzo libertario prevalente nelle istituzioni scolastiche nel cui contesto opera la colonia Gor’kij. È del tutto comprensibile che nelle istituzioni educative sovietiche l’indirizzo libertario avesse preso ampie dimensioni dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Occorre immedesimarsi nel contesto storico concreto, per comprendere le ragioni, e gli aspetti anche positivi, dello spirito libertario che animava molti maestri d’avanguardia in quegli anni. Nelle scuole zariste aveva dominato una disciplina da caserma e da seminario. I migliori maestri avevano lottato contro l’oppressione della personalità umana che le autorità imponevano. “Basta con la disciplina da caserma!”: era la parola d’ordine che, giustamente e naturalmente, risuonava nella nascente scuola sovietica. Era necessario travolgere le resistenze del vecchio mondo, far entrare nelle aule una ventata di libertà, far nascere negli allievi il senso della critica e dell’indipendenza di giudizio. Vi era in tutto ciò un aspetto positivo, un’esigenza giusta: l’esigenza di farla finita con una disciplina puramente esteriore, di liquidare ogni forma di supina sottomissione, ogni forma di avvilimento della personalità dell’allievo. Ma vi erano anche dei grossi pericoli, giacché questa giusta esigenza di disciplina cosciente e di libertà si mutava spesso in un “rivoluzionarismo” romantico e puramente negativo, conduceva al mito libertario dell’assoluto autogoverno degli allievi nella scuola, al mito naturalistico dello sviluppo spontaneo della personalità del fanciullo: in definitiva al fatalismo, ogni cosa può essere solo quello che è. Si giunse talvolta, per combattere l’autorità caporalesca e la disciplina da caserma, a negare qualsiasi autorità al maestro, a ripudiare qualsiasi forma di disciplina, a condannare qualsiasi “intervento dall’alto” da parte degli insegnanti. Proprio negli anni nei quali più teso era il contrasto tra Makarenko e l’“Olimpo pedagogico”, Antonio Gramsci, scrivendo dal carcere di Turi ai suoi figlioli che abitavano in Unione Sovietica, si preoccupava del pericolo di una sorta di “anarchia culturale” nell’insegnamento loro impartito in famiglia e a scuola. “Non si è liberi di scrivere da destra verso sinistra”, diceva scherzosamente ma anche seriamente al figlio maggiore alle prese con l’alfabeto. E alla moglie e alla cognata affettuosamente rimproverava di essere imbevute di “spirito ginevrino” (a Ginevra aveva risieduto Rousseau), di non reagire criticamente al fascino del mito dell’“educazione secondo natura” che aveva trovato nell’Emilio di Rousseau la sua espressione più completa. Il fatto che la critica di Gramsci coincidesse nella sostanza con la lotta di Makarenko contro il mito libertario, il fatto che due uomini, l’uno all’altro sconosciuti, lontani, arrivassero alla medesima conclusione partendo dalle medesime premesse di principio, è una prova importante contro coloro che vogliono far credere che la “svolta del 1936” (la risoluzione del Comitato Centrale del Partito Comunista bolscevico dell’URSS del 5 maggio 1936 riconobbe non solo gli evidenti successi della pedagogia di Makarenko, ma persino il suo essere sostanziale fondamento di un’educazione socialista di massa: la pedagogia di Makarenko, con i suoi metodi e principi educativi, divenne nuova “pedagogia ufficiale” dell’URSS), era stata una critica dall’alto, un puro e semplice e improvviso “atto d’autorità”. La critica era invece già nelle cose, nei cattivi risultati della pedologia libertaria, nei meravigliosi successi educativi degli avversari della pedagogia libertaria, di Makarenko ma non solo di Makarenko; era nella logica dello sviluppo della società e della scuola socialista; era nella coscienza degli uomini più attenti e consapevoli, degli uomini che, come Gramsci e Makarenko, avevano fatto dei principi del marxismo-leninismo una guida per la comprensione dei processi storici e culturali e per la loro direzione.

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Il comunismo non è solo negazione dell’oppressione feudale e clericale. È anche superamento dell’individualismo borghese e della libertà del capitalista che si combina con l’asservimento degli schiavi salariati. L’uomo comunista è libero nel senso preciso che è cosciente dei compiti della società di cui fa parte, concorre a individuarli, definirli e a tradurli in regole di condotta collettiva e individuale e quindi si comporta in modo conforme al ruolo che svolge per il loro adempimento. Nella società borghese la libertà dello schiavo salariato è rivendicazione, protesta, rivolta e organizzazione rivoluzionaria. La libertà del costruttore del socialismo e del comunismo è scienza e coscienza, conoscenza della necessità, disciplina consapevole in conformità alle leggi oggettive e a quelle che ha partecipato a definire e che sono quindi diventate socialmente oggettive.

3. Il terzo campo è la partecipazione alla rivoluzione socialista italiana e l’inserimento nella futura società socialista italiana dei giovani di oggi, del 2017.

Molti dei futuri lettori di Poema pedagogico sono certamente coscienti e probabilmente preoccupati dell’abbrutimento morale e intellettuale che la borghesia imperialista e il suo clero fomentano a piene mani nei bambini, nei ragazzi e nei giovani. Trascuriamo qui che borghesia e clero spesso concorrono allo stesso risultato (distogliere dalla rivoluzione socialista) con ruoli diversi: la prima facendo dell’abbrutimento mercato, il secondo deplorando, esortando e promuovendo opere di carità. È possibile oggi portare tanti giovani abbrutiti a partecipare alla rivoluzione socialista? Riusciremo domani a inserirli nella costruzione del socialismo? Poema pedagogico avvalora le tesi di noi comunisti, ma dice anche che la trasgressione non è di per sé rivoluzionaria. È solo sintomo della putrefazione della vecchia società che non accetta di morire. Solo chi promuove la rivoluzione è in grado di trasformare i trasgressivi in rivoluzionari.

Elvira Mensi
Edizioni Rapporti Sociali

Autore: Anton Semenovyč Makarenko
Editore: EDIZIONI RAPPORTI SOCIALI e RED STAR PRESS
Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/fax: 02 26305464
Email: edizionirapportisociali@gmail.com – carc@riseup.net
Sito web: http://www.carc.it – in fb: ERS – Edizioni Rapporti Sociali
Anno: 2017
Pagine: 416 pp.
Formato: 16×22,5 cucito con bandelle
Isbn: 9788867181674
Prezzo: 25,00 euro
Collana: Prima ondata della rivoluzione proletaria e i primi paesi socialisti.

Puoi acquistarlo: – Conto Corrente Bancario (CCB) intestato a Gemmi Renzo IBAN: IT79 M030 6909 5511 0000 0003 018 – Postepay intestata a Renzo Gemmi n. 5333 1710 0024 1535 – Paypal: accredito sul Conto PAYPAL del Partito dei CARC (https://www.paypal.me/PCARC) specificando la causale di versamento (via mail scrivendo a edizionirapportisociali@gmail.com) e comunicando via email o direttamente allo 02.26306454 l’indirizzo postale cui spedire il testo. La spedizione verrà effettuata non appena ricevuto il versamento effettuato.

Herat 1979. La Gladio azzurro-verde-gialla scatena il caos in Afghanistan

Herat 1979. La Gladio azzurro-verde-gialla scatena il caos in Afghanistan

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il 1978 segnò l’ascesa al potere, in Afghanistan, del PDPA (Partito Democratico Popolare Afghano ), formazione marxista – leninista, ma con forti agganci anche al progressismo democratico – rivoluzionario e con varie anime al suo interno. Le due principali tendenze erano denominate “Khalq” (“popolo”) e “Parcham” (“bandiera”. Alla prima, ricca di venature estremiste e poco propensa ad accordi organici con l’Urss ed il campo socialista, si richiamavano i principali dirigenti, tra i quali Nur Mohammad Taraki e Hazifullah Amin, mentre della seconda, più consapevole della necessità di un riferimento diretto all’Urss, alla sua esperienza ed alla sua prassi, erano esponenti Babrak Karmal e Mohammad Najibullah.

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Nur Mohammad Taraki

La Rivoluzione di Saur del 1978 (“Saur”, in lingua dari, è il secondo mese del calendario persiano), avvenuta il 27 aprile 1978, aveva spazzato via il regime del Presidente Mohammed Daud Khan, prevenendo i suoi intenti golpisti e genocidi nei confronti dei militanti comunisti e democratici (il leader comunista Khyber, dell’ala “Parcham”, venne ucciso per volontà del Ministro degli Interni di Daud, Nuristani ), e così facendo aveva sbarrato momentaneamente il passo a profonde ingerenze imperialiste degli Usa, volte a trasformare il Paese in una rampa di lancio verso l’Asia centrale sovietica. Pakistan, Iran e Afghanistan dovevano formare un unico blocco reazionario e bellicista volto alla giugulazione dell’Unione Sovietica e alla sua destabilizzazione, a cominciare dalla diffusione dell’Islam fondamentalista in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakhstan e Turkmenistan. Le divergenze tra sunniti e sciiti, sotto il manto protettore dell’imperialismo americano, erano state al momento accantonate in vista dell’obiettivo.

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Babrak Karmal

La determinazione e la lucidità del gruppo dirigente del PDPA riuscì a mandare a monte questi piani, proprio mentre stavano per scattare in tutto il Paese gli arresti di tutti i principali dirigenti e attivisti del Partito, ostacolo incrollabile nella difesa della democrazia, dei bisogni dei ceti popolari, della pace contro ogni imperialismo. Il nuovo governo del PDPA intraprese alcune misure di chiaro segno progressista: in un Paese contraddistinto da esclusivismo clanico, da arcaiche, anacronistiche istituzioni tribali, da generale arretratezza, eccezion fatta per la Capitale e per pochi altri nuclei urbani, si procedette a una campagna capillare di alfabetizzazione e scolarizzazione, si portarono ospedali e centri culturali dove mai prima d’allora erano esistiti e dove ci si curava ancora, quando ciò avveniva, con rimedi tramandati dalla tradizione popolare, si distribuì la terra a 200.000 contadini togliendola ai vecchi latifondisti parassiti e sfruttatori, si abrogò l’ “ushur”, ovvero la decima pagata dai braccianti ai proprietari terrieri, si abolirono i matrimoni combinati e le discriminazioni contro le donne. Il Paese conobbe un’ondata di modernità e progresso senza precedenti; per la prima volta contadini oppressi da secolari soprusi e tirannici ordinamenti, sperimentarono la gioia della libertà, l’emancipazione, videro un medico e un maestro; le donne, ghettizzate e sottoposte all’indiscutibile autorità dei mariti, spezzarono le loro catene. Basti pensare che il governo rivoluzionario ereditò dal vecchio regime appena 50 ospedali e 900 medici in tutto il Paese. Nel portare avanti il processo rivoluzionario, in un certo numero di casi si calcò troppo la mano e si prestò il fianco alla reazione latifondista e clericale che, riorganizzatasi immediatamente sull’onda delle riforme che stavano cancellando i ceti parassitari, ricevette nuovo impulso da fughe in avanti eccessive, velleitarismi e altri errori compiuti dal governo rivoluzionario nella sua foga (certamente sacrosanta negli intenti) di cambiare il Paese portandolo dal buio delle caverne alla luce della modernità.

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Studentesse universitarie negli anni ’70

La CIA, stupita dal successo della Rivoluzione di Saur, come la bestia messa all’angolo reagì con rabbia e cieco odio, intessendo nuovi legami con vari gruppi che si andavano costituendo in opposizione al governo rivoluzionario, anche con incontri segreti presso sedi diplomatiche e nascondigli. Iniziò a dispiegarsi quella trama che, nel 1979/80, per volere supremo di Brzezinski e del suo entourage raccolto attorno al Presidente Carter, avrebbe condotto al conflitto afghano, con l’intervento internazionalista dell’Unione Sovietica a difesa della reazione islamico – reazionaria e dell’imperialismo. Queste trame erano facilitate dalla divisione che iniziò a profilarsi in seno al PDPA, sull’onda della reazione suscitata in alcuni centri dal modo troppo affrettato e confusionario di portare avanti le riforme, quelle riforme che, complessivamente – è bene sottolinearlo ancora – stavano cambiando in meglio il Paese. Nella primavera del 1979, ad un anno dalla Rivoluzione, milioni di afghani avevano imparato a leggere e a scrivere, avevano visto crescere il proprio tenore di vita, avevano imparato a gestire imprese e servizi da lavoratori coscienti; Presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan e Presidente del Consiglio era Nur Mohammad Taraki, dell’ala “Khalq”, il quale, mentre si ergeva a presidio difensivo del cammino progressista e democratico del Paese, non era altrettanto disponibile a garantire una condotta realmente democratica all’interno del Partito. Vecchie, persistenti sopravvivenze tribali continuavano ad inquinare la vita politica e il posizionamento di numerosi esponenti, anche all’interno del PDPA. Contro questo andazzo, i seguaci dell’ala “Parcham”, che guardavano all’Urss e contavano sull’appoggio della parte maggioritaria della popolazione, che li apprezzava per il loro equilibrio, per la lotta contro abusi ed esagerazioni nell’attuazione delle riforme, dettero battaglia, ma preferirono mantenere incarichi diplomatici all’estero per non correre il rischio di venir incarcerati: Babrak Karmal rimase in Cecoslovacchia, la sua compagna, l’indomita Anahita Ratebzad in Jugoslavia, Mohammad Najibullah in Iran, altri in altre parti del mondo. Chi ancora oggi critica queste scelte gridando alla vigliaccheria e al tradimento, primo lo fa da comodi salotti al riparo da ogni persecuzione, secondo dimentica che, con il gruppo dirigente “Parcham” decapitato in Patria, nessuna speranza ci sarebbe stata di vedere un cambiamento al vertice nel Paese, cambiamento al quale l’Urss stava pensando già non per mire espansioniste inesistenti e per ingerenze controproducenti, ma per salvare la Rivoluzione di Saur dall’urto della reazione interna e internazionale. Infatti, non tanto il Presidente Taraki, quanto il gruppo, sempre organizzato attorno all’ala “Khalq” facente capo ad Hazifullah Amin, stava scalpitando per assumere tutto il potere, anche con legami (non ancora inoppugnabilmente dimostrati, ma dati per certi da numerosi militanti, studiosi e opinionisti) con la CIA e con l’intelligence pakistana, appaltatrice del lavoro sporco imperialista nella Regione assieme ai servizi iraniani. Perlomeno, c’era una convergenza di interessi tra il gruppo di Amin e i circoli imperialisti : più si indeboliva il Paese, più le riforme venivano sabotate da atteggiamenti che ne mandavano a monte la sostanza e lo spirito intrinseco in nome di estremismi idioti e forzature, più il fronte imperialista si rafforzava e aveva occasione di ingerirsi in Afghanistan. Il Presidente Taraki era certamente debole, stretto tra vari fuochi e a volte giocò la carta di una repressione che, gestita su base locale e tribale senza adeguata supervisione centrale, spinse ancora più la situazione verso il baratro.

Questo lo si vide, appunto, nella primavera del 1979, con la “rivolta di Herat”, la prima rivolta scatenata dalla reazione contro la Repubblica Democratica Afghana, nove mesi prima dell’intervento sovietico chiesto peraltro dal PDPA (non ci fu alcuna invasione!). Molto si è detto e scritto attorno a questo episodio, e molta disinformazione è stata sparsa: da una parte i carnefici (i comunisti afghani e l’Urss), dall’altra le vittime (la popolazione). Falso, falsissimo schema, che si scontra con la verità storica.

Herat era ed è una cittadina afghana prossima al confine con l’Iran; il Trono del Pavone, da qualche mese, era stato rovesciato dalla Rivoluzione khomeynista, i cui contenuti progressisti erano bilanciati da un viscerale anticomunismo e il cui antimperialismo e anti – americanismo era contrappesato da un forte antisovietismo. Niente di straordinario, non si poteva certo pretendere una professione di bolscevismo da un esponente del clero come Khomeyni, pur coraggioso nella sua lotta contro la dittatura degenerata dello Shah, puntellata da Usa e Israele. Il fatto fu che l’ala destra del nuovo governo khomeynista iniziò a giocare la carta dell’eversione in terra straniera per destabilizzare il campo socialista ed espandere la propria concezione del mondo. A dar manforte a tale azione, gli immancabili servizi segreti statunitensi e ambienti maoisti – anarcoidi che allignavano in sedi periferiche del PDPA e, marginalmente, in organismi centrali del medesimo. Ecco che, nel marzo del 1979, a Herat (allora popolata da almeno 250.000 persone) scoppiarono disordini che, sapientemente orditi all’ombra di moschee con imam reazionari e filo – imperialisti, acquistarono presto il carattere di una pericolosa insurrezione, capace di contagiare vari ceti, non solo quelli strettamente legati ai latifondisti spodestati.

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Herat, Afghanistan

L’infezione eversiva si allargò presto a gran parte della provincia, anche se alcune località, come i Distretti di Obe e Pashtun Zargun, rimasero saldamente nelle mani del potere rivoluzionario, con il popolo stretto attorno alle conquiste del socialismo e gli eversori islamisti, indigeni e stranieri, isolati nella maniera più netta. Gli spari riecheggiarono ripetutamente dalla giornata del 15 marzo e presto, coperti dalle avanguardie armate dei mujaheddin foraggiati dagli Usa, dall’Iran e dal Pakistan (Paese, quest’ultimo, che non solo non se ne stette con le mani in mano, ma tessé la sua trama in altri Distretti e Province anche non di sua diretta influenza), nuclei di rivoltosi si diressero verso il centro cittadino e assaltarono uffici, sedi di Partito, negozi (specie nel bazar), seminando distruzione e morte. Nei tumulti furono uccisi diversi cittadini sovietici: le varie fonti consultabili propongono numeri diversi, da 3 o 4 a 200, ma è chiaro che vi fu un pogrom di netto, inequivocabile stampo fascista contro chi rappresentava il Paese baluardo del socialismo e dell’antimperialismo, il Paese che con maggior forza e coerenza supportava le lotte dei popoli per la libertà ed emancipazione.

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Controrivoluzionari afghani, dintorni di Herat, febbraio 1980

Quella che possiamo definire “Gladio verde” (islamo – fondamentalista e anti – sovietica ) si saldò, nella rivolta di Herat, con la “Gladio azzurra” (di diretta emanazione statunitense), incrociando pure la “Gladio gialla” (quella dei sedicenti maoisti, in realtà trotskisteggianti, che pur di portare avanti una linea antisovietica si allearono con chi sparava su maestri, donne che si toglievano il velo spontaneamente, medici e attivisti del PDPA). Un mix di apparati di controllo e sovversione, al servizio dell’imperialismo, che ritroveremo puntualmente anche in altri contesti e “punti caldi” di più recente “accensione”, primo tra tutti il Kosovo, regione nella quale parimenti ritroviamo l’eversione atlantista, islamista e sedicente marxista – leninista di osservanza “maoista”. Un’azione pianificata nella quale le reti della CIA americana, della SAVAK iraniana (da sempre legata al MOSSAD israeliano, tra l’altro), dell’ISI pakistano unirono gli sforzi per il fine supremo di un’offensiva geopolitica contro l’Urss, i suoi interessi, la sua stessa sovranità. Al vertice dei rivoltosi di Herat si pose un “direttorio” di religiosi reazionari, militari non epurati vicini a formazioni fondamentaliste quali il “Jamiat – e Islami” di Rabbani (Ismail Khan, Alauddin Khan, Sardar Jagran e Rasul Baloch), esponenti politici accecati dall’odio antisovietico, pronti a giocare la carta della rivincita, del revanscismo più feroce e persino ex galeotti (Gul Mohammad, Kamar – i – Dozd e Shir Aga Shongar). La Città di Herat fu prigioniera e succube delle volontà di questi personaggi, con la popolazione usata come scudo umano. La disinformazione operante dalle prime ore della rivolta sparse in tutto il mondo, attraverso le agenzie stampe legate ai circoli imperialisti, l’idea che quella di Herat era la lotta di tutto l’Islam contro il comunismo: tesi assurda, dal momento che i dirigenti del PDPA e molti militanti trovarono rifugio proprio all’interno della Grande Moschea o Moschea Blu, stupendo monumento e suprema sede religiosa cittadina. Diversi mullah, imam e cadì accorsero proprio sotto le bandiere del PDPA per veder difesa la vera concezione progressista e rivoluzionaria alla base della dottrina islamica. Un’altra operazione di disinformazione ha teso accreditare l’aiuto offerto dalla CIA ai mujaheddin a partire dal 1979, oltretutto dopo che per decenni si era collocato temporalmente questo dopo l’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese: in realtà, prima della fatidica firma, da parte del Presidente americano Carter, della direttiva per il rifornimento con armi e soldi sonanti ai mujaheddin afghani, datata 3 luglio 1979, direttiva che darà il via all’ “Operazione Cyclone” e che spingerà l’Urss a entrare in campo nel conflitto, per tutto il 1978 e per tutta la prima parte del 1979, gli agenti CIA presenti nel Paese, non erano stati certo a rimirare il Sole e le stelle, ma avevano attivamente lavorato per il rovesciamento del governo rivoluzionario di Kabul, con operazioni coperte di vario genere. Ciò è inoppugnabilmente testimoniato da varie riunioni tenutesi sia in Afghanistan che nel Pakistan, protagonisti diplomatici e agenti segreti. Come non vedere nella rivolta di Herat una diretta emanazione di queste trame?

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Afghanistan, località imprecisata, agente CIA con i controrivoluzionari afghani

Ad ogni buon conto, per spezzare l’assedio della Città da parte del fronte islamista, filoimperialista e trotskista, il PDPA si mosse in forze, mettendo da parte dissapori e divergenze che non mancavano e sui quali torneremo. Il Presidente Taraki, pur indebolito dal gruppo settario e ondivago di Hazifullah Amin, lanciato nel suo progetto di impadronirsi del potere senza dividerlo con nessun’altro, seppe in questa fase stringere un accordo con l’ala “Parcham” del Partito, contenendo i “pasdaran” del suo schieramento. Il 20 marzo, le Brigate IV e XV dell’Esercito vennero spedite a Herat da Pul e – Charki (periferia di Kabul caratterizzata dalla presenza di una grande struttura penitenziaria) dal Presidente Taraki, ma, data la rilevante distanza, a giungere prima sul teatro dei disordini furono le armate del generale Sayyed Mukharam, che una storiografia destituita di ogni fondamento ha voluto comandate da Amin in quel frangente, cosa impossibile dal momento che Hazifullah Amin, a quel tempo, era solo Ministro degli Esteri (assumerà anche la carica di portavoce del Consiglio dei Ministri solo dal 27 marzo, a situazione normalizzata). Grazie all’energico intervento, che non fu solo militare, ma civile-militare, con i militanti del PDPA e cittadini progressisti volontari in prima linea, Herat venne espugnata e liberata il 20 marzo del 1979. In quella data furono battuti, purtroppo non definitivamente, i disegni delle varie Gladio antisovietiche, variamente colorate.

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Un capitano dell’esercito afghano in procinto di disertare presso Herat

La propaganda occidentale ha ripetutamente accusato il governo rivoluzionario di aver ordinato bombardamenti indiscriminati sulla Città: se è vero che Herat vide incursioni di aerei Ilyushin, è anche vero che queste furono mirate a colpire edifici in mano ai rivoltosi, obiettivi di valenza militare e strategica controllati dagli islamo – reazionari e mai civili abitazioni, scuole, ospedali, centri culturali; i rivoltosi, invece, per attirare sul governo rivoluzionario di Kabul l’odio e l’esecrazione dell’opinione mondiale, non si fecero scrupoli nell’usare come scudi umani i civili, secondo uno schema poi visto in Kosovo, Siria e Cecenia, solo per citare alcuni teatri dell’eversione atlantico – islamista. Nella conta delle vittime, si è proposta spesso la cifra di 25,000 caduti, articolo di fede per tutta la propaganda anticomunista contrabbandata per storiografia, ma le prove reali acquisite fanno ascendere il numero totale dei morti a 3 – 4.000, cifre comprendenti i rivoltosi uccisi in combattimento, i civili da essi eliminati e i soldati fedeli al governo caduti in battaglia o attirati in trappole e uccisi nella maniera più barbara e crudele. Ciò detto, è ancora dibattuto il tema del ruolo vero giocato da Hazifullah Amin nel quadro della rivolta di Herat: l’ambizioso dirigente del PDPA fu certamente responsabile di gran parte delle deviazioni che alienarono al governo rivoluzionario preziosi appoggi in seno alla società afghana e ad alcuni suoi gruppi sociali, appoggi recuperati poi dal 1979 con una paziente opera di ricucitura dall’ala “ Parcham “ del Partito e dal nuovo gruppo dirigente guidato da Babrak Karmal. E’ stato più volte affermato che il KGB acquisì prove circa la collusione di Amin con gli imperialisti americani e con il Pakistan: se è vero che “pistole fumanti” di tal genere non se ne sono trovate (il KGB, differentemente dalla CIA, non usava la menzogna, nemmeno quando poteva tornare a suo pro per meglio affermare una verità di fondo), è oggettivamente inoppugnabile il fatto che Amin abbia flirtato con ambienti islamisti e abbia giocato a presentarsi come il salvatore della Patria ai danni di Taraki e di tutti gli altri dirigenti, dopo aver improvvidamente scatenato, con la sua cricca, la caccia al religioso in alcune parti del Paese e aver compiuto altre prodezze da manuale controproducente, fomentando malcontento anche tra settori islamisti di stampo progressista e venendo parzialmente frenato, in questo, dai militanti più saggi dell’ala “Khalq” e da tutta l’ala “Parcham” del PDPA. Una trama sottile, diabolica, insidiosa, che promuoveva repressioni al solo fine di portare alla luce le spinte più estremiste per poi ricompattarle attorno ad una virata in senso antisocialista a livello istituzionale. Anche per questo l’Urss, liberando il Paese dalla cricca di Amin negli ultimi giorni del 1979 e prendendo di petto finalmente in tutto il Paese la peste fondamentalista, promossa dall’esterno e dall’interno, rese un grande aiuto alla causa del socialismo e della pace nel mondo! L’evidenza storica, poi, dimostra che l’Urss intervenne solo su esplicita richiesta del PDPA quando la situazione minacciò di precipitare per le trame tessute tra Amin e i gruppi armati reazionari, mentre nella primavera del 1979, al tempo della rivolta di Herat, la volontà unanime di Breznev, Gromyko, Ustinov e degli altri dirigenti sovietici fu chiara ed esplicita: aiutare il PDPA ed il governo rivoluzionario a fronteggiare da solo, senza ingerenze esterne, l’offensiva islamo – reazionaria. Mentre gli Usa e la CIA promuovevano azioni eversive e terroristiche, l’Urss buttava dunque acqua sul fuoco e offriva il suo aiuto internazionalista costruttivo e corposo, nel quadro di uno sforzo teso al consolidamento del socialismo in Afghanistan e alla lotta contro una minaccia interna al Paese che solo un rinnovato gruppo dirigente del PDPA, cosciente e aperto a nuove strategie, poteva concepire e portare avanti con successo. Sono inoppugnabili prove come i contatti tra Taraki e Kosygin nei giorni della rivolta di Herat, contatti nei quali, ad un Taraki che chiedeva rinforzi militari immediati da parte dell’Urss e mentiva spudoratamente sull’assenza di forze del PDPA presenti in Città a sostegno del Governo rivoluzionario, si rispondeva che l’Afghanistan libero e sovrano, fermo restando il supporto morale e materiale dell’Urss, era bene risolvesse i suoi problemi interni in primis con le sue proprie forze. Da parte sovietica, forse, si sospettava una manovra di Amin, tutt’altro che campata in aria, volta a invischiare l’Unione Sovietica in un ginepraio e a qualificarla come Stato aggressore. Solo la direttiva CIA del 3 luglio del ’79, la sempre più aperta complicità tra l’arrembante Amin e gli islamisti, l’indebolirsi del governo rivoluzionario a livelli mai visti prima, spinse l’Urss ad altri consigli… Ma questa è un’altra storia, che parte senza dubbio dalla sconfitta della sollevazione di Herat ma che avremo modo di esaminare in altra sede.

Bibliografia:
Enrico Vigna: Afghanistan ieri e oggi (La Città del Sole, 2001).
John K. Colley: Una guerra empia (Eleuthera, 2000).
Olivier Roy: Islam and Resistance in Afghanistan (Cambridge University Press, 1992).
George Crile: Il nemico del mio nemico  (Il Saggiatore, 2005)
https://espressostalinist.com/2016/07/30/telephone-conversation-between-kosygin-and-taraki/