Settanta anni di collaborazione con i nazisti: il piccolo sporco segreto ucraino dell’America

Settanta anni di collaborazione con i nazisti: il piccolo sporco segreto ucraino dell’America

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di DAVIDE SPAGNOLI

Presentiamo un’intervista a uno storico americano, Russ Bellant, autore di  Old Nazis,The New Right and The Republican Party, in cui viene rimarcato come da 70 anni vi sono stati e vi sono strettissimi legami tra il Partito Repubblicano, tra cui alcuni suoi esponenti eletti come presidenti USA come Richard Nixon e Ronald Reagan e una pletora di criminali di guerra ucraini che collaborarono con i nazisti.
Da questo si capisce benissimo la corresponsione attuale di amorosi sensi fra gli attuali governanti dell’Ucraina e il governo USA. Un po’ meno comprensibile è l’ammore che lega esponenti piddini e della “sinistra” lgbtqwerty equosolidale con i loro impresentabili nipotini ucraini…

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Sono arrivati i veterani a Standing Rock

Sono arrivati i veterani a Standing Rock

REDAZIONE NOICOMUNISTI
DI JACK SMITH IV
FONTE
Traduzione di Guido Fontana Ros

Le prime tende dei veterani a Standing Rock – GETTY IMAGES

CANNON BALL, Nord Dakota —  Solo un centinaio di yarde ci separano dalle barricate della polizia che circondano i confini dell’accampamento di Oceti Sakowin Camp, la fila delle auto si perde a vista d’occhio, auto che trasportano corpi integri e capaci insieme ai più che necessari rifornimenti nella notte di sabato. Sono arrivati i veterani che hanno proclamato di schierarsi con Standing Rock come scudi umani.

A partire dal tramonto, gli organizzatori nell’accampamento dei veterani stimano che circa 500 veterani siano comparsi. Entro la fine del weekend oltre 2000 veterani sono attesi per schierarsi con i protettori dell’acqua sulla linea del fronte, contro la polizia e la compagnia Dakota Access Pipeline.

La colonna delle auto dei primi arrivi dei veterani ieri al tramonto – JACK SMITH IV/MIC

I veterani sono comparsi con gli attesi rifornimenti, rimorchiando utilissimi carichi di legna da ardere, carburante per i fuochi e le stufe a legna del campo. 

I veterani sono come un coltello dell’esercito svizzero“, ha detto in un’intervista, il veterano dell’esercito Adric Potter. “Ognuno di noi è capace di fare un po’ di tutto e la maggior parte ha avuto anche un addestramento di primo soccorso“.

Oltre allo schierarsi con i protettori dell’acqua indiani durante le azioni di protesta, i veterani si stanno sparpagliando per il campo assumendosi compiti e responsabilità. L’Oceti Sakowin Camp è ora una piccola città che vive grazie alle donazioni e al lavoro volontario e poiché il rigido inverno del Nord Dakota si è abbattuto sulle pianure, il campo è un fiorire di attività volte ad adattare le strutture ai rigori del clima, a costruire pavimenti, a realizzare longhouses e a cercare di mantenere accese le stufe a legna. 

Veterano all’Oceti Sakowin Camp – JIM WATSON/GETTY IMAGES

All’inizio di questa settimana un gruppo di di veterani si è immerso nell’acqua gelata fino alla testa per recuperare le canoe sequestrate dalla polizia, trasportandole vittoriosamente nel campo dietro le auto.

La gente necessita di aiuto e questo è il posto dove trovarsi per lottare per salvare questo dannato pianeta“, dice in un’intervista Eric Lobo, arrivato con i Veterans For Peace.

Questa notevole forza di veterani è stata organizzata attraverso la GoFundMe campaign che ha raccolto oltre 1 milione di dollari al fine di inviare i veterani a schierarsi con “i pacifici protettori dell’acqua che hanno patito gli attacchi violenti delle milizie delle agenzie di sicurezza private pagate dalla DAPL e maggiori brutalità ed arresti dalle mani della polizia militarizzata e dalla sicurezza della DAPL“.

La strada che conduce all’Oceti Sakowin Camp – JACK SMITH IV/MIC

I leader indiani che organizzano le proteste sulla linea del fronte sono inflessibili nel mantenere pacifiche le proteste. Vogliono dissipare l’affermazione, pompata, di “scontri” fra i contestatori e la polizia, che ci sia insomma un confronto violento. Nessuna arma è ammessa nel campo e quasi tutti vengono mandati in prima linea dopo aver passato ore di addestramento giornaliero al campo sotto la supervisione del Indigenous Peoples Protection Project.

Invece la polizia ha usato granate, cannoni ad acqua e gas lacrimogeni sui manifestanti, ma i veterani dicono che le cose andranno molto peggio e sono pronti a schierarsi tra la gente sioux Lakota e qualsiasi cosa la polizia getti contro di essa.

Loro hanno i soldi, loro hanno il potere, per questo dobbiamo stare uniti“, ha detto Lobo. “Dobbiamo essere uniti“.

Sitografia

Standing Rock, la più grande mobilitazione indigena da un secolo a questa parte

Standing Rock, la più grande mobilitazione indigena da un secolo a questa parte

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI SILVIA ARANA

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Nello stato del Dakota del Nord, Standing Rock fa parte della riserva Sioux come comunemente vengono chiamati i popoli aborigeni Dakota, Lakota e altre tribù delle grandi praterie. il fiume Missouri, fonte d’acqua potabile per circa 17 milioni di persone, attraversa il territorio, che ricade sotto la giurisdizione delle autorità indiane della Standing Rock Indian Reservation a norma dei trattati firmati con il governo degli USA.

In violazione dei trattati e contro la volontà dei sioux, il gruppo petrolifero Energy Transfer Partners intende costruire un oleodotto che andrà a distruggere il sito sacro e il cimitero indiano di Standing Rock, inoltre il tratto sotterraneo dell’oleodotto in questione passerà sotto sotto il letto del fiume Missouri. Il progetto è un investimento da 3,8 miliardi di dollari, finanziato da Goldman Sachs, Bank of l’Amérique, HSBC, UBS, Wells Fargo e altre grandi banche. L’oleodotto ha un’estensione di 1.880 km, va dai giacimenti petroliferi di Bakken nel Dakota del Nord all’Illinois passando per il Dakota del Sud e per lo Iowa. Dalla primavera del 2016 migliaia di persone si sono radunate a Standing Rock, molti provenienti da molti nazioni indigene, per protestare contro la costruzione dell’oledotto che distruggerà i loro luoghi sacri e contaminerà l’acqua. Essi si definiscono “i protettori dell’acqua“. 

Si stima che 300 fughe di petrolio per anno abbiano avuto luogo negli oleodotti del paese [1], ed è questo il motivo per cui i difensori dell’acqua non credono affatto alle promesse dell’impresa, degli ingegneri dell’esercito e delle autorità per cui l’ “oleodotto è sicuro”.

La più grande mobilitazione indigena da più di cento anni

“Standing Rock è il più grande concentramento di indiani che io abbia mai visto nella mia vita; ogni giorni nuove bandiere di diverse tribù vengono aggiunte… a partire dalla sesta settimana ha cessato di essere un accampamento per trasformarsi in una comunità… noi quando prendemmo posizione contro l’oleodotto, non sapevamo che avremmo avuto questo immenso sostegno… questa terra è un sito sacro del popolo Lakota; inoltre l’oleodotto contaminerà l’acqua del fiume Missouri… il Corpo degli ingegneri dell’esercito non si è consultato con le tribù.

L’oleodotto Dakota Access Pipeline ha dei tratti sotterranei sotto il letto del Missouri. Gli oleodotti hanno una storia di perdite, essi hanno contaminato ill suolo, l’aria e le falde sotterranee…se sarà costruito, distruggerà non solo il fiume in questa zona, ma anche più a valle. Le tribù si sono assunte la loro responsabilità come protettrici. Bisogna prendersi cura della terra, dell’acqua, dell’aria… un giorno durante la nostra marcia quotidiana verso il sito sacro, le nonne e le madri hanno detto agli sterratori che mai avrebbero permesso la distruzione di un sito sacro. Come risposta, i guardiani, alle dipendenze di aziende private di sicurezza, hanno aizzato i cani contro la gente. Qualcuno fra i Protettori dell’acqua è finito all’ospedale a causa dei morsi… dopo i cani useranno le armi…”.

Questo diceva lo scorso ottobre Dennis Banks (79 anni). Egli è un leader storico degli indiani oltre ad essere il cofondatore dell’American Indian Movement [2].

Come ha predetto Dennis Banks, la repressione contro la comunità dei Protettori dell’acqua è andata crescendo nel corso delle successive settimane, fino a raggiungere il picco, domenica 20 novembre, quando, con una temperatura glaciale di -5°, la polizia ha represso i manifestanti con dei getti di acqua, provocando centinaia di casi di ipotermia. Sono anche stati utilizzati gas lacrimogeni, spray al peperoncino e proiettili di gomma che hanno ferito più di trecento manifestanti. Il caso più grave è stato quello di Sophia Wilansky (21 anni) che è stata ferita da una granata che l’ha colpita a un braccio, lacerandole i tessuti e fratturandole l’osso. In questo momento affronta la tera operazione chirurgica e ne dovrà affrontare altre per salvare il suo braccio che è stato praticamente staccato dal corpo dalla granata. Questa ragazza di New York, che al pari di numerosi altri si è presentata a Standing Rock per manifestare la propria solidarietà ai popoli aborigeni, è stata vittima di un abuso dell’uso della forza, in quanto essi esercitavano il loro diritto a manifestare, garantito dal primo emendamento della Costituzione USA. Un diritto che viene sistematicamente violato dalla polizia di Morton (Dakota del Nord) e dalla Guardia nazionale.

Linda Black Elk, membro del corpo dei medici di Standing Rock, che è stata testimone della repressione dell’ultima domenica, ha sostenuto che:

“La polizia ha aumentato il livello della violenza contro i protettori dell’acqua. Ho visto le differenti armi utilizzate contro di noi: gas lacrimogeni, proiettili in gomma, granate. Sembra che provino le loro armi contro di noi in una crescente militarizzazione della repressione”

Essa inoltre ha aggiunto: 

“Noi abbiamo subito un grande inganno con il presidente Obama. E’ venuto qui, ha fatto promesse e non ne ha mantenuto nessuna”.

Questa condotta governativa contro i diritti dei popoli indigeni non è affatto sorprendente, bensì è coerente con la condotta storica del governo USA che ha commesso/o ha permesso abusi sulle terre indigene fin dall’inizio della colonizzazione. Esempi di abusi contro i popoli Lakota e Dakota sono l’appropriazione di territori nelle Black Hills (Colline Nere, sacre per i popoli aborigeni) del Dakota del Sud dopo la scoperta dell’oro negli anni ’70 dell’800 e la costruzione di dighe sul fiume Missouri, che ha causato inondazioni in borgate in zone boschive e nelle fattorie del Dakota del Nord e in quello del Sud. negli anni ’50 del 900.


Mni Wiconi: l’acqua è vita

Giovedì 24 novembre media alternativi come Unicorn Riot e Indigenous Rising Moven hanno trasmesso in diretta da Standing Rock, Era il giorno in cui negli USA si celebra il Thanksgiving (giorno del Ringraziamento). Secondo la “storia ufficiale” gli indiani hanno “salvato” dalla morte i padri pellegrini offrendogli del cibo (versione accusata di falso da storici come Roxanne Dunbar-Ortiz che dice che i nativi non hanno mai ricevuto a braccia aperte i loro oppressori.

Come ricordo ironico della data, i Protettori dell’acqua hanno disposto dei tavoli con del cibo. A qualche metro alcune decine di poliziotti bloccavano la strada, da entrambe le parti, in modo da formare un cerchio. C’erano dei cartelli con la frase: “Non date da mangiare ai pellegrini” (Don’t Feed the Pilgrims). l’ordine del giorno era: “Nessun pellegrino, nessun oleodotto, niente prigioni, niente problemi“.

Una rada neve cade nella prateria deserta, persone con i loro grandi mantelli, con berretti o cappucci in testa si muovono in continuazione, alcuni cominciano a intonare i potenti canti tradizionali Lakota e il grido “Mni Wikoni” (l’acqua è vita). [3]

Volge al termine un altro giorno nella lunga battaglia per Standing Rock, il più grande raduno di popoli autoctoni da un secolo a questa parte, dalla battaglia di Little Big Horn o Greasy Grass che avvenne nel 1878. Fu una grande vittoria dell’alleanza delle tribù delle praterie, Lakota, Cheyenne e Arapaho, che sconfissero il Settimo Reggimento guidato dal generale Custer. Si dice che una visione del capo Lakota Sitting Bull (Toro Seduto) fosse stata d’ispirazione ai guerrieri: un sogno in cui i soldati dell’esercito USA cadevano dal cielo. Fu l’ultima vittoria degli indiani delle praterie. Oggi la comunità di Standing Rock gioca il ruolo principale in questa storica mobilitazione che per capacità di aggregazione, di differenziare, di continuità e di spirito combattivo sta per ottenere una grande e nuova vittoria.

NOTA: Qualche ora fa, il Corpo degli Ingegneri dell’esercito USA ha diramato alle autorità della riserva sioux l’ordine di evacuazione, da eseguirsi il 5 dicembre. Il capo sioux Dave Archambault, insieme agli altri rappresentanti della comunità, ha risposto che non si muoveranno.

Silvia Arana è una giornalista argentina che risiede a Quito, Ecuador.

Tradotto dallo spagnolo per il El Correo de la diáspora da Estelle e Carlos Debiasi

FONTE ORIGINALE: 

http://www.elcorreo.eu.org/Standing-Rock-la-plus-grande-mobilisation-indigene-depuis-plus-d-un-siecle

L’oscura storia del sostegno americano ai fascisti e criminali di guerra ucraini

L’oscura storia del sostegno americano ai fascisti e criminali di guerra ucraini

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI ANDREY PANEVIN

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Il sostegno  americano al fascismo ucraino odierno per quanto possa apparire impressionante non è tuttavia un fenomeno politico nuovo. Documenti della CIA desecretati secondo il FOIA. dal titolo “The NAZI War Crimes Declassification Act”, mostrano come la CIA non solo controllasse i gruppi di fascisti ucraini durante e dopo la II GM, ma come li aiutasse attivamente proteggendoli dalla legge. Questi e altri documenti possono essere reperiti nella CIA’s Freedom of Information Act Electronic Reading Room. I documenti seguenti sono alcuni fra i molti che attengono alla protezione accordata dall’America ai criminali di guerra di tutto il mondo.

STEPAN BANDERA

 

Stepan Bandera, che fu il capo dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti ucraini), è un uomo venerato dalle attuali autorità ucraine ed è visto dai battaglioni fascisti ucraini come un eroe nazionale. I politici occidentali con i mezzi di comunicazione dominanti hanno svolto un buon lavoro nell’oscuramento del suo ruolo nella storia dei movimenti fascisti e ultranazionalisti dell’Ucraina. Egli fu infatti un assassino di massa senza scrupoli, le cui atrocità possono essere viste solo come crimini contro l’umanità. Con la sua totale riabilitazione in Ucraina, l’opposizione antifascista ha cominciato a chiamare i suoi sostenitori “banderisti” e “banderismo” le loro azioni.

L’eredità di Bandera non solo trae beneficio dall’ignoranza ingenerata dai politici e dai mezzi di comunicazione, ma anche lui stesso, dagli anni della II GM fino alla sua morte, trasse benefici personali dall’aiuto del governo americano. Non solo fu protetto dalla giustizia dell’Unione Sovietica ma godette anche della possibilità di chiedere l’aiuto di Washington per ottenere visti e alloggiamenti segreti.

 La CIA era ben conscia delle opinioni fasciste di Bandera, ma sapeva che, se fosse stato catturato dall’Unione Sovietica, non gli sarebbe stata accordata la stessa pietà garantitagli dagli interessi americani nell’Europa del dopoguerra. La seguente serie di immagini documenta in dettaglio le lungaggini cui ricorse la CIA onde tener Bandera fuori dalle mani dei sovietici e per evitare di marchiarlo come “criminale di guerra”.

L’aiuto da parte del governo USA a Stepan Bandera si estese fino all’anno della sua morte (1959), come mostrato dall’immagine seguente. Lo stesso Bandera sapeva che l’ottenimento di un visto poteva essergli accordato solo con l’ “approvazione di Washington”.

YAROSLAV STETSKO

 

Yaroslav Stetsko era una prominente figura al’interno dell’OUN e ne fu il capo dal 1968 fino all’anno della sua morte, il 1986.Il libro di Stetsko, “Two Revolutions” (1951), fornisce una delle basi della piattaforma ideologica del partito ultranazionalista “Svoboda”. Le relazioni di Stetsko con la CIA e il governo USA sono ampie e si estendono dai tempi della militanza nell’OUN con Bandera fino alla sua morte a Monaco. Le seguenti immagini mostrano come Stetsko ricevesse continue informazioni dai membri dell’UPA e dell’OUN che si trovavano in Ucraina e le passasse ai contatti americani.

 

Stetsko non solo forniva informazioni alle autorità USA sulla situazione in Ucraina, ma godeva anche della fiducia di Allen Dulles, il direttore della Cia all’epoca. Come dimostra la lettera sottostante, Stetsko, in qualità di presidente del “Blocco Antibolscevico delle Nazioni”, consigliava la CIA su come utilizzare il nazionalismo come “potente forza” negli affari europei.

 

Un altro documento prova ulteriormente che Stetsko e gli altri “banderisti” ricevevano aiuti non solo dagli USA, ma anche dal governo britannico.

MYKOLA LEBED

Mykola Lebed era un importante fascista ucraino, il cui desiderio era quello di “pulire l’intero territorio rivoluzionario dalla popolazione polacca”. Questo condusse a scene inimmaginabili di violenza:

“…(UPA) non faceva distinzione su chi uccidere; essi sparavano sulla popolazione di interi villaggi… quando diventò difficile trovare degli ebrei da uccidere, le masnade di Bandera si rivolsero contro i polacchi. facevano letteralmente a pezzi i polacchi. Ogni giorno […], si potevano vedere corpi di polacchi, con fili di ferro attorno ai colli, galleggiare sul fiume Bug”. Hitler’s Shadow: Nazi War Criminals, U.S Intelligence and the Cold War

Non v’è alcun dubbio che, tra i fascisti ucraini criminali di guerra, Lebed fosse uno dei più sadici e privi di scrupoli. Questo rende ancor più scioccante che fu protetto continuamente dalla CIA fino alla sua morte. La protezione accordatagli era così grande che Allen Dulles personalmente lo mise al riparo dall’affrontare la giustizia. Dulles scrisse una lettera che non solo permetteva l’ingresso negli USA a Lebed ma negava con veemenza il suo ruolo nell’assassinio nel 1934 del ministro polacco degli Interni e la sua collaborazione con i nazisti nella II GM.

La CIA controllava costantemente Lebed e faceva tutto quello che era in suo potere per evitare che la verità sul suo passato fosse svelata dai giornalisti o dal Dipartimento della Giustizia. Per di più questi documenti mostrano la collaborazione fra la CIA ed elementi del’OSI (Office of Special Investigations), che cooperavano per tenere il passato di Lebed fuori dalla portata del loro dipartimento.

 

Questi documenti fra molti altri, mostrano come il governo americano aiutasse e proteggesse i fascisti ucraini e i criminali di guerra da parecchio tempo prima della “rivoluzione arancione” o “Maidan” in Ucraina. Questi anni di sostegno al fascismo ucraino hanno permesso agli USA e ai loro alleati di affinare le loro sordide abilità alla perfezione, al punto che nel 2015, un governo ucraino apertamente fascista sta terrorizzando quelli che sono considerati indesiderabili e vomita odio sui vicini russi considerati “subumani”. Nello stesso tempo la stampa dominante e i suoi padroni continuano a diffondere la balla facilmente dimostrabile che “in Ucraina non ci sono fascisti”. Non solo in Ucraina ci sono i fascisti, ma questi ultimi occupano anche i più alti livelli del governo americano e delle sue agenzie.

Solzhenitsyn: agente dell’imperialismo, anticomunista convinto, desideroso di riportare indietro le lancette della storia.

Solzhenitsyn: agente dell’imperialismo, anticomunista convinto, desideroso di riportare indietro le lancette della storia.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Sulle menzogne che hanno costellato il cammino di agit – prop anticomunista e antisovietico di Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn, abbiamo ampiamente scritto e dibattuto: le mistificazioni indecenti sulla sua condanna alla detenzione, sul regime dei GULAG, sul numero di detenuti nelle strutture concentrazionarie sovietiche, sul suo ruolo di “dissidente”, sono state dettagliatamente passate in rassegna in articoli e saggi qui pubblicati. Vale la pena soffermarsi, ora, su una serie di episodi ai quali precedentemente si è accennato, che dimostrano inequivocabilmente come lo scrittore “dissidente” russo abbia difeso il fascismo e l’imperialismo non in chiave letteraria, e non solo in Urss, ma apertamente e deliberatamente nel corso di incontri, viaggi e da tribune tutt’altro che neutre o poco influenti. Si è sempre cercato di nascondere, ad esempio, quando non lo si è negato, che Solzhenitsyn sia stato un sostenitore del regime autoritario e genocida di Pinochet in Cile. Le evidenze emerse negli anni ’70 e dopo, rendono invece chiaro e certo che il “dissidente” tanto preoccupato dalla mancanza (secondo lui) di libertà nell’Urss, non era in eguali ambasce per la negazione sistematica dei diritti umani, le torture e i massacri attuati dalla giunta militare cilena. Solzhenitsyn lodò pubblicamente Pinochet e altri dittatori anticomunisti più volte, giustificando i golpe e le successive repressioni di comunisti, progressisti e democratici. Per Solzhenitsyn, la libertà era ad ovest, nel mondo capitalista, un paravento degli odiati comunisti per raggiungere il potere, paravento da distruggere ed annientare, puntellando le peggiori dittature, mentre ad est diventava, come per magia, istanza indiscutibile da sostenere in ogni modo contro i comunisti stessi. Una malafede assoluta, da parte di un uomo accecato dall’odio contro ogni fermento progressista, contro ogni rivendicazione di progresso, pace e vera democrazia. Alla televisione francese, il 9 marzo 1976, lo scrittore megafono dell’antisovietismo si produsse in una subdola e scandalosa difesa, questa volta indiretta del regime di Pinochet in Cile, sostenendo che egli non aveva alcuna intenzione di recarsi nel Paese sudamericano, ma anche che “se il Cile non ci fosse stato, lo si sarebbe dovuto inventare” (sic!) e che in Europa ci si preoccupava più di Pinochet che del Muro di Berlino, dell’occupazione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia (1). Come dire, perché preoccuparsi per le decine di migliaia di morti provocati dalla giunta di Santiago del Cile, per gli arresti, le esecuzioni sommarie, le sparizioni, gli esuli, quando in Europa c’era il Muro di Berlino da bersagliare come unico e solo simbolo di ogni male (come se quel vallo non fosse stato originato dalla destabilizzazione imperialista), accanto all’esistenza del campo socialista? La stampa reazionaria e filo imperialista cilena ricambiò la stima e l’ammirazione dello scrittore per il regime, dedicando alcuni articoli alla sua figura, tra i quali “El grito de Solzhenitsyn”, comparso su “El Mercurio” del 1° ottobre 1978 (2).

Nell’estate del 1975, però, i peana di Solzhenitsyn verso l’imperialismo statunitense avevano raggiunto il culmine: lo scrittore, in quel periodo, aveva intrapreso una sorta di “tournée”, non solo protetto e acclamato dai circoli ultrareazionari di destra, ma anche ricevuto con tutti gli onori dal potere ufficiale. In un incontro patrocinato dall’AFL – CIO (American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations), il Sindacato statunitense noto per il suo anticomunismo e le sue compromissioni con la CIA e con il padronato, Solzhenitsyn aveva lanciato strali contro la distensione mondiale e aveva rivolto, alla presenza di alti funzionari governativi e influenti personaggi dell’establishment, un appello plateale all’intromissione imperialista negli affari interni dell’Urss e dei Paesi socialisti. Queste le sue testuali parole:

“I leaders comunisti dicono: ‘non interferite nei nostri affari interni. Lasciateci soffocare i nostri cittadini in pace e in tranquillità’. Io invece dico a voi: “ingeritevi sempre di più. Interferite quanto più potete'”(3).

In quell’assise di neo – crociati, Solzhenitsyn era stato “tenuto a battesimo” nientemeno che da George Meany, Presidente storico del Sindacato yankee e acceso fautore della Guerra del Vietnam. Lo scrittore russo, non pago di appelli a riedizioni della guerra fredda, aveva poi ringraziato l’AFL – CIO per aver pubblicato, negli anni ’40, una mappa dei Gulag sovietici (una patacca volta ad accreditare la presenza di lavoro semi – schiavile in Urss, proprio mentre negli Usa questa pratica raggiungeva la massima estensione nel sistema penitenziario); inoltre, da quella tribuna menzognera e corrotta, la penna più prolifica dell’antisovietismo aveva profuso parole volte a rinfocolare odio per il suo Paese natale e per l’umanità progressista:

“con l’avvento della bomba atomica statunitense – aveva affermato- i comunisti hanno cambiato le loro tattiche. Essi sono diventati improvvisamente araldi della pace a tutti i costi. Hanno cominciato a convocare congressi per la pace, a far circolare petizioni per la pace, finché il mondo occidentale non è caduto in questo inganno. Gli obiettivi, però, l’ideologia, sono rimasti gli stessi. Essi sono incentrati sulla distruzione della vostra società, sulla distruzione del modo di vita occidentale “(4).

Nel 1976, il nostro Goffredo di Buglione cosacco, dopo aver incensato col fioretto Pinochet, rinnovò in Spagna i fasti del più truce anticomunismo, glorificando, questa volta in modo aperto, la tirannia di Francisco Franco, da poco defunto e mettendo in guardia il Re Juan Carlos ed il suo entourage dal mettere in atto (Dio non volesse!) moderate riforme in senso liberale. Ospite, sabato 20 marzo, del popolare programma televisivo “Directisimo”, Solzhenitsyn vaneggiò, alla faccia di ogni senso del ridicolo, di 110 milioni di morti provocati dal socialismo sovietico dal 1917 al 1959 e paragonò, con faccia di bronzo impareggiabile, “la schiavitù a cui il popolo sovietico è stato sottoposto” alla “libertà di cui si gode in Spagna”. Per Solzhenitsyn, nella Spagna franchista non vi erano stati 400.000 desaparecidos, 500.000/1.000.000 di esuli (2 – 4% della popolazione totale), centinaia di migliaia di prigionieri, centinaia di migliaia di fucilati prima e dopo la guerra civile. Niente di tutto questo! Con Franco e con i franchisti, per lo scrittore,

“aveva vinto il Cristianesimo” (5). Libertà soppresse? “Conosco un solo posto dove non c’è libertà, è la Russia”.

L’opinione pubblica progressista, che si era mobilitata contro le condanne a morte di antifascisti spagnoli? Una manica di utopisti, fuori dalla realtà e anzi utili agenti dell’onnipresente comunismo prodighi nel difendere nient’altro che dei “terroristi” (6). Tutto un programma anche i “consigli” impartiti ai nuovi reggitori del potere iberico:

“Coloro che cercano rapide riforme democratiche, capiscono cosa potrà accadere domani o il giorno seguente? La Spagna può avere la democrazia domani, ma poi sarà in grado di evitare che la democrazia diventi totalitarismo ? ” (7).

Già, totalitarismo, parola magica che la malafede della propaganda borghese e reazionaria usa ad ogni piè sospinto per celare la realtà tirannica, oppressiva, disumanizzante del sistema capitalista, imputando quegli aspetti al socialismo.

Non soddisfatto della sua predicazione di odio e mistificazione, Solzhenitsyn tornò negli Usa nel 1978: si era accorto di aver lasciato un po’ troppo sullo sfondo la guerra del Vietnam, vinta tre anni prima dalla lotta cosciente e determinata di tutto un popolo unito contro l’imperialismo, appoggiato dalla solidarietà internazionalista in ogni angolo del pianeta. Sì, nel suo viaggio americano del 1975 aveva preannunciato stermini e ogni sorta di sciagura in seguito alla recentissima vittoria dei Vietcong, ma la ruota della storia aveva girato in senso opposto e… bisognava pur raccontare qualche frottola sulla nuova realtà indocinese! Le anime dei corrotti oppressori sud – vietnamiti scalpitavano dall’oltretomba! Davanti alla platea scelta di Harvard, il barbuto enciclopedista dell’anticomunismo attaccò i pacifisti, colpevoli di essere strumenti in mano (guarda caso!) dei comunisti .

“Il più tremendo errore – tuonò Solzhenitsyn – si è verificato con l’incapacità di comprendere la guerra del Vietnam. Alcune persone desideravano sinceramente che il conflitto cessasse il prima possibile; altre persone pensavano vi sarebbe stato spazio per l’autodeterminazione nazionale o comunista, in Vietnam oppure in Cambogia (…). Gli attivisti statunitensi del movimento contro la guerra, però, hanno finito con il rendersi complici del tradimento verso le Nazioni dell’Estremo Oriente, del genocidio e della sofferenza imposti a 30 milioni di persone. Questi convinti pacifisti sentono i lamenti che provengono da laggiù? Capiscono, oggi, le loro responsabilità? Oppure preferiscono non sentire?” (8).

Domande indisponenti, ridicole, offensive dell’intelligenza e del buonsenso, provenienti da chi se ne era strafregato di 5 milioni di vietnamiti uccisi dagli yankee e dai loro fantocci e da chi fingeva di non rendersi conto che la lotta dei Vietcong era stata la lotta della quasi totalità del popolo vietnamita, mercenari e sfruttatori esclusi.

Anche questo, e soprattutto questo, è stato Solzhenitsyn: un agente dell’imperialismo, non solo un anticomunista convinto, desideroso di riportare indietro le lancette della storia.

NOTE:
(1) Vedasi: Michael Scott Christofferson, “French Intellectuals Against the Left: The Antitotalitarian Moment of the 1970’s“, Bergahn Books, Oxford, 2004;

Vedasi anche Mario Spataro, “Pinochet, las incomodas verdadestraduzione in spagnolo di Mario Spataro, “Pinochet, le scomode verità”, Settimo Sigillo, 2003;

(2) Citato in José Miguel Armendariz Azcarate, “Solzhenitsyn : el dedo en llaga“, Editorial Andrés Bello;

(3Aleksandr I. Solzhenitsyn, “The Voice of Freedom“, Washington, DC: Washington : American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations, 1975;

(4) Ivi

(5) Vedasi qui

(6) Ibidem

(7) Ibidem

(8) Si senta il discorso qui

Falsi occidentali duri a morire/3: come scoppiò la guerra di Corea (1950/53)

Falsi occidentali duri a morire/3: come scoppiò la guerra di Corea (1950/53)

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Da 70 anni leggiamo ovunque dell’aggressione da parte della feroce Corea del Nord alla piccola, pacifica, indifesa e, dimenticavamo DEMOCRATICA PERBACCO!, Corea del Sud.

E’ successo veramente così o la Corea del Nord è stata trascinata in un terrificante conflitto dall’aggressione imperialistica USA?

Il compagno Luca Baldelli in questo articolo ci espone i fatti che portarono alla guerra

PDF DELL’ARTICOLO

Cinquant’anni dopo, risuona ancora l’arte delle Black Panther

Cinquant’anni dopo, risuona ancora l’arte delle Black Panther

REDAZIONE NOICOMUNISTI

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

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Il  Black Panther Party fu fondato 50 anni fa ad Oakland, il 15 ottobre 1966 e nel giro di due anni ebbe sezioni ovunque nel paese. Il New York Times coglie l’opportunità di esplorare l’eredità delle Black Panther, esaminando il loro uso iconico delle immagini e  come nelle pagine del nostro giornale  vennero rappresentati.

Il Black Panther Party talvolta viene associato alla resistenza armata, ma una delle sue più potenti armi per raggiungere gli afro-americani nei centri del Paese fu l’arte. Nei posters, negli opuscoli e nei suoi giornali popolari, il Black Panther, la rappresentazione dell’immagine del partito fu guidata dalla visione di Emory Douglas, il suo ministro della Cultura.

La sua arte proviene da diverse fonti. Quando era un ragazzo a San Francisco fra gli ultimi anni ’50 e i primi anni ’60, Mr. Douglas si trovava  rinchiuso presso la Youth Training School  di Ontario, Calif., dove fu coinvolto a lavorare nella stamperia interna. In seguito frequentò un corso di grafica  presso il San Francisco City College, ove sviluppò un profondo interesse nel Black Arts Movement, il braccio artistico del Black Power Movement.

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Emory Douglas al lavoro sul quotidiano del Black Panther Party

Il suo particolare retroterra formativo, una combinazione di arte, stampa e attivismo, attrasse in particolare l’attenzione del cofondatore del Black Panther, Bobby Seale e questo portò Mr. Douglas a diventare una figura centrale del partito. La diffusione del giornale rapidamente salì ad oltre 200.000 copie, rendendolo uno dei giornali per neri più popolare a quel tempo. Negli anni che precedettero il declino del partito, i poster di  Mr. Douglas furono riconosciuti come opere artistiche rappresentative della loro era.

Il lavoro artisitico di Mr. Douglas è attualmente esposto in una mostra presso l’ Urban Justice Center di Manhattan e rimane una pietra miliare per molti artisti più giovani che cercano di sposare la loro arte con la coscienza sociale. Il pittore Jordan Casteel, di 27 anni artista residente presso lo  Studio Museum di Harlem, definisce il lavoro di Mr. Douglas “un dipinto letterale e una rappresentazione visuale di un’epoca”. Egli continua: “L’arte non solo serve come traccia all’ispirazione , ma è anche un linguaggio che continua”.

Per creare un dialogo fra passato e presente e per esplorare la rilevanza e l’importanza del suo lavoro artistico all’interno del The Black Panther, noi abbiamo intervistato Mr. Douglas, che ora, pur essendosi ritirato, continua ancora a creare arte, a viaggiare e vivere a San Francisco, insieme a due giovani artisti che talvolta si rivolgono a lui come fonte di ispirazione: Ms. Casteel e Fahamu Pecou, la cui personale “Black Matter Lives,” è visibile presso la Lyons Wier Gallery a Chelsea. I loro commenti qui sotto sono stati leggermente modificati per questioni di spazio e di chiarezza.

La protesta contro la guerra

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Emory Douglas: La reazione alla mia opera “The Vietnam War” quindi fu positiva. Era un messaggio per i G.I. e alla larga comunità che abusava, assassinava e linciava la gente della nostra comunità, senza che questo fosse causato dal Vietnam o dai vietnamiti. La nostra lotta non era in Vietnam, la battaglia era qui, negli USA. Le lacrime nell’immagine riflettono il dolore e la sofferenza che io avvertivo quando parlavo con persone impegnate nella lotta o nell’esercito.

Jordan Casteel:  Quest’immagine di un nero piangente sfida la nostra percezione della mascolinità e della forza all’interno della nostra comunità.  Rende manifesto il fatto che la gente di colore che combatte in guerra si chieda: “Qual’è la nostra guerra?”, “Quali battaglie dovremmo fare? E come possiamo decidere? Quale guerra è la nostra? Che significa combattere per il proprio paese?”. La prova è là, nelle foto nell’elmetto: qui siamo uccisi per strada ma ci chiedono di uccidere o di essere uccisi in un altro paese. E’ così stridente per me. Mi ha fatto sentire a disagio, ma nel modo giusto.

Fahamu Pecou:  Uno dei principi fondamentali del loro programma era di dare forma alla loro immagine  mediatica, invece di avere la loro immagine sotto il controllo dei mezzi di comunicazione più dominanti nel panorama mediatico.  Così l’uscita di opuscoli e del giornale The Back Panther faceva parte di quella strategia, era un modo per dire: “Se aspettiamo che qualcun altro racconti la nostra storia, il quadro che ne verrà fuori non rifletterà i nostri valori e non rifletterà neppure il nostro programma. per questo dobbiamo farci carico di come venga rappresentato il  Black Panther Party ” Da lì veramente queste immagini vennero fuori.

Donne forti

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Emory Douglas: La madre di mia figlia lavorava con me a disegnare per il giornale The Black Panther. C’era anche Tarika Lewis, che fu la prima artista a lavorare con me al giornale. E c’erano molte altre donne che contribuivano alla realizzazione del giornale. Le donne raffigurate nelle mie opere riflettono il partito. Le donne andarono in prigione ed ebbero  anche ruoli di comando. Donne fondarono sezioni e branche del  Black Panther Party. Quando siamo soliti leggere qualcuna di queste storie, voi immaginate donne delle lotte in Vietnam, in Palestina e del movimento africano di liberazione. Le donne furono parte integrale di quei movimenti in tutte le azioni che intrapresero, fatto che io ho espresso nel mio lavoro artistico.

Fahamu Pecou: Nel mio lavoro, sto operando spesso da una posizione di cambiamento del punto di vista su quello che, come i neri,  possiamo fare con i nostri corpi e su che tipo di potere in realtà possediamo. Così cerco di allontanare noi stessi dal percepirci come  vittime e invece vedere noi stessi in possesso di un po’ di potere, in grado di apportare le modifiche che vogliamo vedere. E penso che richieda una grande quantità di lavoro, il cambiare il modo in cui le persone si vedono. Quando abbiamo varie atrocità che avvengono all’interno della comunità nera e per la comunità nera, e continuiamo a sopravvivere, si continuerà a prosperare – che ti porta un riflesso del potere che è dentro di noi. Quindi sono interessato a questa idea: che siamo in grado di cambiare il modo in cui ci muoviamo nel mondo, cambiando il nostro modo di pensare e vedere noi stessi in questa società.

Jordan Casteel: Emory stava lavorando per fornire informazioni alle persone attraverso il suo linguaggio visivo e questa necessità era molto più pressante allora. Ora le informazioni possono solo essere date immediatamente. È possibile scattare una fotografia, caricarla su Instagram o Facebook e dire: “E’ accaduto questo”. Poi tutto ad un tratto sui social media, siamo tutti bombardati da un linguaggio visivo e cerchiamo di prendere una posizione. Utilizzare la progettazione grafica e le immagini grafiche come un modo per prendere posizione su qualcosa fa ancora parte della mia generazione

I ragazzini delle Pantere Nere

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Emory Douglas: La discriminazione razziale avveniva allora come oggi. Così ho voluto esprimere gli abusi della polizia contro la comunità. La foto a destra è stata presa proprio quando siamo andati prendere i nostri bambini delle Panther al palazzo di giustizia dove sono stati perquisiti. Credo che questa immagine si colleghi a quanto accade anche oggi, nel contesto del Black Lives Matter e ci renda  più consapevoli della discriminazione che esiste in questo paese. La gente può vedere quanto sia frustrante la situazione per coloro che hanno a che fare con la discriminazione  e come questo crei le condizioni per la resistenza.

Jordan Casteel: I bambini rappresentano l’innocenza e questo è tutto quello che posso pensare guardando Tamir Rice. tutto quello che. Era un ragazzino che stava solo giocando, e la sua vita è stato spezzata. Penso anche ai miei nipoti, perché sono stati cresciuti in un momento dove è un problema cosa comporti essere un giovane di colore è. Ma è ancora importante creare opportunità e sogni. Essi dovrebbero essere quello che vogliono essere e dobbiamo creare quel tipo di mondo per loro.

Fahamu Pecou: Queste immagini che riguardano i bambini penso siano molto, molto incisive. L’essere in grado di usare la loro piattaforma come un modo per avviare i bambini verso un certo modo di pensare se stessi nel mondo, o pensare a quello che il Black Panther Party stava facendo, credo che sia stato davvero una pratica brillante. Il lavoro del Black Panther Party con i bambini, lo ha anche aiutato ad avere una gran presa sugli adulti, perché gli adulti vedevano che queste persone investivano veramente nel sostegno della comunità. Erano là fuori non solo a cercare guai con la polizia. Stavano veramente facendo qualcosa per aiutare a salvare i bambini.

Tutto il potere al popolo

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Emory Douglas: Quando Huey Newton e Bobby Seale vennero a San Francisco per l’organizzazione della comunità, erano spesso affrontati dai poliziotti e così hanno cominciato a chiamarli porci e maiali. Dalle loro conversazioni circa la polizia proviene la definizione di  maiale: una bestia senza patria che non ha riguardo per i diritti, la legge o la giustizia e morde la mano che lo nutre. Così un giorno, Huey e Bobby mi hanno dato questo schizzo di un maiale su quattro gambe che volevano disegnassi. Nella cultura americana i maiali sono animali che sguazzano nel sudiciume e nello sporco. Così ho preso quel pensiero e lo ha applicato al disegno stesso del maiale. Poi una volta che ho messo il maiale su due gambe, che gli ho dato un distintivo e  con le mosche che gli volano intorno, esso ha trasceso i confini della comunità afro-americana ed è diventato un’icona internazionale che ognuno ha identificato come un simbolo dell’oppressione da parte del governo e della polizia . Nel contesto di oggi, se l’immagine di un maiale fosse utilizzata in un modo contemporaneo, sono abbastanza sicuro che avrebbe lo stesso tipo di impatto.

Fahamu Pecou: Era questione di essere in grado di parlare alla gente su più livelli, così naturalmente si adoperava il linguaggio, con i testi, che erano ricchi di informazioni e che spiegavano molto chiaramente che cosa rappresentasse il Black Panther Party. Ma queste immagini erano anche concepite per agire  su un altro registro intellettuale e psicologico, che era in grado di entrare nella mente delle persone e contribuire a che non solo leggessero su loro stessi o si conoscessero, ma anche si vedessero pieni di potere, come agenti del loro cambiamento. Era vedere se stessi come eroi e vedere chi fossero i cattivi. E penso che questo tipo di cose siano davvero potenti. Si parla realmente del potere dell’arte visiva che opera come una sorta di testo.

Jordan Casteel: Penso che tutto in questo contesto riguardi la speranza. Anche se ci sono armi, la rivoluzione non riguarda sempre la distruzione. E’ qualcosa che a che fare con la ri-creazione. Con la resurrezione. Con un nuovo inizio.

Vogliamo giustizia

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Emory Douglas: Anche se possiamo progettare il progresso, per molti versi c’è ancora il razzismo strutturale e il razzismo istituzionale che esiste ancora oggi e deve essere affrontato. Ecco, questo è quello che cerco di continuare a fare con l’arte, è cercare di dare un contributo a tali questioni. Cinquant’anni dopo, però, questo mi fa pensare che la lotta continui.

Jordan Casteel: Che cosa significa essere una persona che si sente letteralmente ipervisible e invisibile allo stesso tempo? I corpi neri e marroni sono costretti ad affrontare questo ogni giorno. A un certo punto bisogna fare delle scelte su come si desidera essere proiettati in quello stato di visibilità e invisibilità. Come artisti abbiamo l’opportunità di contribuire a questo linguaggio visivo e contribuire a un potenziale cambiamento alla loro comprensione della paura, dell’amore o della storia. Ed Emory lo ha fatto. Ha partecipato e contribuito a questa storia.

Il mio lavoro nasce dal notare le differenze tra ciò che vedevo  in quelli che amavo, in particolare  uomini neri come i miei fratelli e mio padre e come sono stati ritratti dal mondo. Le loro rappresentazioni erano piene di paura o di supposizioni che non ho mai capito. Così ho usato i miei quadri per illuminare e informare, ma anche per creare veramente un senso di empatia per questi uomini, per vederli veramente.

Fahamu Pecou: Credo che il sentimento di “rivoluzione nella nostra vita” è qualcosa che risuona veramente con il movimento odierno. Sembra che ci sia molto poca pazienza per il cambiamento, lo vogliamo veramente vedere. Troppi di noi hanno affrontato a parole per molti, molti anni i nostri cosiddetti leader politici e  gli altri che hanno continuato a cercare di parlare con noi in attesa che il cambiamento avvenisse o hanno pazientato aspettando il cambiamento, permettendo che la giustizia faccia il suo corso. E come abbiamo visto in parecchie sparatorie della polizia e proprio nei diversi tipi di imposizioni come fermi di polizia per strada, il corso di questa nozione di giustizia il suo corso non sta affatto andando nella direzione verso cui noi ci stiamo muovendo.

Una nuova era, ma la voce è sempre la stessa

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Emory Douglas: A volte ci sono alcuni nella comunità che si sentono fortemente coinvolti, ma non sono in grado di agire conseguentemente, così ho catturato questo sentire nell’opera. L’arte è linguaggio, comunicazione con la comunità. Il senso di urgenza mostrata proviene da quello che avevamo visto e che stavamo facendo. Il fatto era che potevamo essere cancellati dal gioco in qualsiasi momento. L’urgenza nelle opere d’arte era un riflesso della urgenza della situazione della paura che la gente aveva. Si doveva essere accessibili alla comunità e interpretarla nell’arte ponendo le persone come eroi sul palcoscenico. Naturalmente c’è anche un senso di urgenza oggi, ma si manifesta in un modo un po’ diverso

Jordan Casteel: Una donna anziana e un uomo più anziano stanno parlando di “Seize the Time” [cogli l’occasione], è davvero fenomenale, e lo raccontano. Cosa significa uscire dalla schiavitù e reimpossessarsi  della propria voce? Dicono: “Io voglio essere visto, voglio essere ascoltato”. Sì quelle armi sono simboli di guerra e strage, ma la carneficina si è già verificata per i neri e continua a verificarsi.

Fahamu Pecou: Essendo un artista che gioca molto con il testo nel suo lavoro, sono certamente attratto dall’uso di Douglas del testo. Per me le cose che veramente spiccano sono quelle frasi come “la rivoluzione nella nostra vita”, o “cogli l’attimo”. L’immediatezza di quelle frasi in relazione alla politica nell’immagine è qualcosa che risuona veramente: ciò che deve accadere, ciò che vogliamo che accada, deve accadere ora, non dopo, non nel tempo segnato dall’orologio di qualcun altro, ma ora. E’a causa dei bambini. In tutte quelle immagini, si vedono sempre dei bambini. La spilla che il fratello di di fronte indossa ha un bambino su di essa. Quindi l’importanza di questa nozione di rivoluzione è sottolineata dal riflesso di come sarà l’impatto sui nostri figli. E penso che è davvero potente.

Jordan Casteel: Parlo di come sono cresciuta nel tempo del Black Lives Matter ed è stato importante proprio come  mia mamma si ricorda della sua afritudine appiccicando  un adesivo “Free Angela” sul suo frigorifero. Siamo tutti parlando delle stesse cose. Quando arriviamo al nucleo di questo in modo intergenerazionale, tutti noi siamo ancora in lotta per la stessa voce.

Semi di speranza

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Emory Douglas: Questa immagine parlava di speranza. Ogni giorno eravamo in giro per i bambini della comunità e per le scuole. Questi bambini sono stati cuccioli della Pantera che sono cresciuti nel partito, che vivevano in collettivi e che sono andati in scuole alternative in cui ai bambini veniva insegnati come pensare e non cosa pensare in modo da analizzare se stessi e da sottoporre se stessi all’autocritica. Quindi questo spirito di crescita, di sviluppo e di sopravvivenza era tutto. E volevo riflettere questo spirito nell’arte. Se i giovani avessero potuto continuare a ottenere la conoscenza, sarebbero sopravvissuti.

Jordan Casteel: Ho sentito questa parte del lavoro come primaria, a causa di quel desiderio di condividere un esempio di qualcosa di diverso, di bello e che innescasse il cambiamento. Credo che sia il desiderio alla fine, di trasformare una mentalità o di un modo di pensare che è stato distruttivo per le nostre comunità.

Fahamu Pecou: La potenza del visivo è davvero ciò che permetteva ad alcuni messaggi del partito di risuonare davvero nella gente. Era  qualcosa di più della retorica politica. E’ stata un’azione sottoterra, uno sforzo per salvare, proteggere e crescere i nostri figli affinché diventino adulti forti, sani e efficienti.

Jordan Casteel: In questo lavoro, in particolare, c’è un che di sorprendente in come Douglas abbia disegnato i raggi del sole. Sembrano i raggi del sole perché si dipartono dall’immagine circolare di un ragazzo nella parte superiore del cappello;  in questo modo ricorda un sole. Questi raggi verso l’alto generano, per me, un inizio piuttosto che una fine. Si tratta di un’alba. Ci sono un sacco di indizi di speranza. Emory mantenuto il minimalismo e la bellezza in ciò che ha creato. Ha fatto qualcosa dal nulla. È vero. Questo è limonata. Ed è per questo che siamo artisti.