La sospetta coincidenza tra vittoria imminente, corridoio ‘umanitario’ e ospedale bombardato — Aurora

Luca Baldelli I media italiani, così silenti quando si tratta di raccontare la storia di una scomoda vittoria, quella dell’eroico Esercito arabo siriano, un autentico Esercito di liberazione, contro i tagliagole foraggiati da occidente e petromonarchie, sono diventati all’improvviso starnazzanti e ipocritamente umanitaristi, in queste ore, parlando di bombe (esecrabili, ovviamente, chiunque sia stato a […]

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FALSI OCCIDENTALI DURI A MORIRE/1: IL MITO OCCIDENTALE DELL’ARRETRATEZZA TECNOLOGICA SOVIETICA, COME L’URSS SVILUPPO’ LA SCIENZA INFORMATICA

FALSI OCCIDENTALI DURI A MORIRE/1: IL MITO OCCIDENTALE DELL’ARRETRATEZZA TECNOLOGICA SOVIETICA, COME L’URSS SVILUPPO’ LA SCIENZA INFORMATICA

REDAZIONE NOICOMUNISTI

MITO: i kumunisti russi non sono mai stati capaci di fare i computer

REALTA’: i kumunisti russi, ad esempio, costruirono i primi personal computer (molto performanti) quando Steve Jobs e Bill Gates si dedicavano ancora a intense sedute di onanismo.

Un gran lavoro del compagno Luca Baldelli, il primo di una serie, dove, demolendo questo mito, ci illustra, per la prima volta in italiano,  la situazione degli studi e delle realizzazioni dei compagni sovietici nel campo dell’informatica. E non poteva essere che così, dato l’estremo progresso della matematica sovietica come dimostrato dai saggi del compagno Davide Spagnoli ospitati in queste pagine.

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26 Luglio: l’inizio della Rivoluzione Cubana e il famoso discorso “La storia mi assolverà

Il 26 Luglio del 1953, un gruppo di 120 uomini assalta la Caserma Moncada di Santiago di Cuba; per convenzione, da questa data, inizia la Rivoluzione Cubana, che si conclude l’8 Gennaio 1959 con l’arrivo a L’Avana di Fidel Castro. L’obiettivo era l’occupazione della caserma, per poter utilizzare la locale trasmittente radio e inviare messaggi al popolo di […]

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Che diavolo sta succedendo tra Russia e Turchia?

Che diavolo sta succedendo tra Russia e Turchia?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Ian Greenhalgh

TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS

Tutti sono sicuri che si stia negoziando un accordo segreto ma nessuno sa di quale tipo.

 

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La domanda da un milione di dollari in questo momento nei circoli dell’intelligence è: cosa sta succedendo esattamente tra Russia e Turchia? Analisti e funzionari di tutto il Medio Oriente, Europa e America stanno speculando negli ultimi mesi che ci deve essere in atto un accordo segreto che rimane sconosciuto per tutti. Tutto rimane come speculazione, anche se a volte, ci sono cose che proprio non sappiamo.

 

Alcuni punti da considerare:

 
  • Attualmente Erdogan sta inveendo  a testa bassa su quanto malvagi siano gli Stati Uniti, accusando l’amministrazione Obama di avere avuto una piena conoscenza anticipata dell’improvviso putsch contro di lui senza che gli dessero alcun preavviso. Nello stesso tempo la Turchia si profonde sempre di più in lodi per Putin e la Russia, a quanto pare perché hanno messo in guardia Erdogan circa il golpe, arrivando ad accreditare la Russia del salvataggio del regime di Erdogan.
  • La Turchia nel novembre 2015 ha abbattuto un Su-24 russo nello spazio aereo siriano e i due paesi sembravano essere sull’orlo di una guerra. Oggi, però, tutto è cambiato; Erdogan non solo ha chiesto scusa per l’abbatimento, ma ha offerto una ricco risarcimento alle famiglie dei piloti morti (assassinati a terra dal MIT turco dietro ordine di Erdogan). Erdogan si è  anche spinto fino ad arrestare i piloti turchi coinvolti e incredibilmente, ora questi ultimi sostengono di aver agito di propria iniziativa, piuttosto che su ordine del governo di Erdogan.
  • I progetti di infrastrutture su larga scala in Turchia che dipendevano dagli aiuti russi, che erano stati annullati a seguito del deterioramento delle relazioni russo-turchi, sono di nuovo centro di colloqui nella speranza di riavviarne i lavori al più presto. Il gasdotto Turkish Stream e il reattore nucleare di Akkuyu ne sono i due esempi più notevoli.

Allora, perché questo cambiamento nei rapporti russo-turchi? Perché Erdogan è passato da lanciare insulti e minacce a baciare Putin in ogni occasione possibile?

 

Noi non sappiamo proprio niente, ma siamo sicuri che la risposta sarà molto inquietante e avrà grandi implicazioni a livello mondiale.

FARS

Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha espresso gratitudine lunedi scorso al presidente russo per il “sostegno incondizionato” offerto ad Ankara durante il golpe fallito.

La TASS ha riferito che Cavusoglu ha affermato:

“La Russia ci ha offerto il suo appoggio incondizionato. Prima di tutto, vorrei ringraziare il signor Putin e gli altri menbri del governo russo”.

Durante la sua dichiarazione trasmessa dal canale televisivo Haberturk, Cavusoglu ha detto che potrà tenersi un incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan nel mese di agosto, prima del vertice del G20.

Il ministro degli esteri turco ha detto:

“Questo incontro si concentrerà sulla rimozione delle barriere economiche e su altri provvedimenti per ripristinare le relazioni bilaterali”.

Nella notte del 16 luglio, un gruppo di ribelli ha effettuato in Turchia un tentativo di golpe presto abortito. Il confronto principale ha avuto luogo ad Ankara e Istanbul. I leader del paese in seguito hanno annunciato che il tentativo di golpe era stato sventato. Secondo gli ultimi rapporti, 246 persone, esclusi i congiurati, sono morte e 2.185 sono rimaste ferite negli scontri.

Molti esperti ritengono che osservazioni del ministro degli Esteri turco sul “sostegno incondizionato” della Russia potrebbero riguardare dei rapporti informativi di Mosca, più di dieci giorni fa, al governo di Ankara di un imminente colpo di stato ore prima che accadesse.

I media arabi citano diplomatici di Ankara che hanno rivelato che il Presidente della Turchia Erdogan è stato allertato dalla Russia circa l’imminente golpe dell’esercito esercito poche ore prima che scattasse il venerdì, mentre i media occidentale hanno detto che Erdogan ha chiesto ai suoi sostenitori di scendere in strada dopo l’avviso ricevuto da Teheran.

Diversi media arabi, tra cui Rai Alyoum, citando fonti diplomatiche di Ankara hanno affermato che l’organizzazione di intelligence nazionale della Turchia, conosciuta come MIT, abbia ricevuto informative dall’omologa russa, che la metteva in guardia contro l’imminente golpe nello stato musulmano.

Alcuni diplomatici anonimi hanno detto che l’esercito russo aveva intercettato nella regione lo scambio altamente riservato dei messaggi radio in codice dell’esercito che mostravano la preparazione del putsch contro l’amministrazione di Ankara.

Gli scambi di messaggi includevano la notizia  dell’invio di elicotteri dell’esercito al resort del presidente Erdogan per arrestarlo o ucciderlo.

 

 

 

 

Il sultano delle giravolte (di emergenza)

Il sultano delle giravolte (di emergenza)

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Pepe Escobar

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

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In mezzo a una sorprendente, implacabile, purga di ampio respiro che non mostra segni di cedimento, con 60.000 funzionari pubblici, accademici, giudici, procuratori, agenti di polizia, soldati che sono stati incarcerati, licenziati, sospesi o privati dell’accreditamento professionale, è relativamente assodato che da subito il governo turco era perfettamente a conoscenza  dell’imminenza di un colpo di stato militare per il 15 luglio; le informazioni son potute  provenire dai servizi segreti russi, anche se né Mosca né Ankara riveleranno mai alcun dettaglio. Così, una volta per tutte, questo non è stato un false flag.

Un analista di intelligence, ai massimi livelli e laico, del Medio Oriente e con un posto in prima fila su  Istanbul ha  chiarito il contesto politico interno del colpo di stato ben prima della, ampiamente prevista, proclamazione dello stato di emergenza (se la Francia può farlo, perché non la Turchia?):

“Sapevano da cinque a sei ore prima che un colpo di stato era in preparazione e lo hanno lasciato  andare avanti, sapendo, come poi è successo, che sarebbe fallito … Questa vicenda ha proiettato Erdogan allo stato di  semi-divinità fra i suoi sostenitori. E’ chiaro che questa è la via con cui  egli otterrà ciò che vuole: un fortissimo presidenzialismo e la rimozione del principio della laicità dalla costituzione. Questo pone le basi per l’introduzione di aspetti della sharia. Ha provato a fare questo nei primi anni del governo dell’AKP con l’introduzione della Zina, una disposizione strettamente islamica, che avrebbe criminalizzato l’adulterio e potrebbe aver aperto la porta alla criminalizzazione delle altre relazioni sessuali islamicamente illecite perché la Zina riguarda in generale proprio queste e non solo l’adulterio. Ma quando l’UE obiettò fece marcia indietro”.

La fonte informativa aggiunge:

nelle settimane precedenti a questi fatti Erdogan si era mantenuto insolitamente sottotono. In questo stesso periodo, il primo ministro era stato sostituito e quello nuovo aveva annunciato un completo ribaltamento della politica estera, compresa la reinstaurazione di rapporti con la Siria.  E’ stato Erdogan stesso a raggiungere la conclusione che la politica nei  confronti della Siria era insostenibile oppure è stato costretto dai maggiorenti del partito, a causa dello scenario del danno enorme che ha provocato al paese in vari modi, a lasciar perdere la Siria? Se sono state fatte pressioni su di lui, il fallito colpo di stato gli dà l’opportunità di riaffermare la propria autorità sui vertici dell’AKP. Certamente questo golpe è accaduto nel momento più conveniente”.

Lo storico turco Cam Erimtan aggiunge altri elementi al contesto, spiegando come:

“all’inizio del mese prossimo, è stabilita la convocazione dell’Alto Consiglio Alto militare Turchia (o YAS,  nell’acronimo turco)  e si prevede che un gran numero di ufficiali risulterà ridondante. Lo Stato turco è  impegnato in una operazione di pulizia, che eliminerà tutti gli  avversari del governo a conduzione AKP. Questo colpo di stato-che-non-era-un colpo di stato  offre molte cartucce per uno sfoltimento completo dei ranghi … anche se il presidente ha puntato il dito attraverso l’Atlantico alla figura indistinta di Fethullah Gülen e alla sua presunta organizzazione terroristica FETO (Fettullahçı Teror Örgütü, o Fethullahist Terror Organization), insinuando che i golpisti sono parte integrante di questa organizzazione ombra, parecchio sfuggente e addirittura inesistente”.

Il risultato finale non sarà gradevole:

“Ora ci si riferisce ad Erdogan  come al comandante in capo della Turchia, il che indicherebbe, tra le altre cose, che egli considera il tentato colpo di stato come un attacco personale alla sua figura. Qualunque avrebbero potuto essere  le motivazioni dei golpisti, il risultato finale delle loro azioni sarà un’accettazione ancora più sincera ed entusiasta della politica di Erdogan di “Sunnificazione” ed eventualmente uno smantellamento piuttosto rapido dello stato nazionale che è la Turchia, per essere sostituito da una “Federazione asiatica di etnie musulmane”, forse legate revivale del Califfato rivivere, insieme a un possibile ritorno della Sharia in Turchia”.

E’come se Erdogan fosse stato benedetto da un effetto “Padrino al contrario”. Nel capolavoro di Coppola, Michael Corleone dice: “Proprio quando pensi che sei fuori, ti tirano di nuovo dentro“. Nel caso del Padrino di Erdogan, proprio quando pensava di essere irrimediabilmente intrappolato, “Dio”,  come ha ammesso , lo ha tirato fuori. Parliamo del sultano delle giravolte.

Leoni contro falchi

Mentre  Erdogan consolida la sua ferrea presa interna, una connessione precedentemente blindata , quella NATO/Turchia,  si dissolve lentamente nel nulla. E’come se il destino della base aerea di Incirlik fosse appeso, letteralmente, ad alcuni, selezionati,  fili di tracciati radar.

C’è un grave sospetto comune a tutto lo spettro politico della Turchia che il Pentagono sapesse quello che i  “ribelli” stessero per fare. E’ un fatto che neppure uno spillo possa cadere a  Incirlik, senza che gli americani lo vengano a sapere. I membri dell’Akp sottolineano l’uso della rete di comunicazione della NATO per coordinare i golpisti e la fuga delle informazioni  riservate. Come minimo i golpisti possono aver creduto di avere la NATO  alle spalle. Nessun “alleato NATO” si è degnato di mettere in guardia Erdogan circa il colpo di stato.

Poi c’è la saga dell’aereo cisterna per l’F-16 “ribelle”. Gli aerei cisterna a Incirlik sono tutti dello stesso modello, KC-135R Stratotanker, sia per gli americani che per i  turchi. Operano fianco a fianco e sono tutti sotto lo stesso comando;la 10th Main Tanker Base, è guidata dal Gen. Bekir Ercan Van, che è stato opportunamente arrestato la scorsa domenica, quando sette giudici hanno anche confiscato tutte le comunicazioni della torre di controllo. Non per caso il generale Bekir Ercan Van è molto vicino al capo del Pentagono Ash Carter.

E’ stato ampiamente mappato cosa sia successo nello spazio aereo turco dopo che il Gulfstream IV di Erdoga aveva lasciato la costa del Mediterraneo ed era atterrato all’aeroporto Ataturk di Istanbul, ma ci sono ancora alcune lacune cruciali nella narrazione aperte alla speculazione. Poiché Erdogan ha tenuto la bocca chiusa su questo in tutte le sue interviste, ci si ritrova con uno scenario in stile Mission Impossible con i  “ribelli” F-16s “Lion One” e “Lion Two” in una “missione speciale” con i loro transponder spenti; il loro faccia a faccia con i lealisti “Falcon One” e “Falcon Two”; uno dei “Lions” pilotato nientemeno che dall’uomo che ha abbattuto il Su-24 russo nel novembre scorso; l’ormai famoso aereo cisterna che è decollato da Incirlik per rifornire di carburante i “ribelli”; e tre coppie di F-16 che si sono alzati da Dalaman, Erzurum e Balikesir per intercettare i “ribelli”, tra cui la coppia che proteggeva il Gulfsteam di Erdogan (che stava usando il nominativo THY 8456 per mascherarsi come un volo delle Turkish Airlines).

Ma chi c’era dietro a tutto?

Erdogan in una missione per conto di Dio

Il noto informatore dall’Arabia “Mujtahid” ha causato sensazione rivelando che non solo gli EAU “hanno svolto un ruolo” nel colpo di stato, ma che anche la Casa di Saud era della partita. Come se questo non fosse abbastanza imbarazzante, l’emiro auto-deposto del Qatar, lo sceicco Hamad al-Thani, molto vicino a Erdogan, ha affermato che gli Stati Uniti e un’altra nazione occidentale (c’è la forte possibilità che si tratti della Francia) avevano messo in scena il tutto, con la complicità dell’Arabia Saudita. Ankara, prevedibilmente, ha negato tutto.

L’Iran, d’altra parte, che ha visto chiaramente il gioco a lungo termine è stato un convinto sostenitore di Erdogan fin dall’inizio. E ancora una volta nessuno ne parla, naturalmente, ma l’intelligence russa era ben consapevole di tutte queste mosse; versione un po’ accreditata dalla telefonata tempestiva del Presidente Putin a Erdogan post-golpe.

Ancora una volta prendiamo in considerazioni i fatti di base; ogni agente operativo del sud-ovest asiatico sa che senza la luce verde del Pentagono, le fazioni militari turche avrebbero trovato estremamente difficile, se non impossibile, organizzare un colpo di stato soprattutto perché avrebbero avuto difficoltà nello scegliere il momento giusto. Inoltre, durante quella fatidica notte, fino a quando non fu chiaro che il golpe fosse un fallimento, i golpisti, da Washington a Bruxelles, non erano esattamente descritti come “il male”.

Una fonte americana di alto livello dell’intelligence , che non è da ascrivere al solito del consenso della Beltway [ndt: nello slang americano indica l’opinione prevalente del mondo governativo/politico USA, è fermamente convinta che:

l’esercito turco non si sarebbe mosso senza la luce verde da Washington. La stessa cosa era stata progettata per l’Arabia Saudita nel mese di aprile 2014, ma fu bloccato ai massimi livelli a Washington da un amico dell’Arabia Saudita”.

La fonte che pensa fuori dagli schemi, sottoscrive ciò che dovrebbe essere considerato come la chiave, l’attuale ipotesi di lavoro; il colpo di stato ha avuto luogo o è stato velocemente attuato, in sostanza, “a causa del riavvicinamento improvviso di Erdogan alla Russia”. Tutto lo spettro politico turco continua a gettare benzina sul fuoco, insistendo sul fatto che, più che probabilmente, l’attentato all’aeroporto di Istanbul sia stato un’operazione Gladio. Voci da est a ovest stanno già dicendo che Erdogan dovrebbe lasciare la NATO prima o poi e partecipare alla Shanghai Cooperation Organization (SCO).

Per quanto Erdogan sia un giocatore assolutamente inaffidabile e un cannone geopolitico “sciolto”, potrebbe essere imminente un invito da Mosca-Pechino in un futuro non troppo lontano. Putin e Erdogan avranno un incontro assolutamente cruciale ai primi di agosto. Erdogan è stato al telefono con il presidente iraniano Hassan Rouhani. Ciò che ha detto ha procurato brividi per tutta la spina dorsale alla NATO:

“Oggi, siamo determinati più che mai a contribuire alla soluzione dei problemi regionali mano nella mano con l’Iran e la Russia e in collaborazione con loro”.

Così ancora una volta, la scelta che definisce gli inizi del 21° secolo è in gioco; NATO contro l’integrazione dell’Eurasia, con il sultano delle giravolte della Turchia che giustamente oscilla proprio nel mezzo. “Dio” certamente ha giocato con questo scenario stimolante quando ha parlato a Erdogan sulla Face Time.

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Un fraudolento studio accademico anticomunista di una “rispettabile” fonte conservatrice: il Professor Paul Johnson

Un fraudolento studio accademico anticomunista di una “rispettabile” fonte conservatrice: il Professor Paul Johnson

REDAZIONE NOICOMUNISTI

 Di Grover Furr

 Traduzione di Guido Fontana Ros

FONTE

[NOTA: tutti i grassetti sono stati aggiunti da me – GF]

Una citazione del prof. Johnson da Modern Times (NY: Harper & Row, 1983), pp. 334-335:

“Durante il resto del 1937 e anche nel 1938, molte migliaia di membri del POUM e anzi altri uomini di sinistra di ogni formazione politica, furono giustiziati o torturati a morte nelle carceri comuniste. Tra di loro un gran numero di stranieri, come l’ex segretario di Trotsky, Erwin Wolff, il socialista austriaco Kurt Landau, il giornalista britannico ‘Bob’ Smilie e l’ex docente presso la Johns Hopkins University, José Robles. Tra coloro che a malapena riuscirono a scamparla ci furono Orwell e Willy Brandt, il futuro cancelliere tedesco. “[Nota 87]

Nota 87, p. 739: “Thomas, op.cit., 705­6; Bernard Crick, George Orwell: A Life (London 1980), 224-­6″.

Secondo la n. 48 allo stesso capitolo, “Thomas” è Hugh Thomas, The Spanish Civil War, edizione del 1961.

Diamo una controllata alle note di piè pagina.

Non abbiamo sotto mano l’edizione del 1961 del Thomas ma abbiamo l’ “edizione rivista ed accresciuta” del 1977 e il materiale corrispondente si trova nelle stesse pagine, nelle pagine 705-706. Qui sotto c’è quello che dice:

“Anche se Nin fu l’unico membro della direzione del Poum a essere ucciso, anche un certo numero di simpatizzanti internazionali morirono in circostanze misteriose: tra questi Erwin Wolf, metà ceco, metà tedesco, un altro ex segretario di Trotsky, che fu rapito a Barcellona e mai più visto, il socialista austriaco Kurt Landau, Marc Rhein, il giornalista figlio del vecchio leader menscevico, Rafael Abramovich (Abramovich fece due infruttuosi viaggi in Spagna per scoprire quello che era accaduto), José Robles, docente presso la Johns Hopkins University di Baltimora, forse ucciso perché era stato interprete del generale Berzin caduto in disgrazia e forse, ‘Bob’ Smilie, il giornalista inglese, figlio del leader dei minatori che era venuto in Spagna per conto del British Independent Labour party e morto a quanto pare di appendicite, in una prigione a cui era stato inviato senza giustificazione”.

In breve secondo Thomas:

  1. Niente circa i “migliaia
  2. Nessuna prova che Wolf, Landau, Rhein, Robles o Smillie (questa è la corretta grafia), siano stati uccisi dai comunisti. Wolf fu “rapito” ma Thomas non dice da chi, e scomparve. Il padre di Rhein fece “due viaggi infruttuosi” e non riuscì a far luce sulle circostanze della scomparsa del figlio. Robles “forse” fu ucciso. Smillie ha un “forse” troppo attaccato al suo nome, benché qui non abbia alcun senso ed è contraddetto dalla successiva affermazione che egli “morì apparentemente di appendicite in prigione“.
  3. Si noti che anche Thomas che non è uno storico obiettivo ma solo un accanito anticomunista, usi le parole “senza giustificazione” per qualificare l’arresto di Smillie. Le prove sono citate più sotto e dimostrano che questo è un ennesimo tentativo di frode anticomunista, in quanto vi erano parecchie ragioni per l’arresto di Smillie.

Le sole cose di qualche rilevanza dette nel testo di Crick a pp. 224-226 per la citazione di Johnson sono queste:

“Di ritorno al fronte dopo una licenza, Orwell apprese che un altro membro del contingente I.L.P., Bob Smillie (nipote del grande leader dei minatori scozzesi), era stato arrestato dopo aver fatto ritorno in Spagna da un giro di propaganda in Inghilterra. Smillie era in prigione a Valencia (dove morì e non è mai stato chiarito se per appendicite acuta o assassinato dai comunisti)”. p.224

“Essi [Orwell e due amici, McNair e Cottman] cercarono di persuadere Brandt ad andare con loro in Inghilterra ma Brandt rifiutò. Cottman ricorda poi l’umore permeato di dispiacere di Brandt a causa di “lavoratori che uccidono altri lavoratori”, che provava anche pietà per i poveri tra le fila fasciste, fino a diventare alquanto pacifista in questa sua tristezza in quanto una buona causa gli lasciava l’amaro in bocca”.

Secondo Crick quindi:

  1. sulla morte di Smillie “non si è mai fatta chiarezza“. Non ci sono prove per attribuirla a un assassinio da parte dei comunisti.
  2. Nulla dice sul fatto che Brandt “avesse proprio tentato di scappare” o che fosse minacciato da qualche pericolo in particolare.

La conclusione:ogni singola affermazione e accusa in questo paragrafo di Johnson è un falso, senza alcun supporto da fonti autentiche, anche da quelle estremamente anticomuniste, a cui si riferisce nella sua nota di piè pagina.

Prendiamo in esame alcuni dei personaggi citati e vediamo quali siano le altre prove che li riguardano

  1. Bob Smillie
    In “Morte di Bob Smillie, Guerra Civile Spagnola ed Eclissi del Partito Laburista Indipendente”, l’Historical Journal 40, 2 (1997), conclude che egli fu arrestato in base all’accusa di essere un disertore; venne trasferito alla custodia della polizia segreta essendo sospettato di “ribellione contro le autorità” per la sua partecipazione ai combattimenti di Barcellona, cadde ammalato e quindi trasferito all’ “ospedale provinciale nella notte di giovedì 11 giugno, dove morì a mezzanotte di peritonite” (p.445). Ulteriori dettagli medici sono dati nel prosieguo dell’articolo.
    Questi conclusioni furono raggiunte all’epoca dei fatti da David Murray, rappresentante dell’ILP che fece un’inchiesta sul campo e ne riportò, proprio contestualmente allora il risultato all’ILP. Perfino il dottore che curò Smillie fu sentito.
  2. Erwin Wolf
    Qui c’è una citazione da “Con Trotsky in Norvegia (seguito)”, Revolutionary History, 2, 2 (estate 1989), giornale trozkista.
    https://www.marxists.org/history/etol/document/norway/nor02.htm
    Erwin Wolf fu segretario di Trotsky nel 1936. Egli si innamorò di Hjordis, la figlia di Konrad Knudsen. A seguito del loro arresto da parte della polizia di stato, Jonas Lie decise di mettere su una nave diretta ad Amburgo, Wolf e jean van Heijenoort, che era come ucciderli. Subito entrarono in contatto con un membro del Partito del Lavoro, il giornalista Fin Moe  che intervenne. Si decise allora che la nave facesse prima scalo a Copenhagen dove avrebbe deciso la questione la polizia danese. Il fatto importante è che non vi erano accuse contro di loro che erano anche in possesso di regolari passaporti. La polizia danese comunque decise di espellerli dalla Danimarca. Per quanto è di mia conoscenza, so che presero un aereo per il Marocco per poi far ritorno da lì in Europa. Hjordis Knudsen si ricongiunse con Erwin Wolf a Parigi e di lì, insieme, si recarono in Spagna. Non so se lo fecero con propri mezzi o con l’aiuto dell’organizzazione, ma Hjordis Knudsen mi disse in seguito che ricevettero un avviso che stavano per essere arrestati dalla GPU. Lei riusci a scappare. Erwin Wolf scomparve.“.

Alcuni passi tratti da “Kurt Landau, ‘Stalinism in Spain’, prefazione di Alfred Rosmer, Revolutionary History 1, 2 (estate 1988),

“Verso la mattina del del 27 luglio 1937 Erwin Wolf fu arrestato per la prima volta. Venne fermato al 24 della Puerta del Angel insieme ad un altro giornalista ed è proprio lì che P e KTh lo videro per l’ultima volta. Wolff fu rilasciato il giorno dopo. E’ molto interessante notare come la stampa spagnola non pubblicasse nulla circa il suo arresto mentre il quotidiano italiano fascista Corriere della Sera, il 29 luglio pubblicasse questo trafiletto: ‘Il 27 luglio 1937 la polizia segreta spagnola procedette all’arresto dei giornalisti Erwin Wolf e Rst. Furono fermati al 24 della Puerta del Angel, per aprire un’indagine preliminare sulla loro attività politica’. L’arresto dei due giornalisti era solo noto agli ‘insiders’, ulteriore prova che i fascisti italiani avevano piazzato dei loro agenti all’interno del GPU.Dopo essere stato rimesso in libertà, Wolf fece ritorno al suo domicilio. Dopo aver appreso che il suo giornale aveva cessato le pubblicazioni, decise di lasciare la Spagna. Non ebbe alcuna difficoltà ad ottenere il visto per l’espatrio. Il giorno della sua partenza il suo amico Tioli gli chiese al telefono di passare da  lui a ritirare delle lettere. Wolf promise alla moglie di fare ritorno entro un’ora. Un’ora dopo avvisò la moglie che avrebbe tardato ancora un po’. Da quel momento Wolf e Tioli scomparvero. La stanza di Tioli all’hotel Victoria era sorvegliata dalla polizia da parecchie settimane e tutti quelli che chiedevano di lui venivano fermati.La sorella di Wolf intervenne in favore del fratello presso l’ambasciata spagnola a Praga. Il 10 ottobre 1937 ricevette la seguente risposta:

Ambasciata di Spagna,

Praga

Madame,

Ho l’onore di comunicarle che secondo un’investigazione della Direzione Generale della Sicurezza, di cui il Ministero degli Interni ci ha informato, vostro fratello Ewin Wolf è stato in prigione, arrestato per attività sovversiva. Fu posto in libertà il 13 settembre 1937.

Hanno osato pretendere che Wolf venne arrestato per attività sovversiva! Non conosciamo fin troppo bene il motivo dell’arresto di Wolf e del perché il GPU sia la causa della sua scomparsa. Wolf era stato segretario personale di Trotzky e sembra che avesse dovuto pagarla cara”.

La verità: secondo le informazioni disponibili a questi 2 ricercatori anticomunisti e trozkisti, nessuno sa cosa accadde a Wolf.

Kurt Landau

Da Eva Eisenschitz, “Un comunista tedesco nella Guerra Civile di Spagna”, What Next, 1999 (dalla pagina internet dedicata a Trotsky su

http://www.marxists.org/history/etol/revhist/otherdox/whatnext/eisensch.html:

“Katia Landau che era giunta da Vienna con il marito Karl, era stata arrestata con lui. Kurt era stato in precedenza segretario privato di Trotsky. Il PC era sulle sue tracce. Egli aveva abbastanza esperienza politica da sapere che non avrebbe lasciato vivo la Spagna. Gli anarchici lo nascosero per settimane. Quindi egli cambiò sistemazione. Gli portavo cibo e notizie. Lui prese a sottolineare continuamente una cosa: quando il movimento operaio si impadronisce di qualcosa, non lo abbandona più, sia se egli rimanesse in attività o meno. Due giorni dopo la mia ultima visita, Kurt svanì nel nulla. Quindi gli stalinisti avevano sistemato i loro conti. Alla fine della guerra civili, nessuno poté provare nulla contro di loro”.

La verità: secondo questa fonte trotskista, nessuno sa quello che accadde a Landau.

In Deadly Illusions di John Costello e Oleg Tsarev (New York, Crown, 1993), apprendiamo dalla documentazione d’archivio di Alexander Orlov, capo del NKVD nella repubblica spagnola, che degli agenti comunisti seguivano Landau per arrestarlo o più probabilmente per ucciderlo. Non c’è nessuna prova che ciò sia avvenuto. E’ possibile che l’abbiano ucciso, ma anche se l’avessero fatto avrenmmo dovuto trovarne traccia nell’archivio di Orlov a Mosca e Tsarev non ne ha trovata alcuna.

Questo è avvenuto molto tempo dopo che i sovietici avevano ottenuto informazioni sui tentativi Trotskij di assassinare Stalin;  i sovietici ebbero le prove della collaborazione di Trotsky con i tedeschi per la sconfitta dell’Armata Rossa in tempo di guerra e le confessioni del Maresciallo Tukhachevsky, di molti altri alti ufficiali e di personaggi di spicco come Bukharin, Iagoda ed Enukidze concernenti il loro coinvolgimento con Trotstky e i trotkisti in questi piani. Questo avvenne dopo la rivolta dei Giorni di Maggio di Barcellona del 1937, una “pugnalata alla schiena” alla Repubblica Spagnola. I sovietici avevano eccellenti prove del coinvolgimento tedesco e franchista in questa rivolta. Tale coinvolgimento poteva consistere solo in una infiltrazione, anche se più probabilmente si trattò di qualcosa di vicino alla collaborazione.

Josè Robles

Dalla sfavillante recensione di Steven Schwartz, del libro di Radosh, sul The Weekly Standard del 16 giugno 2001 (Schwartz è un anticomunista del tipo di Radosh e scrive sul SCW):
http://www.weeklystandard.com/magazine/mag_6_41_01/schwartz_bkart_6_41_01.asp

“Il primo esempio per Dos Passos fu la sparizione del suo traduttore spagnolo, Josè Robles, professore alla Johns Hopkins che si era recato in Spagna, per servire la repubblica come Dos Passos. In una sequenza di eventi ancora da chiarire oggi, Robles entrò in conflitto con agenti sovietici e scomparve, nessuno lo vide più“.

La verità: secondo questa fonte estremamente anticomunista, nessuno sa cosa accadde a Robles, benché siano menzionati “agenti sovietici” per cercare di gettare comunque un po’ di onta sui comunisti.

Conclusioni

Noi abbiamo cominciato con la citazione dal libro di Paul Johnson:

“Durante il resto del 1937 e anche nel 1938, molte migliaia di membri del POUM e anzi altri uomini di sinistra di ogni formazione politica, furono giustiziati o torturati a morte nelle carceri comuniste. Tra di loro un gran numero di stranieri, come l’ex segretario di Trotsky, Erwin Wolff, il socialista austriaco Kurt Landau, il giornalista britannico ‘Bob’ Smilie e l’ex docente presso la Johns Hopkins University, José Robles. Tra coloro che a malapena riuscirono a scamparla ci furono Orwell e Willy Brandt, il futuro cancelliere tedesco”.

Non c’è alcuna prova che una sola di queste persone sia stata uccisa dai comunisti, come non vi è alcuna prova che questi ultimi abbiano ucciso migliaia di persone.

Come può Johnson, storico britannico di fama, mentire così spudoratamente? Scommetterei che la causa è sola una: l’anticomunismo.

Il comunismo, una società basata sull’eguaglianza dove gli sfruttatori e i ricchi sono detronizzati in modo che la larga maggioranza delle persone possa vivere e lavorare decentemente, è odiato dai ricchi e dagli sfruttatori. Ci vorrebbero far credere che la disuguaglianza e lo sfruttamento siano “un bene per noi”, mentre il comunismo è il “male”. Coloro che dicono bugie che sostengono gli interessi dei ricchi sono onorati.

Ma nessuno mente quando la verità è dalla sua parte. La verità non è ciò che i bugiardi anticomunisti vorrebbero farci credere. In questo fatto c’è la speranza di un futuro migliore.






AUGUSTO CESAR SANDINO. SANGUE LATINO E CUORE DI LIBERTADOR

AUGUSTO CESAR SANDINO. SANGUE LATINO E CUORE DI LIBERTADOR

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli

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Sigillo di Sandino

Se si dovesse citare un esempio di “Che“ Guevara ante – litteram, di spirito latino – americano insubordinato verso ogni forma di oppressione e, al contempo, profondamente legato al caleidoscopico milieu di tradizioni, sensibilità e vibrante nazionalismo progressista serpeggiante dai Caraibi fino alla Terra del Fuoco, un posto d’onore sarebbe senza dubbio riservato ad Augusto Cesar Sandino.

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Nella sua figura sono mirabilmente riassunti tutti i tratti caratteristici del libertador e, assieme, tutte le note dello spartito antimperialista e socialista del XX secolo. E’ il 18 maggio del 1895 e a Niquinohomo, centro del Nicaragua famoso per ospitare la più antica Chiesa del Paese, la proletaria Margherita Calderon, lavoratrice agricola di una ricca piantagione di caffè, mette al mondo un figlio frutto di una relazione con il proprietario della piantagione stessa, il ricco e potente Gregorio Sandino. La vita del bambino, battezzato col nome di Cesar Augusto, nome rivelante auspici “ imperiali “ e futuri sogni di gloria da parte del megalomane genitore, non è semplice. A 9 anni viene infatti abbandonato dalla madre e inviato a vivere con la nonna materna, per poi tornare in casa della famiglia paterna a lavorare da peon, ovvero praticamente da schiavo, nelle piantagioni.

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Anni ’30: contadini in una piantagione in Nicaragua

Curvo sotto al sole cocente della terra natia, fecondo ventre di meraviglie naturali non godute dallo sguardo chino dello sfruttato, Sandino comincia presto a comprendere i meccanismi della dittatura feudal – capitalista che strangola le potenzialità del Nicaragua, a prescindere dai fantocci posti a capo di governi con debolissime, quasi ironiche parvenze di sovranità e autonomia. Nel luglio del 1912, a 17 anni, Augusto Cesar Sandino è testimone di un fatto che segnerà per sempre il suo destino: l’intervento militare degli Stati Uniti destinato a reprimere una rivolta scoppiata contro il Presidente Adolfo Diaz, fantoccio yanqui. Gli Usa intervengono massicciamente per difendere, nella figura di Diaz, il garante dei loro abusi e dei loro interessi banditeschi, contro le truppe rivoluzionarie guidate da Benjamin Zeledon, ucciso nella storica Battaglia della Collina di Coyotepe che segna, con la presa di Masaya, la vittoria degli imperialisti.

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Nel 1921, a 26 anni, Sandino è protagonista di un tentato delitto, in quanto cerca di far fuori il figlio di Dagoberto Rivas, notabile conservatore, il quale aveva offeso sua madre con parole pesanti. Qualche tempo dopo, il futuro rivoluzionario emigra e si stabilisce in Messico, dove trova impiego presso la raffineria della “Standard Oil “ sita nei pressi del porto di Tampico. Qui, tra i sombreri, i cactus e i ponchos logori o finemente ricamati, sfoggiati tanto da popolani quanto da dignitari, è tutto un ribollire impetuoso e fremente di fermenti rivoluzionari, anche se il governo cerca di soffocare tutto nella pesante cortina della reazione termidoriana, mascherando con l’attuazione della Costituzione del 1917 la repressione delle ali più radicali della rivolta sociale e antimperialista. A contatto con la dura realtà dei lavoratori messicani, sfruttati dagli oligopoli stranieri e dai reazionari indigeni, Sandino matura una compiuta coscienza rivoluzionaria: si avvicina alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno, nonché ai circoli anarchici, comunisti e antimperialisti. Il suo è un credo infiammato di carica eversiva, contro il potere e contro i prepotenti; un credo sincero, genuino, fresco e, soprattutto, profondamente sincretico, che unisce e non divide, che integra e non esclude, che coniuga materialismo dialettico e spiritualità evangelica.

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La storia del sandinismo sarà sempre permeata da questo connubio, a tal punto che, a partire dal 1979, con la vittoria dei rivoluzionari di Ortega sulla corrotta tirannide somozista, ricopriranno cariche governative di primaria rilevanza sacerdoti quali Ernesto Cardenal, Miguel d’Escoto, Fernando Cardenal ed Edgar Parrales. Fianco a fianco con adamantini marxisti – leninisti e socialisti di sinistra. Socialismo radicale e cristianesimo social – rivoluzionario troveranno insomma, nella Rivoluzione sandinista, un punto di sintesi inedito e vincente. Torniamo però agli anni ’20, ruggenti, in Nicaragua, non certo nel senso edonista con il quale vengono rievocati nell’occidente borghese. Nel Paese a ruggire è lo spirito rivoluzionario, la rivolta sociale e politica che mette nel proprio mirino le corrotte oligarchie locali e i loro padrini nordamericani. In questo quadro Sandino, nel 1926, forte di esperienze di vita e di lotta assai istruttive, che lo hanno elevato al di sopra di un confuso ribellismo anarchico, torna nella terra natia e si getta nel vivo fuoco della lotta contro il Presidente – fantoccio Adolfo Diaz, puntellato nell’usurpata poltrona dai dollari americani e dalle armate yanqui.

Si tratta di riportare al potere il liberale Juan Bautista Sacasa, liberale esiliato e sostenuto dalle truppe del generale ribelle Josè Maria Moncada Tapia. Sacasa è riconosciuto come legittimo Presidente del Nicaragua dal Messico, che non solo strizza l’occhio ai rivoluzionari, ma invia armi per appoggiarne concretamente la causa. Sandino è parte in causa, non sta alla finestra, non è sua abitudine; al tempo stesso, però, evita di legare i propri destini fino in fondo, senza alcun discernimento, a dei liberali che, sempre più, da giacobini radicali, araldi intransigenti di istanze sociali, si stanno annacquando nel mare magnum (anzi, nella cloaca minor) del compromesso e dell’accettazione dell’ordine costituito. Posizione, questa, assai lungimirante e lucida, come vedremo.

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Sandino insieme a Sacasa

Che fare, dunque? All’interrogativo leninista, Sandino risponde con il pragmatismo e il coraggio che lo contraddistinguono, coniugando, mazzinianamente, pensiero e azione: mette in piedi un’armata di minatori delle miniere d’oro del Paese, gente coi calli alle mani e le idee molto chiare, ai quali si uniscono poi artigiani, operai ed esponenti della piccola e piccolissima borghesia. Questo primo nucleo di esercito sandinista, permeato di volontarismo, fiducia cieca nelle proprie forze, impavido ottimismo, attacca la roccaforte conservatrice di S. Albino; l’esito è una cocente sconfitta, ma l’acciaio è ormai temprato e la battaglia, persa sul terreno tattico, è guevarianamente vinta, cioè vinta moralmente. I liberali attaccano Sandino, ufficialmente per il suo “avventurismo“, in realtà perché ne temono le capacità e potenzialità. Questo atteggiamento convince sempre più il capo rivoluzionario a troncare i rapporti con i liberali e a pensare, sulla base di un’evidenza sempre più eclatante, ad una ferrea alleanza con la classe contadina, da sempre emarginata.

Questa classe va coinvolta e messa al centro di un programma di liberazione e riscatto sociale: ecco l’intuizione di Sandino, la sua prodigiosa lucidità visionaria, che i vecchi notabili liberali, ignorano quando onesti intellettualmente, da ingenui positivisti, o sbeffeggiano e denigrano quando disonesti e corrotti. La classe contadina, che da secoli sfama e mantiene le città e, in primis, i ricchi sfruttatori, venendo derubata del proprio pane, attende l’ora della sua rivincita, e questa potrà venire solo dalla rivoluzione, con il rovesciamento del vecchio ordine, la riforma agraria e l’abolizione dei lacci schiavili posti al collo della Nazione dall’imperialismo nordamericano.

Il 1927 è un anno decisivo: l’armata sandinista, sempre più numerosa, dà una mano decisiva ai liberali in marcia verso la capitale Managua. Sembra che si sia sulla strada della vittoria sicura ma, quando la sorte sembra arridere alla prospettiva della conquista del centro nevralgico del Paese, ecco che l’ombra della corruzione e del compromesso torna ad avvolgere col suo manto nero la Nazione: la colonna liberale in marcia si arresta e si piega al cessate il fuoco e all’armistizio proposto dagli yanquis, che altro non vogliono se non prendere tempo e valutare su quali cavalli puntare per continuare a dominare il campo.

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Patrioti sandinisti

Il 4/5/1927 viene firmato il “Pacto del Espino Negro“ tra il generale Moncada e il Presidente usurpatore Diaz. Agli Usa, che quel patto lo hanno scritto nella persona del Segretario di Stato Henry L. Stimson, viene riconosciuto il “diritto” di restare nel Paese con proprie truppe fino al 1928, data prescelta per elezioni farsa in cui i vincitori saranno, sempre e comunque i nordamericani. Questo, è ovvio, sulla carta. In realtà, l’imperialismo nordamericano si installa nel Paese per controllarlo in ogni suo centimetro quadrato e per sempre, non per un lasso così ristretto di tempo.

I capi rivoluzionari, Augusto Cesar Sandino, che controlla la zona di Nueva Segovia, con le sue alture impervie e selvagge, e Francisco Sequeira Moreno (detto “Chico Cabuya“ ), capo carismatico degli indomiti ribelli di Chinandega, rifiutano quei patti estorti dagli yanquis con la violenza, il ricatto e i dollari. Sotto le loro bandiere, continuano la lotta contro usurpatori e nemici interni ed esterni. Sandino, in particolare, si ritira nell’altura di El Chipote e crea una nuova bandiera per i suoi uomini: un vessillo rosso vermiglio con una striscia nera, a simboleggiare il fervore della lotta e, insieme, il sacrificio fino alla morte per la causa della libertà.

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Bombardamento su El Chipote

Emblematiche le parole del capo rivoluzionario, mentre procede alla fondazione dell’ “Ejercito Defensor de la Soberania Nacional “ (EDSN), ovvero dell’ ”Esercito di Difesa della Sovranità Nazionale“: “ No me vindo ni me rindo ; yo quiero patria libre o morir“ (“Non mi vendo e non mi arrendo; voglio la patria libera o la morte”). Forte di un seguito popolare sempre più capillare ed entusiastico, Sandino attacca frontalmente truppe mercenarie interne e marines americani, per la gioia di un popolo che, ormai, non nutre più alcuna fiducia né nei conservatori né nei liberali, tanto che un detto nicaraguense dell’epoca recita : “Cinco liberales y cinco conservadores suman diez bandidos“ (“Cinque liberali e cinque conservatori fanno dieci banditi“).

Il 16 luglio del 1927 rappresenta una data storica indelebile: l’Esercito sandinista, infatti, si cimenta nell’epica Battaglia di Ocotal. In questo confronto con il potere e con i suoi padrini imperialisti, i rivoluzionari combattono con indescrivibile ardimento, costringendo i marines e i loro collaborazionisti locali, sonoramente battuti, ad abbandonare il campo. Si evita il tracollo definitivo, con esiti rovinosi, solo grazie ai massicci bombardamenti dell’aviazione militare, che semina morte e distruzione dall’alto, mentre le truppe di terra yanqui, furibonde per la sconfitta, si vendicano sulla popolazione civile uccidendo persone inermi e violentando donne.

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Marines a Ocotal

Il 27 febbraio del 1928, altro scontro epico: la Battaglia di “El Bramadero“, nella quale i sandinisti, temprati nel fuoco di Ocotal, e perfezionati nelle tecniche di guerriglia, assaltano le truppe nemiche in agguati rocamboleschi, da manuale, con fenomenale abilità strategico – tattica. Cinque ore di pugna cruenta ed eroica, con incursioni anche nelle proprietà dell’ex Segretario di Stato americano Knox, prima tra tutte la miniera denominata “La Luz“. Il nome di Sandino risuona ormai in tutto il Paese, che riconosce nella sua figura l’erede dei grandi libertadores latinoamericani.

All’ammiraglio Sollers che lo invita a deporre le armi per trarne beneficio, Sandino risponde inflessibile: “La sovranità di un popolo non si discute, ma si difende con le armi in pugno. La resistenza armata ci farà conseguire i benefici ai quali lei allude, esattamente come l’ingerenza straniera nei nostri affari interni causa la perdita della pace e provoca l’ira del popolo”. Al culmine del sostegno popolare, i sandinisti estendono la loro area di influenza in varie zone e anche la Capitale, Managua, è ormai nel loro raggio d’azione, con ripetute incursioni esaltate dalla popolazione. Dinanzi al dilagare delle forze rivoluzionarie, i nordamericani se la danno a gambe, ritirando i marines dal Paese.

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Reparto di sandinisti

Sandino, mostrando abilità diplomatica, invia al Presidente Sacasa una proposta di pace, nell’interesse del Paese e della sua sovranità: essa viene accettata e così, il 2 febbraio 1933, termina ufficialmente la guerra. La pace, però, si fa strada tra mille ostacoli e volge quasi subito in farsa: infatti, mentre i sandinisti disarmano e tengono fede ai patti, gli yanquis seminano zizzania per interposta Guardia Nazionale, un corpo da loro creato ad hoc e messo in mano al feroce e perfido Anastasio Somoza Garcia, fondatore della dinastia tirannica e corrotta che reggerà le sorti del Paese fino al 1979.

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Luridi sgherri della Guardia Nacional con teste mozzate di sandinisti

Questo corpo di pretoriani procede a persecuzioni, azioni provocatorie e crimini contro i sandinisti e i loro simpatizzanti. E’ chiaro che, sotto il manto della pace, si vuole riattizzare un fuoco che divampi e divori le temute forze rivoluzionarie, uscite vincitrici dal confronto. Sandino entra nel mirino di un vasto complotto, ordito tra Managua e Washington, da menti non raffinatissime, ma votate all’intrigo e alla diversione. Il 21 febbraio 1934, dopo una cena presso La Loma (il Palazzo presidenziale di Managua), Sandino, grazie ad una trappola ben congegnata, viene catturato, condotto presso il monte chiamato La Calavera e ucciso assieme ad altri compagni di lotta. Viene eliminato pure il fratello, Socrates, colonnello dell’Esercito rivoluzionario.

Il padre, Gregorio, presente all’ultima cena e ai successivi avvenimenti, secondo alcune testimonianze proferisce le testuali parole sul tragico destino del figlio:

“Lo stanno uccidendo. Sarà sempre una verità quella per la quale colui che si pone come redentore, muore crocifisso“.

Il Paese, eliminate le avanguardie più coscienti e coraggiose, è pronto per il passaggio di poteri, che avviene di lì a poco, da Sacasa a Somoza. Con questo avvicendamento, voluto dai nordamericani, la Nazione sperimenterà più di 40 anni di tirannia oligarchica e yanqui – dipendente, una tirannia che la trasformerà ancor di più in una piazzaforte dell’imperialismo, del sionismo, del capitalismo sfruttatore, in una base di sovversioni e complotti rivolti contro i popoli liberi dell’America Latina.

Migliaia e migliaia i morti provocati dalla famiglia Somoza, nelle carceri e nelle feroci repressioni per le strade. A rompere la catena dell’asservimento, saranno, nel 1979, i rivoluzionari di Daniel Ortega che, fregiatisi proprio del nome di “sandinisti“, e forti di un appoggio popolare vastissimo, accresciutosi dopo i tragici eventi del terremoto del 1972, costringeranno alla fuga Anastasio “Tachito“ Somoza (figlio del mandante dell’uccisione di Sandino) e volteranno pagina per più di dieci anni, con riforme radicali e rivolgimenti mai visti nel Paese. A contrastarli, come sempre, gli yanquis, per interposti collaborazionisti e terroristi locali. Nihil sub sole novi: il detto latino è vero, ma è tanto più vero pensando all’attualità e alla pregnanza del pensiero di Sandino, in un’America Latina ricca di fermenti e capace di darsi governi come quello di Chavez, di Evo Morales e di altri eredi dei libertadores.

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1979: guerrigliero sandinista con la sua famiglia