Gradangolo sulla Cina: la questione dei quadri tecnici e dei manager, il nodo dell’ambiente. Oltre le bugie dei media

Gradangolo sulla Cina: la questione dei quadri tecnici e dei manager, il nodo dell’ambiente. Oltre le bugie dei media

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

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Emulare l’intelligenza, sulla via di una rivoluzione culturale e tecnologica (1958)

Lo sviluppo della Cina moderna e contemporanea è uno dei capitoli più prodigiosi della civiltà contemporanea e del socialismo in un Paese che, dal 1949 ad oggi, è passato da nemmeno 500 milioni di abitanti a 1.400.000.000. Un Paese che, formato in gran parte da contadini, legati ad arcaici sistemi produttivi e vecchi rapporti feudali di sfruttamento, ha saputo elevarsi, grazie alla guida salda e intrepida di Mao e dei suoi successori, dalla preistoria alla più piena modernità e avanguardia scientifica e tecnologica. Il tutto, in un arco di tempo di soli 70 anni, periodo nel quale i Paesi occidentali, a cavallo tra l’800 e il ‘900, hanno solo saputo perpetuare il potere capitalistico – borghese, con lo sfruttamento della classe lavoratrice e appena qualche conquista fatta cadere dal tavolo della borghesia come le briciola della mensa del ricco Epulone. Sulla dinamica dello sviluppo cinese le campane più svariate hanno intonato le nenie più stantie, tanto che risulta oggi necessario, per il militante marxista – leninista, acquisire notizie e dati di primaria importanza per poter scrollare anche il proprio giudizio dalla polvere del decadentismo borghese, comunque camuffato, del disfattismo e delle facili stroncature improntate ad un’ortodossia apparente e, comunque, degna di miglior causa. Da più parti si sostiene che la Cina odierna nulla avrebbe a che spartire con quella edificata da Mao, tutta volontarismo, mobilitazione permanente delle masse, critica serrata al burocratismo come distorsione da eliminare. In particolare, si asserisce l’esistenza di un’eccessiva predominanza dell’economia privata, della proprietà privata dei mezzi di produzione, con conseguenze letali anche per la gestione delle risorse naturali nel loro complesso. Vediamo come stanno le cose convinti, come siamo, che la verità “vera” non stia né dalla parte dei detrattori né da quella degli apologeti. 

Il Presidente Mao Tse Tung e Chu En Lai


In primis, occorre comprendere con nettezza e adamantina onestà intellettuale come si è evoluto il Partito Comunista Cinese, eroica avanguardia combattente forgiata dalla lotta contro i “signori della guerra”, i tiranni, i feudatari, i proconsoli degli imperialisti presenti e predominanti nella vecchia Cina: questo enorme serbatoio di uomini, intelligenze, capacità, arditismo è passato da 1.200.000 militanti (tanti ne contava nel 1945) a 89.000.000 nel 2016. Esso è quindi diventato, con tutte le potenzialità e tutti i rischi del caso, un Partito di massa negli anni dell’edificazione del socialismo. Il dato, però, non ci parla solo di una crescita puramente e freddamente numerica, compulsabile e rendicontabile nell’ambito della più fredda ragioneria burocratica: no, esso vive e pulsa nell’evoluzione storico – economica della società cinese, della sua trasformazione, nel mutare dei rapporti di classe e di produzione, nell’affinamento continuo, pervicace e sistematico, della formazione di una classe dirigente all’altezza delle sfide poste da un mondo sempre più complesso, multiforme, ridisegnato nella sfere di influenza e nelle aree economiche e geopolitiche sensibili dalle dinamiche e dai rivolgimenti degli ultimi trent’anni. Passiamo dunque ai raggi x quella grande avanguardia che è il Partito Comunista Cinese: 88.760.000 militanti nel 2016, un planisfero organigrammatico costellato di sezioni e di “cellule” in ogni articolazione economica, politica e sociale dell’immenso Stato cinese. Dal punto di vista della stratigrafia sociale, nel novero sono compresi: 26.000.000 di agricoltori, pastori e pescatori; 7.200.000 operai; 12.500.000 tecnici, professionisti e dirigenti. Come si può vedere, il vecchio PCC interamente operaio e contadino del periodo maoista pare essere tramontato definitivamente dall’orizzonte politico e storico. Quello che sarebbe un tremendo pericolo e una iattura per tutta la classe operaia mondiale è, però, null’altro che una conclusione troppo affrettata: infatti, grazie al socialismo, in Cina è cresciuto a livelli esponenziali il benessere delle masse popolari e, come premessa fondamentale e imprescindibile di questo cammino in avanti, è cresciuto il livello di istruzione generale, con conseguente mutamento della stratificazione sociale. I tecnici, i dirigenti, gli specialisti sono cresciuti tanto nel numero assoluto quanto nel peso specifico, ovvero nella loro percentuale rispetto al resto della società, rispetto al ventaglio complessivo di professioni e lavori esistenti nel quadro della Cina socialista. Questo è, ad un tempo, un successo e un rischio: un successo, in quanto ci parla di un Paese proiettato ben oltre la ciotola al giorno di riso garantita a tutti (con abbondanza di contorni, sia detto per inciso) dal potere comunista dei primi anni, un pericolo in quanto lascia presagire o sottendere pericoli di imborghesimento dei quadri e di formazione di una nuova classe privilegiata, garantita nel proprio benessere da reviviscenze di rapporti sociali improntati a sfruttamento ed estrazione di plusvalore dal lavoro operaio. 

La vita felice che ci ha donato il Presidente Mao


Invero, nel 2001 Jiang Zemin, Segretario del PCC, spinse eccessivamente l’acceleratore nel suo discorso per l’ 80° anniversario della fondazione del Partito, presentando la “teoria della tre rappresentatività” la quale, oltre a valorizzare il ruolo di tecnici, scienziati ed esperti nel quadro militante, apriva la strada anche ad imprenditori privati e magnati dell’industria, sorti nel clima di prosperità creato dal socialismo. A tal proposito, occorre dire che, se il crollo del Comecon e del campo socialista tradizionalmente inteso (per quanto viziato e depotenziato dal revisionismo del post ’56), ha reso necessaria una proiezione della Cina in campo internazionale, sui mercati, pena un isolamento insostenibile dinanzi ad un unipolarismo americano tradottosi in semi – monopolio delle risorse naturali strategiche per lo sviluppo industriale e civile, è anche vero che l’eccessivo peso assunto dai ceti capitalistico – mercantili cresciuti all’ombra delle riforme di Deng ha significato e significa un rischio di involuzione in senso anti – socialista dell’ordinamento cinese e, dunque, un colpo mortale per l’umanità progressista, amante della pace e rivoluzionaria. Pertanto, mentre è stato indubbiamente giusto valorizzare i quadri tecnico – scientifici in seno al Partito, eccessivamente azzardato è stato l’altro passo, ossia quello di garantire agli imprenditori privati (altra cosa dai tecnici e dai quadri dirigenziali) uno spazio significativo in senso alle articolazioni del Partito e dello Stato. 


A questo punto, la domanda è un’altra: ha il PCC gli anticorpi necessari per correggere questa distorsione e riportare l’asse della politica attorno alle classi lavoratrici senza infingimenti e senza surrettizie espropriazioni di una necessaria ed insostituibile egemonia? 
E’ il PCC in grado di marcare le opportune e, anzi, soteriche differenze tra il magnate, il tycoon rosso cresciuto all’ombra dell’ottimismo economicista, il più delle volte desideroso di sostituirsi alla classe dirigente con i suoi pari, ed il piccolo imprenditore legato strettamente agli interessi della classe operaia? 

La posizione sostenuta con forza dal Presidente cinese Hu Jintao pare, su questo fronte, rassicurare, anche se non ha scosso con la dovuta radicalità, per il momento, gli assetti generali del Paese. Il Presidente ha più volte messo in guardia contro un’eccessiva espansione della sfera privata dell’economia ed ha, saggiamente, invitato alla più forte vigilanza contro la minaccia di rinascita di una nuova classe borghese restauratrice. In un Paese in cui il PIL è ancora in stragrande maggioranza generato dal settore pubblico, esso non è un abbaiare alla luna, ma un impedire che la situazione si capovolga nell’assuefazione della popolazione, con il passaggio dell’area privata imprenditoriale da complemento del rafforzamento di un socialismo minacciato dall’unipolarismo imperialista americano a sistema sociale sostitutivo di quello attuale, nato dal pensiero di Mao e dalla lotta cosciente di milioni di sfruttati. Questo richiamo ha sortito significative inversioni di rotta, che hanno il segno, inequivocabilmente, di una strenua difesa e di un rilancio delle conquiste del socialismo: rafforzamento della sanità gratuita e universale nelle campagne, estensione massiccia delle tutele e dei diritti nella sfera economica privata, protezione e bardatura, con l’ acciaio più temprato, delle prerogative e dell’egemonia del settore pubblico negli ambiti strategici dell’economia. 


Tutto ciò ha avuto un riflesso, poderoso e assai tangibile, anche nelle dinamiche interne al Partito Comunista Cinese: infatti, al XVIII Congresso, tenutosi nel novembre 2012, il 30% dei delegati è stato espresso e inviato dalle sezioni comuniste di villaggio, mentre la rappresentanza operaia è aumentata del 300% rispetto al precedente appuntamento congressuale. 

Tavolo della presidenza del XVIII Congresso

Intanto, nel settore privato i comitati di base del PCC sono passati dai 100.000 del 2001 ai 300.000 del 2011, coprendo tutte le 210.000 grandi aziende private del Paese e reclutando più di 3.500.000 membri del Partito. Questi dati mostrano che l’anima proletaria e “profonda” della Cina non solo non è morta in seno alla società, ove essa è ancora egemone, ma è ancora in grado di riorientare e correggere gli orientamenti di un Partito che ha traghettato un Paese dal feudalesimo al socialismo in un brevissimo arco di tempo, liberando energie creative inestimabili e slanci forieri di sviluppi inarrestabili. 

Organigramma del PCC dopo il XVIII Congresso


L’altro punto di vista che ci piace inquadrare è la questione del modello di sviluppo. Da più parti si sente affermare che la Cina sarebbe attanagliata da un modello inquinante, distruttivo, aggressivo, all’insegna della più cinica e noncurante dilapidazione delle risorse naturali. Le cose stanno così? Prima di entrare nel vivo della risposta, una considerazione di carattere generale si impone. Certamente, i problemi posti dal Protocollo di Kyoto, strumentali nel modo in cui essi vengono gestiti, rappresentano comunque un nodo ineludibile per qualsiasi strategia di crescita e sviluppo delle forze produttive. Un’economia fondata sullo spreco di risorse non rinnovabili e sempre più scarse, in nome del profitto o in nome di un fideismo sviluppista senza base e senza anima, non solo non è e non sarà mai sostenibile (quali che siano le valutazioni sulla scientificità o meno delle tesi riguardanti il riscaldamento atmosferico, certamente intrise di parzialità retoriche e di secondi fini), ma fin da ora minaccia di far scomparire letteralmente la razza umana dal Pianeta non tra secoli, ma al massimo tra qualche decennio. Si provi soltanto a pensare cosa comporterebbe la proprietà di un’auto per ogni cinese e… le conclusioni non tarderanno ad arrivare! A questo problema – è qui il nocciolo della questione – come risponde la classe dirigente della Cina socialista, col suo carico di responsabilità tutte, inevitabilmente, su vastissima scala? L’approccio del PCC pare essere di due tipi: difesa dei principi sanciti a Kyoto, impegno su scala globale per la creazione di un’economia sostenibile, anche con il supporto di imprese straniere (senza che mai venga meno la centralità progettuale e attuativa cinese) e, accanto a questo, fermo rifiuto delle coniugazione di questo tema secondo i modi e i tempi del morente capitalismo globale, fallito in ogni suo obiettivo e in ogni sua speranza di autoperpetuarsi all’infinito, forte di una inesistente ineluttabilità che neppure il più ingenuo dei positivisti potrebbe oggi formulare a cuor leggero. Il PCC e il vertice dello Stato cinese, in sintesi, vuole un nuovo assetto economico internazionale sostenibile ed eco – compatibile e lo vuole più di ogni altro, consapevole che da una rincorsa infinita allo sviluppo tradizionale alla Cina verrebbero solo guai sul piano interno e tensioni sul piano internazionale, con guerre per l’accaparramento delle sempre più scarse risorse disponibili di qui a qualche anno o, massimo, decennio. Assieme a ciò, la Cina socialista e popolare rifiuta in blocco, in maniera sacrosanta, ogni “contagio” degli untori dell’economia di speculazione, quella che ha distrutto l’assetto economico internazionale minandone l’anima, sostituendo alla produzione di beni e servizi la disperata maieutica del denaro virtuale, fluttuante, metastatizzato e metastatizzantesi in carcinomi monetari slegati da ogni riferimento all’economia reale, nonché da ogni legittima e salutare sovranità nazionale vincolante e prescrittiva. Una sostenibilità vera, quella invocata e perseguita dalla Cina popolare, ben radicata nell’economia concreta e rifuggente da quella di carta come dalla peste. Una sostenibilità che non è l’appello ipocrita, meschino e vile alla “virtuosità” da parte di un’ America del Nord che fino ad oggi ha devastato il Pianeta e oggi, dinanzi ad un avversario temibile e agguerrito, gioca al francescanesimo prospettando agli altri l’austerità per poi recarsi tutti i giorni a colazione, pranzo e cena da Pietro di Bernardone. 

Inquinamento atmosferico nella città di Harbin


Mentre alle nostre latitudini di discute interminabilmente di raccolta differenziata e di pannicelli caldi, in Cina si marcia speditamente verso un nuovo modello di sviluppo: già nel 2007 il Paese otteneva il 7% della sua produzione energetica totale da fonti rinnovabili (solare, eolico ecc…). Nel 2015, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono aumentati del 17%, posizionando la Cina al primo posto nel mondo (100 GW di potenza installata), con particolare riguardo al fotovoltaico (quasi 50 GW, + 15,2 % rispetto al 2014; gli Usa vengono solo al 4° posto, con circa 25 GW). Il 50% degli impianti eolici realizzati nel mondo sono presenti in Cina: quasi 150 GW, con un +30,8 % rispetto al 2014, mentre gli Usa vengono al secondo posto, con circa 70/80 GW (+ 8,6 % rispetto al 2014). Solo nel 2009, le città cinesi hanno acquistato 13.000 veicoli elettrici, in previsione dell’allargamento del mercato privato delle automobili a 287.000.000 di esemplari nel 2030, fatto questo che dovrà per forza di cose essere improntato a sostenibilità, pena l’esaurimento delle risorse mondiali di petrolio in tempi rapidi.
 

Centrale termoelettrica

La disinformazione ci presenta il “milione di morti ogni anno per inquinamento” in Cina, registrati da un rapporto dell’OMS del 2016. Ebbene, ad onta della necessaria scientificità e del rigore richiesto come requisito minimo in questi studi, l’OMS, che pure ha sempre brillato per autonomia e indipendenza di giudizio, stavolta ha preso un enorme granchio: infatti, quel rapporto appare palesemente distorto e manipolato nelle cifre, forse anche per colpa di criteri di registrazione delle cause di morte che, scrupolosissimi in Cina, lo sono molto meno negli Usa (dove la sanità fa acqua da tutte le parti, anche nella rilevazione di certi dati) e in Europa (continente nel quale il welfare, pur robusto e figlio di una rispettabilissima tradizione socialdemocratica, è oggi sotto attacco e depotenziato). Infatti, mentre in quel rapporto il numero dei morti per cause legate all’inquinamento è fissato, per la Cina, a 1.000.000, quello degli Usa, della Germania e dell’Italia è astutamente (o inopinatamente) sottostimato: si parla, rispettivamente, per queste Nazioni capitaliste, di 40.000, 26.000 e 21.000 decessi. Soltanto 40.000 morti negli Usa, che dell’inquinamento sono stati storicamente, e sono ancora oggi, i principali responsabili! La prova del “taroccamento” (o quantomeno dell’assoluta imperizia nella raccolta dei dati da parte degli Stati nazionali, segnatamente quelli occidentali, desiderosi di evitare reprimende e sanzioni) appare evidente nel momento in cui si raffrontano i dati OMS con quelli di tutta una serie di autorevolissimi studi: l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA), nel 2012, registrava 84.400 decessi prematuri in Italia e non si vede come essi, cinque anni dopo, possano essere diminuiti di quattro volte! Per quanto concerne gli Usa, i ricercatori del celeberrimo, storico MIT (Massachusetts Institute of Technology), in un loro studio del 2013 parlavano di ben 200.000 morti annui per cause legate all’inquinamento ambientale. In tutti gli studi sino ad ora svolti e consultabili, invece, il dato cinese è sempre lo stesso: 1.000.000 di morti o poco più, a testimoniare quanto i dati di Pechino siano precisi e trasparenti, tanto che nessuno ha potuto “correggerli”. Non si tratta certo di assolvere la Cina per il suo ruolo (comunque reale) nell’inquinamento globale, sarebbe una posizione in malafede e pure ridicola; il problema è, invece, quello di riportare l’asse della discussione sul giusto binario: i decessi in rapporto alla popolazione (e in proporzione alla potenza dell’apparato produttivo complessivo) sono pressappoco della stessa entità in Cina, negli Usa, in Italia, anzi, forse la Cina, col suo miliardo e passa di abitanti e il suo gigantesco apparato industriale, in un parallelismo logico – critico, esce dall’esame meglio di tutti gli altri Paesi. 

La differenza fondamentale è che, mentre nei Paesi occidentali la recessione gioca un ruolo di “regolatore naturale” anche dei livelli delle emissioni in atmosfera e del consumo di risorse non rinnovabili (Paesi che producono sempre meno inquinano, ovviamente, sempre meno), nel caso della Cina abbiamo un Paese che, in piena, vorticosa espansione, ogni anno segna un punto in più al suo attivo nella lotta alle emissioni nocive, al consumo di suolo, allo spreco delle risorse idriche. Non è la stessa cosa, anche se l’obiettivo a tendere deve essere, per tutti, un modello di sviluppo pienamente sostenibile, rispetto al quale si è ancora ovunque lontani, quale che sia la Nazione considerata e quale che sia il sistema economico in essa adottato. Ciò detto, mentre i giornali ci bombardano selvaggiamente con immagini di città cinesi immerse nello smog, brulicanti di gente con mascherine, scafandri e altri sistemi di “protezione”, nessun telegiornale e nessun giornale o rivista ad alta tiratura ci mostrano i 175 milioni di ettari di superficie boschiva (18,4% del territorio nazionale cinese) e i 52.400.000 ettari riforestati, in essi compresi, che fanno della Cina la terza Nazione al mondo per copertura boschiva e la prima per superficie riforestata. 

La sterminata area che il governo cinese vuole rimboschire

Nessun mezzo di comunicazione “di grido” ci parla mai dei 51 miliardi di alberi piantati ininterrottamente dal 1979 al 2009, né dei 3,5 miliardi di yuan stanziati nel solo 2008 per riforestare, entro il 2020, altri 2.000.000 di kmq (6 volte l’estensione dell’Italia!!!). E della eco – città avveniristica di Tianjin, sorta su una discarica bonificata e con utilizzo completo di tecnologie di raccolta, riciclo e riutilizzo dei materiali, chi ha parlato mai nelle nostre tv? E’ forse stata fatta qualche menzione, poi, ad altri casi analoghi in via di realizzazione, quali le Città di Dongtan e Caofeidian, nella seconda delle quali il ruolo dell’Italia è basilare? 

I primi risultati

Nemmeno il più laconico servizio televisivo si è preoccupato di mostrarci gli impianti geotermici della SINOPEC, il gruppo petrolchimico cinese con azioni per il 75% in mano al governo (prenda nota chi parla di “liberismo” imperante sotto l’ombra della Porta Celeste). Queste infrastrutture, presenti in ben 16 province, consentono di scaldare la bellezza di 40.000.000 di mq di case e fabbriche, evitando emissioni per 3.000.000 di tonnellate di CO2 (una quantità più o meno analoga all’inquinamento prodotto dal traffico romano in 10 mesi e da quello milanese in 30). Nessun cenno poi a meraviglie naturali e risorse tenacemente salvaguardate quali il Lago di Hangzhou, più precisamente chiamato “Lago dell’Ovest”, esteso per 5,6 kmq e inserito nel World Heritage (Patrimonio mondiale dell’umanità). 

Veduta del lago di Hangzhou

Avete visto qualche servizio giornalistico o televisivo sul Parco solare galleggiante della Provincia dello Hanui, un gigante di 40 MW realizzato dalla SUNGROW, colosso cinese fondato nel 1997? Infine, chi si è preoccupato di presentare in modo adeguato la nuova Legge sulle emissioni inquinanti che entrerà in vigore in Cina nel 2018? Si tratta di un provvedimento d’avanguardia, messo a punto dopo molteplici consultazioni e assemblee in tutto il Paese, dopo che tutta la popolazione ha, direttamente o indirettamente, inviato alle autorità osservazioni, proposte, idee innovative per migliorare e incanalare il Paese sui binari dello sviluppo sostenibile. Secondo le nuove disposizioni, per ogni 0,95 kg di ossido di azoto o di anidride solforosa rilasciata, le fonti di inquinamento pagheranno fino a 12 yuan; le miniere verranno tassate con 15 yuan per ogni tonnellata di cascami e di materiali tossici o metalli pesanti (dannosi soprattutto per le acque); le centrali a carbone e gli impianti industriali a carbone saranno soggetti ad una tassa di 25 yuan per ogni tonnellata di cenere prodotta. Anche l’inquinamento acustico rientrerà tra i parametri soggetti a tassazione mirata: una scelta, questa, d’avanguardia, innovativa e coraggiosa. 

Parco solare galleggiante realizzato dalla SUNGROW

Naturalmente, i corifei del sistema capitalista, i russofobi e sinofobi in servizio permanente hanno giudicato debole questa legge (quando essa supera per efficacia e completezza quella di ogni altro Paese occidentale), usando argomentazioni false e intellettualmente disoneste: si è asserito che la misura non colpisce l’inquinamento delle auto, quando le autorità cinesi, generando reazioni scomposte proprio nel Paese dei moralisti ipocriti (gli Usa), hanno accresciuto massicciamente  le imposte sui veicoli di importazione più inquinanti, al punto che una jeep modello Wrangler costa in Cina 30.000 dollari più che negli Usa (71.000 dollari contro 40.000 circa). Si è poi affermato che la legge non colpisce le scorie nucleari, quando ogni mente sana, capace di intendere e di volere, si rende conto benissimo che il problema delle scorie nucleari non è quello della loro tassazione, ma, semmai, quello della loro esistenza e che quindi occorre non produrne, smantellando il nucleare, o produrne meno. La coltre del silenzio più mafioso ha poi celato un dato di fatto: il nucleare, in questi anni, ha prodotto appena il 3% circa dell’energia elettrica cinese (il 20% viene dalle rinnovabili), mentre il dato corrispondente per gli Usa è del 20% circa. Chi deve tassare le scorie o limitarle di più? I meccanismi della propaganda imperialista e sinofoba sono diabolici e onnipervasivi e, se non si sottopone al vaglio critico ogni dato e informazione, si cade sistematicamente nella tagliola della disinformazione: l’umanità deve continuare a pensare che la Cina viva costantemente immersa in una nuvola di smog ovunque, nel grigiore e nella rarefazione di aria fresca e pulita. 

Centrale solare a Himin

Così sarà più facile dar credito alle sparate di un Trump che, per continuare a spingere gli Usa sulla pista dell’inquinamento e della non negoziabilità di un modello di sviluppo distruttivo, energivoro e capace di annichilire il Pianeta in pochi lustri, ha bisogno di additare altri attori dell’economia mondiale come causa di tutte le sciagure, salvando multinazionali ed oligopoli a stelle e strisce che, invece, portano il peso delle principali responsabilità. Eppure, un altro capitolo della statistica scientifica internazionale si incarica di dar torto a questo mito: nel 2004, gli Usa, con nemmeno 300 milioni di abitanti, emettevano CO2 in atmosfera per 6.049.435.000 tonnellate annue, mentre la Cina, con Taiwan inclusa (oltre 1 miliardo di abitanti), si posizionava al secondo posto con 5.010.170.000 tonnnellate annue. Il Rapporto 2013 “Trends in Global CO2 Emissions”, redatto dal Joint Research Centre (JRC) dell’Agenzia ambientale dei Paesi Bassi e della Commissione Europe, se da un lato certifica il sorpasso della Cina, con il 29% delle emissioni contro il 16% degli Usa, dall’altro ci mostra chiaramente come le emissioni pro – capite di CO2 siano, negli Usa, il doppio di quelle cinesi e, analizzato il contesto, possiamo renderci conto perfettamente di come gli Stati Uniti abbiano ridotto il loro impatto sull’ambiente non con la mitica “green economy”, nuova, illusoria frontiera di una sinistra radical chic che inventa slogan per non ridiscutere radicalmente il modello di sviluppo, ma in virtù di una recessione pesantissima, occultata dai grandi annuari statistici, che ha squassato il Paese dal 2008 portando al potere Donald Trump: solo secondo i dati ufficiali, gli Usa hanno scontato, nel 2009, un calo della produzione industriale pari al 14, 5%, mentre la Cina, in quell’anno, ha fatto registrare, per la stessa voce, più o meno un 20% (quando è in crisi, la Cina popolare cresce complessivamente del 6%, tasso raggiungibile in 6 anni e oltre dai nostri dinosauri capitalisti). Inoltre, se nel 1991 gli Usa buttavano sul mercato il 22% dei prodotti industriali del mondo e la Cina seguiva a distanza di cento ruote con un umilissimo 2,5%, nel 2010 la situazione si è capovolta: gli Usa oggi sono sotto il 20%, mentre la Cina è arrivata al 15%, tallonando gli yankees. Tenendo conto di questo quadro generale, si vede meglio come le prediche e i vanti statunitensi sulla riduzione delle emissioni inquinanti poggino, in realtà, su una situazione di crisi le cui inevitabili e logiche conseguenze vengono, furbescamente, spacciate per virtuosità derivanti da lungimiranti opzioni.

La città “verde” progettata dallo studio italiano Boeri sarà presto realizzata a Liuzhou


Tutto ciò ci deve suggerire sempre di verificare notizie e dati e di inquadrarli nei contesti generali nei quali essi sono inseriti, senza con ciò diventare, per converso, cantori acritici e apologetici di un “paradiso terrestre” che non c’è e non ci potrà forse mai essere, anche raggiungendo il massimo grado di somiglianza ad esso nelle strutture sociali e negli stili di vita. La questione è di dare a Cesare ciò che è di Cesare e alla Cina ciò che è della Cina, valutando nella sua complessità, nella sua capacità di trasformazione e di revisione un Paese col quale tutti sono e saranno ancor più obbligati a fare i conti. Un Paese che ci prepara sorprese ed opportunità, lontano da schemi e da facili profezie. 

TABELLE

Rapporto tra energia nucleare ed eolica prodotte in Cina

La potenza installata di energia solare in Cina in rapporto ad altri Paesi

Potenza eolica installata in Cina, in rapporto ad altri Paesi


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI: 

Mao Tse TungOpere complete in 25 volumi, Edizioni Rapporti Sociali 

https://dengxiaopingworks.wordpress.com/ (sito con le opere di Deng Xiaoping)

Jiang ZeminSelected Works, Foreign Languages Press, Pechino 2013

David L. ShambaughChina’s Communist Party, University of California Press, 2008 

Yiu – chung WongFrom Deng Xiaoping to Jiang Zemin, University Press of America, 2005

Lance L.P. GoreThe Chinese Communist Party and China’s Capitalist Revolution, Routledge, 2011. Fonte di parte, eccessivamente prona alla tesi dell’esistenza di un sistema perlopiù capitalista in Cina, ma utile e dettagliato sotto il profilo argomentativo e statistico. 

Limes, n° 1/2017: “Cina – Usa, la sfida” 

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Lunga marcia

Lunga marcia

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

marcia

Al nome del comandante
abbiamo giurato fede eterna
contadini ed operai uniti nella lotta
nel Sinkiang misterioso e selvaggio la luce brillerà per sempre.
Nel Fiume Giallo la goccia di acqua e luce per sempre splenderà
a rischiarar le umane sorti nella rivoluzione
nelle masse in lotta la torcia di Prometeo brillerà
a dispetto di disfattisti e revisionisti.
Un popolo in marcia, 500 milioni d’anime unite
verso la meta, l’uguaglianza
perchè chi come noi respira, gode e soffre
diritto non ha di espropriarci la vita
Riprendiamocela tutta
l’abbondanza, la gioia e la speranza
gridiamo, in alto le bandiere
levate verso il comandante
Se il mondo esploderà
sarà per la più salutare dinamite
che gli arsenali abbiano mai custodito
per la verità più grande che le menti abbiano partorito
La rivoluzione non finirà mai
anche a dispetto di popoli assopiti
anche a dispetto di coscienze smarrite
sempre di Mao la stella nel cielo alta brillerà!

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Falsi occidentali duri a morire/3: come scoppiò la guerra di Corea (1950/53)

Falsi occidentali duri a morire/3: come scoppiò la guerra di Corea (1950/53)

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Da 70 anni leggiamo ovunque dell’aggressione da parte della feroce Corea del Nord alla piccola, pacifica, indifesa e, dimenticavamo DEMOCRATICA PERBACCO!, Corea del Sud.

E’ successo veramente così o la Corea del Nord è stata trascinata in un terrificante conflitto dall’aggressione imperialistica USA?

Il compagno Luca Baldelli in questo articolo ci espone i fatti che portarono alla guerra

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Non avremo mai pace: il leader delle Filippine, Duterte vuole cacciare le truppe USA dal sud del paese

Non avremo mai pace: il leader delle Filippine, Duterte vuole cacciare le truppe USA dal sud del paese

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di GPD

FONTE 1
FONTE 2

Traduzione di Guido Fontana Ros

Il presidente delle Filippine dichiara che le truppe USA “devono andarsene” dal sud del suo paese. Egli biasima i soldati americani di infiammare la tensione con la popolazione locale musulmana, dicendo che “non ci sarà mai pace” fintanto che ci sarà la presenza militare USA.

Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte dice di opporsi al fatto che soldati USA stazionino nella regione meridionale di Mindanao, richiamandosi a come le truppe americane presero parte alla pacificazione dei musulmani filippini cento anni addietro. Egli afferma che quello causò un lungo periodo di risentimento della minoranza musulmana nei confronti della maggioranza cattolica nel sud.

“Fino a quando noi staremo con l’America, non avremo mai pace in questa terra”, ha detto secondo l’AP.

Ha mostrato alcune foto in bianco e nero dei primi anni del 1900 che raffigurano donne e bambini uccisi dalle forze USA.

Ha detto: “Le forze speciali devono andare via. Devono andare a Mindanao, là ci sono molti bianchi, devono andarci”, per poi aggiungere che avrebbe riorientato la politica estera del paese. “Non voglio una spaccatura con l’America ma devono proprio andarsene”.

Egli ha ammonito che le truppe USA dovranno affrontare delle difficoltà nel caso non decidano di ascoltare il suo consiglio.

Ha detto: “Se vedono americani, li uccideranno senza pietà. Otterranno il riscatto e poi vi uccideranno, non importa se siete un americano nero o bianco, vi uccideranno perché siete un americano”.

A dispetto della sua coraggiosa dichiarazione di cacciare i militari USA dal sud delle Filippine, Duterte non dice né quando ne come dovrebbe avvenire.

La Reuters riporta che Washington non ha ancora ricevuto la richiesta formale del governo filippino relativa alla questione, infatti il portavoce del Dipartimento di Stato USA, John Kirby ha parlato di una nuova conferenza quando gli è stato chiesto della dichiarazione di Duterte.

Ha sottolineato il fatto che gli USA sono legati a Manila tramite un’alleanza, ma egli  “non è a conoscenza di qualsiasi comunicato del governo filippino… che vada in quella direzione”.

Josep Chen, un analista politico dell’università di Hong Kong ha detto a RT di credere che Duterte stia giocando con alcuni segmenti della società filippina che, per il bene del paese, vogliono che le truppe USA se ne vadano.

Egli afferma: “Sembra cercare di guadagnare popolarità e sostegno con una posizione nazionalista e d’altra parte non vuole apparire troppo dipendente dagli USA per la sicurezza del paese a differenza del suo predecessore”.

Cheng aggiunge che il provocare una serie di dispute con gli USA, possa essere una mossa calcolata per migliorare le relazioni con la vicina Cina.

Egli riferisce a RT: “Probabilmente vuole iniziare dei negoziati con Pechino riguardo alla disputa territoriale, avendo intenzione di aumentare i legami economici fra i due paesi, cercando anche di ricevere aiuto economico da Pechino”.

Le forze USA sono stanziate a Mindanao dal 2002 per addestrare e consigliare le forze locali che combattono contro i militanti di Abu Sayyaf legati ad Al Qaeda. Mentre la maggior parte della presenza militare USA ha lasciato il paese nel 2015, i funzionari USA dicono che qualche militare è rimasto come consigliere.

Fin dalla sua elezione di giugno, Duterte non ha avuto una relazione pacifica con Washington. Il presidente filippino è stato irritato in modo particolare da quello che percepisce come una lezione dagli USA in materia di abusi dei diritti umani, che hanno fatto seguito alla sua lotta brutale contro le droghe e i trafficanti del paese.

La Polizia Nazionale Filippina (PNP) afferma di aver ucciso 1.466 persone per reati connessi alla droga, mentre altri 1.490 sono stati uccisi da gruppi sospetti di vigilantes, morti che la PNP classifica come “morti in corso di indagine”.

Il portavoce della PNP, il sovrintendente capo Dionardo Carlos, ha detto domenica, secondo il Philippine Star: “Il numero di operazioni (di polizia), condotte dal debutto del Oplan Double Barrel, ha raggiunto il numero di 17.389 e sono sfociate nella morte di 1466 persone coinvolte nella droga e nell’arresto di 16.025 sospetti”. 

Il presidente Barack Obama ha rifiutato un possibile incontro con Duterte al recente incontro del G20 in Cina, dopo esser stato chiamato da leader delle Filippine “figlio di puttana”.

Comunque Duterte ha ritrattato in seguito.

“Sono pronto ad incontrare Obama. Aspetto che Obama mi risponda. Da avvocato ad avvocato, in fondo siamo entrambi avvocati… io non ho mai detto niente del genere. “Si controlli”, dice e aggiunge: “… Ho detto così, ma non mi riferivo a Obama… non sono in guerra con l’America”.

Il discorso completo del presidente Duterte

Come Russia e Cina potrebbero distruggere l’US Air Force – Aurora

Lo schieramento di missili aria-aria a di lungo raggio e di caccia di quinta generazione russi e cinesi sarà un problema serio per il Pentagono Dave Majumdar, National InterestUna nuova generazione di missili aria-aria a lungo raggio russi e cinesi potrebbe minacciare i mezzi cruciali che permettono le operazioni aeree degli Stati Uniti. Tali mezzi […]

via Come Russia e Cina potrebbero distruggere l’US Air Force — Aurora

Breve nota sul dispiegamento dei bombardieri strategici russi in Iran

Breve nota sul dispiegamento dei bombardieri strategici russi in Iran

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Guido Fontana Ros

La mossa russa di chiedere il permesso all’Iran per l’uso della base aerea di Hamadan e il rapidissimo assenso dell’IRAN, segnano l’evento più importante della settimana.
Non a caso il chiacchericcio costante dei media corporativi cerca di spostare l’attenzione sulla ridicola questione dei “burkini” in spiaggia sì, “burkini” in spiaggia no, indifferenti al fatto che in Italia la parola “burkini” si presta a salaci accostanti a un termine gergale indicante una pratica erotica.

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In realtà la scelta russa e il relativo consenso iraniano hanno toccato qualche nervo scoperto se il Corriere della Sera o come un nostro compagno lo chiama, Corriere del Califfato è uscito con un articolo in cui definiva quasi servile la posizione dell’Iran nei confronti della Russia. Proprio nell’anniversario del colpo di stato del 1951, con cui gli USA con l’aiuto britannico e israeliano rovesciavano il legittimo governo di Mossadeq, il Corriere delle serva dando un calcio alle buonissime relazioni che legano l’Italia all’Iran, pubblicava un’intervista al figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlevi. Il titolo dell’articolo, francamente emetico, recita: <<Il figlio dell’ultimo Scià: Iran regime che dipende da Mosca>>. Naturalmente la dura replica iraniana non si è fatta attendere, ad esempio qui la risposta

http://parstoday.com/it/news/iran-i36169-gravissimo_insulto_del_corriere_della_sera_all’iran_la_risposta_di_pars_today_italian

Da un punto della strategia globale che segna il confronto tra l’asse anglosionista e l’asse che ormai si sta chiaramente delineando dallo SCO di Shangai con Russia e Cina sempre più legate sul piano economico e su quello militare, vi è il deciso passo dell’Iran verso una vera e propria alleanza con le 2 superpotenze eurasiatiche. Il segnale mandato agli USA, soprattutto al probabile presidente USA, la sanguinaria Hitlery Clinton, se vivrà abbastanza a lungo da essere eletta, è fortissimo e inequivocabile. D’altro canto la Russia reagisce al proliferare di basi anglosioniste lungo i suoi confini, ponendo 3 basi che probabilmente dureranno a lungo, 2 in Siria, una navale a Tartous e una aerea  a Hmeimim, e una aerea a Hamadan. A questo schieramento in Medio Oriente fa eco la strategia cinese che velocemente sta trasformando il mar Cinese Meridionale in una no man land per la marina a stelle e strisce costruendo una fitta rete di basi areonavali che impedirà, in caso di crisi il passaggio delle navi usa verso il sudest asiatico; se gli USA vorranno rifornire le loro basi nel sudest asiatico o la loro base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano dovranno passare dall’Australia.

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Tu-22 M3 sulla pista di Hamadan, Iran

Accanto alle ragioni strategico/geopolitiche vi sono una serie di ragioni militari tattiche. Le ragioni militari sono legate a 2 variabili: distanza e tempo. L’eccessiva distanza rendeva necessario un rifornimento in volo, causava un grosso consumo di carburante, un maggiore stress alle macchine e agli equipaggi e un carico bellico ridotto. Il troppo tempo impiegato faceva sì che i satelliti spia USA potessero trasmettere i dati di volo agli elaboratori a terra che così potevano tracciare la rotta e prevedere con ragionevole precisione l’obiettivo della missione, informazione che veniva comunicata dagli USA ai loro ratti drogati prediletti. Ora Hamadan si trova a 900 km dagli obiettivi in Siria e ai Tu-22 M3, qualora volessero pigliarsela comoda, occorre meno di un’ora ad arrivare sui loro obiettivi con il quadruplo di carico di bombe… Qualche stratega da divano ha detto che i russi  potevano usare la base di Hmeimim. A parte il fatto che dire ai russi cosa devono fare in campo militare equivale a dare ad un gatto lezioni di come arrampicarsi, la base vicina a Latakia è già congestionata e non ha piste adatte sia come fondo che come lunghezza ad aerei come i Tu-22 M3 (la base iraniana di Hamadan ha piste lunghe 3 km e ha il vantaggio i trovarsi in un territorio la cui configurazione orgrafica rende problematico l’uso di missili da crociera per attaccarla).

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Su questa pagina di Veteran Today diversi articoli (in inglese) sulla questione:
http://www.veteranstoday.com/2016/08/17/accusation-russias-new-base-in-iran-to-beat-us-satellite-intel-used-to-protect-isis/

Qui articoli in italiano:
https://aurorasito.wordpress.com/2016/08/18/siria-iran-e-tu-22m3/

https://aurorasito.wordpress.com/2016/08/17/i-backfire-russi-in-iran-lanciano-un-avvertimento/

 

 

 

Il vero segreto del mar Cinese meridionale

Il vero segreto del mar Cinese meridionale

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Pepe Escobar

Traduzione di Guido Fontana Ros

FONTE 1

FONTE 2

FONTE 3

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ll mar della Cina del sudest continuerà ad essere la principale polveriera geopolitica di questo inizio di XXI secolo, di gran lunga avanti al Medio Oriente o alle frontiere occidentali della Russia. Non è solo in gioco il futuro dell’Asia ma anche quello dell’equilibrio dei rapporti est-ovest.

Per avere una visuale d’insieme, dobbiamo fare riferimento agli scritti del presidente dell’Accademia navale degli USA del 1890, Alfred Mahan, al fondamentale testo “L’influenza del potere marittimo nella storia. 1660-1783”. La tesi centrale di quest’opera è che gli USA devono dispiegare una presenza mondiale alla ricerca di nuovi mercati e proteggere questi nuovi assi commerciali per mezzo di una rete di basi navali.

Si tratta dell’embrione dell’attuale Impero americano che ha conosciuto il suo debutto nei fatti successivi alla guerra ispano-americana di oltre un secolo fa, momento in cui gli USA diventarono la potenza regionale dell’Oceano Pacifico, essendosi annessi le Filippine, le Hawaii e l’isola di Guam.

Il colonialismo occidentale, americano ed europeo, è senza alcun equivoco il vero responsabile del clima esplosivo che caratterizza la battaglia per la sovranità che si sta svolgendo nel mar della Cina del Sud. E’ proprio l’occidente ad essere responsabile della maggior parte dei tracciati delle frontiere terrestri e marittime di tutti questi stati. La lista è impressionante. Le Filippine sono state separate dall’Indonesia dalla Spagna e dal Portogallo nel 1529. la separazione tra Malesia ed Indonesia è dovuta all’intervento britannico e a quello olandese nel 1842. La frontiera tra la Cina e il Vietnam è stata imposta ai cinesi dalla Francia nel 1887. Le frontiere delle Filippine sono state ridisegnate dagli USA e dalla Spagna nel 1898. La frontiera tra Filippine e Malesia è stata ritracciata dagli USA e dal Regno Unito nel 1930.

Si tratta di frontiere tra diversi possedimenti coloniali, fatto che implica dei problemi insolubili fin dall’inizio, ereditati da queste nazioni nell’era post coloniale. E dire che tutto era iniziato come una configurazione morbida… I migliori studi antropologici sul soggetto, come quelli di Bill Solheim per esempio, chiamano con il nome di Nusantao, parola composta di origine austronesiana, le isole del sud e le popolazioni seminomadi che viaggiavano e commerciavano da tempi immemorabile per tutto il mar della Cina del sud. I Nusantao non costituivano un gruppo etnico a parte, ma piuttosto una rete di popolazioni marinare nomadi. Attraverso i secoli essi hanno sviluppato parecchi nodi commerciali, che si estendevano dalle coste del centro del Vietnam a Hong Kong, transitando per il delta del Mekong. Non erano collegati ad alcun stato e la nozione di frontiere non esisteva. Non è che alla fine del XIX secolo che il sistema westfaliano ha fissato il mar della Cina del sud in un giogo inamovibile. Questo ci conduce alla ragione per cui la Cina è così sensibile alla questione delle frontiere: perché è direttamente legata al secolo delle umiliazioni, vale a dire l’epoca dove la corruzione interna del sistema cinese e la sua debolezza avevano permesso ai barbari occidentali di impossessarsi di territori appartenenti alla Cina.

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Tensioni all’interno della linea in nove tratti

L’eminente geografo cinese Bai Meichu era un fervente nazionalista cinese che aveva ridisegnato la sua versione di quella che era chiamata “la carta dell’umiliazione cinese”. Nel 1936 egli pubblicò una carta che includeva una linea a forma di U, che inglobava tutto il mar della Cina del sud fino al Banco James, un banco di sabbia sottomarino situato a 1.500 km a sud delle coste cinesi e a solo 100 km dalle coste del Borneo. Numerose carte marittime cinese trassero ispirazione dalle carte del signor Bai. La maggior parte includeva le isole Spratly nelle rivendicazioni cinesi ma escludevano il Banco James.

Il fatto più importante è che il signor bai è l’inventore della linea in nove tratti, centrale nella retorica del governo cinese anche prima che fosse comunista e che è utilizzata come base giuridica per le rivendicazioni storiche della Cina sulle isole del mar della Cina del sud.

Tutti fu sospeso quando il Giappone invase la Cina nel 1937. Il Giappone occupava Taiwan dal 1895. Inoltre immaginiamo gli americani, nel 1942, abbandonare le Filippine alle truppe giapponesi. Questo significava che praticamente tutto il litorale del mar meridionale della Cina era per la prima volta nella storia sotto il controllo di un unico impero. Il mar Cinese meridionale era diventato un lago giapponese.

Questo stato di cose non dovette durare a lungo, infatti ebbe termine nel 1945. i giapponesi avevano anche occupato l’isola Woody nell’arcipelago delle Paracels e Itu Aba (oggi isola Taiping) nell’arcipelago delle Spratly. Alla fine della II Guerra Mondiale, dopo il bombardamento atomico del Giappone, i filippini ottenevano l’indipendenza nel 1946 e l’arcipelago delle Spratly fu dichiarato subito territorio filippino.

Nel 1947 i cinesi accelerarono le loro manovre per recuperare le isole Paracels dalla tutela coloniale francese. Simultaneamente tutte le isole del mar della Cina del sud ricevettero dalle autorità cinesi un nome cinese. Il Banco James fu retrocesso dallo status di banco di sabbia a quello di barriera corallina (in effetti questo banco di sabbia è immerso, ma Pechino lo considera sempre come il punto più a sud del territorio marittimo cinese).

Nel dicembre 1947, tutte le isole della regione furono poste sotto il controllo di Hainan (anch’essa isola del Mar Cinese Meridionale). Nuove carte marittime, basate su quelle del signor Bai, furono pubblicate, ma ormai con i nomi in cinese non solo di tutte le isole ma anche delle barriere coralline e dei banchi di sabbia. Il problema è che nessuno ha mai spiegato il significato dei nove tratti (che in origine erano undici).

Dunque nel giugno 1947, la repubblica di Cina [non ancora comunista] rivendicava ogni cosa che fosse inclusa in questa linea, dichiarandosi disponibile, in un futuro prossimo, a negoziati per frontiere marine definitive con gli stati limitrofi, ma all’epoca nessuna frontiere fu decisa, facendo nascere un’ambiguità strategica nel Mar della Cina del Sud mai risolta fino ai giorni nostri.

La Cina comunista [nel 1949] riconobbe tutte le carte e le decisioni collegate ad esse. Nonostante questo la frontiera marittima tra la Cina e il Vietnam, per esempio, non fu stabilita che nel 1999. Nel 2009 la Cina incluse la linea a U la linea in nove tratti in una presentazione alla Commissione delle nazioni Unite per i limiti delle piattaforme continentali; era la prima volta che questa linea era utilizzata ufficialmente in un negoziato internazionale.

Non c’è da stupirsi che gli altri paesi dell’Asia del sudest si siano infuriati di questo culmine della transizione da una rete marinara popolata da culture seminomadi, verso il sistema westfaliano di definizione degli stati. Stava per debuttare la guerra post moderna nel mar della Cina del sud.

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La libertà per mezzo delle cannoniere

Nel 2013 le Filippine spinte dagli USA e dal Giappone, hanno deciso di portare la questione delle Zone economiche esclusive (EEZ in inglese) nel mar Cinese meridionale davanti alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto marittimo (UNCLOS nell’acronimo anglosassone), ratificato sia dalla Cina che dalle Filippine ma non dagli USA. L’obiettivo delle Filippine, come della Cina era di giungere a che l’UNCLOS e non ipotetici diritti storici, definissero quello che è un’isola, una barriera corallina e chi abbia il diritto di rivendicarle (con le zone economiche esclusive che si collegano nei dintorni).

La stessa esistenza dell’UNCLOS  è il risultato di feroci cavilli giuridici. Tuttavia alcune importanti nazioni, tra cui il gruppo dei BRICS, che sono la Cina, l’India e il Brasile e anche in modo significativo, il Vietnam e la Malesia, hanno dato battaglia per modificare una clausola della Convenzione UNCLOS che mirava a rendere obbligatoria per ogni ogni nave militare straniera la richiesta di un permesso di navigazione per penetrare all’interno di ogni zona economica esclusiva.

E’ a questo stadio che si entra  veramente in acque torbide, anche molto agitate, partendo dalla definzione stessa di libertà di navigazione.

Per l’Impero americano, la libertà di navigazione a partire dalla costa occidentale degli USA fino all’Asia, attraverso l’oceano Pacifico, il mar della Cina del sud, lo stretto di Malacca e l’oceano Indiano, è trettamente sottoposta alla sua dottrina militare. Immaginiamo che una zona economica esclusiva sia un giorno chiusa per la navigazione della marina militare USA o che un’autorizzazione debba essere richiesta ogni volta; in questo caso, l’Impero delle basi militari perderebbe l’accesso alle… sue basi.

Aggiungiamoci l’abituale paranoia del Pentagono; cosa capitirebbe se una nazione ostile decidesse di bloccare il commercio mondiale da cui dipende l’economia USA (anche se il postulato di partenza, nonostante che la Cina prenda in considerazione questa opzione, è proprio ridicolo)? A causa di questo ridicolo postulato di partenza, il Pentagono sviluppa veramente un programma sulla libertà di navigazione. Per entrare nel dettaglio, non si tratta di altro che di un programma di diplomazia delle cannoniere rimodernizzato al XXI secolo, consistente nello spettacolo permanente delle portaerei americane che incrociano nel mar della Cina del sud. Per i dieci stati membri dell’Associazione degli Stati dell’Asia del sudest (ASEAN), il Santo Graal di questo affare, sarebbe di addivenire a un Codice di buona condotta regolante le dispute marittime tra le Filippine, il Vietnam, la Malesia, il Brunei e la Cina.


La redazione di questo codice stenta ad essere realizzata da diversi anni, principalmente perché le Filippine desiderano premere sulla Cina affinché accetti una serie di misure limitanti, ma solamente dopo che i dieci stati membri dell’ASEAN avranno tutti trovato l’accordo preliminare su queste misure.


La strategia di Pecchino si situa all’opposto di questo modo di negoziare, infatti Pechino cerca di moltiplicare i negoziati bilaterali con gli stati dell’ASEAN [invece di negoziare con un gruppo di stati d’accordo tra di loro], nei quali può far valere tutto il suo peso di fronte a nazioni di taglia più modesta. E’ andata così, grazie al sostegno della Cambogia, ben evidente questa settimana, quando quest’ultima è riuscita ad impedire la condanna della Cina in un’importante diatriba con il Laos nella questione del mar della Cina del sud; la Cina e l’ASEAN hanno scelto di trattenere le loro ambizioni.

Ammirate Hillary fare l’Ercolino sempre in piedi

Nel 2011 il ministero americano degli Esteri rimase impietrito dall’annuncio dell’amministrazione Obama dell’intenzione di ritirare le truppe americane dall’Irak e dall’Afghanistan; cosa sarebbe successo alle ambizioni territoriali della superpotenza? Questa inquietudine sorse alla fine del mese di novembre 2011, quando l’allora ministro degli Esteri, Hillary Clinton, inventò una nuova dottrina, oggi celebre, quella del cardine verso l’Asia.

Sei direttrici di proiezione sono state inserite in questo cardine. Quattro di queste direttrici derivano da un copia/incolla del gruppo di riflessione basato a Washington, il CSIS (Center for Strategic and International Studies), risalente al 2009: rivitalizzare le alleanze esistenti, sviluppare relazioni con le potenze emergenti, sviluppare relazioni con le entità regionali multilaterali e lavorare in concerto con i paesi dell’Asia del sudest sulle questioni economiche. Hillary Clinton ha aggiunto di sua iniziativa, due direttrici: una larga presenza militare americana in Asia e la promozione della democrazia e dei diritti dell’uomo.

E’ chiaro a tutti, non solo ai paesi del sud, che a partire dalla creazione di questa dottrina, l’artificio retorico del cardine sia veramente solo un modo di definire l’offensiva militare per contenere la Cina. Fatto ancor più grave, questa dottrina ha fatto la sua comparsa nel momento geopolitico di una disputa territoriale marittima nell’Asia del sudest coincidente con il confronto  tra un egemone, gli USA e un avversario dipari livello, la Cina, e questo ovunque, nei teatri operativi di tutto il mondo.

Quello che Hillary Clinton voleva dire veramente quando parlava di “far partecipare le potenze emergente”, era piuttosto, secondo le proprie vedute, “unirsi nella fondazione e nella animazione di un ordine mondiale e regionale basato su regole di condotta”, regole di condotta evidentemente decise dall’egemone, gli USA, vale a dire da tutto il meccanismo messo in campo dalle entità del Consenso di Washington [FMI, Banca Mondiale e dipartimento del Tesoro USA].

Non è sorprendente  che il mar della Cina del sud sia di una importanza altamente strategica, in quanto l’egemonia amricana dipende largamente dalla sua capacità di regnare sui mari (ricordiamoci degli scritti di Alfred Mahan). Questo è il centro della strategia nazionale militare USA. Il mar della Cina del sud è il punto di passaggio decisivo che collega gli oceani Pacifico e Indiano, il golfo Persico e finalmente l’Europa. Ed è là che noi scopriamo l’ultimo segreto del mar della Cina del sud. nell’ordine mondiale e regionale immaginato da Hillary Clinton e dalla sua amministrazione, la Cina deve obbedire all’egemone americano e garantire la libera circolazione della Marina militare USA nel mare della Cina del sud.

Questo è prodromo di un’inevitabile aumento di intensità del confronto lungo queste rotte marittime. La Cina, lentamente ma con sicurezza, sviluppa una pamplia di armi sofisticate, che potranno come ultima risorsa, impedire l’entrata della Marina militare USA nel mar della Cina del sud, fatto non ignorato dai falchi di Washington.

Quello che aggrava la situazione è il fatto che si tratta di due strategie antagoniste. Pechino si definisce come potenza antimperialista; questo implica che essa recupera i territori nazionali strappategli dalle potenze coloniali con l’aiuto di traditori cinesi (quegli isolotti sui quali si è recentemente pronunciata la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, non sono nient’altro che degli scogli o dei rialzi di terra emersa che emergono solo con la bassa marea).

Gli USA d’altro canto, hanno la bocca piena del loro destino manifesto e della loro eccezionalità. Così sembra che il mar della Cina del sud sia la regione dove, molto più delle frontiere occidentali della Russia, degli Stati Baltici e dell’Irak/Siria, le regole decretate dall’Impero americano sono apertamente contestate.

La posta in gioco potrebbe diventare ancora più importante il giorno in cui la marina militare USA si vedrà vietare l’ingresso nel mar della Cina del sud. Quel giorno suonerà la fine dell’egemonia dell’Impero.