Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

L’ARMIR, l’Esercito fascista di occupazione dell’Urss al seguito delle armate naziste, continua a tenere banco nelle ricostruzioni storiche di parte e nelle polemiche che, con scadenza regolare, riaffiorano ogni qualvolta occorre distogliere l’attenzione dalla rinascita della potenza russa e dalla riscoperta dei valori e delle conquiste del socialismo reale, che è poi l’unico socialismo realizzato, con buona pace delle anime candide che coi loro irenismi non hanno costruito non solo il comunismo, ma nemmeno una seria socialdemocrazia di transizione.

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Quanto tutto sembrava andar “bene”…

Sull’ARMIR, come abbiamo avuto modo di constatare varie volte, la confusione regna sovrana: cifre ballerine, oscillanti secondo le modalità del pendolo propagandistico, documenti palesemente falsificati o di dubbia autenticità; testimonianze di comodo, contrastanti tra loro e senza il crisma della minima scientificità ed obiettività. Ci fu un periodo, nel 1992, in cui i tromboni dell’anticomunismo nostrano, addirittura, vollero convincere l’opinione pubblica che i soldati in Urss li aveva mandati a morire Togliatti e non, invece, Benito Mussolini, con le armi e i gagliardetti benedetti dai preti. Negli anni passati, addirittura, è stato scoperto, alle porte di Mosca, un centro per la falsificazione “scientifica” dei documenti d’archivio del periodo comunista, con timbri, carte, bolli e tutto un apparato logistico – materiale approntato per il taroccamento. A denunciare il tutto fu, alla Duma, il Deputato comunista Ilyukhin, guarda caso morto poco dopo, in circostanze assai dubbie… Si esaminarono documenti sulle fosse di Katyn, su Beria, su Stalin, sulle trattative tra Urss e Germania e si riconobbero, inconfutabilmente, le “stimmate” della falsificazione, dell’inquinamento, dell’interpolazione di interi incartamenti. Personaggi al vertice della politica ai tempi di Gorbaciov e di Eltsin, storici, militari, archivisti, furono chiamati in causa e riconobbero le malefatte, ma il manto protettivo della politica compiacente intervenne a coprire tutto. Come si poteva riconoscere, ufficialmente, e dalle più alte cariche dello Stato, che tutta la storia diffusa sul comunismo dopo il 1989 era composta da bufale preconfezionate in modo tale da trarre in inganno persino inossidabili comunisti in buona fede? E’ lecito supporre che, tra i documenti falsificati, ve ne fossero e ve ne siano ancora anche molti riguardanti l’ARMIR, naturalmente costruiti ad arte per accreditare il mito di decessi in massa nei campi di prigionia sovietici (come se, oltretutto, un Paese devastato dai nazifascisti, che aveva avuto anche per mano nostra 20 milioni di morti, fosse tenuto a garantire caviale e champagne a chi l’aveva aggredito!).

A distanza di 70 e più anni, se più o meno siamo riusciti a sapere quale fu la consistenza numerica dell’ 8° Armata italiana in Russia, ossia 230.000 uomini agli ordini del Generale Italo Gariboldi (c’è però anche chi sostiene che il numero sia eccessivo, utilizzato per gonfiare artatamente il numero dei caduti e dispersi), molti sono i margini di incertezza circa il numero effettivo di soldati caduti prigionieri, per via di documenti tra loro contrastanti, in aperta contraddizione. Le autorità russe anticomuniste, dopo il 1991, ci hanno propinato la cifra di 40.000 morti italiani nei campi di prigionia sovietici: una cifra, questa, assurda, che presto si dovette ridurre per evidenti, palesi incongruità. Si trovarono, infatti, ben 6000 nomi ripetuti più volte e si dovette scendere, in prima battuta, a 34.000 nominativi. Dopo anni di ricerche, raffronti e “ripuliture” operate da storici di provata fede anticomunista ed antisovietica, si scese (udite udite!) a 24.200 nominativi e qui il colpo di scena: anche questi 24.200 cognomi, a parte poche eccezioni, non è stato possibile associarli ad una morte certa, effettivamente avvenuta. Si tratta di dispersi per i quali non v’è alcuna notizia sicura, tanto che i familiari ancora vivi, sulla pelle dei quali si è consumata la cinica operazione di criminalizzazione del comunismo, quasi che a mandarli in guerra fosse stato Stalin, hanno alla fine protestato e chiesto i dovuti chiarimenti alle reticenti autorità che il lavoro degli storici avevano “patrocinato“. Naturalmente, da parte del Ministero della Difesa (lo stesso che, assieme alla Procura generale militare, per decenni aveva “dimenticato” negli scantinati e negli “armadi della vergogna“ faldoni interi sui crimini nazisti), non sono venuti mai lumi e risposte soddisfacenti. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, Carlo Vicentini, dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, chiarisce in maniera esemplare come avveniva la registrazione dei decessi:

“la registrazione giornaliera dei decessi era compito dei soldati incaricati del controllo delle presenze: essi annotavano per lo più, solo cognome e nome del morto (qualcuno aggiungeva la classe ed il grado) in base alle dichiarazioni dei compagni di bunker o di baracca”.

I dati compilati frettolosamente, e con larghi margini di errori, data la fonetica sconosciuta ai russi, venivano poi inviati alle autorità centrali, che provvedevano a riscriverli. Ebbene, come vennero riscritti questi nomi? Nel caos della guerra, vi furono comprensibilissime difficoltà logistiche, la disorganizzazione regnava e tutto questo non poté non influenzare la redazione dei registri dei decessi dei campi di prigionia. Come abbiamo sopra accennato, vi furono sbagli anche clamorosi, con ripetizioni frequenti degli stessi nominativi:

le trascrizioni successive di questi dati, fatte manualmente in corsivo (solo di rado dattilografate) hanno quasi sempre mutato il testo iniziale, ammesso che fosse esatto. In base a tali dati sono state redatte, sempre a mano, le schede individuali dello schedario generale di Mosca e queste sono state la base per la compilazione computerizzata degli elenchi giunti fino a noi”.

Moltissimi nominativi forniti dalle autorità russe – si faccia attenzione a questo elemento centrale – non trovavano corrispondenza alcuna negli elenchi dei soldati dispersi sul fronte russo. Anche in ordine ai soldati catturati, i bollettini sovietici del 1943 parlavano di 80/100.000 prigionieri, ridotti poi, chissà perché, a 70.000, poi a 60.000 e anche meno, a seconda delle fonti. Degli 8268 nominativi di deceduti ricondotti al famigerato campo di Tambov, solo per fare un esempio, alla fine ne vennero certificati solo 4053. Insomma, non c’è che dire: un bel groviglio! in queste ambiguità, incongruenze, inesattezze, non è difficile scorgere i segni di una falsificazione volta a deviare l’attenzione da altre scoperte ben più corpose: ricordiamo che, alla fine degli anni ’80, lo storico polacco nazionalista Jacek Wilczur, (il quale, alla faccia degli anticomunisti ululanti contro la Polonia popolare, poté sempre operare in piena libertà sotto la democrazia socialista) scoprì varie tombe ricollegabili ai soldati italiani dell’ARMIR catturati dai nazisti e uccisi in vari modi. La congiura del silenzio cercò di soffocare questo lavoro, poi, quando i suoi strateghi non poterono più farlo, quella congiura si tramutò in deviazione dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale verso i campi di prigionia sovietici e verso i “crimini” dell’NKVD, ovvero verso crimini commessi dai nazisti e addossati all’Urss (Katyn, tanto per citare un caso).

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Propaganda anticomunista

Anche sul numero dei decessi “accertati” di prigionieri, però, la partita è tutt’altro che chiusa: i campi di prigionia sovietici, nei primi tempi (primavera 1943), erano sottoposti ad una vigilanza che definire all’ “acqua di rose“ è una gentile concessione. In un Paese devastato dai nazifascisti e da ricostruire, è evidente che le forze dell’NKVD e dell’Armata Rossa avessero altro a cui pensare, che non piantonare prigionieri italiani smunti, laceri, spesso abbandonati dai loro superiori in grado e, nella maniera più vile e cinica, dai nazisti. Di questo ci offre uno spaccato eloquente un’altra fonte al di sopra di ogni sospetto lo storico Arrigo Petacco, che nessuno può tacciare di simpatie comuniste. Ne “L’Armata scomparsa”, egli scrive:

“l’organizzazione interna (nei campi di Tambov, Khrinovoje, Miciurinsk, Suzdal, Oranki e altri ancora, ndr) era praticamente inesistente. A Khrinovoje, per esempio, il campo era formato da alcune costruzioni adibite in passato a scuderie (…). Anche la vigilanza era relativa: all’interno del campo i prigionieri erano lasciati liberi di scannarsi a vicenda per una coperta o un tozzo di pane. All’esterno poche guardie, immerse nella neve, coperte dal pelliccione da scolta scampanato e lungo fino a terra, voltavano indifferenti le spalle. Il lato che confinava con la steppa o con il bosco non era neppure vigilato o chiuso da un recinto. Tanto, fuggire equivaleva a morire“.

Se la conclusione macabra è una deduzione impropria dell’autore, dal momento che il bosco russo è, da sempre, anche tesoro di preziose risorse alimentari da sempre (si pensi alle battute di caccia e alle raccolte massicce di funghi narrate da un’altra fonte di parte anticomunista, Varlam Shalamov, autore de “I racconti di Kolyma“), Petacco non mente quando descrive il livello di vigilanza presente nei campi sopra richiamati nei primi tempi della loro istituzione. Questo fatto, inoppugnabilmente, rendeva facilissime le fughe di prigionieri; dal momento che, come abbiamo visto, i decessi venivano segnalati alle guardie dagli stessi prigionieri, è consequenziale e logico pensare che la gran parte delle morti annotate nei registri fossero, in realtà, fughe mascherate da decessi da parte dei compagni dei fuggiaschi, i quali avevano buon gioco ad agire così in quanto, il più delle volte, le sepolture avvenivano in maniera sommaria e nessuno tra i guardiani – o quasi nessuno – pretendeva l’esibizione del cadavere. Petacco, però, è illuminante, nel suo racconto, anche rispetto alle modalità di redazione dei registri dei decessi e, nella sua esposizione, approfondisce e va oltre la stessa disamina di Carlo Vicentini, pur da lui citato in cinque pagine della sua opera. Nel capitolo “Il mistero dei dispersi“, leggiamo:

“anche dopo il crollo dell’URSS, quando gli archivi del KGB furono aperti agli inviati del nostro governo, non fu ugualmente possibile venire a capo della vicenda. Risultò infatti che i prigionieri arrivati ai campi venivano registrati al loro ingresso e controllati alla fine di ogni mese. Ma i controllori si limitavano ad elencare dei numeri senza fornire spiegazioni quando quei numeri non corrispondevano. Un esempio per tutti: il 1° maggio del 1943 figurano presenti nel lager n° 188 di Tambov 2500 prigionieri italiani. All’inizio del mese successivo i prigionieri risultano 160. Ma non è spiegata la causa della drastica riduzione. Ossia se sono morti, se sono trasferiti o l’una e l’altra cosa insieme“.

In poche parole, le registrazioni dei morti potrebbero esser state, almeno in certi casi, dettate più da approssimazione e da stime eseguite, che non da una prassi scientifica e rigorosa di registrazione. Certo, le condizioni nei campi di prigionia sovietici non erano idilliache e questo per ovvi motivi; specie nei primi tempi – lo ripetiamo – vi furono difficoltà insormontabili, situazioni ai limiti dell’emergenza, in un Paese saccheggiato e messo a ferro e fuoco dai nazifascisti. Se il pane mancò per lungo tempo, fu per colpa di chi aveva distrutto granai e incendiato kolkhoz e sovkhoz, non certo del potere sovietico che, anzi, fece di tutto per migliorare le condizioni dei prigionieri, portando ordine, rigore, disciplina e regolarità degli approvvigionamenti nei vari campi, dopo i primi mesi tremendi del ’43.

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Propaganda…

Innanzitutto, va detto che molti soldati italiani arrivarono ai campi di prigionia già stremati dai combattimenti, dal “si salvi chi può“ imperante dopo la disfatta dell’ARMIR, con generali e colonnelli fascisti (e anche qualcuno della truppa) che, spesso, alla faccia della solidarietà umana, pensarono a salvare la loro pelle e basta, quando addirittura non bruciarono, d’intesa coi nazisti, depositi di vettovaglie e magazzini con indumenti e altri generi di conforto (le denunce precise ed articolate di Robotti e di altri in questo senso, non furono mai confutate in sede giornalistica e giudiziaria). In secondo luogo, va sottolineato che, specie nei primi tempi, il vero potere all’interno dei campi di prigionia era nelle mani degli stessi militari italiani internati. A dirigere e coordinare tutto, i sovietici, che avevano ben altri pensieri e priorità, collocarono generali, colonnelli, tenenti e soldati anziani. Laddove questi erano umani, comprensivi, onesti e magari pure di fede antifascista, per i prigionieri i patimenti erano meno pesanti; laddove invece vi erano dei fascisti inveterati, che fingevano soltanto davanti agli occhi dei sovietici, per puro opportunismo, di essersi convertiti al credo democratico e al marxismo – leninismo, le traversie e, spesso, le tragedie, erano assicurate per i poveri soldati prigionieri. Cibo distribuito con criteri discrezionali ai loro tirapiedi, soprusi e soperchierie quotidiane, corvè imposte ai compagni di prigionia: nel carniere delle malefatte dei kapò fascisti vi fu ogni nefandezza possibile, e ciò non poté che incidere anche sull’andamento della mortalità nei campi, specie dal febbraio al giugno del ’43. Accanto agli italiani, vi furono i rumeni della Bessarabia che avevano combattuto con l’Asse e gli ungheresi, a distinguersi per crudeltà contro italiani e prigionieri di altre nazionalità. Al contrario di quelli nazisti, però, questi kapò non poterono contare su protezioni in alto loco. Infatti, venute all’orecchio di Stalin e del Vk (b) P le vergogne e i crimini di questi aguzzini e dei loro complici, si abbatté sulle loro teste la mannaia della giustizia sovietica, equa ed inflessibile come sempre. Ancora una volta, affidiamo la narrazione di questi fatti all’anticomunista e antisovietico Petacco ; egli cita, come testimone, nientemeno che don Guido Turla, feroce nemico dell’ideologia comunista e dello Stato sovietico, presente nella Campagna di Russia tra le forze italiane:

“Don Guido Turla riferisce che, in quei giorni ( siamo nella tarda primavera del ’43. Ndr), un fuoriuscito italiano comunista (Vincenzo Bianco?) visitò per la prima volta il campo (quello di Khrinovoje, dove le condizioni di vita erano ai limiti della vivibilità, ndr e promise il suo intervento. Qualche tempo dopo le sentinelle sovietiche informarono i prigionieri che era giunto un prikaz, un ordine: Stalin non vuole più morti. ‘I russi – racconta il cappellano – mi riferiscono quest’ordine e non nascondono la loro paura. Sanno che se qualcuno ha sbagliato ora dovrà pagare‘. Infatti, nei giorni seguenti il comandante del campo e i suoi subalterni furono tutti passati per le armi nel piazzale del lager“.

Altro che tolleranza verso i criminali ! Altro che Stalin complice del lassismo, dei crimini, della corruzione di alcuni funzionari periferici infedeli. L’occhio del Piccolo Padre tutto vedeva e pesava, anche in quei tragici giorni, senza nulla concedere a giustizie sommarie e ad abusi. La superiorità della civiltà sovietica, stava anche nel trattare umanamente chi con una divisa straniera aveva invaso il Paese non per sua volontà, ma perché costretto. E, naturalmente, nell’individuare e colpire i nemici travestiti opportunisticamente da amici, ora che i rovesci dei vari fronti minacciavano l’uragano sulla peste bruna. Si è parlato anche (principalmente per bocca di Don Guido Turla) di atti di cannibalismo compiuti nei campi di prigionia nei primissimi tempi, atti che sarebbero poi stati puniti severamente dai sovietici e dai sorveglianti interni. Su questo terreno, però, preferiamo non entrare e non per ritrosia nel parlare di argomenti certamente scabrosi, macabri e anche velati di bestialità, la bestialità che ogni guerra porta con sé, ma perché sono davvero flebili le prove a sostegno della realtà di simili azioni che, se fossero state davvero compiute, chiamerebbero in causa non certo l’Urss, ma chi aveva portato ovunque fame in terra straniera fino alla disperazione. Anche quando certi fatti rientrano nei documenti sovietici, essi vi rientrano come ipotesi di reato da perseguire, non come crimini certamente commessi e puniti, come pretendono certuni, che allo scrupoloso lavoro filologico di analisi delle fonti preferiscono un sensazionalismo da film horror. Finché i contorni di quei fatti non saranno chiariti, preferiamo, per rispetto umano e per onestà intellettuale, non profonderci in racconti che farebbero la gioia di un Lovercraft, ma non quella di un amante della verità.

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Il campo di prigionia di Tambov in un disegno del 1946 eseguito da Giuseppe Rossi.

Dal momento in cui Stalin impartì l’ordine di portare legalità e rigore nei campi di prigionia, le cose per i soldati andarono sempre meglio. Il numero dei decessi, quali che siano i dati che si intende prendere a riferimento, diminuirono drasticamente e le condizioni di vita divennero accettabili, a volte persino migliori di quelle di tanti cittadini sovietici che, avendo perso tutto per colpa delle belve hitleriane, si ritrovarono a dover costruire tutto da zero, vivendo in capanne, rifugi sotterranei (zemljanki ), parti di stazioni non distrutte ecc. La grande Urss si tolse il pane di bocca per sfamare chi l’aveva occupata e calpestata coi suoi stivali: se i criminali di guerra conobbero l’inesorabile pugno della giustizia operaia e contadina, la truppa, specie italiana, fu trattata con clemenza e sopravvisse solo grazie alla generosità del popolo sovietico, prima e dopo la prigionia. Abbandonati dagli “alleati“ nazisti, i soldati italiani vennero nutriti e scaldati a decine di migliaia nelle izbe di pacifici e umanissimi contadini russi, gente che magari aveva figli e parenti stretti al fronte, ma sapeva distinguere, come solo sa fare il popolo lavoratore, tra capi e gregari, tra guerrafondai e uomini che la guerra la stavano subendo loro malgrado. Molti dei soldati salvati in questo modo da morte sicura, nel dopoguerra non vollero tornare e divennero cittadini sovietici, cambiando nome e cognome: questo fatto, negato da tutta la pubblicistica anticomunista, è invece ribadito e messo in evidenza da varie fonti. L’Italia che li aveva mandati in guerra era, da questi uomini, talmente odiata e disprezzata che, al termine del sanguinosissimo conflitto, essi decisero di voltarle le spalle e di rifarsi una vita nella nuova Patria sovietica. Diverse persone date per morte (ecco l’attendibilità di certi documenti!) furono comprese in certificati di morte presunta, non essendo possibile indicare i loro cadaveri e, d’altro canto, non essendovi prova della loro esistenza in vita dopo il 1944/45 e, in particolar modo, dopo l’ultimo rimpatrio del 1954. In “Lettere dal Don“, di Pino Scaccia, giornalista rigoroso e non certo di fede bolscevico – stalinista, racconta la storia di un villaggio, Filonovo, presso il quale vivono o sono vissute varie donne figlie di soldati italiani; viene poi menzionato un reduce, La Guidara, autore di “Ritorniamo sul Don“ (1963), che parlò di numerosi italiani, ex soldati dell’ARMIR, da lui incontrati nel 1960 in Ucraina vivi e vegeti (li presentò come trattenuti dal regime, ma ciò è ragionevolmente impossibile, visto che poté incontrarli liberamente, senza impedimenti ). Lo stesso Scaccia, nel blog di “Lettere dal Don“ ricorda, in un commento interlocutorio:

“Il caso di Arturo Campalto, il camionista di Vicenza che vive e lavora a Kiev, è sintomatico: nel paese di origine c’è anche il nome nella lapide dei caduti. Ovvio che lo hanno dato per deceduto. E’ sicuro, per esempio, che molti antifascisti sono rimasti in Russia perché in Italia c’era ancora il regime. Una cosa è certa: sia la prima volta che sono stato nella valle del Don che la seconda ho raccolto molte testimonianze che parlavano degli ‘ italiani ‘ “.

Ancora oggi, ammettere che tanti italiani preferirono fingersi morti, e magari produrre documenti in tal senso per avvalorare la bugia, piuttosto che tornare in un’Italia dove i fascisti non mollavano la presa e già si stavano riciclando in massa, è per gli anticomunisti in servizio permanente effettivo un trauma da evitare in ogni modo. Il loro costante rivolgere la testa all’indietro impedisce ogni analisi obiettiva, onesta e spassionata di ciò che fu. Figuriamoci se questi anticomunisti ottusi e subdoli hanno la franchezza e l’onestà intellettuale di un Arrigo Petacco o di un Enrico Reginato o di un Egisto Corradi nel raccontare come si viveva nelle izbe o nei campi dopo le sane misure di “pulizia” disposte da Stalin e dal governo sovietico contro aguzzini, grassatori e criminali! Abbiamo scelto questi tre autori, tutti anticomunisti a mille carati, proprio per rimarcare la differenza tra loro e certa pubblicistica e memorialistica accecata dall’odio antisovietico.

“Per trascorrere le lunghe giornate, – scrive Petacco – i prigionieri si dedicavano al lavoro di ristrutturazione degli ambienti improvvisandosi falegnami o muratori. Altri rileggevano i loro gualciti diari correggendo o aggiungendo impressioni. Di tanto in tanto, all’improvviso, una squadra di soldati invadeva le camerate per periodiche perquisizioni (…). Malgrado la mancanza degli utensili necessari, fioriva l’artigianato. Con l’aiuto di un seghetto sdentato o di un coltello arrugginito, venivano realizzati autentici capolavori: bastimenti, giocattoli, pettini d’osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile. Racconta Carlo Vicentini che due ufficiali riuscirono addirittura a costruire un orologio a pendolo con ingranaggi di legno e rotelle fatte a chiodi. Era anche preciso: tardava di appena un’ora al giorno e il successo fu grande. Dopo il primo ne dovettero costruire altri perché il mercato, fra i russi, tirava molto. Più tardi qualcuno si ricordò di aver ricevuto pochi anni prima una certa istruzione (…) fu così che alla produzione di calzini, carte da gioco e utensili vari, si aggiunse una consistente attività culturale. Un nobile pugliese, di nome Ferrante, cominciò a dare lezioni d’inglese. Un certo Martelli, bolognese, laureando in ingegneria, insegnò ai suoi volonterosi allievi la geometria analitica, i medici dissertarono di anatomia e di biologia. Il tenente Sandulli (…) tenne un corso di diritto civile e costituzionale (…) Un tenente umbro portò a termine un lavoro che pareva irrealizzabile. Intervistando uno per uno i compagni più colti e stimolando i loro ricordi di scuola, riuscì a compilare una storia della letteratura italiana che conteneva i brani più noti della Divina Commedia, del Petrarca, del Boccaccio e del Tasso, del Foscolo, del Leopardi, del Carducci fino a D’Annunzio“.

Un quadro che, incontestabilmente, pone i campi di prigionia sovietici su un terreno ben diverso dai campi nazisti e, anche, dai campi alleati, nei quali i prigionieri morivano come le mosche tra l’abbrutimento, la fame più nera, il più crudele terrore.

L’ufficiale medico degli alpini Enrico Reginato, nel suo libro dal titolo “12 anni di prigionia nell’Urss“, parla, tra l’altro, della festa per il suo compleanno il 5 febbraio del 1946:

“Tutti concorsero con regali e auguri a farmi trascorrere lietamente quella giornata. Ebbi in dono una scatola di sigarette, una saponetta e un paio di calze. Un ungherese mi fece omaggio di un astuccio in legno sul quale era stato artisticamente scolpito il profilo del Monte Cervino. Per l’occasione ci fu anche un pranzetto, che terminò con un brindisi in versi di Italo Stagno (…)“.

Ogni commento ci appare superfluo. Non è tutto: Reginato riconosce che, contro i soprusi di alcuni appartenenti agli organi di sicurezza sovietica, la giustizia del primo Stato operaio e contadino puntualmente riconobbe i diritti dei prigionieri.

“Un secondo sciopero – si legge nell’opera sopra citata – venne iniziato quando i sovietici pretesero di imporci il lavoro. Avevamo accettato di andare nella foresta a spaccar legna, ma ciò non doveva costituire un obbligo. Le stesse autorità russe, in analoghe precedenti circostanze, avevano riconosciuto la facoltà del lavoro volontario per gli ufficiali delle cosiddette piccole nazionalità, cioè per tutti, esclusi i tedeschi. Di fronte alle ingiuste imposizioni del comando piantammo una grana formidabile e riuscimmo ad ottenere l’intervento di un ufficiale di polizia, giunto espressamente dalla capitale della Repubblica dei Mari. La questione fu a lungo dibattuta, con esito conforme ai nostri diritti. L’ufficiale riconobbe che la ragione stava dalla nostra parte“.

Ce lo vedete un uomo di Himmler discutere una controversia di lavoro con gli ebrei dei lager e, alla fine, dar loro ragione dopo una disamina obiettiva del nodo del contendere?
Egisto Corradi, autore de “La ritirata di Russia“, è infine prezioso non per la descrizione dei campi di prigionia, ma per aver sviscerato una per una le menzogne fasciste sulla guerra e i contorni non certo chiari di battaglie pur esaltate ed epicamente assurte a simboli intoccabili dell’immaginario della Campagna di Russia. Egli analizza uno per uno i bollettini fascisti e nazisti sulle operazioni belliche in Urss, mettendo in evidenza le macroscopiche falsità, le montature, le distorsioni sistematiche operate in nome di una propaganda menzognera e criminale . Due esempi, in questo senso:

“21 gennaio 1943. ‘Forti attacchi ovunque respinti. A Stalingrado, i tedeschi lottano eroicamente in condizioni sempre più difficili’ . Da una corrispondenza italiana da Berlino: ‘ L’Armir ha respinto gli assalti talora successivi di ben sette armate sovietiche ‘. (Non si comprende il senso di questa corrispondenza. L’Armir era in dissoluzione)“.

“31 gennaio 1943. ‘Dai giornali italiani: ‘Mussolini nel ventennale della Milizia: Non molleremo mai fino a quando saremo capaci di tenere in pugno un’arma‘ “. (I resti del Corpo d’Armata alpino giungono sulle linee tedesche a nord di Karkov dopo due settimane di ritirata)“.

Un quadro impietoso, quello di Corradi, delle menzogne sulla base delle quali fu scatenato un conflitto immane, bestiale, in odio alla prima Patria che aveva portato al potere i lavoratori, liquidando il giogo dello sfruttamento, e che pertanto era, oltre ad un Paese immenso e ricchissimo, anche un “ cattivo esempio da estirpare“.

Si potrebbe parlare poi delle scuole di antifascismo attivate in Urss per iniziativa del PCI e del VK (b) P, con l’entusiastica partecipazione di esuli antifascisti di indistruttibile fede comunista, primo tra tutti il compagno Paolo Robotti. Si potrebbe raccontare nel dettaglio la gloriosa storia del giornale “L’Alba“, narrare le vicende di tanti prigionieri dell’ARMIR convertiti non certo con la coercizione, ma con la forza dell’esempio e del messaggio liberatore del marxismo – leninismo, alla fede antifascista e progressista… Si potrebbe certamente, ma sviliremmo un capitolo di importanza capitale che preferiamo trattare degnamente in un prossimo studio, sempre con al centro le vicende umane dei protagonisti e fonti al di sopra di ogni sospetto.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Arrigo Petacco: “L’Armata scomparsa“ (Mondadori, 1998)
Enrico Reginato: “12 anni di prigionia nell’Urss “ (Garzanti, 1971)
Egisto Corradi: “La ritirata di Russia“ (Longanesi & C., 1965)
Pino Scaccia: “Lettere dal Don“ (RAI – ERI, 2011)
https://letteredon.wordpress.com/2014/01/29/quelli-che-sono-rimasti/
http://www.plini-alpini.net/wp-content/uploads/html_pdf/Istruzioni_per_consultazione_documentazione_prigionieri.pdf

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Ponte rotto

Ponte rotto

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI GUIDO FONTANA ROS

sestazona
La VI zona operativa: dove operarono le divisioni garibaldine della Cichero e della Pinan-Cichero

Recentemente mi è passato per le mani l’interessante libro di G.B. Lazagna (Carlo), “ponte rotto“, 2005, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, Milano. Si tratta della cronaca storica della divisione partigiana “Pinan – Cichero“, attiva nella VI zona operativa, vale a dire un grosso quadrilatero a cavallo tra Piemonte e Liguria, tra Genova, Chiavari, Bobbio e Tortona. Questa cronaca è redatta da un testimone oculare, l’autore stesso, e scritta dal giugno al settembre del 1945. 

In prima battuta il libro doveva essere tradotto in inglese per far conoscere al pubblico britannico il contributo dato dal movimento partigiano italiano alla lotta contro il fascismo, ma non se ne fece nulla, per cui l’autore lo pubblicò per la prima volta in mille copie a Genova con il patrocinio del giornale “Il Partigiano” nel febbraio del 1946. Seguirono altre edizioni successivamente corrette dall’autore che tra l’altro fu oggetto in due distinte occasioni di una persecuzione giudiziaria; infatti per ben due volte fu incarcerato: una prima volta nel 1972 in occasione del processo Feltrinelli a Milano e una seconda volta nel 1974 in occasione del processo di Torino alle Brigate Rosse. L’edizione che ho letto è l’ultima, l’unica uscita postuma. 

Libro molto interessante e bisogna dire che fa bene allo spirito trovare ogni tanto non il solito libro sulla Resistenza scritto da “obiettivi” (sull’obiettività di molti storici meglio lasciar perdere) storici o da cialtroni revisionisti quando non del tutto fascisti.

Ne voglio riportare alcuni stralci che esemplificano quando detto dal compagno Davide Spagnoli in questa conversazione.

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Il comando della divisione garibaldina Cichero

Sul ruolo della Resistenza nel tagliare le comunicazioni ai nazifascisti

Da pagina 154 fino a pagina 157:

Scendi a valle dai tuoi monti.

Al fine di ottobre si chiuse per noi il periodo del massimo sforzo organizzativo. In tutti i rami militari, ausiliari e civili, si erano organizzati i servizi necessari: essi erano sorti secondo le attitudini ed i desideri di ogni partigiano. Non si può dire che a partire da ottobre la nostra organizzazione sia stata stabile, perché nuovi bisogni sorgevano sempre. Gli avvenimenti sconvolgevano gli organismi che dovevano continuamente essere rinnovati o ricostituiti. Nondimeno, tutti i servizi funzionavano bene, ed in ciascuno di essi si distinguevano quei partigiani le cui particolari capacità permisero a questi organismi di progredire continuamente.

Il giornale “Il Partigiano ” del 24 ottobre, portò un encomio del comando di zona:

Meritano un encomio, il comando e i distaccamenti della 58a brigata garibaldina Oreste, per le alte doti combattive dimostrate nelle numerose azioni condotte sempre con felice esito in questi ultimi giorni“.

Di questo encomio fummo molto soddisfatti, poiché il comando di zona ne era particolarmente avaro.

Ci preparammo ad altre azioni offensive. Studiammo un piano di sabotaggio alle linee elettriche ad alta tensione per paralizzare le ferrovie nemiche. In alcuni incontri con un ingegnere delle linee elettriche, studiammo ogni particolare sulle interruzioni da effettuare, per le quali fu dato incarico a Mina insieme ad altri sabotatori.

 Il 4 novembre la nostra staffetta tornò dal comando di divisione con una busta ed il seguente ordine del giorno:

Stamani, nell’anniversario dell’armistizio che l’Italia ha imposto all’esercito austro-ungarico e tedesco nella grande guerra, il battaglione alpino “Vestone” è passato al completo nelle file della 3a divisione garibaldina Cichero. Gli alpini hanno così ritrovato la vera Italia, quell’Italia nostra ed onesta che combatte sui monti per la sua libertà. Il comando della 3 a divisione garibaldina Cichero saluta gli alpini del battaglione “Vestone” e plaude al loro gesto, alla ritrovata fraternità nel nome dell’italia“.

Era la vittoria dei nostri sacrifici, della lotta portata per molti mesi con la propaganda e coi colpi di mano dai nostri compagni delle brigate Berto e Jori. Queste potevano finalmente rioccupare la Val Trebbia e ristabilire completo il nostro stato partigiano. Già i continui attacchi alla divisione “Monterosa” l’avevano ridotta da sedicimila o ottomila uomini. Gli altri ottomila erano tornati alle loro case, o si erano uniti a noi, o erano feriti o morti. A Bobbio una compagnia di alpini si era già unita alla nostra divisione Aliotta. ora erano conquistati mortai, mitragliatrici, munizioni, di cui avevamo bisogno, e poi muli, coperte, divise.

Il 6 novembre arrivò a Cabella una compagnia del battaglione “Vestone”. Fu una gran festa a Cabella: dei centotrenta uomini quaranta decisero di restare con noi, altri di raggiungere le loro case, altri ancora di fare i partigiani in zone più vicine alle loro case.

Fu costituito nella brigata Oreste il distaccamento Vistù, formato da ex-alpini e vecchi partigiani. Sulle loro divise grigio-verdi legarono un fazzoletto rosso e diventarono in seguito ottimi partigiani.

L’armamento della nostra brigata  fu completato dall’arrivo di mortai e delle maschinengewehr, portateci dagli alpini. I muli furono dati all’intendenza per il trasporto di viveri in montagna ed ogni distaccamento ne ebbe uno per portare le sue armi pesanti e le sue munizioni. 

I mortai furono piazzati a S. Clemente, a Mongiardino, a Roccaforte, a Pertuso, per difendere la nostra zona.

Alcuni dei migliori alpini furono mandati nei distaccamenti come mitraglieri, data la loro abilità appresa nei lunghi mesi di esercizio nei campi di addestramento tedeschi. Questo valse ad aumentare considerevolmente la capacità combattiva di tutta la brigata, composta in maggioranza da giovani che non avevano mai fatto il servizio militare.

Le nostre azioni militari  si erano moltiplicate tanto che spesso i distaccamenti trascuravano di segnalarle.

Il 1° novembre i sabotatori fecero saltare a Pietrabissara due piloni della linea ad alta tensione di 60.000 volts che alimentava la ferrovia.

Il 1° novembre il Franchi distrusse a Vocemola un camion tedesco , uccidendo tre tedeschi.

Il 1° novembre il Villa distruggeva a Ronco una macchina tedesca causando due morti.

Il 2 novembre il Castiglione attaccava una macchina tedesca presso Stazzano. Quattro morti tedeschi di cui due ufficiali. 

Il 2 novembre il Villa ad Arquata uccideva tre tedeschi e distruggeva un autotreno tedesco. 

Il 3 novembre Scrivia e Toscano uccidevano due motociclisti a Vocemola. 

Il 3 novembre venivano fatti saltare a Stazzano due piloni della linea ad alta tensione di 60.000 volts. 

Il 4 novembre Toscano uccideva sulla camionale un colonnello, un ufficiale di stato maggiore, un tenente, un capitano, distruggendo successivamente due macchine tedesche a colpi di bombe a mano.

Il 4 novembre Gallo della brigata Arzani distruggeva gli impianti telefonici di Volpedo e asportava quindici centralini con cui i tedeschi davano l’allarme.

Il 5 novembre Mina, con una pattuglia, si recava ad Arquata dove era un presidio di tedeschi e brigate nere. Dopo due ore di appostamento nelle vie della cittadina, attaccava un pattuglione di tedeschi uccidendone sei e ferendone due.

Il 5 novembre il distaccamento Verardo distruggeva presso Isola un camion tedesco, causando quattro morti e due feriti.

Il 6 novembre Minetto attaccava una colonna tedesca causando feriti e danni ai camion.

Il 7 novembre veniva fatta saltare dai sabotatori la linea ad alta tensione da 120.000 volts presso Monte Spineto. Con questa azione veniva paralizzata la linea ferroviaria Genova-Milano per ben cinque giorni.

Tutte queste azioni nel giro di una settimana. Estendete  queste azioni per tutta la lunghezza delle retrovie della Linea Gotica ed avrete un’idea dell’enorme danno inflitto alle comunicazioni dei nazisti. Inoltre aggiungete anche le azioni delle formazioni partigiane nelle valli alpine e quelli dei GAP nelle città e capite che se gli Alleati non fossero stati così “avari” di aiuti (soprattutto esplosivi, mitragliatrici pesanti, armi controcarro e mortai), molti scontri e rastrellamenti avrebbero avuto ben altro esito.

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Partigiani sovietici della Pinan-Cichero

L’oscura storia del sostegno americano ai fascisti e criminali di guerra ucraini

L’oscura storia del sostegno americano ai fascisti e criminali di guerra ucraini

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI ANDREY PANEVIN

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Il sostegno  americano al fascismo ucraino odierno per quanto possa apparire impressionante non è tuttavia un fenomeno politico nuovo. Documenti della CIA desecretati secondo il FOIA. dal titolo “The NAZI War Crimes Declassification Act”, mostrano come la CIA non solo controllasse i gruppi di fascisti ucraini durante e dopo la II GM, ma come li aiutasse attivamente proteggendoli dalla legge. Questi e altri documenti possono essere reperiti nella CIA’s Freedom of Information Act Electronic Reading Room. I documenti seguenti sono alcuni fra i molti che attengono alla protezione accordata dall’America ai criminali di guerra di tutto il mondo.

STEPAN BANDERA

 

Stepan Bandera, che fu il capo dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti ucraini), è un uomo venerato dalle attuali autorità ucraine ed è visto dai battaglioni fascisti ucraini come un eroe nazionale. I politici occidentali con i mezzi di comunicazione dominanti hanno svolto un buon lavoro nell’oscuramento del suo ruolo nella storia dei movimenti fascisti e ultranazionalisti dell’Ucraina. Egli fu infatti un assassino di massa senza scrupoli, le cui atrocità possono essere viste solo come crimini contro l’umanità. Con la sua totale riabilitazione in Ucraina, l’opposizione antifascista ha cominciato a chiamare i suoi sostenitori “banderisti” e “banderismo” le loro azioni.

L’eredità di Bandera non solo trae beneficio dall’ignoranza ingenerata dai politici e dai mezzi di comunicazione, ma anche lui stesso, dagli anni della II GM fino alla sua morte, trasse benefici personali dall’aiuto del governo americano. Non solo fu protetto dalla giustizia dell’Unione Sovietica ma godette anche della possibilità di chiedere l’aiuto di Washington per ottenere visti e alloggiamenti segreti.

 La CIA era ben conscia delle opinioni fasciste di Bandera, ma sapeva che, se fosse stato catturato dall’Unione Sovietica, non gli sarebbe stata accordata la stessa pietà garantitagli dagli interessi americani nell’Europa del dopoguerra. La seguente serie di immagini documenta in dettaglio le lungaggini cui ricorse la CIA onde tener Bandera fuori dalle mani dei sovietici e per evitare di marchiarlo come “criminale di guerra”.

L’aiuto da parte del governo USA a Stepan Bandera si estese fino all’anno della sua morte (1959), come mostrato dall’immagine seguente. Lo stesso Bandera sapeva che l’ottenimento di un visto poteva essergli accordato solo con l’ “approvazione di Washington”.

YAROSLAV STETSKO

 

Yaroslav Stetsko era una prominente figura al’interno dell’OUN e ne fu il capo dal 1968 fino all’anno della sua morte, il 1986.Il libro di Stetsko, “Two Revolutions” (1951), fornisce una delle basi della piattaforma ideologica del partito ultranazionalista “Svoboda”. Le relazioni di Stetsko con la CIA e il governo USA sono ampie e si estendono dai tempi della militanza nell’OUN con Bandera fino alla sua morte a Monaco. Le seguenti immagini mostrano come Stetsko ricevesse continue informazioni dai membri dell’UPA e dell’OUN che si trovavano in Ucraina e le passasse ai contatti americani.

 

Stetsko non solo forniva informazioni alle autorità USA sulla situazione in Ucraina, ma godeva anche della fiducia di Allen Dulles, il direttore della Cia all’epoca. Come dimostra la lettera sottostante, Stetsko, in qualità di presidente del “Blocco Antibolscevico delle Nazioni”, consigliava la CIA su come utilizzare il nazionalismo come “potente forza” negli affari europei.

 

Un altro documento prova ulteriormente che Stetsko e gli altri “banderisti” ricevevano aiuti non solo dagli USA, ma anche dal governo britannico.

MYKOLA LEBED

Mykola Lebed era un importante fascista ucraino, il cui desiderio era quello di “pulire l’intero territorio rivoluzionario dalla popolazione polacca”. Questo condusse a scene inimmaginabili di violenza:

“…(UPA) non faceva distinzione su chi uccidere; essi sparavano sulla popolazione di interi villaggi… quando diventò difficile trovare degli ebrei da uccidere, le masnade di Bandera si rivolsero contro i polacchi. facevano letteralmente a pezzi i polacchi. Ogni giorno […], si potevano vedere corpi di polacchi, con fili di ferro attorno ai colli, galleggiare sul fiume Bug”. Hitler’s Shadow: Nazi War Criminals, U.S Intelligence and the Cold War

Non v’è alcun dubbio che, tra i fascisti ucraini criminali di guerra, Lebed fosse uno dei più sadici e privi di scrupoli. Questo rende ancor più scioccante che fu protetto continuamente dalla CIA fino alla sua morte. La protezione accordatagli era così grande che Allen Dulles personalmente lo mise al riparo dall’affrontare la giustizia. Dulles scrisse una lettera che non solo permetteva l’ingresso negli USA a Lebed ma negava con veemenza il suo ruolo nell’assassinio nel 1934 del ministro polacco degli Interni e la sua collaborazione con i nazisti nella II GM.

La CIA controllava costantemente Lebed e faceva tutto quello che era in suo potere per evitare che la verità sul suo passato fosse svelata dai giornalisti o dal Dipartimento della Giustizia. Per di più questi documenti mostrano la collaborazione fra la CIA ed elementi del’OSI (Office of Special Investigations), che cooperavano per tenere il passato di Lebed fuori dalla portata del loro dipartimento.

 

Questi documenti fra molti altri, mostrano come il governo americano aiutasse e proteggesse i fascisti ucraini e i criminali di guerra da parecchio tempo prima della “rivoluzione arancione” o “Maidan” in Ucraina. Questi anni di sostegno al fascismo ucraino hanno permesso agli USA e ai loro alleati di affinare le loro sordide abilità alla perfezione, al punto che nel 2015, un governo ucraino apertamente fascista sta terrorizzando quelli che sono considerati indesiderabili e vomita odio sui vicini russi considerati “subumani”. Nello stesso tempo la stampa dominante e i suoi padroni continuano a diffondere la balla facilmente dimostrabile che “in Ucraina non ci sono fascisti”. Non solo in Ucraina ci sono i fascisti, ma questi ultimi occupano anche i più alti livelli del governo americano e delle sue agenzie.

Dal pubblico al privato: privatizzazione nell’Italia fascista degli anni ‘20

Dal pubblico al privato: privatizzazione nell’Italia fascista degli anni ‘20

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros

Continuando nella nostra tradizione di sciupafiabe, presentiamo la traduzione di uno studio accademico sulle privatizzazioni fatte da Mussolini appena salito al potere. A proposito di “anticapitalismo” del fascismo con buona pace dei sansepolcristi della prima ora, il primo atto del primo governo di Mussolini quale fu? una bella privatizzazione…

TRADUZIONE

Quando c’era lui…

Quando c’era lui…

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Danila Cucurnia

 

Tra bufale e leggende metropolitane è diventato difficile distinguere quale sia la verità storica quando oramai non vi è più voglia di ricercarla e conoscerla. Spesso proprio quelli che si dichiarano “di sinistra” hanno (infatti) l’abitudine “sinistra” di fare dichiarazioni del tipo: “…sì, però Mussolini era socialista all’inizio…”, oppure: “Devi ringraziare il Duce se esiste la pensione”. Insomma, sembra si faccia a gara a chi è più bravo a riabilitare il fascismo (povero Scelba), piuttosto che trovare gli strumenti storici per combatterlo. Buona lettura. 

Le bufale sul fascismo

Premessa: testo tratto ed adattato da quiquiqui qui ( http://ceifan.org/bufale_sul_fascismo.htm)

È da molto tempo che circolano su internet bufale sul fascismo e su Mussolini, spesso strumentalizzate a fini politici o di riabilitazione del fascismo, che vengono condivise da molte persone ignare della loro attendibilità. Qui di seguito verranno riportati alcuni miti su Mussolini.

Per ben inquadrare il periodo storico, ricordiamo che governò l’Italia dal 28 ottobre 1922 alla fine del fascismo con la Seconda Guerra Mondiale, finendo per essere giustiziato dagli italiani il 28 aprile 1945 (data che coincide con la fine di quello che restava del fascismo).

Invece, per inquadrare bene Mussolini ed il fascismo,  ecco spiegato in breve i suoi doni all’Italia.

Squadrismo e violenza politica

Fra le attività “qualificanti” del fascismo del primo periodo vi è il sistematico ricorso alla violenza contro gli avversari politici, le loro sedi e le loro organizzazioni, da parte di bravacci legati ai ras locali. Torture, olio di ricino, umiliazioni, manganellate. Non di rado, tuttavia, gli oppositori perdevano la vita a seguito delle violenze.

Un calcolo approssimativo induce a calcolare in circa 500 i morti causati dalle spedizioni punitive fasciste fra il 1919 e il 1922. Il parroco di Argenta, don Giovanni Minzoni, fu assassinato in un agguato da due uomini di Balbo, nell’agosto del 1923. Ma anche quando il fenomeno della violenza squadrista sembrò perdere le proprie caratteristiche originarie, e gli uomini legati ai ras locali vennero convogliati in organizzazioni ufficiali come la Milizia volontaria, forme di violenza politica sostanzialmente analoghe allo squadrismo non cessarono di costellare la vicenda del fascismo al potere.

Per tutti, tre casi notissimi: nel giugno 1924 Giacomo Matteotti venne rapito e assassinato con metodo squadrista, e il gesto sarebbe stato esplicitamente rivendicato da Mussolini nel gennaio dell’anno successivo; Piero Gobetti, minato dall’aggressione subita nel settembre 1924, morì due anni dopo, in esilio; Giovanni Amendola spirò per le ferite riportate in un’aggressione fascista subita nel luglio 1925.

La repressione: dagli omicidi al Tribunale speciale per la difesa dello Stato

Assunto il potere Mussolini si poté giovare dell’apparato di repressione dello Stato. Che venne rafforzato e riorganizzato. Con la nascita dell’OVRA (l’Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo) venne razionalizzata la persecuzione degli antifascisti, con tutti i mezzi, legali e illegali. Anche l’omicidio politico in paese straniero. Arturo Bocchini, capo della polizia, venne incaricato dallo stesso Duce e dal ministro degli Esteri Galeazzo Ciano di eliminare fisicamente Carlo Rosselli che allora risiedeva a Parigi.

Il 9 giugno 1937, a Bagnoles-de-l’Orne dove Carlo Rosselli e il fratello Nello si erano recati per trascorrere il fine settimana, un commando di cagoulards (gli avanguardisti francesi) compì la missione: bloccata l’auto sulla quale viaggiavano i due fratelli, Carlo e Nello furono prima pestati, poi, accoltellati a morte. Lo strumento ufficiale della repressione fascista fu invece il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. L’attentato di Anteo Zamboni a Mussolini, il 31 ottobre 1926, offrì l’occasione di una serie di misure repressive.

Tra queste la “legge per la difesa dello Stato”, n. 2008 del 25 novembre 1926, che stabilì, tra l’altro, la pena di morte per chi anche solo ipotizzava un attentato alla vita del re o del capo del governo. A giudicare i reati in essa previsti, la nuova normativa istituì il Tribunale speciale, via via prorogato fino al luglio 1943, quindi ricostituito nel gennaio 1944, nella Rsi. Nel corso della sua attività, emise 5619 sentenze e 4596 condanne. Tra i condannati anche 122 donne e 697 minori. Le condanne a morte furono 42, delle quali 31 furono eseguite mentre furono 27.735 gli anni di carcere. Tra i suoi ‘beneficati’, ci furono Antonio Gramsci, che morì in carcere nel 1938, il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini e Michele Schirru, fucilato nel 1931 solo per avere espresso “l’intenzione di uccidere il capo del governo”.

Il confino

Il confino di polizia in zone disagiate della Penisola, fu una misura usata con straordinaria larghezza. Il regio decreto 6 novembre 1926 n.1848 stabilì che fosse applicabile a chiunque fosse ritenuto pericoloso per l’ordine statale o per l’ordine pubblico. A un mese dall’entrata in vigore della legge le persone confinati erano già 600, a fine 1926, oltre 900, tutti in isolette del Mediterraneo o in sperduti villaggi dell’Italia meridionale. A finire al confino furono importanti nomi della futura classe dirigente: da Pavese a Gramsci, da Parri a Di Vittorio, a Spinelli. Gli inviati al confino furono, complessivamente, oltre 15.000. Ben 177 antifascisti morirono durante il soggiorno coatto.

Deportazione

La politica antiebraica del regime fascista culminò nelle leggi razziali del 1938. Alla persecuzione dei diritti subentrò, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, anche la persecuzione delle vite. La prima retata attuata risale al 16 ottobre 1943 a Roma; degli oltre 1250 ebrei arrestati in quell’occasione, più di 1000 finirono ad Auschwitz, e di essi solo 17 erano ancora vivi al termine del conflitto.

Il Manifesto programmatico di Verona (14 novembre 1943) sancì che gli ebrei erano stranieri e appartenevano a “nazionalità nemica”. Di lì a poco un ordine di arresto ne stabilì il sequestro dei beni e l’internamento, in attesa della deportazione in Germania.

Nelle spire della “soluzione finale” hitleriana il regime fascista gettò, nel complesso, circa 10.000 ebrei. Oltre alla deportazione razziale, fra le responsabilità del regime di Mussolini c’è anche la deportazione degli oppositori politici e di centinaia di migliaia di soldati che, dopo l’8 settembre, preferirono rischiare la vita nei campi di concentramento in Germania piuttosto che aderire alla Rsi.

La guerra

Fuori dai confini i morti contano meno? Allora non si possono proprio considerare tali gli etiopi uccisi con il gas durante la guerra per l’Impero, o i libici torturati e impiccati durante le repressioni degli anni Venti e Trenta, o gli jugoslavi uccisi nei campi di concentramento italiani in Croazia. Ma la spada di Mussolini provocò tanti morti anche tra i suoi connazionali. Mussolini trascinò in guerra l’Italia il 10 giugno del 1940, per partecipare al banchetto nazista. I risultati, per l’Italia, furono questi. Fino al 1943, 194.000 militari e 3.208 civili caduti sui fronti di guerra, oltre a 3.066 militari e 25.000 civili morti sotto i bombardamenti alleati.

Dopo l’armistizio, 17.488 militari e 37.288 civili caduti in attività partigiana in Italia, 9.249 militari morti in attività partigiana all’estero, 1.478 militari e 23.446 civili morti fra deportati in Germania, 41.432 militari morti fra le truppe internate in Germania, 5.927 militari caduti al fianco degli Alleati, 38.939 civili morti sotto i bombardamenti, 13.000 militari e 2.500 civili morti nelle file della Rsi. A questi vanno aggiunti circa 320.000 militari feriti sui vari fronti per l’intero periodo bellico 1940/1945 e circa 621.000 militari fatti prigionieri dalle forze anglo-americane sui vari fronti durante il periodo 1940/1943.

I Miti e la realtà

Mito: I fascisti non hanno mai rubato

Realtà: Si è sempre detto che il Fascismo è stata una dittatura che ha strappato la libertà agli italiani ma che almeno i fascisti non hanno mai rubato, non sono stati corrotti. Invece non è così. Mussolini non fa in tempo a prendere il potere che la corruzione già dilaga. Un sistema corrotto scoperto già da Giacomo Matteotti: denuncia traffici di tangenti per l’apertura di nuovi casinò, speculazioni edilizie, di ferrovie, di armi. Affari in cui è coinvolto il futuro Duce attraverso suo fratello Arnaldo.

E poi c’è l’affare Sinclair Oil: l’azienda americana pur di ottenere il contratto di ricerche petrolifere in esclusiva sul suolo italiano paga tangenti a membri del governo, e ancora ad Arnaldo, per oltre 30 milioni di lire. Matteotti lo scopre ma il 10 giugno 1924 viene rapito da una squadraccia fascista e ucciso. Messo a tacere il deputato socialista, di questa corruzione dilagante gli italiani non devono, non possono assolutamente più sapere. Speculazioni, truffe, arricchimenti improvvisi, carriere strepitose e inspiegabili: gerarchi, generali, la figlia Edda e il genero Galeazzo Ciano e Mussolini stesso! Nessuno rimane immune.

I documenti scoperti e mostrati da storici di assoluto valore come Mauro Canali, Mimmo Franzinelli, Lorenzo Benadusi, Francesco Perfetti, Lorenzo Santoro presso l’Archivio Centrale dello Stato sono prove che inchiodano il fascismo alla verità. È stato anche realizzato un documentario RAI che lo testimonia bene.

Mito: Devi ringraziare il Duce se esiste la pensione.

Realtà: In Italia la previdenza sociale nasce nel 1898 con la fondazione della “Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”, un’assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo anch’esso libero degli imprenditori. Mussolini aveva in quella data l’età 15 anni. L’iscrizione a tale istituto diventa obbligatoria solo nel 1919, durante il Governo Orlando, anno in cui l’istituto cambia nome in “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”. Mussolini fondava in quella data i Fasci Italiani e non era al governo.
Tutta la storia della nostra previdenza sociale è peraltro verificabile sul sito dell’Inps. La pensione sociale viene introdotta solo nel 1969. Mussolini in quella data è morto da 24 anni.

Mito: La cassa integrazione guadagni è stata pensata e creata dal Duce per aiutare i lavoratori di aziende senza lavoro.

Realtà: La cassa integrazione guadagni (CIG) è un ammortizzatore sociale per sostenere i lavoratori delle aziende in difficoltà economica. Nasce nell’immediato dopoguerra per sostenere i lavoratori dipendenti da aziende che durante la guerra furono colpite dalla crisi e non erano in grado di riprendere normalmente l’attività. Quindi la cassa integrazione nasce per rimediare ai danni causati dal fascismo e della guerra che hanno causato milioni di disoccupati.

Nel 1939, tramite circolari interne, veniva prevista la possibilità, prevista senza un reale quadro normativo per poterla applicare, visto che allora era totalmente inutile.
L’Italia, già coinvolta nelle guerre nelle colonie (Libia, Abissinia) si stava preparando all’entrata in guerra al fianco della Germania e l’industria (soprattutto quella bellica) era in gran fermento, motivo per cui non solo si lavorava a turni pesantissimi ma si assistette addirittura al primo esodo indotto di lavoratori dall’agricoltura all’industria.
La Cassa Integrazione Guadagni, nella sua struttura è stata costituita solo il 12 agosto 1947 con DLPSC numero 869, misura finalizzata al sostegno dei lavoratori dipendenti da aziende che durante la guerra erano state colpite e non erano in grado di riprendere normalmente l’attività.
Mito: Ai tempi del Duce eravamo tutti più ricchi.

Realtà: Mussolini permise agli industriali e agli agrari di aumentare in modo consistente i loro profitti, a scapito degli operai. Infatti fece approvare il loro contenimento dei salari.

Nel 1938, dopo 15 anni di suo operato, la situazione economica dell’italiano medio era pessima, il suo reddito era circa un terzo di quello di un omologo francese.

Mito: grazie al Duce la disoccupazione non esisteva

Realtà: non vi era un reale stato di benessere dell’economia ma  in realtà l’Italia stava preparando l’entrata in guerra e tutte le industrie (e l’artigianato) che direttamente o indirettamente fornivano l’esercito lavoravano a pieno regime. Senza contare le masse arruolate nell’esercito per poi essere usate come carne da macello per i sogni di gloria del duce.

Per contro, l’accesso al lavoro era precluso a tutti coloro che non sottoscrivevano la tessera del Partito Nazionale Fascista, sanzione che era estesa anche ai datori di lavoro che eventualmente li impiegassero. Motivo per cui durante il fascismo assistemmo ai flussi migratori di tutti coloro che per motivi politici non intesero allinearsi al regime ma avevano una famiglia da mantenere.

Il 27 maggio 1933 l’iscrizione al partito fascista è dichiarata requisito fondamentale per il concorso a pubblici uffici; il 9 marzo 1937 diventa obbligatoria se si vuole accedere a un qualunque incarico pubblico e dal 3 giugno 1938 non si può lavorare se non si ha la tanto conclamata tessera.

Mito: Il Duce ha fatto costruire grandi strade in Italia.

Realtà: Il programma infrastrutturale che prevedeva la costruzione delle strade completate durante il ventennio cominciò già durante il quinto governo di Giovanni Giolitti, avendo constatato l’impossibilità di uno sviluppo industriale in mancanza di solide strutture. Infatti, la necessità di realizzare infrastrutture in Italia fu un’idea di Giovanni Giolitti durante il suo quinto governo (15 giugno 1920/7 aprile 1921), avendo constatato l’impossibilità di uno sviluppo industriale in mancanza di solide strutture, sviluppo industriale dimostratosi necessario dal confronto con le altre grandi potenze che avevano partecipato al primo conflitto mondiale.

Tale “rivoluzione” non potè essere attuata da Giovanni Giolitti, prima, e dal governo Bonomi che ne seguì solo per i sette mesi che resse a causa del boicottaggio e dell’ostruzionismo politico da parte del nascente fascismo, prima generico movimento popolare (1919) e poi soggetto in forma di partito dal 1921, con la costituzione del Partito Nazionale Fascista.

Mito: “quando c’era lui i treni arrivavano in orario”

Realtà: non è vero. Come spiega questo articolo dell’Indipendent, si tratterebbe infatti di un mito derivante dalla propaganda durante il Ventennio.

La puntualità dei treni era infatti per la propaganda fascista il simbolo del ritorno all’ordine nel paese ma, in realtà, è solo grazie alla censura sistematica delle notizie riguardanti incidenti e disservizi ferroviari che questa immagine si è potuta formare.

Mito: Il governo di Mussolini raggiunse il pareggio di bilancio il primo aprile 1924 (e quindi è migliore dei governi attuali)

Realtà: Partiamo malissimo perché il pareggio è successo nel 1925 ed in altra data. Il mito calca la mano sul concetto fondamentale che il governo fascista fu in grado di pareggiare il bilancio dello stato mentre i governi attuali siano degli inetti. Che ci sia riuscito non c’è dubbio, ma era già successo prima che Mussolini salisse al governo (fu Minghetti a realizzarlo) nel 1876. Quindi dovremmo replicare anche le politiche economiche di 2 secoli fa?

All’inizio del ventennio l’Italia arrivava da un periodo di indebitamento causato dalla Guerra Mondiale e furono adottati dei provvedimenti corretti come le liberalizzazioni, riduzione delle spese e l’espansione industriale aiutò moltissimo, ma è possibile secondo voi paragonare l’economia di inizio ‘900 con quella attuale?

Come ogni disinformazione che si rispetti è più importante quello che si sta dimenticando di dire, e cioè che negli anni successivi però andò tutto in vacca: la crisi mondiale in parte e il disinteresse dell’economia del Duce, molto più interessato a fare la guerra, portarono il bilancio in negativo vanificando tutti gli sforzi fatti. La politica di autarchia messa in atto limitò moltissimo le importazioni e le esportazioni, politica totalmente inapplicabile oggi. Oltre ad aver causato la distruzione della nazione nella Seconda Guerra Mondiale.

Citando Totò: “L’operazione è riuscita, ma il paziente è morto”

Ha poi senso paragonare le scelte fatte quasi 100 anni fa a quelle attuali? Non è corretto né economicamente né storicamente. Un modello che è crollato su se stesso non è il miglior modello.

Mito: Mussolini rinunciò al suo stipendio per risanare l’economia e finanziare la guerra

Realtà: che Mussolini abbia o meno rinunciato al suo stipendio è irrilevante essendo stato un dittatore: dubito che le sue spese personali fossero state proporzionate al suo stipendio e il “dover finanziare una guerra” fu proprio quello che portò a sciupare quello che aveva fatto (per Mussolini era inconcepibile che non si facessero guerre, erano nella natura dell’uomo).

Mito: Mussolini non aumentò le tasse

Realtà: a parte i primi anni non è vero che le tasse non furono aumentate, un po’ alla volta nuove tasse colpirono gli italiani e la lira che aveva rafforzato nei primi anni venne svalutata più volte per poter tirare avanti. In parole povere davanti alle difficoltà il governo prese di volta in volta decisioni diverse e logicamente variavano anche di molto in base al momento storico. Non si può dire “Mussolini non aumentò le tasse”.
Mito: Mussolini impose ai membri del governo l’uso delle biciclette facendo risparmiare miliardi al popoli italiano

Realtà: Non esiste nessuna conferma sulla fiaba delle biciclette. Anzi ad un certo punto per spingere l’industria dell’automobile si mise una tassa sulla bici e, almeno in alcune grandi città, si cominciò a limitarne l’uso. Sull’effettivo risparmio di questa manovra come prima pesa il non detto: a chi rimosse l’auto? Quante erano le auto? Furono risparmiati miliardi di lire? Se parliamo di miliardi di lire (ne considero almeno due per essere plurale) del 1925 parliamo di circa 1.5 Miliardi di euro oggi. Al 2012 la spesa per auto blu e auto grigie in italia è stato di circa 1 Miliardo di euro, quindi dobbiamo dedurre che negli anni ’20 in Italia c’erano più auto pubbliche che adesso? Vi sembra possibile? E cercando tra i documenti del parlamento di quegli anni ho trovato stanziamenti per le automobili al servizio del governo…

 Mito: Il Duce è stato l’unico uomo di governo che abbia veramente amato questa nazione.

Realtà: «Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative.» enunciò il Duce il 26 maggio 1940 (ndr. L’Italia nella seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1946, p. 37): e così fu, visto che nella disastrosa “campagna di Russia”, solo per compiacere Adolf Hitler con una presenza italiana del tutto male equipaggiata e fornita nelle sue operazioni di guerra di guerra, persero la vita ufficialmente 114’520 militari sui 230’000 inviati al fronte, a cui aggiungere i dispersi, ovvero le persone che non risultavano morte in combattimento ma nemmeno rientrate in patria, che fonti UNIRR stimano in circa 60’000 gli italiani morti durante la prigionia in Russia. Già…proprio amore.
Mussolini amava talmente l’Italia che:
– ha instaurato una dittatura
– ha abbassato i salari
– ha portato il paese al collasso economico
– ha tolto la libertà ai cittadini italiani

Il Duce amava talmente l’Italia da aver introdotto leggi razziali antisemite nel 1938 solo per compiacere l’alleato nazista, inutili perché in Italia gli ebrei, a differenza che in Germania, non avevano un’importanza rilevante in un sistema economico di cui la dittatura volesse provvedere all’esproprio.

Voleva così bene al suo popolo da farlo sprofondare in una guerra civile quando fu esautorato dal potere creando la Repubblica Sociale Italiana. Un paese già allo sbando a causa dell’armistizio dell’8 settembre e provato dalla guerra (condotta da lui con esiti a dir poco disastrosi) venne dilaniato ancora di più tra cosiddetta” Repubblica di Salò” e Italia liberata.

E i fascisti, soprattutto durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana (o di Salò) collaborarono attivamente ai massacri di rappresaglia a seguito delle operazioni partigiane e alla deportazione nei lager di cittadini italiani.

E l’Italia, unico nei paesi “satellite” della Germania nazista, il fascismo fu istitutore e gestore di “lager” in Italia con l’impiego prevalente di proprio personale: la bibliografia ufficiale stima in 259 i campi di prigionia in Italia e gestiti con presenza prevalente di personale italiano, alcuni normali campi di detenzione, altri campi di smistamento in attesa della deportazione in Germania come quello di Bolzano e Fossoli, in provincia di Modena; ma alcuni erano autentici campi di sterminio come la Risiera di San Sabba a Trieste, dove il tenore dei massacri era inferiore solo ai campi in Germania e Polonia, molto più grandi e appositamente attrezzati.

Dossier, lettere, minacce, accuse vere e false oscenità, inganni, arresti, ricatti. Un ventennio di ricatti! Gerarca contro Gerarca, amante contro amante, e l’accusa di omosessualità come arma politica. E Mussolini su tutto e su tutti fa spiare, controlla, punisce, muove le sue pedine.
La prossima volta che vi imbattete in una immagine che inneggia alla saggezza del Duce e di come potrebbe essere la salvezza dell’Italia fatevi una ricerca sulla storia del fascismo.

Giacomo Matteotti e il petrolio

Giacomo Matteotti e il petrolio

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Guido Fontana Ros

Una tradizione italiana: apparizione e scomparsa di valigette (e ogni tanto possono puzzare di petrolio)

Roma, 10 giugno 1924, poco dopo le ore 16, presso gli archi di Porta di Popolo, da una Lancia Lambda, alcuni individui balzano addosso al deputato socialista Giacomo Matteotti… La vicenda è conosciuta da moltissimi per cui non mi dilungherò su di essa.

Giacomo Matteotti aveva con sé una valigetta che sparisce. Compare nelle mani di De Bono al Processo di Verona nel 1944, scompare nuovamente. Riappare nel 1945 a Dongo, quando il Duce viene catturato, per sparire per sempre. Cosa c’era in quella valigetta? Probabilmente vi erano le prove della più che cospicua tangente (su alcuni giornali inglesi si parlò di 30 milioni di lire di allora, grosso modo 3 milioni di euro) pagata dalla Sinclair Oil al Duce, al fratello Arnaldo, al Re e a membri della famiglia reale.

Con il RDL n° 677 del 4 maggio 1924, venivano concessi alla Sinclair Oil, diritti esclusivi di sfruttamento di tutti i pozzi petroliferi eventualmente scoperti nel sottosuolo del  territorio italiano (nel centro e nel sud) e della Libia. Accordo scandalosamente svantaggioso per lo stato italiano, in quanto la compagnia americana avrebbe creato una joint venture con il governo fascista cui sarebbero andati solo il 40% delle azioni e il 25% degli utili. Naturalmente, dopo la campagna di stampa inglese, questi accordi furono disdettati da Mussolini stesso poco prima del discorso del 3 gennaio 1925.

Ma la vicenda è ancora più sordida. Negli anni ’20 il mercato petrolifero italiano era controllato all’80% dalla Standard Oil (le combinazioni della vita…) che, operando praticamente da monopolista, praticava un prezzo altissimo. Naturalmente il processo di industrializzazione del Paese necessitava di un prezzo più basso del petrolio e dei suoi derivati. Nel 1923, tuttavia, si fece avanti la Anglo Persian Oil Company, azienda statale inglese. In accordo con il Ministero delle Finanze, la A.P.O.C. riuscì a scalzare la posizione della Standard Oil. L’accordo precedeva l’esplorazione del suolo italiano e di quello libico e la fornitura di greggio all’Italia a un prezzo molto più basso.

Chi salta fuori improvvisamente? La Sinclair Oil. Di nuovo, le combinazioni della vita. Non è che dietro alla Sinclair Oil ci fosse la Standard Oil? E’ così. Alla faccia della popolaresca vulgata del Duce onesto e del governo che faceva gli interessi nazionali! Comunque i treni arrivavano in orario.

Ancora una nota sintetica su cosa è la Standard Oil, per comprendere meglio il retropalco di questa vicenda. La Standard Oil Trust nacque nel 1862 a opera di John D. Rockfeller fra Ohio e Pennsylvania. Dopo una crescita strepitosa, essendo diventata una monopolista in USA, a seguito dell’introduzione di una severa legislazione antitrust, venne sciolta in via giudiziaria  nel 1911. Questo provocò la creazione di molte “piccole” imprese regionali, tra cui la Standard Oil of New Jersey (Exxon), Standard Oil of New York (Mobil), Standard Oil of California (Chevron), la Standard Oil of Ohio (Sohi ), Standard Oil of Indiana (Amoco), Continental Oil (Conoco) e Atlantic Oil (ARCO). Nel 1941 la Standard Oil del New Jersey divenne la più grande compagnia petrolifera del mondo, controllando l’84% del mercato statunitense di petrolio. La sua banca era la Chase e i suoi proprietari erano i Rockefeller. J.D. Rockefeller aveva sempre sostenuto che due cose erano indispensabili alla sopravvivenza dell’industria petrolifera:

1)controllo monopolistico

2)concorrenza sleale

Visto il successo del loro monopolio nel fare enormi profitti per gli investitori e la capacità di distruggere ogni forma di concorrenza nonché di mantenere i prezzi artificialmente alti, sembra che i Rockfeller sapessero di ciò di cui parlavano. Indovinate un po’, chi era il secondo maggior azionista della Standard Oil del New Jersey nel pieno della II Guerra Mondiale? Il colosso chimico tedesco IG Farben…una chicca della produzione di questo complesso era il Zyklon B. Cominciate a farvi delle domande.

Per una volta wikipedia non crea imbarazzi di stomaco

http://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Matteotti

http://zibaldone-sergio.blogspot.it/2012/03/mussolini-e-matteotti-il-primo-tassello.html http://mit.edu/thistle/www/v13/3/oil.html