Dalla Rivoluzione d’ottobre alla costituzione dell’URSS

Dalla Rivoluzione d’ottobre alla costituzione dell’URSS

I 5 MAESTRI

Un ottimo sunto degli eventi che, per dirla alla John Reed sconvolsero il mondo, ad opera dello storico  sovietico VIKTOR IVANOVIČ BUGANOV, dal libro Ottobre. Storia di una rivoluzione, Red Star Press, Roma, 2013.


Dalla Rivoluzione d’ottobre alla costituzione dell’URSS.

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Malcom X affacciato sul Mar Nero: storia del kolkhoz africano in Abkhazia

Malcom X affacciato sul Mar Nero: storia del kolkhoz africano in Abkhazia

I 5 MAESTRI

Di LUCA BALDELLI

Che l’Urss sia stato il primo Paese a bandire razzismo, antisemitismo, odio etnico nel mondo, è un dato di fatto ampiamente noto: ogni pagina degli atti politici e delle fonti giuridiche primarie dell’immenso Paese socialista, gronda del nettare dell’umanesimo, del rispetto per il valore della persona, di una sorta di cristianesimo delle origini, archiviato ed anzi negato dal potere temporale della Chiesa e dagli ordinamenti politici ad essa infeudati. Basta sfogliare ancora oggi la Costituzione del 1937, la più avanzata del mondo, assieme a quella italiana ed americana (a differenza di queste, però, tradotta in pratica) per veder rifulgere la più piena concezione dell’uomo come fine e non come mezzo, il valore della libertà, la lotta tenace, indefessa, intransigente, contro le velenose dottrine di odio etnico, razziale, religioso, nazionale. In Urss, negli anni ’20 e ’30, si stabilirono migliaia e migliaia di occidentali e di neri americani, colpiti duramente dalla devastante crisi del capitalismo, esplosa in modo particolare nel 1929: questi proletari, ex artigiani, impiegati del ceto più basso, contadini senza terra o contadini proprietari rovinati dai debiti, trovarono in Urss una madre accogliente, pronta a dare loro quel pane negato dalle sanguisughe capitaliste. Su questo aspetto, da qualche anno, si sono cominciate a scrivere pagine importanti, anche se spesso viziate dal pregiudizio anticomunista ed antisovietico, un pregiudizio assai curioso nelle modalità e nelle forme con le quali si appalesa: per decenni, esso ha negato l’esistenza di ogni emigrazione diretta verso l’Urss; quando non l’ha più potuta negare, dal momento che l’evidenza documentale ha preso il sopravvento, ecco spuntare allora l’artifizio della critica iperbolica: sì, è vero, in molti emigrarono in Urss dai Paesi capitalisti, ma arrivati vi trovarono una realtà deprimente. La bugia e la calunnia sono armi spuntate: quando il loro sipario si squarcia, pensano di difendere i fortini ai quali sono abbarbicate con la carta velina, e così chi le ha in mano non si accorge che, semplicemente, su di esse il cannone della realtà ha trionfato. Nella fattispecie, vi sono prove incontrovertibili del fatto che, su 100 emigrati dai Paesi capitalisti (Usa in particolare) verso l’Urss negli anni dal 1928/29 al 1932 circa, 98 rimasero in Urss, segno questo che, evidentemente, la Patria sovietica tutto era meno che una fonte di delusione per chi vi approdava dai tuguri di Chicago e di Miami, dai ghetti di Harlem e del Bronx, dalla sterminata miseria dei villaggi montani degli Appalachi. Sicuramente, l’Urss non fu una delusione, bensì una generosa, fiorente, calda e ricca Terra promessa per i neri d’America che, con tanta speranza e voglia di riscatto, alla fine degli anni ’20 decisero di emigrare e di stanziarsi nella Patria degli operai e dei contadini, specialmente in quella meravigliosa porzione di Paradiso dove gli echi della Colchide e dell’antica Iberia, con in lontananza i profluvi delicati della Tauride, cingono uomini e cose di aromi di mandarino, limone, grano ed uva. In Abkhazia, terra rigogliosa e carezzata dal sole, Repubblica autonoma all’interno della Georgia sovietica, gli Afro – Americani incontrarono altri loro fratelli che, da tempo immemorabile, vivevano da quelle parti.

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Nell’insediamento denominato Adzyubzha, nei pressi del fiume Kodori, e nei villaggi circostanti (Chlou, Pokvesh, Agdarra, Merkulov ed altri ancora), fin dal ‘600 era attestata la presenza di Africani, uomini dalla pelle scura e dalle caratteristiche somatiche inequivocabilmente riconducenti al Continente Nero. Secondo alcuni racconti, la dinastia principesca abkhaza degli Shervashidze (nota anche come Chachba o Chachibaia), aveva portato nei suoi domini questi uomini, affinchè lavorassero nelle piantagioni di agrumi. Nel settembre del 1929, il grande Maksim Gorky, accompagnato dallo scrittore abkhazo Samson Chanba, intraprese un viaggio in quelle terre e poté conoscere la fiorentissima cultura degli Afro – abkhazi, nonché la loro narrazione storico leggendaria del retaggio al quale, a loro dire, erano legati: essi, infatti, si ritenevano discendenti dalle antiche genti d’Etiopia, prova ne sarebbe stata la singolare somiglianza tra i nomi di alcuni villaggi della terra della Regina di Saba e quelli abkhazi nei quali erano stanziati. Toponimi etiopi di villaggi quali Tabakur, Bagadi, Gunma, si ritrovavano, magari solo leggermente modificati, anche in Abkhazia e proprio dove predominante, se non esclusiva, era la misteriosa presenza degli Africani.

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D’altro canto, com’è noto, Pietro il Grande portò in Russia numerosi Africani, in quel secolo così febbrilmente pieno di cambiamenti che fu il ‘700, tanto che, come è noto, il bisnonno del grande scrittore Pushkin fu il nero d’Africa Abram Petrovich Gannibal (o Hannibal), uomo di eccezionale intelligenza, militare, ingegnere, nato nel 1696, con ogni probabilità, a Logone Birni, nel Camerun e passato a miglior vita nel 1781, dopo aver servito con lealtà ed entusiasmo l’Impero ed esser stato fregiato di titoli nobiliari. Addirittura, nel V secolo a.C., Erodoto descrisse la popolazione della Colchide come di pelle scura, aggiungendo particolari e cenni che fanno pensare ad una possibile origine africana, specie in relazione all’emigrazione, in quel luogo, di soldati del Re egiziano Sesostris, conquistatore di terre e domini.

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Comunque sia andata, e qualunque sia il retaggio degli Africani d’Abkhazia, essi, con la vittoria della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, lottarono a fianco dei loro compatrioti e fratelli di tutte le etnie per edificare l’Urss e garantire, a loro stessi ed ai loro figli, un domani radioso di benessere e sviluppo. I risultati non tardarono ad arrivare: in una Georgia sovietica sempre più caratterizzata dall’opulenza e dall’incedere di una modernità positiva, non devastante né alienante, l’ “Abkhazia nera“ conobbe i suoi fasti. Tanto da costituire, assieme ad altri luoghi dell’Urss, un riparo sicuro ed un crogiolo, provvisorio o definitivo, per tanti Afro – Americani che sfuggivano alla miseria ed al razzismo imperanti negli Usa. Un nome su tutti: il kolkhoz “J.V.Stalin“ di Adzyubzha, formato da neri e meticci, orgoglio e vanto non solo degli Afro – abkhazi, ma di tutti gli Abkhazi, dei Georgiani e dei Sovietici di ogni latitudine. Esso rappresentò un faro di dignità, riscatto, convivenza e multiculturalità, proiettando sul globo la luce di quelle idee che Malcom X avrebbe più tardi portato avanti con coraggio ed abnegazione, assieme a Martin Luther King e ad altri apostoli della lotta al razzismo, alla segregazione, all’odio suprematista. Nel kolkhoz “J.V. Stalin“, funzionavano una scuola, un centro sanitario, una biblioteca, un centro culturale; l’attività agricola era fiorente, con colture rigogliose e variegate. Grano, uva, agrumi, cereali di vario tipo si alternavano nei campi, sapientemente condotti da mani esperte e da menti lucide, naturalmente portate per la terra. Prova inequivocabile dell’elevato tenore di vita degli abitanti del kolkhoz, la longevità: molti erano i centenari, come Sofija Muzaleva, che visse quasi 120 anni. In pochi anni, nel territorio del kolkhoz “Stalin“ e nei kolkhoz che con esso collaborarono, le condizioni di vita si elevarono a tal punto che quelle delle nostre campagne a quel tempo, in paragone, si potrebbero definire medievali: strade asfaltate, telefoni anche nelle case private, automobili di proprietà degli agricoltori, trasporti pubblici paragonabili a quelli delle città. Anche grazie all’intraprendenza degli Afro – Abkhazi, la loro zona divenne un punto di riferimento, un centro attrattivo anche per tanti coloni georgiani, russi, ucraini, al punto tale che, nel 1940, nell’area vi erano almeno 264 kolkhoz con presenza significativa di coloni, con oltre 9000 alberi da frutto piantati in breve tempo, 250 case edificate nell’arco dell’anno, 14 reti fognarie realizzate di fresco.

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L’aiuto recato a queste realtà da Lavrentij Pavlovic Berija, punta di diamante dei comunisti georgiani e sovietici, fu inestimabile, a dispetto di quanto si è scritto di diffamante e disonorante su questa grande figura. L’economia florida del kolkhoz “Stalin“ è, ancora oggi, uno schiaffo per tutti coloro i quali, superate ormai le soglie del 2000, ancora credono a bugie circa l’esistenza di razze inferiori, non mentalmente predisposte, a livello neuronale, per il lavoro, la produzione di ricchezza, l’industria. Menti meschine e ignoranti, che fanno finta di non vedere come il loro benessere, la loro opulenza sfacciata, sia stata costruita su pletore di schiavi dal fisico forte e dalle menti raffinate, ancorché chiuse nei serragli dello sfruttamento.

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Bisognerebbe parlare in maniera più estesa (vi abbiamo fatto rapido cenno, per ora) delle migliaia di Afro – Americani che si stanziarono in ogni parte dell’Urss, recando il loro enorme contributo allo sviluppo della Patria socialista, su un piede di parità assoluto con i loro connazionali. Bisognerebbe far cenno ai tanti Afro – Americani che, senza diventare cittadini sovietici, in Urss viaggiarono e là ebbero la loro seconda casa. Lo faremo presto. Per ora, siamo voluti partire dall’Abkhazia, da una “periferia” che tanto ha dato all’Urss ed è ancora centrale nel quadro geopolitico.

Fonti bibliografiche e sitografiche

Sono fonti italiane, russe, abkhaze non certo diffuse e note al grande pubblico, spesso nemmeno a quello militante, ma sempre e comunque significative, anzi da divulgare maggiormente :
Sidney e Beatrice Webb: Il comunismo sovietico: una nuova civiltà, 2 voll (Einaudi, 1950).

https://kolhozsity.livejournal.com/12908.html

http://www.apsuara.ru/lib_a/abh131.php

 

Il fronte del grano

Il fronte del grano

I 5 MAESTRI

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Circa un anno fa, proprio su queste pagine, il compagno Baldelli pubblicava un sunto,(reperibile a questo link), dello studio Climate Dependence and Food Problems in Russia 1900-1990 di Nikolai M. Dronin e di Edward G. Bellinger, accademici di provata fede anticomunista, che quasi obtorto collo evidenziava gli straordinari successi raggiunti nella produzione agricola dai Piani Quinquennali elaborati dal “feroce dittatore georgiano” (naturalmente le virgolette sono d’obbligo, trattandosi di ironia).

Per avere un quadro generale completo consiglio la lettura di questo scritto del compagno Stalin intitolato Sul fronte del grano contenuto in Questioni del Leninismo, Edizioni in lingue estere, Mosca, 1946 (questo volume sarà ripubblicato nella primavera ventura dalle Edizioni Rapporti Sociali).

Impressionante è il livello di approfondimento su una questione tecnica, l’incremento della produzione cerealicola dello scritto del compagno Stalin, soprattutto se paragonato al livello delle discussioni non solo degli esponenti politici della borghesia, ma anche alla quasi totalità degli attuali leaderini e intellettuali che si definiscono comunisti; veri e propri minus habentes non solo in riferimento alla padronanza della scienza marxista, ma anche per quello che attiene all’intellettualità e alla cultura.

Le condizioni di vita dei coloni speciali in Siberia: un documento rivelatore

Le condizioni di vita dei coloni speciali in Siberia: un documento rivelatore

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Stalin=Hitler, gulag=lager. Quante volte sentiamo ripetere questa mostruosità e non solo da anticomunisti, ma anche da sedicenti comunisti. Abbiamo pubblicato molti articoli su questo tema e continueremo a farlo.
Questo articolo del compagno Luca Baldelli si inserisce in questo filone storiografico: esso smantella la menzogna dei “poveri” kulaki mandati a morire nelle lande desolate della Siberia dall’uomo più malvagio della storia…

Non leggetelo, mi raccomando, fermatevi solo al titolo.

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La gioventù rivoluzionaria in URSS. Nascita e ruolo del Konsomol

La gioventù rivoluzionaria in URSS. Nascita e ruolo del Konsomol

REDAZIONE NOICOMUNISTI

 

EDIZIONI RAPPORTI SOCIALI

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Un articolo del Partito dei CARC, tratto da Resistenza n.10/2017

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Nella società capitalista i giovani proletari sono oppressi due volte: come proletari e come giovani dipendenti dalle famiglie e sottoposti all’autorità degli adulti. Questa doppia oppressione si manifesta chiaramente nel fatto che i giovani delle masse popolari sono destinati a una vita da precari e disoccupati, a una vita da esuberi. Nella società socialista invece non ci sono esuberi e, anzi, il contributo dei giovani è fondamentale per il progresso della società. La storia del Komsomol dell’Unione Sovietica (abbreviazione di Unione comunista della gioventù) è uno degli esempi più importanti in questo senso. Organizzati nel Komsomol, i giovani dell’URSS furono artefici fondamentali dell’edificazione del socialismo, trovando nel lavoro l’ambito in cui valorizzare le proprie aspirazioni e capacità, la voglia di imparare, di scoprire, di viaggiare, di istruirsi, di costruire un mondo nuovo, che, a differenza del vecchio, fosse anche a loro misura. Esattamente il contrario del lavoro inteso nella società capitalista, un concentrato di ricatti, privazioni, sfruttamento, umiliazioni e rinunce.

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Per comprendere la storia e la funzione del Komsomol bisogna tenere presenti le differenze tra la condizione dei giovani nella Russia di allora e quella dei giovani nel nostro paese oggi. In Russia i giovani erano principalmente operai, lo studio era riservato alle classi abbienti e solo con la rivoluzione socialista i giovani proletari conquistarono il diritto all’istruzione. Nel nostro paese i giovani delle masse popolari sono principalmente studenti, perché sull’onda della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale scaturita proprio dalla Rivoluzione d’Ottobre, anche le masse popolari italiane hanno conquistato il diritto all’istruzione (oggi pesantemente sotto attacco). Ma l’oppressione che subivano i giovani nella Russia zarista e quella che subiscono oggi i giovani dei paesi imperialisti è della medesima natura, ha le stesse cause, e uguale è il bisogno di scrollarsela di dosso.

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Ultima nota introduttiva: in seguito alla morte di Stalin (1953) e all’avvento al potere dei revisionisti con Krushev (1954), al pari dell’intera società socialista (vedi “Le tre fasi dei primi paesi socialisti” su Resistenza n. 9/2017), anche il Komsomol perse progressivamente quel ruolo di spinta nell’educazione, nella formazione, nell’organizzazione dei giovani; lassismo e corruzione crescenti offuscarono gravemente l’immagine dell’organizzazione giovanile che si sciolse definitivamente nel 1990, mentre i suoi dirigenti ormai corrotti prendevano posto tra gli oligarchi dell’attuale Russia. Questa parabola è rappresentativa del corso seguito dai primi paesi socialisti, lo sottolineiamo per due motivi. Il primo è avvertire il lettore a non sottovalutare mai, nell’analisi dell’esperienza dei primi paesi socialisti, il valore e il peso che ebbe la svolta del 1954: iniziò il periodo in cui primi paesi socialisti, e in particolare l’URSS, furono diretti da chi promuoveva un graduale ritorno al capitalismo, un periodo caratterizzato da un progressivo e costante smantellamento delle conquiste ottenute nella fase precedente, quella della rivoluzione socialista e dell’edificazione del socialismo. Il secondo è stimolare il lettore a ragionare sulle obiezioni circa il presunto superamento dell’esperienza sovietica (“è roba del passato”): si tratta in verità del più alto livello raggiunto dall’umanità nel suo sviluppo e per vedere qual è il futuro possibile che abbiamo di fronte, dobbiamo rivolgere lo sguardo esattamente in quella direzione e a quel periodo storico.

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Prima del Komsomol: il ruolo del Partito comunista
Dopo la rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917 che abbatté lo zarismo, le masse popolari poterono disporre delle libertà democratiche di parola, di stampa, di associazione, di riunione e di manifestazione prima proibite. Nei più grandi centri industriali, anzitutto a Pietrogrado, cominciarono a sorgere Unioni della gioventù operaia. Circa centomila giovani operai incolonnati dimostrarono il Primo Maggio del 1917 contro la Grande Guerra e per la pace, per più ampi diritti politici e per il miglioramento delle condizioni economiche. Non si trattò di un movimento spontaneo, ma frutto del lavoro di propaganda e di organizzazione svolto dai giovani proletari del Partito comunista. Per conquistare il suo ruolo sulla gioventù, il Partito bolscevico condusse una lotta accanita contro i menscevichi e i socialisti rivoluzionari, che volevano limitare l’attività delle Unioni della gioventù operaia a un lavoro puramente culturale. I bolscevichi lavorarono invece per orientare le Unioni affinché fossero l’ambito nel quale i giovani proletari potevano contribuire alla lotta contro il regime borghese, alla rivoluzione socialista. Nel VI Congresso del Partito bolscevico (luglio 1917), che si tenne poco prima della Rivoluzione d’Ottobre e nel corso del quale il Partito si orientò verso l’insurrezione armata, fu affrontata con attenzione la questione delle Unioni giovanili: menscevichi e trotzkisti erano contrari a che la gioventù avesse le proprie organizzazioni, il Congresso deliberò invece che gli organismi del Partito dovevano mobilitarsi per promuovere e favorire la costituzione di organizzazioni socialiste della gioventù operaia indipendenti. Secondo le parole di Lenin infatti:

“Senza una completa autonomia, la gioventù non potrà educare nelle sue file dei buoni socialisti e non potrà prepararsi a far progredire il socialismo” – da Lenin, Opere Complete, vol. 23, Editori Riuniti, Roma, 1967.

Proprio per questo stretto legame con il Partito, nel corso della rivoluzione d’ottobre e della successiva guerra civile (1917 – 1922) i membri delle Unioni giovanili furono nelle prime file dei combattenti che presero d’assalto il vecchio mondo per instaurare il potere sovietico. Con la vittoria della rivoluzione socialista la necessità di costruire un’Unione giovanile di tutta la gioventù sovietica si fece maggiore. Essa doveva aiutare il Partito e il governo a formare la gioventù alla lotta di classe, una gioventù istruita e colta, intraprendente e risoluta, capace di edificare la nuova società socialista.

Nascita del Komsomol
Il 29 ottobre 1918 si riunì a Mosca, su spinta del Partito bolscevico, il primo Congresso panrusso delle Unioni della gioventù operaia e contadina. 176 delegati rappresentarono 22.100 membri delle Unioni. Presidente onorario del Congresso fu eletto Lenin, che in seguito ricevette i delegati.

Il primo Congresso approvò come base dell’organizzazione giovanile che stava per sorgere tre principi imprescindibili: – l’Unione è solidale con il Partito Comunista russo (bolscevico); – l’Unione si propone di diffondere le idee del comunismo e di attirare la gioventù operaia e contadina nell’attiva edificazione della Russia sovietica; – l’Unione è un’organizzazione indipendente, che lavora sotto la direzione del Partito.

118699-komsomol-0-230-0-345-cropNasceva così l’Unione comunista della gioventù, abbreviata in Komsomol, ideologicamente legata al Partito. “La formazione del Komsomol – scriverà 20 anni dopo Mikail Kalinin (presidente del presidium del soviet supremo dell’URSS dal 1919) – è stata in sostanza un nuovo passo avanti verso l’edificazione del socialismo nel nostro paese”.
Il Komsomol nella lotta per l’edificazione del socialismo La successiva, difficile, prova per il nuovo potere sovietico, dopo la guerra civile, era la ricostruzione del paese e la trasformazione della Russia arretrata in un paese industrializzato. Al XIV Congresso del Partito, nel 1925, Stalin espose il piano dell’industrializzazione socialista indicando che in questo consisteva l’essenza della linea generale del Partito. Il Komsomol ebbe un ruolo di primo piano nell’attuazione di questa linea. Nuove masse di giovani erano coinvolte nella produzione mano a mano che si sviluppava l’industria e faceva la sua comparsa nella storia dell’umanità la generazione che non aveva conosciuto il giogo del capitalismo. Si trattava di organizzare questa generazione, di insegnarle una professione, di educarla al lavoro, alla responsabilità di fronte alle masse popolari.

imgres-12 Su iniziativa del Komsomol cominciarono a sorgere in tutto il paese, in migliaia di aziende, brigate d’assalto della gioventù, con il compito di aumentare la produttività del lavoro, impiegando meglio le macchine e i materiali. Esse esprimevano nuovi rapporti coscienti, socialisti, verso il lavoro. Anche nelle campagne il Komsomol organizzò mobilitazioni di massa per il raccolto e la collettivizzazione e, assieme ai membri del Partito, contribuì a organizzare i Colcos (fattorie collettive). Le brigate d’assalto avviarono un movimento d’emulazione tra i giovani di tutto il paese. Alla fine del Primo Piano Quinquennale (1928 – 1933, ma il Piano fu concluso un anno prima per il raggiungimento in anticipo degli obiettivi prefissati) un milione e mezzo di giovani si erano uniti alle brigate d’assalto. Sempre Kalinin scriveva:

“tutto il Komsomol si è trasformato in una brigata d’assalto e il movimento cominciato dietro sua iniziativa, si è trasformato in un’emulazione alla quale aderiscono tutti gli operai e che ha radicalmente mutato i rapporti verso il lavoro, elevandoli a cime mai viste”.

Il Komsomol fornì, fra il Primo e il Secondo Piano Quinquennale (1933 – 1937, concluso anch’esso in anticipo), 300.000 giovani per i cantieri, che furono la spina dorsale della mano d’opera per la costruzione di importanti infrastrutture e città come le famose officine di trattori di Stalingrado, la centrale idroelettrica del Dniepr, la metropolitana di Mosca e, nel lontano oriente, la città industriale che portava il suo nome, Komsomolsk.

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Dopo gli anni difficili della ricostruzione socialista, si pose il problema di padroneggiare i più moderni e progrediti mezzi tecnici di cui era ora fornita la nuova industria sovietica. Il Partito comunista, diretto da Stalin, pose come questione centrale la conquista della tecnica. Nel 1934, secondo dati incompleti, 170.000 giovani comunisti e 860.000 giovani operai e operaie, più della metà della gioventù occupata allora nelle industrie, affrontarono e superarono con successo gli esami tecnici. Nelle campagne l’80% degli autisti e meccanici dei nuovi mezzi, trattori e mietitrebbiatrici, erano giovani. Il frutto migliore di questo costante lavoro, e in particolare riguardo l’assimilazione della tecnica, fu il movimento stachanovista: il 31 agosto del 1935 un giovane minatore, Stachanov, in occasione della Giornata internazionale della gioventù, raggiunse un primato mai conosciuto prima di allora, mettendo a punto una nuova tecnica lavorativa che gli consenti di superare di 14 volte la norma di carbone estratto in un turno di lavoro. Ben presto migliaia di giovani ne seguirono l’esempio, ingrossando le fila del movimento stachanosvista e mettendo a punto in ogni ambito lavorativo nuove procedure e forme di organizzazione del lavoro, che permettevano di aumentare la produttività e diminuire la fatica. Negli stessi anni i giovani si impadronivano anche della scienza e della cultura, grazie alle nuove possibilità di studio offerte dallo stato socialista: il Komsomol, negli anni dei primi due Piani Quinquennali, fornì all’URSS 118.000 ingegneri, 69.000 agronomi, 91.000 maestri, 9.000 medici. Nel 1938, alla vigilia della nuova guerra mondiale, per la quale avrebbe fornito numerosi giovani combattenti per l’armata rossa, il Komsomol arrivava ad avere 3.345.000 iscritti.

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NON E’ UN PARAGONE FORZATO, E’ UN ESERCIZIO A RAGIONARE.
Ognuno dei nostri lettori faccia un paragone fra il processo di mobilitazione dei giovani delle masse popolari nell’Unione Sovietica e il contenuto della Buona scuola, dei vari Erasmus, progetto giovani, alternanza scuola-lavoro, stage, dote scuola, gli effetti degli sgravi fiscali alle aziende che assumono giovani, la favola delle start up, la falsa prospettiva di un reddito minimo garantito, del reddito di cittadinanza, del reddito sociale, ecc. C’è un’alternativa a questo mondo virtuale che nasconde il deserto mortifero in cui, se va bene, si riesce a sopravvivere. E’ la lotta politica rivoluzionaria per il socialismo. Milioni di giovani e giovanissimi delle masse popolari ci porgono un testimone che i giovani delle masse popolari dei paesi imperialisti possono e devono raccogliere. Raccogliamolo, nella Carovana del (nuovo)PCI.

POEMA PEDAGOGICO di A. S. Makarenko

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di ELVIRA MENSI

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Dobbiamo educare un lavoratore colto ed evoluto. Dobbiamo educare in lui il sentimento del dovere e il concetto dell’onore o, in altri termini: egli deve sentire la dignità sua e della sua classe e deve esserne orgoglioso, deve sentire gli obblighi che ha verso la sua classe. Deve essere capace di subordinarsi al compagno e di dare ordini al compagno. Deve essere un attivo organizzatore. Perseverante e temprato, egli deve saper dominare se stesso e saper influenzare gli altri. […] Deve essere lieto, cordiale, alacre, capace di lottare e di costruire, capace di vivere e amare la vita: deve essere felice e non soltanto nel futuro, ma in ogni giorno presente della sua vita”.
(A. S. Makarenko)

Va all’attacco, sul fronte della scuola, sul fronte del libro, alla testa di tutti i suoi ragazzi
(V. Maiakovski su A.S. Makarenko)

Introduzione alla lettura

Poema pedagogico è un romanzo-verità: il racconto della storia di una colonia penale per criminali minorenni creata e gestita dalla polizia politica comunista in Ucraina orientale negli anni venti del secolo scorso.

Se dovessi dire in poche parole ai lettori di oggi chi è il suo autore, Anton Semenovyč Makarenko, direi senza esitazione che è un pedagogo e un pedagogista sovietico, un costruttore del primo paese socialista, un costruttore del primo Stato socialista della storia, un costruttore dell’Unione Sovietica: uno Stato basato sull’alleanza di operai e contadini diretta dagli operai. Non quindi un educatore di ragazzi e di giovani, un professionista sia pure brillante del “reinserimento nella società” di ragazzi criminali, delinquenti, drogati e comunque disadattati e asociali, il sostenitore di un metodo particolare di insegnamento, di rieducazione o di “reinserimento sociale”: proprio della sinistra borghese deformarne la figura isolando un aspetto di Makarenko e valorizzarlo in questi ruoli, perché nella cultura della sinistra borghese la rivoluzione socialista non esiste e tra società borghese e società socialista la sinistra borghese non vede sostanziale differenza.

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In primo luogo Makarenko è quindi un costruttore del primo paese socialista che racconta come ha diretto un gruppo di ragazzi criminali, delinquenti, spesso drogati e comunque disadattati e asociali, non a “reinserirsi nella società”, ma a trasformarsi in attori della costruzione del socialismo in un paese dove, sotto la guida del partito comunista di Lenin e di Stalin, gli operai, una piccola minoranza della popolazione, avevano preso il potere e dirigevano la massa della popolazione a costruire un paese socialista, base rossa della rivoluzione proletaria mondiale.

In secondo luogo Makarenko è stato trascinato a partecipare a questa impresa unica, o meglio la prima del suo genere, partendo dal lavoro di insegnante che stava già facendo con passione da più di dieci anni a figli di operai, in una zona relativamente industrializzata dell’Ucraina, quando la rivoluzione socialista promossa dal partito comunista di Lenin vinse l’impero zarista e instaurò il socialismo. Makarenko era già un maestro di scuola (aveva già 29 anni e aveva incominciato a insegnare in scuole per operai a 17 anni) quando nell’ottobre del 1917 Lenin e il partito comunista instaurarono a Pietrogrado il primo governo sovietico. Egli aderì entusiasticamente e sempre più consapevolmente alla rivoluzione socialista e divenne un fervente costruttore del socialismo sotto la guida del partito di Lenin e di Stalin sempre operando nel campo pedagogico. “Dopo l’Ottobre, si aprirono di fronte a me meravigliose prospettive. Noi pedagoghi eravamo talmente inebriati di queste prospettive, da essere quasi fuori di noi”, scriverà più tardi. Ma nonostante l’età non aveva fatto parte dell’avanguardia che aveva assimilato la concezione comunista del mondo e promosso la rivoluzione socialista. Questo è importante per capire le difficoltà che Makarenko incontrò come maestro di pedagogia nella società sovietica.

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La Rivoluzione d’Ottobre non significò soltanto l’espropriazione dei latifondisti e dei grandi industriali, non significò soltanto “la terra ai contadini, le fabbriche agli operai”: essa fu anche, nello stesso tempo, il più grande movimento di masse verso l’istruzione (e innanzitutto verso la conquista dell’alfabeto) che ci fosse mai stato.

“In nessun luogo le masse popolari sono così interessate alla vera cultura come da noi; in nessun luogo, in nessun paese, il potere dello Stato si trova nelle mani della classe operaia che, nella sua massa, comprende perfettamente la sua mancanza, non dirò di cultura, ma di istruzione; in nessun luogo essa è pronta a fare, e fa, per migliorare la sua situazione in questo campo, sacrifizi così grandi come nel nostro paese” (Lenin, Pagine di diario, gennaio 1923, in Opere Complete vol. 33 – Editori Riuniti, 1967, pagg. 423-427).

Il maestro elementare diventò figura centrale di questo grande movimento popolare contro l’analfabetismo, verso l’istruzione.

“Il maestro elementare deve essere da noi posto ad un’altezza tale, alla quale non si è mai trovato, e non si trova, non può trovarsi nella società borghese. Noi dobbiamo avviarci verso questo stato di cose con un lavoro sistematico, fermo e tenace, per elevarne il livello spirituale, per prepararlo sotto tutti gli aspetti alla sua missione realmente nobile… e per migliorare le sue condizioni materiali. Non bisogna lesinare sull’aumento della razione di pane agli insegnanti in un anno come questo, in cui ne siamo forniti in modo relativamente sopportabile” (Lenin, ibidem).

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La storia della colonia Gor’kij, il “poema pedagogico” di Makarenko, è esemplare – ma davvero non unica – per quel che riguarda lo sviluppo dell’istruzione nei primi, difficilissimi anni del potere sovietico. L’Ucraina era una delle regioni più colpite e devastate: guerra, occupazione tedesca, guardie bianche, banditismo endemico, distruzioni, carestia. Eppure, in quelle tragiche condizioni, il potere sovietico – benché qua e là ancor debole, incerto, inesperto nei suoi quadri – dà un potente impulso all’istruzione. Le case e le ville dei vecchi signorotti, le proprietà dei nobili e dei monasteri (come nei pressi di Poltava e a Kuriag, prima e seconda sede della Colonia Gor’kij) sono assegnate ad istituti di istruzione popolare. Nascono le Rabfak, le facoltà operaie, si moltiplicano le scuole professionali. Le attrezzature sono insufficienti? i locali inadatti? il vitto scarso? Sì: ma queste sono conseguenze temporanee degli anni di lotta e di sconvolgimento, non di incuria delle autorità. Al contrario: il maestro sa che la direttiva del governo sovietico è nelle parole di Lenin:

“devono essere ridotte non le spese per il Commissariato dell’Istruzione pubblica, ma le spese degli altri dicasteri, perché le somme rese disponibili siano devolute al Commissariato dell’Istruzione pubblica”.

Il freddo, la fame, la scarsezza di tutto sono la conseguenza del fallimento, del crollo del vecchio regime, del vecchio mondo. Perciò, anche se “lacero e affamato”, è con entusiasmo, è con la consapevolezza di essere sorretto e aiutato nel massimo grado possibile dal potere operaio, che il maestro “va all’attacco, sul fronte della scuola, sul fronte del libro, alla testa di tutti i suoi ragazzi” (Maiakovski).

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Tuttavia Makarenko fece domanda di ammissione al partito solo molti anni dopo: la sua domanda fu accettata postuma dopo la sua morte improvvisa il 1° aprile 1939. La sua adesione alla costruzione del socialismo non venne quindi dalla assimilazione della teoria marxista, non fu un intellettuale rivoluzionario della vecchia tradizione russa, che era approdato al marxismo e poi alla pratica del movimento operaio e della rivoluzione socialista, come molte persone colte della sua generazione. Al contrario fu la sua adesione di figlio di operai, di insegnante e di pedagogista alla costruzione del socialismo promossa e guidata dal partito comunista di Lenin e di Stalin che lo fecero approdare al marxismo e infine al partito comunista. Anche nel campo pedagogico Makarenko fu prima un pratico e divenne pedagogista solo tardi, quando nel corso della costruzione del socialismo la lotta tra i vari indirizzi pedagogici divenne acuta. Dapprima Makarenko reagisce nella pratica, e quasi istintivamente, senza avere ancora alcuna chiarezza di idee e di principi, all’ondata libertaria che caratterizzava l’insegnamento nella scuola nei primi anni della società sovietica. La sua prima pubblicazione è del 1932 (La marcia dell’anno 30) e parla della Comune Dzeržinskij, il fondatore della Ceka morto nel 1926. Poema pedagogico venne pubblicato in due puntate nel 1934 e 1935 dell’almanacco letterario diretto da Gor’kij e in volume nel 1935, benché sia il frutto del lavoro redazionale fatto da Makarenko stesso su scritti stesi nel periodo 1925-1935, relativi alla vita della colonia Gor’kij (creata nel 1920 presso Poltava, in Ucraina orientale) per ragazzi criminali e comunque disadattati e asociali. Promotore di questa colonia, che in un paese borghese sarebbe stata, quindi, una colonia penale, come di tante altre analoghe colonie era stata la Ceka, la polizia politica che il governo sovietico aveva creato con il decreto del 7 dicembre 1917 per snidare e consegnare ai tribunali del popolo i cospiratori controrivoluzionari e rafforzato con il decreto del 21 febbraio 1918 (“La patria socialista è in pericolo!”) assegnandole il compito di eliminare direttamente i cospiratori controrivoluzionari colti sul fatto. Con la fine della guerra civile su larga scala, la Ceka era via via ritornata a compiti di inchiesta rimettendo i colpevoli di cospirazione controrivoluzionaria ai tribunali del popolo (per la vita del suo creatore, Feliks Dzeržinskij, vedasi l’omonima opera pubblicata da Zambon Editore) ed era passata a occuparsi anche di altri compiti: uno di essi era l’inserimento nella costruzione del socialismo dei ragazzi abbandonati, in gran parte criminali, delinquenti, spesso drogati e comunque disadattati e asociali che la guerra civile e lo sconvolgimento rivoluzionario avevano creato. Il loro numero, nel 1921, era valutato a 7.5 milioni di cui circa il 10% tossicomani.

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Sia l’esistenza di un così alto numero di giovani asociali sia i contrasti di indirizzo su come fare a farli partecipare alla costruzione del nuovo mondo, erano nella natura delle cose: l’agonia del vecchio mondo e la nascita del nuovo.

“L’apparire di una nuova classe sulla scena della storia, come capo e dirigente della società, è sempre accompagnato da un periodo di violente “perturbazioni”, di scosse, di lotte e di tempeste da un lato, e dall’altro da un periodo di passi incerti, di esperimenti, di oscillazioni e di esitazioni nella scelta dei nuovi metodi rispondenti alla nuova situazione oggettiva… È ovvio che non settimane occorrono, ma lunghi mesi ed anni prima che la nuova classe sociale, e per di più una classe finora oppressa, schiacciata dalla miseria e dall’ignoranza, possa adattarsi alla nuova situazione, orientarsi, organizzare il proprio lavoro ed esprimere dal suo seno i propri organizzatori” (Lenin, I compiti immediati del potere sovietico, 28 aprile 1918, in Opere Complete vol. 27 – Editori Riuniti, 1967, pagg. 211-248).

Nello stesso tempo, però, l’affermarsi, “come capo e dirigente della società”, della classe, fino ad allora sfruttata ed oppressa, del proletariato, liberò immense forze fino ad allora compresse, animò di indomabile entusiasmo milioni di uomini, pur nelle strettezze e nelle difficoltà della vita di ogni giorno.

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Quanto fin qui detto valga ad avvertenza perché i lettori traggano il massimo giovamento dalla lettura di Poema pedagogico. Essi troveranno in quest’opera spunti fecondi per riflessioni in molti campi. In questa introduzione ne voglio mettere in risalto tre.

1. Il primo campo è la costruzione del socialismo in Unione Sovietica negli anni Venti e Trenta, sotto la guida di Lenin prima e poi di Stalin.
Abbiamo già detto che non di “reinserimento sociale” racconta Makarenko, ma, raccontando le vicende di un caso concreto esemplare, della trasformazione di milioni di ragazzi sbandati in costruttori del socialismo. I metodi che egli usa sarebbero incomprensibili e i risultati che ottiene genererebbero frustrazione nei lettori e in particolare in quelli che sono oggi in Italia impegnati in sforzi educativi familiari o professionali, nelle istituzioni pubbliche o in iniziative di volontariato, se non tenessero conto che Makarenko racconta di uno sforzo educativo condotto in condizioni difficili ma nel contesto di una società che lo richiede, che ne ha bisogno, che sta tutta trasformandosi nella stessa direzione a cui l’opera educativa tende. Chi dei nostri lettori, dopo aver letto Poema pedagogico leggerà L’era di Stalin di Anne Luise Strong o I primi paesi socialisti di Marco Martinengo (entrambi disponibili presso le Edizioni Rapporti Sociali) vi troverà descritto lo stesso mondo a cui appartengono la colonia Gor’kij e la Comune Dzeržinskij, solo visto nel suo insieme, in termini di ricordi di viaggio da Strong e in termini di saggio da Martinengo. È velleitario cercare di educare all’altruismo un bambino che vive in un mondo di lupi rapaci: quello che gli serve ed è possibile fare è educarlo a diventare un rivoluzionario. Il libro di Makarenko, prima di essere un incitamento ad adottare metodi pedagogici, è quindi incitamento a fare la rivoluzione socialista nel nostro paese.

2. Il secondo campo è l’indirizzo pedagogico nell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta. I lettori di Poema pedagogico si troveranno alle prese con una lotta acuta tra contrastanti indirizzi pedagogici. In particolare tra l’indirizzo promosso da Makarenko e l’indirizzo libertario prevalente nelle istituzioni scolastiche nel cui contesto opera la colonia Gor’kij. È del tutto comprensibile che nelle istituzioni educative sovietiche l’indirizzo libertario avesse preso ampie dimensioni dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Occorre immedesimarsi nel contesto storico concreto, per comprendere le ragioni, e gli aspetti anche positivi, dello spirito libertario che animava molti maestri d’avanguardia in quegli anni. Nelle scuole zariste aveva dominato una disciplina da caserma e da seminario. I migliori maestri avevano lottato contro l’oppressione della personalità umana che le autorità imponevano. “Basta con la disciplina da caserma!”: era la parola d’ordine che, giustamente e naturalmente, risuonava nella nascente scuola sovietica. Era necessario travolgere le resistenze del vecchio mondo, far entrare nelle aule una ventata di libertà, far nascere negli allievi il senso della critica e dell’indipendenza di giudizio. Vi era in tutto ciò un aspetto positivo, un’esigenza giusta: l’esigenza di farla finita con una disciplina puramente esteriore, di liquidare ogni forma di supina sottomissione, ogni forma di avvilimento della personalità dell’allievo. Ma vi erano anche dei grossi pericoli, giacché questa giusta esigenza di disciplina cosciente e di libertà si mutava spesso in un “rivoluzionarismo” romantico e puramente negativo, conduceva al mito libertario dell’assoluto autogoverno degli allievi nella scuola, al mito naturalistico dello sviluppo spontaneo della personalità del fanciullo: in definitiva al fatalismo, ogni cosa può essere solo quello che è. Si giunse talvolta, per combattere l’autorità caporalesca e la disciplina da caserma, a negare qualsiasi autorità al maestro, a ripudiare qualsiasi forma di disciplina, a condannare qualsiasi “intervento dall’alto” da parte degli insegnanti. Proprio negli anni nei quali più teso era il contrasto tra Makarenko e l’“Olimpo pedagogico”, Antonio Gramsci, scrivendo dal carcere di Turi ai suoi figlioli che abitavano in Unione Sovietica, si preoccupava del pericolo di una sorta di “anarchia culturale” nell’insegnamento loro impartito in famiglia e a scuola. “Non si è liberi di scrivere da destra verso sinistra”, diceva scherzosamente ma anche seriamente al figlio maggiore alle prese con l’alfabeto. E alla moglie e alla cognata affettuosamente rimproverava di essere imbevute di “spirito ginevrino” (a Ginevra aveva risieduto Rousseau), di non reagire criticamente al fascino del mito dell’“educazione secondo natura” che aveva trovato nell’Emilio di Rousseau la sua espressione più completa. Il fatto che la critica di Gramsci coincidesse nella sostanza con la lotta di Makarenko contro il mito libertario, il fatto che due uomini, l’uno all’altro sconosciuti, lontani, arrivassero alla medesima conclusione partendo dalle medesime premesse di principio, è una prova importante contro coloro che vogliono far credere che la “svolta del 1936” (la risoluzione del Comitato Centrale del Partito Comunista bolscevico dell’URSS del 5 maggio 1936 riconobbe non solo gli evidenti successi della pedagogia di Makarenko, ma persino il suo essere sostanziale fondamento di un’educazione socialista di massa: la pedagogia di Makarenko, con i suoi metodi e principi educativi, divenne nuova “pedagogia ufficiale” dell’URSS), era stata una critica dall’alto, un puro e semplice e improvviso “atto d’autorità”. La critica era invece già nelle cose, nei cattivi risultati della pedologia libertaria, nei meravigliosi successi educativi degli avversari della pedagogia libertaria, di Makarenko ma non solo di Makarenko; era nella logica dello sviluppo della società e della scuola socialista; era nella coscienza degli uomini più attenti e consapevoli, degli uomini che, come Gramsci e Makarenko, avevano fatto dei principi del marxismo-leninismo una guida per la comprensione dei processi storici e culturali e per la loro direzione.

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Il comunismo non è solo negazione dell’oppressione feudale e clericale. È anche superamento dell’individualismo borghese e della libertà del capitalista che si combina con l’asservimento degli schiavi salariati. L’uomo comunista è libero nel senso preciso che è cosciente dei compiti della società di cui fa parte, concorre a individuarli, definirli e a tradurli in regole di condotta collettiva e individuale e quindi si comporta in modo conforme al ruolo che svolge per il loro adempimento. Nella società borghese la libertà dello schiavo salariato è rivendicazione, protesta, rivolta e organizzazione rivoluzionaria. La libertà del costruttore del socialismo e del comunismo è scienza e coscienza, conoscenza della necessità, disciplina consapevole in conformità alle leggi oggettive e a quelle che ha partecipato a definire e che sono quindi diventate socialmente oggettive.

3. Il terzo campo è la partecipazione alla rivoluzione socialista italiana e l’inserimento nella futura società socialista italiana dei giovani di oggi, del 2017.

Molti dei futuri lettori di Poema pedagogico sono certamente coscienti e probabilmente preoccupati dell’abbrutimento morale e intellettuale che la borghesia imperialista e il suo clero fomentano a piene mani nei bambini, nei ragazzi e nei giovani. Trascuriamo qui che borghesia e clero spesso concorrono allo stesso risultato (distogliere dalla rivoluzione socialista) con ruoli diversi: la prima facendo dell’abbrutimento mercato, il secondo deplorando, esortando e promuovendo opere di carità. È possibile oggi portare tanti giovani abbrutiti a partecipare alla rivoluzione socialista? Riusciremo domani a inserirli nella costruzione del socialismo? Poema pedagogico avvalora le tesi di noi comunisti, ma dice anche che la trasgressione non è di per sé rivoluzionaria. È solo sintomo della putrefazione della vecchia società che non accetta di morire. Solo chi promuove la rivoluzione è in grado di trasformare i trasgressivi in rivoluzionari.

Elvira Mensi
Edizioni Rapporti Sociali

Autore: Anton Semenovyč Makarenko
Editore: EDIZIONI RAPPORTI SOCIALI e RED STAR PRESS
Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/fax: 02 26305464
Email: edizionirapportisociali@gmail.com – carc@riseup.net
Sito web: http://www.carc.it – in fb: ERS – Edizioni Rapporti Sociali
Anno: 2017
Pagine: 416 pp.
Formato: 16×22,5 cucito con bandelle
Isbn: 9788867181674
Prezzo: 25,00 euro
Collana: Prima ondata della rivoluzione proletaria e i primi paesi socialisti.

Puoi acquistarlo: – Conto Corrente Bancario (CCB) intestato a Gemmi Renzo IBAN: IT79 M030 6909 5511 0000 0003 018 – Postepay intestata a Renzo Gemmi n. 5333 1710 0024 1535 – Paypal: accredito sul Conto PAYPAL del Partito dei CARC (https://www.paypal.me/PCARC) specificando la causale di versamento (via mail scrivendo a edizionirapportisociali@gmail.com) e comunicando via email o direttamente allo 02.26306454 l’indirizzo postale cui spedire il testo. La spedizione verrà effettuata non appena ricevuto il versamento effettuato.

Come Stalin, il Partito e il potere sovietico posero fine allo iato tra quadri tecnico-dirigenziali e classe operaia nell’URSS del primo Piano Quinquennale

Come Stalin, il Partito e il potere sovietico posero fine allo iato tra quadri tecnico-dirigenziali e classe operaia nell’URSS del primo Piano Quinquennale

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il problema delle relazioni tra classe operaia e mondo intellettuale si pose, in tutta la sua drammatica cogenza, fin dalla vittoria della Rivoluzione socialista bolscevica del 1917. La guerra contro le bande monarchiche e scioviniste che, appoggiate dai circoli imperialisti internazionali, misero a ferro e fuoco il Paese durante la Guerra civile del 1918/21, con l’intento di rovesciare il neonato potere sovietico, vide numerosi intellettuali schierarsi a fianco del socialismo, della causa degli operai e dei contadini: V.V. Majakovskij, A.V. Lunacharskij, A. A. Blok , solo per citarne tre. Altrettante figure del mondo della cultura, però, coltivarono i germi nefasti dello scetticismo e del disfattismo o, peggio ancora, scelsero il fronte opposto, quello della reazione: M. A. Bulgakov fu assai tiepido verso il nuovo ordine sociale; Anna Achmatova si chiuse in un atteggiamento di snobistico disprezzo, mentre M. Gorkij additò addirittura come pericolo mondiale il mugik russo oppresso da secoli di sfruttamento e ora pronto, liberate le catene, a dare l’assalto ad ogni “civiltà” con la sua indole “barbara ed asiatica”.

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V.V. Majakovskij

Fin qui, abbiamo illustrato le posizioni di poeti e scrittori; il grandangolo dello storico, però, il suo obiettivo più acuto e potente, non può però che andare a catturare anche altre figure di intellettuali: per la precisione, quelle di migliaia e migliaia di ingegneri, tecnici, economisti, specialisti vari i quali si trovarono davanti, potente e trascinante come nessun’altro, il ciclone dell’Ottobre. Non sempre la convivenza fu facile tra questi e il nuovo assetto di potere e le ragioni sono anche abbastanza semplici da comprendere: di estrazione alto – borghese, quando non addirittura aristocratica, la gran parte di questi quadri tecnico – scientifici nutriva sentimenti di aperta ostilità verso chi aveva spazzato via, con la ramazza della più autentica giustizia sociale e della più radicale rottura col passato, vecchi privilegi di casta e rendite di posizione accademiche anacronistiche e regressive. In altri termini, era perfettamente fisiologico, secondo le bronzee leggi della dialettica storica e sociale, il fatto che una parte consistente di questi “cervelli” si schierasse contro la marea montante della Rivoluzione proletaria. Contro gli elementi visceralmente antisovietici, il governo bolscevico dovette per forza prendere provvedimenti limitativi della libertà, pena difficoltà insormontabili in settori strategici della produzione. Vi furono altri esponenti del mondo tecnico – scientifico che, pur essendo di origine borghese, si dichiararono pronti a servire la causa del socialismo, con lealtà, abnegazione e spirito costruttivo.

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A. A.  Achmatova

Verso questi, il potere sovietico, all’inizio, non sempre si distinse per acume e correttezza: se alcuni raggiunsero da subito posizioni elevate e prestigiose, in funzione delle loro capacità, altri furono penalizzati nell’accesso ad alcuni canali professionali e accademici e i loro figli, per diverso tempo, non poterono iscriversi a determinati istituti e università o, pur potendolo fare, incontrarono diverse difficoltà, diversamente dai figli degli operai e dei contadini. Questo stato di cose, se da una parte poteva essere interpretato come il giusto, inevitabile contrappasso sociale, di classe, per secoli e secoli di discriminazione, ghettizzazione, esclusione ai danni delle classi subalterne, per un potere eticamente superiore quale quello sovietico, pervaso dai più nobili valori universalisti, poneva grandi problema di ordine etico, politico, sociale. Problemi di merito e di metodo, di valori e di opportunità al medesimo tempo. Il governo degli operai e dei contadini, teso alla liberazione di tutta la società dalle catene dello sfruttamento e della tirannia, non poteva tollerare al lungo alcuna discriminazione deliberata sulla base dell’estrazione sociale dei cittadini; anche giustificata in parte dall’azione eversiva dei ceti spodestati, essa rappresentava sia una violazione dei principi marxisti – leninisti sia un ostacolo controproducente, illogico, antisociale al pieno sviluppo dell’Urss tutta.

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M. A. Bulgakov

A metà degli anni ’20, sempre più scienziati e quadri tecnico – dirigenziali formatisi in epoca zarista iniziarono a convincersi della superiorità del socialismo e, mano a mano che esso mostrava i suoi innegabili vantaggi, decisero contribuire al suo ulteriore sviluppo, di lavorare alla sua definitiva vittoria come faro per tutta l’umanità. Vincendo la diffidenza e l’ostilità di ambienti dogmatici e settari ancora influenti all’interno del Partito Comunista (bolscevico) dell’Urss, quasi tutti legati a Trockij, un gruppo di scienziati e luminari di varie branche fondò, fin dal 1928, l’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici, per coadiuvare in ogni modo il processo di edificazione del nuovo ordine sociale. Questo simposio non fu di certo un organismo esclusivamente accademico, bensì rappresentò un avanzato fronte di lotta e di proposta, un punto di raccordo fondamentale tra i lavoratori del braccio e delle mente, tra la politica e la scienza, nel rifiuto di ogni separazione castale ma anche di ogni visione operaistica grezza, infantilmente estremistica e massimalista. Tra le figure più eminenti dell’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici ricordiamo il biochimico A.N. Bach, fondatore del prestigiosissimo Laboratorio chimico centrale sovietico, il patologo A.I. Abrikossov, figlio di proprietari terrieri, fornitori ufficiali di cioccolata per la Corte imperiale, il microbiologo ed epidemologo N.Gamaleja, figlio di nobili di estrazione cosacca, campione della lotta al tifo e al vaiolo, il chimico N.S. Kurnakov, fondatore dell’analisi fisico – chimica a livello mondiale e autore del test usato nell’estrazione del platino.

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Man mano che nella compagine del VK (b) P prendeva forza la linea equilibrata e saggia di Stalin, retrocedevano, irreversibilmente, le posizioni dogmatiche, avventuriste, sterilmente volontariste o pseudo – operaiste della “sinistra” trockijsta, assieme a quelle rinunciatarie, capitolarde, pervase di sopravvivenze piccolo – borghesi, della “destra” di stampo principalmente buchariniano. Questo si riflettè, inevitabilmente, anche sul ruolo e sulla posizione degli scienziati, degli intellettuali e dei tecnici nel quadro della costruzione del socialismo. Se nel campo letterario e artistico Maksim Gorkij iniziò a cantare le lodi del nuovo sistema, mettendo in evidenza l’opera di recupero sociale effettuato dall’OGPU e del sistema dei GULAG (nel 1929 visita le Isole Solovetsky, nel 1934 effettuerà un reportage dal mastodontico cantiere del Canale Mar Bianco – Mar Baltico), se M. A. Bulgakov abbandonò vecchi pregiudizi e timori infondati, frutti della mendace propaganda controrivoluzionaria e dell’azione di elementi deleteri presenti in seno al Partito e allo Stato, da parte dei quadri tecnico – scientifici sempre più numerosi giunsero i contributi innovativi, le invenzioni, i suggerimenti costruttivi per lo sviluppo, l’affinamento, la trasformazione, l’evoluzione dei processi produttivi.

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Nel 1928, con il concorso e l’attiva partecipazione di ogni istanza economica, sociale, politica, culturale, venne elaborato il Primo Piano Quinquennale per gli anni 1928/1933, gigantesca, formidabile, ineguagliata opera di ingegneria sociale, destinata a mutare per sempre il volto della vecchia Russia e dell’Urss e ad affermare ritmi di sviluppo mai visti in nessuna parte del mondo. Il ruolo degli scienziati, dei tecnici, degli ingegneri, dei quadri dirigenziali nella definizione delle linee del Piano non fu secondo a quello di altri attori sociali e di altri portatori di interesse. Tutto si contemperò armonicamente nel quadro dell’interesse generale e nella lotta per l’avanzamento del socialismo. L’ostilità e la diffidenza reciproche tra quadri e classe operaia cedettero il passo, progressivamente ma inesorabilmente, alla reciproca comprensione e intesa, nell’interesse dello scopo supremo: la creazione di una nuova civiltà di liberi ed eguali. La classe operaia sempre più fece tesoro del patrimonio di nozioni e saperi trasmesso dagli esponenti dell’apparato tecnico – scientifico; dal canto suo, tale apparato sempre più si compenetrò della vivida energia sperimentatrice e creatrice del proletariato, con le sue intuizioni, le sue opere concrete, i prodigiosi stimoli e le innovazioni studiate e messe in atto nella trincea della produzione.

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Nel 1928, nell’industria lavoravano ancora soltanto 13.700 ingegneri: lo 0,52 % della classe operaia. Sgomberato il campo da sabotatori e quinte colonne, il potere bolscevico valorizzò sempre più l’opera dei quadri intellettuali onesti e leali, mentre, al contempo, potenziò al massimo le fila degli ingegneri, dei tecnici, degli scienziati: se nel 1928, nei vari Politecnici e Istituti ad essi collegati, studiavano 18.900 persone, nel 1933 esse erano diventate 233.500. Un dato eccezionale, di per sé eloquente, della capacità di organizzazione e promozione dei saperi nel quadro della società sovietica. Segnatamente, nel 1928/29 il Partito inviò a studiare e a formarsi, nei Politecnici e negli Istituti tecnici superiori, 1000 militanti di avanguardia, tutti di estrazione operaia e contadina, i quali sarebbero diventati, in seguito, rinomati direttori di produzione, tecnici, pedagoghi, medici. Il meglio che il nuovo potere sovietico poteva offrire alla società tutta, liberando energie, talenti e genii compressi e soffocati per secoli dai macigni dell’oppressione di classe. Un’altra cifra, meglio di ogni altra, offre il quadro dello sviluppo incessante, prodigioso della Terra dei Soviet lungo l’asse del Primo Piano Quinquennale: se nel 1926 vi erano, in tutta l’Urss, 11.000.000 di operai e impiegati, nel 1933 se ne censirono 22.900.000. Il numero dei quadri intellettuali tecnico – dirigenziali, crebbe in maniera ancora più impressionante. A dirigere la massima autorità della pianificazione dal 1925 al 1934, ovvero il GOSPLAN, furono due figure lucide, coraggiose, integerrime: Gleb Maksimilianovic Krzhizhanovskij e Valerian Vladimirovic Kujbyshev, ambedue di origini altolocate: borghese di rango il primo, di ascendenza nobile il secondo (era figlio di un militare di carriera). Essi, assieme a Stalin e ai vertici del Partito, degli organi istituzionali e del potere popolare, furono i “capitani” della grande svolta del Paese verso la modernità, la prosperità, la libertà dalle residue catene del capitalismo.

Nell’eroica attuazione del Piano Quinquennale, tra difficoltà, sabotaggi, complotti internazionali mai cessati, essi poterono contare su figure di specialisti di primo piano: I.V. Bardin, ingegnere capo nella costruzione del Complesso metallurgico di Kuzneck; I.M. Gubkin, geologo, Presidente del prestigiosissimo Congresso Geologico Internazionale con sede a Mosca; I. G. Aleksandrov, autore del progetto della gigantesca centrale sul Dnepr; A. V. Winter e altri ancora.

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La diga del Dnepr

Naturalmente, nel vivo di una lotta e di un impegno indefesso per la trasformazione del Paese, non mancarono contrasti, polemiche e anche processi a carico di sabotatori annidati negli apparati tecnico – dirigenziali e scientifici. Nel 1930 fu la volta del Processo del Partito industriale, a carico di otto ingegneri sovietici che, in combutta con circoli imperialisti internazionali, avevano attuato sabotaggi sistematici alla produzione, organizzando anche un partito segreto che avrebbe dovuto prendere il potere con l’aiuto della Francia, lanciata in un’invasione militare del territorio sovietico. La storiografia anticomunista ha intinto e intinge il pane in alcuni aspetti poco chiari del processo che però, in gran parte, sono stati e sono tali solo per la volontà dei circuiti antimarxisti e antisovietici di non comprendere implicazioni, legami, scaricabarile che non mancarono e che fecero finire nel tritacarne anche persone in buona fede, colpevoli solo di cattive frequentazioni. Non vi fu alcun processo farsa: le accuse erano vere, fondate, inoppugnabilmente provate anche da dichiarazioni di personaggi tutt’altro che teneri verso il potere sovietico. Louis Fischer, in Machines and men in Russia, scrisse:

che ingegneri russi si siano dedicati e si dedichino al sabotaggio, è fuori dubbio. Gli specialisti americani che lavorano in Russia lo hanno ripetutamente affermato in privato e alla stampa. E prove particolareggiate confermano le loro asserzioni. Ma questo fatto non costituisce legittimo motivo per arrestare e condannare una intera classe, molti dei cui componenti sono cittadini leali e devoti“.

Obiettivamente, Fischer mise in risalto due aspetti incontrovertibili, sui quali ci siamo soffermati ed abbiamo argomentato: tantissimi ingegneri e tecnici, la stragrande maggioranza di essi, erano ormai del tutto solidali con il potere sovietico e non concepivano alcun progetto eversivo ai suoi danni. Allo stesso tempo, il complotto per far crollare l’Urss era tutto meno che fantasia, e trovava terreno fertile tra vari specialisti e quadri che mantenevano posizioni da infiltrati e agenti dormienti. Individuate e chiarite con cura, rigore e precisione le posizioni di ciascuno degli imputati, il processo e l’insieme dei provvedimenti restrittivi adottati videro numerose revisioni e molti ingegneri e tecnici, arrestati all’inizio del processo, vennero liberati. I massimi organismi della pianificazione economica, accanto al Partito e ai vertici dello Stato, criticarono gli eccessi della OGPU e gli sconfinamenti dell’azione penale in campi impropri. Fu la prova provata, questa, che in Urss non esisteva né poteva esistere uno Stato di polizia: grazie alla vigilanza del Partito e del popolo tutto, la giustizia sovietica funzionava a puntino e nessuno correva il rischio, avendo a che fare con essa, di finire in un tritacarne a tempo indeterminato, come avviene ai poveri cristi perseguitati dalla giustizia dei Paesi borghesi, ai quali può capitare di trascorrere anni e anni in cella senza alcuna colpevolezza effettiva riscontrata.

Nel 1931 fu la volta del processo contro 14 professori menscevichi e funzionari dello Stato, accusati di attività controrivoluzionaria mirata alla restaurazione del potere di grandi capitalisti espropriati nel 1917, in combutta con circoli imperialisti francesi e britannici.

Nel 1933, infine, vi fu il processo contro sei ingegneri britannici, dieci ingegneri russi e una segretaria sempre russa, accusati di sabotaggio a danno di centrali elettriche, con il contorno solito di spionaggio e corruzione. Un copione tipico e ricorrente nelle cucine delle trame imperialiste, specie britanniche. La reazione al processo fu la riprova della colpevolezza degli Inglesi: l’Ambasciatore britannico, infatti, sin dall’inizio si profuse in dichiarazioni incendiarie e toni rabbiosi contro l’Urss, anche se si era istituito un processo davanti ad un Tribunale regolare di un Paese sovrano, con prove inoppugnabili. Il verdetto, dopo che accusa e difesa si erano confrontati su un terreno di correttezza giuridica e formale indiscutibile, fu il seguente: 16 condannati, un assolto (un ingegnere britannico). In spregio ad ogni rispetto della sovranità e della giustizia di un Paese straniero, ad ogni principio di non ingerenza e, infine, ad ogni considerazione di tatto ed opportunità, la Gran Bretagna impose un blocco commerciale su alcune merci che, se scalfì appena il potenziale produttivo sovietico, procurò gravi danni ad alcuni interessi economici inglesi. Un pesante boomerang tornava così in testa a chi l’aveva lanciato in aria nello spazio eurasiatico della grande Urss, con l’intenzione di coprire altarini e complotti eversivi ai danni del primo governo operaio e contadino del mondo.

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Più tardi, riferendosi a fatti avvenuti nel 1928, anche John Littlepage, ingegnere americano, tutt’altro che comunista, presente in Urss nel quadro di progetti di cooperazione, riconobbe in maniera inconfutabile la realtà dei sabotaggi, compiuti non solo da alcuni quadri, ma anche da elementi infidi presenti tra gli operai:

un giorno del 1928 entrai in un’officina di generatori nelle miniere di Koshkar. Per caso, la mia mano affondò nel recipiente principale di una grande macchina Diesel ed ebbi la sensazione di qualcosa di grumoso nell’olio. Feci immediatamente fermare la macchina e togliemmo circa un litro di sabbia di quarzo, che non poteva che esservi stata gettata intenzionalmente. A varie riprese, abbiamo trovato, nelle nuove installazioni delle officine di Koshkar, della sabbia in ingranaggi come i riduttori di velocità che sono interamente chiusi e possono essere aperti solo sollevando il coperchio per il manico. Questo meschino sabotaggio industriale era così comune in tutti i settori dell’industria sovietica, che gli ingegneri russi non se ne occupavano per nulla e furono sorpresi della mia preoccupazione quando lo constatai per la prima volta (…) parecchie persone non possono vedere le cose allo stesso modo e restano dei nemici implacabili dei comunisti e delle loro idee, anche quando sono entrati in un’industria di Stato“.

Riguardo agli episodi giudiziari sopra ricordati, mai si udirono toni sguaiati e demagogici contro ingegneri, tecnici e quadri dirigenziali, nella stampa e nel Paese: alla sbarra erano alcuni di loro, non l’intero gruppo sociale e professionale! Alcuni rantoli estremistici si sentirono, ma vennero subito soffocati non dalla censura, che non esisteva se non nelle teste dei propagandisti borghesi e filo – capitalisti, ma dal buonsenso, dalla linea generale del Partito che si era andata consolidando, dalla considerazione della quale godevano tantissimi tecnici e intellettuali che in tutto il Paese stavano lavorando alla costruzione ed al potenziamento di dighe, centrali elettriche, strade, ferrovie, industrie. Nel 1931, Stalin, rafforzando la sua posizione in maniera democratica, con la forza delle idee e dell’appoggio di milioni di uomini e donne in tutto il Paese, aveva pronunciato alcune parole inequivocabili:

Nessuna classe governante è mai riuscita ad andare avanti senza i suoi intellettuali (…). I bolscevichi devono seguire una politica tale da attirare a noi gli intellettuali e devono occuparsi del loro benessere”.

Non vi dovevano essere più persecuzioni immotivate di ingegneri, azioni ostili contro chi era leale e trasparente nel pensiero e nell’azione all’interno dei quadri tecnico – dirigenziali, nessuna frattura artificiosa e assurda tra lavoratori del braccio e della mente, né sulla base di scelte inopinate né, tanto meno, sulla base di demenziali considerazioni sulle origini di classe. Dopo il pronunciamento di Stalin, gli organi del potere sovietico, in armonia con la discussione sviluppatasi dentro al Partito, nei Sindacati, nelle fabbriche, lavorarono assieme, nell’anno 1931, alla formulazione di un nuovo Decreto che sancì alcune misure di importanza storica a beneficio dei quadri tecnico – dirigenziali e degli specialisti : uniformità di razioni alimentari e di trattamento in sanatori e case di riposo tra questi e gli operai; assegnazione di appartamenti confortevoli, adeguati soprattutto per l’attività di studio e approfondimento (gli appartamenti dei quadri avevano una stanza o anche due in più); rimodulazione delle aliquote sul reddito in senso premiante; ammissione dei figli in tutte le scuole di ogni ordine e grado, senza alcun impedimento o potenziale riserva ostativa.

A questi provvedimenti fece seguito un clima di grande fiducia e distensione : molti ingegneri, medici, tecnici, architetti, specialisti di differenti branche furono liberati dal carcere, promossi a posizioni di prestigio e responsabilità, decorati con onorificenze prestigiose quali l’Ordine di Lenin. Nessun ingegnere avrebbe potuto più essere accusato di sabotaggio se, per fare solo un esempio, avesse proposto di compiere prospezioni geologiche in un punto del Paese, senza poi aver la fortuna di trovare i giacimenti di petrolio ipotizzati in prima istanza. Arnold Soltz, autorevolissimo giurista sovietico, scrisse sulle “Izvestija”:

Il ritirare uomini da posti importanti dell’industria e nell’amministrazione civile ha causato allo Stato perdite enormi”.

Per il futuro, non si doveva più ammettere nemmeno l’ipotesi del carcere, in assenza di una sufficiente e solida base probatoria. La civiltà giuridica sovietica aveva risolto in gran parte un nodo, quello dei diritti dell’imputato e dell’uso arbitrario del carcere, che per le “ democrazie “ borghesi è, ancora oggi, ben lungi dall’esser stato districato. Ancora più forte e deciso fu il Commissario del Popolo alla Giustizia, Nikolaj Krilenko: egli biasimò e destituì un Procuratore provinciale che aveva istituito un procedimento legale a carico di alcuni ingegneri, senza un sufficiente carniere di prove a supporto dell’azione penale. Insomma, la società sovietica, con il consolidamento della linea di Stalin e della stragrande maggioranza dei militanti, si avviò sul felice e radioso sentiero dello sviluppo più pieno nella libertà, nella vera democrazia e nella coesione sociale tra profili professionali e sociali differenti, prima artatamente messi l’uno contro l’altro da correnti disgreganti, da visioni settarie dei rapporti sociali e da complotti etero – diretti dai circoli imperialisti. Quella compattezza consentì al Paese di fare il suo ingresso nel mondo sviluppato e di prepararsi, più tardi, all’inevitabile scontro con la bestia nazi – fascista.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Sidney e Beatrice Webb: Il comunismo sovietico: una nuova civiltà  – Volume secondo (Einaudi, 1950).

Storia universale dell’Accademia delle Scienze dell’Urss – Volume 9 (Teti Editore, 1975).

Ludo Martens: Stalin, un altro punto di vista (Zambon editore, 2005).

Lineamenti di storia dell’Urss, Vol. II (Progress Edizioni, 1982)

Louis Fischer: Machines and men in Russia (Harrison Smith, 1932)

J.D. Littlepage e Demare Bess: Alla ricerca dell’oro sovietico, (Garzanti, 1946)