Made in URSS – una testimonianza diretta su quello che fu il Paese dei Soviet

Made in URSS – una testimonianza diretta su quello che fu il Paese dei Soviet

REDAZIONE NOICOMUNISTI

EDIZIONI RAPPORTI SOCIALI

Diffondiamo un’interessante testimonianza sulla vita negli ultimi anni dell’URSS, dopo quarant’anni di regime revisionista e di graduale restaurazione del capitalismo. La dedichiamo ai nostri socialpetalosi sempre pronti a spalare sterco sulla gloriosa Unione Sovietica.

A cura dei compagni di Edizioni Rapporti Sociali:

Tempo fa abbiamo conosciuto una ragazza moldava di 34 anni che da vari anni vive e lavora in Italia. Abbiamo fatto a lei e a suo fratello (di qualche anno più grande) alcune domande sulla Moldavia prima dell’avvento della “democrazia” e della separazione dalla Russia. Entrambi hanno vissuto in Moldavia nella parte finale dell’esistenza l’URSS, quando l’URSS, dopo quarant’anni di regime revisionista e di restaurazione graduale del capitalismo, si stava dissolvendo e stava per entrare nella fase della restaurazione ad ogni costo del capitalismo diretta da Eltsin e poi, almeno in parte, da Putin. Dai loro ricordi, però, emerge bene quanto, nonostante l’opera dei revisionisti, le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e l’intero sistema economico, politico e sociale erano ancora fortemente influenzate dalle conquiste della fase di costruzione del socialismo.

I fratelli moldavi, rispondendo ad alcune nostre domande, ci offrono l’occasione di un racconto dall’URSS, in presa diretta. Una testimonianza e qualcosa su cui riflettere. Per conoscere, comprendere, tirarne le giuste lezioni.

Come era organizzata la vita sociale?

Ogni individuo contribuiva alla collettività principalmente svolgendo i suoi compiti con dedizione e responsabilità. Gli studenti studiavano e facevano attività ricreative e civiche, i lavoratori lavoravano e potevano svolgere qualunque attività sociale, culturale e ricreativa. Ogni individuo viveva a stretto contatto del suo collettivo di riferimento e questo creava un tessuto sociale tale per cui nessuno era abbandonato a se stesso, nessuno era lasciato in disparte, ma tutto e tutti erano curati. Non esistevano ricchezza e povertà, le differenze di salario erano basate solo sulla specializzazione professionale e sull’anzianità, chiunque era in grado di mantenere un livello di vita più che dignitoso. Si stava bene e, in verità, soltanto chi voleva “star male” poteva farlo.

In che senso?

Nel senso che il lavoro era obbligatorio, valeva il principio “chi non lavora non mangia”. Chi non aveva voglia di lavorare e preferiva fare il furbo veniva denunciato e condotto più volte al lavoro da parte della polizia. Poteva comunque non lavorare per un massimo di 6 mesi (circondato dalla diffidenza e dalla riprovazione della gente), poi veniva messo in una colonia di lavoro, una sorta di prigione in cui era obbligato a lavorare. Nella colonia di lavoro non percepiva uno stipendio mensile ma, quando usciva, riceveva un compenso per il lavoro che aveva svolto risultante dai giorni che aveva lavorato, ad una paga inferiore rispetto agli operai. Quindi non esistevano le basi per il furto, non c’era droga e non esisteva la prostituzione.

Parlaci ancora del lavoro e del sistema produttivo.

La precarietà del lavoro, l’instabilità, l’insicurezza non esistevano. A tutti era chiaro che dopo la scuola sarebbero andati a lavorare. Ogni fabbrica, ospedale, comparto produttivo aveva il dovere di curare tutti gli aspetti della vita dei lavoratori e delle loro famiglie, fin dalla creazione e gestione delle scuole professionali. Ogni studente della scuola professionale era un potenziale lavoratore di quel comparto, quindi la fabbrica o l’ospedale provvedevano alla cura di tutto ciò che gli era necessario: vitto (con ticket e buoni), alloggio, tempo libero (corsi di ogni tipo, sport, arte, ecc.), vacanze (ogni azienda aveva complessi o alloggi turistici sparsi in tutta l’URSS o convenzioni con alloggi e complessi turistici gestiti da altre aziende), trasporti (ogni azienda provvedeva al trasporto di ogni singolo studente/lavoratore nei casi in cui era necessario spostarsi). Questa organizzazione partiva, come ho detto, dalla scuola professionale e arrivava fino all’età della pensione.

Puoi dirci qualcosa sulle condizioni di lavoro?

Io, per esempio, ho iniziato a lavorare in miniera a 18 anni e le attenzioni che c’erano per i minatori non c’erano da nessun’altra parte del mondo. Ad esempio il latte (bere molto latte riduce i rischi che derivano dalle polveri) era distribuito gratis più volte al giorno a tutti i minatori: una cosa del genere in Germania, in Inghilterra e in tutto il resto del mondo non esisteva. Il minatore era considerato un lavoro usurante, quindi un anno da minatore era considerato come tre anni di lavori non usuranti: quindi dopo 12 anni, a 30 anni, avrei potuto andare in pensione.

Com’erano gli stipendi?

Un lavoratore senza nessuna qualifica guadagnava lo stipendio più basso: 180 rubli. Un kg di pane costava 0,15 rubli, un biglietto dell’autobus 0,70 e uno del treno 0,25 ma gli spostamenti da e per il lavoro erano gratis, spesso le mense erano gratis e libri, scuola e sanità pure. Ad ogni lavoratore la fabbrica dava gratis la casa, l’arredamento, gli elettrodomestici (i più cari a un prezzo simbolico). Gli stipendi erano usati per comprarsi qualcosa in più rispetto a ciò che già era un diritto riconosciuto a beneficiare di tutte le risorse e le ricchezze, come per esempio le sigarette, i gelati e altri “vizi”. I beni di consumo in commercio erano venduti al mercato e tutti i prezzi stabiliti dallo Stato, non esistevano quindi speculazioni di nessun tipo. I beni maggiormente ambiti (ad esempio alcuni tipi di cereali) non venivano messi in commercio, ma razionati proporzionalmente al numero dei componenti di ogni nucleo famigliare.

Com’era la sanità?

Era completamente gratuita sia per le visite generiche che specialistiche, a tutti i livelli, le analisi e le cure. Chiunque avesse malattie che richiedevano particolari trattamenti o che si acuivano con le condizioni climatiche veniva inviato al mare o alle terme, in montagna o in campagna per un periodo di riabilitazione. Queste cure, insieme alle vacanze, erano gestite dalle organizzazioni sindacali.

E i trasporti?

Per andare al lavoro la fabbrica metteva a disposizione dei pulmini che andavano a prendere a casa e riportavano a casa gli operai gratuitamente (chi voleva dava una mancia all’autista). Per i mezzi pubblici era necessario comprare il biglietto, il cui costo era comunque molto basso. Le macchine private erano poche ma non per penuria di mezzi ma perché non erano necessarie. Quelle che esistevano erano tutte uguali, cambiava solo il colore, ed erano di proprietà collettiva nel senso che chi ne aveva bisogno faceva domanda alle autorità competenti e poteva prendere una macchina, per poi consegnarla quando non ne aveva più bisogno. Sulla gestione della distribuzione delle macchine esistevano dei favoritismi, poteva succedere che i dirigenti facessero avanzare dei loro parenti o conoscenti nella lista di prenotazione della macchina, ma questo era il peggio che poteva accadere.

C’era libertà di culto?

In maggioranza i moldavi erano atei, ma la religione non era vietata. Chi voleva poteva andare in chiesa, seguire il culto che voleva e celebrare le feste religiose. Semplicemente incorreva nell’ironia della gente che, in generale, non festeggiava né Natale né Pasqua. Le feste erano politiche, civili o patriottiche (primo maggio, 8 marzo, 1 gennaio, 15 aprile, 23 febbraio). In occasione delle feste le scuole e le fabbriche non chiudevano, ma le mense servivano il menù di festa e venivano organizzate specifiche attività: gite, parate, gare sportive, manifestazioni culturali, ecc.

Com’era organizzata la scuola?

Ognuno aveva la possibilità di scegliere e determinare il proprio percorso di studi perchè tutte le spese erano a carico dello Stato, quindi per gli studenti e le loro famiglie l’istruzione non rappresentava un costo. Dopo l’asilo (3/6 anni) iniziava un ciclo di studi “base” di 9 anni. Chi voleva continuare a studiare poteva farlo liberamente, perchè l’università era gratuita, ma anche a chi intendeva specializzarsi erano assicurati studi, vitto, alloggio e servizi gratis. In generale tutto il sistema funzionava sulla meritocrazia, ma non come la intendete voi: 1. i risultati dello studio erano intesi come lo sviluppo e la crescita di un collettivo e non per fini carrieristici; 2. non esistevano le “borse di studio” con cui la borghesia rappresenta la sua meritocrazia, ma tutti avevano il diritto e il dovere di studiare a costo zero.

C’erano organizzazioni giovanili?

Prima dei 13 anni i bambini e i ragazzi entravano o negli ottobrini (dai 6 ai 9 anni) o nei pionieri (dai 9 ai 13 anni). Non era obbligatorio, ma tutti i bambini volevano parteciparvi, soprattutto perchè tutti i ragazzi aspiravano sopra a ogni casa a entrare nel Komsomol. Le organizzazioni giovanili organizzavano attività sociali (volontariato, aiuto ai contadini per il raccolto o agli anziani, campagne per la pulizia dell’ambiente), organizzavano le loro feste e promuovevano le proprie attività ricreative e culturali: ci sentivamo importanti e utili! Il Komsomol era la Gioventù comunista e per entrarvi era necessario superare un esame di storia (ci venivano chieste cose come la data di nascita di Lenin, quando era stata fondata l’URSS e altre cose del genere). L’ingresso nel Komsomol era per tutti i giovani una cosa importante, rappresentava il riconoscimento sociale del passaggio alla maturità. Il non farne parte equivaleva a un castigo. Pensate che per riprendere un ragazzo per un atteggiamento sconveniente o sbagliato, non si faceva leva sulle questioni personali, ma al contrario sul ruolo che lui ricopriva nella società: “che razza di komsomolista sei?”.

Tutto questo avveniva nella fase di decadenza dei primi paesi socialisti, dall’intervista emergono vari indizi: i favoritismi, le mance, l’esame per entrare nel Komsomol basato su date e nozioni, il fatto che la gente non era mobilitata ed educata a prendere sempre più nelle proprie mani la direzione della propria vita e della propria attività, ecc. Però lascia intravedere cosa sono stati i primi paesi socialisti quando la loro direzione di marcia era quella della costruzione del comunismo! E cosa potrà essere l’Italia quando diventerà un paese socialista: un paese che riprenda e sviluppi a un livello superiore quello che è descritto in questa intervista. E’ questo il paese che i comunisti aspirano a costruire, che le nostre Edizioni, edizioni della Carovana del (nuovo) Partito Comunista Italiano, contribuiscono a costruire, che ogni operaio, ogni lavoratore, ogni esponente delle masse popolari può contribuire a costruire.

E’ il nostro invito e, insieme, il nostro augurio oggi, a 100 anni dalla grande Rivoluzione d’Ottobre.

Il ruolo degli avvocati in URSS

Il ruolo degli avvocati in URSS

s2
Come veniva e come viene rappresentata dalla propaganda capitalista  la giustizia in URSS

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di LUCA BALDELLI

In Urss, come in tutti i Paesi del mondo, esistevano gli avvocati. Questa notazione, che può sembrare assolutamente lapalissiana, non è in realtà pleonastica né inutile, dal momento che uno dei cavalli di battaglia della propaganda antisovietica è stato ed è quello della sostanziale assenza, in Urss, tanto di uno Stato di diritto quanto di una diritto alla difesa pienamente esercitabile in sede processuale dagli imputati. Nulla di più falso! Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, nella Russia sovietica si pose il problema dei diritti riconosciuti ed esigibili dai cittadini in sede di procedura penale: il ciclopico rivolgimento sociale prodottosi esigeva nuovi paradigmi, un capovolgimento radicale delle consuetudini, delle norme, delle prassi, una palingenesi radicale anche del diritto, dei suoi apparati e dei suoi strumenti. In tale contesto, i diritti della difesa furono sempre assicurati, anche nel “terrore” necessitato dalla Guerra civile scatenata dai reazionari filo – zaristi e sostenuta, aizzata, rinfocolata in ogni angolo dalle potenze straniere imperialiste. Pur nella giusta, doverosa punizione di nemici del popolo spietati, pronti a tutto, i quali non si erano limitati a manifestare la loro opposizione a parole, ma si erano levati in armi contro il potere degli operai e dei contadini, mai vennero meno le garanzie per gli imputati dei processi, compresi coloro i quali erano stati sorpresi in flagranza di reato. La “Ceka” mai ricalcò le orme né della Gestapo, né dell’Ovra, né della Pide, né quelle di nessun’altra polizia segreta di stampo fascista votata alla persecuzione dei lavoratori e di pacifici cittadini contrari alla prepotenza istituzionalizzata. La “Ceka”, sia pure con una parentesi di ampia libertà operativa, resa indispensabile dalla cogente necessità di stroncare la controrivoluzione, fu sempre sottomessa al controllo degli organismi politici e della giustizia ordinaria, e come essa tutte le sigle successive nelle quali si “reincarnò” nei decenni: GPU, NKVD, KGB… . L’imputato di questo o quel reato, in Urss, godette sempre dei più ampi diritti alla difesa, alla protezione dei propri beni, alla salvaguardia di sé stesso e della propria famiglia da indebite ingerenze, pressioni, esazioni e interdizioni. L’affermazione di garanzie per l’imputato in sede processuale, miranti ad accompagnarlo nell’iter della giustizia fino alla definitiva chiarificazione della sua posizione, mediante la fase dibattimentale ed in forza di deliberazioni finali collegialmente adottate, non poteva non contemplare il pieno, effettivo riconoscimento della professione forense, non solo sulla carta, ma nei fatti. Fin dalla Costituzione del 1936 ( Capitolo IX, Art. 111 ), il diritto del cittadino alla propria difesa fu riconosciuto nelle fonti giurisprudenziali primarie e, quindi, tradotto nei fatti con tutta una serie di dispositivi normativo – applicativi, che ripresero ed affinarono a loro volta le decisioni adottate fin dagli albori della Rivoluzione. Naturalmente, accanto ai legali penalisti operarono sempre quelli civilisti, esperti in questioni riguardanti, appunto, il diritto civile: anche in uno Stato socialista, infatti, la legge conserva tutto il suo valore, assieme alla condizione strettamente legata al suo dominio e da essa scaturente, ovvero la legalità. La creazione di un nuovo ordine fondato sulla giustizia, l’equità, l’abolizione dello sfruttamento, la partecipazione popolare a tutti i processi sociali e produttivi in forma di autogoverno, non elimina, da subito, la necessità di un filtro, di una protezione giuridica, né cancella, come per un colpo di bacchetta magica, le vecchie sopravvivenze capitalistico – borghesi, le sclerotizzate sovrastrutture derivanti dalle convenzioni sociali per secoli riconosciute e praticate, al punto da rendere superflua l’esistenza di un corpus di leggi. Fu così che, con la Rivoluzione d’ Ottobre, nacquero in Urss, in ogni centro cittadino, i Collegi degli Avvocati, organismi collegiali di legali, abilitati all’esercizio della professione: a sancirli e riconoscerli nella loro esistenza ed operatività, fu la Legge n. 36 del 1922, poi modificata ed integrata nel 1923, con le Leggi giudiziarie n. 23 e n. 26. Per fare il proprio ingresso nel rango di questi Collegi, un legale doveva vantare alcuni necessari requisiti:

  • Servizio di due anni nel sistema giudiziario sovietico con una qualifica non inferiore a quella di investigatore;

  • Diploma di Laurea ottenuto presso l’Istituto Giuridico Sovietico;

  • Frequentazione dei corsi serali del medesimo Istituto, con superamento almeno di un esame

I compiti di detti Collegi erano plurimi e vari: assistenza agli imputati dei processi, formulazione di pareri, consigli, chiarimenti su disposizioni giuridico – legislative a chiunque li richiedesse, divulgazione di informazioni utili al cittadino per l’esercizio dei propri diritti e l’ottemperanza ai propri doveri.

I Collegi ricevevano onorari differenziati a seconda dei profili degli assistiti e regolati da specifici provvedimenti, consensualmente adottati: il cittadino a basso reddito non doveva pagare nulla, mentre tutti gli altri erano chiamati a corrispondere una modesta parcella, per giunta rateizzabile, fatta salva, a discrezione degli interessati, la possibilità per il legale di concordare con l’assistito un onorario supplementare. I Collegi incassavano gli onorari e poi li redistribuivano ai legali in base a criteri squisitamente meritocratici: chi aveva una mole di lavoro più pesante e trattava cause più impegnative riceveva di più, chi si occupava di casi più “semplici” riceveva, proporzionalmente, di meno. In questo modo, si evitò, per quasi tutto il periodo di esistenza del potere sovietico, il sorgere di un ceto forense caratterizzato dalla proliferazione, al proprio interno, di indebiti privilegi, favoritismi, “massonerie” comunque mascherate.

Gli avvocati che non esercitavano nei tribunali e negli organismi giuridici, potevano prestare la loro opera all’interno di aziende, Enti pubblici, cooperative ecc…

Mai gli avvocati, checché ne dica la propaganda anticomunista, furono vittime, in Urss, di prevaricazioni, pressioni, limitazioni volte a coartare la loro azione e le loro prerogative. Anzi, una notizia è particolarmente significativa: negli anni ’30, l’85 % degli avvocati non era iscritto al Partito Comunista. Durante i tanto citati processi degli anni ’30, i Collegi dei legali difesero fino alla fine anche gli imputati con i capi d’accusa più tremendi; nei tribunali sovietici, mai si derogò al principio del diritto di difesa, nemmeno quando in ballo vi furono eversori e cospiratori con agganci eccellenti in Patria e all’estero: Tukhachevskij, Zinov’ev, Bucharin e altri ancora poterono usufruire di un’assistenza giuridica completa, scrupolosa, a tratti agguerrita. Fu la fondatezza dei reati a loro carico, e non altro, a determinare i giudizi di condanna emessi nei riguardi di questi personaggi, ma questo la propaganda borghese non l’ha mai riconosciuto e non lo riconoscerà mai! Certamente, in Urss non c’era posto per Azzeccagarbugli intenti a dimostrare, con abilità dialettica e piglio sofistico degni di miglior causa, che il bianco era nero e viceversa. Questi pietosi esercizi dialettici, offensivi della verità, tipici di una parte consistente della casta degli avvocati borghesi e del suo teatrino quotidiano, non trovarono mai cittadinanza nel Paese dei Soviet, dove la sostanza sempre trionfò sulla forma e dove l’onestà nell’esercizio del diritto di difesa non varcò mai le colonne d’Ercole della decenza, della dignità, del rispetto delle vittime e delle parti lese, armonizzandosi sempre con l’educazione e lo spirito quasi “pedagogico”, formativo, dei processi. Ogni volta che nella dialettica dipartimentale le argomentazioni dell’accusa emersero come schiaccianti, incontrovertibili, dai banchi della difesa non si levarono mai domande capziose volte a coprire i rei, né inviti a parlar d’altro per coprire la sostanza, ma, al massimo, vi fu il logico, normale, giusto appello alla clemenza ed alla mitigazione delle richieste di condanna; in altri casi, dinanzi all’emergere di un profilo di reità assolutamente indiscutibile e coinvolgente le più alte articolazioni dello Stato, vi furono legali che si unirono alle richieste di condanna formulate dall’accusa, dopo che le loro agguerrite difese erano franate dinanzi all’evidenza. Tutto ciò non deve far gridare allo scandalo, anche perché, in altri casi, pur se riguardanti imputazioni gravissime, i legali furono ugualmente decisivi per ribaltare le intenzioni dell’accusa! In Urss, l’avvocato era parte integrante dello Stato, araldo della difesa della collettività dalle mire della sovversione borghese, partecipe dello sviluppo di una scienza e di una prassi giuridiche calibrate sulla difesa dell’individuo in quanto parte di un tessuto sociale nel quale diritti e doveri marciavano uniti e compatti. Dovrebbero piuttosto suscitare scandalo la forma mentis e l’azione dei legali borghesi nei nostri ordinamenti, che anche dinanzi a dei rei confessi non sottoposti ad alcuna pressione, o di fronte a casi evidenti di colpevolezza, giocano ai sofismi più impensabili, sfoderano gli artigli per arrampicarsi sugli improbabili specchi dell’ipocrisia fino alla fine, facendo perdere tempo, sciupando risorse di tutti, o accordandosi con i giudici per tirare avanti i processi fino alla calende greche con il solo fine di dilatare, assieme al tempo… anche i loro guadagni, accumulati sulle spalle di imputati illusi o partecipi della sceneggiata!

A riprova del prestigio del quale la professione forense godette in Urss, possiamo evidenziare un semplice dato: solo a Mosca, all’inizio degli anni ’50, erano più di 1000 gli avvocati inquadrati nei Collegi loro afferenti e nelle attività dei tribunali, senza contare tutti quelli che, invece, prestavano servizio altrove.

Una figura che testimonia, in maniera evidente, degli ampi diritti garantiti alla difesa nei processi del periodo sovietico, è senza dubbio Semjon L’ Vovic Arja (1922 – 2013). Di famiglia ebraica, pluridecorato per la Grande Guerra Patriottica, Arja fu un vero principe del foro in Urss: con vibrante passione difese, nel 1970, J. Mendelevitch, ebreo autore, assieme ad altri suoi amici e complici, del dirottamento di un aereo. Grazie all’opera del Collegio difensivo capitanato da Arja, non solo le richieste di esecuzioni capitali furono stralciate, ma si riuscì a ottenere, per il Mendelevitch e per tutti gli altri, pene più miti, in termini di anni di reclusione, rispetto a quelle normalmente comminate per reati simili. La perizia e l’estrema abilità di Arja, che incantavano pure gli accusatori, furono determinanti anche per l’assoluzione, nel 1978, in prima battuta, dell’attrice Valentina Milyavina, accusata per l’omicidio del marito Stanislav Zhdankov. A riprova del potere dei legali in Urss, e sempre con riferimento a questo caso particolare, fu proprio l’opera del Collegio degli Avvocati a garantire, nel 1983, la revisione del processo, con l’impegno degli assistenti legali della famiglia Zhdankov. Arja, assurto alla più alta celebrità, fu decisivo anche nella difesa di imputati del calibro di Sacharov, Ginzburg, Bykov, chiamati in occidente “dissidenti” per nascondere le loro azioni antisovietiche, svolte in violazione delle leggi, che nulla avevano a che vedere con opinioni espresse e preferenze dichiarate verso questo o quel sistema politico.

Intanto, negli anni ’70 il dettato costituzionale era diventato ancor più rigoroso, preciso e circostanziato riguardo ai diritti della difesa nei tribunali: la Costituzione dell’Urss del 1977 contemplò al proprio interno tutta una seria di articoli oltremodo garantisti e scritti, a differenza dei testi giurisprudenziali occidentali e borghesi, in maniera chiara e inequivocabile. Vediamo alcuni esempi.

Art. 157: “L’Amministrazione della giustizia è pubblica in tutti i tribunali. La celebrazione delle cause a porte chiuse è ammessa solo nei casi stabiliti dalla legge, rispettando nel contempo tutte le norme procedurali”.

La limitazione alla pubblicità dei processi, dunque, era sottoposta a riserva di legge rafforzata, in quanto, anche in caso di processi a porte chiuse, non si poteva derogare dalle normali procedure!

Art. 158: “Si assicura all’imputato il diritto alla difesa”.

Non una generica rassicurazione, da “pacca sulle spalle”, ma una petizione di principio che non ammetteva deroghe! Non si garantiva infatti quel diritto con giri di parole, ma lo si ASSICURAVA! Non vi erano dunque deroghe, nemmeno in circostanze particolari!

Il tutto, corroborato dal precedente Articolo 155: “I giudici e i giurati popolari sono indipendenti ed obbediscono solo alla legge”.

L’Art. 161 ribadì una legge al servizio di tutti e realmente uguale per tutti: “L’assistenza giuridica ai cittadini ed agli enti viene prestata dai collegi degli avvocati. Nei casi previsti dalla legge l’assistenza giuridica ai cittadini viene prestata gratuitamente”.

Nessuno si vedeva impossibilitato a difendersi per la sua precaria o svantaggiata posizione economica, come avviene regolarmente negli Stati capitalistico – borghesi, dove il sacrosanto diritto del cittadino onesto a vedersi riconosciuta un’incontestabile ragione viene pressoché sempre calpestata da falangi di avvocati ben pagati da padroni e politici, pronti a far credere che Madre Teresa di Calcutta militava nelle SS. Il più autentico liberalismo, sancito a parole dai sacri testi istituzionali borghesi, in Urss veniva sistematicamente applicato, per intima convinzione e missione del popolo e dei suoi governanti liberamente scelti.

Questo il quadro della professione forense, del riconoscimento e dell’esercizio del diritto di difesa in sede processuale in Urss : un faro per tutti coloro i quali credono che un diverso stato di cose, che un diverso ordinamento sociale ( e quindi giuridico) siano non solo possibili, ma pure necessari !

Riferimenti bibliografici e sitografici

Sidney e Beatrice Webb: “Il comunismo sovietico. Una nuova civiltà” (2 volumi, Einaudi, 1950)

Paolo Robotti: “Nell’Unione Sovietica si vive così” (Edizioni di Cultura sociale, 1953 )

http://www.adamoli.org/gelasio/unit%C3%A0/lettere/lettera-185.html

http://www.dircost.unito.it/cs/pdf/19361205_urssCostituzione_ita.pdf

(testo della Costituzione sovietica del 1936)

https://noicomunisti.wordpress.com/2016/06/05/la-costituzione-dellurss-del-1936/

La nuova Costituzione sovietica” ( Editori Riuniti , 1977 ).

Knickerbocker: un anticomunista amico dell’evidenza

Knickerbocker: un anticomunista amico dell’evidenza

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

195lr2ydoqx0ojpg
Manifesto antisocialista del Partito Conservatore britannico, 19o9

L’anticomunismo e, in misura ancor maggiore, l’antisovietismo, sono due patologie particolarmente gravi, in quanto negano non tanto i principi, i valori e i riferimenti (ognuno ha, legittimamente, in base al pensiero che professa, i propri!), bensì anche e soprattutto l’evidenza smaccata, quella che solo l’asino col paraocchi può non vedere e non notare. Accade così di leggere tutta una teoria di opere stereotipate, stucchevoli, trasudanti infima propaganda da ogni rigo, nelle quali l’Urss viene descritta, in diverse epoche e differenti passaggi della sua storia, come un universo invariabilmente connotato da miseria, oppressione, sfruttamento, arretratezza.

195mxxukld8vxjpg
Copertina di una pubblicazione antibolscevica francese del 1935

Si sa: gli araldi dell’antisovietismo, per poter maldestramente mascherare la triste realtà del sistema capitalista a loro caro, quello che li ha sempre cullati e foraggiati, senza soluzione di continuità, han sempre dovuto dipingere il socialismo con colori tetri e fosche tinte, trasferendo su di esso le tonalità proprie del sistema capitalistico borghese, addossando all’Urss e ai Paesi socialisti i difetti, le storture, le bestialità che si incontrano, regolarmente e strutturalmente, nelle Nazioni dove al potere stava e sta la borghesia, con i suoi monopoli e oligopoli, col suo sistema di sfruttamento, speculazione, svalorizzazione e sprezzo della dignità umana. Così, sul fronte anticomunista ed antisovietico incontriamo pamphlet orrendamente faziosi, a volte apertamente ridicoli, raffiguranti trinariciuti mostri pronti a balzare sulla povera ed indifesa Europa, cosacchi ansiosi solo di bagnarsi gli stivali nella fontana Piazza San Pietro a Roma, contadini affamati e sfruttati, operai allo stremo delle forze, costretti a lavorare per lo “Stato padrone” (i servi non ce la fanno a concepire un mondo senza il “padrone”, debbono sempre evocarlo!).

195ln6x5n6aevjpg
Propaganda anticomunista russa del 1918

In questo orizzonte tragicomico di falsità, bugie acclarate, manipolazioni rocambolesche, patacche spacciate per documenti autentici ed indiscutibili, testimonianze attinte da personaggi inesistenti, si distingue un anticomunista di ferro: Mr. Hubert Renfro Knickerbocker, [una biografia più accurata di quella reperibile su Wikipedia si trova qui], giornalista del “New York Evening Post” di New York, nato nel 1898 e prematuramente deceduto nel 1949, a causa di una sciagura aerea nei cieli di Bombay. Figlio di un reverendo, Knickerbocker vide la luce a Yoakum, nel Texas, studiò psichiatria presso la Columbia University e, successivamente, iniziò a coltivare la passione per il giornalismo d’inchiesta e per i reportages, scrivendo pezzi di valore per il sopramenzionato “New York Evening Post” e per il “Philadelphia Public Ledger”. Il sacro furore per il giornalismo, corroborato da talento nell’individuazione dei temi e nella prosa scorrevole, “currenti calamo”, varrà a Knickerbocker il Premio Pulitzer nel 1931. Alla base della decisione della giuria, incaricata di stabilire i vincitori del prestigioso riconoscimento, stava una serie di articoli di Knickerbocker sul Piano quinquennale sovietico.

spyknickerbocker1
Hubert Knickerbocker al lavoro

Il giornalista fu infatti testimone, obiettivo e disincantato, di quella gigantesca opera di modernizzazione, ingegneria sociale ed economica, trasformazione di un contesto arretrato e dipendente dall’estero in un panorama all’avanguardia nel mondo, chiamato “Primo Piano Quinquennale”. Dal 1928 al 1932, l’Urss vide dispiegarsi energie umane, intellettuali e materiali, mai mobilitatesi in forma cosciente e partecipe per tutto l’arco della storia dell’umanità: basti pensare che, nel quinquennio preso in considerazione, la produzione di energia elettrica crebbe di 7 volte rispetto al 1913, con 10 nuove grandi centrali di potenza superiore a 100.000 kW, mentre, nello stesso periodo, l’Urss passò dal 6° al 2° posto nel mondo per la produzione di ghisa e di acciaio fusi, ponendosi al 1° posto in Europa per le stesse voci. La disoccupazione sparì e la classe operaia crebbe da 11.600.000 unità a 22.900.000. Un cammino compiuto dai Paesi capitalisti in 100 anni!

195mxpwh1g292jpg
Senza commenti

La stampa fascista europea e quella filo – fascista statunitense, basti pensare ai giornali in mano al magnate William Randolph Hearst, fervente ammiratore di Mussolini e Hitler, cercava in ogni modo di diffamare l’Urss con la diffusione di notizie false e calunniose, inventando, con l’ausilio di testimonianze false e veline disinformanti preparate nei laboratori dei servizi segreti imperialisti, storie di carestie e di crisi irreversibili nel Paese dei Soviet [per approfondimenti vedasi qui, qui, qui e qui].

195lm6j11au0qjpg
La gran combinata della propaganda: comunismo+complotto ebraico…

Bisognava, ad ogni costo, e in ogni modo, distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal disastro dell’economia capitalista entrata, essa sì, in una tremenda crisi a partire dal 1929; bisognava, prima di tutto, impedire che milioni di uomini e donne sfruttati dal grande capitale aprissero gli occhi sulla nuova, prospera e feconda realtà sovietica, sul nuovo orizzonte socialista che, con energia e potenza inauditi, stava additando al mondo l’alba di un mondo diverso, senza sfruttamento, senza parassiti, senza guerre. Un mondo verso il quale, tra l’altro, cominciavano ad emigrare diversi proletari europei ed americani, messi completamente sul lastrico dalla chiusura di aziende e siti produttivi.

51hdiuujf3l

H.R. Knickerbocker, pur anticomunista per formazione e credo, come abbiamo accennato, si pose sempre al di sopra della bassa propaganda anticomunista ed antisovietica: egli, pur mantenendo intatti i suoi giudizi di valore e le sue idee circa il marxismo – leninismo, descrisse con obiettività e completezza la realtà della gigantesca trasformazione in atto nelle terre dell’ex Impero russo, trasmettendoci, attraverso le pagine dei suoi articoli e delle sue opere, l’immagine di un poderoso progresso e di un impetuoso sviluppo. Il tutto con una professionalità, un acume e una preveggenza che non poterono lasciare insensibili ed indifferenti settori significativi del giornalismo e dell’editoria anche nell’Italia fascista, lanciata nella sua crociata contro il sempre asserito “pericolo bolscevico”: tra il 1931 ed il 1932, infatti, in ben quattro edizioni, Valentino Bompiani pubblicò, nella collana “Libri scelti”, la traduzione dell’opera di H.R. Knickerbocker “The Soviet Five Year Plan and Its Effect on World Trends”, sotto il titolo “Il Piano quinquennale sovietico”. Il lavoro del sapiente giornalista era destinato a compiere il giro del mondo e già precedentemente era stato diffuso in tedesco, svedese, danese. In esso Knickerbocker, con dovizia di dati e riferimenti, aveva raccontato il suo viaggio nella terra dei Soviet, mettendo in luce come lì si stesse compiendo, con chiaroscuri e molteplici difficoltà, ma complessivamente con innegabile successo, il più grande esperimento di radicale trasformazione sociale mai tentato prima, volto a costruire l’uomo nuovo e a gettare alle ortiche, per sempre, il modello capitalista segnato da profonde, ricorrenti crisi derivanti dal proliferare dell’anarchia produttiva.

La differenza veramente importante fra il capitalismo di Stato sovietico ed il capitalismo privato – nota Knickerbocker nell’introduzione all’opera – sta nell’elemento della preorganizzazione, che è uno dei principi base della economia marxista. Nel mondo del capitalismo privato la concorrenza sfrenata porta inevitabilmente, secondo Marx, a periodi di sovrapproduzione, di disoccupazione e di crisi del genere di quella attraverso a cui passa ora il mondo. Il prevenire la sovraproduzione è il vantaggio fondamentale che si è voluto attribuire in teoria ad una economia preorganizzata (….). L’ormai famoso Piano Quinquennale è il più ambizioso tentativo che sia mai stato fatto di mettere in pratica il principio della preorganizzazione. E’ il tentativo di divisare in anticipo, per cinque anni, il corso di vita di un’intera nazione di 150 milioni di anime”.

Dinanzi a queste riflessioni, messe nero su bianco da un lucido anticomunista, suscitano davvero ironia e rabbia i deliri pseudo – utopistici di trockisti e “comunisti libertari”, alla perenne ricerca del pelo dell’uovo nel “socialismo reale”, in continua tenzone con la realtà dei rapporti sociali e di produzione per affermare, dando la scalata a tutti gli specchi del mondo, un improbabile modello di socialismo tanto simile, nella sua ubicazione spazio temporale, nel suo stesso ubi consistam, all’Araba fenice del Metastasio. Un modello sempre al di là del raggiungibile, sistematicamente accompagnato da un’azione politica completamente impotente nel raggiungimento del seppur minimo obiettivo marxista – leninista, ma regolarmente esigente e ipercritica verso le realizzazioni concrete delle esperienze del socialismo reale avanzato [per approfondire vedasi per considerazioni generali qui e per l’agricoltura qui].

five-year1

Knickerbocker, nella sua introduzione, individua con lucidità i timori ed anzi il terrore della borghesia capitalista, consapevole, a differenza dei trockisti, dei traguardi raggiunti via via dalla pianificazione quinquennale, rispetto ai quali i piani moquettati delle direzioni aziendali e i salotti buoni trapunti di cuoio e velluti delle ville dei magnati ricevevano a ritmo serrato aggiornamenti statistici riservati su base quasi quotidiana:

Mentre la stampa borghese dell’Europa – scrive il brillante giornalista – continua ad annunziare, a beneficio dei comunisti locali, che il Piano Quinquennale è un insuccesso, gli uomini d’affari, e specialmente i maggiori industriali e banchieri, sono individualmente convinti del suo probabile successo. Essi, certo, temono la concorrenza delle esportazioni sovietiche di materie prime, specialmente di legname, di grano e di petrolio, e temono la probabile concorrenza, fra alcuni anni, dei prodotti industriali, che probabilmente usciranno dalla gigantesca macchina economica che si sta ora costruendo laggiù.”.

1st5yrplan

Knickerbocker vede con chiarezza, nell’Urss, un Paese permanentemente mobilitato per superare la storica arretratezza ereditata da secoli di dominio aristocratico, con poche isole, pur in alcuni casi importanti ed avanzate, di sviluppo capitalistico – borghese:

Mosca, Nishni Novgorod, Cheliabinsk, Ufa, Samara, Stalingrad, Gigant, Verblud, Rostof, Baku, Tiflis, Chiaturi, Batum, Yalta, Sebastopoli, Dnieprostroy, Stalina e il bacino del Don, tutti questi sono salienti nella guerra per l’industrializzazione che tiene oggi la Russia in uno stato febbrile. In tutte queste città, in grado diverso , ma sempre impressionante, io ho trovato una atmosfera di lotta, una nazione in armi che vive figuratamente, ma effettivamente, sotto la legge marziale e a razioni come in uno Stato assediato”.

a9eab6ab6eb775d7edc8b8447abddf87
Negozio sovietico di caviale

A parte il parossismo, l’iperbole della raffigurazione di un terra simile quasi all’antica Sparta (la realtà era molto più ridente e complessa, si pensi alle gioiose iniziative della gioventù comunista in tutto il Paese), Knickerbocker coglie però un dato fondamentale: la forza, l’efficacia della mobilitazione di tutto un popolo oltre i confini etnico – repubblicani, nella scalata al cielo verso le mete dell’uguaglianza, del benessere, dell’autentica libertà. Accanto a questo, crollano palesemente, nella narrazione, alcuni luoghi comuni e mistificazioni di certa stampa: in particolare, l’insistente ritornello per il quale, in Urss, solo pochissime città erano visitabili dagli stranieri. Knickerbocker gira il Paese in lungo e in largo e non deve fronteggiare ostacoli, inciampi, barriere burocratiche oltre a quelle normali, pienamente legittime, che ogni Stato degno di questo nome deve necessariamente annoverare nei propri ordinamenti. L’Urss gli si presenta come un libro aperto, in cui nessuno ha alcunché da nascondere e in cui, anzi, dominano la fierezza e l’entusiasmo proprio nel mostrare i successi, le conquiste ottenute e anche le inevitabili difficoltà, i ritardi, le carenze. Il giornalista percepisce il clima di sobrietà e austerità regnante, ma nega che nel Paese vi sia la fame o, peggio, la carestia che i disinformatori professionali tentano di accreditare per deviare l’attenzione dalla vera carestia, quella che negli Usa sta facendo morire di fame milioni di persone, lavoratori e piccoli borghesi (ci vorrà uno studio del 2008 compiuto da uno storico e demografo russo, Boris Borisov, per scoperchiare questa fetida pentola…):

La mia prima esperienza, entrando nella Russia sovietica, non si può dire tipica di un paese in cui la mancanza di cibo forma il principale argomento di conversazione. Io mi rallegravo dentro di me per essere passato attraverso la dogana con un sacco contenente 50 chili di carne tedesca in scatola, quando ricevetti un invito a pranzo. Il mio primo pasto sul suolo russo fu singolare. Sul menù figuravano: caviali della migliore qualità, varie specie di pesce di fiume affumicato (di quello che soleva trarre in passato a Mosca i ghiottoni di tutto il mondo), una saporosa zuppa di crema, dei pasticci ripieni di carne affettata, polli novelli, fagiani, un uccello raro, chiamato tsesarka, che somigliava a un piccione, formaggio, cocomeri, pere, lamponi e altre frutta”.

Il tutto cucinato, si badi bene, dallo stesso chef che, a suo tempo, aveva preparato pranzi e cene per il Granduca Nicola, alla faccia di asserite epurazioni “selvagge” nell’entourage imperiale, cavalli di battaglia, questi, di certa propaganda menzognera quanto grottesca.

ec154c5b4edd7f5a25c7c12323220904
Estrazione del caviale in URSS

Knickerbocker viaggiava sì in un vagone speciale, ospite di un ingegnere statunitense esperto in progetti idroelettrici e benvoluto da Stalin, ma, anche quando tenta di dare, come si suol dire, un colpo al cerchio e uno alla botte, ci mostra come anche nei vagoni – ristorante affollati dal popolo il vitto non sia poi da buttare, per un Paese in regime di austerità: qui, infatti, la colazione consiste di “due uova, un piccolo provino di burro, del zwieback (fette biscottate, ndr) e del tè”. Un menù dinanzi al quale un operaio italiano, francese o statunitense, che avesse avuto la ventura di viaggiare in un convoglio in terza classe, avrebbe senz’altro strabuzzato gli occhi dalla meraviglia! Nella capitale, Mosca, l’abbondanza di cibo e l’assenza di qualsivoglia penuria è palese [alle stessa conclusione, giunsero anche Anne L. Strong e Lion Feuchtwanger]:

“C’è abbondanza di pane. Per le vie di Mosca passano carri carichi di pane. I ragazzi corrono a casa con la razione del giorno, chini sotto il peso di 3 o 4 pani voluminosi. Il pane ha più importanza per l’Europa che per l’America. Per la Russia poi ha più importanza che per l’Europa occidentale (…). Col Piano Quinquennale la Russia aspira ad arrivare alla classe della carne. Sarà una salita difficile perché per il Piano Quinquennale la Russia è discesa sulla scala dietetica di parecchi pioli dalla posizione che occupava tre anni fa.”.

L’anticomunismo di Knickerbocker lo spinge a tirare conclusioni affrettate, in questo caso, ma pretendere una trattazione all’unisono esaltante o entusiastica della realtà sovietica sarebbe troppo, vista la considerevole obiettività della quale il giornalista dà comunque prova nei passaggi decisivi. Non criticheremo, quindi, il suo racconto per non aver considerato, ad esempio, delle pingui mense dei contadini ricchi e in parte medi, i quali macellavano in massa animali utili al lavoro e se li mangiavano in quantità industriali, come mai era avvenuto prima nella storia del contado russo, a spese di contadini poveri e di una consistente parte di quelli medi e, soprattutto, a spese (fino al 1933/34) della classe operaia urbana, quantunque soccorsa da mense a prezzi assai convenienti, prima inesistenti. Lo stesso Knickerbocker ammette che, nonostante il deficitario approvvigionamento in latte, grassi, uova, carne (la situazione in realtà è più rosea, come vedremo), “si può avere, in Mosca, regolarmente, lo zucchero”. Se le patate sono “limitate” (in realtà, il consumo di questo alimento in Urss era tra i più alti al mondo), il giornalista nota che “c’è abbondanza di caviale”, ovvero è largamente diffuso e a buon mercato quello che, in occidente, a quel tempo, è rara avis, preziosità disponibile soltanto per i palati dei ricconi. La tessera di un lavoratore manuale, poi, dimostra come anche di grassi non vi sia assolutamente scarsità: infatti, accanto a 1 kg di pane al giorno (in Italia il consumo medio era di molto inferiore), ½ kg di maccheroni, 2 kg di cereali e 10 uova al mese, gli sono garantiti 300 grammi di burro su base mensile, farina tre volte al mese in discreta quantità, 300 grammi di carne per tre volte ogni 10 giorni. In più, nei magazzini sono disponibili, senza razionamento, cavoli, cetrioli, cipolle, pomodori, fave e altro ancora e, per integrare il paniere acquistato con o senza tessera presso i magazzini statali e cooperativi, vi sono ovunque i mercati kolkhosiani, nei quali i prezzi sono determinati dal libero gioco della domanda e dell’offerta. Tra i mercati liberi, spiccano il “Sukharevsky”, perennemente affollato, e lo “Smolensky”. Non è però tutto; i lavoratori sovietici coltivano una passione che, per i loro colleghi del mondo capitalista, può abitare solo nel mondo dei sogni: essi vanno in massa al ristorante [vedasi qui come la situazione fosse ulteriormente migliorata negli anni ’50 nonostante la spaventosa ecatombe della Grande Guerra Patriottica].

“Tutti i restaurant di Mosca sono di proprietà del Governo o cooperativi. Se uno non ha abbastanza da mangiare a casa può mangiare al restaurant”.

Ad Azbest, città industriale in crescita continua, vera e propria creatura del Piano Quinquennale, il benessere marcia spedito assieme al progresso industriale, tecnologico, delle condizioni di lavoro:

“quando i lavoratori ritornano a casa, dopo il loro turno di sette ore, trovano un alloggio decente negli edifici costruiti per loro e che si distendono in forma di ventaglio dal lago nel centro della città. Ogni famiglia ha almeno una camera. (…) Sulle prime gli operai dovevano fare il viaggio fino a Sverdlovsk (70 km a sud – ovest, ndr) per farsi visitare da un medico. Ora, invece, c’è un ospedale con 120 letti, un policlinico con 60 letti ed un certo numero di medici. Il loro ‘Istituto di Cultura è stato di recente completato al costo di 1.200.000 rubli. In Azbest non ci sono, naturalmente, preoccupazioni per il combustibile; ce n’è abbastanza per gli inverni di un secolo, sebbene in Mosca il freddo sia tale da agghiacciare”.

L’avventura di Azbest è emblematica dello sviluppo del Primo Piano Quinquennale: fiorita con il lavoro ed il sacrificio di migliaia di persone da un piccolo centro di nemmeno 8000 abitanti, la città arriverà a comprendere, nel 1939, ben 30.000 abitanti, sempre meglio riforniti di alimentari, alloggiati e approvvigionati con servizi costantemente potenziati e rinnovati. In quel 1930/31 che vede la visita di Knickerbocker, il tenore di vita è già abbastanza elevato, nel suo seguire il passo dell’imponente processo di accumulazione e investimento per la creazione di nuove industrie ed infrastrutture:

Noi visitammo la cooperativa. Si vendevano – riferisce il giornalista – scarpe, stivali e soprascarpe di gomma, abiti e soprabiti, utensili domestici. Carne di manzo, agnello, montone e porco era in vendita (…). La produzione, paragonata a quella che si aveva antecedentemente, è raddoppiata: paragonata con quella del Piano è indietro del nove per cento, ma, tutto sommato, il Piano Quinquennale sembra che abbia in Azbest un eccellente inizio”.

La penuria notata dal giornalista, in alcuni passaggi, presso i mercati privati, ovvero presso i canali commerciali utilizzati dai contadini per vendere le loro eccedenze, dipendeva proprio da quanto è contenuto nel brano sopra riportato: il costante rafforzamento del commercio socialista (statale e cooperativo), sempre più presente, assortito e con volume d’affari crescente. Al crescere dell’incidenza di quest’ultima forma di vendita alla popolazione, calava, inevitabilmente, il peso specifico dei mercati kolkhosiani e consimili. Il poderoso sviluppo della collettivizzazione agricola, condotto lungo i binari della mobilitazione dal basso dei contadini poveri e medi, su basi volontarie e non coattive (salvo pochi episodi di deviazioni, prontamente sconfessati e corretti dal Partito e dal Governo, si pensi all’articolo di Stalin dal titolo “Vertigine dei successi”, pubblicato nella “Pravda “ del 2 marzo 1930), era il primo elemento che garantiva una produzione di derrate sempre più considerevole, da parte dei kolkhos e dei sovkhoz, con conseguente rifornimento dei canali del commercio socialista in misura crescente.

http-inlinethumb59-webshots-com-45754-2218679100104237032s600x600q85

Knickerbocker esamina e descrive, in maniera vivace e pittoresca, anche lo sviluppo del trasporto ferroviario ed il vertiginoso aumento dei suoi utenti, conseguenze naturali del ritmo accelerato di crescita economica impresso al Paese dalla pianificazione:

Immaginate Times Square alle 5 del pomeriggio, ed ognuna delle decine di migliaia di persone che vi si affollano con una pentola per il tè o con altro simile oggetto legato dietro le spalle ed avrete una idea della sala d’aspetto ferroviaria di Sverdlovsk. Essa poco mancò che costasse la vita ad un corrispondente americano (…). La massa addormentata si risveglia, si contorce e si eccita. Ecco che cinquecento uomini, donne e ragazzi balzano in piedi e prendendo su i loro materassi, i loro cuscini, i loro sacchi, le loro corde e tutti gli altri oggetti più vari dei quali si carica ogni viaggiatore russo, si preparano a dare l’assalto al treno. (…) Nessuno che non vi sia stato può avere una idea della densità del movimento sulle odierne ferrovie russe. (…) Ottenere i biglietti è una occupazione che porta via una settimana”.

In un contesto simile, con pochi paragoni possibili con il resto del mondo, come stupirsi di incidenti, disservizi, aritmie nel servizio? Tuttavia, nonostante questi inconvenienti, puntualmente riferiti senza alcuna censura dalla stampa e dagli organi di governo sovietici, nonché riportati fedelmente da Knickerbocker nella sua opera,

è un fatto che durante l’anno (1930, ndr) le ferrovie sovietiche hanno caricato in media 9500 vagoni al giorno in più che non nel 1928 – 1929, ossia 3.500.000 vagoni in più all’anno. Il sistema ferroviario non è peggiorato: malgrado i suoi difetti è anzi migliorato in confronto degli anni passati, ma si è dimostrato inadeguato per le necessità del Piano Quinquennale.”.

hqdefault
Locomotiva sovietica ad alta velocità degli anni ’30

I limiti, le deficienze, le carenze strutturali della rete ferroviaria verranno efficacemente affrontati, colmati e risolti negli anni a venire, con un insieme di misure improntate alla valorizzazione del patrimonio esistente, a più tempestive e complete manutenzioni, a investimenti mirati alla modernizzazione delle infrastrutture, alla lotta contro fenomeni persistenti di sabotaggio e diversione. Questi provvedimenti, attuati sotto l’egida ferma e autorevole di Kaganovic, condurranno ad un eccezionale miglioramento qualitativo del trasporto ferroviario sovietico, innalzandolo ai più alti livelli mondiali fin dal 1935.

dneproges
La costruzione della colossale diga sul Dniepr

Potente, nel suo plastico realismo, la descrizione dell’imponente cantiere di Magnitogorsk, dove gli operai stanno per costruire la più imponente impresa del Piano Quinquennale: il kombinat metallurgico, noto con la sigla MMK, destinato a diventare il più grande dell’Urss e uno dei maggiori a livello planetario.

L’investimento, da parte del governo – sottolinea Knickerbocker – di 800 milioni di rubli nella costruzione dell’acciaieria, ne fa l’impresa più formidabile del Piano, quattro volte maggiore, in realtà, di quella che era fin qui la più grande impresa del Piano, cioè la stazione idroelettrica ‘Dnieprestroy‘ “.

Il giornalista paragona la realtà nascente di Magnitogorsk a quella di Gary, famoso centro statunitense dello Stato dell’Indiana, caratterizzato dalla presenza di un’imponente acciaieria costruita, sottolinea Knickerbocker, in ben 12 anni, con una produzione di 3.400.000 ton. su base annua. Egli rileva poi come, nella Capitale, in tanti sottovalutino il progetto e i progressi conseguiti a Magnitogorsk:

In Mosca quelli che pretendono di sapere ogni cosa riguardo al Piano dicono che una visita a Magnitogorsk non è interessante. Aggiungono che il progetto esiste solo sulla carta. Noi siamo invece passati attraverso uno dei baraccamenti che ospitano 35.000 persone. Sobbalzando su delle strade che mettevano a dura prova le molle della Ford dell’agente della compagnia, noi passiamo davanti a moltissime tende e baracche. Si vedevano delle luci (…)”.

http-inlinethumb14-webshots-com-42765-2324644600104237032s600x600q85
1929: impianto siderurgico a Magnitogorsk

Vi erano dei detrattori pronti a sminuire certe imprese e a diffondere, attorno ad esse, l’ombra della sfiducia? Oppure si trattava di riservatezza e prudenza per non esporre troppo il processo di costruzione del socialismo, in alcuni suoi gangli strategici, ad occhi indiscreti e maliziosi, scoprendo carte che era bene non venissero messe in tavola in quel momento? Non lo sappiamo, ma negli anni a venire saranno scoperti e puniti diversi sabotatori, propagatori di notizie false e autori di atti criminali volti a minare il potenziale produttivo e a compromettere la realizzazione degli obiettivi della pianificazione.

construction-of-magnitogorsk
La costruzione di Magnitogorsk

Knickerbocker, ad ogni buon conto, passa sopra tutti gli ostacoli e, anche in questo caso, va a vedere di persona come stanno le cose, tocca con mano la realtà, non se la fa raccontare in base a stereotipi e a notizie di terza mano. Egli incontra anche gli ingegneri ed i tecnici statunitensi, presenti a Magnitogorsk per prestare assistenza e scambiare esperienze con i loro omologhi sovietici, nel processo di costruzione del gigantesco kombinat:

Grandi aperture nel suolo, foreste di impalcature, mucchi di rotaie ferroviarie, qua e là muri in mattoni si vedevano nei punti dove devono sorgere gli alti forni, le acciaierie, una centrale elettrica, una fabbrica di prodotti chimici, destinati a fare di Magnetogorsk la capitale dell’acciaio del mondo rosso. Gli ingegneri della Compagnia A.G. Mc Kee di Cleveland dicono che è letteralmente il più grande accampamento per costruzioni che sia mai sorto “.

magni
Operai in pausa durante la costruzione di Magnitogorsk

Da queste righe emerge chiaramente come l’Urss, lungi dall’essere il Paese isolato, chiuso ad ogni influenza esterna, morbosamente geloso dei suoi confini e della sua “riservatezza”, nei termini in cui lo descriveva e continua ancor oggi a descriverlo la propaganda imperialista, era in realtà una terra ospitale, pronta a confrontarsi con il mondo economico e politico esterno, pienamente disponibile a fornire il suo contributo in programmi di cooperazione su un piede di parità con tutte le Nazioni, specie quelle più avanzate dal punto di vista dello sviluppo di determinate tecnologie produttive. Mai l’Urss chiuse le sue porte a tecnici, ingegneri, imprenditori ben intenzionati a collaborare per la suprema causa dello sviluppo economico, per l’implementazione dei rapporti bilaterali sul piano della cultura, del turismo, del commercio, per il rafforzamento della cooperazione scientifica. Rappresentanti commerciali e tecnici della Ford e di altre importantissime aziende del panorama industriale occidentale, furono presenti in terra sovietica per tutta la prima metà degli anni ’30. Le frontiere venivano piuttosto serrate, con barriere sacrosantamente impenetrabili, dinanzi a terroristi, spie, sabotatori, denigratori, seminatori di zizzania ideologica e politica. Per tutto ciò non possiamo biasimare, bensì lodare i dirigenti sovietici, specie quelli degli anni ’30/’40. Ritornando alla realtà in prodigiosa trasformazione a Magnitogorsk, vediamo come Knickerbocker compia alcune illuminanti considerazioni sui ritmi di lavoro, sul regime delle retribuzioni degli operai, sull’andamento dei prezzi dei generi di consumo:

l’attività costruttrice – scrive il giornalista – è stata sorprendente durante i pochi mesi che sono passati dal luglio 1930, quando i lavori sono cominciati. La prima opera ad essere completata ha raggiunto il record della velocità. In poco più di quattro mesi il fiume Ural ha visto costruire una diga, lunga tre quarti di miglio e contenente 40.000 metri cubi di cemento armato: 1500 operai, lavorando in tre turni di otto ore l’uno, per 24 ore al giorno, stimolati dal sistema di cottimo, dai premi e da tutte le arti della propaganda, hanno costruito questa diga così rapidamente e così bene come non avrebbe potuto essere costruita in alcuna altra parte del mondo. Tale è l’opinione di Jack Clark, l’ingegnere americano che soprasiedette ai lavori (…) Il salario medio degli operai impiegati nella diga di Magnetogorsk, secondo l’ingegnere sovietico in carica, è di 5 rubli al giorno, ma egli disse che la eccezionale laboriosità di alcuni di essi ha permesso loro di guadagnare perfino 12 rubli al giorno (…). La carne si vendeva a 160 copechi il chilo (1,60 rubli, ndr), il burro, che a Mosca costa 20 rubli al chilo, qui ne costava 8. Le uova due rubli per decina. Grande quantità di koumis, il latte fermentato di cavalla, che è una specialità kirghisa, si poteva avere in fiaschi, o in bicchieri o in tazze”.

3000
Veduta di Magnitogorsk

Un’ agiatezza tale da far invidia a qualsiasi lavoratore occidentale, nel periodo preso in considerazione! C’è da rilevare poi che Knickerbocker non potette assistere, negli anni a venire, al gigantesco progresso che si registrò, a Magnitogorsk, relativamente allo sviluppo dell’edilizia abitativa [ad esempio si veda come si risolse il problema a Leningrado]: alla fine degli anni ’30, in quel centro nevralgico dell’apparato produttivo sovietico, non era rimasta più nemmeno una baracca, in quanto tutti gli operai e gli impiegati avevano ricevuto assieme alle loro famiglie, al pari di altre figure professionali, alloggi salubri e confortevoli, in nuovi quartieri dalle vie ampie e squadrate. Tuttavia le stesse baracche viste da Knickerbocker, e da lui descritte in alcuni passaggi, erano infinitamente più confortevoli e funzionali di quelle ben note ai minatori e agli operai italiani emigrati nel BENELUX: tutte costruite in legno di pino, con parti in cemento, esse erano ottimamente isolate dagli agenti atmosferici esterni ed il loro livello di pulizia era sempre ottimo, sovente impeccabile.

planting-the-garden-beside-the-housing-barracks-near-magnitogorsk
Operai intenti a impiantare un giardino dinanzi alle baracche provvisorie di Magnitogorsk

Per quanto concerne la città di Stalingrado, anch’essa trincea fondamentale nella lotta per il compimento del Primo Piano Quinquennale, Knickerbocker vi rileva segnali inequivocabili di benessere e sviluppo:

I salari degli operai russi e delle operaie a Stalingrad vanno da 2 a 5 rubli al giorno (…) e i meccanici esperti guadagnano fino a 10 rubli al giorno. (…) 22.000 operai lavorano alla costruzione della fabbrica e degli alloggi, 7.000 alla produzione di trattrici. Essi vivono in condizioni che sarebbero considerate lussuose in Mosca. 7.000 sono alloggiati in nuovi caseggiati divisi per appartamenti, di cui ce ne sono 100. Ogni caseggiato contiene 40 appartamenti di 3 camere l’uno. Gli altri (gli addetti alla costruzione di impianti industriali ed edifici abitativi, ndr) vivono in baracche. Mangiano meglio che non in qualsiasi ristorante russo, per i russi, in Mosca. Ho visitato uno dei ‘stolovayas’ (trattorie tipiche russe, ndr). Il suo menù, cotto abbastanza bene, servito con sufficiente pulizia, consisteva di una zuppa di maccheroni per 25 kopeck, di manzo per 50, di pesce e pomidoro per 25, di caffè per 15, di maccheroni al latte per 25, di cervello per 50, di polpette di manzo in cavoli per 50, di dolce per 45, di tè per 5 kopeck.”.

Niente male davvero, per un ristorante popolare utilizzato principalmente come mensa dagli operai! Quale operaio americano, nello stesso periodo, poteva gustare, a prezzi accessibili, simili leccornie? Nelle mense delle fabbriche occidentali, nonché nelle osterie e trattorie accessibili al ceto proletario, non si andava oltre una minestra e qualche aringa!

Knickerbocker non sorvola certo sull’esistenza del “lavoro forzato” [per un’informazione corretta sulla materia si veda qui, qui e qui] sul quale tante speculazioni sono state imbastite dai falsari della storiografia borghese, ma, ancora una volta, nel suo racconto risaltano obiettività e rispetto dei fatti reali. Egli, infatti, riporta letteralmente le parole di Ivan Jakovlevich Bergis, Presidente della “Compagnia Volga – Caspiana”, uno dei più fiorenti trust attivi nel taglio, nella lavorazione e nel trasporto di legname:

Nella industria del legname (…) i kulak sono impiegati solo nel tagliare e trasportare gli alberi. E’ vero che sono usati nelle segherie a Sverdlovsk, nella regione degli Urali, ma non crediate che si tratti di lavoro non pagato come si fa coi prigionieri (…). La nostra legge è chiara. Chi non lavora non mangia, e i kulak non vogliono lavorare. Così ora noi insegniamo loro a lavorare”.

Sull’incidenza complessiva del “lavoro forzato”, Knickerbocker, in poche battute, fa strame di tutte le grottesche speculazioni anticomuniste che vanno per la maggiore ancora oggi, tendenti ad accreditare un universo sovietico simile all’Egitto del tempo dei Faraoni, con masse di schiavi orrendamente oppressi, giacenti sotto al giogo di un pugno di tiranni:

Quanto al lavoro dei prigionieri di cui ha fatto cenno il presidente, non ce n’è molto che salti agli occhi di chi viaggia attraverso quelle regioni dell’Unione dei Soviet che si possono visitare. In tutto il mio viaggio io ho notato un solo gruppo di prigionieri, una banda di uomini sul genere di quelli che si vedono frequentemente nel Texas o in altri Stati del Sud che impiegano ancora oggidì i prigionieri per i lavori stradali. Questa banda l’ho vista in Cheliabinsk e ritornava da una zona dove aveva lavorato a gettare le fondamenta di case per operai”.

Sulle accuse all’Urss di praticare il dumping, ovvero forme di esportazione aggressive ed agguerrite, tutte condotte sulla base della rincorsa al prezzo più basso, tale da mettere in difficoltà i produttori delle stesse tipologie di merci e prodotti esportate nei loro rispettivi Paesi, Knickerbocker non giunge a conclusioni nitide e precise, supportate da dati inequivocabili, ma di certo non si accoda al baccano propagandistico, agli strali e agli anatemi lanciati, con insistente martellamento, dalle centrali della propaganda capitalistico – borghese. Con particolare riferimento all’antracite, materia prima presente in posizione preminente nelle accuse rivolte all’Urss, egli evidenzia alcuni fatti:

I fatti sono che nel 1928 l’Unione dei Soviet vendette in America 113.000 ton. di antracite; nei primi sette mesi del 1930, 129.332 tonnellate. Nel 1928 la produzione totale dell’antracite d’America fu di ton. 74.552.312 e non molto meno nel 1929. Le vendite sovietiche ammontarono a meno che a una settecentesima parte della totale produzione americana dell’anno scorso. Se l’esportazione di antracite sovietica in America raddoppierà nel 1930, allora, questa percentuale ammonterebbe a una trecentocinquantesima parte.”.

Del resto, solo una propaganda bugiarda e mistificatrice poteva incolpare di concorrenza sleale un Paese le cui esportazioni erano regolate, come quelle di ogni altra Nazione, da accordi e parametri messi neri su bianco al momento della sottoscrizione delle intese e dei trattati commerciali: nel caso in cui, per assurdo, vi fosse stato un minimo fondamento di verità nelle accuse, sarebbe bastato che gli Usa e l’Europa avessero chiuso i loro confini alle esportazioni sovietiche ed elevato dazi, per risolvere il problema nella maniera più logica ed efficace! Invece, il mondo capitalista, in crisi nera, desiderava le materie prime ed i prodotti sovietici, disponibili ad ottimo prezzo sul mercato, riservandosi però, allo stesso tempo, con l’ atteggiamento schizofrenico e irriconoscente suo tipico, la licenza di lanciare attacchi contro l’Urss per una concorrenza sleale che era, invece, puro e semplice rispetto di termini stabiliti consensualmente in forma pattizia.

Nel tirare le somme circa i successi e gli insuccessi del Piano Quinquennale, Knickerbocker enuncia un giudizio assolutamente limpido, privo di ambiguità e fumosità:

Quando si consideri il pro ed il contro del Piano Quinquennale alla fine del secondo anno, si vede che l’attivo sorpassa il passivo, di tanto da far rettificare il giudizio che sulle prime se ne poteva dare considerando solo l’aspetto della popolazione.”.

Le cifre riportate dal giornalista, sono di per se stesse eloquenti:

L’industria primaria è aumentata del 37,7%, l’industria degli articoli di consumo è aumentata solo dell’11,1%. La produzione totale fu doppia che nel 1913. Nessun ramo dell’industria mancò di aumentare la sua produzione ed anche l’industria del carbone, che è tra le più criticate, ha avuto un aumento del 17,6%. Grave, in rubli carta, fu il fatto che i costi di produzione invece di diminuire dell’11,8% , come voleva il Piano, furono ridotti solo del 7,1%, mentre la produttività del lavoro aumentò solamente del 13% contro il 25,2 propostosi dal Piano. La qualità delle produzione è assai povera, poiché in alcune industrie vi è una percentuale del 30% di scarto. Tuttavia l’aumento annuale nella produzione quantitativa è così grande che una larga percentuale della produzione totale si può anche scartare per la cattiva qualità e resterebbe sempre un volume di produzione quale la Russia non ha mai raggiunto prima.”.

Al netto di certe considerazioni, dettate dalla scarsa capacità di distinguere tra obiettivi eccessivamente ottimistici della pianificazione, riveduti e corretti in corso d’opera, e risultati concreti prodigiosamente conseguiti tenuto conto di condizioni interne ed internazionali sommamente difficoltose, Knickerbocker ci consegna un panorama di eccezionale sviluppo, di progresso imponente, reale, percepibile ad un primo sguardo. Egli, giornalista borghese ed anticomunista, per formazione convinto delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo, si bagna i piedi nell’acqua dell’umiltà e, con caparbia volontà di comprendere, oltre le cortine fumogene dei cliché, indaga la realtà della pianificazione economica sovietica, ricavandone spunti di eccezionale valore, cogliendo il gigantesco, pionieristico sforzo di superamento di un contesto di secolare arretratezza compiuto con volontarismo unito alla più rigorosa programmazione, alla più certosina ricognizione delle forze disponibili, alla più esigente razionalità economica e sapienza tecnico – organizzativa. I risultati finali del Primo Piano Quinquennale vedranno un Paese interamente trasformato, pronto ad affrontare l’onda d’urto dell’imperialismo bellicista nazifascista, avendo consolidato ed ampliato la propria base industriale, agricola, tecnica e scientifica. Knickerbocker non aveva preso lucciole per lanterne… Questo suo approccio scientifico, oggettivo, disincantato e spassionato, gli fa indubbiamente onore, specie nel momento in cui rende ancora più evidenti la faziosità, la bugia elevata a sistema, la capziosità inconcludente nelle analisi, tipiche della pubblicistica capitalistico – borghese, imperialista ed anticomunista, nel suo eterno quanto vano tentativo di deprezzare, infangare, distruggere, le conquiste storiche del socialismo reale, della più gloriosa esperienza sociale, politica e civile che ha sollevato dalla miseria e dallo sfruttamento milioni di uomini e donne in Urss, nell’Est europeo tutto, rendendo possibile, al contempo, la liberazione dal giogo colonialista e imperialista di vaste masse in Africa, Asia, America Latina.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

H.R. Knickerbocker, “Il piano quinquennale sovietico”(Bompiani, 1931 e 1932).

Ludo Martens, “Stalin, un altro punto di vista” (Zambon editore, 2005).

La balla dell’Holodomor: anatomia di una bugia inventata dalla macchina propagandistica occidentale

La balla dell’Holodomor: anatomia di una bugia inventata dalla macchina propagandistica occidentale

REDAZIONE NOICOMUNISTI


DI  EKATERINA BLINOVA

FONTE


TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS

La macchina propagandistica dell’Occidente, che bellamente stampa resoconti inventati sul coinvolgimento della Russia in Siria, ebbe origine all’inizio dell’epoca comunista nel 1917; la balla dell’Holodomor del 1932-32 fu inventata dall’Occidente in stretta collaborazione con la Germania nazista  e con i nazionalisti ucraini filonazisti.

Fin dalla Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia, i media occidentali fecero ogni sforzo per denigrare i successi dei sovietici, creando un quadro di totale orrore e disperazione che aveva apparentemente avvolto l’URSS.

Il coraggioso esperimento storico intrapreso dai comunisti e basato sul concetto di un’ “equa distribuzione della ricchezza nazionale” e di un egalitarismo e internazionalismo, agghiacciò il sangue dei plutocrati occidentali.

Notano gli storici come il comunismo sovietico fosse l’assoluta antitesi del capitalismo. Se il nuovo sistema avesse dato prova della sua efficienza, il mondo sarebbe potuto cambiare per sempre. Non è necessario aggiungere che questo non collimava con i piani dell’élite finanziaria e politica.

“Coloro che erano al potere nei paesi capitalisti vedevano il socialismo come una minaccia ai loro profitti e ai loro continui privilegi. Sia per minare il sostegno ad un’alternativa socialista a casa propria, sia per mantenere una posizione dominante nell’economia internazionale e nelle relazioni politiche, venne impiegata ogni sorta di bugie e di distorsioni ponendo l’URSS nella peggior luce possibile.”. Così ci dice il ricercatore canadese, sindacalista e scrittore, Douglas Tottle, nel suo libro del 1987, Fraud, Famine and Fascism: The Ukrainian Genocide Myth from Hitler to Harvard. [ndt: in questo articolo viene citato ampiamente]

In questo libro, Tottle ha presentato la storia dettagliata della campagna della propaganda occidentale basata sulla tesi che la carestia del 1932-33 sia stata pianificata deliberatamente come un “genocidio” degli ucraini da parte del governo sovietico. La ricerca di Tottle ha acquisito un nuovo significato oggi, in quanto il vento del mito del cosiddetto “Holodomor ucraino” ha ripreso a soffiare in Ucraina e in Occidente.

In collusione con la Germania nazista: la nascita del mito

 Le radici della propaganda della carestia-genocidio affondano in una serie di articoli scritti da un “noto giornalista, viaggiatore e cultore di studi russi”, Thomas Walker [ndt: in questo articolo viene spiegato chi fosse in realtà il “noto” giornalista…], per la stampa di Hearst nel 1935. Gli articoli descrivono l’orrenda carestia del 1932-33 in Ucraina, con il corredo di fotografie che accompagnando gli articoli ritraggono le vittime disperate della carestia.

Il materiale e le fotografie sono veramente impressionanti, ma è venuto fuori che il “noto” giornalista Thomas Walker non ha mai visitato l’Ucraina nel 1932-33 e per di più non è mai esistito.

Per quanto riguarda le fotografie, alcuni giornalisti investigativi americani rivelarono nel 1939 che la maggior parte erano state scattate nelle aree devastate dalla guerra in Europa proprio appena dopo la fine della Prima Guerra Mondiale , mentre altre ritraevano le vittime della carestia della regione del Volga in Russia del 1921-22.


Tottle ha sottolineato come l’editore di quel quotidiano americano, William Randoph Hearst non avesse avuto alcun scrupolo a pubblicare notizie inventate.

Il ricercatore canadese ha detto che: “Non solo le fotografie erano false, falso era il viaggio in Ucraina e anche lo stesso Thomas Walker era fasullo”.

Tottle annotò nel 1987 e significativamente non è cambiato nulla da allora, che “Comunque sia, le fotografie della carestia di Walker sono veramente notevoli perché, nonostante siano state ulteriormente smascherate come balle circa 50 anni fa, continuano ad essere usate dalla propaganda nazionalisti ucraini e dalle istituzioni universitarie come prove del preteso genocidio.”.

In effetti Hearst non fu solo a lanciare una campagna sulla carestia-genocidio: il magnate della stampa aveva potenti alleati, i fascisti tedeschi ed italiani.

Nel 1933 la bufala fu escogitata dal ministro della Propaganda del Reich, Joseph Goebbels, che viene considerato il vero e proprio creatore del mito. Fu lui infatti a dare inizio alla campagna propagandistica contro il governo sovietico in Ucraina, inventando storie delle atrocità sovietiche nella regione. L’Ucraina era visto dai nazisti come potenziale “lebensraum” della Germania.


Nel 1934, Hearst visitò la Germania e incontrò l’infame Fuhrer tedesco.

Tottle ha evidenziato: “Fu proprio dopo il viaggio di Hearst nella Germania nazista che la sua stampa cominciò a promuovere il tema della carestia-genocidio in Ucraina.”.

Assumendo una posizione morbida sulle azioni dei nazisti in Germania, Hearst scatenò una guerra a tutto campo di propaganda contro l’URSS. Egli denigrava i risultati sovietici dell’industrializzazione e della collettivizzazione, mentre elogiava gli sviluppi economici della Germania nazista.

Comunque Tottle ha rimarcato che: “Hearst non era affatto l’unico magnate della stampa di estrema destra negli USA.”.

Bisognerebbe tener conto del fatto che il “miracolo economico” della Germania nazista avvenne in realtà grazie ai generosi investimenti fatti dai capitalisti britannici ed americani (questa vicenda è stata brillantemente descritta dall’economista americano Guido Giacomo Preparata nel suo libro “Conjuring Hitler [ndt: in realtà codesto autore è un italiano che vive e studia negli USA, su noicomunisti.wordpress.com, a questo link, si può trovare una traduzione di alcuni capitoli del suo libro]).

L’epoca della Guerra Fredda: il mito dell’ “Holodomor” viene adottato dall’Occidente

Benché non si fosse mai avverato il sogno di un “lebensraum” tedesco, la balla della carestia-genocidio fu adottata di buon grado dai politici occidentali e dagli accademici a loro asserviti, nonché dalle fonti mediatiche durante il periodo successivo alla Guerra Fredda.


Tottle ci ha raccontato che: “Un matrimonio anticomunista di convenienza fu celebrato fra la destra estrema americana e i nazionalisti ucraini, di cui alcuni settori avevano collaborato con i nazisti. Questo fatto richiese da allora in poi una nuova veste e una storia di copertura delle passate attività, mentre i propugnatori della Guerra Fredda, poterono presentare personaggi del genere come “testimoni viventi della minaccia posta dal comunismo all’umanità.”

Ci sono dozzine di libri scritti dagli ex collaboratori ucraini dei nazisti e da autori occidentali che raccontano storie inventate di atrocità, brutalità e sfrenatezze da parte dei sovietici.

Il numero delle vittime di quello che viene definito “la deliberata carestia-genocidio dell’Ucraina” o “Holodomor” crebbe balzellon balzelloni e raggiunse quasi i 10 milioni.

Proprio nel 1986 lo scrittore britannico Robert Conquest pubblicò un libro intitolato Harvest of Sorrow: Soviet Collectivization and the Terror Famine. Non sarebbe necessario dire che la ricerca svolta da Conquest, ex impiegato dell’IRD (Information Research Department), ha poca se ne ha, attinenza con la realtà.

Tottle evidenzia che Conquest si basò per lo più su fonti della destra ucraina, sugli articoli comparsi sulla stampa di Hearst nel 1935, sul diario del viaggio mai avvenuto di Thomas walker e sulla sua collezione falsa di fotografie, nonché sui libri scritti dai membri dell’infame Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini che collaborò con la Germania nazista durante la II Guerra Mondiale.

Per illustrare la misura della paranoia antisovietica di Conquest, Tottle si è riferito ad un altro libro, scritto dall’autore britannico con John Manchip White: What to Do When the Russians Come: A Survivalist’s Handbook (1984).

“Il libro compila una lista di ‘ingegnose variazioni” del terrore comunista pronte per i democratici americani, inclusi lo stupro di gruppo delle donne americane da parte dei soldati russi, un destino miserabile per i bambini americani e l’ammonimento di una carestia inevitabile”. Annota Tottle, aggiungendo un tocco di sarcasmo: “Quale altro ‘storico’, meglio del dottor Robert Conquest, avrebbe potuto imbellettare accademicamente la campagna della carestia-genocidio?”.

Quindi diventa ora chiaro quali tecniche propagandistica giacciano alla base della narrativa occidentale presente della minaccia e del pericolo che il fantasma della Russia pone sull’Ucraina, sugli Stati Baltici e sul resto d’Europa. 

Cosa accadde realmente nel 1932-1933

Cosa avvenne veramente in Ucraine nel 1932-1933?

“La Rivoluzione russa del 1917 fu seguita dall’intervento militare di 14 potenze estere (inclusi gli USA, la Gran Bretagna e il Canada) e da una diffusa guerra civile. La distruzione dei sette anni di guerra, rivoluzione e di intervento combinata con una dura siccità, condusse ad una una diffusa fame e carestia, la carestia russa del 1921-1922″, puntualizza il ricercatore canadese.”.

Essendo sopravvissuti a tali difficoltà, i sovietici lanciarono il progetto che non aveva alcun precedente nella storia: la costruzione di una società socialista. Essi dovettero trasformare uno stato arretrato in un paese industrializzato con un comparto agricolo efficiente. La collettivizzazione dell’URSS e progetti di industrializzazione erano mirati al raggiungimento di questo scopo.

E’ d’uopo menzionare il fatto che l’Impero Russo aveva sofferto carestie periodiche e devastanti fin dalla fine del XIX° secolo, ben prima che i Bolscevichi addivenissero al potere nel 1917. Quindi vi era stata una serie di carestie nel 1920-21, nel 1924, nel 1927 e nel 1928.

L’urbanista canadese, Hans Blumenfeld, che aveva lavorato come architetto in Ucraina all’epoca della carestia, come riportato da Tottle, affermava: “Ci fu infatti una carestia nel 1933, ma non solo in Ucraina, anche nella regione del Basso Volga e nel Nord del Caucaso”.

A complicare ulteriormente la situazione, la carestia fu accompagnata da un’epidemia di tifo, annota il Dr. Blumenfeld, aggiungendo anche che la maggior parte dei decessi nel 1933 fu dovuta al tifo, alla dissenteria e alla febbre tifoide.

“Secondo alcune stime, durante la carestia del 1932-1933, circa tre milioni di persone morirono (sia di fame che di epidemie) in URSS, mentre un terzo morì in Ucraina.”

Non ci fu alcuna deliberata carestia-genocidio in Ucraina, afferma il prominente storico americano della West Virginia University. Il professore che svolse un’accurata ricerca sulla carestia del 1932-1933, giunse alla conclusione che il disastro fu dovuto a circostanze ambientali che non fu in alcun modo correlato alle politiche sovietiche nella regione.

Mentre puntano il dito contro l’URSS infamandola, i propugnatori dell’ “Holodomor” rimangono muti circa il fatto che dopo il 1933, l’Unione Sovietica non si trovò mai più di fronte al disastro di una carestia: il progetto di collettivizzazione del leader sovietico Joseph Stalin diede prova della sua efficienza.

Noi siamo dietro ai paesi avanzati da 50 anni a 100 anni. Dobbiamo annullare questo distacco in 10 anni. O facciamo così o saremo schiacciati”. Disse Stalin nel 1931, secondo la citazione del giornalista americano Albert Rhys.

E Tottle fa notare: “E la fecero correre!”

La Seconda Guerra Mondiale ha indicato con chiarezza che l’URSS ha proprio colmato la distanza di 100 anni in soli 10 anni.

“Qualcuno si chiede come i Bolscevici siano riusciti a produrre tutto questo”, si meraviglia lo storico tedesco Heinz Hohne, secondo la citazione del ricercatore canadese.”.

La balla dell’Holodomor: l’embargo occidentale dell’oro e la carestia sovietica del 1932-1933.

La balla dell’Holodomor: l’embargo occidentale dell’oro e la carestia sovietica del 1932-1933.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI EKATERINA BLINOVA

FONTE

TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS

Nel corso di un’intervista esclusiva a Sputnk, l’economista, scrittore e politico russo, Nikolai Starikov, condivide le sue opinioni sulla controversia circa la carestia del 1932-33 e ci illumina sulla politica occidentale delle sanzioni antisovietiche nei primi anni ’30.
La carestia disastrosa del 1932-33 dell’URSS, usata a mo’ di mazza ferrata contro l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, non dovrebbe essere estrapolata dal suo contesto storico.
La carestia, pesantemente politicizzata in seguito e senza alcun fondamento volgarizzata come “Holodomor”, è solo una parte della storia del giovane stato sovietico e delle difficoltà cui ha dovuto fare frone dopo la Prima Guerra Mondiale.
Colpito duramente dalla Prima Guerra Mondiale ed esaurito dalla guerra civile e dall’intervento straniero, lo stato sovietico doveva ricostruire l’industria e modernizzare il settore agricolo per sopravvivere e e migliorare le condizioni di vita del popolo sovietico.
L’ “embargo occidentale dell’oro” e i “Piatilecki” di Stalin
I governi occidentali fin dal principio furono ostili alla dirigenza sovietica e rifiutarono di riconoscere il nuovo stato. Dopo l’inglorioso fallimento dell’intervento dell’Intesa, le potenze occidentali, le maggiori erano la Gran Bretagna, la Francia e gli Stati Uniti, cercarono di sopraffare l’URSS con la pressione economica.
Nikolai Starikov, economista, scrittore e politico russo ha detto a Sputnik:
“In quel periodo la dirigenza sovietica fu obbligata a concentrarsi sulla creazione di industrie di cui lo stato sovietico mancava. Per adempiere a questo compito, il Cremlino mise in opera i cosidetti “piatilecki” (vale a dire i “piani quinquennali”). In realtà la soluzione del problema fu divisa in due fasi: per prima cosa [la dirigenza sovietica aveva pianificato] di costruire nuovi impianti industriali, per seconda cosa di accrescere bruscamente la produzione di raccolti agricoli attraverso la meccanizzazione dell’agricoltura, per pagare le importazioni di macchine utensili dall’estero con il danaro guadagnato grazie all’esportazione dei prodotti agricoli.”. 
Lo scrittore inoltre ha notato:
“E a questo punto l’Occidente fece un tentativo di sottomettere l’Unione Sovietica” Starikov ha sottolineato che:

“Nel 1925 “l’embargo dell’oro” fu imposto all’URSS: le potenze occidentali rifiutavano di accettare l’oro come mezzo di pagamento per i macchinari industriali spediti in Russia. Di punto in bianco chiesero al governo sovietico di pagare il macchinario industriale con legname, petrolio e grano.”.

I governi occidentali spiegarono questa loro decisione come provocata dal rifiuto bolscevico di ripagare i debiti dell’Impero Russo.
Tuttavia questo non è tutto: nei primi anni ’30 le più grandi potenze occidentali, USA, Francia e Gran Bretagna, instaurarono un embargo commerciale con l’Unione Sovietica, rifiutando di venderle alcunché se non avessero ricevuto in pagamento il GRANO.

Starikov ha spiegato più in dettaglio:“Immaginate che l’Unione Sovietica sia stata “intrappolata” nel bel mezzo dei suoi sforzi a tutto campo per ricostruire e modernizzare la sua base industriale”, e che proprio in quel momento i macchinari (di cui l’URSS aveva un disperato bisogno) potevano essere acquistati solo in cambio di grano”.

Il circolo vizioso delle carestie e l’agricoltura sovietica
Com’era il settore agricolo della Russia?
E’ opportuno menzionare che dalla fine del XIX secolo l’Impero Russo aveva sofferto di carestie ripetute. Inoltre, durante la Prima Guerra Mondiale, l’area coltivata era diminuita in modo significativo.

“Negli anni ’20 la Russia, incluso il territorio della moderna Ucraina fu afflitta da una serie di carestie, che ricorrevano ogni 2 o 4 anni. I fautori del concetto del cosiddetto “Holodomor” (idea secondo cui il governo sovietico abbia deliberatamente organizzato la devastante carestia del 1932-33), ignorano di norma il fatto che l’Unione Sovietica avesse attraversato periodi di dure carestie nel 1920-21, nel 1924, nel 1927 e nel 1928.”.

Il professor Grover Carr Furr dell’Università di Montclair, ha scritto nel suo libro “Blood Lies: The Evidence that Every Accusation Against Joseph Stalin and the Soviet Union in Timothy Snyder’s Bloodlands Is False“, citando i lavori di ricerca del professor Mark. B. Tauger, un noto esperto di carestie:
“l’anno delle due Rivoluzioni, il 1917, vide una grande scarsità nei raccolti provocare una carestia negli agglomerati urbani nel 1917-18. Negli anni ’20, l’URSS conobbe una serie di carestie: nel 1920-23 nella regione de Volga e in Ucraina e un’altra, nel 1923 nella Siberia occidentale.”.
Le carestie, causate dall’arretratezza dell’agricoltura russa, i disastri naturali e gli effetti a lungo termine della guerra, furono parte di un problema più grande di rifornimento di cibo nella Russia post Prima Guerra Mondiale.
Quindi si impone una domanda: le potenze occidentali erano consce della disperata necessità dell’URSS di grano quando imposero le sanzioni chiedendo grano o petrolio come unico mezzo di pagamento?
Nikolai Starikov ha detto a Sputnik, commentando la questione:
“Naturalmente, le élite politiche occidentali erano a conoscenza del problema.”.
L’economista continuando ha sottolineato che:
“Proprio la richiesta occidentale di essere pagati dall’Unione Sovietica per i beni importati dall’occidente, può aver condotto ad un ulteriore deficit di grano in URSS.”.

“Starikov ha spiegato che, non avendo alcun altro strumento per rovesciare l’indesiderato regime comunista, le élite finanziarie dell’occidente pianificarono di istigare disordini interni per mezzo, in particolare, del deficit artificiale di cibo nello stato sovietico. La necessità di utilizzare il grano come mezzo di pagamento rafforzò anche rafforzato la collettivizzazione sovietica, secondo l’economista.”.

Nel suo libro Crisis: How is It Organized (“Krizis: Kak Eto Delayetsya,” 2009) Nikolai Starikov richiama l’attenzione su fatto che la “guerra delle sanzioni” contro l’URSS da parte dell’Occidente coincise con la “Grande Depressione”.
L’embargo imposto all’URSS dai governi occidentali assestò un duro colpo al commercio occidentale verso l’URSS. L’economista rimarca con enfasi che questa mossa era assolutamente contraria agli interessi dei produttori occidentali, colpiti dalla recessioni dei primi anni ’30.
Nulla di nuovo sotto il sole: mentre imponevano le sanzioni economiche contro la Russia nel 2014, le élite politiche occidentali facevano mostra di ignorare gli interessi dei loro produttori manifatturieri nazionali e dei loro uomini d’affari.
Starikov ha rivelato che l’embargo occidentale poteva esser stato uno tra i tanti fattori che erano alla radice della devastante carestia del 1932-33 dell’URSS.
Comunque sia, la carestia non può essere definita in alcun modo come un tentativo deliberato della dirigenza sovietica di affamare fino alla morte la popolazione dell’Ucraina, della regione del Volga, del Caucaso e del Kazakistan nel 1932-33. E la collettivizzazione sovietica non deve essere considerata come l’innesco della carestia del 1932-33.
La collettivizzazione di Stalin: per rompere il circolo vizioso
Grove Furr ha detto a Sputnik:
“Le carestie degli anni ’20 e specialmente quella del 1928, furono il retroterra, l’immediato contesto, per la rapida e in parte forzosa collettivizzazione dell’agricoltura. Questo ciclo di carestie è cruciale in quanto ci permette di vedere che la collettivizzazione NON fu la causa della carestia del 1932-33. Le carestie accadevano regolarmente. Come Tauger prova e come io menziono in “Blood Lies“, la carestia del ’32-33 ebbe cause ambientali proprio come le altre carestie degli ultimi mille anni.

Egli ha sottolineato che:“L’unico modo per fermare questo ciclo millenario di carestie era quello di modernizzare l’agricoltura. Questo fu il grande trionfo della collettivizzazione, che pose fine al ciclo di carestie.”.

Il professor Furr ha anche puntualizzato che i fautori del concetto dell’ “Holodomor” e quelli che, pur rigettando l’ “Holodomor”, attribuiscono la carestia alla collettivizzazione, non hanno mai detto una parola su questo ciclo di carestie o sulle carestie degli anni ’20.

Il professor Furr ha aggiunto che:” La carestia del 1932-33 fu l’ULTIMA carestia! Veramente fu un trionfo immenso che viene negato solamente perché fu ottenuto dai comunisti e da socialismo e non dai capitalisti e dal capitalismo.”.

Secondo Nikolai Starikov, il problema della carestia del 1932-33 è diventato una questione altamente politicizzata. Baloccandosi con i numeri delle vittime della carestia la maggior parte degli opinionisti politici perde di vista il nocciolo della questione: in primo luogo a carestia del 1932-33 fu una tragedia per milioni di sovietici di varie etnie. Era eticamente appropriato l’uso di questa tragedia per tracciare un solco fra russi ed ucraini durante l’era della Guerra fredda? Cosa fece l’élite occidentale per prevenire o minimizzare il disastro? E chi trae beneficio oggi dall’etichettare la tragedia come “la carestia genocida di Stalin”?

La concezione di Lenin del socialismo in un solo paese: le origini

La concezione di Lenin del socialismo in un solo paese: le origini

REDAZIONE NOI COMUNISTI

di Guido Fontana Ros

Senza menare troppo il can per l’aia, presentiamo uno studio del professor Erik Van Ree dell’Università di Amsterdam.

Questo studio giustizia la concezione che il socialismo in un solo stato sia un frutto dello stalinismo, concezione con cui ci hanno sfracellato gli zebedei per quasi un secolo.

In realtà la teoria della possibilità del socialismo in solo stato fu sviluppata da Lenin a partire dal periodo della Prima Guerra Mondiale, teoria controcorrente rispetto a quella della “rivoluzione mondiale” dominante all’epoca.

Riassumendo, Lenin sosteneva che:

  1. è possibile instaurare il socialismo in un solo stato
  2. compito di questo stato socialista una volta assestato è l’esportazione del socialismo in tutto il mondo attraverso la “guerra rivoluzionaria”, in quanto il sistema economico socialista è incomparabilmente superiore a quello capitalista

Alcune avvertenze: innanzitutto non siamo in luna di miele con l’autore. Quest’ultimo forse spaventato dall’ammettere alla fine del suo studio che Stalin aveva ragione e che diresse l’URSS nel solco tracciato da Lenin, dice che Stalin esasperò i concetti leninisti sopra esposti. Vade retro Satana…

Altra affermazione divertente del professor Van Ree è questa:

“Come abbiamo visto, nel suo articolo dell’agosto 1915 (e del settembre del 1916), Lenin immaginava che lo stato rivoluzionario espropri la borghesia, organizzi la produzione socialista e poi entri in combattimento con gli imperialisti. Lenin non spiegò la logica alla base di questo scenario. Ma è del tutto plausibile pensare che l’introduzione di una economia socialista migliori la capacità militare dello Stato rivoluzionario a causa della presunta superiorità delle sue prestazioni rispetto al capitalismo”.

Infatti l’URSS sotto la guida del compagno Stalin, non ha forse fatto passi straordinari, passando dal Medioevo all’era contemporanea in meno di 20 anni? Non ha forse vinto la nazione militarmente più potente dell’epoca? E tutto questo è accaduto per caso oppure è dovuto alla “presunta superiorità delle sue prestazioni rispetto al capitalismo”?

Poiché non osiamo pensare che il nostro professore sia un mentecatto, affermazioni del genere sono dettate dalla cautela che un accademico deve avere, trattando certi argomenti, se vuole mantenere il suo posto.

FONTE

TRADUZIONE IN PDF

Vorkuta e dintorni: una miniera di bugie

Vorkuta e dintorni: una miniera di bugie

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli

Gulag, Vorkuta, Kolyma, Isole Solovki, Siberia. Questi nomi evocano ai più dolore, sofferenza, sadismo, estrema disumanità e morte. Questo è il risultato di quasi un secolo di martellante, omnipervasiva propaganda anticomunista e antisovietica che, possiamo affermare, ha lasciato un profondo segno nell’immaginario collettivo.

Ora nessuno di noi afferma che i gulag fossero esattamente dei centri benessere o località di vacanza e svago, anche solo per le dure condizioni climatico-ambientali dei luoghi dove erano collocati, ma è assolutmente falso che fossero luoghi comparabili non solo ai campi di sterminio nazisti ma anche a tutti i luoghi di detenzione dei paesi capitalisti.

Il compagno Luca Baldelli, in questo articolo, ci parla delle reali condizioni di vita in questi campi di rieducazione attraverso il lavoro.

ARTICOLO IN PDF

Ulteriori elementi storici sul sistema del Gulag possono essere desunti dai seguenti articoli:
I Gulag: storia di un mito anticomunista

Le bugie concernenti la storia dell’Unione Sovietica III III – IV

Solzhenitsyn: agente dell’imperialismo, anticomunista convinto, desideroso di riportare indietro le lancette della storia.

Solzhenitsyn ai raggi X. Anatomia di un mito anticomunista

Breve nota su la più famosa cheerleader dell’anticomunismo sovietico: Alexander Solzhenitsyn

Trotskij e i Processi di Mosca

Etnocentrismo, russofobia e pregiudizio anticomunista di Eric J. Hosbawm