Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità.

Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

“Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”.

Con queste brevi, incisive parole, il sublime scrittore Ernest Hemingway, progressista, antifascista, amico dell’Unione Sovietica, della pace e della mutua comprensione tra gli uomini, sintetizzava magistralmente l’importanza del tributo al primo Stato mondiale degli operai e dei contadini, mettendone in evidenza il contributo incancellabile nella lotta alla tirannide nazifascista e nella difesa del mondo dalle mire guerrafondaie dell’imperialismo. Non sminuiremo certamente l’immortale autore de “Il vecchio e il mare” se, accanto alla sua affermazione vibrante di sincerità e schiettezza, ne collochiamo un’altra, non meno pregnante e realistica:

ogni essere umano che ami la libertà e la pace non può non riconoscere e non onorare, fin nel profondo del cuore, il sacrificio di Zoja Kosmodemjanskaja.

Questa figura è infatti patrimonio non solo dell’Urss e della Russia, terre in cui ogni zolla era ed è impregnata del sangue degli eroi combattenti per la libertà nella Grande Guerra Patriottica, ma anche di tutta l’umanità progressiva, nemica del bellicismo, della reazione, del revisionismo infausto, della negazione dei diritti e della dignità del lavoratore in quanto tale e in quanto persona.

Chi era Zoja Kosmodemjanskaja? Nata da una famiglia di insegnanti nel villaggio di Osino Guj, nella Regione di Tambov, nella zona centrale del bassopiano del Don, il 13 settembre del 1923, Zoja Kosmodemjanskaja compì gli studi prima in Siberia (dove i suoi si erano trasferiti), quindi a Mosca. Sull’onda dell’entusiasmo per l’avanzata impetuosa del socialismo, nel 1938 si iscrisse al Komsomol, la Gioventù comunista sovietica, e si dette da fare in una vasta opera di lavoro sociale e pedagogico volta ad eliminare le ultime sacche di analfabetismo esistenti in Urss, Paese dove il potere socialista aveva insegnato a leggere e scrivere a contadini ed operai che mai avevano tenuto una penna o un libro in mano, conseguendo in pochissimi anni l’obiettivo del 90% di alfabetizzazione, traguardo conquistato dalle società borghesi in un secolo (e con tanto di analfabetismo di ritorno!). Zoja, come tutte le persone “speciali”, non aveva un carattere facile: il suo zelo, il suo fervore militante, furono causa di invidie ed incomprensioni che la fecero soffrire enormemente. Alla fine, però, il bene trionfò ed anche i malevoli aprirono il loro cuore e apprezzarono, come si apprezza un dono particolare, l’infinita umanità della ragazza, autentica e mai affettata negli slanci più profondi del cuore.

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Zoja Kosmodemjanskaja, nome di battaglia Tania

Sul Paese, intanto, si addensava, minacciosa ed oscura, la tremenda nube del nazifascismo, coi suoi folli piani di conquista messi a punto anni prima nel “”Mein Kampf”. Il tragico giugno del ’41 non trovò Zoja impreparata, né titubante, come non trovò né impreparati né titubanti 200 milioni di onesti cittadini sovietici, guidati dal grande Stalin, la cui lampada mai si spegneva nelle concitate notti di riflessione, programmazione, azione per difendere la Patria. L’attività antifascista, rivolta contro l’occupante, marciava senza sosta nel Komsomol e in ogni ambito della società sovietica. Nell’ottobre del 1941 Zoja, assieme ad altri 2000 volontari del Komsomol, raggiunse il proprio posto di combattimento, ingaggiando una lotta per la vita o per la morte contro i barbari invasori che razziavano, uccidevano, deportavano. Il gruppo di Zoja non dette pace al nemico: agguati, attacchi, incendi di avamposti e depositi utilizzati dai nazifascisti per far partire attacchi contro gli inermi cittadini, o per stoccare beni rubati col terrore al popolo, si succedettero da Petrischevo a Gribtsovo, da Pushkino a Korovino e in tutti i villaggi della Regione di Mosca interessati dai più intensi combattimenti. I tentativi dei nazifascisti di creare terra bruciata attorno ai partigiani sovietici, fallirono uno dietro l’altro: l’unità tra tutte le genti dell’Urss contro il feroce invasore era, ogni giorno, più forte che mai e a nulla o a molto poco servivano le minacce, i ricatti, le false promesse.

Quando i nazifascisti, a ottobre – novembre del ’41, provarono a costituire una milizia collaborazionista nei villaggi, per neutralizzare il movimento partigiano e garantire alle loro armate il successo senza intoppi delle barbare azioni pianificate, non trovarono a seguirli che pochi, sparuti elementi rinnegati ed opportunisti, la gran parte dei quali, oltretutto, disertò non appena ne ebbe l’occasione. Uno di questi elementi, la spia Sviridov, per una bottiglia di vodka consegnò Zoja ai nazisti assetati di sangue ed inferociti dall’efficienza militare dei partigiani del gruppo in cui Zoja militava.

La giovane combattente fu interrogata in maniera brutale, con un allucinante corredo di bestiali torture, dagli sgherri nazisti, alla presenza anche di alti militari. Nonostante l’indicibile supplizio, reso ancor più straziante dal coraggio e dall’abnegazione della ragazza, Zoja non si fece uscire dalla bocca alcun nome di compagni e fiancheggiatori: i combattenti della libertà sovietici, che sempre più andavano ingrossando le file dei partigiani, con i mitra, i fucili da caccia, le “molotov” e ogni tipo di arma utile a cacciare le belve naziste, nulla ebbero da temere da questa intrepida amazzone sovietica che andava al martirio serena, con gli occhi pieni di quell’odio per l’ingiustizia, la tirannia, la prepotenza, che è vivido amore dell’umanità.

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Zoja mentre viene condotta al patibolo

Zoja Kosmodemjanskaja venne condotta al patibolo nel villaggio di Petrischevo in un tragico 29 novembre del 1941. Neppure tra i boia del Nuovo Ordine Europeo retto dalle baionette di Hitler, Himmler e Goering e disseminato di cadaveri, Zoja poté però tacere, trattenendosi: anzi, l’inumana violenza che era stata usata sul suo corpo aveva sortito l’effetto di un diluvio di benzina su una fiamma. La giovane, prima di venire impiccata, tra lo sdegno, l’incredulità e la bile dei suoi aguzzini, incitò il popolo con parole vibranti a resistere:

“Cittadini ! Non state in piedi a guardare mentre c’è bisogno di combattenti!”

E ancora:

“Compagni, la vittoria sarà nostra! L’Urss è invincibile e non verrà sconfitta! Stalin verrà! Non possono uccidere 200 milioni di persone!”

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Zoja mentre incita i russi presenti al combattimento

Ciechi di rabbia, incapaci di concepire altro dall’odio e dalla sopraffazione, i carnefici portarono a termine il loro sporco lavoro, compiendo l’esecuzione di Zoja. La fulgida luce dell’esempio di questa eroina, però, era destinato a trionfare! Un esempio unico di sprezzo del pericolo, attaccamento lucido e indefettibile alla verità, alla giustizia, alla libertà, amore inestinguibile per i valori della società socialista, brilla ancora su tutta l’umanità progressiva e ha un nome scritto a caratteri indelebili: si chiama Zoja Kosmodemjanskaja.

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La legalità socialista, pietra miliare del periodo staliniano. Una breve, illuminante riflessione alla luce delle fonti

La legalità socialista, pietra miliare del periodo staliniano. Una breve, illuminante riflessione alla luce delle fonti

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Presentiamo una breve riflessione del compagno Luca Baldelli sul ruolo della legalità socialista in Unione Sovietica. Dal testo:

“Il revisionismo kruscioviano e la sua esasperazione ideologico – politica, ovvero il gorbaciovismo distruttore dell’Urss e del socialismo, hanno sempre teso a rivendicare l’esclusività del possesso e dell’applicazione del concetto di “legalità socialista“ come se, dal 1924 al 1953, sotto l’egida di Stalin, tutto fosse stato condotto all’insegna dell’illegalità, dell’arbitrio, della violenza, della sistematica compressione e sospensione di diritti, tutele, garanzie. Come è stato dimostrato nell’arena concreta della storia, le violazioni della legalità socialista sono state massime, fino al culmine dello smantellamento dello Stato sovietico, proprio sotto i revisionisti. Non solo: limitandoci alla turbolenta fine degli anni ’30, possiamo ben dire che le distorsioni e gli abusi verificatisi in sede giuridica in Urss, il debordare delle “purghe“, furono non già lo spartito predefinito dalla politica del VK (b) P né, tanto meno, l’esito concreto di un’inesistente volontà soggettiva di Stalin. Le violazioni della legalità socialista furono, solo e soltanto, la conseguenza dei sabotaggi, delle diversioni e dei complotti messi in atto da infidi elementi al fine di screditare il vertice del VK (b) P, distruggere pian piano il sistema socialista seminando disorganizzazione, sfiducia, delegittimazione delle istanze e delle istituzioni, indirizzare il malcontento della popolazione contro Stalin”.

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Le origini del dualismo socio-economico in Italia

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NOICOMUNISTI

Presentiamo un breve studio, che alleghiamo in calce in formato PDF, realizzato dal compagno Cosimo Persichina su un argomento spinoso: “la questione meridionale” ovvero il dualismo delle condizioni socioeconomiche fra il Nord ed il Sud d’Italia.

Si può dire che questo dibattito su una realtà, che pesa in modo enorme sul nostro Paese, infuri ormai da oltre un secolo. Si sono scritti e si continuano a scrivere studi scientifici razionali, acuti, condivisibili o meno, ma tutto è attorniato da un cumulo enorme di sciocchezze, menzogne, approssimazioni dettate da una ignobile miscela di miseri interessi politici di bottega sposati ad una profonda ignoranza. 

Agli estremi di questo schieramento di cialtroni abbiamo da una parte il lerciume rappresentato dalla Lega Nord e dall’altra parte, come un riflesso speculare, le castronerie reazionarie del movimento neoborbonico, ma intendiamoci noi non siamo equidistanti: siamo marxisti-leninisti e quindi studiamo la realtà con metodo scientifico.

Quindi come marxisti-leninisti con molto piacere ospitiamo su queste pagine lo studio del compagno Cosimo Persichina che non solo ci fornisce in modo chiaro un quadro dei più recenti studi scientifici sull’argomento, ma nella sua parte introduttiva fa giustizia della speranza che la “taumaturgica” azione del “libero mercato”, quasi una panacea universale, possa cancellare questo divario.

“La storia recente ci racconta che in Europa, così come in Italia, i divari tra le regioni sembrano destinati a perdurare e, in alcuni casi, persino a rafforzarsi. L’ottimismo dei modelli che poggiano sulla fiducia che le aree arretrate possano trarre vantaggio nell’integrazione con aree sviluppate è stato vistosamente smentito. Il libero agire del meccanismo di mercato, sia sul fronte del lavoro, sia su quello della capacità produttiva legata alla tipologia delle tecniche produttive adottate, non ha permesso che le regioni meno sviluppate agganciassero lo sviluppo delle regioni più avanzate. Il vantaggio comparato rappresentato dal minor costo del lavoro nel Mezzogiorno non ha generato l’atteso riequilibrio territoriale. L’esperienza storica mostra quindi che, se lasciate all’azione spontanea dei meccanismi di mercato, le posizioni relative, di vantaggio o di svantaggio, possono persistere nel tempo per effetto dei meccanismi di “causazione circolare e cumulativa” che potenzialmente si muovono in una direzione contraria rispetto allo “sviluppo armonioso” di una area integrata”. 

Inoltre viene anche smentito una volta per tutte il mito dell’arretratezza del Sud rispetto al Nord all’alba dell’impresa dei Mille.

La realtà è che, all’epoca, la penisola italiana è una zona geografica povera, arretrata e sottosviluppata rispetto alle aree dell’Europa Centrale e Settentrionale, con una nascente industrializzazione a macchia di leopardo al Nord come al Sud.

Possiamo affermare pertanto che nel 1861 non esista questo divario ma che venga rapidamente creato grazie all’infausta unione di politiche economiche folli, frutto degli appetiti insaziabili della grande borghesia capitalistica del Nord, con settori affaristico-speculativi dove ben presto si ricicla l’aristocrazia terriera del Meridione.

Il risultato? Un Italia a due velocità con milioni di persone al Nord come al Sud costrette ad emigrare per ricercare la sopravvivenza. Fenomeno che conoscerà una fortissima accelerazione durante il Ventennio checché ne continuino a sognare gli estimatori del pioniere del bungee jumping.

Ponte rotto

Ponte rotto

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI GUIDO FONTANA ROS

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La VI zona operativa: dove operarono le divisioni garibaldine della Cichero e della Pinan-Cichero

Recentemente mi è passato per le mani l’interessante libro di G.B. Lazagna (Carlo), “ponte rotto“, 2005, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, Milano. Si tratta della cronaca storica della divisione partigiana “Pinan – Cichero“, attiva nella VI zona operativa, vale a dire un grosso quadrilatero a cavallo tra Piemonte e Liguria, tra Genova, Chiavari, Bobbio e Tortona. Questa cronaca è redatta da un testimone oculare, l’autore stesso, e scritta dal giugno al settembre del 1945. 

In prima battuta il libro doveva essere tradotto in inglese per far conoscere al pubblico britannico il contributo dato dal movimento partigiano italiano alla lotta contro il fascismo, ma non se ne fece nulla, per cui l’autore lo pubblicò per la prima volta in mille copie a Genova con il patrocinio del giornale “Il Partigiano” nel febbraio del 1946. Seguirono altre edizioni successivamente corrette dall’autore che tra l’altro fu oggetto in due distinte occasioni di una persecuzione giudiziaria; infatti per ben due volte fu incarcerato: una prima volta nel 1972 in occasione del processo Feltrinelli a Milano e una seconda volta nel 1974 in occasione del processo di Torino alle Brigate Rosse. L’edizione che ho letto è l’ultima, l’unica uscita postuma. 

Libro molto interessante e bisogna dire che fa bene allo spirito trovare ogni tanto non il solito libro sulla Resistenza scritto da “obiettivi” (sull’obiettività di molti storici meglio lasciar perdere) storici o da cialtroni revisionisti quando non del tutto fascisti.

Ne voglio riportare alcuni stralci che esemplificano quando detto dal compagno Davide Spagnoli in questa conversazione.

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Il comando della divisione garibaldina Cichero

Sul ruolo della Resistenza nel tagliare le comunicazioni ai nazifascisti

Da pagina 154 fino a pagina 157:

Scendi a valle dai tuoi monti.

Al fine di ottobre si chiuse per noi il periodo del massimo sforzo organizzativo. In tutti i rami militari, ausiliari e civili, si erano organizzati i servizi necessari: essi erano sorti secondo le attitudini ed i desideri di ogni partigiano. Non si può dire che a partire da ottobre la nostra organizzazione sia stata stabile, perché nuovi bisogni sorgevano sempre. Gli avvenimenti sconvolgevano gli organismi che dovevano continuamente essere rinnovati o ricostituiti. Nondimeno, tutti i servizi funzionavano bene, ed in ciascuno di essi si distinguevano quei partigiani le cui particolari capacità permisero a questi organismi di progredire continuamente.

Il giornale “Il Partigiano ” del 24 ottobre, portò un encomio del comando di zona:

Meritano un encomio, il comando e i distaccamenti della 58a brigata garibaldina Oreste, per le alte doti combattive dimostrate nelle numerose azioni condotte sempre con felice esito in questi ultimi giorni“.

Di questo encomio fummo molto soddisfatti, poiché il comando di zona ne era particolarmente avaro.

Ci preparammo ad altre azioni offensive. Studiammo un piano di sabotaggio alle linee elettriche ad alta tensione per paralizzare le ferrovie nemiche. In alcuni incontri con un ingegnere delle linee elettriche, studiammo ogni particolare sulle interruzioni da effettuare, per le quali fu dato incarico a Mina insieme ad altri sabotatori.

 Il 4 novembre la nostra staffetta tornò dal comando di divisione con una busta ed il seguente ordine del giorno:

Stamani, nell’anniversario dell’armistizio che l’Italia ha imposto all’esercito austro-ungarico e tedesco nella grande guerra, il battaglione alpino “Vestone” è passato al completo nelle file della 3a divisione garibaldina Cichero. Gli alpini hanno così ritrovato la vera Italia, quell’Italia nostra ed onesta che combatte sui monti per la sua libertà. Il comando della 3 a divisione garibaldina Cichero saluta gli alpini del battaglione “Vestone” e plaude al loro gesto, alla ritrovata fraternità nel nome dell’italia“.

Era la vittoria dei nostri sacrifici, della lotta portata per molti mesi con la propaganda e coi colpi di mano dai nostri compagni delle brigate Berto e Jori. Queste potevano finalmente rioccupare la Val Trebbia e ristabilire completo il nostro stato partigiano. Già i continui attacchi alla divisione “Monterosa” l’avevano ridotta da sedicimila o ottomila uomini. Gli altri ottomila erano tornati alle loro case, o si erano uniti a noi, o erano feriti o morti. A Bobbio una compagnia di alpini si era già unita alla nostra divisione Aliotta. ora erano conquistati mortai, mitragliatrici, munizioni, di cui avevamo bisogno, e poi muli, coperte, divise.

Il 6 novembre arrivò a Cabella una compagnia del battaglione “Vestone”. Fu una gran festa a Cabella: dei centotrenta uomini quaranta decisero di restare con noi, altri di raggiungere le loro case, altri ancora di fare i partigiani in zone più vicine alle loro case.

Fu costituito nella brigata Oreste il distaccamento Vistù, formato da ex-alpini e vecchi partigiani. Sulle loro divise grigio-verdi legarono un fazzoletto rosso e diventarono in seguito ottimi partigiani.

L’armamento della nostra brigata  fu completato dall’arrivo di mortai e delle maschinengewehr, portateci dagli alpini. I muli furono dati all’intendenza per il trasporto di viveri in montagna ed ogni distaccamento ne ebbe uno per portare le sue armi pesanti e le sue munizioni. 

I mortai furono piazzati a S. Clemente, a Mongiardino, a Roccaforte, a Pertuso, per difendere la nostra zona.

Alcuni dei migliori alpini furono mandati nei distaccamenti come mitraglieri, data la loro abilità appresa nei lunghi mesi di esercizio nei campi di addestramento tedeschi. Questo valse ad aumentare considerevolmente la capacità combattiva di tutta la brigata, composta in maggioranza da giovani che non avevano mai fatto il servizio militare.

Le nostre azioni militari  si erano moltiplicate tanto che spesso i distaccamenti trascuravano di segnalarle.

Il 1° novembre i sabotatori fecero saltare a Pietrabissara due piloni della linea ad alta tensione di 60.000 volts che alimentava la ferrovia.

Il 1° novembre il Franchi distrusse a Vocemola un camion tedesco , uccidendo tre tedeschi.

Il 1° novembre il Villa distruggeva a Ronco una macchina tedesca causando due morti.

Il 2 novembre il Castiglione attaccava una macchina tedesca presso Stazzano. Quattro morti tedeschi di cui due ufficiali. 

Il 2 novembre il Villa ad Arquata uccideva tre tedeschi e distruggeva un autotreno tedesco. 

Il 3 novembre Scrivia e Toscano uccidevano due motociclisti a Vocemola. 

Il 3 novembre venivano fatti saltare a Stazzano due piloni della linea ad alta tensione di 60.000 volts. 

Il 4 novembre Toscano uccideva sulla camionale un colonnello, un ufficiale di stato maggiore, un tenente, un capitano, distruggendo successivamente due macchine tedesche a colpi di bombe a mano.

Il 4 novembre Gallo della brigata Arzani distruggeva gli impianti telefonici di Volpedo e asportava quindici centralini con cui i tedeschi davano l’allarme.

Il 5 novembre Mina, con una pattuglia, si recava ad Arquata dove era un presidio di tedeschi e brigate nere. Dopo due ore di appostamento nelle vie della cittadina, attaccava un pattuglione di tedeschi uccidendone sei e ferendone due.

Il 5 novembre il distaccamento Verardo distruggeva presso Isola un camion tedesco, causando quattro morti e due feriti.

Il 6 novembre Minetto attaccava una colonna tedesca causando feriti e danni ai camion.

Il 7 novembre veniva fatta saltare dai sabotatori la linea ad alta tensione da 120.000 volts presso Monte Spineto. Con questa azione veniva paralizzata la linea ferroviaria Genova-Milano per ben cinque giorni.

Tutte queste azioni nel giro di una settimana. Estendete  queste azioni per tutta la lunghezza delle retrovie della Linea Gotica ed avrete un’idea dell’enorme danno inflitto alle comunicazioni dei nazisti. Inoltre aggiungete anche le azioni delle formazioni partigiane nelle valli alpine e quelli dei GAP nelle città e capite che se gli Alleati non fossero stati così “avari” di aiuti (soprattutto esplosivi, mitragliatrici pesanti, armi controcarro e mortai), molti scontri e rastrellamenti avrebbero avuto ben altro esito.

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Partigiani sovietici della Pinan-Cichero