Come Stalin, il Partito e il potere sovietico posero fine allo iato tra quadri tecnico-dirigenziali e classe operaia nell’URSS del primo Piano Quinquennale

Come Stalin, il Partito e il potere sovietico posero fine allo iato tra quadri tecnico-dirigenziali e classe operaia nell’URSS del primo Piano Quinquennale

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il problema delle relazioni tra classe operaia e mondo intellettuale si pose, in tutta la sua drammatica cogenza, fin dalla vittoria della Rivoluzione socialista bolscevica del 1917. La guerra contro le bande monarchiche e scioviniste che, appoggiate dai circoli imperialisti internazionali, misero a ferro e fuoco il Paese durante la Guerra civile del 1918/21, con l’intento di rovesciare il neonato potere sovietico, vide numerosi intellettuali schierarsi a fianco del socialismo, della causa degli operai e dei contadini: V.V. Majakovskij, A.V. Lunacharskij, A. A. Blok , solo per citarne tre. Altrettante figure del mondo della cultura, però, coltivarono i germi nefasti dello scetticismo e del disfattismo o, peggio ancora, scelsero il fronte opposto, quello della reazione: M. A. Bulgakov fu assai tiepido verso il nuovo ordine sociale; Anna Achmatova si chiuse in un atteggiamento di snobistico disprezzo, mentre M. Gorkij additò addirittura come pericolo mondiale il mugik russo oppresso da secoli di sfruttamento e ora pronto, liberate le catene, a dare l’assalto ad ogni “civiltà” con la sua indole “barbara ed asiatica”.

03464-rodchenko_majakovskij_seated
V.V. Majakovskij

Fin qui, abbiamo illustrato le posizioni di poeti e scrittori; il grandangolo dello storico, però, il suo obiettivo più acuto e potente, non può però che andare a catturare anche altre figure di intellettuali: per la precisione, quelle di migliaia e migliaia di ingegneri, tecnici, economisti, specialisti vari i quali si trovarono davanti, potente e trascinante come nessun’altro, il ciclone dell’Ottobre. Non sempre la convivenza fu facile tra questi e il nuovo assetto di potere e le ragioni sono anche abbastanza semplici da comprendere: di estrazione alto – borghese, quando non addirittura aristocratica, la gran parte di questi quadri tecnico – scientifici nutriva sentimenti di aperta ostilità verso chi aveva spazzato via, con la ramazza della più autentica giustizia sociale e della più radicale rottura col passato, vecchi privilegi di casta e rendite di posizione accademiche anacronistiche e regressive. In altri termini, era perfettamente fisiologico, secondo le bronzee leggi della dialettica storica e sociale, il fatto che una parte consistente di questi “cervelli” si schierasse contro la marea montante della Rivoluzione proletaria. Contro gli elementi visceralmente antisovietici, il governo bolscevico dovette per forza prendere provvedimenti limitativi della libertà, pena difficoltà insormontabili in settori strategici della produzione. Vi furono altri esponenti del mondo tecnico – scientifico che, pur essendo di origine borghese, si dichiararono pronti a servire la causa del socialismo, con lealtà, abnegazione e spirito costruttivo.

anna-achmatova
A. A.  Achmatova

Verso questi, il potere sovietico, all’inizio, non sempre si distinse per acume e correttezza: se alcuni raggiunsero da subito posizioni elevate e prestigiose, in funzione delle loro capacità, altri furono penalizzati nell’accesso ad alcuni canali professionali e accademici e i loro figli, per diverso tempo, non poterono iscriversi a determinati istituti e università o, pur potendolo fare, incontrarono diverse difficoltà, diversamente dai figli degli operai e dei contadini. Questo stato di cose, se da una parte poteva essere interpretato come il giusto, inevitabile contrappasso sociale, di classe, per secoli e secoli di discriminazione, ghettizzazione, esclusione ai danni delle classi subalterne, per un potere eticamente superiore quale quello sovietico, pervaso dai più nobili valori universalisti, poneva grandi problema di ordine etico, politico, sociale. Problemi di merito e di metodo, di valori e di opportunità al medesimo tempo. Il governo degli operai e dei contadini, teso alla liberazione di tutta la società dalle catene dello sfruttamento e della tirannia, non poteva tollerare al lungo alcuna discriminazione deliberata sulla base dell’estrazione sociale dei cittadini; anche giustificata in parte dall’azione eversiva dei ceti spodestati, essa rappresentava sia una violazione dei principi marxisti – leninisti sia un ostacolo controproducente, illogico, antisociale al pieno sviluppo dell’Urss tutta.

230px-bulgakov1910s
M. A. Bulgakov

A metà degli anni ’20, sempre più scienziati e quadri tecnico – dirigenziali formatisi in epoca zarista iniziarono a convincersi della superiorità del socialismo e, mano a mano che esso mostrava i suoi innegabili vantaggi, decisero contribuire al suo ulteriore sviluppo, di lavorare alla sua definitiva vittoria come faro per tutta l’umanità. Vincendo la diffidenza e l’ostilità di ambienti dogmatici e settari ancora influenti all’interno del Partito Comunista (bolscevico) dell’Urss, quasi tutti legati a Trockij, un gruppo di scienziati e luminari di varie branche fondò, fin dal 1928, l’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici, per coadiuvare in ogni modo il processo di edificazione del nuovo ordine sociale. Questo simposio non fu di certo un organismo esclusivamente accademico, bensì rappresentò un avanzato fronte di lotta e di proposta, un punto di raccordo fondamentale tra i lavoratori del braccio e delle mente, tra la politica e la scienza, nel rifiuto di ogni separazione castale ma anche di ogni visione operaistica grezza, infantilmente estremistica e massimalista. Tra le figure più eminenti dell’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici ricordiamo il biochimico A.N. Bach, fondatore del prestigiosissimo Laboratorio chimico centrale sovietico, il patologo A.I. Abrikossov, figlio di proprietari terrieri, fornitori ufficiali di cioccolata per la Corte imperiale, il microbiologo ed epidemologo N.Gamaleja, figlio di nobili di estrazione cosacca, campione della lotta al tifo e al vaiolo, il chimico N.S. Kurnakov, fondatore dell’analisi fisico – chimica a livello mondiale e autore del test usato nell’estrazione del platino.

60cd667dc548af559941a2e6a0c01cf3ce31f804

Man mano che nella compagine del VK (b) P prendeva forza la linea equilibrata e saggia di Stalin, retrocedevano, irreversibilmente, le posizioni dogmatiche, avventuriste, sterilmente volontariste o pseudo – operaiste della “sinistra” trockijsta, assieme a quelle rinunciatarie, capitolarde, pervase di sopravvivenze piccolo – borghesi, della “destra” di stampo principalmente buchariniano. Questo si riflettè, inevitabilmente, anche sul ruolo e sulla posizione degli scienziati, degli intellettuali e dei tecnici nel quadro della costruzione del socialismo. Se nel campo letterario e artistico Maksim Gorkij iniziò a cantare le lodi del nuovo sistema, mettendo in evidenza l’opera di recupero sociale effettuato dall’OGPU e del sistema dei GULAG (nel 1929 visita le Isole Solovetsky, nel 1934 effettuerà un reportage dal mastodontico cantiere del Canale Mar Bianco – Mar Baltico), se M. A. Bulgakov abbandonò vecchi pregiudizi e timori infondati, frutti della mendace propaganda controrivoluzionaria e dell’azione di elementi deleteri presenti in seno al Partito e allo Stato, da parte dei quadri tecnico – scientifici sempre più numerosi giunsero i contributi innovativi, le invenzioni, i suggerimenti costruttivi per lo sviluppo, l’affinamento, la trasformazione, l’evoluzione dei processi produttivi.

five-year1

Nel 1928, con il concorso e l’attiva partecipazione di ogni istanza economica, sociale, politica, culturale, venne elaborato il Primo Piano Quinquennale per gli anni 1928/1933, gigantesca, formidabile, ineguagliata opera di ingegneria sociale, destinata a mutare per sempre il volto della vecchia Russia e dell’Urss e ad affermare ritmi di sviluppo mai visti in nessuna parte del mondo. Il ruolo degli scienziati, dei tecnici, degli ingegneri, dei quadri dirigenziali nella definizione delle linee del Piano non fu secondo a quello di altri attori sociali e di altri portatori di interesse. Tutto si contemperò armonicamente nel quadro dell’interesse generale e nella lotta per l’avanzamento del socialismo. L’ostilità e la diffidenza reciproche tra quadri e classe operaia cedettero il passo, progressivamente ma inesorabilmente, alla reciproca comprensione e intesa, nell’interesse dello scopo supremo: la creazione di una nuova civiltà di liberi ed eguali. La classe operaia sempre più fece tesoro del patrimonio di nozioni e saperi trasmesso dagli esponenti dell’apparato tecnico – scientifico; dal canto suo, tale apparato sempre più si compenetrò della vivida energia sperimentatrice e creatrice del proletariato, con le sue intuizioni, le sue opere concrete, i prodigiosi stimoli e le innovazioni studiate e messe in atto nella trincea della produzione.

za_promfinplan_protiv_religii_sovetskij_plakat

Nel 1928, nell’industria lavoravano ancora soltanto 13.700 ingegneri: lo 0,52 % della classe operaia. Sgomberato il campo da sabotatori e quinte colonne, il potere bolscevico valorizzò sempre più l’opera dei quadri intellettuali onesti e leali, mentre, al contempo, potenziò al massimo le fila degli ingegneri, dei tecnici, degli scienziati: se nel 1928, nei vari Politecnici e Istituti ad essi collegati, studiavano 18.900 persone, nel 1933 esse erano diventate 233.500. Un dato eccezionale, di per sé eloquente, della capacità di organizzazione e promozione dei saperi nel quadro della società sovietica. Segnatamente, nel 1928/29 il Partito inviò a studiare e a formarsi, nei Politecnici e negli Istituti tecnici superiori, 1000 militanti di avanguardia, tutti di estrazione operaia e contadina, i quali sarebbero diventati, in seguito, rinomati direttori di produzione, tecnici, pedagoghi, medici. Il meglio che il nuovo potere sovietico poteva offrire alla società tutta, liberando energie, talenti e genii compressi e soffocati per secoli dai macigni dell’oppressione di classe. Un’altra cifra, meglio di ogni altra, offre il quadro dello sviluppo incessante, prodigioso della Terra dei Soviet lungo l’asse del Primo Piano Quinquennale: se nel 1926 vi erano, in tutta l’Urss, 11.000.000 di operai e impiegati, nel 1933 se ne censirono 22.900.000. Il numero dei quadri intellettuali tecnico – dirigenziali, crebbe in maniera ancora più impressionante. A dirigere la massima autorità della pianificazione dal 1925 al 1934, ovvero il GOSPLAN, furono due figure lucide, coraggiose, integerrime: Gleb Maksimilianovic Krzhizhanovskij e Valerian Vladimirovic Kujbyshev, ambedue di origini altolocate: borghese di rango il primo, di ascendenza nobile il secondo (era figlio di un militare di carriera). Essi, assieme a Stalin e ai vertici del Partito, degli organi istituzionali e del potere popolare, furono i “capitani” della grande svolta del Paese verso la modernità, la prosperità, la libertà dalle residue catene del capitalismo.

Nell’eroica attuazione del Piano Quinquennale, tra difficoltà, sabotaggi, complotti internazionali mai cessati, essi poterono contare su figure di specialisti di primo piano: I.V. Bardin, ingegnere capo nella costruzione del Complesso metallurgico di Kuzneck; I.M. Gubkin, geologo, Presidente del prestigiosissimo Congresso Geologico Internazionale con sede a Mosca; I. G. Aleksandrov, autore del progetto della gigantesca centrale sul Dnepr; A. V. Winter e altri ancora.

soviet-dam-on-the-dnieper-river
La diga del Dnepr

Naturalmente, nel vivo di una lotta e di un impegno indefesso per la trasformazione del Paese, non mancarono contrasti, polemiche e anche processi a carico di sabotatori annidati negli apparati tecnico – dirigenziali e scientifici. Nel 1930 fu la volta del Processo del Partito industriale, a carico di otto ingegneri sovietici che, in combutta con circoli imperialisti internazionali, avevano attuato sabotaggi sistematici alla produzione, organizzando anche un partito segreto che avrebbe dovuto prendere il potere con l’aiuto della Francia, lanciata in un’invasione militare del territorio sovietico. La storiografia anticomunista ha intinto e intinge il pane in alcuni aspetti poco chiari del processo che però, in gran parte, sono stati e sono tali solo per la volontà dei circuiti antimarxisti e antisovietici di non comprendere implicazioni, legami, scaricabarile che non mancarono e che fecero finire nel tritacarne anche persone in buona fede, colpevoli solo di cattive frequentazioni. Non vi fu alcun processo farsa: le accuse erano vere, fondate, inoppugnabilmente provate anche da dichiarazioni di personaggi tutt’altro che teneri verso il potere sovietico. Louis Fischer, in Machines and men in Russia, scrisse:

che ingegneri russi si siano dedicati e si dedichino al sabotaggio, è fuori dubbio. Gli specialisti americani che lavorano in Russia lo hanno ripetutamente affermato in privato e alla stampa. E prove particolareggiate confermano le loro asserzioni. Ma questo fatto non costituisce legittimo motivo per arrestare e condannare una intera classe, molti dei cui componenti sono cittadini leali e devoti“.

Obiettivamente, Fischer mise in risalto due aspetti incontrovertibili, sui quali ci siamo soffermati ed abbiamo argomentato: tantissimi ingegneri e tecnici, la stragrande maggioranza di essi, erano ormai del tutto solidali con il potere sovietico e non concepivano alcun progetto eversivo ai suoi danni. Allo stesso tempo, il complotto per far crollare l’Urss era tutto meno che fantasia, e trovava terreno fertile tra vari specialisti e quadri che mantenevano posizioni da infiltrati e agenti dormienti. Individuate e chiarite con cura, rigore e precisione le posizioni di ciascuno degli imputati, il processo e l’insieme dei provvedimenti restrittivi adottati videro numerose revisioni e molti ingegneri e tecnici, arrestati all’inizio del processo, vennero liberati. I massimi organismi della pianificazione economica, accanto al Partito e ai vertici dello Stato, criticarono gli eccessi della OGPU e gli sconfinamenti dell’azione penale in campi impropri. Fu la prova provata, questa, che in Urss non esisteva né poteva esistere uno Stato di polizia: grazie alla vigilanza del Partito e del popolo tutto, la giustizia sovietica funzionava a puntino e nessuno correva il rischio, avendo a che fare con essa, di finire in un tritacarne a tempo indeterminato, come avviene ai poveri cristi perseguitati dalla giustizia dei Paesi borghesi, ai quali può capitare di trascorrere anni e anni in cella senza alcuna colpevolezza effettiva riscontrata.

Nel 1931 fu la volta del processo contro 14 professori menscevichi e funzionari dello Stato, accusati di attività controrivoluzionaria mirata alla restaurazione del potere di grandi capitalisti espropriati nel 1917, in combutta con circoli imperialisti francesi e britannici.

Nel 1933, infine, vi fu il processo contro sei ingegneri britannici, dieci ingegneri russi e una segretaria sempre russa, accusati di sabotaggio a danno di centrali elettriche, con il contorno solito di spionaggio e corruzione. Un copione tipico e ricorrente nelle cucine delle trame imperialiste, specie britanniche. La reazione al processo fu la riprova della colpevolezza degli Inglesi: l’Ambasciatore britannico, infatti, sin dall’inizio si profuse in dichiarazioni incendiarie e toni rabbiosi contro l’Urss, anche se si era istituito un processo davanti ad un Tribunale regolare di un Paese sovrano, con prove inoppugnabili. Il verdetto, dopo che accusa e difesa si erano confrontati su un terreno di correttezza giuridica e formale indiscutibile, fu il seguente: 16 condannati, un assolto (un ingegnere britannico). In spregio ad ogni rispetto della sovranità e della giustizia di un Paese straniero, ad ogni principio di non ingerenza e, infine, ad ogni considerazione di tatto ed opportunità, la Gran Bretagna impose un blocco commerciale su alcune merci che, se scalfì appena il potenziale produttivo sovietico, procurò gravi danni ad alcuni interessi economici inglesi. Un pesante boomerang tornava così in testa a chi l’aveva lanciato in aria nello spazio eurasiatico della grande Urss, con l’intenzione di coprire altarini e complotti eversivi ai danni del primo governo operaio e contadino del mondo.

md22410887913

Più tardi, riferendosi a fatti avvenuti nel 1928, anche John Littlepage, ingegnere americano, tutt’altro che comunista, presente in Urss nel quadro di progetti di cooperazione, riconobbe in maniera inconfutabile la realtà dei sabotaggi, compiuti non solo da alcuni quadri, ma anche da elementi infidi presenti tra gli operai:

un giorno del 1928 entrai in un’officina di generatori nelle miniere di Koshkar. Per caso, la mia mano affondò nel recipiente principale di una grande macchina Diesel ed ebbi la sensazione di qualcosa di grumoso nell’olio. Feci immediatamente fermare la macchina e togliemmo circa un litro di sabbia di quarzo, che non poteva che esservi stata gettata intenzionalmente. A varie riprese, abbiamo trovato, nelle nuove installazioni delle officine di Koshkar, della sabbia in ingranaggi come i riduttori di velocità che sono interamente chiusi e possono essere aperti solo sollevando il coperchio per il manico. Questo meschino sabotaggio industriale era così comune in tutti i settori dell’industria sovietica, che gli ingegneri russi non se ne occupavano per nulla e furono sorpresi della mia preoccupazione quando lo constatai per la prima volta (…) parecchie persone non possono vedere le cose allo stesso modo e restano dei nemici implacabili dei comunisti e delle loro idee, anche quando sono entrati in un’industria di Stato“.

Riguardo agli episodi giudiziari sopra ricordati, mai si udirono toni sguaiati e demagogici contro ingegneri, tecnici e quadri dirigenziali, nella stampa e nel Paese: alla sbarra erano alcuni di loro, non l’intero gruppo sociale e professionale! Alcuni rantoli estremistici si sentirono, ma vennero subito soffocati non dalla censura, che non esisteva se non nelle teste dei propagandisti borghesi e filo – capitalisti, ma dal buonsenso, dalla linea generale del Partito che si era andata consolidando, dalla considerazione della quale godevano tantissimi tecnici e intellettuali che in tutto il Paese stavano lavorando alla costruzione ed al potenziamento di dighe, centrali elettriche, strade, ferrovie, industrie. Nel 1931, Stalin, rafforzando la sua posizione in maniera democratica, con la forza delle idee e dell’appoggio di milioni di uomini e donne in tutto il Paese, aveva pronunciato alcune parole inequivocabili:

Nessuna classe governante è mai riuscita ad andare avanti senza i suoi intellettuali (…). I bolscevichi devono seguire una politica tale da attirare a noi gli intellettuali e devono occuparsi del loro benessere”.

Non vi dovevano essere più persecuzioni immotivate di ingegneri, azioni ostili contro chi era leale e trasparente nel pensiero e nell’azione all’interno dei quadri tecnico – dirigenziali, nessuna frattura artificiosa e assurda tra lavoratori del braccio e della mente, né sulla base di scelte inopinate né, tanto meno, sulla base di demenziali considerazioni sulle origini di classe. Dopo il pronunciamento di Stalin, gli organi del potere sovietico, in armonia con la discussione sviluppatasi dentro al Partito, nei Sindacati, nelle fabbriche, lavorarono assieme, nell’anno 1931, alla formulazione di un nuovo Decreto che sancì alcune misure di importanza storica a beneficio dei quadri tecnico – dirigenziali e degli specialisti : uniformità di razioni alimentari e di trattamento in sanatori e case di riposo tra questi e gli operai; assegnazione di appartamenti confortevoli, adeguati soprattutto per l’attività di studio e approfondimento (gli appartamenti dei quadri avevano una stanza o anche due in più); rimodulazione delle aliquote sul reddito in senso premiante; ammissione dei figli in tutte le scuole di ogni ordine e grado, senza alcun impedimento o potenziale riserva ostativa.

A questi provvedimenti fece seguito un clima di grande fiducia e distensione : molti ingegneri, medici, tecnici, architetti, specialisti di differenti branche furono liberati dal carcere, promossi a posizioni di prestigio e responsabilità, decorati con onorificenze prestigiose quali l’Ordine di Lenin. Nessun ingegnere avrebbe potuto più essere accusato di sabotaggio se, per fare solo un esempio, avesse proposto di compiere prospezioni geologiche in un punto del Paese, senza poi aver la fortuna di trovare i giacimenti di petrolio ipotizzati in prima istanza. Arnold Soltz, autorevolissimo giurista sovietico, scrisse sulle “Izvestija”:

Il ritirare uomini da posti importanti dell’industria e nell’amministrazione civile ha causato allo Stato perdite enormi”.

Per il futuro, non si doveva più ammettere nemmeno l’ipotesi del carcere, in assenza di una sufficiente e solida base probatoria. La civiltà giuridica sovietica aveva risolto in gran parte un nodo, quello dei diritti dell’imputato e dell’uso arbitrario del carcere, che per le “ democrazie “ borghesi è, ancora oggi, ben lungi dall’esser stato districato. Ancora più forte e deciso fu il Commissario del Popolo alla Giustizia, Nikolaj Krilenko: egli biasimò e destituì un Procuratore provinciale che aveva istituito un procedimento legale a carico di alcuni ingegneri, senza un sufficiente carniere di prove a supporto dell’azione penale. Insomma, la società sovietica, con il consolidamento della linea di Stalin e della stragrande maggioranza dei militanti, si avviò sul felice e radioso sentiero dello sviluppo più pieno nella libertà, nella vera democrazia e nella coesione sociale tra profili professionali e sociali differenti, prima artatamente messi l’uno contro l’altro da correnti disgreganti, da visioni settarie dei rapporti sociali e da complotti etero – diretti dai circoli imperialisti. Quella compattezza consentì al Paese di fare il suo ingresso nel mondo sviluppato e di prepararsi, più tardi, all’inevitabile scontro con la bestia nazi – fascista.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Sidney e Beatrice Webb: Il comunismo sovietico: una nuova civiltà  – Volume secondo (Einaudi, 1950).

Storia universale dell’Accademia delle Scienze dell’Urss – Volume 9 (Teti Editore, 1975).

Ludo Martens: Stalin, un altro punto di vista (Zambon editore, 2005).

Lineamenti di storia dell’Urss, Vol. II (Progress Edizioni, 1982)

Louis Fischer: Machines and men in Russia (Harrison Smith, 1932)

J.D. Littlepage e Demare Bess: Alla ricerca dell’oro sovietico, (Garzanti, 1946)

 

Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

L’ARMIR, l’Esercito fascista di occupazione dell’Urss al seguito delle armate naziste, continua a tenere banco nelle ricostruzioni storiche di parte e nelle polemiche che, con scadenza regolare, riaffiorano ogni qualvolta occorre distogliere l’attenzione dalla rinascita della potenza russa e dalla riscoperta dei valori e delle conquiste del socialismo reale, che è poi l’unico socialismo realizzato, con buona pace delle anime candide che coi loro irenismi non hanno costruito non solo il comunismo, ma nemmeno una seria socialdemocrazia di transizione.

corriere-della-sera-18-luglio-1941
Quanto tutto sembrava andar “bene”…

Sull’ARMIR, come abbiamo avuto modo di constatare varie volte, la confusione regna sovrana: cifre ballerine, oscillanti secondo le modalità del pendolo propagandistico, documenti palesemente falsificati o di dubbia autenticità; testimonianze di comodo, contrastanti tra loro e senza il crisma della minima scientificità ed obiettività. Ci fu un periodo, nel 1992, in cui i tromboni dell’anticomunismo nostrano, addirittura, vollero convincere l’opinione pubblica che i soldati in Urss li aveva mandati a morire Togliatti e non, invece, Benito Mussolini, con le armi e i gagliardetti benedetti dai preti. Negli anni passati, addirittura, è stato scoperto, alle porte di Mosca, un centro per la falsificazione “scientifica” dei documenti d’archivio del periodo comunista, con timbri, carte, bolli e tutto un apparato logistico – materiale approntato per il taroccamento. A denunciare il tutto fu, alla Duma, il Deputato comunista Ilyukhin, guarda caso morto poco dopo, in circostanze assai dubbie… Si esaminarono documenti sulle fosse di Katyn, su Beria, su Stalin, sulle trattative tra Urss e Germania e si riconobbero, inconfutabilmente, le “stimmate” della falsificazione, dell’inquinamento, dell’interpolazione di interi incartamenti. Personaggi al vertice della politica ai tempi di Gorbaciov e di Eltsin, storici, militari, archivisti, furono chiamati in causa e riconobbero le malefatte, ma il manto protettivo della politica compiacente intervenne a coprire tutto. Come si poteva riconoscere, ufficialmente, e dalle più alte cariche dello Stato, che tutta la storia diffusa sul comunismo dopo il 1989 era composta da bufale preconfezionate in modo tale da trarre in inganno persino inossidabili comunisti in buona fede? E’ lecito supporre che, tra i documenti falsificati, ve ne fossero e ve ne siano ancora anche molti riguardanti l’ARMIR, naturalmente costruiti ad arte per accreditare il mito di decessi in massa nei campi di prigionia sovietici (come se, oltretutto, un Paese devastato dai nazifascisti, che aveva avuto anche per mano nostra 20 milioni di morti, fosse tenuto a garantire caviale e champagne a chi l’aveva aggredito!).

A distanza di 70 e più anni, se più o meno siamo riusciti a sapere quale fu la consistenza numerica dell’ 8° Armata italiana in Russia, ossia 230.000 uomini agli ordini del Generale Italo Gariboldi (c’è però anche chi sostiene che il numero sia eccessivo, utilizzato per gonfiare artatamente il numero dei caduti e dispersi), molti sono i margini di incertezza circa il numero effettivo di soldati caduti prigionieri, per via di documenti tra loro contrastanti, in aperta contraddizione. Le autorità russe anticomuniste, dopo il 1991, ci hanno propinato la cifra di 40.000 morti italiani nei campi di prigionia sovietici: una cifra, questa, assurda, che presto si dovette ridurre per evidenti, palesi incongruità. Si trovarono, infatti, ben 6000 nomi ripetuti più volte e si dovette scendere, in prima battuta, a 34.000 nominativi. Dopo anni di ricerche, raffronti e “ripuliture” operate da storici di provata fede anticomunista ed antisovietica, si scese (udite udite!) a 24.200 nominativi e qui il colpo di scena: anche questi 24.200 cognomi, a parte poche eccezioni, non è stato possibile associarli ad una morte certa, effettivamente avvenuta. Si tratta di dispersi per i quali non v’è alcuna notizia sicura, tanto che i familiari ancora vivi, sulla pelle dei quali si è consumata la cinica operazione di criminalizzazione del comunismo, quasi che a mandarli in guerra fosse stato Stalin, hanno alla fine protestato e chiesto i dovuti chiarimenti alle reticenti autorità che il lavoro degli storici avevano “patrocinato“. Naturalmente, da parte del Ministero della Difesa (lo stesso che, assieme alla Procura generale militare, per decenni aveva “dimenticato” negli scantinati e negli “armadi della vergogna“ faldoni interi sui crimini nazisti), non sono venuti mai lumi e risposte soddisfacenti. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, Carlo Vicentini, dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, chiarisce in maniera esemplare come avveniva la registrazione dei decessi:

“la registrazione giornaliera dei decessi era compito dei soldati incaricati del controllo delle presenze: essi annotavano per lo più, solo cognome e nome del morto (qualcuno aggiungeva la classe ed il grado) in base alle dichiarazioni dei compagni di bunker o di baracca”.

I dati compilati frettolosamente, e con larghi margini di errori, data la fonetica sconosciuta ai russi, venivano poi inviati alle autorità centrali, che provvedevano a riscriverli. Ebbene, come vennero riscritti questi nomi? Nel caos della guerra, vi furono comprensibilissime difficoltà logistiche, la disorganizzazione regnava e tutto questo non poté non influenzare la redazione dei registri dei decessi dei campi di prigionia. Come abbiamo sopra accennato, vi furono sbagli anche clamorosi, con ripetizioni frequenti degli stessi nominativi:

le trascrizioni successive di questi dati, fatte manualmente in corsivo (solo di rado dattilografate) hanno quasi sempre mutato il testo iniziale, ammesso che fosse esatto. In base a tali dati sono state redatte, sempre a mano, le schede individuali dello schedario generale di Mosca e queste sono state la base per la compilazione computerizzata degli elenchi giunti fino a noi”.

Moltissimi nominativi forniti dalle autorità russe – si faccia attenzione a questo elemento centrale – non trovavano corrispondenza alcuna negli elenchi dei soldati dispersi sul fronte russo. Anche in ordine ai soldati catturati, i bollettini sovietici del 1943 parlavano di 80/100.000 prigionieri, ridotti poi, chissà perché, a 70.000, poi a 60.000 e anche meno, a seconda delle fonti. Degli 8268 nominativi di deceduti ricondotti al famigerato campo di Tambov, solo per fare un esempio, alla fine ne vennero certificati solo 4053. Insomma, non c’è che dire: un bel groviglio! in queste ambiguità, incongruenze, inesattezze, non è difficile scorgere i segni di una falsificazione volta a deviare l’attenzione da altre scoperte ben più corpose: ricordiamo che, alla fine degli anni ’80, lo storico polacco nazionalista Jacek Wilczur, (il quale, alla faccia degli anticomunisti ululanti contro la Polonia popolare, poté sempre operare in piena libertà sotto la democrazia socialista) scoprì varie tombe ricollegabili ai soldati italiani dell’ARMIR catturati dai nazisti e uccisi in vari modi. La congiura del silenzio cercò di soffocare questo lavoro, poi, quando i suoi strateghi non poterono più farlo, quella congiura si tramutò in deviazione dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale verso i campi di prigionia sovietici e verso i “crimini” dell’NKVD, ovvero verso crimini commessi dai nazisti e addossati all’Urss (Katyn, tanto per citare un caso).

donofrio
Propaganda anticomunista

Anche sul numero dei decessi “accertati” di prigionieri, però, la partita è tutt’altro che chiusa: i campi di prigionia sovietici, nei primi tempi (primavera 1943), erano sottoposti ad una vigilanza che definire all’ “acqua di rose“ è una gentile concessione. In un Paese devastato dai nazifascisti e da ricostruire, è evidente che le forze dell’NKVD e dell’Armata Rossa avessero altro a cui pensare, che non piantonare prigionieri italiani smunti, laceri, spesso abbandonati dai loro superiori in grado e, nella maniera più vile e cinica, dai nazisti. Di questo ci offre uno spaccato eloquente un’altra fonte al di sopra di ogni sospetto lo storico Arrigo Petacco, che nessuno può tacciare di simpatie comuniste. Ne “L’Armata scomparsa”, egli scrive:

“l’organizzazione interna (nei campi di Tambov, Khrinovoje, Miciurinsk, Suzdal, Oranki e altri ancora, ndr) era praticamente inesistente. A Khrinovoje, per esempio, il campo era formato da alcune costruzioni adibite in passato a scuderie (…). Anche la vigilanza era relativa: all’interno del campo i prigionieri erano lasciati liberi di scannarsi a vicenda per una coperta o un tozzo di pane. All’esterno poche guardie, immerse nella neve, coperte dal pelliccione da scolta scampanato e lungo fino a terra, voltavano indifferenti le spalle. Il lato che confinava con la steppa o con il bosco non era neppure vigilato o chiuso da un recinto. Tanto, fuggire equivaleva a morire“.

Se la conclusione macabra è una deduzione impropria dell’autore, dal momento che il bosco russo è, da sempre, anche tesoro di preziose risorse alimentari da sempre (si pensi alle battute di caccia e alle raccolte massicce di funghi narrate da un’altra fonte di parte anticomunista, Varlam Shalamov, autore de “I racconti di Kolyma“), Petacco non mente quando descrive il livello di vigilanza presente nei campi sopra richiamati nei primi tempi della loro istituzione. Questo fatto, inoppugnabilmente, rendeva facilissime le fughe di prigionieri; dal momento che, come abbiamo visto, i decessi venivano segnalati alle guardie dagli stessi prigionieri, è consequenziale e logico pensare che la gran parte delle morti annotate nei registri fossero, in realtà, fughe mascherate da decessi da parte dei compagni dei fuggiaschi, i quali avevano buon gioco ad agire così in quanto, il più delle volte, le sepolture avvenivano in maniera sommaria e nessuno tra i guardiani – o quasi nessuno – pretendeva l’esibizione del cadavere. Petacco, però, è illuminante, nel suo racconto, anche rispetto alle modalità di redazione dei registri dei decessi e, nella sua esposizione, approfondisce e va oltre la stessa disamina di Carlo Vicentini, pur da lui citato in cinque pagine della sua opera. Nel capitolo “Il mistero dei dispersi“, leggiamo:

“anche dopo il crollo dell’URSS, quando gli archivi del KGB furono aperti agli inviati del nostro governo, non fu ugualmente possibile venire a capo della vicenda. Risultò infatti che i prigionieri arrivati ai campi venivano registrati al loro ingresso e controllati alla fine di ogni mese. Ma i controllori si limitavano ad elencare dei numeri senza fornire spiegazioni quando quei numeri non corrispondevano. Un esempio per tutti: il 1° maggio del 1943 figurano presenti nel lager n° 188 di Tambov 2500 prigionieri italiani. All’inizio del mese successivo i prigionieri risultano 160. Ma non è spiegata la causa della drastica riduzione. Ossia se sono morti, se sono trasferiti o l’una e l’altra cosa insieme“.

In poche parole, le registrazioni dei morti potrebbero esser state, almeno in certi casi, dettate più da approssimazione e da stime eseguite, che non da una prassi scientifica e rigorosa di registrazione. Certo, le condizioni nei campi di prigionia sovietici non erano idilliache e questo per ovvi motivi; specie nei primi tempi – lo ripetiamo – vi furono difficoltà insormontabili, situazioni ai limiti dell’emergenza, in un Paese saccheggiato e messo a ferro e fuoco dai nazifascisti. Se il pane mancò per lungo tempo, fu per colpa di chi aveva distrutto granai e incendiato kolkhoz e sovkhoz, non certo del potere sovietico che, anzi, fece di tutto per migliorare le condizioni dei prigionieri, portando ordine, rigore, disciplina e regolarità degli approvvigionamenti nei vari campi, dopo i primi mesi tremendi del ’43.

ritornati
Propaganda…

Innanzitutto, va detto che molti soldati italiani arrivarono ai campi di prigionia già stremati dai combattimenti, dal “si salvi chi può“ imperante dopo la disfatta dell’ARMIR, con generali e colonnelli fascisti (e anche qualcuno della truppa) che, spesso, alla faccia della solidarietà umana, pensarono a salvare la loro pelle e basta, quando addirittura non bruciarono, d’intesa coi nazisti, depositi di vettovaglie e magazzini con indumenti e altri generi di conforto (le denunce precise ed articolate di Robotti e di altri in questo senso, non furono mai confutate in sede giornalistica e giudiziaria). In secondo luogo, va sottolineato che, specie nei primi tempi, il vero potere all’interno dei campi di prigionia era nelle mani degli stessi militari italiani internati. A dirigere e coordinare tutto, i sovietici, che avevano ben altri pensieri e priorità, collocarono generali, colonnelli, tenenti e soldati anziani. Laddove questi erano umani, comprensivi, onesti e magari pure di fede antifascista, per i prigionieri i patimenti erano meno pesanti; laddove invece vi erano dei fascisti inveterati, che fingevano soltanto davanti agli occhi dei sovietici, per puro opportunismo, di essersi convertiti al credo democratico e al marxismo – leninismo, le traversie e, spesso, le tragedie, erano assicurate per i poveri soldati prigionieri. Cibo distribuito con criteri discrezionali ai loro tirapiedi, soprusi e soperchierie quotidiane, corvè imposte ai compagni di prigionia: nel carniere delle malefatte dei kapò fascisti vi fu ogni nefandezza possibile, e ciò non poté che incidere anche sull’andamento della mortalità nei campi, specie dal febbraio al giugno del ’43. Accanto agli italiani, vi furono i rumeni della Bessarabia che avevano combattuto con l’Asse e gli ungheresi, a distinguersi per crudeltà contro italiani e prigionieri di altre nazionalità. Al contrario di quelli nazisti, però, questi kapò non poterono contare su protezioni in alto loco. Infatti, venute all’orecchio di Stalin e del Vk (b) P le vergogne e i crimini di questi aguzzini e dei loro complici, si abbatté sulle loro teste la mannaia della giustizia sovietica, equa ed inflessibile come sempre. Ancora una volta, affidiamo la narrazione di questi fatti all’anticomunista e antisovietico Petacco ; egli cita, come testimone, nientemeno che don Guido Turla, feroce nemico dell’ideologia comunista e dello Stato sovietico, presente nella Campagna di Russia tra le forze italiane:

“Don Guido Turla riferisce che, in quei giorni ( siamo nella tarda primavera del ’43. Ndr), un fuoriuscito italiano comunista (Vincenzo Bianco?) visitò per la prima volta il campo (quello di Khrinovoje, dove le condizioni di vita erano ai limiti della vivibilità, ndr e promise il suo intervento. Qualche tempo dopo le sentinelle sovietiche informarono i prigionieri che era giunto un prikaz, un ordine: Stalin non vuole più morti. ‘I russi – racconta il cappellano – mi riferiscono quest’ordine e non nascondono la loro paura. Sanno che se qualcuno ha sbagliato ora dovrà pagare‘. Infatti, nei giorni seguenti il comandante del campo e i suoi subalterni furono tutti passati per le armi nel piazzale del lager“.

Altro che tolleranza verso i criminali ! Altro che Stalin complice del lassismo, dei crimini, della corruzione di alcuni funzionari periferici infedeli. L’occhio del Piccolo Padre tutto vedeva e pesava, anche in quei tragici giorni, senza nulla concedere a giustizie sommarie e ad abusi. La superiorità della civiltà sovietica, stava anche nel trattare umanamente chi con una divisa straniera aveva invaso il Paese non per sua volontà, ma perché costretto. E, naturalmente, nell’individuare e colpire i nemici travestiti opportunisticamente da amici, ora che i rovesci dei vari fronti minacciavano l’uragano sulla peste bruna. Si è parlato anche (principalmente per bocca di Don Guido Turla) di atti di cannibalismo compiuti nei campi di prigionia nei primissimi tempi, atti che sarebbero poi stati puniti severamente dai sovietici e dai sorveglianti interni. Su questo terreno, però, preferiamo non entrare e non per ritrosia nel parlare di argomenti certamente scabrosi, macabri e anche velati di bestialità, la bestialità che ogni guerra porta con sé, ma perché sono davvero flebili le prove a sostegno della realtà di simili azioni che, se fossero state davvero compiute, chiamerebbero in causa non certo l’Urss, ma chi aveva portato ovunque fame in terra straniera fino alla disperazione. Anche quando certi fatti rientrano nei documenti sovietici, essi vi rientrano come ipotesi di reato da perseguire, non come crimini certamente commessi e puniti, come pretendono certuni, che allo scrupoloso lavoro filologico di analisi delle fonti preferiscono un sensazionalismo da film horror. Finché i contorni di quei fatti non saranno chiariti, preferiamo, per rispetto umano e per onestà intellettuale, non profonderci in racconti che farebbero la gioia di un Lovercraft, ma non quella di un amante della verità.

al_03
Il campo di prigionia di Tambov in un disegno del 1946 eseguito da Giuseppe Rossi.

Dal momento in cui Stalin impartì l’ordine di portare legalità e rigore nei campi di prigionia, le cose per i soldati andarono sempre meglio. Il numero dei decessi, quali che siano i dati che si intende prendere a riferimento, diminuirono drasticamente e le condizioni di vita divennero accettabili, a volte persino migliori di quelle di tanti cittadini sovietici che, avendo perso tutto per colpa delle belve hitleriane, si ritrovarono a dover costruire tutto da zero, vivendo in capanne, rifugi sotterranei (zemljanki ), parti di stazioni non distrutte ecc. La grande Urss si tolse il pane di bocca per sfamare chi l’aveva occupata e calpestata coi suoi stivali: se i criminali di guerra conobbero l’inesorabile pugno della giustizia operaia e contadina, la truppa, specie italiana, fu trattata con clemenza e sopravvisse solo grazie alla generosità del popolo sovietico, prima e dopo la prigionia. Abbandonati dagli “alleati“ nazisti, i soldati italiani vennero nutriti e scaldati a decine di migliaia nelle izbe di pacifici e umanissimi contadini russi, gente che magari aveva figli e parenti stretti al fronte, ma sapeva distinguere, come solo sa fare il popolo lavoratore, tra capi e gregari, tra guerrafondai e uomini che la guerra la stavano subendo loro malgrado. Molti dei soldati salvati in questo modo da morte sicura, nel dopoguerra non vollero tornare e divennero cittadini sovietici, cambiando nome e cognome: questo fatto, negato da tutta la pubblicistica anticomunista, è invece ribadito e messo in evidenza da varie fonti. L’Italia che li aveva mandati in guerra era, da questi uomini, talmente odiata e disprezzata che, al termine del sanguinosissimo conflitto, essi decisero di voltarle le spalle e di rifarsi una vita nella nuova Patria sovietica. Diverse persone date per morte (ecco l’attendibilità di certi documenti!) furono comprese in certificati di morte presunta, non essendo possibile indicare i loro cadaveri e, d’altro canto, non essendovi prova della loro esistenza in vita dopo il 1944/45 e, in particolar modo, dopo l’ultimo rimpatrio del 1954. In “Lettere dal Don“, di Pino Scaccia, giornalista rigoroso e non certo di fede bolscevico – stalinista, racconta la storia di un villaggio, Filonovo, presso il quale vivono o sono vissute varie donne figlie di soldati italiani; viene poi menzionato un reduce, La Guidara, autore di “Ritorniamo sul Don“ (1963), che parlò di numerosi italiani, ex soldati dell’ARMIR, da lui incontrati nel 1960 in Ucraina vivi e vegeti (li presentò come trattenuti dal regime, ma ciò è ragionevolmente impossibile, visto che poté incontrarli liberamente, senza impedimenti ). Lo stesso Scaccia, nel blog di “Lettere dal Don“ ricorda, in un commento interlocutorio:

“Il caso di Arturo Campalto, il camionista di Vicenza che vive e lavora a Kiev, è sintomatico: nel paese di origine c’è anche il nome nella lapide dei caduti. Ovvio che lo hanno dato per deceduto. E’ sicuro, per esempio, che molti antifascisti sono rimasti in Russia perché in Italia c’era ancora il regime. Una cosa è certa: sia la prima volta che sono stato nella valle del Don che la seconda ho raccolto molte testimonianze che parlavano degli ‘ italiani ‘ “.

Ancora oggi, ammettere che tanti italiani preferirono fingersi morti, e magari produrre documenti in tal senso per avvalorare la bugia, piuttosto che tornare in un’Italia dove i fascisti non mollavano la presa e già si stavano riciclando in massa, è per gli anticomunisti in servizio permanente effettivo un trauma da evitare in ogni modo. Il loro costante rivolgere la testa all’indietro impedisce ogni analisi obiettiva, onesta e spassionata di ciò che fu. Figuriamoci se questi anticomunisti ottusi e subdoli hanno la franchezza e l’onestà intellettuale di un Arrigo Petacco o di un Enrico Reginato o di un Egisto Corradi nel raccontare come si viveva nelle izbe o nei campi dopo le sane misure di “pulizia” disposte da Stalin e dal governo sovietico contro aguzzini, grassatori e criminali! Abbiamo scelto questi tre autori, tutti anticomunisti a mille carati, proprio per rimarcare la differenza tra loro e certa pubblicistica e memorialistica accecata dall’odio antisovietico.

“Per trascorrere le lunghe giornate, – scrive Petacco – i prigionieri si dedicavano al lavoro di ristrutturazione degli ambienti improvvisandosi falegnami o muratori. Altri rileggevano i loro gualciti diari correggendo o aggiungendo impressioni. Di tanto in tanto, all’improvviso, una squadra di soldati invadeva le camerate per periodiche perquisizioni (…). Malgrado la mancanza degli utensili necessari, fioriva l’artigianato. Con l’aiuto di un seghetto sdentato o di un coltello arrugginito, venivano realizzati autentici capolavori: bastimenti, giocattoli, pettini d’osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile. Racconta Carlo Vicentini che due ufficiali riuscirono addirittura a costruire un orologio a pendolo con ingranaggi di legno e rotelle fatte a chiodi. Era anche preciso: tardava di appena un’ora al giorno e il successo fu grande. Dopo il primo ne dovettero costruire altri perché il mercato, fra i russi, tirava molto. Più tardi qualcuno si ricordò di aver ricevuto pochi anni prima una certa istruzione (…) fu così che alla produzione di calzini, carte da gioco e utensili vari, si aggiunse una consistente attività culturale. Un nobile pugliese, di nome Ferrante, cominciò a dare lezioni d’inglese. Un certo Martelli, bolognese, laureando in ingegneria, insegnò ai suoi volonterosi allievi la geometria analitica, i medici dissertarono di anatomia e di biologia. Il tenente Sandulli (…) tenne un corso di diritto civile e costituzionale (…) Un tenente umbro portò a termine un lavoro che pareva irrealizzabile. Intervistando uno per uno i compagni più colti e stimolando i loro ricordi di scuola, riuscì a compilare una storia della letteratura italiana che conteneva i brani più noti della Divina Commedia, del Petrarca, del Boccaccio e del Tasso, del Foscolo, del Leopardi, del Carducci fino a D’Annunzio“.

Un quadro che, incontestabilmente, pone i campi di prigionia sovietici su un terreno ben diverso dai campi nazisti e, anche, dai campi alleati, nei quali i prigionieri morivano come le mosche tra l’abbrutimento, la fame più nera, il più crudele terrore.

L’ufficiale medico degli alpini Enrico Reginato, nel suo libro dal titolo “12 anni di prigionia nell’Urss“, parla, tra l’altro, della festa per il suo compleanno il 5 febbraio del 1946:

“Tutti concorsero con regali e auguri a farmi trascorrere lietamente quella giornata. Ebbi in dono una scatola di sigarette, una saponetta e un paio di calze. Un ungherese mi fece omaggio di un astuccio in legno sul quale era stato artisticamente scolpito il profilo del Monte Cervino. Per l’occasione ci fu anche un pranzetto, che terminò con un brindisi in versi di Italo Stagno (…)“.

Ogni commento ci appare superfluo. Non è tutto: Reginato riconosce che, contro i soprusi di alcuni appartenenti agli organi di sicurezza sovietica, la giustizia del primo Stato operaio e contadino puntualmente riconobbe i diritti dei prigionieri.

“Un secondo sciopero – si legge nell’opera sopra citata – venne iniziato quando i sovietici pretesero di imporci il lavoro. Avevamo accettato di andare nella foresta a spaccar legna, ma ciò non doveva costituire un obbligo. Le stesse autorità russe, in analoghe precedenti circostanze, avevano riconosciuto la facoltà del lavoro volontario per gli ufficiali delle cosiddette piccole nazionalità, cioè per tutti, esclusi i tedeschi. Di fronte alle ingiuste imposizioni del comando piantammo una grana formidabile e riuscimmo ad ottenere l’intervento di un ufficiale di polizia, giunto espressamente dalla capitale della Repubblica dei Mari. La questione fu a lungo dibattuta, con esito conforme ai nostri diritti. L’ufficiale riconobbe che la ragione stava dalla nostra parte“.

Ce lo vedete un uomo di Himmler discutere una controversia di lavoro con gli ebrei dei lager e, alla fine, dar loro ragione dopo una disamina obiettiva del nodo del contendere?
Egisto Corradi, autore de “La ritirata di Russia“, è infine prezioso non per la descrizione dei campi di prigionia, ma per aver sviscerato una per una le menzogne fasciste sulla guerra e i contorni non certo chiari di battaglie pur esaltate ed epicamente assurte a simboli intoccabili dell’immaginario della Campagna di Russia. Egli analizza uno per uno i bollettini fascisti e nazisti sulle operazioni belliche in Urss, mettendo in evidenza le macroscopiche falsità, le montature, le distorsioni sistematiche operate in nome di una propaganda menzognera e criminale . Due esempi, in questo senso:

“21 gennaio 1943. ‘Forti attacchi ovunque respinti. A Stalingrado, i tedeschi lottano eroicamente in condizioni sempre più difficili’ . Da una corrispondenza italiana da Berlino: ‘ L’Armir ha respinto gli assalti talora successivi di ben sette armate sovietiche ‘. (Non si comprende il senso di questa corrispondenza. L’Armir era in dissoluzione)“.

“31 gennaio 1943. ‘Dai giornali italiani: ‘Mussolini nel ventennale della Milizia: Non molleremo mai fino a quando saremo capaci di tenere in pugno un’arma‘ “. (I resti del Corpo d’Armata alpino giungono sulle linee tedesche a nord di Karkov dopo due settimane di ritirata)“.

Un quadro impietoso, quello di Corradi, delle menzogne sulla base delle quali fu scatenato un conflitto immane, bestiale, in odio alla prima Patria che aveva portato al potere i lavoratori, liquidando il giogo dello sfruttamento, e che pertanto era, oltre ad un Paese immenso e ricchissimo, anche un “ cattivo esempio da estirpare“.

Si potrebbe parlare poi delle scuole di antifascismo attivate in Urss per iniziativa del PCI e del VK (b) P, con l’entusiastica partecipazione di esuli antifascisti di indistruttibile fede comunista, primo tra tutti il compagno Paolo Robotti. Si potrebbe raccontare nel dettaglio la gloriosa storia del giornale “L’Alba“, narrare le vicende di tanti prigionieri dell’ARMIR convertiti non certo con la coercizione, ma con la forza dell’esempio e del messaggio liberatore del marxismo – leninismo, alla fede antifascista e progressista… Si potrebbe certamente, ma sviliremmo un capitolo di importanza capitale che preferiamo trattare degnamente in un prossimo studio, sempre con al centro le vicende umane dei protagonisti e fonti al di sopra di ogni sospetto.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Arrigo Petacco: “L’Armata scomparsa“ (Mondadori, 1998)
Enrico Reginato: “12 anni di prigionia nell’Urss “ (Garzanti, 1971)
Egisto Corradi: “La ritirata di Russia“ (Longanesi & C., 1965)
Pino Scaccia: “Lettere dal Don“ (RAI – ERI, 2011)
https://letteredon.wordpress.com/2014/01/29/quelli-che-sono-rimasti/
http://www.plini-alpini.net/wp-content/uploads/html_pdf/Istruzioni_per_consultazione_documentazione_prigionieri.pdf

La lotta dei bolscevichi e dei lavoratori sovietici, tutti contro il sabotaggio economico dei contabili dei kolkhoz

La lotta dei bolscevichi e dei lavoratori sovietici, tutti contro il sabotaggio economico dei contabili dei kolkhoz

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Un capitolo poco noto della lotta di classe combattuta dai contadini, dagli operai e dai quadri tecnici e impiegatizi onesti delle aziende agricole collettive dell’Urss negli anni ’30, è, senza dubbio, quello relativo alla vigilanza e alla battaglia contro gli abusi, le soperchierie, le diversioni, i furti e le malversazioni compiuti da alcuni economi, contabili e revisori dei conti. In tutta l’Urss, all’inizio del processo imponente e spesso vorticoso di collettivizzazione delle terre, vi fu chi intese sabotare, con ogni mezzo a sua disposizione, i progressi nel campo dell’organizzazione del lavoro, i miglioramenti delle tecniche di conduzione dei fondi agricoli, l’elevamento del benessere generale delle masse contadine, l’arricchimento del patrimonio sociale, economico e infrastrutturale delle aziende agricole collettive (kolkhoz e sovkhoz). I ceti sfruttatori e parassitari, spodestati dalla Rivoluzione d’Ottobre, fin dagli albori del nuovo ordine sovietico imbracciarono le armi e dettero fuoco alla miccia della controrivoluzione e del sabotaggio, pur di difendere i loro privilegi attaccati frontalmente e aboliti dal governo degli operai e dei contadini. Chi, piangendo lacrime di coccodrillo, e spargendo il più delle volte menzogne e imposture storiche, deplora la sorte dei kulaki e vaneggia di un loro inesistente “sterminio” da parte delle autorità comuniste, dovrebbe tener presente che i kulaki, assieme agli esponenti dei vecchi ceti mercantili, agli ex gendarmi e scherani dell’Impero zarista, furono deportati solo in minima parte in Siberia o in altri luoghi di nuovo insediamento e quasi mai d’imperio, bensì sempre per una forte volontà espressa dal basso, dai contadini poveri e medi. In gran parte, i rappresentanti dei ranghi sociali espropriati, aboliti o ridimensionati nel loro peso e nella loro capacità di interdizione sociale e politica, trovarono impiego nei gangli della pubblica amministrazione e negli organi di gestione economico – contabile delle aziende agricole e industriali . Alcuni di loro – va detto per amor di verità e di obiettività storica – scrollatisi di dosso il fardello dell’inglorioso passato e delle tramontate idee, furono leali, fedeli e specchiati servitori dello Stato degli operai e dei contadini; altri, invece, irriducibili nemici di ogni principio di uguaglianza, di reale libertà ed emancipazione delle classe sociali subalterne, sfruttarono il loro livello di istruzione, senz’altro superiore alla media, visto che per secoli ne avevano negato uno dello stesso livello a milioni di uomini e donne, per tessere trame eversive, minare l’economia del Paese, provocare il crollo del potere sovietico nel vortice di un malcontento scientificamente coltivato e nutrito. Molti avranno letto sicuramente dei numerosi incendi dolosamente appiccati a kolkhoz e sovkhoz negli anni 1929 – 1933, con depositi distrutti, ricoveri per animali ridotti in cenere, raccolti arsi nel rogo dell’egoismo e dell’odio di classe spinto fino a negare il pane al popolo, a distruggerlo in maniera crudele e spietata. Accanto a questi truci aspetti della reazione dello strato sociale capitalista e benestante delle campagne, ve ne furono altri meno indagati in sede storiografica, più sottili ed insidiosi, ma non per questo meno devastanti per la costruenda economia collettiva sovietica: contabilità falsificate per far apparire passività inesistenti, giornate lavorative dei kolkhosiani misconosciute o pagate per metà (il trudoden, la giornata lavorativa effettivamente prestata sulle terre collettive, era la base per il conteggio delle paghe degli agricoltori delle fattorie collettive, in natura e in denaro), fannulloni amici del contabile di turno, o ad esso legati da antichi rapporti di protectio – oboedientia, retribuiti in maniera ingiustificata sulle spalle dei contadini onesti e laboriosi, coi fondi che a questi ultimi avrebbero dovuto essere destinati. Infine, mancata registrazione di raccolti, prodotti orticoli, capi di bestiame, pollame e uova, alfine di spianare la strada ad appropriazioni indebite, corruttele e ruberie attuate in forma “consortile” tra ex kulaki espropriati, economi, ragionieri, revisori dei conti. Contro questa piaga, che, specie nei primissimi anni ’30, minacciò di scardinare l’organizzazione economica agricola in tutto il Paese, si eresse un potente vallo da parte della vigilanza operaia e contadina; assediata dall’esterno e minata all’interno dall’azione dei nemici del popolo e degli elementi politicamente ostili, l’Unione Sovietica reagì potentemente stroncando complotti e fermenti rovinosi, nelle città e nelle campagne. L’NKVD (Comissariato del Popolo agli Affari Interni), coadiuvò in maniera indefessa l’operato del Partito, dei Sindacati, dei Soviet (specie i Sel’ Soviet, i Soviet di villaggio) per stanare i nemici infiltrati negli organismi economici e gestionali delle campagne, nelle articolazioni deputate ad assicurare gli approvvigionamenti e i materiali necessari all’economia agricola. Nel 1935, la partita era vinta ormai quasi al 90%: un documento dell’NKVD, uscito dagli archivi ex sovietici, ci mostra con dovizia di dati la situazione sul campo in quell’anno, anno di resoconto, verifica e bilancio di un’epurazione sacrosanta e necessaria per il Paese e per la stabilità del socialismo.

gelukkiger

Il Segretario politico del GUGB (Direttorato principale per la sicurezza di Stato), Molchanov, in data 19/07/1935 scrive alle massime cariche del VK (b)P (denominazione allora in uso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica), ripercorrendo le tappe dell’azione degli organi ispettivi e di sicurezza dell’Urss in merito al controllo e alla verifica degli apparati amministrativi e contabili dei kolkhoz. L’inchiesta, svolta con la costante e fruttuosa collaborazione delle articolazioni istituzionali e politiche del potere sovietico, marciò a ritmi serrati e coinvolse vari territori dell’Urss, di capitale importanza per le dinamiche sociali ed economiche legate al cammino della collettivizzazione dell’agricoltura e, più in generale, alla costruzione del socialismo (si va dalla Siberia Occidentale all’Ucraina, passando per l’Uzbekistan, la regione caucasica, l’area del Mar Nero, la zona delle ubertose Terre nere centrali)  Dal documento inoltrato da Molchanov, veniamo a conoscere dati e particolari assai significativi per una comprensione completa ed approfondita del ruolo di sabotaggio esercitato, tenacemente ed in varie forme, da personaggi infiltrati negli apparati contabili e di gestione delle aziende agricole collettive. In 14 Repubbliche, con relativi Oblast’ (Regioni), Kraj (Territori) e Rajoni (Distretti), furono controllati 1940 kolkhoz e più della metà risultarono infiltrati, negli uffici deputati alla conduzione amministrativo – contabile, da elementi di estrazione diversa da quella operaia e contadina, quasi sempre socialmente e politicamente ostili, spesso protagonisti di episodi di malcostume e di sabotaggio. Per la precisione, vennero individuati 1013 individui espressione di ceti espropriati dalla Rivoluzione, 491 ex kulaki e commercianti, 83 ex ministri del culto (pope, mullah ecc…), 15 ex poliziotti in servizio nell’epoca zarista, 25 ex banditi controrivoluzionari, 90 ex Guardie Bianche (alcune delle quali ancora attive, legati a circoli revanscisti e reazionari vivi e foraggiati dallo spionaggio imperialista), 7 ex funzionari imperiali, 17 ex menscevichi e socialisti rivoluzionari, 22 elementi criminali di vario tipo, 162 persone sottoposte a indagini, 37 alcoolisti ed elementi antisociali.

collectivization2

Un panorama tetro, che certamente spiegava e spiega meglio di mille parole, l’insopprimibile realtà delle manovre di diversione e sabotaggio volte a mandare in frantumi l’economia agricola collettiva e lo Stato sovietico tutto, alla faccia dei tanto pubblicizzati storici “revisionisti”, sempre pronti a brandire, in funzione anti – staliniana ed anti – sovietica, la memorialistica falsa e tendenziosa di pseudo – testimoni, nonché la pamphlettistica d’accatto di pennivendoli al servizio degli apparati spionistici del mondo capitalista.

image294

Scendendo nel dettaglio, veniamo a sapere che in 245 kolkhoz ucraini, nelle Regioni di Vinnycja, Kharkov, Dnepropetrovsk, nonché nella Repubblica socialista sovietica autonoma moldava, su 264 economi, ragionieri e revisori sottoposti a verifica, 60 erano ex kulaki o discendenti di kulaki, 25 erano compresi nel novero degli ex (ex?) seguaci del fascista Petljura, 25 appartenevano a sette religiose o ad ambienti clericali, 9 avevano ingrossato, in passato, le fila degli ufficiali e dei funzionari zaristi, 7 erano ex soldati delle armate bianche o appartenenti a bande controrivoluzionarie, 8 erano elementi schedati nei casellari penali, 27 avevano subito condanne a vario titolo e in diversi periodi. Molti economi, contabili e revisori dei conti agivano in diretto collegamento coi kulaki, orchestrando sistematici sabotaggi, sperperi di risorse collettive preziose, fino al dissesto dei kolkhoz nei quali lavoravano, al termine del quale c’era chi ne usciva con le tasche piene e chi ne usciva, invece, rovinato (i più). Kharkov, Vinnycja… non erano e non sono, forse, gli stessi luoghi da sempre indicati, dalla mendace propaganda holodomorista, come luoghi di tremende carestie e privazioni, di tragedie da film horror da addebitare tutte ai trinariciuti bolscevichi, affamatori e dispotici, nel periodo 1932/33? Come sempre, le donne di strada debbono dare delle prostitute a quelle oneste per passare da pulite! Se in quelle terre, negli anni sopra menzionati, vi furono difficoltà alimentari, di produzione ed approvvigionamento di derrate agricole, ciò avvenne non certo per l’azione decisa dei comunisti i quali, stroncando le trame controrivoluzionarie, salvarono anzi il Paese dalla fame vera e dal tracollo, ma per l’opera subdola e viscida dei nemici del popolo annidati e infiltrati ovunque, a partire dalle aziende agricole. Essi, unitamente all’influenza di calamità naturali e fenomeni climatici avversi, non prevedibili né del tutto arginabili, tentarono, nel 1930/33, di dare la spallata al potere degli operai e dei contadini e, non riuscendovi, anzi venendo scoperti, sparsero a macchia d’olio le loro menzogne su carestie mai avvenute e su tragedie esistenti solo nelle loro menti perverse. Dove più forti furono il controllo, la vigilanza operaia e contadina contro i sabotatori, dove più rilevanti furono i successi della lotta di classe contro gli elementi controrivoluzionari, tanto più velenose, macroscopiche e grottesche furono le invenzioni e le menzogne dei circoli colpiti dalla spada implacabile del potere sovietico.

sovetskiy_plakat_kolhozniki_i_kolhoznicy_borites_za_dalneyshiy_podem_obshchestvennogo_zhivotnovodstva

Anche lontano da questi “epicentri”, nelle Repubbliche e nei territori dell’Asia centrale, la lotta non fu di poco conto e le situazioni venute alla luce grazie all’indagine promossa congiuntamente dagli organi di sicurezza, dal Partito, dagli organismi istituzionali centrali e periferici dell’Urss, dai tribunali, furono assai eloquenti: in Uzbekistan, ad esempio, su 100 contabili sottoposti a verifica e controllo in 97 kolkhoz di 30 Rajon, 83 appartenevano ai vecchi ceti feudali – capitalistico – clericali. Tra questi, 5 erano ex kulaki, 28 figli di ex kulaki, 10 ex mercanti e sensali, 6 ex ministri del culto, 13 figli di ministri del culto. Solo 17 ragionieri, economi e revisori su 83 erano di estrazione operaia e contadina.

polish-soviet_propaganda_poster_22y

Nella Regione di Ivanovo, il 39% dei contabili e dei quadri amministrativi dei kolkhoz appartenevano agli ambienti socialmente ostili al potere sovietico e il 16% manifestava disarmante impreparazione teorica e tecnica, così da spianare la strada alle malversazioni ed alle ruberie dei più “esperti “.

9120782_orig

Lo spartito della musica non era granché diverso nella Regione di Kirov, presso la quale, nel Distretto di Vozhgalsk, su 11 contabili sottoposti a controlli, 7 risultarono esser figli di kulaki e mercanti, 2 erano ex impiegati perseguiti, dopo la Rivoluzione, per appropriazione indebita e corruzione, mentre gli altri due provenivano dallo strato sociale dei contadini medi, ma la loro origine non era di per sé una garanzia: infatti, uno era stato condannato per l’incendio doloso degli essiccatoi di un kolkhoz, l’altro era stato invece processato e condannato per il sabotaggio delle semine, atto riprovevole che, in varie parti dell’Urss, determinò situazioni di pesante difficoltà al popolo onesto e laborioso.

1330a5f50b8868b0626876937ddb8c68

Al termine dell’indagine, vennero allontanate decine di individui dagli organismi contabili, gestionali ed amministrativi dei kolkhoz e 20 contabili, colpevoli di abusi, malversazioni, corruttele, sabotaggi, furono denunciati ed arrestati. Si voltò pagina, con tutti i conseguenti positivi riflessi sulla stabilità economico – patrimoniale delle aziende agricole collettive: non si sentì più parlare di paghe non corrisposte ad agricoltori e braccianti, di accantonamenti ingiustificati che privavano i kolkhoz di risorse vitali per le gestioni correnti, di semine ritardate deliberatamente, di inspiegabili ammanchi, di incendi dolosi, di morie ingiustificate di bestiame. Non tutto andò a posto subito e ovunque, certo (in quale luogo della Terra e in quale ambito della vita associata domina la perfezione?), ma il quadro economico dei kolkhoz migliorò rapidamente in ogni angolo dell’Urss, fino a raggiungere livelli ottimali verso la fine degli anni ’30. Verso la fine del 1937, si contarono in Urss 243.700 kolkhoz, con dentro 18.500.000 aziende contadine, ovvero il 99,1% di tutte le aree coltivate. Possiamo altresì vedere come nel 1930 vi fossero, in tutta l’Urss, 31.100 trattori, diventati appena due anni dopo 74.800 e, nel 1937, ben 365.800.

La grandezza del potere sovietico rifulse non solo nella prontezza con la quale vennero stanati i sabotatori, i delinquenti, i parassiti, i disonesti travestiti nei nobili panni del contabile, ma anche e soprattutto nell’intelligenza con la quale il problema venne affrontato e risolto. Contro l’estremismo ed il settarismo di precisi ambienti del Partito e dello Stato, i quali identificavano frettolosamente, e ingiustamente, ogni contabile, revisore, economo in un nemico di classe, e contro il lassismo di altri settori, ingenui quando non collusi e complici, i quali peroravano la linea della tolleranza sempre e comunque, la linea maggioritaria nel Partito e negli organismi istituzionali seppe scegliere la via giusta: quella del rigore, manifestatosi in un sano repulisti di elementi infidi o criminali, abbinato alla selezione ed alla promozione di quadri contabili ed amministrativi di provenienza sì borghese o feudale, ma onesti, scrupolosi e leali. In questo modo, gli agenti del caos e dell’eversione furono messi alle corde, privati del teatro nel quale attuare le loro malefatte, mentre le figure positive e costruttive furono fidelizzate, guadagnate stabilmente alla causa del socialismo. Parallelamente a ciò, si investì molto nella formazione di nuovi contabili esperti di schietta estrazione operaia e contadina, facendo piazza pulita di quell’impreparazione generale, di quelle deboli e frammentarie nozioni da computista dell’abaco, sulle quali avevano giocato e costruito le loro fortune i più “esperti” contabili nemici del potere sovietico, pronti ogni volta a sorridere col loro ghigno beffardo di coloro i quali, onesti ma sprovveduti, cercavano di districarsi disperatamente tra partite doppie, coefficienti di ammortamento, accantonamenti. Sorse autorevole, ben istruita ed addestrata, nonché strettamente legata alla causa del proletariato rivoluzionario, una nuova leva di ragionieri, revisori, economi delle aziende collettive, i cui successi rappresentarono un vanto per tutto l’immenso Paese dei Soviet. Gli operai e i contadini sapevano, nella loro stragrande maggioranza, formata da individui maturi e coscienti, che il contabile non era un nemico, ma un insostituibile alleato nella difesa e nella valorizzazione della proprietà socialista, un presidio fondamentale contro i furti, le azioni economicamente nocive, le gestioni anti – economiche. Ancora oggi, solo per fare un esempio, si rimane incantati ed ammirati nel constatare come, in Urss, qualsiasi bene fosse, almeno fino alle controriforme gorbacioviane, scrupolosamente censito, inventariato, descritto, dai grandi, avveniristici macchinari agricoli ed industriali, fino ai più banali soprammobili. E’, questo, un piccolo indice di come, in Urss, accanto agli operai e contadini, operò per lungo tempo un apparato contabile di prima qualità. Anche grazie a quell’apparato, il socialismo uscì vittorioso negli anni ’30 e poté veder dissolversi, sotto i caldi raggi del Sol dell’avvenire, tra le messi rigogliose dei campi estesi a perdita d’occhio, il ghigno perfido dei nemici del popolo.

Nota. Il documento analizzato e descritto nel presente articolo è reperibile a questo indirizzo: http://istmat.info/node/57180

Per le vicende dei kolkhoz e dei sovkhoz, per l’analisi della loro consistenza economica e patrimoniale, per i progressi nel campo della meccanizzazione dell’agricoltura, è utile consultare il secondo volume di “Lineamenti di storia dell’Urss” (Edizioni Progress, Mosca, 1982, in italiano ).

Made in URSS – una testimonianza diretta su quello che fu il Paese dei Soviet

Made in URSS – una testimonianza diretta su quello che fu il Paese dei Soviet

REDAZIONE NOICOMUNISTI

EDIZIONI RAPPORTI SOCIALI

Diffondiamo un’interessante testimonianza sulla vita negli ultimi anni dell’URSS, dopo quarant’anni di regime revisionista e di graduale restaurazione del capitalismo. La dedichiamo ai nostri socialpetalosi sempre pronti a spalare sterco sulla gloriosa Unione Sovietica.

A cura dei compagni di Edizioni Rapporti Sociali:

Tempo fa abbiamo conosciuto una ragazza moldava di 34 anni che da vari anni vive e lavora in Italia. Abbiamo fatto a lei e a suo fratello (di qualche anno più grande) alcune domande sulla Moldavia prima dell’avvento della “democrazia” e della separazione dalla Russia. Entrambi hanno vissuto in Moldavia nella parte finale dell’esistenza l’URSS, quando l’URSS, dopo quarant’anni di regime revisionista e di restaurazione graduale del capitalismo, si stava dissolvendo e stava per entrare nella fase della restaurazione ad ogni costo del capitalismo diretta da Eltsin e poi, almeno in parte, da Putin. Dai loro ricordi, però, emerge bene quanto, nonostante l’opera dei revisionisti, le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e l’intero sistema economico, politico e sociale erano ancora fortemente influenzate dalle conquiste della fase di costruzione del socialismo.

I fratelli moldavi, rispondendo ad alcune nostre domande, ci offrono l’occasione di un racconto dall’URSS, in presa diretta. Una testimonianza e qualcosa su cui riflettere. Per conoscere, comprendere, tirarne le giuste lezioni.

Come era organizzata la vita sociale?

Ogni individuo contribuiva alla collettività principalmente svolgendo i suoi compiti con dedizione e responsabilità. Gli studenti studiavano e facevano attività ricreative e civiche, i lavoratori lavoravano e potevano svolgere qualunque attività sociale, culturale e ricreativa. Ogni individuo viveva a stretto contatto del suo collettivo di riferimento e questo creava un tessuto sociale tale per cui nessuno era abbandonato a se stesso, nessuno era lasciato in disparte, ma tutto e tutti erano curati. Non esistevano ricchezza e povertà, le differenze di salario erano basate solo sulla specializzazione professionale e sull’anzianità, chiunque era in grado di mantenere un livello di vita più che dignitoso. Si stava bene e, in verità, soltanto chi voleva “star male” poteva farlo.

In che senso?

Nel senso che il lavoro era obbligatorio, valeva il principio “chi non lavora non mangia”. Chi non aveva voglia di lavorare e preferiva fare il furbo veniva denunciato e condotto più volte al lavoro da parte della polizia. Poteva comunque non lavorare per un massimo di 6 mesi (circondato dalla diffidenza e dalla riprovazione della gente), poi veniva messo in una colonia di lavoro, una sorta di prigione in cui era obbligato a lavorare. Nella colonia di lavoro non percepiva uno stipendio mensile ma, quando usciva, riceveva un compenso per il lavoro che aveva svolto risultante dai giorni che aveva lavorato, ad una paga inferiore rispetto agli operai. Quindi non esistevano le basi per il furto, non c’era droga e non esisteva la prostituzione.

Parlaci ancora del lavoro e del sistema produttivo.

La precarietà del lavoro, l’instabilità, l’insicurezza non esistevano. A tutti era chiaro che dopo la scuola sarebbero andati a lavorare. Ogni fabbrica, ospedale, comparto produttivo aveva il dovere di curare tutti gli aspetti della vita dei lavoratori e delle loro famiglie, fin dalla creazione e gestione delle scuole professionali. Ogni studente della scuola professionale era un potenziale lavoratore di quel comparto, quindi la fabbrica o l’ospedale provvedevano alla cura di tutto ciò che gli era necessario: vitto (con ticket e buoni), alloggio, tempo libero (corsi di ogni tipo, sport, arte, ecc.), vacanze (ogni azienda aveva complessi o alloggi turistici sparsi in tutta l’URSS o convenzioni con alloggi e complessi turistici gestiti da altre aziende), trasporti (ogni azienda provvedeva al trasporto di ogni singolo studente/lavoratore nei casi in cui era necessario spostarsi). Questa organizzazione partiva, come ho detto, dalla scuola professionale e arrivava fino all’età della pensione.

Puoi dirci qualcosa sulle condizioni di lavoro?

Io, per esempio, ho iniziato a lavorare in miniera a 18 anni e le attenzioni che c’erano per i minatori non c’erano da nessun’altra parte del mondo. Ad esempio il latte (bere molto latte riduce i rischi che derivano dalle polveri) era distribuito gratis più volte al giorno a tutti i minatori: una cosa del genere in Germania, in Inghilterra e in tutto il resto del mondo non esisteva. Il minatore era considerato un lavoro usurante, quindi un anno da minatore era considerato come tre anni di lavori non usuranti: quindi dopo 12 anni, a 30 anni, avrei potuto andare in pensione.

Com’erano gli stipendi?

Un lavoratore senza nessuna qualifica guadagnava lo stipendio più basso: 180 rubli. Un kg di pane costava 0,15 rubli, un biglietto dell’autobus 0,70 e uno del treno 0,25 ma gli spostamenti da e per il lavoro erano gratis, spesso le mense erano gratis e libri, scuola e sanità pure. Ad ogni lavoratore la fabbrica dava gratis la casa, l’arredamento, gli elettrodomestici (i più cari a un prezzo simbolico). Gli stipendi erano usati per comprarsi qualcosa in più rispetto a ciò che già era un diritto riconosciuto a beneficiare di tutte le risorse e le ricchezze, come per esempio le sigarette, i gelati e altri “vizi”. I beni di consumo in commercio erano venduti al mercato e tutti i prezzi stabiliti dallo Stato, non esistevano quindi speculazioni di nessun tipo. I beni maggiormente ambiti (ad esempio alcuni tipi di cereali) non venivano messi in commercio, ma razionati proporzionalmente al numero dei componenti di ogni nucleo famigliare.

Com’era la sanità?

Era completamente gratuita sia per le visite generiche che specialistiche, a tutti i livelli, le analisi e le cure. Chiunque avesse malattie che richiedevano particolari trattamenti o che si acuivano con le condizioni climatiche veniva inviato al mare o alle terme, in montagna o in campagna per un periodo di riabilitazione. Queste cure, insieme alle vacanze, erano gestite dalle organizzazioni sindacali.

E i trasporti?

Per andare al lavoro la fabbrica metteva a disposizione dei pulmini che andavano a prendere a casa e riportavano a casa gli operai gratuitamente (chi voleva dava una mancia all’autista). Per i mezzi pubblici era necessario comprare il biglietto, il cui costo era comunque molto basso. Le macchine private erano poche ma non per penuria di mezzi ma perché non erano necessarie. Quelle che esistevano erano tutte uguali, cambiava solo il colore, ed erano di proprietà collettiva nel senso che chi ne aveva bisogno faceva domanda alle autorità competenti e poteva prendere una macchina, per poi consegnarla quando non ne aveva più bisogno. Sulla gestione della distribuzione delle macchine esistevano dei favoritismi, poteva succedere che i dirigenti facessero avanzare dei loro parenti o conoscenti nella lista di prenotazione della macchina, ma questo era il peggio che poteva accadere.

C’era libertà di culto?

In maggioranza i moldavi erano atei, ma la religione non era vietata. Chi voleva poteva andare in chiesa, seguire il culto che voleva e celebrare le feste religiose. Semplicemente incorreva nell’ironia della gente che, in generale, non festeggiava né Natale né Pasqua. Le feste erano politiche, civili o patriottiche (primo maggio, 8 marzo, 1 gennaio, 15 aprile, 23 febbraio). In occasione delle feste le scuole e le fabbriche non chiudevano, ma le mense servivano il menù di festa e venivano organizzate specifiche attività: gite, parate, gare sportive, manifestazioni culturali, ecc.

Com’era organizzata la scuola?

Ognuno aveva la possibilità di scegliere e determinare il proprio percorso di studi perchè tutte le spese erano a carico dello Stato, quindi per gli studenti e le loro famiglie l’istruzione non rappresentava un costo. Dopo l’asilo (3/6 anni) iniziava un ciclo di studi “base” di 9 anni. Chi voleva continuare a studiare poteva farlo liberamente, perchè l’università era gratuita, ma anche a chi intendeva specializzarsi erano assicurati studi, vitto, alloggio e servizi gratis. In generale tutto il sistema funzionava sulla meritocrazia, ma non come la intendete voi: 1. i risultati dello studio erano intesi come lo sviluppo e la crescita di un collettivo e non per fini carrieristici; 2. non esistevano le “borse di studio” con cui la borghesia rappresenta la sua meritocrazia, ma tutti avevano il diritto e il dovere di studiare a costo zero.

C’erano organizzazioni giovanili?

Prima dei 13 anni i bambini e i ragazzi entravano o negli ottobrini (dai 6 ai 9 anni) o nei pionieri (dai 9 ai 13 anni). Non era obbligatorio, ma tutti i bambini volevano parteciparvi, soprattutto perchè tutti i ragazzi aspiravano sopra a ogni casa a entrare nel Komsomol. Le organizzazioni giovanili organizzavano attività sociali (volontariato, aiuto ai contadini per il raccolto o agli anziani, campagne per la pulizia dell’ambiente), organizzavano le loro feste e promuovevano le proprie attività ricreative e culturali: ci sentivamo importanti e utili! Il Komsomol era la Gioventù comunista e per entrarvi era necessario superare un esame di storia (ci venivano chieste cose come la data di nascita di Lenin, quando era stata fondata l’URSS e altre cose del genere). L’ingresso nel Komsomol era per tutti i giovani una cosa importante, rappresentava il riconoscimento sociale del passaggio alla maturità. Il non farne parte equivaleva a un castigo. Pensate che per riprendere un ragazzo per un atteggiamento sconveniente o sbagliato, non si faceva leva sulle questioni personali, ma al contrario sul ruolo che lui ricopriva nella società: “che razza di komsomolista sei?”.

Tutto questo avveniva nella fase di decadenza dei primi paesi socialisti, dall’intervista emergono vari indizi: i favoritismi, le mance, l’esame per entrare nel Komsomol basato su date e nozioni, il fatto che la gente non era mobilitata ed educata a prendere sempre più nelle proprie mani la direzione della propria vita e della propria attività, ecc. Però lascia intravedere cosa sono stati i primi paesi socialisti quando la loro direzione di marcia era quella della costruzione del comunismo! E cosa potrà essere l’Italia quando diventerà un paese socialista: un paese che riprenda e sviluppi a un livello superiore quello che è descritto in questa intervista. E’ questo il paese che i comunisti aspirano a costruire, che le nostre Edizioni, edizioni della Carovana del (nuovo) Partito Comunista Italiano, contribuiscono a costruire, che ogni operaio, ogni lavoratore, ogni esponente delle masse popolari può contribuire a costruire.

E’ il nostro invito e, insieme, il nostro augurio oggi, a 100 anni dalla grande Rivoluzione d’Ottobre.

Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità.

Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

“Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”.

Con queste brevi, incisive parole, il sublime scrittore Ernest Hemingway, progressista, antifascista, amico dell’Unione Sovietica, della pace e della mutua comprensione tra gli uomini, sintetizzava magistralmente l’importanza del tributo al primo Stato mondiale degli operai e dei contadini, mettendone in evidenza il contributo incancellabile nella lotta alla tirannide nazifascista e nella difesa del mondo dalle mire guerrafondaie dell’imperialismo. Non sminuiremo certamente l’immortale autore de “Il vecchio e il mare” se, accanto alla sua affermazione vibrante di sincerità e schiettezza, ne collochiamo un’altra, non meno pregnante e realistica:

ogni essere umano che ami la libertà e la pace non può non riconoscere e non onorare, fin nel profondo del cuore, il sacrificio di Zoja Kosmodemjanskaja.

Questa figura è infatti patrimonio non solo dell’Urss e della Russia, terre in cui ogni zolla era ed è impregnata del sangue degli eroi combattenti per la libertà nella Grande Guerra Patriottica, ma anche di tutta l’umanità progressiva, nemica del bellicismo, della reazione, del revisionismo infausto, della negazione dei diritti e della dignità del lavoratore in quanto tale e in quanto persona.

Chi era Zoja Kosmodemjanskaja? Nata da una famiglia di insegnanti nel villaggio di Osino Guj, nella Regione di Tambov, nella zona centrale del bassopiano del Don, il 13 settembre del 1923, Zoja Kosmodemjanskaja compì gli studi prima in Siberia (dove i suoi si erano trasferiti), quindi a Mosca. Sull’onda dell’entusiasmo per l’avanzata impetuosa del socialismo, nel 1938 si iscrisse al Komsomol, la Gioventù comunista sovietica, e si dette da fare in una vasta opera di lavoro sociale e pedagogico volta ad eliminare le ultime sacche di analfabetismo esistenti in Urss, Paese dove il potere socialista aveva insegnato a leggere e scrivere a contadini ed operai che mai avevano tenuto una penna o un libro in mano, conseguendo in pochissimi anni l’obiettivo del 90% di alfabetizzazione, traguardo conquistato dalle società borghesi in un secolo (e con tanto di analfabetismo di ritorno!). Zoja, come tutte le persone “speciali”, non aveva un carattere facile: il suo zelo, il suo fervore militante, furono causa di invidie ed incomprensioni che la fecero soffrire enormemente. Alla fine, però, il bene trionfò ed anche i malevoli aprirono il loro cuore e apprezzarono, come si apprezza un dono particolare, l’infinita umanità della ragazza, autentica e mai affettata negli slanci più profondi del cuore.

Z1
Zoja Kosmodemjanskaja, nome di battaglia Tania

Sul Paese, intanto, si addensava, minacciosa ed oscura, la tremenda nube del nazifascismo, coi suoi folli piani di conquista messi a punto anni prima nel “”Mein Kampf”. Il tragico giugno del ’41 non trovò Zoja impreparata, né titubante, come non trovò né impreparati né titubanti 200 milioni di onesti cittadini sovietici, guidati dal grande Stalin, la cui lampada mai si spegneva nelle concitate notti di riflessione, programmazione, azione per difendere la Patria. L’attività antifascista, rivolta contro l’occupante, marciava senza sosta nel Komsomol e in ogni ambito della società sovietica. Nell’ottobre del 1941 Zoja, assieme ad altri 2000 volontari del Komsomol, raggiunse il proprio posto di combattimento, ingaggiando una lotta per la vita o per la morte contro i barbari invasori che razziavano, uccidevano, deportavano. Il gruppo di Zoja non dette pace al nemico: agguati, attacchi, incendi di avamposti e depositi utilizzati dai nazifascisti per far partire attacchi contro gli inermi cittadini, o per stoccare beni rubati col terrore al popolo, si succedettero da Petrischevo a Gribtsovo, da Pushkino a Korovino e in tutti i villaggi della Regione di Mosca interessati dai più intensi combattimenti. I tentativi dei nazifascisti di creare terra bruciata attorno ai partigiani sovietici, fallirono uno dietro l’altro: l’unità tra tutte le genti dell’Urss contro il feroce invasore era, ogni giorno, più forte che mai e a nulla o a molto poco servivano le minacce, i ricatti, le false promesse.

Quando i nazifascisti, a ottobre – novembre del ’41, provarono a costituire una milizia collaborazionista nei villaggi, per neutralizzare il movimento partigiano e garantire alle loro armate il successo senza intoppi delle barbare azioni pianificate, non trovarono a seguirli che pochi, sparuti elementi rinnegati ed opportunisti, la gran parte dei quali, oltretutto, disertò non appena ne ebbe l’occasione. Uno di questi elementi, la spia Sviridov, per una bottiglia di vodka consegnò Zoja ai nazisti assetati di sangue ed inferociti dall’efficienza militare dei partigiani del gruppo in cui Zoja militava.

La giovane combattente fu interrogata in maniera brutale, con un allucinante corredo di bestiali torture, dagli sgherri nazisti, alla presenza anche di alti militari. Nonostante l’indicibile supplizio, reso ancor più straziante dal coraggio e dall’abnegazione della ragazza, Zoja non si fece uscire dalla bocca alcun nome di compagni e fiancheggiatori: i combattenti della libertà sovietici, che sempre più andavano ingrossando le file dei partigiani, con i mitra, i fucili da caccia, le “molotov” e ogni tipo di arma utile a cacciare le belve naziste, nulla ebbero da temere da questa intrepida amazzone sovietica che andava al martirio serena, con gli occhi pieni di quell’odio per l’ingiustizia, la tirannia, la prepotenza, che è vivido amore dell’umanità.

Z2
Zoja mentre viene condotta al patibolo

Zoja Kosmodemjanskaja venne condotta al patibolo nel villaggio di Petrischevo in un tragico 29 novembre del 1941. Neppure tra i boia del Nuovo Ordine Europeo retto dalle baionette di Hitler, Himmler e Goering e disseminato di cadaveri, Zoja poté però tacere, trattenendosi: anzi, l’inumana violenza che era stata usata sul suo corpo aveva sortito l’effetto di un diluvio di benzina su una fiamma. La giovane, prima di venire impiccata, tra lo sdegno, l’incredulità e la bile dei suoi aguzzini, incitò il popolo con parole vibranti a resistere:

“Cittadini ! Non state in piedi a guardare mentre c’è bisogno di combattenti!”

E ancora:

“Compagni, la vittoria sarà nostra! L’Urss è invincibile e non verrà sconfitta! Stalin verrà! Non possono uccidere 200 milioni di persone!”

Z3
Zoja mentre incita i russi presenti al combattimento

Ciechi di rabbia, incapaci di concepire altro dall’odio e dalla sopraffazione, i carnefici portarono a termine il loro sporco lavoro, compiendo l’esecuzione di Zoja. La fulgida luce dell’esempio di questa eroina, però, era destinato a trionfare! Un esempio unico di sprezzo del pericolo, attaccamento lucido e indefettibile alla verità, alla giustizia, alla libertà, amore inestinguibile per i valori della società socialista, brilla ancora su tutta l’umanità progressiva e ha un nome scritto a caratteri indelebili: si chiama Zoja Kosmodemjanskaja.

Z6

La legalità socialista, pietra miliare del periodo staliniano. Una breve, illuminante riflessione alla luce delle fonti

La legalità socialista, pietra miliare del periodo staliniano. Una breve, illuminante riflessione alla luce delle fonti

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Presentiamo una breve riflessione del compagno Luca Baldelli sul ruolo della legalità socialista in Unione Sovietica. Dal testo:

“Il revisionismo kruscioviano e la sua esasperazione ideologico – politica, ovvero il gorbaciovismo distruttore dell’Urss e del socialismo, hanno sempre teso a rivendicare l’esclusività del possesso e dell’applicazione del concetto di “legalità socialista“ come se, dal 1924 al 1953, sotto l’egida di Stalin, tutto fosse stato condotto all’insegna dell’illegalità, dell’arbitrio, della violenza, della sistematica compressione e sospensione di diritti, tutele, garanzie. Come è stato dimostrato nell’arena concreta della storia, le violazioni della legalità socialista sono state massime, fino al culmine dello smantellamento dello Stato sovietico, proprio sotto i revisionisti. Non solo: limitandoci alla turbolenta fine degli anni ’30, possiamo ben dire che le distorsioni e gli abusi verificatisi in sede giuridica in Urss, il debordare delle “purghe“, furono non già lo spartito predefinito dalla politica del VK (b) P né, tanto meno, l’esito concreto di un’inesistente volontà soggettiva di Stalin. Le violazioni della legalità socialista furono, solo e soltanto, la conseguenza dei sabotaggi, delle diversioni e dei complotti messi in atto da infidi elementi al fine di screditare il vertice del VK (b) P, distruggere pian piano il sistema socialista seminando disorganizzazione, sfiducia, delegittimazione delle istanze e delle istituzioni, indirizzare il malcontento della popolazione contro Stalin”.

LINK AL PDF DELL’ARTICOLO