La gioventù rivoluzionaria in URSS. Nascita e ruolo del Konsomol

La gioventù rivoluzionaria in URSS. Nascita e ruolo del Konsomol

REDAZIONE NOICOMUNISTI

 

EDIZIONI RAPPORTI SOCIALI

presenta

Un articolo del Partito dei CARC, tratto da Resistenza n.10/2017

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Nella società capitalista i giovani proletari sono oppressi due volte: come proletari e come giovani dipendenti dalle famiglie e sottoposti all’autorità degli adulti. Questa doppia oppressione si manifesta chiaramente nel fatto che i giovani delle masse popolari sono destinati a una vita da precari e disoccupati, a una vita da esuberi. Nella società socialista invece non ci sono esuberi e, anzi, il contributo dei giovani è fondamentale per il progresso della società. La storia del Komsomol dell’Unione Sovietica (abbreviazione di Unione comunista della gioventù) è uno degli esempi più importanti in questo senso. Organizzati nel Komsomol, i giovani dell’URSS furono artefici fondamentali dell’edificazione del socialismo, trovando nel lavoro l’ambito in cui valorizzare le proprie aspirazioni e capacità, la voglia di imparare, di scoprire, di viaggiare, di istruirsi, di costruire un mondo nuovo, che, a differenza del vecchio, fosse anche a loro misura. Esattamente il contrario del lavoro inteso nella società capitalista, un concentrato di ricatti, privazioni, sfruttamento, umiliazioni e rinunce.

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Per comprendere la storia e la funzione del Komsomol bisogna tenere presenti le differenze tra la condizione dei giovani nella Russia di allora e quella dei giovani nel nostro paese oggi. In Russia i giovani erano principalmente operai, lo studio era riservato alle classi abbienti e solo con la rivoluzione socialista i giovani proletari conquistarono il diritto all’istruzione. Nel nostro paese i giovani delle masse popolari sono principalmente studenti, perché sull’onda della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale scaturita proprio dalla Rivoluzione d’Ottobre, anche le masse popolari italiane hanno conquistato il diritto all’istruzione (oggi pesantemente sotto attacco). Ma l’oppressione che subivano i giovani nella Russia zarista e quella che subiscono oggi i giovani dei paesi imperialisti è della medesima natura, ha le stesse cause, e uguale è il bisogno di scrollarsela di dosso.

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Ultima nota introduttiva: in seguito alla morte di Stalin (1953) e all’avvento al potere dei revisionisti con Krushev (1954), al pari dell’intera società socialista (vedi “Le tre fasi dei primi paesi socialisti” su Resistenza n. 9/2017), anche il Komsomol perse progressivamente quel ruolo di spinta nell’educazione, nella formazione, nell’organizzazione dei giovani; lassismo e corruzione crescenti offuscarono gravemente l’immagine dell’organizzazione giovanile che si sciolse definitivamente nel 1990, mentre i suoi dirigenti ormai corrotti prendevano posto tra gli oligarchi dell’attuale Russia. Questa parabola è rappresentativa del corso seguito dai primi paesi socialisti, lo sottolineiamo per due motivi. Il primo è avvertire il lettore a non sottovalutare mai, nell’analisi dell’esperienza dei primi paesi socialisti, il valore e il peso che ebbe la svolta del 1954: iniziò il periodo in cui primi paesi socialisti, e in particolare l’URSS, furono diretti da chi promuoveva un graduale ritorno al capitalismo, un periodo caratterizzato da un progressivo e costante smantellamento delle conquiste ottenute nella fase precedente, quella della rivoluzione socialista e dell’edificazione del socialismo. Il secondo è stimolare il lettore a ragionare sulle obiezioni circa il presunto superamento dell’esperienza sovietica (“è roba del passato”): si tratta in verità del più alto livello raggiunto dall’umanità nel suo sviluppo e per vedere qual è il futuro possibile che abbiamo di fronte, dobbiamo rivolgere lo sguardo esattamente in quella direzione e a quel periodo storico.

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Prima del Komsomol: il ruolo del Partito comunista
Dopo la rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917 che abbatté lo zarismo, le masse popolari poterono disporre delle libertà democratiche di parola, di stampa, di associazione, di riunione e di manifestazione prima proibite. Nei più grandi centri industriali, anzitutto a Pietrogrado, cominciarono a sorgere Unioni della gioventù operaia. Circa centomila giovani operai incolonnati dimostrarono il Primo Maggio del 1917 contro la Grande Guerra e per la pace, per più ampi diritti politici e per il miglioramento delle condizioni economiche. Non si trattò di un movimento spontaneo, ma frutto del lavoro di propaganda e di organizzazione svolto dai giovani proletari del Partito comunista. Per conquistare il suo ruolo sulla gioventù, il Partito bolscevico condusse una lotta accanita contro i menscevichi e i socialisti rivoluzionari, che volevano limitare l’attività delle Unioni della gioventù operaia a un lavoro puramente culturale. I bolscevichi lavorarono invece per orientare le Unioni affinché fossero l’ambito nel quale i giovani proletari potevano contribuire alla lotta contro il regime borghese, alla rivoluzione socialista. Nel VI Congresso del Partito bolscevico (luglio 1917), che si tenne poco prima della Rivoluzione d’Ottobre e nel corso del quale il Partito si orientò verso l’insurrezione armata, fu affrontata con attenzione la questione delle Unioni giovanili: menscevichi e trotzkisti erano contrari a che la gioventù avesse le proprie organizzazioni, il Congresso deliberò invece che gli organismi del Partito dovevano mobilitarsi per promuovere e favorire la costituzione di organizzazioni socialiste della gioventù operaia indipendenti. Secondo le parole di Lenin infatti:

“Senza una completa autonomia, la gioventù non potrà educare nelle sue file dei buoni socialisti e non potrà prepararsi a far progredire il socialismo” – da Lenin, Opere Complete, vol. 23, Editori Riuniti, Roma, 1967.

Proprio per questo stretto legame con il Partito, nel corso della rivoluzione d’ottobre e della successiva guerra civile (1917 – 1922) i membri delle Unioni giovanili furono nelle prime file dei combattenti che presero d’assalto il vecchio mondo per instaurare il potere sovietico. Con la vittoria della rivoluzione socialista la necessità di costruire un’Unione giovanile di tutta la gioventù sovietica si fece maggiore. Essa doveva aiutare il Partito e il governo a formare la gioventù alla lotta di classe, una gioventù istruita e colta, intraprendente e risoluta, capace di edificare la nuova società socialista.

Nascita del Komsomol
Il 29 ottobre 1918 si riunì a Mosca, su spinta del Partito bolscevico, il primo Congresso panrusso delle Unioni della gioventù operaia e contadina. 176 delegati rappresentarono 22.100 membri delle Unioni. Presidente onorario del Congresso fu eletto Lenin, che in seguito ricevette i delegati.

Il primo Congresso approvò come base dell’organizzazione giovanile che stava per sorgere tre principi imprescindibili: – l’Unione è solidale con il Partito Comunista russo (bolscevico); – l’Unione si propone di diffondere le idee del comunismo e di attirare la gioventù operaia e contadina nell’attiva edificazione della Russia sovietica; – l’Unione è un’organizzazione indipendente, che lavora sotto la direzione del Partito.

118699-komsomol-0-230-0-345-cropNasceva così l’Unione comunista della gioventù, abbreviata in Komsomol, ideologicamente legata al Partito. “La formazione del Komsomol – scriverà 20 anni dopo Mikail Kalinin (presidente del presidium del soviet supremo dell’URSS dal 1919) – è stata in sostanza un nuovo passo avanti verso l’edificazione del socialismo nel nostro paese”.
Il Komsomol nella lotta per l’edificazione del socialismo La successiva, difficile, prova per il nuovo potere sovietico, dopo la guerra civile, era la ricostruzione del paese e la trasformazione della Russia arretrata in un paese industrializzato. Al XIV Congresso del Partito, nel 1925, Stalin espose il piano dell’industrializzazione socialista indicando che in questo consisteva l’essenza della linea generale del Partito. Il Komsomol ebbe un ruolo di primo piano nell’attuazione di questa linea. Nuove masse di giovani erano coinvolte nella produzione mano a mano che si sviluppava l’industria e faceva la sua comparsa nella storia dell’umanità la generazione che non aveva conosciuto il giogo del capitalismo. Si trattava di organizzare questa generazione, di insegnarle una professione, di educarla al lavoro, alla responsabilità di fronte alle masse popolari.

imgres-12 Su iniziativa del Komsomol cominciarono a sorgere in tutto il paese, in migliaia di aziende, brigate d’assalto della gioventù, con il compito di aumentare la produttività del lavoro, impiegando meglio le macchine e i materiali. Esse esprimevano nuovi rapporti coscienti, socialisti, verso il lavoro. Anche nelle campagne il Komsomol organizzò mobilitazioni di massa per il raccolto e la collettivizzazione e, assieme ai membri del Partito, contribuì a organizzare i Colcos (fattorie collettive). Le brigate d’assalto avviarono un movimento d’emulazione tra i giovani di tutto il paese. Alla fine del Primo Piano Quinquennale (1928 – 1933, ma il Piano fu concluso un anno prima per il raggiungimento in anticipo degli obiettivi prefissati) un milione e mezzo di giovani si erano uniti alle brigate d’assalto. Sempre Kalinin scriveva:

“tutto il Komsomol si è trasformato in una brigata d’assalto e il movimento cominciato dietro sua iniziativa, si è trasformato in un’emulazione alla quale aderiscono tutti gli operai e che ha radicalmente mutato i rapporti verso il lavoro, elevandoli a cime mai viste”.

Il Komsomol fornì, fra il Primo e il Secondo Piano Quinquennale (1933 – 1937, concluso anch’esso in anticipo), 300.000 giovani per i cantieri, che furono la spina dorsale della mano d’opera per la costruzione di importanti infrastrutture e città come le famose officine di trattori di Stalingrado, la centrale idroelettrica del Dniepr, la metropolitana di Mosca e, nel lontano oriente, la città industriale che portava il suo nome, Komsomolsk.

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Dopo gli anni difficili della ricostruzione socialista, si pose il problema di padroneggiare i più moderni e progrediti mezzi tecnici di cui era ora fornita la nuova industria sovietica. Il Partito comunista, diretto da Stalin, pose come questione centrale la conquista della tecnica. Nel 1934, secondo dati incompleti, 170.000 giovani comunisti e 860.000 giovani operai e operaie, più della metà della gioventù occupata allora nelle industrie, affrontarono e superarono con successo gli esami tecnici. Nelle campagne l’80% degli autisti e meccanici dei nuovi mezzi, trattori e mietitrebbiatrici, erano giovani. Il frutto migliore di questo costante lavoro, e in particolare riguardo l’assimilazione della tecnica, fu il movimento stachanovista: il 31 agosto del 1935 un giovane minatore, Stachanov, in occasione della Giornata internazionale della gioventù, raggiunse un primato mai conosciuto prima di allora, mettendo a punto una nuova tecnica lavorativa che gli consenti di superare di 14 volte la norma di carbone estratto in un turno di lavoro. Ben presto migliaia di giovani ne seguirono l’esempio, ingrossando le fila del movimento stachanosvista e mettendo a punto in ogni ambito lavorativo nuove procedure e forme di organizzazione del lavoro, che permettevano di aumentare la produttività e diminuire la fatica. Negli stessi anni i giovani si impadronivano anche della scienza e della cultura, grazie alle nuove possibilità di studio offerte dallo stato socialista: il Komsomol, negli anni dei primi due Piani Quinquennali, fornì all’URSS 118.000 ingegneri, 69.000 agronomi, 91.000 maestri, 9.000 medici. Nel 1938, alla vigilia della nuova guerra mondiale, per la quale avrebbe fornito numerosi giovani combattenti per l’armata rossa, il Komsomol arrivava ad avere 3.345.000 iscritti.

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NON E’ UN PARAGONE FORZATO, E’ UN ESERCIZIO A RAGIONARE.
Ognuno dei nostri lettori faccia un paragone fra il processo di mobilitazione dei giovani delle masse popolari nell’Unione Sovietica e il contenuto della Buona scuola, dei vari Erasmus, progetto giovani, alternanza scuola-lavoro, stage, dote scuola, gli effetti degli sgravi fiscali alle aziende che assumono giovani, la favola delle start up, la falsa prospettiva di un reddito minimo garantito, del reddito di cittadinanza, del reddito sociale, ecc. C’è un’alternativa a questo mondo virtuale che nasconde il deserto mortifero in cui, se va bene, si riesce a sopravvivere. E’ la lotta politica rivoluzionaria per il socialismo. Milioni di giovani e giovanissimi delle masse popolari ci porgono un testimone che i giovani delle masse popolari dei paesi imperialisti possono e devono raccogliere. Raccogliamolo, nella Carovana del (nuovo)PCI.

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Il volo di Pjatakov

Il volo di Pjatakov

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Coscienti di dare un dispiacere ai credenti della Chiesa di Trotskij nonché a coloro che pensano che il Che Guevara sia un ibrido fra Madre Teresa da Calcutta, Papa Francesco e Jovanotti, insomma i “sinistri” attuali che infestano la nostra nazione, presentiamo la fatica editoriale di alcuni compagni che hanno minuziosamente esaminato e sottoposto a un’indagine improntata a una ferrea logica, una delle accuse che durante i noti Processi di Mosca furono rivolte agli imputati.

Dal 19 ottobre 2017 è disponibile il libro “Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti” di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, pubblicato dalla casa editrice PGreco edizioni, pag. 596, euro 28,00.
Il saggio può anche essere richiesto direttamente alla casa editrice PGreco Mimesis edizioni (tel. 02 24416383 – email: ordini@edizionipgreco.it www.edizionipgreco.it) al costo di euro 23,80 compreso spese di spedizione (con pagamento paypal, bonifico ecc.).
Dal 19 ottobre 2017 è disponibile il libro “Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti” di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, pubblicato dalla casa editrice PGreco edizioni, pag. 596, euro 28,00.
Il saggio può anche essere richiesto direttamente alla casa editrice PGreco Mimesis edizioni (tel. 02 24416383 – email: ordini@edizionipgreco.it www.edizionipgreco.it) al costo di euro 23,80 compreso spese di spedizione (con pagamento paypal, bonifico ecc.).

il volo di Pjatakov

CAPITOLO SECONDO

Linköping e i nove “buchi neri” di Gulliksen

Partiamo dall’esame critico della “seconda versione” proprio nella sua tradizionale roccaforte, e cioè la tesi secondo cui il volo clandestino di Pjatakov non era avvenuto (e non poteva in ogni caso avvenire) nel dicembre del 1935 per la semplice ragione che nessun aereo straniero era giunto in volo dall’estero in Norvegia nel mese preso in esame, né tantomeno nell’aeroporto di Kjeller posto vicino a Oslo, indicato dalla pubblica accusa stalinista nel gennaio del 1937 come punto di scalo e di arrivo di Pjatakov sul suolo norvegese. Pertanto mancavano totalmente i mezzi materiali e l’opportunità concreta affinché quest’ultimo potesse compiere, partendo da Berlino, il suo presunto volo/colloquio segreto con Trotskij, che a sua volta nel dicembre del 1935 sicuramente risiedeva a Honefoss, cittadina collocata nella parte meridionale della Norvegia e a circa cinquanta chilometri di distanza da Kjeller.

Anche per noi risulta evidente l’importanza del problema, ma lo poniamo in modo diverso: se nessun velivolo proveniente dall’estero e da paesi stranieri fosse arrivato sul suolo norvegese nel dicembre del 1935, se nessun aereo – senza far distinzione di nazionalità tra i vettori aereonautici – fosse giunto negli aeroporti norvegesi nel dicembre del 1935, se nessun aereo proveniente dall’estero – sempre senza far distinzione di nazionalità tra i velivoli – fosse giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, allora il volo di Pjatakov non sarebbe mai esistito. E a catena, non sarebbe mai potuto avvenire l’incontro clandestino tra Pjatakov e Trotskij; e a catena, Pjatakov avrebbe detto clamorosamente il falso, e Trotskij invece la verità sul (presunto) volo a Kjeller; e di conseguenza cadrebbe subito la tesi sull’esistenza di rapporti di collaborazione politica tra Trotskij e alcuni gerarchi nazisti.

Siamo pertanto in presenza di un punto nodale e decisivo per la questione dell’esistenza/inesistenza del volo di Pjatakov.

Nessun aereo proveniente dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935. Se questa fosse stata realmente la situazione in Norvegia nel fatidico mese di dicembre del 1935, per Pjatakov sarebbe stato assolutamente impossibile raggiungere la zona vicino Oslo partendo da Berlino, in cui egli si trovava a quel tempo in visita ufficiale, visto che qualunque altra forma di trasporto avrebbe portato via all’allora viceministro sovietico per l’industria pesante troppo tempo per il viaggio di andata e ritorno, e cioè due giorni di andirivieni (treno/auto per i confini settentrionali della Germania, traghetto per le coste norvegesi, treno/auto per la zona norvegese di Honefoss dove allora risiedeva Trotskij, ritorno a Berlino per via terrestre/marittima, ecc.); tale ipotetica modalità di viaggio avrebbe comportato inoltre troppi controlli doganali e troppi possibili testimoni lungo il tragitto, oltre a un’assenza eccessivamente prolungata e vistosa da Berlino, dal personale sovietico operante in loco e dagli obblighi diplomatici, dagli incontri ufficiali che comporta inevitabilmente una missione politico-commerciale in paesi esteri.

Nessun aereo proveniente dall’estero, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935: in questo caso a Pjatakov sarebbero mancati in modo assoluto sia i mezzi materiali che le opportunità per compiere il suo volo a Kjeller e quindi per vedere Trotskij, e sia i mezzi che le opportunità risultano di sicuro due elementi centrali, al fine di verificare l’esistenza di un particolare “delitto” quale il volo clandestino in via d’esame.

È questa la premessa fondamentale del punto di forza (apparente) della “seconda versione” rispetto al quale vogliamo confrontarci, specificando ancora che la frase e il concetto “nessun aereo proveniente dall’estero in Norvegia, dal di fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935” non deve assolutamente far distinzione di nazionalità tra gli aerei: deve comprendere infatti gli aerei di nazionalità estera e non norvegese (argentini, finlandesi, cubani, britannici e via elencando, senza eccezione) come anche gli stessi aerei norvegesi, i velivoli di nazionalità norvegese.

Se invece emergesse che anche un solo velivolo proveniente dall’estero fosse giunto nell’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935, sempre senza alcun riguardo rispetto alla nazionalità dell’aereo proveniente da fuori dei confini della Norvegia, crollerebbe subito il caposaldo della “seconda versione”, ossia l’impossibilità materiale del volo di Pjatakov e l’assoluta mancanza di mezzi e opportunità per il volo di quest’ultimo, a causa dell’assenza di aeroplani giunti da paesi stranieri sul suolo norvegese e a Kjeller nel mese in via d’esame: a Pjatakov bastava infatti usare un solo e unico aereo, per compiere il viaggio di andata e ritorno da Berlino alla Norvegia.

Sembra solo una banale specificazione, assolutamente ragionevole e quasi scontata, ma non risulta né banale né scontata e, come vedremo, assumerà subito una certa importanza: non fu infatti un caso che sia l’intelligente e astuto Trotskij che l’astuto Gulliksen non abbiano parlato mai di “un volo proveniente dall’estero” ma invece di un “aereo straniero”, giunto a Kjeller ovviamente provenendo dall’estero, concentrando da abili illusionisti l’attenzione proprio su tale punto.

A questo punto andiamo al sodo esaminando proprio la testimonianza resa nel gennaio del 1937 da T. Gulliksen, un militare norvegese che dirigeva l’aeroporto di Kjeller nel dicembre del 1935.

Si tratta di una testimonianza accettata come assolutamente valida da Trotskij, dai sostenitori della “seconda versione” e dagli storici occidentali in genere, con il protagonista (Gulliksen) che si trovava in Norvegia, non certo a Mosca e pertanto fuori dalle grinfie di Stalin: non vi è alcun sospetto che egli fosse un simpatizzante nascosto di Stalin e anzi, come si vedrà tra poco, egli risulta come minimo un testimone assai reticente e molto sospetto, ma tuttavia proprio Gulliksen, e con le sue stesse parole, ci fornisce involontariamente tutta una serie di prove concrete che demoliscono dalla radice la tesi dell’impossibilità materiale (nessun mezzo, nessuna opportunità) del volo di Pjatakov.

Rispondendo per via telefonica, alla fine del gennaio del 1937, alle domande rivoltegli da un giornalista del quotidiano socialdemocratico Arbeiderbladet (controllato dal partito laburista norvegese, allora al governo) e la cui trasposizione corretta egli confermò in seguito per iscritto, Gulliksen infatti affermò dopo aver “esaminato il registro giornaliero” che “nessun aereo straniero atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante quel mese” (dicembre del 1935) “solo un aereo atterrò qui” (nell’aeroporto di Kjeller, diretto allora dallo stesso Gulliksen), “ed esso fu un aereo norvegese proveniente da Linköping. Ma quell’aereo non conteneva passeggeri”.

Inoltre Gulliksen sottolineò che dal 19 settembre del 1935, quando atterrò a Kjeller un aereo inglese guidato dal “signor Robertson”, fino al 1° maggio del 1936 nessun aereo straniero giunse nell’aeroporto di Kjeller.

Durante la tredicesima sessione della commissione Dewey, Trotskij stesso riportò la versione dei fatti pubblicata dal quotidiano laburista norvegese Arbeiderbladet, nella quale si sostenne che “un rappresentante dell’Arbeiderbladet ha fatto un’altra ricerca presso l’aeroporto di Kjeller, e il suo direttore Gulliksen ha confermato per telefono che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935. Durante questo mese solo un aereo è atterrato qui, e fu un aereo norvegese che arrivava da Linköping. Ma questo aereo non conteneva passeggeri. Il direttore Gulliksen ha esaminato il registro giornaliero prima di fornirci questa dichiarazione, e rispondendo alla nostra domanda aggiunse che è assolutamente fuori questione per alcun aereo di atterrare senza essere osservato, visto che durante la notte una guardia militare sorveglia l’aeroporto”.

Il nostro giornalista chiese al direttore Gulliksen: “quando fu l’ultima volta, prima del dicembre del 1935, che un aeroplano straniero è atterrato a Kjeller?”.

“Il 19 settembre. Era un aereo inglese, SACSF, da Copenaghen. Era pilotato da un pilota inglese, Mr. Robertson, con il quale sono in buoni rapporti”.
“E dopo il dicembre del 1935, quando il primo aereo straniero atterrò a Kjeller?”.
“Il primo di maggio del 1936”.
“In altre parole, in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto, questo stabilisce che nessun aereo straniero è atterrato a Kjeller nell’intervallo tra il 19 settembre del 1935 e il primo maggio del 1936?”.
“Si”.

Poche parole e tante prove emergono dalla testimonianza di Gulliksen, ma con una sorta di involontario “fuoco amico” contro la tesi che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Prima prova sicura fornita da Gulliksen: l’aeroporto di Kjeller risultò sicuramente aperto e funzionante nel dicembre del 1935, visto che “solo un aereo atterrò qui”. Lasciando stare per un attimo la frase “solo un aereo”, secondo lo stesso Gulliksen perlomeno un “aereo atterrò qui”, a Kjeller e nel dicembre del 1935, e pertanto l’aeroporto di Kjeller risultava certamente operativo e funzionante nel dicembre del 1935. Parola di Gulliksen, e non certo di Stalin: l’aeroporto di Kjeller, situato vicino a Oslo, accoglieva aerei e non risultava certo chiuso nel dicembre del 1935, come del resto risulta da un rapporto che venne elaborato dalle autorità aeroportuali di Kjeller a fine febbraio del 1937 e su cui ritorneremo.

Seconda prova sicura fornita da Gulliksen: come minimo un aereo viaggiava e volava realmente nei cieli della Norvegia, nel dicembre del 1935. In altri termini, con la sua affermazione Gulliksen ha provato senza lasciare spazio ad eventuali dubbi che la Norvegia meridionale del dicembre del 1935 non si era in alcun modo trasformata in una sorta di “triangolo delle Bermude”, ossia in una zona in cui era impossibile volare e atterrare per gli aerei operanti e attivi nel 1935.

Terza prova sicura fornita da Gulliksen: almeno un aereo era realmente atterrato nell’aeroporto di Kjeller proprio nel dicembre del 1935, ossia nello stesso mese in cui si svolse (secondo la tesi stalinista) il volo di Pjatakov e il colloquio segreto tra quest’ultimo e Trotskij.

Nessun dubbio è possibile, in proposito: Gulliksen disse chiaramente che “nel dicembre del 1935” – dicembre – “un aereo” (certo, un solo aereo: ma ci torneremo) “atterrò qui” a Kjeller, mentre Pjatakov a sua volta affermò che il suo viaggio diplomatico ufficiale a Berlino era avvenuto proprio nel dicembre del 1935 e poco dopo il suo arrivo nella capitale tedesca, in data 10 o 11 dicembre 1935, verificandosi quindi proprio nel mese indicato da Gulliksen.

Forniamo inoltre altre prove sicure (non fornite questa volta da Gulliksen, ma su cui Gulliksen avrebbe concordato) di carattere tecnico-logistico, e cioè che:

  • a Berlino, nel dicembre del 1935, esisteva un aeroporto di buona qualità come quello di Tempelhof;
  • nel 1935 a Berlino esistevano aerei (tedeschi o di marca straniera) capaci di effettuare lunghe distanze, assai più prolungate di quella Berlino-Oslo (nel 1927 e otto anni prima del 1935, C. Lindberg aveva ad esempio trasvolato senza sosta l’Atlantico coprendo una distanza di ben 5860 chilometri);
  • Berlino dista da Oslo 839 chilometri in linea diretta, con una rotta aerea invece pari a 1031 chilometri;
  • il viaggio aereo tra Berlino e Oslo richiedeva nel 1935 circa quattro ore per un aereo di trasporto di medie prestazioni in condizioni metereologiche normali, senza compiere uno scalo intermedio;
  • lo statunitense J. H. Doolittle nel settembre del 1929 aveva simulato con successo un volo strumentale, mentre nel maggio del 1932 era stato compiuto il primo volo strumentale in solitaria;
  • fin dal 1931 proprio i piloti tedeschi erano addestrati al volo strumentale e quindi in grado di volare anche di notte, oltre ad avere una radio a bordo;
  • esistevano altresì aerei che portavano più di due passeggeri a bordo, come ad esempio l’aereo tedesco Junkers JU 52 del 1931, capace di portare fino a diciotto passeggeri da Berlino a Roma senza scalo e volando sopra le Alpi in circa otto ore;
  • esistevano altresì aerei come il tedesco Messerschmitt BF 108 nella versione B, capace di portare tre passeggeri oltre al pilota e con un’autonomia di volo di circa 1000 km, che entrò in servizio proprio nel 1935;
  • la Norvegia stessa acquistò alcuni aerei tedeschi del modello Messerschmitt BF 108, prima del 1939.

Giudici-lettori: “D’accordo, diamo per assodati e sicuri i dati di fatto geografici e tecnici di cui sopra, ma arriviamo al punto per favore: abbiamo infatti verificato che in Norvegia si poteva volare e atterrare, nel dicembre del 1935, oltre che un aereo risulta atterrato a Kjeller proprio nel dicembre del 1935 e nel mese in cui si sarebbe svolto il presunto/reale volo di Pjatakov.

Ma la sostanza della questione è diversa, come ammesso da voi in precedenza, e riguarda invece l’impossibilità materiale del volo di Pjatakov, derivata a sua volta dal fatto che nessun aereo era giunto in Norvegia da fuori dei confini norvegesi, nel dicembre del 1935, e Gulliksen dice chiaramente che nessun aereo proveniente dall’estero era arrivato a Kjeller nel dicembre del 1935, oltre che nel suo aeroporto era arrivato solo un aereo norvegese sempre in quel periodo”.

No, cari giudici-lettori: L’astuto Gulliksen certo ci informa che nessun aereo straniero era atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, ma è costretto (seppur in modo assolutamente reticente) anche a rivelarci che l’aereo “norvegese” di cui parla era partito da Linköping.

È questa la quarta e decisiva prova testimoniale – sicura e inequivocabile – che ci fornisce Gulliksen: l’aereo “norvegese” giunto a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva a suo dire da Linköping. Dall’aeroporto di Linköping.

Un fatto sicuro: Linköping, la città di Linköping.

Avvocato del diavolo: “Ma cosa avrebbero di tanto particolare Linköping, la città e l’aeroporto di Linköping?”.

Linköping ha di particolare per il nostro “giallo” il fatto, sicuro e incontestabile, di non essere una città norvegese, nel 2017 come nel 1935: viceversa Linköping risultava nel dicembre del 1935 ed è tuttora un centro urbano svedese, collocato fuori dai confini della Norvegia.

Colpo di scena, giudici-lettori.

Linköping è una città svedese, e lo era anche nel 1935: non si tratta di un’informazione fasulla proveniente dalla “scuola stalinista di falsificazione” (Trotskij rispetto ai processi di Mosca), ma viceversa di una realtà sicura e certa, come del resto l’esistenza e l’operatività di un aeroporto nel centro urbano svedese di Linköping anche nel dicembre del 1935.

Se dunque Linköping risultava nel 1935 una città svedese (controlla pure su Internet, avvocato del diavolo), anche seguendo la testimonianza di Gulliksen l’aereo realmente atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva dall’estero, da fuori dei confini norvegesi: fatto sicuro, certo e inequivocabile, tra l’altro fornito dall’insospettabile (per la “seconda versione”) Gulliksen e riportato dallo stesso Trotskij, nella sua deposizione della commissione Dewey e durante la tredicesima sessione di quest’ultima. Controlla pure su Internet, avvocato del diavolo, anche su tale punto specifico.

Logica, sicura e inevitabile conseguenza: dato per assodato che Linköping risultava nel dicembre del 1935 una città svedese e con un aeroporto in loco, l’aereo norvegese proveniente “da Linköping” giungeva pertanto dall’estero e da fuori dei confini norvegesi, anche e proprio in base alla testimonianza del reticente Gulliksen.

E a catena, visto che tale aereo proveniva sicuramente da fuori dei confini norvegesi, diventa subito falsa la tesi secondo cui nessun aereo proveniente dall’estero fosse arrivato in Norvegia e a Kjeller, durante il dicembre del 1935; in altri termini, crolla subito e totalmente la tesi sull’impossibilità materiale per Pjatakov di compiere un viaggio da Berlino a Oslo, inattuabilità che come si è già notato costituiva a sua volta il punto forte della “seconda versione”, almeno finora.

Bisognava provare innanzitutto che il volo di Pjatakov a Oslo non fosse impossibile nel dicembre del 1935, e che quindi Pjatakov avesse mezzi e opportunità per compiere il suo volo nella zona di Oslo nel dicembre del 1935: sotto questo aspetto cosa abbiamo finora trovato, grazie a Gulliksen?

Abbiamo avuto l’informazione in base alla quale l’aeroporto di Kjeller era certamente aperto e operativo, nel dicembre del 1935.

Abbiamo scoperto che realmente si volava, viaggiava e atterrava in Norvegia e a Kjeller, durante il dicembre del 1935: nessun “triangolo delle Bermude” proiettato in terra nordica, pertanto, nel mese in esame.

Abbiamo scoperto che un aereo risultava realmente atterrato a Kjeller, proprio nel dicembre del 1935 e proprio nel mese in cui Pjatakov era arrivato in missione diplomatica a Berlino.

Abbiamo soprattutto ottenuto la rivelazione che l’unico aereo, il solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi: da Linköping e dalla Svezia, se non altro secondo le dichiarazioni dell’ufficiale militare T. Gulliksen.

Inoltre ormai sappiamo che nel dicembre del 1935 l’aereo proveniente dall’estero e atterrato a Kjeller risultava distante solo cinquanta chilometri da Honefoss e dalla cittadina norvegese nella quale risiedeva indubbiamente Trotskij, durante il mese che ci interessa.

Siamo inoltre ormai a conoscenza che a Berlino, nel dicembre del 1935, esistevano aerei e aeroporti moderni e abbiamo appreso che a Kjeller, punto d’arrivo norvegese del presunto/reale volo di Pjatakov, esisteva ed era soprattutto operativo in quel mese un aeroporto; sappiamo che il volo da Berlino a Oslo (circa mille chilometri) risultava più che fattibile sul piano tecnico nel 1935, e a tal fine basta solo ricordare la celebre transvolata oceanica di Lindbergh del maggio 1927 e avvenuta circa otto anni prima del dicembre 1935.

Conclusione inevitabile, a Pjatakov quindi non mancavano né i mezzi né le opportunità per compiere un volo da Berlino a Oslo (e ritorno) nel dicembre del 1935: non solo non sussisteva alcuna impossibilità assoluta rispetto al viaggio aereo, ma anzi erano ben presenti tutti i presupposti e le condizioni concrete per il trasferimento dell’allora viceministro dell’industria pesante sovietica da Berlino a Kjeller, in terra norvegese, a partire proprio dall’arrivo a Kjeller dall’estero di quel misterioso velivolo del dicembre 1935 su cui torneremo tra poco.

Addio per sempre, quindi, all’ormai defunta teoria sull’impossibilità materiale del volo di Pjatakov verso la Norvegia nel dicembre del 1935, e più precisamente il 12 o 13 dicembre.

Perché comunque fermarsi solo a questi elementi di fatto e alla demolizione di una tesi divenuta ormai insostenibile? Abbiamo già notato che involontariamente Gulliksen si rivela una ricca fonte di informazioni, ma a vantaggio dell’esistenza concreta del volo di Pjatakov.

Un altro elemento sicuro, fornito dall’allora direttore dell’aeroporto di Kjeller, consiste nell’indiscutibile elemento in base al quale un solo aereo (e uno solo) atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935, e guarda caso esso proveniva dall’estero, mentre la quota risultava viceversa pari a zero per gli aerei invece provenienti dalla stessa Norvegia e diretti/atterrati a Kjeller, sempre nei trentun giorni in via d’esame.

Rileggiamo infatti attraverso una prospettiva diversa le dichiarazioni di Gulliksen, giudici-lettori. Gulliksen rivelò testualmente che a Kjeller, nel dicembre del 1935, “solo un aereo atterrò qui”: frase apparentemente innocua, se staccata e avulsa dal fatto (sicuro) che tale aereo proveniva dal di fuori dei confini norvegesi, ma che va ora invece letta e interpretata in una luce molto sfavorevole per la “seconda versione” che nega l’esistenza del volo di Pjatakov.

Stando alle affermazioni dello stesso Gulliksen, infatti, nessun velivolo atterrò a Kjeller nel dicembre del 1935 provenendo dagli altri aeroporti norvegesi, a parte per l’appunto la clamorosa eccezione del volo giunto dall’estero, e almeno a suo dire da “Linköping”.

In altri termini: numero di aerei giunti a Kjeller provenienti dagli altri aeroporti norvegesi uguale a zero, nel dicembre 1935.

Aerei invece giunti nel dicembre del 1935 a Kjeller partendo da aeroporti esteri, non norvegesi: uno.

Si tratta di un’asimmetria notevole, che fa pensare inevitabilmente: “ma non è un fatto strano che l’unico e solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935 provenisse dall’estero e dal di fuori dei confini norvegesi, mentre sappiamo che il presunto/reale viaggio di Pjatakov è collocato temporaneamente proprio nel dicembre del 1935?”.

Ulteriore elemento sicuro, fornito involontariamente da Gulliksen: il fatto sicuro per cui dal 18 settembre del 1935 al 30 aprile del 1936, e quindi per più di sette lunghi mesi, vale a dire per circa duecentoventi giorni, pochissimi aerei provenienti dall’estero erano atterrati a Kjeller. In quasi sette mesi e mezzo, ossia dal 18 settembre del 1935 fino al 30 aprile del 1936, secondo Gulliksen solo pochissimi aerei atterrarono a Kjeller provenendo da stati stranieri e da aeroporti stranieri, e una di queste rare, solitarie “aquile del cielo” atterrò a Kjeller proprio nel dicembre del 1935, cioè in concomitanza temporale (su scala mensile, certo) con il presunto/reale volo di Pjatakov del dicembre del 1935.

Avvocato del diavolo: “Si può trattare solo di una coincidenza fortuita…”.

No, signor avvocato del diavolo: siamo in presenza di cinque “coincidenze fortuite”, non di una sola.

Prima “coincidenza fortuita”: durante il processo di Mosca del gennaio del 1937 Pjatakov dichiarò di essere atterrato in un aeroporto norvegese nella zona di Oslo, e guarda caso la struttura aeroportuale di Kjeller posta vicino alla capitale norvegese risultava funzionante nel dicembre del 1935, anche secondo il suo direttore T. Gulliksen.

Seconda “coincidenza fortuita”. Mentre Pjatakov sostenne di aver compiuto il suo volo segreto in Norvegia nel dicembre del 1935, partendo da Berlino e quindi da fuori dei confini norvegesi, “casualmente” e “in modo fortuito” atterrava a Kjeller l’unico aereo, il solo velivolo, l’unica “aquila solitaria” giunta in loco per tutto il mese di dicembre del 1935: quindi tale aereo proveniva sicuramente dall’estero, da fuori dei confini norvegesi (da Linköping, stando almeno alla versione di Gulliksen), e non certo da un altro aeroporto della nazione scandinava in esame.

Terza “coincidenza fortuita”. Partendo dal 18 settembre del 1935, e cioè il giorno prima dell’atterraggio a Kjeller dell’aereo inglese pilotato dal “signor Robertson”, ben pochi aerei giunsero all’aeroporto di Kjeller provenendo dall’estero prima del 30 aprile 1936, e quindi per circa duecentoventi giorni: e una di queste rarissime “aquile solitarie”, di questi pochi velivoli atterrò a Kjeller proprio nel dicembre 1935, ossia nel mese indicato da Pjatakov per il suo viaggio segreto in Norvegia.

Quarta “coincidenza fortuita”: dopo il dicembre del 1935, e dal primo gennaio 1936 al 30 aprile del 1936, secondo la stessa versione di Gulliksen e “in accordo con le registrazioni tenute all’aeroporto” non atterrò a Kjeller alcun aereo straniero, confermando ulteriormente il carattere eccezionale e anomalo del volo partito da “Linköping” – stando sempre alla versione di Gulliksen – e sicuramente arrivato a Kjeller da fuori dei confini norvegesi nel dicembre del 1935.

Quinta “coincidenza fortuita”. Il misterioso aereo in esame atterrò provenendo dall’estero all’aeroporto di Kjeller, località che guarda caso dista solo cinquanta chilometri in linea d’aria da Honefoss, ossia dalla cittadina della Norvegia meridionale nella quale indubbiamente risiedeva Trotskij nel dicembre del 1935: in pratica solo cinquanta chilometri, e non cinquecento o mille, separavano Kjeller da Honefoss e dalla zona nella quale era allora collocato Trotskij.

Una sola “coincidenza fortuita” può forse essere accettata rispetto a un determinato evento, ma cinque “coincidenze fortuite”, cinque “casualità” sullo stesso fatto-volo risultano come minimo molto sospette, anche se considerate isolatamente e senza altri elementi sicuri di prova. Secondo il principio individuato dal criminologo francese E. Locard, quando una persona nell’ambito di un crimine entra in contatto con un’altra persona o un oggetto (= l’aeroporto di Kjeller, nel caso specifico), lascia sempre delle tracce sull’oggetto del suo delitto: una traccia come quella ad esempio lasciata dal misterioso e solitario velivolo atterrato a Kjeller nel dicembre del 1935, provenendo sicuramente dall’estero.

La tesi delle “cinque coincidenze fortuite” sullo stesso evento-volo si rivela subito insostenibile e indifendibile: l’aereo giunto a Kjeller dall’estero nel dicembre del 1935 risalta ed emerge infatti come una grossa macchia di inchiostro nero schizzata su un foglio bianco, anche perché la combinazione di presunte casualità in via d’esame deriva inevitabilmente dalle dichiarazioni rese da un testimone antistalinista, oltre che – come vedremo tra poco – come minimo molto reticente.

Avvocato del diavolo: “D’accordo, un aereo è arrivato dall’estero a Kjeller nel dicembre del 1935. Ma in ogni caso tale velivolo norvegese non arrivava da Berlino ma viceversa dalla città svedese di Linköping, e inoltre non aveva a bordo passeggeri: non avete quindi provato niente di importante”.

Ormai caduta e crollata per sempre la tesi sull’impossibilità materiale del volo di Pjatakov, alla “seconda versione” rimane solo la parola del militare norvegese T. Gulliksen per poter affermare che l’aereo realmente arrivato dall’estero a Kjeller, nel dicembre del 1935, provenisse proprio da Linköping, fosse di nazionalità norvegese e che esso inoltre non avesse a bordo alcun passeggero, come ad esempio un certo signor Pjatakov.

Stiamo quindi affrontando un problema molto diverso da quello affrontato in precedenza, dovendo a questo punto “solo” verificare se si può prestare fede alle affermazioni e alla tesi di Gulliksen sul fatto che l’aereo in esame fosse norvegese e provenisse da Linköping, e non invece da Berlino, non avendo poi a bordo alcun passeggero: a questo proposito risulta relativamente facile dimostrare che Gulliksen mentì in modo abile su questi nodi ed elementi decisivi, utilizzando a tal fine proprio una fonte insospettabile per la “seconda versione”, e cioè lo stesso Gulliksen.

L’Aral: un mare di bugie tra perestroika e capitalismo

L’Aral: un mare di bugie tra perestroika e capitalismo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il mondo capitalista ha rovinato, con i suoi metodi dissennati di consumo delle risorse naturali, produzione e diffusione delle merci, gran parte dell’ecosistema mondiale. Come sempre avviene, in ogni ambito, la borghesia ha sentito pertanto il bisogno di mascherare questa catastrofe planetaria accusando l’Urss ed il sistema socialista di aver devastato l’ambiente e la natura. Uno dei cavalli di battaglia che sono stati lanciati al galoppo nell’arena della disinformazione, è quello del Lago di Aral, che sarebbe stato prosciugato fino a quasi scomparire dai mostri comunisti, sempre intenti a distruggere ogni forma ed elemento del creato. Quanti compagni, anche in buona fede, sono caduti in questa trappola e pensano, tuttora, che il Lago di Aral sia stato del tutto cancellato, fatto scomparire per le draconiane necessità dell’economia sovietica. Tutto falso! Vediamo come stanno realmente le cose un passo alla volta, senza apologie macchiettistiche, certamente, ma anche senza reprimende e catastrofismi pseudo – ambientalisti privi di senso e di base logico – argomentativa.

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Il Lago di Aral è considerato dai russi un mare ed infatti il suo nome, nella lingua di Tolstoj, di Dostoevskij, di Lenin e di Stalin, è “Aral’skoe More”, ovvero “Mare di Aral”. Tale “amplificazionE” lessicale – concettuale, che riflette la weltanschauung del popolo russo, la sua intima, appassionata familiarità con i grandi, sconfinati spazi, la si ritrova, humboldtianamente, anche nelle lingue uzbeka e kazaka, le quali si riferiscono alla grande massa d’acqua in questione, rispettivamente, con i nomi di “Orol Denghizi” ed “Aral Tengizi”. Pure il gruppo etnico dei Karakalpaki, stanziato prevalentemente nella parte nord – occidentale dell’Uzbekistan, utilizza nella sua lingua, appartenente alla famiglia turca al pari di quella uzbeka, l’espressione “Ten’izi Aral”, con posposizione del nome proprio rispetto all’assetto grammaticale uzbeko e kazako. Il Mare di Aral (lo chiameremo d’ora in poi così anche noi, per rafforzare, anche lessicalmente, la nostra opera di smascheramento) è un bacino endoreico (ossia senza emissari) che si estende su più di 8.000 kmq in Asia Centrale, tra Kazakhstan ed Uzbekistan. Tanto per addurre un confronto, si pensi al fatto che il l’area coperta dal Lago di Como è di 146 kmq, quella compresa nel Lago di Costanza misura 536 kmq, mentre il Grande Lago Salato statunitense occupa 4.662 kmq ed il Lago Manitoba, canadese, 4.706 kmq. Se è vero che non possiede emissari, il Mare di Aral ha, però, due immissari principali di eccezionale importanza: essi sono l’Amu Darya (l’Oxos del mondo greco – classico, il Jayhun del mondo antico – persiano) ed il Syr Darya (conosciuto dai greci antichi come Iaxartes). Il primo si snoda per 2.540 km, con una portata media di 2.134 metri cubi al secondo; il secondo percorre invece 2.212 km, con una portata media di 1.234 metri cubi al secondo.

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Il bacino idrogeologico dei due grandi immissari del Mar d’Aral

Sfruttato agli inizi del ‘900, eminentemente per attività di pesca, da rinomati mercanti russi (Lapscin, Ritkin, Makeev e Krasilnikov, solo per citarne alcuni), il Mare di Aral conobbe le prime opere di irrigazione ad esso collegate (per mezzo dell’utilizzo delle acque dell’Amu Darya e del Syr Darya ) a partire dagli anni ’30, quando Stalin, il Partito Comunista Bolscevico dell’Urss ed il Governo sovietico decisero di avviare una gigantesca opera di ingegneria sociale ed economica, rendendo fertili e feconde terre prima desertiche, inospitali, battute da venti aridi e secchi. Grazie a quest’intensa pianificazione di lavori spesso mastodontici, svolti in condizioni ambientali tra le più proibitive immaginabili, l’Asia centrale sovietica cambiò volto in un brevissimo lasso di tempo, passando dall’arcaicità dei modi di vivere e di produrre alla modernità più piena e foriera di benessere: non quella capitalista, con vantaggi per pochi e sfruttamento, disagi e povertà per i più, ma quella socialista, con le nuove acquisizioni ed i progressi messi a disposizione dell’elevamento materiale, spirituale e culturale dell’intero popolo. Una miriade di canali d’irrigazione venne a solcare, rete di provvidenziale alimento per nuovi campi e colture, tutta la zona prossima alla poderosa distesa d’acqua ed anche alcune zone situate più lontano. Grazie a queste realizzazioni, molti uzbeki e kazaki poterono incrementare il loro consumo di riso, grano, frutta e verdura, fino a livelli paragonabili a quelli dell’Europa di oggi (e si partiva da condizioni ben più grame e difficili!).

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Raccolta del cotone in Uzbekistan, ora anche con lavoro minorile semischiavile, ah le meraviglie del capitalismo…

Fu sviluppata, certamente, anche la coltura del cotone: a tal proposito, occorre sottolineare che quanti sostengono che tale coltura fu un’imposizione colonialista della politica economica sovietica, in primis non hanno nemmeno idea di ciò che significhi la parola colonialismo, in secondo luogo qualificano paradossalmente come inutile una coltura che, nelle sue fasi di trasformazione successive al raccolto, dà forma a vestiti, bende e garze per medicazioni. Forse che vestirsi bene ed in maniera elegante nella stagione estiva come in quella invernale, nonché ricevere trattamenti medico – infermieristici adeguati, fuggendo da setticemie e cancrene con elementari accorgimenti (fino agli anni ’30 del ‘900 assai rari, in quei contesti), vuol dire essere succubi del colonialismo? Ad ogni buon conto, negli anni ’50, ossia venti anni dopo la costruzione dei canali di irrigazione, il Mare di Aral non solo non mostrava segni di “crisi”, ma si estendeva, suggestivo, per ben 68.000 kmq, con una lunghezza di 426 km, una larghezza di 284 e una profondità massima pari a 68 m. Tutto ciò veniva dal cielo? No, ma dall’attenzione e dalla cura riversate nella pianificazione delle nuove opere, in armonia con i fabbisogni del popolo e la salvaguardia della natura, da Stalin e da tutto il vertice del Partito e dello Stato, coadiuvati da figure di comunisti del panorama uzbeko quali Usman Yusupovich Yusupov, Sharof Rashidovich Rashidov, Akmal Ikramovich Ikramov (fintantochè costui non si vendette agli inglesi, sempre presenti a mestare nel torbido in quella regione strategica). In quello stesso periodo, mari, fiumi e laghi situati nell’occidente capitalista videro i primi, preoccupanti segni di un inquinamento e di un depauperamento destinati a trasformarli spesso, di lì a poco, in corsi d’acqua bisognosi di risanamento o condannati definitivamente, senza possibilità di appello, alla scomparsa. L’Amu Darya ed il Syr Darya, immissari basilari, scorrevano possenti e argentini, cantando un’ode al rigoglio di una natura prima avara ed inclemente, che il socialismo aveva trasformato da sogno in realtà. Il Mare di Aral brillava in faccia al sole, come i sorrisi dei contadini, degli operai, degli ingegneri kazaki ed uzbeki, in special modo di questi ultimi, i quali erano stati artefici, in larga misura, di un prodigio: se nel 1946, solo per considerare un’annualità, il raccolto di cotone dell’Urss era stato pari a 1,6 milioni di tonnellate metriche, alle porte del 1953 esso toccava ormai i 4 milioni (sarà di 4,3 milioni nel 1954). L’Asia centrale contribuì a queste cifre in ragione del 60 – 70% del totale.

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La fertile vallata dell’Amu Darya

Dopo la morte di Stalin, in particolare dopo il XX Congresso del Partito Comunista, l’Urss virò in direzione non già di un capitalismo rovinoso, come alcuni analisti superficiali, presunti marxisti – leninisti, hanno sempre sostenuto, ma, questo sì, di un nuovo metodo economico di gestione troppo incentrato sul profitto, sugli indici di sviluppo, su di un efficientismo spesso disattento verso l’esigenza di armonizzare lo sviluppo delle forze produttive e, complessivamente, dell’economia, con la tutela delle risorse naturali. Questo fu vero soprattutto nel periodo del revisionista Krusciov, quando la rincorsa ai tassi di crescita divenne a tal punto spasmodica da sfociare, a volte, nell’esito opposto a quello desiderato, con diseconomie evidenti nell’impiego delle materie prime, delle fonti di energia e nei processi produttivi, con l’apparire di fenomeni preoccupanti di penuria e aritmia nell’approvvigionamento della popolazione. I manager d’assalto, trincerati dietro alle loro scrivanie ingombre di carte, alla luce delle massicce lampade di bachelite, impartivano febbrilmente ordini volti a trasformare i diagrammi affissi alle loro spalle in realtà, a volte a discapito dello stesso fattore umano così prezioso e da Stalin sempre posto al centro nell’edificazione dell’economia socialista. Brezhnev, asceso alla direzione del PCUS con l’appoggio di energie giovanili che, cresciute sotto l’ala protettiva di Stalin, avevano sempre visto in cagnesco il dilettantismo kruscioviano, corresse in larga misura la rotta (basti pensare a tutte le leggi emanate per la delocalizzazione di fabbriche inquinanti), ma mai si tornò, strutturalmente, a quell’attenzione, a quell’equilibrio nella pianificazione dello sviluppo economico – sociale, con il rigoroso calcolo comparato di costi e benefici, che Stalin aveva considerato sempre fondamentale e anzi necessario. Le dinamiche relative a tale nuovo approccio non potevano non affettare, di conseguenza, anche i processi inerenti all’utilizzo delle acque che affluivano verso il Mare di Aral.

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Tutto ciò sia detto, chiaramente, senza nulla concedere alle Cassandre dell’antisovietismo professionale: lo specchio d’acqua era ancora in perfetta salute e prometteva un avvenire sempre più prospero ai popoli sovietici che ne traevano nutrimento e beneficio. Accadde però che, ad una nuova politica meno attenta verso le risorse naturali del Paese, si accompagnarono fattori naturali, non prevedibili, che iniziarono, dagli anni ’60, a porre un’ipoteca sule condizioni del Mare di Aral. Mentre la costruzione dei canali di irrigazione ricevette ulteriore impulso e nuovi successi costellarono il firmamento del progresso economico dell’Asia centrale, per la prima volta la vitale risorsa idrica dette segni di criticità: a partire dal ’61, si registrò una diminuzione annuale del livello del Mare di Aral variabile tra i 20 e i 90 centimetri. Parallelamente alla realizzazione di opere irrigue, l’ittiofauna, valorizzata e tutelata negli anni ’40 e ’50 a scopo ambientale, con vincoli ben precisi posti alle attività di pesca, cominciò dagli anni ’60 ad essere inquadrata e sfruttata su vasta scala come risorsa alimentare: se nel 1946 il pescato del Lago di Aral era ammontato a 23.000 tonnellate, negli anni ’80 esso giunse a quota 60.000 tonnellate, con 77 nuovi centri di pesca, allevamento e trasformazione industriale del pesce creati in Kazakhstan ed Uzbekistan. Uno sviluppo impressionante, che, in parte, compromise la salute dello specchio d’acqua incastonato, un tempo, tra i deserti. Intanto, però, per bilanciare critiche ed osservazioni, dobbiamo dire che, nello stesso periodo, la superficie delle terre irrigate nell’Asia centrale sovietica passò da 4,5 a 7 milioni di ettari. Ovvero, per un Mare di Aral che si restrinse a causa del’incremento della presenza di colture particolarmente idrovore, vaste porzioni di territorio uzbeko e kazako, prima aride o interessate da debolissimi sistemi di irrigazione, dipendenti dai cronici capricci di una pluviometria già di per sé poco generosa, conobbero la floridità e condizioni adatte all’insediamento umano mai viste prima. Questo, i coccodrilli che piangono sulle sorti del Mare di Aral per dar sfogo al loro antisovietismo, omettono sempre di ricordarlo! Mai una volta che si menzioni il fatto che il Kazakhstan e l’Uzbekistan, lungi dal rappresentare “scatoloni” di cotone destinati a questo ruolo da inesistenti “colonialisti” al potere a Mosca, videro incrementare costantemente, negli anni del socialismo, in primo luogo le colture alimentari, che procedettero di pari passo con quelle del cotone e non ne furono certo ancelle.

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Basti pensare che, negli anni ’80, solo l’Uzbekistan produsse la bellezza di 136.000.000 di litri di vino, assieme all’85% dell’intero raccolto sovietico di uva sultanina e uva passa. L’Uzbekistan era, all’epoca, il più grande produttore di frutta e verdura dell’Urss! Scavando ulteriormente negli annali statistici, si vede che la Repubblica centro – asiatica, nel 1991, poco prima del crollo dell’Urss pilotato da Gorbaciov e compagnia, produsse ben 3.348.000 tonnellate di vegetali (su 165.700 ha) e 914.000 tonnellate di meloni (su 83.200 ha); nel 2002, in piena era capitalista, le cifre relative a tali prodotti subiranno un tonfo, precipitando, rispettivamente, a 2.936.000 e a 479.000 tonnellate. Perfino la patata, quasi del tutto sconosciuta prima del 1917 da queste parti, nel 1990, nel caos e nella disorganizzazione della perestrojka, era ancora coltivata su vaste estensioni e garantiva una quantità pro – capite destinata al consumo tutt’altro che trascurabile, pari a 16/17 kg annui, integrata ovviamente da altri quantitativi messi a disposizione dalla Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, da quella ucraina e dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, ovvero dai maggiori produttori sovietici e mondiali del tubero. Il cotone, nel 1990, occupava 1.800.000 ha e, dal 1980 al 1990, registrò una produzione pari a più di 5.000.000 di tonnellate. Troppo? A ben vedere, essa non fu poi di molto superiore a quella degli anni ’50, anche se la consistenza delle riserve idriche mano a mano andò scemando ed una pianificazione più lungimirante ed efficace tanto a livello centrale quanto repubblicano avrebbe, dal 1980, consentito di parare il colpo. Di certo, non vi fu alcuna “truffa del cotone” volta a gonfiare artatamente e sistematicamente le rese, almeno nei termini in cui essa fu raccontata e anzi montata dai mezzi di comunicazione per impulso di quegli ambienti che, volendo tirare la volata a Gorbaciov, e volendo colpire una Repubblica, come l’Uzbekistan, fedele a Brezhnev e alla vecchia guardia del PCUS, profusero ogni sforzo nella decapitazione, anche per via giudiziaria, di un’intera classe dirigente, con Sharof Rashidov in testa, eletto, quest’ultimo, a capro espiatorio di una lotta per il potere oscura, che cercheremo di inquadrare in un prossimo studio. Ad ogni modo, accanto a circa 5.000.000 di tonnellate di cotone, nel 1990 vi fu una produzione di grano e cereali pari a 1.400.000 tonnellate, dato assai rilevante, per una Repubblica esposta a condizioni climatiche tutt’altro che propizie per quel genere di colture, anche una volta eseguite le più avanguardistiche opere di irrigazione e i più efficaci interventi di agronomia.

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Campi uzbecki di cotone

Complessivamente, a smentire la tesi della prevalenza quasi esclusiva del cotone, abbiamo lo schema della ripartizione in percentuale delle colture: nel 1990, al cotone fu riservato il 41% della superficie coltivata, al grano il 32%, alla frutta l’ 11%, ai vegetali il 4%, ad altre colture alimentari il 12%. Il 59% della superficie agricola uzbeka, quindi, non era occupata da cotone! A dispetto di ogni catastrofismo, nel 1980 il Mare di Aral aveva ancora una superficie pari a 51.675 kmq (nel 1950 / 60 era di 68.000) e un livello medio pari a 46,40 m (nel 1950 / 60 era di 53 – 54 m). Con una maggiore attenzione a certi fenomeni distorsivi nell’impiego di acqua, aggravati da alcuni ostacoli naturali insuperabili, contestualmente ad un più attento calcolo dei reali fabbisogni di cotone e di altre colture, si sarebbe potuto non già impedire del tutto questa diminuzione (come vedremo tra un po’, non sarebbe stato possibile), ma, questo sì, arginarla. Nel 1990, dopo la tanto decantata riconversione delle colture andropoviano – gorbacioviana, la superficie del Mare in questione si era comunque ristretta a 36.800 kmq, mentre il livello medio era sceso a 38,24 m. La perestrojka, dunque, non ha recato benefici nemmeno al Mare di Aral, a dispetto di strombazzamenti mediatici ossessivi e disinformanti!

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Il fatto degno di nota, però, quello più occultato dai media mondiali dal filone antisovietico in tutte le sue salse, è che la vera crisi del Mare di Aral non è cominciata né negli anni ’30, né negli anni compresi dal 1960 al 1990, quando pure si sono verificate, come abbiamo avuto modo di rilevare, alcune pecche nella conduzione economica e, nello specifico, nella gestione della risorsa della quale stiamo trattando. Il Mare di Aral ha conosciuto il processo più imponente di ritiro a partire dal crollo dell’Urss. Questa, la verità più lampante e taciuta dal filone antisovietico in tutte le sue salse!

Vediamo le tappe di questo irrefrenabile declino: dopo la divisione del Mare in Piccolo Aral e Grande Aral, a partire dalla fine degli anni ’80, per i ben noti fenomeni di evaporazione e depauperamento, nel 1993 la superficie scendeva a 36.182 kmq, per poi restringersi fino a 17.200 kmq nel 2004, con 30.40 m di livello medio. Nel 2009 si giunse a 7.434 kmq, per risalire a 13.836 nel 2010 e ridiscendere a 8.303 kmq nel 2015. Il tutto accompagnato, naturalmente, da un cospicuo aumento dei livelli di salinità. Se fossimo come gli antisovietici di professione, se fossimo impastati della loro stessa malafede, della loro disonestà intellettuale, del loro disprezzo per qualsiasi analisi obiettiva e spassionata, potremmo sostenere tranquillamente che il capitalismo ha ucciso il Mare di Aral, che l’unico e solo imputato da condurre alla sbarra in un ipotetico processo ambientale, è il modello di sviluppo impostosi in Uzbekistan dopo il 1991. Essendo marxisti, rigorosi e metodici negli approfondimenti e nelle disamine, non possiamo non prendere in considerazione altri dati di carattere storico e scientifico che contribuiscono a far luce sul processo di crisi di uno specchio d’acqua il quale, nonostante tutto, ancora oggi surclassa per estensione, come abbiamo avuto modo di vedere, vari laghi mondiali assai rinomati.

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Innanzitutto, il Mare di Aral ha sempre presentato massicce fluttuazioni dei suoi livelli nel corso di varie epoche: tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, vi fu un processo di ritiro impressionante che condusse alla formazione di isole ed isolette, da Barsakelmes all’Isola della Rinascita, passando per quelle di Kaskakulan, Kozzhetpes, Uyaly, Biyiktau. Studi seri e circostanziati condotti da scienziati sovietici, russi ed uzbeki, fondati su calcoli complessi ed esaustivi, sono arrivati alla conclusione che, ad incidere sull’abbassamento del livello e sul restringimento del Mare di Aral, non è stata tanto l’irrigazione delle colture (responsabile solo in ragione del 23%), quanto la duplice interazione di fattori climatici incontrollabili o non interamente dipendenti dalle scelte di sviluppo compiute (per un 15%) e di fenomeni strutturali di permeabilità del suolo che hanno condotto al depauperamento delle risorse idriche (per un 62%).

Ora, con l’ausilio delle percentuali, riusciamo meglio a comprendere quanto accennavamo sopra, e cioè che limitando la coltura del cotone si sarebbe solo ridotto il danno, non lo si sarebbe di sicuro impedito (il che non vuol dire, lo ripetiamo, che non si sarebbero dovuti profondere sforzi in tal senso, visto che ogni miglioramento è da salutare sempre con favore).

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A coloro i quali vaneggiano di prelievi idrici che non si sarebbero dovuti compiere per niente, rispondiamo che il problema, lo stesso problema, l’avrebbero tirato fuori, sempre strumentalmente, qualora il Mare di Aral fosse stato maggiormente preservato e, al suo posto, si fossero condannati al deserto perpetuo tanti luoghi dell’Uzbekistan e dell’Asia centrale oggi resi fertili e ridenti dalle opere irrigue compiute durante l’era sovietica. In quel caso, oggi assisteremmo al pianto greco su miserabili tribù di predoni, vaganti alla ricerca di cibo in una natura ostile piena di malattie e morti per fame. Chi poi lamenta l’assenza di opere di adduzione di acqua dalla Siberia, attraverso il fiume Ob, dovrebbe spiegare per quale misteriosa ragione l’Aral è sacro mentre nessuna importanza avrebbe il clima della Siberia, che da quelle opere gigantesche di conduzione idrica, ipotizzate ed accantonate già in epoca sovietica, avrebbe ricevuto e riceverebbe un colpo esiziale, con danni incomparabilmente più gravi di quelli subiti dal Mare di Aral.

Non vi è stato quindi alcun genocidio ambientale pianificato dai “perfidi sovietici”, così come ce lo hanno dipinto di volta in volta faziosi ed apocalittici predicatori, pseudo – ambientalisti alla ricerca di fondi e visibilità per le loro cause (in nulla e per nulla coincidenti con l’ambientalismo serio, che è e resta necessario), agenti stranieri e diplomatici interessati alla distruzione dell’economia dell’Urss, al soffocamento di ogni velleità di rinascita di uno spazio eurasiatico forte, integrato e concorrenziale con le talassocrazie anglosassoni (in tal senso sono da leggersi gli strali diretti contro l’agricoltura uzbeka, e contro la coltura del cotone in particolare, da parte dell’ambasciatore inglese Craig Murray una decina di anni fa).

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Grazie ai tardivi provvedimenti del governo kazako il livello delle acque, almeno nella parte settentrionale del bacino d’Aral, sta crescendo

Piotr Zavyalov, Vice – direttore dell’Istituto di Oceanologia dell’Accademia delle Scienze russa, ha affermato più volte che, pur nella crisi forte che l’ha colpito, il Mare di Aral conserva un proprio ecosistema vivo ed assai interessante. Non vi è stata nemmeno, attorno al Mare di Aral, nei luoghi popolati ad esso prossimi, quella pandemia, quell’emergenza sanitaria che certi allarmisti da strapazzo e alcuni scienziati disinformati e disinformatori hanno teso accreditare anche in sede scientifica: i Karakalpaki non sono quel popolo martoriato da malattie croniche, da “piaghe d’Egitto” impietose e crudeli che certi giornalisti e scienziati al soldo del capitalismo ci hanno dipinto, ma erano in epoca sovietica e sono, in parte ancora oggi, uno dei popoli più prosperi e laboriosi dello spazio eurasiatico. Alcuni dati sul movimento demografico dei Karakalpaki parlano da soli, anche rispetto al loro stato di salute: nel 1979 essi ammontavano, in Uzbekistan, a 281.800 individui, mentre nel 1989 il censimento pansovietico ne rilevava, sempre nella Repubblica centro – asiatica, 390.000, con un aumento vicino al 40% (oggi sono 510.000)! Un tasso di accrescimento che, in sé e per sé, fa piazza pulita di ogni catastrofismo legato alla questione del Mare di Aral . Il tasso di natalità dei Karakalpaki era, attorno agli anni 2000/2001, del 23 per mille (superiore alla media uzbeka), mentre il tasso di mortalità era del 5.9 per mille (di poco superiore alla media dell’Uzbekistan). Numeri che di tutto sono specchio fuorché di un girone dantesco. Da considerare, poi, il fatto che la natalità, in quel periodo, era in forte declino (quasi dimezzata) rispetto al periodo sovietico e la mortalità, sempre rapportata a dieci – quindici anni prima, era in aumento.

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Pesca nella parte nord del Mar d’Aral

Sorvoliamo del tutto, per ora, sulla grottesche e ridicole accuse circa la presenza di bacilli pestilenziali nella zona dell’Aral, sfuggiti al controllo delle autorità responsabili della vigilanza in tema di guerra chimica e batteriologica e riemersi dopo il ritiro del lago e l’abbandono di installazioni militari. Tratteremo questo tema in un altro articolo.

In conclusione, possiamo dire che la vicenda dell’Aral è la stessa vista in mille altre occasioni: un imbroglio della propaganda antisovietica, la quale, nella sua sublime imbecillità, ritiene di poter fare a meno e del buonsenso e della scienza. Non è un atteggiamento degno di un onesto studioso, né tantomeno di un marxista – leninista, quello di ondeggiare tra l’apologia del “ tutto rose e fiori “ e la vis delendi del “ tutto va male “ del “ tutto è una catastrofe “. Ciò vale rispetto ad ogni questione, problematica, fatto o principio.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Purtroppo le fonti disponibili sono, in larga parte, denigratorie dell’epoca sovietica, ma, se è vero che opere in netta difesa della verità storica sull’Aral sono ancora tutte da scrivere, è altrettanto vero che contributi più obiettivi di quelli solitamente circolanti sul tema erano e sono reperibili. Ne diamo le coordinate qui sotto. Tutte le fonti russe sono traducibili con l’ausilio del PC.

Sulla ricerca scientifica inerente cause e contesti delle vicende del Mare di Aral: академик Н. А. Шило «Причина исчезновения Арала найдена?», in «Наука в России». № 6 1995.

Sulla storia del Mare di Aral: https://orexca.com/rus/prearal.shtml (vi sono imprecisioni ed esagerazioni, ma la messe di dati offerta è comunque utile e meritevole di apprezzamento).

Sul dibattito inerente il Mare di Aral: http://expomod.ru/izvestnykh-prichin-pochemu-vysokhlo-aral/

Mappa “evolutiva” del Mare di Aral:

Sulla demografia dei Karakalpaki e dell’Uzbekistan:  www.karakalpak.com/stanpop.html

 

POEMA PEDAGOGICO di A. S. Makarenko

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di ELVIRA MENSI

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Dobbiamo educare un lavoratore colto ed evoluto. Dobbiamo educare in lui il sentimento del dovere e il concetto dell’onore o, in altri termini: egli deve sentire la dignità sua e della sua classe e deve esserne orgoglioso, deve sentire gli obblighi che ha verso la sua classe. Deve essere capace di subordinarsi al compagno e di dare ordini al compagno. Deve essere un attivo organizzatore. Perseverante e temprato, egli deve saper dominare se stesso e saper influenzare gli altri. […] Deve essere lieto, cordiale, alacre, capace di lottare e di costruire, capace di vivere e amare la vita: deve essere felice e non soltanto nel futuro, ma in ogni giorno presente della sua vita”.
(A. S. Makarenko)

Va all’attacco, sul fronte della scuola, sul fronte del libro, alla testa di tutti i suoi ragazzi
(V. Maiakovski su A.S. Makarenko)

Introduzione alla lettura

Poema pedagogico è un romanzo-verità: il racconto della storia di una colonia penale per criminali minorenni creata e gestita dalla polizia politica comunista in Ucraina orientale negli anni venti del secolo scorso.

Se dovessi dire in poche parole ai lettori di oggi chi è il suo autore, Anton Semenovyč Makarenko, direi senza esitazione che è un pedagogo e un pedagogista sovietico, un costruttore del primo paese socialista, un costruttore del primo Stato socialista della storia, un costruttore dell’Unione Sovietica: uno Stato basato sull’alleanza di operai e contadini diretta dagli operai. Non quindi un educatore di ragazzi e di giovani, un professionista sia pure brillante del “reinserimento nella società” di ragazzi criminali, delinquenti, drogati e comunque disadattati e asociali, il sostenitore di un metodo particolare di insegnamento, di rieducazione o di “reinserimento sociale”: proprio della sinistra borghese deformarne la figura isolando un aspetto di Makarenko e valorizzarlo in questi ruoli, perché nella cultura della sinistra borghese la rivoluzione socialista non esiste e tra società borghese e società socialista la sinistra borghese non vede sostanziale differenza.

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In primo luogo Makarenko è quindi un costruttore del primo paese socialista che racconta come ha diretto un gruppo di ragazzi criminali, delinquenti, spesso drogati e comunque disadattati e asociali, non a “reinserirsi nella società”, ma a trasformarsi in attori della costruzione del socialismo in un paese dove, sotto la guida del partito comunista di Lenin e di Stalin, gli operai, una piccola minoranza della popolazione, avevano preso il potere e dirigevano la massa della popolazione a costruire un paese socialista, base rossa della rivoluzione proletaria mondiale.

In secondo luogo Makarenko è stato trascinato a partecipare a questa impresa unica, o meglio la prima del suo genere, partendo dal lavoro di insegnante che stava già facendo con passione da più di dieci anni a figli di operai, in una zona relativamente industrializzata dell’Ucraina, quando la rivoluzione socialista promossa dal partito comunista di Lenin vinse l’impero zarista e instaurò il socialismo. Makarenko era già un maestro di scuola (aveva già 29 anni e aveva incominciato a insegnare in scuole per operai a 17 anni) quando nell’ottobre del 1917 Lenin e il partito comunista instaurarono a Pietrogrado il primo governo sovietico. Egli aderì entusiasticamente e sempre più consapevolmente alla rivoluzione socialista e divenne un fervente costruttore del socialismo sotto la guida del partito di Lenin e di Stalin sempre operando nel campo pedagogico. “Dopo l’Ottobre, si aprirono di fronte a me meravigliose prospettive. Noi pedagoghi eravamo talmente inebriati di queste prospettive, da essere quasi fuori di noi”, scriverà più tardi. Ma nonostante l’età non aveva fatto parte dell’avanguardia che aveva assimilato la concezione comunista del mondo e promosso la rivoluzione socialista. Questo è importante per capire le difficoltà che Makarenko incontrò come maestro di pedagogia nella società sovietica.

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La Rivoluzione d’Ottobre non significò soltanto l’espropriazione dei latifondisti e dei grandi industriali, non significò soltanto “la terra ai contadini, le fabbriche agli operai”: essa fu anche, nello stesso tempo, il più grande movimento di masse verso l’istruzione (e innanzitutto verso la conquista dell’alfabeto) che ci fosse mai stato.

“In nessun luogo le masse popolari sono così interessate alla vera cultura come da noi; in nessun luogo, in nessun paese, il potere dello Stato si trova nelle mani della classe operaia che, nella sua massa, comprende perfettamente la sua mancanza, non dirò di cultura, ma di istruzione; in nessun luogo essa è pronta a fare, e fa, per migliorare la sua situazione in questo campo, sacrifizi così grandi come nel nostro paese” (Lenin, Pagine di diario, gennaio 1923, in Opere Complete vol. 33 – Editori Riuniti, 1967, pagg. 423-427).

Il maestro elementare diventò figura centrale di questo grande movimento popolare contro l’analfabetismo, verso l’istruzione.

“Il maestro elementare deve essere da noi posto ad un’altezza tale, alla quale non si è mai trovato, e non si trova, non può trovarsi nella società borghese. Noi dobbiamo avviarci verso questo stato di cose con un lavoro sistematico, fermo e tenace, per elevarne il livello spirituale, per prepararlo sotto tutti gli aspetti alla sua missione realmente nobile… e per migliorare le sue condizioni materiali. Non bisogna lesinare sull’aumento della razione di pane agli insegnanti in un anno come questo, in cui ne siamo forniti in modo relativamente sopportabile” (Lenin, ibidem).

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La storia della colonia Gor’kij, il “poema pedagogico” di Makarenko, è esemplare – ma davvero non unica – per quel che riguarda lo sviluppo dell’istruzione nei primi, difficilissimi anni del potere sovietico. L’Ucraina era una delle regioni più colpite e devastate: guerra, occupazione tedesca, guardie bianche, banditismo endemico, distruzioni, carestia. Eppure, in quelle tragiche condizioni, il potere sovietico – benché qua e là ancor debole, incerto, inesperto nei suoi quadri – dà un potente impulso all’istruzione. Le case e le ville dei vecchi signorotti, le proprietà dei nobili e dei monasteri (come nei pressi di Poltava e a Kuriag, prima e seconda sede della Colonia Gor’kij) sono assegnate ad istituti di istruzione popolare. Nascono le Rabfak, le facoltà operaie, si moltiplicano le scuole professionali. Le attrezzature sono insufficienti? i locali inadatti? il vitto scarso? Sì: ma queste sono conseguenze temporanee degli anni di lotta e di sconvolgimento, non di incuria delle autorità. Al contrario: il maestro sa che la direttiva del governo sovietico è nelle parole di Lenin:

“devono essere ridotte non le spese per il Commissariato dell’Istruzione pubblica, ma le spese degli altri dicasteri, perché le somme rese disponibili siano devolute al Commissariato dell’Istruzione pubblica”.

Il freddo, la fame, la scarsezza di tutto sono la conseguenza del fallimento, del crollo del vecchio regime, del vecchio mondo. Perciò, anche se “lacero e affamato”, è con entusiasmo, è con la consapevolezza di essere sorretto e aiutato nel massimo grado possibile dal potere operaio, che il maestro “va all’attacco, sul fronte della scuola, sul fronte del libro, alla testa di tutti i suoi ragazzi” (Maiakovski).

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Tuttavia Makarenko fece domanda di ammissione al partito solo molti anni dopo: la sua domanda fu accettata postuma dopo la sua morte improvvisa il 1° aprile 1939. La sua adesione alla costruzione del socialismo non venne quindi dalla assimilazione della teoria marxista, non fu un intellettuale rivoluzionario della vecchia tradizione russa, che era approdato al marxismo e poi alla pratica del movimento operaio e della rivoluzione socialista, come molte persone colte della sua generazione. Al contrario fu la sua adesione di figlio di operai, di insegnante e di pedagogista alla costruzione del socialismo promossa e guidata dal partito comunista di Lenin e di Stalin che lo fecero approdare al marxismo e infine al partito comunista. Anche nel campo pedagogico Makarenko fu prima un pratico e divenne pedagogista solo tardi, quando nel corso della costruzione del socialismo la lotta tra i vari indirizzi pedagogici divenne acuta. Dapprima Makarenko reagisce nella pratica, e quasi istintivamente, senza avere ancora alcuna chiarezza di idee e di principi, all’ondata libertaria che caratterizzava l’insegnamento nella scuola nei primi anni della società sovietica. La sua prima pubblicazione è del 1932 (La marcia dell’anno 30) e parla della Comune Dzeržinskij, il fondatore della Ceka morto nel 1926. Poema pedagogico venne pubblicato in due puntate nel 1934 e 1935 dell’almanacco letterario diretto da Gor’kij e in volume nel 1935, benché sia il frutto del lavoro redazionale fatto da Makarenko stesso su scritti stesi nel periodo 1925-1935, relativi alla vita della colonia Gor’kij (creata nel 1920 presso Poltava, in Ucraina orientale) per ragazzi criminali e comunque disadattati e asociali. Promotore di questa colonia, che in un paese borghese sarebbe stata, quindi, una colonia penale, come di tante altre analoghe colonie era stata la Ceka, la polizia politica che il governo sovietico aveva creato con il decreto del 7 dicembre 1917 per snidare e consegnare ai tribunali del popolo i cospiratori controrivoluzionari e rafforzato con il decreto del 21 febbraio 1918 (“La patria socialista è in pericolo!”) assegnandole il compito di eliminare direttamente i cospiratori controrivoluzionari colti sul fatto. Con la fine della guerra civile su larga scala, la Ceka era via via ritornata a compiti di inchiesta rimettendo i colpevoli di cospirazione controrivoluzionaria ai tribunali del popolo (per la vita del suo creatore, Feliks Dzeržinskij, vedasi l’omonima opera pubblicata da Zambon Editore) ed era passata a occuparsi anche di altri compiti: uno di essi era l’inserimento nella costruzione del socialismo dei ragazzi abbandonati, in gran parte criminali, delinquenti, spesso drogati e comunque disadattati e asociali che la guerra civile e lo sconvolgimento rivoluzionario avevano creato. Il loro numero, nel 1921, era valutato a 7.5 milioni di cui circa il 10% tossicomani.

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Sia l’esistenza di un così alto numero di giovani asociali sia i contrasti di indirizzo su come fare a farli partecipare alla costruzione del nuovo mondo, erano nella natura delle cose: l’agonia del vecchio mondo e la nascita del nuovo.

“L’apparire di una nuova classe sulla scena della storia, come capo e dirigente della società, è sempre accompagnato da un periodo di violente “perturbazioni”, di scosse, di lotte e di tempeste da un lato, e dall’altro da un periodo di passi incerti, di esperimenti, di oscillazioni e di esitazioni nella scelta dei nuovi metodi rispondenti alla nuova situazione oggettiva… È ovvio che non settimane occorrono, ma lunghi mesi ed anni prima che la nuova classe sociale, e per di più una classe finora oppressa, schiacciata dalla miseria e dall’ignoranza, possa adattarsi alla nuova situazione, orientarsi, organizzare il proprio lavoro ed esprimere dal suo seno i propri organizzatori” (Lenin, I compiti immediati del potere sovietico, 28 aprile 1918, in Opere Complete vol. 27 – Editori Riuniti, 1967, pagg. 211-248).

Nello stesso tempo, però, l’affermarsi, “come capo e dirigente della società”, della classe, fino ad allora sfruttata ed oppressa, del proletariato, liberò immense forze fino ad allora compresse, animò di indomabile entusiasmo milioni di uomini, pur nelle strettezze e nelle difficoltà della vita di ogni giorno.

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Quanto fin qui detto valga ad avvertenza perché i lettori traggano il massimo giovamento dalla lettura di Poema pedagogico. Essi troveranno in quest’opera spunti fecondi per riflessioni in molti campi. In questa introduzione ne voglio mettere in risalto tre.

1. Il primo campo è la costruzione del socialismo in Unione Sovietica negli anni Venti e Trenta, sotto la guida di Lenin prima e poi di Stalin.
Abbiamo già detto che non di “reinserimento sociale” racconta Makarenko, ma, raccontando le vicende di un caso concreto esemplare, della trasformazione di milioni di ragazzi sbandati in costruttori del socialismo. I metodi che egli usa sarebbero incomprensibili e i risultati che ottiene genererebbero frustrazione nei lettori e in particolare in quelli che sono oggi in Italia impegnati in sforzi educativi familiari o professionali, nelle istituzioni pubbliche o in iniziative di volontariato, se non tenessero conto che Makarenko racconta di uno sforzo educativo condotto in condizioni difficili ma nel contesto di una società che lo richiede, che ne ha bisogno, che sta tutta trasformandosi nella stessa direzione a cui l’opera educativa tende. Chi dei nostri lettori, dopo aver letto Poema pedagogico leggerà L’era di Stalin di Anne Luise Strong o I primi paesi socialisti di Marco Martinengo (entrambi disponibili presso le Edizioni Rapporti Sociali) vi troverà descritto lo stesso mondo a cui appartengono la colonia Gor’kij e la Comune Dzeržinskij, solo visto nel suo insieme, in termini di ricordi di viaggio da Strong e in termini di saggio da Martinengo. È velleitario cercare di educare all’altruismo un bambino che vive in un mondo di lupi rapaci: quello che gli serve ed è possibile fare è educarlo a diventare un rivoluzionario. Il libro di Makarenko, prima di essere un incitamento ad adottare metodi pedagogici, è quindi incitamento a fare la rivoluzione socialista nel nostro paese.

2. Il secondo campo è l’indirizzo pedagogico nell’Unione Sovietica degli anni Venti e Trenta. I lettori di Poema pedagogico si troveranno alle prese con una lotta acuta tra contrastanti indirizzi pedagogici. In particolare tra l’indirizzo promosso da Makarenko e l’indirizzo libertario prevalente nelle istituzioni scolastiche nel cui contesto opera la colonia Gor’kij. È del tutto comprensibile che nelle istituzioni educative sovietiche l’indirizzo libertario avesse preso ampie dimensioni dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Occorre immedesimarsi nel contesto storico concreto, per comprendere le ragioni, e gli aspetti anche positivi, dello spirito libertario che animava molti maestri d’avanguardia in quegli anni. Nelle scuole zariste aveva dominato una disciplina da caserma e da seminario. I migliori maestri avevano lottato contro l’oppressione della personalità umana che le autorità imponevano. “Basta con la disciplina da caserma!”: era la parola d’ordine che, giustamente e naturalmente, risuonava nella nascente scuola sovietica. Era necessario travolgere le resistenze del vecchio mondo, far entrare nelle aule una ventata di libertà, far nascere negli allievi il senso della critica e dell’indipendenza di giudizio. Vi era in tutto ciò un aspetto positivo, un’esigenza giusta: l’esigenza di farla finita con una disciplina puramente esteriore, di liquidare ogni forma di supina sottomissione, ogni forma di avvilimento della personalità dell’allievo. Ma vi erano anche dei grossi pericoli, giacché questa giusta esigenza di disciplina cosciente e di libertà si mutava spesso in un “rivoluzionarismo” romantico e puramente negativo, conduceva al mito libertario dell’assoluto autogoverno degli allievi nella scuola, al mito naturalistico dello sviluppo spontaneo della personalità del fanciullo: in definitiva al fatalismo, ogni cosa può essere solo quello che è. Si giunse talvolta, per combattere l’autorità caporalesca e la disciplina da caserma, a negare qualsiasi autorità al maestro, a ripudiare qualsiasi forma di disciplina, a condannare qualsiasi “intervento dall’alto” da parte degli insegnanti. Proprio negli anni nei quali più teso era il contrasto tra Makarenko e l’“Olimpo pedagogico”, Antonio Gramsci, scrivendo dal carcere di Turi ai suoi figlioli che abitavano in Unione Sovietica, si preoccupava del pericolo di una sorta di “anarchia culturale” nell’insegnamento loro impartito in famiglia e a scuola. “Non si è liberi di scrivere da destra verso sinistra”, diceva scherzosamente ma anche seriamente al figlio maggiore alle prese con l’alfabeto. E alla moglie e alla cognata affettuosamente rimproverava di essere imbevute di “spirito ginevrino” (a Ginevra aveva risieduto Rousseau), di non reagire criticamente al fascino del mito dell’“educazione secondo natura” che aveva trovato nell’Emilio di Rousseau la sua espressione più completa. Il fatto che la critica di Gramsci coincidesse nella sostanza con la lotta di Makarenko contro il mito libertario, il fatto che due uomini, l’uno all’altro sconosciuti, lontani, arrivassero alla medesima conclusione partendo dalle medesime premesse di principio, è una prova importante contro coloro che vogliono far credere che la “svolta del 1936” (la risoluzione del Comitato Centrale del Partito Comunista bolscevico dell’URSS del 5 maggio 1936 riconobbe non solo gli evidenti successi della pedagogia di Makarenko, ma persino il suo essere sostanziale fondamento di un’educazione socialista di massa: la pedagogia di Makarenko, con i suoi metodi e principi educativi, divenne nuova “pedagogia ufficiale” dell’URSS), era stata una critica dall’alto, un puro e semplice e improvviso “atto d’autorità”. La critica era invece già nelle cose, nei cattivi risultati della pedologia libertaria, nei meravigliosi successi educativi degli avversari della pedagogia libertaria, di Makarenko ma non solo di Makarenko; era nella logica dello sviluppo della società e della scuola socialista; era nella coscienza degli uomini più attenti e consapevoli, degli uomini che, come Gramsci e Makarenko, avevano fatto dei principi del marxismo-leninismo una guida per la comprensione dei processi storici e culturali e per la loro direzione.

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Il comunismo non è solo negazione dell’oppressione feudale e clericale. È anche superamento dell’individualismo borghese e della libertà del capitalista che si combina con l’asservimento degli schiavi salariati. L’uomo comunista è libero nel senso preciso che è cosciente dei compiti della società di cui fa parte, concorre a individuarli, definirli e a tradurli in regole di condotta collettiva e individuale e quindi si comporta in modo conforme al ruolo che svolge per il loro adempimento. Nella società borghese la libertà dello schiavo salariato è rivendicazione, protesta, rivolta e organizzazione rivoluzionaria. La libertà del costruttore del socialismo e del comunismo è scienza e coscienza, conoscenza della necessità, disciplina consapevole in conformità alle leggi oggettive e a quelle che ha partecipato a definire e che sono quindi diventate socialmente oggettive.

3. Il terzo campo è la partecipazione alla rivoluzione socialista italiana e l’inserimento nella futura società socialista italiana dei giovani di oggi, del 2017.

Molti dei futuri lettori di Poema pedagogico sono certamente coscienti e probabilmente preoccupati dell’abbrutimento morale e intellettuale che la borghesia imperialista e il suo clero fomentano a piene mani nei bambini, nei ragazzi e nei giovani. Trascuriamo qui che borghesia e clero spesso concorrono allo stesso risultato (distogliere dalla rivoluzione socialista) con ruoli diversi: la prima facendo dell’abbrutimento mercato, il secondo deplorando, esortando e promuovendo opere di carità. È possibile oggi portare tanti giovani abbrutiti a partecipare alla rivoluzione socialista? Riusciremo domani a inserirli nella costruzione del socialismo? Poema pedagogico avvalora le tesi di noi comunisti, ma dice anche che la trasgressione non è di per sé rivoluzionaria. È solo sintomo della putrefazione della vecchia società che non accetta di morire. Solo chi promuove la rivoluzione è in grado di trasformare i trasgressivi in rivoluzionari.

Elvira Mensi
Edizioni Rapporti Sociali

Autore: Anton Semenovyč Makarenko
Editore: EDIZIONI RAPPORTI SOCIALI e RED STAR PRESS
Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/fax: 02 26305464
Email: edizionirapportisociali@gmail.com – carc@riseup.net
Sito web: http://www.carc.it – in fb: ERS – Edizioni Rapporti Sociali
Anno: 2017
Pagine: 416 pp.
Formato: 16×22,5 cucito con bandelle
Isbn: 9788867181674
Prezzo: 25,00 euro
Collana: Prima ondata della rivoluzione proletaria e i primi paesi socialisti.

Puoi acquistarlo: – Conto Corrente Bancario (CCB) intestato a Gemmi Renzo IBAN: IT79 M030 6909 5511 0000 0003 018 – Postepay intestata a Renzo Gemmi n. 5333 1710 0024 1535 – Paypal: accredito sul Conto PAYPAL del Partito dei CARC (https://www.paypal.me/PCARC) specificando la causale di versamento (via mail scrivendo a edizionirapportisociali@gmail.com) e comunicando via email o direttamente allo 02.26306454 l’indirizzo postale cui spedire il testo. La spedizione verrà effettuata non appena ricevuto il versamento effettuato.

Come Stalin, il Partito e il potere sovietico posero fine allo iato tra quadri tecnico-dirigenziali e classe operaia nell’URSS del primo Piano Quinquennale

Come Stalin, il Partito e il potere sovietico posero fine allo iato tra quadri tecnico-dirigenziali e classe operaia nell’URSS del primo Piano Quinquennale

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il problema delle relazioni tra classe operaia e mondo intellettuale si pose, in tutta la sua drammatica cogenza, fin dalla vittoria della Rivoluzione socialista bolscevica del 1917. La guerra contro le bande monarchiche e scioviniste che, appoggiate dai circoli imperialisti internazionali, misero a ferro e fuoco il Paese durante la Guerra civile del 1918/21, con l’intento di rovesciare il neonato potere sovietico, vide numerosi intellettuali schierarsi a fianco del socialismo, della causa degli operai e dei contadini: V.V. Majakovskij, A.V. Lunacharskij, A. A. Blok , solo per citarne tre. Altrettante figure del mondo della cultura, però, coltivarono i germi nefasti dello scetticismo e del disfattismo o, peggio ancora, scelsero il fronte opposto, quello della reazione: M. A. Bulgakov fu assai tiepido verso il nuovo ordine sociale; Anna Achmatova si chiuse in un atteggiamento di snobistico disprezzo, mentre M. Gorkij additò addirittura come pericolo mondiale il mugik russo oppresso da secoli di sfruttamento e ora pronto, liberate le catene, a dare l’assalto ad ogni “civiltà” con la sua indole “barbara ed asiatica”.

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V.V. Majakovskij

Fin qui, abbiamo illustrato le posizioni di poeti e scrittori; il grandangolo dello storico, però, il suo obiettivo più acuto e potente, non può però che andare a catturare anche altre figure di intellettuali: per la precisione, quelle di migliaia e migliaia di ingegneri, tecnici, economisti, specialisti vari i quali si trovarono davanti, potente e trascinante come nessun’altro, il ciclone dell’Ottobre. Non sempre la convivenza fu facile tra questi e il nuovo assetto di potere e le ragioni sono anche abbastanza semplici da comprendere: di estrazione alto – borghese, quando non addirittura aristocratica, la gran parte di questi quadri tecnico – scientifici nutriva sentimenti di aperta ostilità verso chi aveva spazzato via, con la ramazza della più autentica giustizia sociale e della più radicale rottura col passato, vecchi privilegi di casta e rendite di posizione accademiche anacronistiche e regressive. In altri termini, era perfettamente fisiologico, secondo le bronzee leggi della dialettica storica e sociale, il fatto che una parte consistente di questi “cervelli” si schierasse contro la marea montante della Rivoluzione proletaria. Contro gli elementi visceralmente antisovietici, il governo bolscevico dovette per forza prendere provvedimenti limitativi della libertà, pena difficoltà insormontabili in settori strategici della produzione. Vi furono altri esponenti del mondo tecnico – scientifico che, pur essendo di origine borghese, si dichiararono pronti a servire la causa del socialismo, con lealtà, abnegazione e spirito costruttivo.

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A. A.  Achmatova

Verso questi, il potere sovietico, all’inizio, non sempre si distinse per acume e correttezza: se alcuni raggiunsero da subito posizioni elevate e prestigiose, in funzione delle loro capacità, altri furono penalizzati nell’accesso ad alcuni canali professionali e accademici e i loro figli, per diverso tempo, non poterono iscriversi a determinati istituti e università o, pur potendolo fare, incontrarono diverse difficoltà, diversamente dai figli degli operai e dei contadini. Questo stato di cose, se da una parte poteva essere interpretato come il giusto, inevitabile contrappasso sociale, di classe, per secoli e secoli di discriminazione, ghettizzazione, esclusione ai danni delle classi subalterne, per un potere eticamente superiore quale quello sovietico, pervaso dai più nobili valori universalisti, poneva grandi problema di ordine etico, politico, sociale. Problemi di merito e di metodo, di valori e di opportunità al medesimo tempo. Il governo degli operai e dei contadini, teso alla liberazione di tutta la società dalle catene dello sfruttamento e della tirannia, non poteva tollerare al lungo alcuna discriminazione deliberata sulla base dell’estrazione sociale dei cittadini; anche giustificata in parte dall’azione eversiva dei ceti spodestati, essa rappresentava sia una violazione dei principi marxisti – leninisti sia un ostacolo controproducente, illogico, antisociale al pieno sviluppo dell’Urss tutta.

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M. A. Bulgakov

A metà degli anni ’20, sempre più scienziati e quadri tecnico – dirigenziali formatisi in epoca zarista iniziarono a convincersi della superiorità del socialismo e, mano a mano che esso mostrava i suoi innegabili vantaggi, decisero contribuire al suo ulteriore sviluppo, di lavorare alla sua definitiva vittoria come faro per tutta l’umanità. Vincendo la diffidenza e l’ostilità di ambienti dogmatici e settari ancora influenti all’interno del Partito Comunista (bolscevico) dell’Urss, quasi tutti legati a Trockij, un gruppo di scienziati e luminari di varie branche fondò, fin dal 1928, l’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici, per coadiuvare in ogni modo il processo di edificazione del nuovo ordine sociale. Questo simposio non fu di certo un organismo esclusivamente accademico, bensì rappresentò un avanzato fronte di lotta e di proposta, un punto di raccordo fondamentale tra i lavoratori del braccio e delle mente, tra la politica e la scienza, nel rifiuto di ogni separazione castale ma anche di ogni visione operaistica grezza, infantilmente estremistica e massimalista. Tra le figure più eminenti dell’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici ricordiamo il biochimico A.N. Bach, fondatore del prestigiosissimo Laboratorio chimico centrale sovietico, il patologo A.I. Abrikossov, figlio di proprietari terrieri, fornitori ufficiali di cioccolata per la Corte imperiale, il microbiologo ed epidemologo N.Gamaleja, figlio di nobili di estrazione cosacca, campione della lotta al tifo e al vaiolo, il chimico N.S. Kurnakov, fondatore dell’analisi fisico – chimica a livello mondiale e autore del test usato nell’estrazione del platino.

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Man mano che nella compagine del VK (b) P prendeva forza la linea equilibrata e saggia di Stalin, retrocedevano, irreversibilmente, le posizioni dogmatiche, avventuriste, sterilmente volontariste o pseudo – operaiste della “sinistra” trockijsta, assieme a quelle rinunciatarie, capitolarde, pervase di sopravvivenze piccolo – borghesi, della “destra” di stampo principalmente buchariniano. Questo si riflettè, inevitabilmente, anche sul ruolo e sulla posizione degli scienziati, degli intellettuali e dei tecnici nel quadro della costruzione del socialismo. Se nel campo letterario e artistico Maksim Gorkij iniziò a cantare le lodi del nuovo sistema, mettendo in evidenza l’opera di recupero sociale effettuato dall’OGPU e del sistema dei GULAG (nel 1929 visita le Isole Solovetsky, nel 1934 effettuerà un reportage dal mastodontico cantiere del Canale Mar Bianco – Mar Baltico), se M. A. Bulgakov abbandonò vecchi pregiudizi e timori infondati, frutti della mendace propaganda controrivoluzionaria e dell’azione di elementi deleteri presenti in seno al Partito e allo Stato, da parte dei quadri tecnico – scientifici sempre più numerosi giunsero i contributi innovativi, le invenzioni, i suggerimenti costruttivi per lo sviluppo, l’affinamento, la trasformazione, l’evoluzione dei processi produttivi.

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Nel 1928, con il concorso e l’attiva partecipazione di ogni istanza economica, sociale, politica, culturale, venne elaborato il Primo Piano Quinquennale per gli anni 1928/1933, gigantesca, formidabile, ineguagliata opera di ingegneria sociale, destinata a mutare per sempre il volto della vecchia Russia e dell’Urss e ad affermare ritmi di sviluppo mai visti in nessuna parte del mondo. Il ruolo degli scienziati, dei tecnici, degli ingegneri, dei quadri dirigenziali nella definizione delle linee del Piano non fu secondo a quello di altri attori sociali e di altri portatori di interesse. Tutto si contemperò armonicamente nel quadro dell’interesse generale e nella lotta per l’avanzamento del socialismo. L’ostilità e la diffidenza reciproche tra quadri e classe operaia cedettero il passo, progressivamente ma inesorabilmente, alla reciproca comprensione e intesa, nell’interesse dello scopo supremo: la creazione di una nuova civiltà di liberi ed eguali. La classe operaia sempre più fece tesoro del patrimonio di nozioni e saperi trasmesso dagli esponenti dell’apparato tecnico – scientifico; dal canto suo, tale apparato sempre più si compenetrò della vivida energia sperimentatrice e creatrice del proletariato, con le sue intuizioni, le sue opere concrete, i prodigiosi stimoli e le innovazioni studiate e messe in atto nella trincea della produzione.

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Nel 1928, nell’industria lavoravano ancora soltanto 13.700 ingegneri: lo 0,52 % della classe operaia. Sgomberato il campo da sabotatori e quinte colonne, il potere bolscevico valorizzò sempre più l’opera dei quadri intellettuali onesti e leali, mentre, al contempo, potenziò al massimo le fila degli ingegneri, dei tecnici, degli scienziati: se nel 1928, nei vari Politecnici e Istituti ad essi collegati, studiavano 18.900 persone, nel 1933 esse erano diventate 233.500. Un dato eccezionale, di per sé eloquente, della capacità di organizzazione e promozione dei saperi nel quadro della società sovietica. Segnatamente, nel 1928/29 il Partito inviò a studiare e a formarsi, nei Politecnici e negli Istituti tecnici superiori, 1000 militanti di avanguardia, tutti di estrazione operaia e contadina, i quali sarebbero diventati, in seguito, rinomati direttori di produzione, tecnici, pedagoghi, medici. Il meglio che il nuovo potere sovietico poteva offrire alla società tutta, liberando energie, talenti e genii compressi e soffocati per secoli dai macigni dell’oppressione di classe. Un’altra cifra, meglio di ogni altra, offre il quadro dello sviluppo incessante, prodigioso della Terra dei Soviet lungo l’asse del Primo Piano Quinquennale: se nel 1926 vi erano, in tutta l’Urss, 11.000.000 di operai e impiegati, nel 1933 se ne censirono 22.900.000. Il numero dei quadri intellettuali tecnico – dirigenziali, crebbe in maniera ancora più impressionante. A dirigere la massima autorità della pianificazione dal 1925 al 1934, ovvero il GOSPLAN, furono due figure lucide, coraggiose, integerrime: Gleb Maksimilianovic Krzhizhanovskij e Valerian Vladimirovic Kujbyshev, ambedue di origini altolocate: borghese di rango il primo, di ascendenza nobile il secondo (era figlio di un militare di carriera). Essi, assieme a Stalin e ai vertici del Partito, degli organi istituzionali e del potere popolare, furono i “capitani” della grande svolta del Paese verso la modernità, la prosperità, la libertà dalle residue catene del capitalismo.

Nell’eroica attuazione del Piano Quinquennale, tra difficoltà, sabotaggi, complotti internazionali mai cessati, essi poterono contare su figure di specialisti di primo piano: I.V. Bardin, ingegnere capo nella costruzione del Complesso metallurgico di Kuzneck; I.M. Gubkin, geologo, Presidente del prestigiosissimo Congresso Geologico Internazionale con sede a Mosca; I. G. Aleksandrov, autore del progetto della gigantesca centrale sul Dnepr; A. V. Winter e altri ancora.

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La diga del Dnepr

Naturalmente, nel vivo di una lotta e di un impegno indefesso per la trasformazione del Paese, non mancarono contrasti, polemiche e anche processi a carico di sabotatori annidati negli apparati tecnico – dirigenziali e scientifici. Nel 1930 fu la volta del Processo del Partito industriale, a carico di otto ingegneri sovietici che, in combutta con circoli imperialisti internazionali, avevano attuato sabotaggi sistematici alla produzione, organizzando anche un partito segreto che avrebbe dovuto prendere il potere con l’aiuto della Francia, lanciata in un’invasione militare del territorio sovietico. La storiografia anticomunista ha intinto e intinge il pane in alcuni aspetti poco chiari del processo che però, in gran parte, sono stati e sono tali solo per la volontà dei circuiti antimarxisti e antisovietici di non comprendere implicazioni, legami, scaricabarile che non mancarono e che fecero finire nel tritacarne anche persone in buona fede, colpevoli solo di cattive frequentazioni. Non vi fu alcun processo farsa: le accuse erano vere, fondate, inoppugnabilmente provate anche da dichiarazioni di personaggi tutt’altro che teneri verso il potere sovietico. Louis Fischer, in Machines and men in Russia, scrisse:

che ingegneri russi si siano dedicati e si dedichino al sabotaggio, è fuori dubbio. Gli specialisti americani che lavorano in Russia lo hanno ripetutamente affermato in privato e alla stampa. E prove particolareggiate confermano le loro asserzioni. Ma questo fatto non costituisce legittimo motivo per arrestare e condannare una intera classe, molti dei cui componenti sono cittadini leali e devoti“.

Obiettivamente, Fischer mise in risalto due aspetti incontrovertibili, sui quali ci siamo soffermati ed abbiamo argomentato: tantissimi ingegneri e tecnici, la stragrande maggioranza di essi, erano ormai del tutto solidali con il potere sovietico e non concepivano alcun progetto eversivo ai suoi danni. Allo stesso tempo, il complotto per far crollare l’Urss era tutto meno che fantasia, e trovava terreno fertile tra vari specialisti e quadri che mantenevano posizioni da infiltrati e agenti dormienti. Individuate e chiarite con cura, rigore e precisione le posizioni di ciascuno degli imputati, il processo e l’insieme dei provvedimenti restrittivi adottati videro numerose revisioni e molti ingegneri e tecnici, arrestati all’inizio del processo, vennero liberati. I massimi organismi della pianificazione economica, accanto al Partito e ai vertici dello Stato, criticarono gli eccessi della OGPU e gli sconfinamenti dell’azione penale in campi impropri. Fu la prova provata, questa, che in Urss non esisteva né poteva esistere uno Stato di polizia: grazie alla vigilanza del Partito e del popolo tutto, la giustizia sovietica funzionava a puntino e nessuno correva il rischio, avendo a che fare con essa, di finire in un tritacarne a tempo indeterminato, come avviene ai poveri cristi perseguitati dalla giustizia dei Paesi borghesi, ai quali può capitare di trascorrere anni e anni in cella senza alcuna colpevolezza effettiva riscontrata.

Nel 1931 fu la volta del processo contro 14 professori menscevichi e funzionari dello Stato, accusati di attività controrivoluzionaria mirata alla restaurazione del potere di grandi capitalisti espropriati nel 1917, in combutta con circoli imperialisti francesi e britannici.

Nel 1933, infine, vi fu il processo contro sei ingegneri britannici, dieci ingegneri russi e una segretaria sempre russa, accusati di sabotaggio a danno di centrali elettriche, con il contorno solito di spionaggio e corruzione. Un copione tipico e ricorrente nelle cucine delle trame imperialiste, specie britanniche. La reazione al processo fu la riprova della colpevolezza degli Inglesi: l’Ambasciatore britannico, infatti, sin dall’inizio si profuse in dichiarazioni incendiarie e toni rabbiosi contro l’Urss, anche se si era istituito un processo davanti ad un Tribunale regolare di un Paese sovrano, con prove inoppugnabili. Il verdetto, dopo che accusa e difesa si erano confrontati su un terreno di correttezza giuridica e formale indiscutibile, fu il seguente: 16 condannati, un assolto (un ingegnere britannico). In spregio ad ogni rispetto della sovranità e della giustizia di un Paese straniero, ad ogni principio di non ingerenza e, infine, ad ogni considerazione di tatto ed opportunità, la Gran Bretagna impose un blocco commerciale su alcune merci che, se scalfì appena il potenziale produttivo sovietico, procurò gravi danni ad alcuni interessi economici inglesi. Un pesante boomerang tornava così in testa a chi l’aveva lanciato in aria nello spazio eurasiatico della grande Urss, con l’intenzione di coprire altarini e complotti eversivi ai danni del primo governo operaio e contadino del mondo.

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Più tardi, riferendosi a fatti avvenuti nel 1928, anche John Littlepage, ingegnere americano, tutt’altro che comunista, presente in Urss nel quadro di progetti di cooperazione, riconobbe in maniera inconfutabile la realtà dei sabotaggi, compiuti non solo da alcuni quadri, ma anche da elementi infidi presenti tra gli operai:

un giorno del 1928 entrai in un’officina di generatori nelle miniere di Koshkar. Per caso, la mia mano affondò nel recipiente principale di una grande macchina Diesel ed ebbi la sensazione di qualcosa di grumoso nell’olio. Feci immediatamente fermare la macchina e togliemmo circa un litro di sabbia di quarzo, che non poteva che esservi stata gettata intenzionalmente. A varie riprese, abbiamo trovato, nelle nuove installazioni delle officine di Koshkar, della sabbia in ingranaggi come i riduttori di velocità che sono interamente chiusi e possono essere aperti solo sollevando il coperchio per il manico. Questo meschino sabotaggio industriale era così comune in tutti i settori dell’industria sovietica, che gli ingegneri russi non se ne occupavano per nulla e furono sorpresi della mia preoccupazione quando lo constatai per la prima volta (…) parecchie persone non possono vedere le cose allo stesso modo e restano dei nemici implacabili dei comunisti e delle loro idee, anche quando sono entrati in un’industria di Stato“.

Riguardo agli episodi giudiziari sopra ricordati, mai si udirono toni sguaiati e demagogici contro ingegneri, tecnici e quadri dirigenziali, nella stampa e nel Paese: alla sbarra erano alcuni di loro, non l’intero gruppo sociale e professionale! Alcuni rantoli estremistici si sentirono, ma vennero subito soffocati non dalla censura, che non esisteva se non nelle teste dei propagandisti borghesi e filo – capitalisti, ma dal buonsenso, dalla linea generale del Partito che si era andata consolidando, dalla considerazione della quale godevano tantissimi tecnici e intellettuali che in tutto il Paese stavano lavorando alla costruzione ed al potenziamento di dighe, centrali elettriche, strade, ferrovie, industrie. Nel 1931, Stalin, rafforzando la sua posizione in maniera democratica, con la forza delle idee e dell’appoggio di milioni di uomini e donne in tutto il Paese, aveva pronunciato alcune parole inequivocabili:

Nessuna classe governante è mai riuscita ad andare avanti senza i suoi intellettuali (…). I bolscevichi devono seguire una politica tale da attirare a noi gli intellettuali e devono occuparsi del loro benessere”.

Non vi dovevano essere più persecuzioni immotivate di ingegneri, azioni ostili contro chi era leale e trasparente nel pensiero e nell’azione all’interno dei quadri tecnico – dirigenziali, nessuna frattura artificiosa e assurda tra lavoratori del braccio e della mente, né sulla base di scelte inopinate né, tanto meno, sulla base di demenziali considerazioni sulle origini di classe. Dopo il pronunciamento di Stalin, gli organi del potere sovietico, in armonia con la discussione sviluppatasi dentro al Partito, nei Sindacati, nelle fabbriche, lavorarono assieme, nell’anno 1931, alla formulazione di un nuovo Decreto che sancì alcune misure di importanza storica a beneficio dei quadri tecnico – dirigenziali e degli specialisti : uniformità di razioni alimentari e di trattamento in sanatori e case di riposo tra questi e gli operai; assegnazione di appartamenti confortevoli, adeguati soprattutto per l’attività di studio e approfondimento (gli appartamenti dei quadri avevano una stanza o anche due in più); rimodulazione delle aliquote sul reddito in senso premiante; ammissione dei figli in tutte le scuole di ogni ordine e grado, senza alcun impedimento o potenziale riserva ostativa.

A questi provvedimenti fece seguito un clima di grande fiducia e distensione : molti ingegneri, medici, tecnici, architetti, specialisti di differenti branche furono liberati dal carcere, promossi a posizioni di prestigio e responsabilità, decorati con onorificenze prestigiose quali l’Ordine di Lenin. Nessun ingegnere avrebbe potuto più essere accusato di sabotaggio se, per fare solo un esempio, avesse proposto di compiere prospezioni geologiche in un punto del Paese, senza poi aver la fortuna di trovare i giacimenti di petrolio ipotizzati in prima istanza. Arnold Soltz, autorevolissimo giurista sovietico, scrisse sulle “Izvestija”:

Il ritirare uomini da posti importanti dell’industria e nell’amministrazione civile ha causato allo Stato perdite enormi”.

Per il futuro, non si doveva più ammettere nemmeno l’ipotesi del carcere, in assenza di una sufficiente e solida base probatoria. La civiltà giuridica sovietica aveva risolto in gran parte un nodo, quello dei diritti dell’imputato e dell’uso arbitrario del carcere, che per le “ democrazie “ borghesi è, ancora oggi, ben lungi dall’esser stato districato. Ancora più forte e deciso fu il Commissario del Popolo alla Giustizia, Nikolaj Krilenko: egli biasimò e destituì un Procuratore provinciale che aveva istituito un procedimento legale a carico di alcuni ingegneri, senza un sufficiente carniere di prove a supporto dell’azione penale. Insomma, la società sovietica, con il consolidamento della linea di Stalin e della stragrande maggioranza dei militanti, si avviò sul felice e radioso sentiero dello sviluppo più pieno nella libertà, nella vera democrazia e nella coesione sociale tra profili professionali e sociali differenti, prima artatamente messi l’uno contro l’altro da correnti disgreganti, da visioni settarie dei rapporti sociali e da complotti etero – diretti dai circoli imperialisti. Quella compattezza consentì al Paese di fare il suo ingresso nel mondo sviluppato e di prepararsi, più tardi, all’inevitabile scontro con la bestia nazi – fascista.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Sidney e Beatrice Webb: Il comunismo sovietico: una nuova civiltà  – Volume secondo (Einaudi, 1950).

Storia universale dell’Accademia delle Scienze dell’Urss – Volume 9 (Teti Editore, 1975).

Ludo Martens: Stalin, un altro punto di vista (Zambon editore, 2005).

Lineamenti di storia dell’Urss, Vol. II (Progress Edizioni, 1982)

Louis Fischer: Machines and men in Russia (Harrison Smith, 1932)

J.D. Littlepage e Demare Bess: Alla ricerca dell’oro sovietico, (Garzanti, 1946)

 

Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

L’ARMIR, l’Esercito fascista di occupazione dell’Urss al seguito delle armate naziste, continua a tenere banco nelle ricostruzioni storiche di parte e nelle polemiche che, con scadenza regolare, riaffiorano ogni qualvolta occorre distogliere l’attenzione dalla rinascita della potenza russa e dalla riscoperta dei valori e delle conquiste del socialismo reale, che è poi l’unico socialismo realizzato, con buona pace delle anime candide che coi loro irenismi non hanno costruito non solo il comunismo, ma nemmeno una seria socialdemocrazia di transizione.

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Quanto tutto sembrava andar “bene”…

Sull’ARMIR, come abbiamo avuto modo di constatare varie volte, la confusione regna sovrana: cifre ballerine, oscillanti secondo le modalità del pendolo propagandistico, documenti palesemente falsificati o di dubbia autenticità; testimonianze di comodo, contrastanti tra loro e senza il crisma della minima scientificità ed obiettività. Ci fu un periodo, nel 1992, in cui i tromboni dell’anticomunismo nostrano, addirittura, vollero convincere l’opinione pubblica che i soldati in Urss li aveva mandati a morire Togliatti e non, invece, Benito Mussolini, con le armi e i gagliardetti benedetti dai preti. Negli anni passati, addirittura, è stato scoperto, alle porte di Mosca, un centro per la falsificazione “scientifica” dei documenti d’archivio del periodo comunista, con timbri, carte, bolli e tutto un apparato logistico – materiale approntato per il taroccamento. A denunciare il tutto fu, alla Duma, il Deputato comunista Ilyukhin, guarda caso morto poco dopo, in circostanze assai dubbie… Si esaminarono documenti sulle fosse di Katyn, su Beria, su Stalin, sulle trattative tra Urss e Germania e si riconobbero, inconfutabilmente, le “stimmate” della falsificazione, dell’inquinamento, dell’interpolazione di interi incartamenti. Personaggi al vertice della politica ai tempi di Gorbaciov e di Eltsin, storici, militari, archivisti, furono chiamati in causa e riconobbero le malefatte, ma il manto protettivo della politica compiacente intervenne a coprire tutto. Come si poteva riconoscere, ufficialmente, e dalle più alte cariche dello Stato, che tutta la storia diffusa sul comunismo dopo il 1989 era composta da bufale preconfezionate in modo tale da trarre in inganno persino inossidabili comunisti in buona fede? E’ lecito supporre che, tra i documenti falsificati, ve ne fossero e ve ne siano ancora anche molti riguardanti l’ARMIR, naturalmente costruiti ad arte per accreditare il mito di decessi in massa nei campi di prigionia sovietici (come se, oltretutto, un Paese devastato dai nazifascisti, che aveva avuto anche per mano nostra 20 milioni di morti, fosse tenuto a garantire caviale e champagne a chi l’aveva aggredito!).

A distanza di 70 e più anni, se più o meno siamo riusciti a sapere quale fu la consistenza numerica dell’ 8° Armata italiana in Russia, ossia 230.000 uomini agli ordini del Generale Italo Gariboldi (c’è però anche chi sostiene che il numero sia eccessivo, utilizzato per gonfiare artatamente il numero dei caduti e dispersi), molti sono i margini di incertezza circa il numero effettivo di soldati caduti prigionieri, per via di documenti tra loro contrastanti, in aperta contraddizione. Le autorità russe anticomuniste, dopo il 1991, ci hanno propinato la cifra di 40.000 morti italiani nei campi di prigionia sovietici: una cifra, questa, assurda, che presto si dovette ridurre per evidenti, palesi incongruità. Si trovarono, infatti, ben 6000 nomi ripetuti più volte e si dovette scendere, in prima battuta, a 34.000 nominativi. Dopo anni di ricerche, raffronti e “ripuliture” operate da storici di provata fede anticomunista ed antisovietica, si scese (udite udite!) a 24.200 nominativi e qui il colpo di scena: anche questi 24.200 cognomi, a parte poche eccezioni, non è stato possibile associarli ad una morte certa, effettivamente avvenuta. Si tratta di dispersi per i quali non v’è alcuna notizia sicura, tanto che i familiari ancora vivi, sulla pelle dei quali si è consumata la cinica operazione di criminalizzazione del comunismo, quasi che a mandarli in guerra fosse stato Stalin, hanno alla fine protestato e chiesto i dovuti chiarimenti alle reticenti autorità che il lavoro degli storici avevano “patrocinato“. Naturalmente, da parte del Ministero della Difesa (lo stesso che, assieme alla Procura generale militare, per decenni aveva “dimenticato” negli scantinati e negli “armadi della vergogna“ faldoni interi sui crimini nazisti), non sono venuti mai lumi e risposte soddisfacenti. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, Carlo Vicentini, dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, chiarisce in maniera esemplare come avveniva la registrazione dei decessi:

“la registrazione giornaliera dei decessi era compito dei soldati incaricati del controllo delle presenze: essi annotavano per lo più, solo cognome e nome del morto (qualcuno aggiungeva la classe ed il grado) in base alle dichiarazioni dei compagni di bunker o di baracca”.

I dati compilati frettolosamente, e con larghi margini di errori, data la fonetica sconosciuta ai russi, venivano poi inviati alle autorità centrali, che provvedevano a riscriverli. Ebbene, come vennero riscritti questi nomi? Nel caos della guerra, vi furono comprensibilissime difficoltà logistiche, la disorganizzazione regnava e tutto questo non poté non influenzare la redazione dei registri dei decessi dei campi di prigionia. Come abbiamo sopra accennato, vi furono sbagli anche clamorosi, con ripetizioni frequenti degli stessi nominativi:

le trascrizioni successive di questi dati, fatte manualmente in corsivo (solo di rado dattilografate) hanno quasi sempre mutato il testo iniziale, ammesso che fosse esatto. In base a tali dati sono state redatte, sempre a mano, le schede individuali dello schedario generale di Mosca e queste sono state la base per la compilazione computerizzata degli elenchi giunti fino a noi”.

Moltissimi nominativi forniti dalle autorità russe – si faccia attenzione a questo elemento centrale – non trovavano corrispondenza alcuna negli elenchi dei soldati dispersi sul fronte russo. Anche in ordine ai soldati catturati, i bollettini sovietici del 1943 parlavano di 80/100.000 prigionieri, ridotti poi, chissà perché, a 70.000, poi a 60.000 e anche meno, a seconda delle fonti. Degli 8268 nominativi di deceduti ricondotti al famigerato campo di Tambov, solo per fare un esempio, alla fine ne vennero certificati solo 4053. Insomma, non c’è che dire: un bel groviglio! in queste ambiguità, incongruenze, inesattezze, non è difficile scorgere i segni di una falsificazione volta a deviare l’attenzione da altre scoperte ben più corpose: ricordiamo che, alla fine degli anni ’80, lo storico polacco nazionalista Jacek Wilczur, (il quale, alla faccia degli anticomunisti ululanti contro la Polonia popolare, poté sempre operare in piena libertà sotto la democrazia socialista) scoprì varie tombe ricollegabili ai soldati italiani dell’ARMIR catturati dai nazisti e uccisi in vari modi. La congiura del silenzio cercò di soffocare questo lavoro, poi, quando i suoi strateghi non poterono più farlo, quella congiura si tramutò in deviazione dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale verso i campi di prigionia sovietici e verso i “crimini” dell’NKVD, ovvero verso crimini commessi dai nazisti e addossati all’Urss (Katyn, tanto per citare un caso).

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Propaganda anticomunista

Anche sul numero dei decessi “accertati” di prigionieri, però, la partita è tutt’altro che chiusa: i campi di prigionia sovietici, nei primi tempi (primavera 1943), erano sottoposti ad una vigilanza che definire all’ “acqua di rose“ è una gentile concessione. In un Paese devastato dai nazifascisti e da ricostruire, è evidente che le forze dell’NKVD e dell’Armata Rossa avessero altro a cui pensare, che non piantonare prigionieri italiani smunti, laceri, spesso abbandonati dai loro superiori in grado e, nella maniera più vile e cinica, dai nazisti. Di questo ci offre uno spaccato eloquente un’altra fonte al di sopra di ogni sospetto lo storico Arrigo Petacco, che nessuno può tacciare di simpatie comuniste. Ne “L’Armata scomparsa”, egli scrive:

“l’organizzazione interna (nei campi di Tambov, Khrinovoje, Miciurinsk, Suzdal, Oranki e altri ancora, ndr) era praticamente inesistente. A Khrinovoje, per esempio, il campo era formato da alcune costruzioni adibite in passato a scuderie (…). Anche la vigilanza era relativa: all’interno del campo i prigionieri erano lasciati liberi di scannarsi a vicenda per una coperta o un tozzo di pane. All’esterno poche guardie, immerse nella neve, coperte dal pelliccione da scolta scampanato e lungo fino a terra, voltavano indifferenti le spalle. Il lato che confinava con la steppa o con il bosco non era neppure vigilato o chiuso da un recinto. Tanto, fuggire equivaleva a morire“.

Se la conclusione macabra è una deduzione impropria dell’autore, dal momento che il bosco russo è, da sempre, anche tesoro di preziose risorse alimentari da sempre (si pensi alle battute di caccia e alle raccolte massicce di funghi narrate da un’altra fonte di parte anticomunista, Varlam Shalamov, autore de “I racconti di Kolyma“), Petacco non mente quando descrive il livello di vigilanza presente nei campi sopra richiamati nei primi tempi della loro istituzione. Questo fatto, inoppugnabilmente, rendeva facilissime le fughe di prigionieri; dal momento che, come abbiamo visto, i decessi venivano segnalati alle guardie dagli stessi prigionieri, è consequenziale e logico pensare che la gran parte delle morti annotate nei registri fossero, in realtà, fughe mascherate da decessi da parte dei compagni dei fuggiaschi, i quali avevano buon gioco ad agire così in quanto, il più delle volte, le sepolture avvenivano in maniera sommaria e nessuno tra i guardiani – o quasi nessuno – pretendeva l’esibizione del cadavere. Petacco, però, è illuminante, nel suo racconto, anche rispetto alle modalità di redazione dei registri dei decessi e, nella sua esposizione, approfondisce e va oltre la stessa disamina di Carlo Vicentini, pur da lui citato in cinque pagine della sua opera. Nel capitolo “Il mistero dei dispersi“, leggiamo:

“anche dopo il crollo dell’URSS, quando gli archivi del KGB furono aperti agli inviati del nostro governo, non fu ugualmente possibile venire a capo della vicenda. Risultò infatti che i prigionieri arrivati ai campi venivano registrati al loro ingresso e controllati alla fine di ogni mese. Ma i controllori si limitavano ad elencare dei numeri senza fornire spiegazioni quando quei numeri non corrispondevano. Un esempio per tutti: il 1° maggio del 1943 figurano presenti nel lager n° 188 di Tambov 2500 prigionieri italiani. All’inizio del mese successivo i prigionieri risultano 160. Ma non è spiegata la causa della drastica riduzione. Ossia se sono morti, se sono trasferiti o l’una e l’altra cosa insieme“.

In poche parole, le registrazioni dei morti potrebbero esser state, almeno in certi casi, dettate più da approssimazione e da stime eseguite, che non da una prassi scientifica e rigorosa di registrazione. Certo, le condizioni nei campi di prigionia sovietici non erano idilliache e questo per ovvi motivi; specie nei primi tempi – lo ripetiamo – vi furono difficoltà insormontabili, situazioni ai limiti dell’emergenza, in un Paese saccheggiato e messo a ferro e fuoco dai nazifascisti. Se il pane mancò per lungo tempo, fu per colpa di chi aveva distrutto granai e incendiato kolkhoz e sovkhoz, non certo del potere sovietico che, anzi, fece di tutto per migliorare le condizioni dei prigionieri, portando ordine, rigore, disciplina e regolarità degli approvvigionamenti nei vari campi, dopo i primi mesi tremendi del ’43.

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Innanzitutto, va detto che molti soldati italiani arrivarono ai campi di prigionia già stremati dai combattimenti, dal “si salvi chi può“ imperante dopo la disfatta dell’ARMIR, con generali e colonnelli fascisti (e anche qualcuno della truppa) che, spesso, alla faccia della solidarietà umana, pensarono a salvare la loro pelle e basta, quando addirittura non bruciarono, d’intesa coi nazisti, depositi di vettovaglie e magazzini con indumenti e altri generi di conforto (le denunce precise ed articolate di Robotti e di altri in questo senso, non furono mai confutate in sede giornalistica e giudiziaria). In secondo luogo, va sottolineato che, specie nei primi tempi, il vero potere all’interno dei campi di prigionia era nelle mani degli stessi militari italiani internati. A dirigere e coordinare tutto, i sovietici, che avevano ben altri pensieri e priorità, collocarono generali, colonnelli, tenenti e soldati anziani. Laddove questi erano umani, comprensivi, onesti e magari pure di fede antifascista, per i prigionieri i patimenti erano meno pesanti; laddove invece vi erano dei fascisti inveterati, che fingevano soltanto davanti agli occhi dei sovietici, per puro opportunismo, di essersi convertiti al credo democratico e al marxismo – leninismo, le traversie e, spesso, le tragedie, erano assicurate per i poveri soldati prigionieri. Cibo distribuito con criteri discrezionali ai loro tirapiedi, soprusi e soperchierie quotidiane, corvè imposte ai compagni di prigionia: nel carniere delle malefatte dei kapò fascisti vi fu ogni nefandezza possibile, e ciò non poté che incidere anche sull’andamento della mortalità nei campi, specie dal febbraio al giugno del ’43. Accanto agli italiani, vi furono i rumeni della Bessarabia che avevano combattuto con l’Asse e gli ungheresi, a distinguersi per crudeltà contro italiani e prigionieri di altre nazionalità. Al contrario di quelli nazisti, però, questi kapò non poterono contare su protezioni in alto loco. Infatti, venute all’orecchio di Stalin e del Vk (b) P le vergogne e i crimini di questi aguzzini e dei loro complici, si abbatté sulle loro teste la mannaia della giustizia sovietica, equa ed inflessibile come sempre. Ancora una volta, affidiamo la narrazione di questi fatti all’anticomunista e antisovietico Petacco ; egli cita, come testimone, nientemeno che don Guido Turla, feroce nemico dell’ideologia comunista e dello Stato sovietico, presente nella Campagna di Russia tra le forze italiane:

“Don Guido Turla riferisce che, in quei giorni ( siamo nella tarda primavera del ’43. Ndr), un fuoriuscito italiano comunista (Vincenzo Bianco?) visitò per la prima volta il campo (quello di Khrinovoje, dove le condizioni di vita erano ai limiti della vivibilità, ndr e promise il suo intervento. Qualche tempo dopo le sentinelle sovietiche informarono i prigionieri che era giunto un prikaz, un ordine: Stalin non vuole più morti. ‘I russi – racconta il cappellano – mi riferiscono quest’ordine e non nascondono la loro paura. Sanno che se qualcuno ha sbagliato ora dovrà pagare‘. Infatti, nei giorni seguenti il comandante del campo e i suoi subalterni furono tutti passati per le armi nel piazzale del lager“.

Altro che tolleranza verso i criminali ! Altro che Stalin complice del lassismo, dei crimini, della corruzione di alcuni funzionari periferici infedeli. L’occhio del Piccolo Padre tutto vedeva e pesava, anche in quei tragici giorni, senza nulla concedere a giustizie sommarie e ad abusi. La superiorità della civiltà sovietica, stava anche nel trattare umanamente chi con una divisa straniera aveva invaso il Paese non per sua volontà, ma perché costretto. E, naturalmente, nell’individuare e colpire i nemici travestiti opportunisticamente da amici, ora che i rovesci dei vari fronti minacciavano l’uragano sulla peste bruna. Si è parlato anche (principalmente per bocca di Don Guido Turla) di atti di cannibalismo compiuti nei campi di prigionia nei primissimi tempi, atti che sarebbero poi stati puniti severamente dai sovietici e dai sorveglianti interni. Su questo terreno, però, preferiamo non entrare e non per ritrosia nel parlare di argomenti certamente scabrosi, macabri e anche velati di bestialità, la bestialità che ogni guerra porta con sé, ma perché sono davvero flebili le prove a sostegno della realtà di simili azioni che, se fossero state davvero compiute, chiamerebbero in causa non certo l’Urss, ma chi aveva portato ovunque fame in terra straniera fino alla disperazione. Anche quando certi fatti rientrano nei documenti sovietici, essi vi rientrano come ipotesi di reato da perseguire, non come crimini certamente commessi e puniti, come pretendono certuni, che allo scrupoloso lavoro filologico di analisi delle fonti preferiscono un sensazionalismo da film horror. Finché i contorni di quei fatti non saranno chiariti, preferiamo, per rispetto umano e per onestà intellettuale, non profonderci in racconti che farebbero la gioia di un Lovercraft, ma non quella di un amante della verità.

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Il campo di prigionia di Tambov in un disegno del 1946 eseguito da Giuseppe Rossi.

Dal momento in cui Stalin impartì l’ordine di portare legalità e rigore nei campi di prigionia, le cose per i soldati andarono sempre meglio. Il numero dei decessi, quali che siano i dati che si intende prendere a riferimento, diminuirono drasticamente e le condizioni di vita divennero accettabili, a volte persino migliori di quelle di tanti cittadini sovietici che, avendo perso tutto per colpa delle belve hitleriane, si ritrovarono a dover costruire tutto da zero, vivendo in capanne, rifugi sotterranei (zemljanki ), parti di stazioni non distrutte ecc. La grande Urss si tolse il pane di bocca per sfamare chi l’aveva occupata e calpestata coi suoi stivali: se i criminali di guerra conobbero l’inesorabile pugno della giustizia operaia e contadina, la truppa, specie italiana, fu trattata con clemenza e sopravvisse solo grazie alla generosità del popolo sovietico, prima e dopo la prigionia. Abbandonati dagli “alleati“ nazisti, i soldati italiani vennero nutriti e scaldati a decine di migliaia nelle izbe di pacifici e umanissimi contadini russi, gente che magari aveva figli e parenti stretti al fronte, ma sapeva distinguere, come solo sa fare il popolo lavoratore, tra capi e gregari, tra guerrafondai e uomini che la guerra la stavano subendo loro malgrado. Molti dei soldati salvati in questo modo da morte sicura, nel dopoguerra non vollero tornare e divennero cittadini sovietici, cambiando nome e cognome: questo fatto, negato da tutta la pubblicistica anticomunista, è invece ribadito e messo in evidenza da varie fonti. L’Italia che li aveva mandati in guerra era, da questi uomini, talmente odiata e disprezzata che, al termine del sanguinosissimo conflitto, essi decisero di voltarle le spalle e di rifarsi una vita nella nuova Patria sovietica. Diverse persone date per morte (ecco l’attendibilità di certi documenti!) furono comprese in certificati di morte presunta, non essendo possibile indicare i loro cadaveri e, d’altro canto, non essendovi prova della loro esistenza in vita dopo il 1944/45 e, in particolar modo, dopo l’ultimo rimpatrio del 1954. In “Lettere dal Don“, di Pino Scaccia, giornalista rigoroso e non certo di fede bolscevico – stalinista, racconta la storia di un villaggio, Filonovo, presso il quale vivono o sono vissute varie donne figlie di soldati italiani; viene poi menzionato un reduce, La Guidara, autore di “Ritorniamo sul Don“ (1963), che parlò di numerosi italiani, ex soldati dell’ARMIR, da lui incontrati nel 1960 in Ucraina vivi e vegeti (li presentò come trattenuti dal regime, ma ciò è ragionevolmente impossibile, visto che poté incontrarli liberamente, senza impedimenti ). Lo stesso Scaccia, nel blog di “Lettere dal Don“ ricorda, in un commento interlocutorio:

“Il caso di Arturo Campalto, il camionista di Vicenza che vive e lavora a Kiev, è sintomatico: nel paese di origine c’è anche il nome nella lapide dei caduti. Ovvio che lo hanno dato per deceduto. E’ sicuro, per esempio, che molti antifascisti sono rimasti in Russia perché in Italia c’era ancora il regime. Una cosa è certa: sia la prima volta che sono stato nella valle del Don che la seconda ho raccolto molte testimonianze che parlavano degli ‘ italiani ‘ “.

Ancora oggi, ammettere che tanti italiani preferirono fingersi morti, e magari produrre documenti in tal senso per avvalorare la bugia, piuttosto che tornare in un’Italia dove i fascisti non mollavano la presa e già si stavano riciclando in massa, è per gli anticomunisti in servizio permanente effettivo un trauma da evitare in ogni modo. Il loro costante rivolgere la testa all’indietro impedisce ogni analisi obiettiva, onesta e spassionata di ciò che fu. Figuriamoci se questi anticomunisti ottusi e subdoli hanno la franchezza e l’onestà intellettuale di un Arrigo Petacco o di un Enrico Reginato o di un Egisto Corradi nel raccontare come si viveva nelle izbe o nei campi dopo le sane misure di “pulizia” disposte da Stalin e dal governo sovietico contro aguzzini, grassatori e criminali! Abbiamo scelto questi tre autori, tutti anticomunisti a mille carati, proprio per rimarcare la differenza tra loro e certa pubblicistica e memorialistica accecata dall’odio antisovietico.

“Per trascorrere le lunghe giornate, – scrive Petacco – i prigionieri si dedicavano al lavoro di ristrutturazione degli ambienti improvvisandosi falegnami o muratori. Altri rileggevano i loro gualciti diari correggendo o aggiungendo impressioni. Di tanto in tanto, all’improvviso, una squadra di soldati invadeva le camerate per periodiche perquisizioni (…). Malgrado la mancanza degli utensili necessari, fioriva l’artigianato. Con l’aiuto di un seghetto sdentato o di un coltello arrugginito, venivano realizzati autentici capolavori: bastimenti, giocattoli, pettini d’osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile. Racconta Carlo Vicentini che due ufficiali riuscirono addirittura a costruire un orologio a pendolo con ingranaggi di legno e rotelle fatte a chiodi. Era anche preciso: tardava di appena un’ora al giorno e il successo fu grande. Dopo il primo ne dovettero costruire altri perché il mercato, fra i russi, tirava molto. Più tardi qualcuno si ricordò di aver ricevuto pochi anni prima una certa istruzione (…) fu così che alla produzione di calzini, carte da gioco e utensili vari, si aggiunse una consistente attività culturale. Un nobile pugliese, di nome Ferrante, cominciò a dare lezioni d’inglese. Un certo Martelli, bolognese, laureando in ingegneria, insegnò ai suoi volonterosi allievi la geometria analitica, i medici dissertarono di anatomia e di biologia. Il tenente Sandulli (…) tenne un corso di diritto civile e costituzionale (…) Un tenente umbro portò a termine un lavoro che pareva irrealizzabile. Intervistando uno per uno i compagni più colti e stimolando i loro ricordi di scuola, riuscì a compilare una storia della letteratura italiana che conteneva i brani più noti della Divina Commedia, del Petrarca, del Boccaccio e del Tasso, del Foscolo, del Leopardi, del Carducci fino a D’Annunzio“.

Un quadro che, incontestabilmente, pone i campi di prigionia sovietici su un terreno ben diverso dai campi nazisti e, anche, dai campi alleati, nei quali i prigionieri morivano come le mosche tra l’abbrutimento, la fame più nera, il più crudele terrore.

L’ufficiale medico degli alpini Enrico Reginato, nel suo libro dal titolo “12 anni di prigionia nell’Urss“, parla, tra l’altro, della festa per il suo compleanno il 5 febbraio del 1946:

“Tutti concorsero con regali e auguri a farmi trascorrere lietamente quella giornata. Ebbi in dono una scatola di sigarette, una saponetta e un paio di calze. Un ungherese mi fece omaggio di un astuccio in legno sul quale era stato artisticamente scolpito il profilo del Monte Cervino. Per l’occasione ci fu anche un pranzetto, che terminò con un brindisi in versi di Italo Stagno (…)“.

Ogni commento ci appare superfluo. Non è tutto: Reginato riconosce che, contro i soprusi di alcuni appartenenti agli organi di sicurezza sovietica, la giustizia del primo Stato operaio e contadino puntualmente riconobbe i diritti dei prigionieri.

“Un secondo sciopero – si legge nell’opera sopra citata – venne iniziato quando i sovietici pretesero di imporci il lavoro. Avevamo accettato di andare nella foresta a spaccar legna, ma ciò non doveva costituire un obbligo. Le stesse autorità russe, in analoghe precedenti circostanze, avevano riconosciuto la facoltà del lavoro volontario per gli ufficiali delle cosiddette piccole nazionalità, cioè per tutti, esclusi i tedeschi. Di fronte alle ingiuste imposizioni del comando piantammo una grana formidabile e riuscimmo ad ottenere l’intervento di un ufficiale di polizia, giunto espressamente dalla capitale della Repubblica dei Mari. La questione fu a lungo dibattuta, con esito conforme ai nostri diritti. L’ufficiale riconobbe che la ragione stava dalla nostra parte“.

Ce lo vedete un uomo di Himmler discutere una controversia di lavoro con gli ebrei dei lager e, alla fine, dar loro ragione dopo una disamina obiettiva del nodo del contendere?
Egisto Corradi, autore de “La ritirata di Russia“, è infine prezioso non per la descrizione dei campi di prigionia, ma per aver sviscerato una per una le menzogne fasciste sulla guerra e i contorni non certo chiari di battaglie pur esaltate ed epicamente assurte a simboli intoccabili dell’immaginario della Campagna di Russia. Egli analizza uno per uno i bollettini fascisti e nazisti sulle operazioni belliche in Urss, mettendo in evidenza le macroscopiche falsità, le montature, le distorsioni sistematiche operate in nome di una propaganda menzognera e criminale . Due esempi, in questo senso:

“21 gennaio 1943. ‘Forti attacchi ovunque respinti. A Stalingrado, i tedeschi lottano eroicamente in condizioni sempre più difficili’ . Da una corrispondenza italiana da Berlino: ‘ L’Armir ha respinto gli assalti talora successivi di ben sette armate sovietiche ‘. (Non si comprende il senso di questa corrispondenza. L’Armir era in dissoluzione)“.

“31 gennaio 1943. ‘Dai giornali italiani: ‘Mussolini nel ventennale della Milizia: Non molleremo mai fino a quando saremo capaci di tenere in pugno un’arma‘ “. (I resti del Corpo d’Armata alpino giungono sulle linee tedesche a nord di Karkov dopo due settimane di ritirata)“.

Un quadro impietoso, quello di Corradi, delle menzogne sulla base delle quali fu scatenato un conflitto immane, bestiale, in odio alla prima Patria che aveva portato al potere i lavoratori, liquidando il giogo dello sfruttamento, e che pertanto era, oltre ad un Paese immenso e ricchissimo, anche un “ cattivo esempio da estirpare“.

Si potrebbe parlare poi delle scuole di antifascismo attivate in Urss per iniziativa del PCI e del VK (b) P, con l’entusiastica partecipazione di esuli antifascisti di indistruttibile fede comunista, primo tra tutti il compagno Paolo Robotti. Si potrebbe raccontare nel dettaglio la gloriosa storia del giornale “L’Alba“, narrare le vicende di tanti prigionieri dell’ARMIR convertiti non certo con la coercizione, ma con la forza dell’esempio e del messaggio liberatore del marxismo – leninismo, alla fede antifascista e progressista… Si potrebbe certamente, ma sviliremmo un capitolo di importanza capitale che preferiamo trattare degnamente in un prossimo studio, sempre con al centro le vicende umane dei protagonisti e fonti al di sopra di ogni sospetto.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Arrigo Petacco: “L’Armata scomparsa“ (Mondadori, 1998)
Enrico Reginato: “12 anni di prigionia nell’Urss “ (Garzanti, 1971)
Egisto Corradi: “La ritirata di Russia“ (Longanesi & C., 1965)
Pino Scaccia: “Lettere dal Don“ (RAI – ERI, 2011)
https://letteredon.wordpress.com/2014/01/29/quelli-che-sono-rimasti/
http://www.plini-alpini.net/wp-content/uploads/html_pdf/Istruzioni_per_consultazione_documentazione_prigionieri.pdf

La lotta dei bolscevichi e dei lavoratori sovietici, tutti contro il sabotaggio economico dei contabili dei kolkhoz

La lotta dei bolscevichi e dei lavoratori sovietici, tutti contro il sabotaggio economico dei contabili dei kolkhoz

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Un capitolo poco noto della lotta di classe combattuta dai contadini, dagli operai e dai quadri tecnici e impiegatizi onesti delle aziende agricole collettive dell’Urss negli anni ’30, è, senza dubbio, quello relativo alla vigilanza e alla battaglia contro gli abusi, le soperchierie, le diversioni, i furti e le malversazioni compiuti da alcuni economi, contabili e revisori dei conti. In tutta l’Urss, all’inizio del processo imponente e spesso vorticoso di collettivizzazione delle terre, vi fu chi intese sabotare, con ogni mezzo a sua disposizione, i progressi nel campo dell’organizzazione del lavoro, i miglioramenti delle tecniche di conduzione dei fondi agricoli, l’elevamento del benessere generale delle masse contadine, l’arricchimento del patrimonio sociale, economico e infrastrutturale delle aziende agricole collettive (kolkhoz e sovkhoz). I ceti sfruttatori e parassitari, spodestati dalla Rivoluzione d’Ottobre, fin dagli albori del nuovo ordine sovietico imbracciarono le armi e dettero fuoco alla miccia della controrivoluzione e del sabotaggio, pur di difendere i loro privilegi attaccati frontalmente e aboliti dal governo degli operai e dei contadini. Chi, piangendo lacrime di coccodrillo, e spargendo il più delle volte menzogne e imposture storiche, deplora la sorte dei kulaki e vaneggia di un loro inesistente “sterminio” da parte delle autorità comuniste, dovrebbe tener presente che i kulaki, assieme agli esponenti dei vecchi ceti mercantili, agli ex gendarmi e scherani dell’Impero zarista, furono deportati solo in minima parte in Siberia o in altri luoghi di nuovo insediamento e quasi mai d’imperio, bensì sempre per una forte volontà espressa dal basso, dai contadini poveri e medi. In gran parte, i rappresentanti dei ranghi sociali espropriati, aboliti o ridimensionati nel loro peso e nella loro capacità di interdizione sociale e politica, trovarono impiego nei gangli della pubblica amministrazione e negli organi di gestione economico – contabile delle aziende agricole e industriali . Alcuni di loro – va detto per amor di verità e di obiettività storica – scrollatisi di dosso il fardello dell’inglorioso passato e delle tramontate idee, furono leali, fedeli e specchiati servitori dello Stato degli operai e dei contadini; altri, invece, irriducibili nemici di ogni principio di uguaglianza, di reale libertà ed emancipazione delle classe sociali subalterne, sfruttarono il loro livello di istruzione, senz’altro superiore alla media, visto che per secoli ne avevano negato uno dello stesso livello a milioni di uomini e donne, per tessere trame eversive, minare l’economia del Paese, provocare il crollo del potere sovietico nel vortice di un malcontento scientificamente coltivato e nutrito. Molti avranno letto sicuramente dei numerosi incendi dolosamente appiccati a kolkhoz e sovkhoz negli anni 1929 – 1933, con depositi distrutti, ricoveri per animali ridotti in cenere, raccolti arsi nel rogo dell’egoismo e dell’odio di classe spinto fino a negare il pane al popolo, a distruggerlo in maniera crudele e spietata. Accanto a questi truci aspetti della reazione dello strato sociale capitalista e benestante delle campagne, ve ne furono altri meno indagati in sede storiografica, più sottili ed insidiosi, ma non per questo meno devastanti per la costruenda economia collettiva sovietica: contabilità falsificate per far apparire passività inesistenti, giornate lavorative dei kolkhosiani misconosciute o pagate per metà (il trudoden, la giornata lavorativa effettivamente prestata sulle terre collettive, era la base per il conteggio delle paghe degli agricoltori delle fattorie collettive, in natura e in denaro), fannulloni amici del contabile di turno, o ad esso legati da antichi rapporti di protectio – oboedientia, retribuiti in maniera ingiustificata sulle spalle dei contadini onesti e laboriosi, coi fondi che a questi ultimi avrebbero dovuto essere destinati. Infine, mancata registrazione di raccolti, prodotti orticoli, capi di bestiame, pollame e uova, alfine di spianare la strada ad appropriazioni indebite, corruttele e ruberie attuate in forma “consortile” tra ex kulaki espropriati, economi, ragionieri, revisori dei conti. Contro questa piaga, che, specie nei primissimi anni ’30, minacciò di scardinare l’organizzazione economica agricola in tutto il Paese, si eresse un potente vallo da parte della vigilanza operaia e contadina; assediata dall’esterno e minata all’interno dall’azione dei nemici del popolo e degli elementi politicamente ostili, l’Unione Sovietica reagì potentemente stroncando complotti e fermenti rovinosi, nelle città e nelle campagne. L’NKVD (Comissariato del Popolo agli Affari Interni), coadiuvò in maniera indefessa l’operato del Partito, dei Sindacati, dei Soviet (specie i Sel’ Soviet, i Soviet di villaggio) per stanare i nemici infiltrati negli organismi economici e gestionali delle campagne, nelle articolazioni deputate ad assicurare gli approvvigionamenti e i materiali necessari all’economia agricola. Nel 1935, la partita era vinta ormai quasi al 90%: un documento dell’NKVD, uscito dagli archivi ex sovietici, ci mostra con dovizia di dati la situazione sul campo in quell’anno, anno di resoconto, verifica e bilancio di un’epurazione sacrosanta e necessaria per il Paese e per la stabilità del socialismo.

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Il Segretario politico del GUGB (Direttorato principale per la sicurezza di Stato), Molchanov, in data 19/07/1935 scrive alle massime cariche del VK (b)P (denominazione allora in uso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica), ripercorrendo le tappe dell’azione degli organi ispettivi e di sicurezza dell’Urss in merito al controllo e alla verifica degli apparati amministrativi e contabili dei kolkhoz. L’inchiesta, svolta con la costante e fruttuosa collaborazione delle articolazioni istituzionali e politiche del potere sovietico, marciò a ritmi serrati e coinvolse vari territori dell’Urss, di capitale importanza per le dinamiche sociali ed economiche legate al cammino della collettivizzazione dell’agricoltura e, più in generale, alla costruzione del socialismo (si va dalla Siberia Occidentale all’Ucraina, passando per l’Uzbekistan, la regione caucasica, l’area del Mar Nero, la zona delle ubertose Terre nere centrali)  Dal documento inoltrato da Molchanov, veniamo a conoscere dati e particolari assai significativi per una comprensione completa ed approfondita del ruolo di sabotaggio esercitato, tenacemente ed in varie forme, da personaggi infiltrati negli apparati contabili e di gestione delle aziende agricole collettive. In 14 Repubbliche, con relativi Oblast’ (Regioni), Kraj (Territori) e Rajoni (Distretti), furono controllati 1940 kolkhoz e più della metà risultarono infiltrati, negli uffici deputati alla conduzione amministrativo – contabile, da elementi di estrazione diversa da quella operaia e contadina, quasi sempre socialmente e politicamente ostili, spesso protagonisti di episodi di malcostume e di sabotaggio. Per la precisione, vennero individuati 1013 individui espressione di ceti espropriati dalla Rivoluzione, 491 ex kulaki e commercianti, 83 ex ministri del culto (pope, mullah ecc…), 15 ex poliziotti in servizio nell’epoca zarista, 25 ex banditi controrivoluzionari, 90 ex Guardie Bianche (alcune delle quali ancora attive, legati a circoli revanscisti e reazionari vivi e foraggiati dallo spionaggio imperialista), 7 ex funzionari imperiali, 17 ex menscevichi e socialisti rivoluzionari, 22 elementi criminali di vario tipo, 162 persone sottoposte a indagini, 37 alcoolisti ed elementi antisociali.

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Un panorama tetro, che certamente spiegava e spiega meglio di mille parole, l’insopprimibile realtà delle manovre di diversione e sabotaggio volte a mandare in frantumi l’economia agricola collettiva e lo Stato sovietico tutto, alla faccia dei tanto pubblicizzati storici “revisionisti”, sempre pronti a brandire, in funzione anti – staliniana ed anti – sovietica, la memorialistica falsa e tendenziosa di pseudo – testimoni, nonché la pamphlettistica d’accatto di pennivendoli al servizio degli apparati spionistici del mondo capitalista.

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Scendendo nel dettaglio, veniamo a sapere che in 245 kolkhoz ucraini, nelle Regioni di Vinnycja, Kharkov, Dnepropetrovsk, nonché nella Repubblica socialista sovietica autonoma moldava, su 264 economi, ragionieri e revisori sottoposti a verifica, 60 erano ex kulaki o discendenti di kulaki, 25 erano compresi nel novero degli ex (ex?) seguaci del fascista Petljura, 25 appartenevano a sette religiose o ad ambienti clericali, 9 avevano ingrossato, in passato, le fila degli ufficiali e dei funzionari zaristi, 7 erano ex soldati delle armate bianche o appartenenti a bande controrivoluzionarie, 8 erano elementi schedati nei casellari penali, 27 avevano subito condanne a vario titolo e in diversi periodi. Molti economi, contabili e revisori dei conti agivano in diretto collegamento coi kulaki, orchestrando sistematici sabotaggi, sperperi di risorse collettive preziose, fino al dissesto dei kolkhoz nei quali lavoravano, al termine del quale c’era chi ne usciva con le tasche piene e chi ne usciva, invece, rovinato (i più). Kharkov, Vinnycja… non erano e non sono, forse, gli stessi luoghi da sempre indicati, dalla mendace propaganda holodomorista, come luoghi di tremende carestie e privazioni, di tragedie da film horror da addebitare tutte ai trinariciuti bolscevichi, affamatori e dispotici, nel periodo 1932/33? Come sempre, le donne di strada debbono dare delle prostitute a quelle oneste per passare da pulite! Se in quelle terre, negli anni sopra menzionati, vi furono difficoltà alimentari, di produzione ed approvvigionamento di derrate agricole, ciò avvenne non certo per l’azione decisa dei comunisti i quali, stroncando le trame controrivoluzionarie, salvarono anzi il Paese dalla fame vera e dal tracollo, ma per l’opera subdola e viscida dei nemici del popolo annidati e infiltrati ovunque, a partire dalle aziende agricole. Essi, unitamente all’influenza di calamità naturali e fenomeni climatici avversi, non prevedibili né del tutto arginabili, tentarono, nel 1930/33, di dare la spallata al potere degli operai e dei contadini e, non riuscendovi, anzi venendo scoperti, sparsero a macchia d’olio le loro menzogne su carestie mai avvenute e su tragedie esistenti solo nelle loro menti perverse. Dove più forti furono il controllo, la vigilanza operaia e contadina contro i sabotatori, dove più rilevanti furono i successi della lotta di classe contro gli elementi controrivoluzionari, tanto più velenose, macroscopiche e grottesche furono le invenzioni e le menzogne dei circoli colpiti dalla spada implacabile del potere sovietico.

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Anche lontano da questi “epicentri”, nelle Repubbliche e nei territori dell’Asia centrale, la lotta non fu di poco conto e le situazioni venute alla luce grazie all’indagine promossa congiuntamente dagli organi di sicurezza, dal Partito, dagli organismi istituzionali centrali e periferici dell’Urss, dai tribunali, furono assai eloquenti: in Uzbekistan, ad esempio, su 100 contabili sottoposti a verifica e controllo in 97 kolkhoz di 30 Rajon, 83 appartenevano ai vecchi ceti feudali – capitalistico – clericali. Tra questi, 5 erano ex kulaki, 28 figli di ex kulaki, 10 ex mercanti e sensali, 6 ex ministri del culto, 13 figli di ministri del culto. Solo 17 ragionieri, economi e revisori su 83 erano di estrazione operaia e contadina.

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Nella Regione di Ivanovo, il 39% dei contabili e dei quadri amministrativi dei kolkhoz appartenevano agli ambienti socialmente ostili al potere sovietico e il 16% manifestava disarmante impreparazione teorica e tecnica, così da spianare la strada alle malversazioni ed alle ruberie dei più “esperti “.

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Lo spartito della musica non era granché diverso nella Regione di Kirov, presso la quale, nel Distretto di Vozhgalsk, su 11 contabili sottoposti a controlli, 7 risultarono esser figli di kulaki e mercanti, 2 erano ex impiegati perseguiti, dopo la Rivoluzione, per appropriazione indebita e corruzione, mentre gli altri due provenivano dallo strato sociale dei contadini medi, ma la loro origine non era di per sé una garanzia: infatti, uno era stato condannato per l’incendio doloso degli essiccatoi di un kolkhoz, l’altro era stato invece processato e condannato per il sabotaggio delle semine, atto riprovevole che, in varie parti dell’Urss, determinò situazioni di pesante difficoltà al popolo onesto e laborioso.

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Al termine dell’indagine, vennero allontanate decine di individui dagli organismi contabili, gestionali ed amministrativi dei kolkhoz e 20 contabili, colpevoli di abusi, malversazioni, corruttele, sabotaggi, furono denunciati ed arrestati. Si voltò pagina, con tutti i conseguenti positivi riflessi sulla stabilità economico – patrimoniale delle aziende agricole collettive: non si sentì più parlare di paghe non corrisposte ad agricoltori e braccianti, di accantonamenti ingiustificati che privavano i kolkhoz di risorse vitali per le gestioni correnti, di semine ritardate deliberatamente, di inspiegabili ammanchi, di incendi dolosi, di morie ingiustificate di bestiame. Non tutto andò a posto subito e ovunque, certo (in quale luogo della Terra e in quale ambito della vita associata domina la perfezione?), ma il quadro economico dei kolkhoz migliorò rapidamente in ogni angolo dell’Urss, fino a raggiungere livelli ottimali verso la fine degli anni ’30. Verso la fine del 1937, si contarono in Urss 243.700 kolkhoz, con dentro 18.500.000 aziende contadine, ovvero il 99,1% di tutte le aree coltivate. Possiamo altresì vedere come nel 1930 vi fossero, in tutta l’Urss, 31.100 trattori, diventati appena due anni dopo 74.800 e, nel 1937, ben 365.800.

La grandezza del potere sovietico rifulse non solo nella prontezza con la quale vennero stanati i sabotatori, i delinquenti, i parassiti, i disonesti travestiti nei nobili panni del contabile, ma anche e soprattutto nell’intelligenza con la quale il problema venne affrontato e risolto. Contro l’estremismo ed il settarismo di precisi ambienti del Partito e dello Stato, i quali identificavano frettolosamente, e ingiustamente, ogni contabile, revisore, economo in un nemico di classe, e contro il lassismo di altri settori, ingenui quando non collusi e complici, i quali peroravano la linea della tolleranza sempre e comunque, la linea maggioritaria nel Partito e negli organismi istituzionali seppe scegliere la via giusta: quella del rigore, manifestatosi in un sano repulisti di elementi infidi o criminali, abbinato alla selezione ed alla promozione di quadri contabili ed amministrativi di provenienza sì borghese o feudale, ma onesti, scrupolosi e leali. In questo modo, gli agenti del caos e dell’eversione furono messi alle corde, privati del teatro nel quale attuare le loro malefatte, mentre le figure positive e costruttive furono fidelizzate, guadagnate stabilmente alla causa del socialismo. Parallelamente a ciò, si investì molto nella formazione di nuovi contabili esperti di schietta estrazione operaia e contadina, facendo piazza pulita di quell’impreparazione generale, di quelle deboli e frammentarie nozioni da computista dell’abaco, sulle quali avevano giocato e costruito le loro fortune i più “esperti” contabili nemici del potere sovietico, pronti ogni volta a sorridere col loro ghigno beffardo di coloro i quali, onesti ma sprovveduti, cercavano di districarsi disperatamente tra partite doppie, coefficienti di ammortamento, accantonamenti. Sorse autorevole, ben istruita ed addestrata, nonché strettamente legata alla causa del proletariato rivoluzionario, una nuova leva di ragionieri, revisori, economi delle aziende collettive, i cui successi rappresentarono un vanto per tutto l’immenso Paese dei Soviet. Gli operai e i contadini sapevano, nella loro stragrande maggioranza, formata da individui maturi e coscienti, che il contabile non era un nemico, ma un insostituibile alleato nella difesa e nella valorizzazione della proprietà socialista, un presidio fondamentale contro i furti, le azioni economicamente nocive, le gestioni anti – economiche. Ancora oggi, solo per fare un esempio, si rimane incantati ed ammirati nel constatare come, in Urss, qualsiasi bene fosse, almeno fino alle controriforme gorbacioviane, scrupolosamente censito, inventariato, descritto, dai grandi, avveniristici macchinari agricoli ed industriali, fino ai più banali soprammobili. E’, questo, un piccolo indice di come, in Urss, accanto agli operai e contadini, operò per lungo tempo un apparato contabile di prima qualità. Anche grazie a quell’apparato, il socialismo uscì vittorioso negli anni ’30 e poté veder dissolversi, sotto i caldi raggi del Sol dell’avvenire, tra le messi rigogliose dei campi estesi a perdita d’occhio, il ghigno perfido dei nemici del popolo.

Nota. Il documento analizzato e descritto nel presente articolo è reperibile a questo indirizzo: http://istmat.info/node/57180

Per le vicende dei kolkhoz e dei sovkhoz, per l’analisi della loro consistenza economica e patrimoniale, per i progressi nel campo della meccanizzazione dell’agricoltura, è utile consultare il secondo volume di “Lineamenti di storia dell’Urss” (Edizioni Progress, Mosca, 1982, in italiano ).