Made in URSS – una testimonianza diretta su quello che fu il Paese dei Soviet

Made in URSS – una testimonianza diretta su quello che fu il Paese dei Soviet

REDAZIONE NOICOMUNISTI

EDIZIONI RAPPORTI SOCIALI

Diffondiamo un’interessante testimonianza sulla vita negli ultimi anni dell’URSS, dopo quarant’anni di regime revisionista e di graduale restaurazione del capitalismo. La dedichiamo ai nostri socialpetalosi sempre pronti a spalare sterco sulla gloriosa Unione Sovietica.

A cura dei compagni di Edizioni Rapporti Sociali:

Tempo fa abbiamo conosciuto una ragazza moldava di 34 anni che da vari anni vive e lavora in Italia. Abbiamo fatto a lei e a suo fratello (di qualche anno più grande) alcune domande sulla Moldavia prima dell’avvento della “democrazia” e della separazione dalla Russia. Entrambi hanno vissuto in Moldavia nella parte finale dell’esistenza l’URSS, quando l’URSS, dopo quarant’anni di regime revisionista e di restaurazione graduale del capitalismo, si stava dissolvendo e stava per entrare nella fase della restaurazione ad ogni costo del capitalismo diretta da Eltsin e poi, almeno in parte, da Putin. Dai loro ricordi, però, emerge bene quanto, nonostante l’opera dei revisionisti, le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari e l’intero sistema economico, politico e sociale erano ancora fortemente influenzate dalle conquiste della fase di costruzione del socialismo.

I fratelli moldavi, rispondendo ad alcune nostre domande, ci offrono l’occasione di un racconto dall’URSS, in presa diretta. Una testimonianza e qualcosa su cui riflettere. Per conoscere, comprendere, tirarne le giuste lezioni.

Come era organizzata la vita sociale?

Ogni individuo contribuiva alla collettività principalmente svolgendo i suoi compiti con dedizione e responsabilità. Gli studenti studiavano e facevano attività ricreative e civiche, i lavoratori lavoravano e potevano svolgere qualunque attività sociale, culturale e ricreativa. Ogni individuo viveva a stretto contatto del suo collettivo di riferimento e questo creava un tessuto sociale tale per cui nessuno era abbandonato a se stesso, nessuno era lasciato in disparte, ma tutto e tutti erano curati. Non esistevano ricchezza e povertà, le differenze di salario erano basate solo sulla specializzazione professionale e sull’anzianità, chiunque era in grado di mantenere un livello di vita più che dignitoso. Si stava bene e, in verità, soltanto chi voleva “star male” poteva farlo.

In che senso?

Nel senso che il lavoro era obbligatorio, valeva il principio “chi non lavora non mangia”. Chi non aveva voglia di lavorare e preferiva fare il furbo veniva denunciato e condotto più volte al lavoro da parte della polizia. Poteva comunque non lavorare per un massimo di 6 mesi (circondato dalla diffidenza e dalla riprovazione della gente), poi veniva messo in una colonia di lavoro, una sorta di prigione in cui era obbligato a lavorare. Nella colonia di lavoro non percepiva uno stipendio mensile ma, quando usciva, riceveva un compenso per il lavoro che aveva svolto risultante dai giorni che aveva lavorato, ad una paga inferiore rispetto agli operai. Quindi non esistevano le basi per il furto, non c’era droga e non esisteva la prostituzione.

Parlaci ancora del lavoro e del sistema produttivo.

La precarietà del lavoro, l’instabilità, l’insicurezza non esistevano. A tutti era chiaro che dopo la scuola sarebbero andati a lavorare. Ogni fabbrica, ospedale, comparto produttivo aveva il dovere di curare tutti gli aspetti della vita dei lavoratori e delle loro famiglie, fin dalla creazione e gestione delle scuole professionali. Ogni studente della scuola professionale era un potenziale lavoratore di quel comparto, quindi la fabbrica o l’ospedale provvedevano alla cura di tutto ciò che gli era necessario: vitto (con ticket e buoni), alloggio, tempo libero (corsi di ogni tipo, sport, arte, ecc.), vacanze (ogni azienda aveva complessi o alloggi turistici sparsi in tutta l’URSS o convenzioni con alloggi e complessi turistici gestiti da altre aziende), trasporti (ogni azienda provvedeva al trasporto di ogni singolo studente/lavoratore nei casi in cui era necessario spostarsi). Questa organizzazione partiva, come ho detto, dalla scuola professionale e arrivava fino all’età della pensione.

Puoi dirci qualcosa sulle condizioni di lavoro?

Io, per esempio, ho iniziato a lavorare in miniera a 18 anni e le attenzioni che c’erano per i minatori non c’erano da nessun’altra parte del mondo. Ad esempio il latte (bere molto latte riduce i rischi che derivano dalle polveri) era distribuito gratis più volte al giorno a tutti i minatori: una cosa del genere in Germania, in Inghilterra e in tutto il resto del mondo non esisteva. Il minatore era considerato un lavoro usurante, quindi un anno da minatore era considerato come tre anni di lavori non usuranti: quindi dopo 12 anni, a 30 anni, avrei potuto andare in pensione.

Com’erano gli stipendi?

Un lavoratore senza nessuna qualifica guadagnava lo stipendio più basso: 180 rubli. Un kg di pane costava 0,15 rubli, un biglietto dell’autobus 0,70 e uno del treno 0,25 ma gli spostamenti da e per il lavoro erano gratis, spesso le mense erano gratis e libri, scuola e sanità pure. Ad ogni lavoratore la fabbrica dava gratis la casa, l’arredamento, gli elettrodomestici (i più cari a un prezzo simbolico). Gli stipendi erano usati per comprarsi qualcosa in più rispetto a ciò che già era un diritto riconosciuto a beneficiare di tutte le risorse e le ricchezze, come per esempio le sigarette, i gelati e altri “vizi”. I beni di consumo in commercio erano venduti al mercato e tutti i prezzi stabiliti dallo Stato, non esistevano quindi speculazioni di nessun tipo. I beni maggiormente ambiti (ad esempio alcuni tipi di cereali) non venivano messi in commercio, ma razionati proporzionalmente al numero dei componenti di ogni nucleo famigliare.

Com’era la sanità?

Era completamente gratuita sia per le visite generiche che specialistiche, a tutti i livelli, le analisi e le cure. Chiunque avesse malattie che richiedevano particolari trattamenti o che si acuivano con le condizioni climatiche veniva inviato al mare o alle terme, in montagna o in campagna per un periodo di riabilitazione. Queste cure, insieme alle vacanze, erano gestite dalle organizzazioni sindacali.

E i trasporti?

Per andare al lavoro la fabbrica metteva a disposizione dei pulmini che andavano a prendere a casa e riportavano a casa gli operai gratuitamente (chi voleva dava una mancia all’autista). Per i mezzi pubblici era necessario comprare il biglietto, il cui costo era comunque molto basso. Le macchine private erano poche ma non per penuria di mezzi ma perché non erano necessarie. Quelle che esistevano erano tutte uguali, cambiava solo il colore, ed erano di proprietà collettiva nel senso che chi ne aveva bisogno faceva domanda alle autorità competenti e poteva prendere una macchina, per poi consegnarla quando non ne aveva più bisogno. Sulla gestione della distribuzione delle macchine esistevano dei favoritismi, poteva succedere che i dirigenti facessero avanzare dei loro parenti o conoscenti nella lista di prenotazione della macchina, ma questo era il peggio che poteva accadere.

C’era libertà di culto?

In maggioranza i moldavi erano atei, ma la religione non era vietata. Chi voleva poteva andare in chiesa, seguire il culto che voleva e celebrare le feste religiose. Semplicemente incorreva nell’ironia della gente che, in generale, non festeggiava né Natale né Pasqua. Le feste erano politiche, civili o patriottiche (primo maggio, 8 marzo, 1 gennaio, 15 aprile, 23 febbraio). In occasione delle feste le scuole e le fabbriche non chiudevano, ma le mense servivano il menù di festa e venivano organizzate specifiche attività: gite, parate, gare sportive, manifestazioni culturali, ecc.

Com’era organizzata la scuola?

Ognuno aveva la possibilità di scegliere e determinare il proprio percorso di studi perchè tutte le spese erano a carico dello Stato, quindi per gli studenti e le loro famiglie l’istruzione non rappresentava un costo. Dopo l’asilo (3/6 anni) iniziava un ciclo di studi “base” di 9 anni. Chi voleva continuare a studiare poteva farlo liberamente, perchè l’università era gratuita, ma anche a chi intendeva specializzarsi erano assicurati studi, vitto, alloggio e servizi gratis. In generale tutto il sistema funzionava sulla meritocrazia, ma non come la intendete voi: 1. i risultati dello studio erano intesi come lo sviluppo e la crescita di un collettivo e non per fini carrieristici; 2. non esistevano le “borse di studio” con cui la borghesia rappresenta la sua meritocrazia, ma tutti avevano il diritto e il dovere di studiare a costo zero.

C’erano organizzazioni giovanili?

Prima dei 13 anni i bambini e i ragazzi entravano o negli ottobrini (dai 6 ai 9 anni) o nei pionieri (dai 9 ai 13 anni). Non era obbligatorio, ma tutti i bambini volevano parteciparvi, soprattutto perchè tutti i ragazzi aspiravano sopra a ogni casa a entrare nel Komsomol. Le organizzazioni giovanili organizzavano attività sociali (volontariato, aiuto ai contadini per il raccolto o agli anziani, campagne per la pulizia dell’ambiente), organizzavano le loro feste e promuovevano le proprie attività ricreative e culturali: ci sentivamo importanti e utili! Il Komsomol era la Gioventù comunista e per entrarvi era necessario superare un esame di storia (ci venivano chieste cose come la data di nascita di Lenin, quando era stata fondata l’URSS e altre cose del genere). L’ingresso nel Komsomol era per tutti i giovani una cosa importante, rappresentava il riconoscimento sociale del passaggio alla maturità. Il non farne parte equivaleva a un castigo. Pensate che per riprendere un ragazzo per un atteggiamento sconveniente o sbagliato, non si faceva leva sulle questioni personali, ma al contrario sul ruolo che lui ricopriva nella società: “che razza di komsomolista sei?”.

Tutto questo avveniva nella fase di decadenza dei primi paesi socialisti, dall’intervista emergono vari indizi: i favoritismi, le mance, l’esame per entrare nel Komsomol basato su date e nozioni, il fatto che la gente non era mobilitata ed educata a prendere sempre più nelle proprie mani la direzione della propria vita e della propria attività, ecc. Però lascia intravedere cosa sono stati i primi paesi socialisti quando la loro direzione di marcia era quella della costruzione del comunismo! E cosa potrà essere l’Italia quando diventerà un paese socialista: un paese che riprenda e sviluppi a un livello superiore quello che è descritto in questa intervista. E’ questo il paese che i comunisti aspirano a costruire, che le nostre Edizioni, edizioni della Carovana del (nuovo) Partito Comunista Italiano, contribuiscono a costruire, che ogni operaio, ogni lavoratore, ogni esponente delle masse popolari può contribuire a costruire.

E’ il nostro invito e, insieme, il nostro augurio oggi, a 100 anni dalla grande Rivoluzione d’Ottobre.

Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità.

Zoja Kosmodemjanskaja, eroina dell’umanità.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

“Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”.

Con queste brevi, incisive parole, il sublime scrittore Ernest Hemingway, progressista, antifascista, amico dell’Unione Sovietica, della pace e della mutua comprensione tra gli uomini, sintetizzava magistralmente l’importanza del tributo al primo Stato mondiale degli operai e dei contadini, mettendone in evidenza il contributo incancellabile nella lotta alla tirannide nazifascista e nella difesa del mondo dalle mire guerrafondaie dell’imperialismo. Non sminuiremo certamente l’immortale autore de “Il vecchio e il mare” se, accanto alla sua affermazione vibrante di sincerità e schiettezza, ne collochiamo un’altra, non meno pregnante e realistica:

ogni essere umano che ami la libertà e la pace non può non riconoscere e non onorare, fin nel profondo del cuore, il sacrificio di Zoja Kosmodemjanskaja.

Questa figura è infatti patrimonio non solo dell’Urss e della Russia, terre in cui ogni zolla era ed è impregnata del sangue degli eroi combattenti per la libertà nella Grande Guerra Patriottica, ma anche di tutta l’umanità progressiva, nemica del bellicismo, della reazione, del revisionismo infausto, della negazione dei diritti e della dignità del lavoratore in quanto tale e in quanto persona.

Chi era Zoja Kosmodemjanskaja? Nata da una famiglia di insegnanti nel villaggio di Osino Guj, nella Regione di Tambov, nella zona centrale del bassopiano del Don, il 13 settembre del 1923, Zoja Kosmodemjanskaja compì gli studi prima in Siberia (dove i suoi si erano trasferiti), quindi a Mosca. Sull’onda dell’entusiasmo per l’avanzata impetuosa del socialismo, nel 1938 si iscrisse al Komsomol, la Gioventù comunista sovietica, e si dette da fare in una vasta opera di lavoro sociale e pedagogico volta ad eliminare le ultime sacche di analfabetismo esistenti in Urss, Paese dove il potere socialista aveva insegnato a leggere e scrivere a contadini ed operai che mai avevano tenuto una penna o un libro in mano, conseguendo in pochissimi anni l’obiettivo del 90% di alfabetizzazione, traguardo conquistato dalle società borghesi in un secolo (e con tanto di analfabetismo di ritorno!). Zoja, come tutte le persone “speciali”, non aveva un carattere facile: il suo zelo, il suo fervore militante, furono causa di invidie ed incomprensioni che la fecero soffrire enormemente. Alla fine, però, il bene trionfò ed anche i malevoli aprirono il loro cuore e apprezzarono, come si apprezza un dono particolare, l’infinita umanità della ragazza, autentica e mai affettata negli slanci più profondi del cuore.

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Zoja Kosmodemjanskaja, nome di battaglia Tania

Sul Paese, intanto, si addensava, minacciosa ed oscura, la tremenda nube del nazifascismo, coi suoi folli piani di conquista messi a punto anni prima nel “”Mein Kampf”. Il tragico giugno del ’41 non trovò Zoja impreparata, né titubante, come non trovò né impreparati né titubanti 200 milioni di onesti cittadini sovietici, guidati dal grande Stalin, la cui lampada mai si spegneva nelle concitate notti di riflessione, programmazione, azione per difendere la Patria. L’attività antifascista, rivolta contro l’occupante, marciava senza sosta nel Komsomol e in ogni ambito della società sovietica. Nell’ottobre del 1941 Zoja, assieme ad altri 2000 volontari del Komsomol, raggiunse il proprio posto di combattimento, ingaggiando una lotta per la vita o per la morte contro i barbari invasori che razziavano, uccidevano, deportavano. Il gruppo di Zoja non dette pace al nemico: agguati, attacchi, incendi di avamposti e depositi utilizzati dai nazifascisti per far partire attacchi contro gli inermi cittadini, o per stoccare beni rubati col terrore al popolo, si succedettero da Petrischevo a Gribtsovo, da Pushkino a Korovino e in tutti i villaggi della Regione di Mosca interessati dai più intensi combattimenti. I tentativi dei nazifascisti di creare terra bruciata attorno ai partigiani sovietici, fallirono uno dietro l’altro: l’unità tra tutte le genti dell’Urss contro il feroce invasore era, ogni giorno, più forte che mai e a nulla o a molto poco servivano le minacce, i ricatti, le false promesse.

Quando i nazifascisti, a ottobre – novembre del ’41, provarono a costituire una milizia collaborazionista nei villaggi, per neutralizzare il movimento partigiano e garantire alle loro armate il successo senza intoppi delle barbare azioni pianificate, non trovarono a seguirli che pochi, sparuti elementi rinnegati ed opportunisti, la gran parte dei quali, oltretutto, disertò non appena ne ebbe l’occasione. Uno di questi elementi, la spia Sviridov, per una bottiglia di vodka consegnò Zoja ai nazisti assetati di sangue ed inferociti dall’efficienza militare dei partigiani del gruppo in cui Zoja militava.

La giovane combattente fu interrogata in maniera brutale, con un allucinante corredo di bestiali torture, dagli sgherri nazisti, alla presenza anche di alti militari. Nonostante l’indicibile supplizio, reso ancor più straziante dal coraggio e dall’abnegazione della ragazza, Zoja non si fece uscire dalla bocca alcun nome di compagni e fiancheggiatori: i combattenti della libertà sovietici, che sempre più andavano ingrossando le file dei partigiani, con i mitra, i fucili da caccia, le “molotov” e ogni tipo di arma utile a cacciare le belve naziste, nulla ebbero da temere da questa intrepida amazzone sovietica che andava al martirio serena, con gli occhi pieni di quell’odio per l’ingiustizia, la tirannia, la prepotenza, che è vivido amore dell’umanità.

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Zoja mentre viene condotta al patibolo

Zoja Kosmodemjanskaja venne condotta al patibolo nel villaggio di Petrischevo in un tragico 29 novembre del 1941. Neppure tra i boia del Nuovo Ordine Europeo retto dalle baionette di Hitler, Himmler e Goering e disseminato di cadaveri, Zoja poté però tacere, trattenendosi: anzi, l’inumana violenza che era stata usata sul suo corpo aveva sortito l’effetto di un diluvio di benzina su una fiamma. La giovane, prima di venire impiccata, tra lo sdegno, l’incredulità e la bile dei suoi aguzzini, incitò il popolo con parole vibranti a resistere:

“Cittadini ! Non state in piedi a guardare mentre c’è bisogno di combattenti!”

E ancora:

“Compagni, la vittoria sarà nostra! L’Urss è invincibile e non verrà sconfitta! Stalin verrà! Non possono uccidere 200 milioni di persone!”

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Zoja mentre incita i russi presenti al combattimento

Ciechi di rabbia, incapaci di concepire altro dall’odio e dalla sopraffazione, i carnefici portarono a termine il loro sporco lavoro, compiendo l’esecuzione di Zoja. La fulgida luce dell’esempio di questa eroina, però, era destinato a trionfare! Un esempio unico di sprezzo del pericolo, attaccamento lucido e indefettibile alla verità, alla giustizia, alla libertà, amore inestinguibile per i valori della società socialista, brilla ancora su tutta l’umanità progressiva e ha un nome scritto a caratteri indelebili: si chiama Zoja Kosmodemjanskaja.

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La legalità socialista, pietra miliare del periodo staliniano. Una breve, illuminante riflessione alla luce delle fonti

La legalità socialista, pietra miliare del periodo staliniano. Una breve, illuminante riflessione alla luce delle fonti

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Presentiamo una breve riflessione del compagno Luca Baldelli sul ruolo della legalità socialista in Unione Sovietica. Dal testo:

“Il revisionismo kruscioviano e la sua esasperazione ideologico – politica, ovvero il gorbaciovismo distruttore dell’Urss e del socialismo, hanno sempre teso a rivendicare l’esclusività del possesso e dell’applicazione del concetto di “legalità socialista“ come se, dal 1924 al 1953, sotto l’egida di Stalin, tutto fosse stato condotto all’insegna dell’illegalità, dell’arbitrio, della violenza, della sistematica compressione e sospensione di diritti, tutele, garanzie. Come è stato dimostrato nell’arena concreta della storia, le violazioni della legalità socialista sono state massime, fino al culmine dello smantellamento dello Stato sovietico, proprio sotto i revisionisti. Non solo: limitandoci alla turbolenta fine degli anni ’30, possiamo ben dire che le distorsioni e gli abusi verificatisi in sede giuridica in Urss, il debordare delle “purghe“, furono non già lo spartito predefinito dalla politica del VK (b) P né, tanto meno, l’esito concreto di un’inesistente volontà soggettiva di Stalin. Le violazioni della legalità socialista furono, solo e soltanto, la conseguenza dei sabotaggi, delle diversioni e dei complotti messi in atto da infidi elementi al fine di screditare il vertice del VK (b) P, distruggere pian piano il sistema socialista seminando disorganizzazione, sfiducia, delegittimazione delle istanze e delle istituzioni, indirizzare il malcontento della popolazione contro Stalin”.

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Il volo di Pjatakov. Capitolo VIII

Presentiamo l’VIII parte dell’inchiesta dei compagni di MondoRosso sull’incontro tra Pjatakov e Trotskij in Norvegia. In questa parte si analizzano in modo logico e minuzioso gli alibi e le giustificazioni di Trotskij, per negare la possibilità dell’incontro con l’esponente del governo sovietico.

Mondorosso

Nessun alibi

Sussistono anche altre tipologie di alibi, oltre a quello “tardivo” esibito da Trotskij e demolito in precedenza.

Per quanto riguarda il volo clandestino e l’incontro segreto di Pjatakov con Trotskij, quest’ultimo poteva anche fornire un “alibi positivo”, e cioè provare attraverso delle testimonianze inattaccabili la sua presenza costante in compagnia di una o più persone insospettabili, in un luogo nel quale ovviamente non si trovasse simultaneamente Pjatakov.

Ma Trotskij poteva altresì proporre anche un “alibi negativo”: ossia non poter dimostrare di essere stato costantemente in un posto “X” attraverso testimoni sicuri, ma in ogni caso riuscire a provare attraverso questi ultimi che il soggetto P (Pjatakov) non sarebbe potuto mai arrivare nel luogo “X” in esame, senza essere subito notato e visto da essi.

E infine, Trotskij poteva avanzare anche l’alibi dell’impossibilità logistico-materiale dell’arrivo in Norvegia del suo presunto interlocutore, ossia di Pjatakov, sostenendo che quest’ultimo non avesse…

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L’omosessualità in URSS

Di ALFONSO CASAL

TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS

FONTE

Il fatto che l’omosessualità fosse penalmente sanzionata ai sensi del diritto sovietico è qualcosa che spesso viene gettato in faccia dei comunisti in generale, e vine utilizzato per “screditare” il compagno Stalin in particolare. Infatti, “Stalin odiava i gay” è una cosa che ho visto pubblicare online numerose volte da trotzkisti ed anarchici. Dubito che Stalin abbia mai scritto qualcosa sulla questione o ne abbia mai parlato in pubblico. In ogni caso, tale accusa è per la sua stessa natura, decontestualizzata e fuorviante. Ciò che deve essere affermato con chiarezza è che l’opinione legale e medica su questa faccenda non era diversa da quella che a quell’epoca andava per la maggiore e cioè che l’omosessualità fosse un disturbo psico-sessuale, una forma di malattia mentale. Inoltre, c’erano argomentazioni che tentavano di collegare l’omosessualità al fascismo, soprattutto se si considera che molte delle camicie brune di Hitler erano omosessuali. [NDT: per un’ottima disamina della questione vedasi http://signal-it.blogspot.it/2012/04/nazismo-e-omosessualita.html]

Per quanto oggi possa sembrare sbagliata questa opinione, essa deve essere affrontata nel suo contesto storico in quanto la scienza avanza, la conoscenza cresce e si approfondisce. La branca della scienza della sessualità umana rimase nella sua infanzia per tutta la durata della vita di Stalin. La morte di Stalin avvenne nel 1953. Egli morì prima della “rivoluzione sessuale” e non sentì mai parlare di Alfred Kinsey,di Masters e Johnson o del “rapporto Hite”. In realtà fu solo nel 1975 che la stessa American Psychological Association smise di classificare l’omosessualità come un disturbo mentale. Aspettarsi che Stalin e la Russia sovietica nel 1930, potessero anticipare i progressi della scienza medica e psicologica che si verificarono quarant’anni dopo è ingenuo o pericoloso. Va notato, in confronto, che la DDR aveva una politica molto più aperta e positiva nei confronti dell’omosessualità. Ciò può essere spiegato dal fatto che gli studi di sessuologia erano più avanzati in Germania che in qualsiasi altro paese del mondo, ma anche questo deve anche essere visto in un contesto storico, come parte non solo dell’approfondimento della conoscenza scientifica, ma anche della diffusione di tali conoscenze in tutta la società in generale. Nel 1987, la legge della DDR affermava che “l’omosessualità, come l’eterosessualità, rappresenta una variante del comportamento sessuale. Le persone omosessuali non possono quindi stare fuori società socialista, e i diritti civili sono garantiti a loro esattamente come a tutti gli altri cittadini“.

Questa è la risposta giusta. Come marxisti-leninisti, siamo scienziati. Come scienziati cerchiamo di far avanzare la conoscenza umana e la comprensione. E man mano che le nostre conoscenza e comprensione crescono, così cresce la nostra ideologia. Oggi non c’è un solo comunista degno di questo nome che non supporti con tutto il cuore i diritti dei gay.

Inoltre penso che si dovrebbe anche sottolineare che, nonostante l’idea che l’omosessualità fosse un disturbo mentale, la legge attuale in questione, l’articolo 121 del codice penale sovietico, era praticamente applicata solo in casi di pedofilia, con circa 800 – 1000 procedimenti all’anno.

Wikipedia (ognuno può controllare velocemente) cita la “Grande Enciclopedia Sovietica” del 1930:

“la legislazione sovietica non riconosce i cosiddetti delitti contro la morale. Le nostre leggi partono dal principio di protezione della società e quindi abbiamo la sanzione della legge solo in quei casi in cui i ragazzi minorenni sono oggetti di interesse omosessuale… pur riconoscendo la scorrettezza dello sviluppo omosessuale… la nostra società combina misure terapeutiche profilattiche e di altro tipo con tutte le condizioni necessarie per rendere meno dolorosi possibile i conflitti che affliggono gli omosessuali e per risolvere problema del loro tipico estraniamento dalla società tipica all’interno della collettività” Sereisky, Grande Enciclopedia Sovietica, 1930, p. 593

In realtà i comunisti erano più progressisti sulla questione dei diritti degli omosessuali di quanto non fosse la società borghese del tempo. Ancora una volta, la cosa importante è il livello di comprensione scientifica e la misura in cui tale conoscenza sera diffusa in tutta la società nel suo complesso. La Germania ebbe la storia più lunga nella ricerca psicologica e medica sulla sessualità umana. Esisteva in questo paese un Istituto di Sessuologia già a partire dal 1920. I nazisti lo chiusero quando salirono al potere. I principali ricercatori medici presso l’Istituto di Sessuologia erano iscritti al KPD. Proprio così, il KPD, il partito comunista tedesco “STALINISTA”. Molti comunisti tedeschi non solo sostenevano i diritti dei gay, ma erano pionieri della liberazione sessuale. In effetti, un certo numero di loro cantava le lodi della salubrità del nudismo. In questo numero vanno inclusi il padre e la famiglia di Markus Wolf. Markus Wolf sarebbe poi diventato il capo dello spionaggio dela DDR; l’uomo che la CIA avrebbe definito “l’uomo senza volto”, perché non era in possesso di una sua fotografia.

Inoltre un tema molto, troppo amato dai trozkisti, tema che viene rinfacciato ai marxisti-leninisti è: “Lenin ha depenalizzato l’omosessualità”. I fatti, sono un po’ diversi:

“L’iniziativa per la revocazione della legislazione antiomosessuale, dopo la rivoluzione di febbraio 1917, era venuta, non dai bolscevichi, ma dai cadetti (democratici costituzionali) e dagli anarchici (Karlinsky, 1989). Tuttavia una volta che il vecchio codice penale dovette essere abrogato dalla Rivoluzione d’Ottobre, i suoi articoli che riguardavano l’omosessualità cessarono di essere validi. I codici penali della Federazione russa del 1922 e del 1926 non facevano alcuna menzione dell’omosessualità, anche se alcune leggi corrispondenti rimanevano in vigore in luoghi in cui l’omosessualità era più diffusa: nelle repubbliche islamiche dell’Azerbaigian, del Turkmenistan e dell’Uzbekistan, così come nella cristiana Georgia”.

“Gli esperti medici e legali sovietici erano molto orgogliosi della natura progressiva della loro legislazione, nel 1930 il perito medico Sereisky (1930) scriveva nella Grande Enciclopedia Sovietica: ‘La legislazione sovietica non riconosce i cosiddetti delitti contro la morale. Le nostre leggi partono dal principio di protezione della società e, pertanto, vine prevista la punizione solo in quei casi in cui i minori sono gli oggetti dell’interesse omosessuale’ (p. 593)”.

“Come Engelstein (1995) cita giustamente, la depenalizzazione formale della sodomia non significa che tale condotta fosse invulnerabile a ogni procedimento legale. L’assenza di leggi formali contro il rapporto anale o lesbismo non ha impedito la persecuzione del comportamento omosessuale come forma di comportamento disordinato. Dopo la pubblicazione del codice penale del 1922, ci furono proprio in quell’anno almeno due famosi processi per pratiche omosessuali. L’eminente psichiatra Vladimir Bekhterev testimoniava che ‘la dimostrazione pubblica di tali impulsi… è socialmente pericolosa e non può essere permessa’ (Engelstein, 1995, p. 167). La posizione ufficiale della medicina e della legge sovietiche nel 1920, come risulta dall’articolo nell’enciclopedia di Sereisky, era che l’omosessualità fosse una malattia difficile, forse addirittura impossibile da curare. Quindi, ‘pur riconoscendo la scorrettezza dello sviluppo omosessuale… la nostra società combina misure terapeutiche, profilattiche e di altro tipo con tutte le condizioni necessarie per rendere i conflitti che affliggono gli omosessuali più indolori possibile e per risolvere la loro tipica estraneità alla società all’interno della collettività (Sereisky 1930 , p. 593).”

“Il numero preciso di persone perseguite ai sensi dell’articolo 121 è sconosciuto (le prime informazioni ufficiali furono rilasciate solo nel 1988), ma si crede che si aggirasse sui 1000 casi l’anno. Al momento secondo i dati ufficiali, il numero di uomini condannati ex articolo 121 è in costante diminuzione dalla fine del 1980. Nel 1987, 831 uomini sono stati condannati (questo dato si riferisce all’intera Unione Sovietica); nel 1989, 539; nel 1990, 497; nel 1991, 462; e nei primi 6 mesi del 1992, 227, tra i quali quasi tutti, eccetto 10 sono stati condannati ai sensi dell’articolo 121.2 (le cifre sono solo per la Russia) (Gessen, 1994). Secondo gli avvocati russi, la maggior parte delle condanne sono infatti ex articolo 121.2, l’80 per cento dei casi è correlato al coinvolgimento di minori fino a 18 anni (Ignatov, 1974). In un’analisi di 130 condanne di cui all’articolo 121 tra il 1985 e il 1992, si è riscontrato che il 74 per cento degli accusati sono stati condannati in forza del 121.2, di cui il 20 per cento lo sono stati qa causa di stupro mediante l’uso della forza fisica, l’8 per cento per l’utilizzo di minacce, il 52 per cento per aver avuto contatti sessuali con minori, il 18 per cento sfruttando uno stato di vulnerabilità e il 2 per cento abusando della dipendenza delle vittime (Dyachenko, 1995)”.

http://www.gay.ru/english/history/kon/soviet.htm

Quindi, in conclusione: Lenin NON HA depenalizzato specificamente l’attività omosessuale. Il codice penale zarista fu dichiarato nullo ed insieme ad esso decadde la legislazione anti omosessuale. I codici penali sovietici del 1922 e del 1926 non menzionarono l’omosessualità, ma leggi anti-omosessuali rimasero nella codificazione delle repubbliche islamiche e della Georgia. Quando l’omosessualità rientrò nel codice penale sovietico, le azioni penali contro gli omosessuali furono relativamente rare (circa 1.000 casi l’anno su una popolazione di 200 milioni di persone) e quelli che furono perseguiti, lo furono in base a casi di stupro, pedofilia e di abuso su persone non autosufficienti e vulnerabili.

Questi sono i fatti. Era una legge perfetta? Ovviamente no! Era una buona legge o qualcosa da ammirare o ripetere? No. Questa legge si prestò ad abusi e persone innocenti furono condannate? Probabilmente sì, come purtroppo succede in tutti i sistemi giuridici, ma l’intento e la portata della legge furono molto diversi da quello che la propaganda della “sinistra” anticomunista e anti Stalin vuole far credere.

I garages in URSS: progresso e boheme metropolitana tra socialismo e crescita dei consumi

I garages in URSS: progresso e boheme metropolitana tra socialismo e crescita dei consumi

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

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Nel 1979, la cinematografia sovietica, sempre vivacemente attenta ai mutamenti del costume, dei modi di vita, delle tendenze presenti nella società, lanciava un capolavoro del grande regista Eldar Rjazanov: “Garage”. In questo film, una serie di tipi umani assai variegati, pittoreschi, a tutto tondo, disputavano attorno al problema delle autorimesse con toni felicemente sopra le righe, in presenza di progetti urbanistici controversi e non sempre graditi. Ecco emergere, in questo microcosmo brulicante di figure colorite, il veterano di guerra, la ricercatrice, l’impiegato, il “furbetto del garagino” che, con sotterfugi e mance, si era aggiudicato il diritto a costruire la rimessa scavalcando altri nella lista. La pellicola di Rjazanov, lungi dal ritrarre un universo di fantasia, scisso dalla dimensione concreta, quotidiana, con la mediazione dello spirito immaginativo, fotografava altresì una realtà evidente e tangibile, nell’Urss di allora: il forte sviluppo della motorizzazione privata e l’ampia proliferazione di garages in ogni angolo del Paese, specie nelle Città principali. Dagli anni ’50 – ’60, infatti, l’Urss, ricostruito il proprio patrimonio produttivo, dilaniato dalla guerra come nessun altro al mondo, consolidato il benessere della società attraverso una saggia ed efficiente pianificazione economica, conobbe il boom delle auto private, un boom non “anarchico” e senza limiti come quello registratosi in occidente a scapito dei mezzi pubblici, ma comunque considerevole e tale da costringere i pianificatori e le autorità locali ad approntare nuovi strumenti, accorgimenti, infrastrutture in grado di reggere all’urto di un fenomeno in crescita ben oltre le stesse intenzioni di parte dei dirigenti del settore economico. La costruzione di garages fu uno dei principali capitoli di questo fenomeno e, in breve tempo, assunse, come vedremo, una valenza sociale, aggregativa, di forte impatto, ben oltre gli scopi primari per i quali era stata concepita.

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Negli anni ’60, il Consiglio dei Ministri dell’Urss iniziò ad incoraggiare la costruzione di garages attraverso cooperative di automobilisti. Il provvedimento “apri – pista” fu la Delibera n. 1475 del 1960 del Consiglio dei Ministri della RSFSR, che disciplinò la nascita ed il funzionamento di tali realtà associative: una GSK (“Garazhno Stroitel’nikh Kooperativakh”, Cooperativa per la Costruzione di Garage) poteva nascere con determinati requisiti fissati dalla legge pansovietica e da quella locale, assieme ai regolamenti attuativi ad esse afferenti, per iniziativa di un numero variabile, da zona a zona, di possessori di autovetture. A Mosca e Leningrado, ad esempio, una cooperativa doveva necessariamente comprendere almeno 50 automobilisti, mentre in altre Città ne bastavano 10. I membri di una cooperativa erano tenuti a darsi uno Statuto scritto e reso noto alle autorità, mentre in seno alla cooperativa dovevano essere costituiti due organi: il Consiglio di Amministrazione e la Commissione di Controllo. Nulla andava lasciato al caso, onde evitare abusi, mancanza di interlocutori e responsabili nel caso in cui insorgessero problemi e contenziosi, decisioni non ponderate. Espletati i passaggi necessari, richiesti espressamente dalla legge, la cooperativa diventava soggetto giuridico ufficialmente riconosciuto e poteva così inoltrare domanda per la concessione di terreni per la costruzione di garages. I progetti delle autorimesse dovevano essere presentati in forma collettiva, in base a standard predefiniti, ma si autorizzavano anche progetti individuali, sulla base dei criteri stabiliti a livello generale: per tale via, si evitavano operazioni urbanisticamente deturpanti, disomogenee e tali da interferire in maniera invasiva col paesaggio, in un Paese in cui, nonostante l’eccezionale estensione, ogni centimetro quadrato di terreno era prezioso, visti clima, e caratteristiche geologiche. I materiali da costruzione potevano essere acquistati nella rete commerciale statale e cooperativa, di regola nelle unità di vendita al minuto, ma anche all’ingrosso, nel caso in cui mancassero, nei negozi di vendita al dettaglio, articoli e beni necessari alla bisogna. Il terreno richiesto ed i garages che vi venivano costruiti, non potevano essere acquistati, ma rimanevano nelle disponibilità degli automobilisti riuniti in cooperativa o in uso perpetuo o per un numero cospicuo di anni (40 e più, a seconda delle disposizioni locali). Quantunque non potesse diventare proprietario, insomma, l’automobilista usufruiva di condizioni assai generose e convenienti: da un lato si evitavano fenomeni di speculazione e arricchimento personale su beni demaniali, dall’altro si evitava che il cittadino fosse in balia dei pubblici poteri o costretto a rinunciare all’uso di un bene a lui utile dopo un breve lasso di tempo. In precise circostanze e situazioni, come ad esempio lo scioglimento della cooperativa, l’automobilista, previ passaggi disciplinati da precise disposizioni, primo tra tutti l’assemblea dei soci antecedente la dissoluzione della cooperativa stessa, poteva entrare in possesso dell’autorimessa della quale usufruiva e solo di quella, o anche di un’altra, ma sempre in numero di una.

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Il garage, in Urss, era però molto di più di una semplice rimessa: esso era un piccolo “regno” nel quale gli automobilisti socializzavano, si scambiavano esperienze e pareri, riparavano le loro vetture. Le automobili sovietiche erano assai facili di aggiustare, non richiedevano elaborati e complessi interventi come la gran parte dei veicoli prodotti in occidente, pertanto era assai frequente vedere automobilisti che, nei vari garages, senza ricorrere agli ausili di meccanici o elettrauti, si davano da fare, da soli o tutti assieme, per montare un pezzo, estrarre una cinghia, pulire una componente fondamentale del motore… Si è spesso affermato, generalizzando, che in Urss l’approvvigionamento dei pezzi di ricambio per auto era spesso problematico, a singhiozzo. In realtà, ogni vettura veniva venduta, a differenza di quanto avveniva e avviene in occidente, già con un discreto contingente di pezzi di ricambio, che venivano stipati nei garages accanto agli attrezzi necessari agli interventi. Poteva accadere (come in ogni parte del mondo) che un automobilista non riuscisse a reperire, in uno o più magazzini, un pezzo di ricambio o più pezzi insieme e nello stesso momento, ma si poteva scommettere che, se in un’unità commerciale della rete statale e cooperativa mancava una vite, un bullone, un pistone, nello stesso giorno quelle componenti erano comunque nelle disponibilità del “vicino di garage”, che, nel fine settimana, era pronto ad aiutare l’automobilista in difficoltà, contando di ricevere la medesima assistenza, che infatti non mancava mai, in caso di necessità.

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Non è tutto: la gran parte dei garages, in Urss, fossero essi in mattoni o in lamiera, a seconda dei gusti e delle disponibilità di chi li costruiva, erano ampi e dotati anche di riscaldamento, a mezzo di stufe o, più raramente, di caloriferi. Basta dare un’occhiata ad una qualsiasi fotografia per veder spuntare, sopra i tetti delle rimesse, comignoli in gran numero. Ebbene, queste condizioni logistiche, di spazio e di confort, consentivano anche, in epoca sovietica, l’esistenza di un universo, per così dire, bohemienne, a metà tra il picaresco spirito del villaggio di campagna e quello dell’aristocrazia intellettuale anticonformista e creativa. “Ci vediamo al garage!” era un invito ricorrente, in Urss, che coinvolgeva vicini di casa, parenti, amici: si sfoggiava l’auto nuova, comperata a rate o in contanti, coi soldi piombati (in Urss la vita era eccezionalmente economica, a buon mercato, ed era pertanto possibile accumulare risparmi in quantità senza particolari sforzi) e, con l’occasione, si cuocevano spiedini, si brindava con vodka e cognac armeno, si cantava al suono di una chitarra o di una balalaika, si ballava, si guardava la televisione, tutti accalcati davanti al piccolo schermo di un “Elektronika – 404“ o di uno “Iunost – 406“.

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Televisore Elektronika 404

L’amicizia, il sentimento tradizionale di unità, fratellanza, condivisione, davanti ad un bicchiere e ad un piatto di cetrioli in salamoia, trionfava, come metafora reale del permanere degli ancestrali costumi del villaggio anche nell’universo urbano fatto di palazzoni residenziali, asfalto e rumori lontani dall’ovattato torpore della sterminata campagna russo – sovietica. Insomma, il garage diventava anch’esso un modo per non recidere le preziose radici, vitali per il popolo russo più che per altri popoli, del passato, delle origini, dell’identità. Quando si parla di storia dell’Urss, chi tratta e “maneggia” tale argomento dovrebbe essere pienamente cosciente della sua complessità e delle implicazioni tra storia antica e moderna che in essa sono presenti, vive e trovano espressione anche in particolari e dettagli della vita quotidiana che solo l’osservatore disattento o l’accademico prigioniero dei suoi schemi precostituiti, possono giudicare secondari e irrilevanti. E’ dal dettaglio che si comprende l’insieme, e in un paesaggio sterminato come quello dell’Urss, ciò è tanto più vero .

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Televisore Lunost 406

Riferimenti sitografici e multimediali:
https://mgsupgs.dreamwidth.org/1644376.html

Un affare sacro: i garages in URSS

Il film di Eldar Rjazanov:
https://www.youtube.com/watch?v=Xqsa4u00GXM

VI – parte: La “gita nel ghiaccio” di Trotskij

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Da oltre ottant’anni sentiamo ripetere per ogni dove che i Processi di Mosca contro la quinta colonna in realtà furono una montatura orchestrata dallo “spietato tiranno asiatico” Stalin per disfarsi di ogni opposizione.
La realtà come viene sempre più dimostrato da studi storici obiettivi è ben diversa.
In questo filone si inserisce, questo studio, unico nel panorama nazionale, dei compagni di MondoRosso.

VI – parte: La “gita nel ghiaccio” di Trotskij

 

W.H. Wright, alias J.S. Van Dine: “…. e qui sta il punto; chiunque può crearsi un’opportunità o mascherarne l’esistenza con falsi alibi e svariati giochetti… Esistono fin troppi modi, tutti convincenti, di trovarsi sul luogo del crimine quando ci credono lontani e viceversa”[1]. Proprio la proteiforme categoria delle finte malattie e dei falsi alibi, […]

via CAPITOLO SESTO: LA “GITA NEL GHIACCIO” DI TROTSKIJ — Mondorosso