Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

L’ARMIR, l’Esercito fascista di occupazione dell’Urss al seguito delle armate naziste, continua a tenere banco nelle ricostruzioni storiche di parte e nelle polemiche che, con scadenza regolare, riaffiorano ogni qualvolta occorre distogliere l’attenzione dalla rinascita della potenza russa e dalla riscoperta dei valori e delle conquiste del socialismo reale, che è poi l’unico socialismo realizzato, con buona pace delle anime candide che coi loro irenismi non hanno costruito non solo il comunismo, ma nemmeno una seria socialdemocrazia di transizione.

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Quanto tutto sembrava andar “bene”…

Sull’ARMIR, come abbiamo avuto modo di constatare varie volte, la confusione regna sovrana: cifre ballerine, oscillanti secondo le modalità del pendolo propagandistico, documenti palesemente falsificati o di dubbia autenticità; testimonianze di comodo, contrastanti tra loro e senza il crisma della minima scientificità ed obiettività. Ci fu un periodo, nel 1992, in cui i tromboni dell’anticomunismo nostrano, addirittura, vollero convincere l’opinione pubblica che i soldati in Urss li aveva mandati a morire Togliatti e non, invece, Benito Mussolini, con le armi e i gagliardetti benedetti dai preti. Negli anni passati, addirittura, è stato scoperto, alle porte di Mosca, un centro per la falsificazione “scientifica” dei documenti d’archivio del periodo comunista, con timbri, carte, bolli e tutto un apparato logistico – materiale approntato per il taroccamento. A denunciare il tutto fu, alla Duma, il Deputato comunista Ilyukhin, guarda caso morto poco dopo, in circostanze assai dubbie… Si esaminarono documenti sulle fosse di Katyn, su Beria, su Stalin, sulle trattative tra Urss e Germania e si riconobbero, inconfutabilmente, le “stimmate” della falsificazione, dell’inquinamento, dell’interpolazione di interi incartamenti. Personaggi al vertice della politica ai tempi di Gorbaciov e di Eltsin, storici, militari, archivisti, furono chiamati in causa e riconobbero le malefatte, ma il manto protettivo della politica compiacente intervenne a coprire tutto. Come si poteva riconoscere, ufficialmente, e dalle più alte cariche dello Stato, che tutta la storia diffusa sul comunismo dopo il 1989 era composta da bufale preconfezionate in modo tale da trarre in inganno persino inossidabili comunisti in buona fede? E’ lecito supporre che, tra i documenti falsificati, ve ne fossero e ve ne siano ancora anche molti riguardanti l’ARMIR, naturalmente costruiti ad arte per accreditare il mito di decessi in massa nei campi di prigionia sovietici (come se, oltretutto, un Paese devastato dai nazifascisti, che aveva avuto anche per mano nostra 20 milioni di morti, fosse tenuto a garantire caviale e champagne a chi l’aveva aggredito!).

A distanza di 70 e più anni, se più o meno siamo riusciti a sapere quale fu la consistenza numerica dell’ 8° Armata italiana in Russia, ossia 230.000 uomini agli ordini del Generale Italo Gariboldi (c’è però anche chi sostiene che il numero sia eccessivo, utilizzato per gonfiare artatamente il numero dei caduti e dispersi), molti sono i margini di incertezza circa il numero effettivo di soldati caduti prigionieri, per via di documenti tra loro contrastanti, in aperta contraddizione. Le autorità russe anticomuniste, dopo il 1991, ci hanno propinato la cifra di 40.000 morti italiani nei campi di prigionia sovietici: una cifra, questa, assurda, che presto si dovette ridurre per evidenti, palesi incongruità. Si trovarono, infatti, ben 6000 nomi ripetuti più volte e si dovette scendere, in prima battuta, a 34.000 nominativi. Dopo anni di ricerche, raffronti e “ripuliture” operate da storici di provata fede anticomunista ed antisovietica, si scese (udite udite!) a 24.200 nominativi e qui il colpo di scena: anche questi 24.200 cognomi, a parte poche eccezioni, non è stato possibile associarli ad una morte certa, effettivamente avvenuta. Si tratta di dispersi per i quali non v’è alcuna notizia sicura, tanto che i familiari ancora vivi, sulla pelle dei quali si è consumata la cinica operazione di criminalizzazione del comunismo, quasi che a mandarli in guerra fosse stato Stalin, hanno alla fine protestato e chiesto i dovuti chiarimenti alle reticenti autorità che il lavoro degli storici avevano “patrocinato“. Naturalmente, da parte del Ministero della Difesa (lo stesso che, assieme alla Procura generale militare, per decenni aveva “dimenticato” negli scantinati e negli “armadi della vergogna“ faldoni interi sui crimini nazisti), non sono venuti mai lumi e risposte soddisfacenti. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, Carlo Vicentini, dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, chiarisce in maniera esemplare come avveniva la registrazione dei decessi:

“la registrazione giornaliera dei decessi era compito dei soldati incaricati del controllo delle presenze: essi annotavano per lo più, solo cognome e nome del morto (qualcuno aggiungeva la classe ed il grado) in base alle dichiarazioni dei compagni di bunker o di baracca”.

I dati compilati frettolosamente, e con larghi margini di errori, data la fonetica sconosciuta ai russi, venivano poi inviati alle autorità centrali, che provvedevano a riscriverli. Ebbene, come vennero riscritti questi nomi? Nel caos della guerra, vi furono comprensibilissime difficoltà logistiche, la disorganizzazione regnava e tutto questo non poté non influenzare la redazione dei registri dei decessi dei campi di prigionia. Come abbiamo sopra accennato, vi furono sbagli anche clamorosi, con ripetizioni frequenti degli stessi nominativi:

le trascrizioni successive di questi dati, fatte manualmente in corsivo (solo di rado dattilografate) hanno quasi sempre mutato il testo iniziale, ammesso che fosse esatto. In base a tali dati sono state redatte, sempre a mano, le schede individuali dello schedario generale di Mosca e queste sono state la base per la compilazione computerizzata degli elenchi giunti fino a noi”.

Moltissimi nominativi forniti dalle autorità russe – si faccia attenzione a questo elemento centrale – non trovavano corrispondenza alcuna negli elenchi dei soldati dispersi sul fronte russo. Anche in ordine ai soldati catturati, i bollettini sovietici del 1943 parlavano di 80/100.000 prigionieri, ridotti poi, chissà perché, a 70.000, poi a 60.000 e anche meno, a seconda delle fonti. Degli 8268 nominativi di deceduti ricondotti al famigerato campo di Tambov, solo per fare un esempio, alla fine ne vennero certificati solo 4053. Insomma, non c’è che dire: un bel groviglio! in queste ambiguità, incongruenze, inesattezze, non è difficile scorgere i segni di una falsificazione volta a deviare l’attenzione da altre scoperte ben più corpose: ricordiamo che, alla fine degli anni ’80, lo storico polacco nazionalista Jacek Wilczur, (il quale, alla faccia degli anticomunisti ululanti contro la Polonia popolare, poté sempre operare in piena libertà sotto la democrazia socialista) scoprì varie tombe ricollegabili ai soldati italiani dell’ARMIR catturati dai nazisti e uccisi in vari modi. La congiura del silenzio cercò di soffocare questo lavoro, poi, quando i suoi strateghi non poterono più farlo, quella congiura si tramutò in deviazione dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale verso i campi di prigionia sovietici e verso i “crimini” dell’NKVD, ovvero verso crimini commessi dai nazisti e addossati all’Urss (Katyn, tanto per citare un caso).

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Propaganda anticomunista

Anche sul numero dei decessi “accertati” di prigionieri, però, la partita è tutt’altro che chiusa: i campi di prigionia sovietici, nei primi tempi (primavera 1943), erano sottoposti ad una vigilanza che definire all’ “acqua di rose“ è una gentile concessione. In un Paese devastato dai nazifascisti e da ricostruire, è evidente che le forze dell’NKVD e dell’Armata Rossa avessero altro a cui pensare, che non piantonare prigionieri italiani smunti, laceri, spesso abbandonati dai loro superiori in grado e, nella maniera più vile e cinica, dai nazisti. Di questo ci offre uno spaccato eloquente un’altra fonte al di sopra di ogni sospetto lo storico Arrigo Petacco, che nessuno può tacciare di simpatie comuniste. Ne “L’Armata scomparsa”, egli scrive:

“l’organizzazione interna (nei campi di Tambov, Khrinovoje, Miciurinsk, Suzdal, Oranki e altri ancora, ndr) era praticamente inesistente. A Khrinovoje, per esempio, il campo era formato da alcune costruzioni adibite in passato a scuderie (…). Anche la vigilanza era relativa: all’interno del campo i prigionieri erano lasciati liberi di scannarsi a vicenda per una coperta o un tozzo di pane. All’esterno poche guardie, immerse nella neve, coperte dal pelliccione da scolta scampanato e lungo fino a terra, voltavano indifferenti le spalle. Il lato che confinava con la steppa o con il bosco non era neppure vigilato o chiuso da un recinto. Tanto, fuggire equivaleva a morire“.

Se la conclusione macabra è una deduzione impropria dell’autore, dal momento che il bosco russo è, da sempre, anche tesoro di preziose risorse alimentari da sempre (si pensi alle battute di caccia e alle raccolte massicce di funghi narrate da un’altra fonte di parte anticomunista, Varlam Shalamov, autore de “I racconti di Kolyma“), Petacco non mente quando descrive il livello di vigilanza presente nei campi sopra richiamati nei primi tempi della loro istituzione. Questo fatto, inoppugnabilmente, rendeva facilissime le fughe di prigionieri; dal momento che, come abbiamo visto, i decessi venivano segnalati alle guardie dagli stessi prigionieri, è consequenziale e logico pensare che la gran parte delle morti annotate nei registri fossero, in realtà, fughe mascherate da decessi da parte dei compagni dei fuggiaschi, i quali avevano buon gioco ad agire così in quanto, il più delle volte, le sepolture avvenivano in maniera sommaria e nessuno tra i guardiani – o quasi nessuno – pretendeva l’esibizione del cadavere. Petacco, però, è illuminante, nel suo racconto, anche rispetto alle modalità di redazione dei registri dei decessi e, nella sua esposizione, approfondisce e va oltre la stessa disamina di Carlo Vicentini, pur da lui citato in cinque pagine della sua opera. Nel capitolo “Il mistero dei dispersi“, leggiamo:

“anche dopo il crollo dell’URSS, quando gli archivi del KGB furono aperti agli inviati del nostro governo, non fu ugualmente possibile venire a capo della vicenda. Risultò infatti che i prigionieri arrivati ai campi venivano registrati al loro ingresso e controllati alla fine di ogni mese. Ma i controllori si limitavano ad elencare dei numeri senza fornire spiegazioni quando quei numeri non corrispondevano. Un esempio per tutti: il 1° maggio del 1943 figurano presenti nel lager n° 188 di Tambov 2500 prigionieri italiani. All’inizio del mese successivo i prigionieri risultano 160. Ma non è spiegata la causa della drastica riduzione. Ossia se sono morti, se sono trasferiti o l’una e l’altra cosa insieme“.

In poche parole, le registrazioni dei morti potrebbero esser state, almeno in certi casi, dettate più da approssimazione e da stime eseguite, che non da una prassi scientifica e rigorosa di registrazione. Certo, le condizioni nei campi di prigionia sovietici non erano idilliache e questo per ovvi motivi; specie nei primi tempi – lo ripetiamo – vi furono difficoltà insormontabili, situazioni ai limiti dell’emergenza, in un Paese saccheggiato e messo a ferro e fuoco dai nazifascisti. Se il pane mancò per lungo tempo, fu per colpa di chi aveva distrutto granai e incendiato kolkhoz e sovkhoz, non certo del potere sovietico che, anzi, fece di tutto per migliorare le condizioni dei prigionieri, portando ordine, rigore, disciplina e regolarità degli approvvigionamenti nei vari campi, dopo i primi mesi tremendi del ’43.

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Propaganda…

Innanzitutto, va detto che molti soldati italiani arrivarono ai campi di prigionia già stremati dai combattimenti, dal “si salvi chi può“ imperante dopo la disfatta dell’ARMIR, con generali e colonnelli fascisti (e anche qualcuno della truppa) che, spesso, alla faccia della solidarietà umana, pensarono a salvare la loro pelle e basta, quando addirittura non bruciarono, d’intesa coi nazisti, depositi di vettovaglie e magazzini con indumenti e altri generi di conforto (le denunce precise ed articolate di Robotti e di altri in questo senso, non furono mai confutate in sede giornalistica e giudiziaria). In secondo luogo, va sottolineato che, specie nei primi tempi, il vero potere all’interno dei campi di prigionia era nelle mani degli stessi militari italiani internati. A dirigere e coordinare tutto, i sovietici, che avevano ben altri pensieri e priorità, collocarono generali, colonnelli, tenenti e soldati anziani. Laddove questi erano umani, comprensivi, onesti e magari pure di fede antifascista, per i prigionieri i patimenti erano meno pesanti; laddove invece vi erano dei fascisti inveterati, che fingevano soltanto davanti agli occhi dei sovietici, per puro opportunismo, di essersi convertiti al credo democratico e al marxismo – leninismo, le traversie e, spesso, le tragedie, erano assicurate per i poveri soldati prigionieri. Cibo distribuito con criteri discrezionali ai loro tirapiedi, soprusi e soperchierie quotidiane, corvè imposte ai compagni di prigionia: nel carniere delle malefatte dei kapò fascisti vi fu ogni nefandezza possibile, e ciò non poté che incidere anche sull’andamento della mortalità nei campi, specie dal febbraio al giugno del ’43. Accanto agli italiani, vi furono i rumeni della Bessarabia che avevano combattuto con l’Asse e gli ungheresi, a distinguersi per crudeltà contro italiani e prigionieri di altre nazionalità. Al contrario di quelli nazisti, però, questi kapò non poterono contare su protezioni in alto loco. Infatti, venute all’orecchio di Stalin e del Vk (b) P le vergogne e i crimini di questi aguzzini e dei loro complici, si abbatté sulle loro teste la mannaia della giustizia sovietica, equa ed inflessibile come sempre. Ancora una volta, affidiamo la narrazione di questi fatti all’anticomunista e antisovietico Petacco ; egli cita, come testimone, nientemeno che don Guido Turla, feroce nemico dell’ideologia comunista e dello Stato sovietico, presente nella Campagna di Russia tra le forze italiane:

“Don Guido Turla riferisce che, in quei giorni ( siamo nella tarda primavera del ’43. Ndr), un fuoriuscito italiano comunista (Vincenzo Bianco?) visitò per la prima volta il campo (quello di Khrinovoje, dove le condizioni di vita erano ai limiti della vivibilità, ndr e promise il suo intervento. Qualche tempo dopo le sentinelle sovietiche informarono i prigionieri che era giunto un prikaz, un ordine: Stalin non vuole più morti. ‘I russi – racconta il cappellano – mi riferiscono quest’ordine e non nascondono la loro paura. Sanno che se qualcuno ha sbagliato ora dovrà pagare‘. Infatti, nei giorni seguenti il comandante del campo e i suoi subalterni furono tutti passati per le armi nel piazzale del lager“.

Altro che tolleranza verso i criminali ! Altro che Stalin complice del lassismo, dei crimini, della corruzione di alcuni funzionari periferici infedeli. L’occhio del Piccolo Padre tutto vedeva e pesava, anche in quei tragici giorni, senza nulla concedere a giustizie sommarie e ad abusi. La superiorità della civiltà sovietica, stava anche nel trattare umanamente chi con una divisa straniera aveva invaso il Paese non per sua volontà, ma perché costretto. E, naturalmente, nell’individuare e colpire i nemici travestiti opportunisticamente da amici, ora che i rovesci dei vari fronti minacciavano l’uragano sulla peste bruna. Si è parlato anche (principalmente per bocca di Don Guido Turla) di atti di cannibalismo compiuti nei campi di prigionia nei primissimi tempi, atti che sarebbero poi stati puniti severamente dai sovietici e dai sorveglianti interni. Su questo terreno, però, preferiamo non entrare e non per ritrosia nel parlare di argomenti certamente scabrosi, macabri e anche velati di bestialità, la bestialità che ogni guerra porta con sé, ma perché sono davvero flebili le prove a sostegno della realtà di simili azioni che, se fossero state davvero compiute, chiamerebbero in causa non certo l’Urss, ma chi aveva portato ovunque fame in terra straniera fino alla disperazione. Anche quando certi fatti rientrano nei documenti sovietici, essi vi rientrano come ipotesi di reato da perseguire, non come crimini certamente commessi e puniti, come pretendono certuni, che allo scrupoloso lavoro filologico di analisi delle fonti preferiscono un sensazionalismo da film horror. Finché i contorni di quei fatti non saranno chiariti, preferiamo, per rispetto umano e per onestà intellettuale, non profonderci in racconti che farebbero la gioia di un Lovercraft, ma non quella di un amante della verità.

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Il campo di prigionia di Tambov in un disegno del 1946 eseguito da Giuseppe Rossi.

Dal momento in cui Stalin impartì l’ordine di portare legalità e rigore nei campi di prigionia, le cose per i soldati andarono sempre meglio. Il numero dei decessi, quali che siano i dati che si intende prendere a riferimento, diminuirono drasticamente e le condizioni di vita divennero accettabili, a volte persino migliori di quelle di tanti cittadini sovietici che, avendo perso tutto per colpa delle belve hitleriane, si ritrovarono a dover costruire tutto da zero, vivendo in capanne, rifugi sotterranei (zemljanki ), parti di stazioni non distrutte ecc. La grande Urss si tolse il pane di bocca per sfamare chi l’aveva occupata e calpestata coi suoi stivali: se i criminali di guerra conobbero l’inesorabile pugno della giustizia operaia e contadina, la truppa, specie italiana, fu trattata con clemenza e sopravvisse solo grazie alla generosità del popolo sovietico, prima e dopo la prigionia. Abbandonati dagli “alleati“ nazisti, i soldati italiani vennero nutriti e scaldati a decine di migliaia nelle izbe di pacifici e umanissimi contadini russi, gente che magari aveva figli e parenti stretti al fronte, ma sapeva distinguere, come solo sa fare il popolo lavoratore, tra capi e gregari, tra guerrafondai e uomini che la guerra la stavano subendo loro malgrado. Molti dei soldati salvati in questo modo da morte sicura, nel dopoguerra non vollero tornare e divennero cittadini sovietici, cambiando nome e cognome: questo fatto, negato da tutta la pubblicistica anticomunista, è invece ribadito e messo in evidenza da varie fonti. L’Italia che li aveva mandati in guerra era, da questi uomini, talmente odiata e disprezzata che, al termine del sanguinosissimo conflitto, essi decisero di voltarle le spalle e di rifarsi una vita nella nuova Patria sovietica. Diverse persone date per morte (ecco l’attendibilità di certi documenti!) furono comprese in certificati di morte presunta, non essendo possibile indicare i loro cadaveri e, d’altro canto, non essendovi prova della loro esistenza in vita dopo il 1944/45 e, in particolar modo, dopo l’ultimo rimpatrio del 1954. In “Lettere dal Don“, di Pino Scaccia, giornalista rigoroso e non certo di fede bolscevico – stalinista, racconta la storia di un villaggio, Filonovo, presso il quale vivono o sono vissute varie donne figlie di soldati italiani; viene poi menzionato un reduce, La Guidara, autore di “Ritorniamo sul Don“ (1963), che parlò di numerosi italiani, ex soldati dell’ARMIR, da lui incontrati nel 1960 in Ucraina vivi e vegeti (li presentò come trattenuti dal regime, ma ciò è ragionevolmente impossibile, visto che poté incontrarli liberamente, senza impedimenti ). Lo stesso Scaccia, nel blog di “Lettere dal Don“ ricorda, in un commento interlocutorio:

“Il caso di Arturo Campalto, il camionista di Vicenza che vive e lavora a Kiev, è sintomatico: nel paese di origine c’è anche il nome nella lapide dei caduti. Ovvio che lo hanno dato per deceduto. E’ sicuro, per esempio, che molti antifascisti sono rimasti in Russia perché in Italia c’era ancora il regime. Una cosa è certa: sia la prima volta che sono stato nella valle del Don che la seconda ho raccolto molte testimonianze che parlavano degli ‘ italiani ‘ “.

Ancora oggi, ammettere che tanti italiani preferirono fingersi morti, e magari produrre documenti in tal senso per avvalorare la bugia, piuttosto che tornare in un’Italia dove i fascisti non mollavano la presa e già si stavano riciclando in massa, è per gli anticomunisti in servizio permanente effettivo un trauma da evitare in ogni modo. Il loro costante rivolgere la testa all’indietro impedisce ogni analisi obiettiva, onesta e spassionata di ciò che fu. Figuriamoci se questi anticomunisti ottusi e subdoli hanno la franchezza e l’onestà intellettuale di un Arrigo Petacco o di un Enrico Reginato o di un Egisto Corradi nel raccontare come si viveva nelle izbe o nei campi dopo le sane misure di “pulizia” disposte da Stalin e dal governo sovietico contro aguzzini, grassatori e criminali! Abbiamo scelto questi tre autori, tutti anticomunisti a mille carati, proprio per rimarcare la differenza tra loro e certa pubblicistica e memorialistica accecata dall’odio antisovietico.

“Per trascorrere le lunghe giornate, – scrive Petacco – i prigionieri si dedicavano al lavoro di ristrutturazione degli ambienti improvvisandosi falegnami o muratori. Altri rileggevano i loro gualciti diari correggendo o aggiungendo impressioni. Di tanto in tanto, all’improvviso, una squadra di soldati invadeva le camerate per periodiche perquisizioni (…). Malgrado la mancanza degli utensili necessari, fioriva l’artigianato. Con l’aiuto di un seghetto sdentato o di un coltello arrugginito, venivano realizzati autentici capolavori: bastimenti, giocattoli, pettini d’osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile. Racconta Carlo Vicentini che due ufficiali riuscirono addirittura a costruire un orologio a pendolo con ingranaggi di legno e rotelle fatte a chiodi. Era anche preciso: tardava di appena un’ora al giorno e il successo fu grande. Dopo il primo ne dovettero costruire altri perché il mercato, fra i russi, tirava molto. Più tardi qualcuno si ricordò di aver ricevuto pochi anni prima una certa istruzione (…) fu così che alla produzione di calzini, carte da gioco e utensili vari, si aggiunse una consistente attività culturale. Un nobile pugliese, di nome Ferrante, cominciò a dare lezioni d’inglese. Un certo Martelli, bolognese, laureando in ingegneria, insegnò ai suoi volonterosi allievi la geometria analitica, i medici dissertarono di anatomia e di biologia. Il tenente Sandulli (…) tenne un corso di diritto civile e costituzionale (…) Un tenente umbro portò a termine un lavoro che pareva irrealizzabile. Intervistando uno per uno i compagni più colti e stimolando i loro ricordi di scuola, riuscì a compilare una storia della letteratura italiana che conteneva i brani più noti della Divina Commedia, del Petrarca, del Boccaccio e del Tasso, del Foscolo, del Leopardi, del Carducci fino a D’Annunzio“.

Un quadro che, incontestabilmente, pone i campi di prigionia sovietici su un terreno ben diverso dai campi nazisti e, anche, dai campi alleati, nei quali i prigionieri morivano come le mosche tra l’abbrutimento, la fame più nera, il più crudele terrore.

L’ufficiale medico degli alpini Enrico Reginato, nel suo libro dal titolo “12 anni di prigionia nell’Urss“, parla, tra l’altro, della festa per il suo compleanno il 5 febbraio del 1946:

“Tutti concorsero con regali e auguri a farmi trascorrere lietamente quella giornata. Ebbi in dono una scatola di sigarette, una saponetta e un paio di calze. Un ungherese mi fece omaggio di un astuccio in legno sul quale era stato artisticamente scolpito il profilo del Monte Cervino. Per l’occasione ci fu anche un pranzetto, che terminò con un brindisi in versi di Italo Stagno (…)“.

Ogni commento ci appare superfluo. Non è tutto: Reginato riconosce che, contro i soprusi di alcuni appartenenti agli organi di sicurezza sovietica, la giustizia del primo Stato operaio e contadino puntualmente riconobbe i diritti dei prigionieri.

“Un secondo sciopero – si legge nell’opera sopra citata – venne iniziato quando i sovietici pretesero di imporci il lavoro. Avevamo accettato di andare nella foresta a spaccar legna, ma ciò non doveva costituire un obbligo. Le stesse autorità russe, in analoghe precedenti circostanze, avevano riconosciuto la facoltà del lavoro volontario per gli ufficiali delle cosiddette piccole nazionalità, cioè per tutti, esclusi i tedeschi. Di fronte alle ingiuste imposizioni del comando piantammo una grana formidabile e riuscimmo ad ottenere l’intervento di un ufficiale di polizia, giunto espressamente dalla capitale della Repubblica dei Mari. La questione fu a lungo dibattuta, con esito conforme ai nostri diritti. L’ufficiale riconobbe che la ragione stava dalla nostra parte“.

Ce lo vedete un uomo di Himmler discutere una controversia di lavoro con gli ebrei dei lager e, alla fine, dar loro ragione dopo una disamina obiettiva del nodo del contendere?
Egisto Corradi, autore de “La ritirata di Russia“, è infine prezioso non per la descrizione dei campi di prigionia, ma per aver sviscerato una per una le menzogne fasciste sulla guerra e i contorni non certo chiari di battaglie pur esaltate ed epicamente assurte a simboli intoccabili dell’immaginario della Campagna di Russia. Egli analizza uno per uno i bollettini fascisti e nazisti sulle operazioni belliche in Urss, mettendo in evidenza le macroscopiche falsità, le montature, le distorsioni sistematiche operate in nome di una propaganda menzognera e criminale . Due esempi, in questo senso:

“21 gennaio 1943. ‘Forti attacchi ovunque respinti. A Stalingrado, i tedeschi lottano eroicamente in condizioni sempre più difficili’ . Da una corrispondenza italiana da Berlino: ‘ L’Armir ha respinto gli assalti talora successivi di ben sette armate sovietiche ‘. (Non si comprende il senso di questa corrispondenza. L’Armir era in dissoluzione)“.

“31 gennaio 1943. ‘Dai giornali italiani: ‘Mussolini nel ventennale della Milizia: Non molleremo mai fino a quando saremo capaci di tenere in pugno un’arma‘ “. (I resti del Corpo d’Armata alpino giungono sulle linee tedesche a nord di Karkov dopo due settimane di ritirata)“.

Un quadro impietoso, quello di Corradi, delle menzogne sulla base delle quali fu scatenato un conflitto immane, bestiale, in odio alla prima Patria che aveva portato al potere i lavoratori, liquidando il giogo dello sfruttamento, e che pertanto era, oltre ad un Paese immenso e ricchissimo, anche un “ cattivo esempio da estirpare“.

Si potrebbe parlare poi delle scuole di antifascismo attivate in Urss per iniziativa del PCI e del VK (b) P, con l’entusiastica partecipazione di esuli antifascisti di indistruttibile fede comunista, primo tra tutti il compagno Paolo Robotti. Si potrebbe raccontare nel dettaglio la gloriosa storia del giornale “L’Alba“, narrare le vicende di tanti prigionieri dell’ARMIR convertiti non certo con la coercizione, ma con la forza dell’esempio e del messaggio liberatore del marxismo – leninismo, alla fede antifascista e progressista… Si potrebbe certamente, ma sviliremmo un capitolo di importanza capitale che preferiamo trattare degnamente in un prossimo studio, sempre con al centro le vicende umane dei protagonisti e fonti al di sopra di ogni sospetto.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Arrigo Petacco: “L’Armata scomparsa“ (Mondadori, 1998)
Enrico Reginato: “12 anni di prigionia nell’Urss “ (Garzanti, 1971)
Egisto Corradi: “La ritirata di Russia“ (Longanesi & C., 1965)
Pino Scaccia: “Lettere dal Don“ (RAI – ERI, 2011)
https://letteredon.wordpress.com/2014/01/29/quelli-che-sono-rimasti/
http://www.plini-alpini.net/wp-content/uploads/html_pdf/Istruzioni_per_consultazione_documentazione_prigionieri.pdf

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Un Villaggio popolato di meraviglie. Per non dimenticare una pietra miliare del cinema tra impegno, satira, comicità. sogno e disincanto

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REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Come ogni mio coetaneo, sono anch’io cresciuto con i film di Paolo Villaggio, in modo particolare con la carrellata seriale dei vari “Fantozzi”. Una carrellata (non sembri l’afflato che mi muove iperbolico ed altisonante) non solo cinematografica, ma umana, esistenziale, filosofica e, sì, cari amici, anche politica. Sì, perché Villaggio sapeva andare oltre i recinti della celluloide da svago, da evasione, per sorvolare sempre, con maestria, delicatezza, tatto e capacità psicagogica, le vette dell’analisi sociale, della denuncia civile, della contestazione.

Cos’è stato e cos’è il suo “Fantozzi”, visto ed amato da più generazioni, se non un capolavoro di indagine sociale, di icastica potenza espressiva ed evocativa capace di restituirci il quadro di una società connotata da oppressione, grigiore, routine e alienazione?

L’anonimo, sventurato ragioniere, non era forse il simbolo/cavia/parafulmine dei rapporti di classe, delle meschinità, delle bassezze della società capitalistico – borghese? Le sorti del disgraziato contabile con basco e “Bianchina”, infatti, erano, e oggi sono ancor di più, quelle di tanti, tantissimi lavoratori immessi nel tritacarne di un mercato del lavoro che ha riportato in auge, grazie ad una politica asservita al grande capitale speculativo, rapporti schiavili che si pensava soppressi nel XIX secolo. Nell’era del capitalismo fordista, del compromesso keynesiano, dell’ottimismo positivista e sviluppista, a qualcuno, non attento nel cogliere le pieghe del reale e non pronto ad accettare la lucida previsione di tendenze che già incubavano o erano strutturalmente proprie del gigantismo industriale, Villaggio apparve esagerato, pessimista, oltremisura tranciante. Oggi che quel quadro è svanito, portato al macero e triturato fin quasi nella più recondita fibra dal capitalismo mondialista distruttore di diritti, garanzie e tutele, l’affresco fantozziano, con l’acquario dei dipendenti, i Megadirettori Arcangeli seraficamente feroci, i ruffiani professionali alla Calboni, le umiliazioni e gli affronti grotteschi alla dignità, appare decisamente aderente al reale, con tutte le “cartilagini” espressive e scenografiche, al netto della “caricatura” fisiologicamente propria dell’impianto comico – satirico.

“Fantozzi ” come metafora dell’oppressione sociale spinta ai livelli più agghiaccianti, del carattere olistico, totalizzante, soffocante e “faraonico” di un sistema di produzione che ieri era almeno mitigato da compromessi di segno progressista, da conquiste ed avanzamenti e che oggi, invece, ha rinunciato quasi del tutto alla produzione stessa, a stucchi, merletti e decori, solo per mostrare il suo vero volto tirannico, freddamente tecnologico, condito con anglofonismi e suoni gutturali mirati a convincerci, in un tragicomico mantra che si rovescia ogni volta nel suo opposto, che non esistono più padroni e dipendenti. Un sistema nel quale ogni ribellione, ogni sasso tirato contro i vetri della direzione, ogni piano concepito con i Folagra di turno, pare destinato al fallimento, eppure si configura implicitamente come necessario nel momento in cui il “Megadirettore Arcangelo” viene ritratto in tutta la sua ineffabile aurea di demoniaca santità.

Grande Villaggio! Verista della comicità, neorealista dell’ironia amara e assieme allucinato, celestiale “Pierrot lunaire” dell’arte più raffinata, eroica e anzi titanica: quella di sopravvivere. Altrimenti perché Fellini, esigentissimo e maniacalmente attento ai personaggi, alle trame, all’intima coerenza del costrutto narrativo, avrebbe scelto proprio la sua maschera potente, a tutto tondo, per il troppo spesso dimenticato “Prefetto Gonnella” de “La Voce della Luna”? E’ stato forse un caso che il mai troppo compianto Monicelli, sublime alchimista di quel “solve et coagula” che scioglieva e riannodava ogni volta risata e pianto, caustica comicità e amarezza sgorgante dalle sorgenti di un introvabile “ubi consistam”, abbia selezionato Villaggio per il ruolo del vecchio pugile disperatamente attaccato al vortice dell’esistenza, tenacemente aggrappato all’ancora dell’autoinganno, in “Cari fottutissimi amici”? No, non sono state, queste, estemporanee ed accidentali casualità da cammeo; non sono state, queste, scelte di ripiego, nell’anima e nella mente di due registi che, prima di essere tali, erano, come Manzoni e Shakespeare, come Dostoevskij e Joyce, profondi conoscitori dell’animo umano.

“Fantozzi”, il suo meno felice emulo “Fracchia”, il Giovanni Bonfiglio di “Sistemo l’America e torno”, il Prefetto Gonnella de “La voce della luna”, il Ginepro Parodi detto “Dieci” di “Cari, fottutissimi amici”, hanno rappresentato e rappresenteranno sempre, plasticamente, la realtà dell’oppressione, dell’amarezza, dell’autoinganno e assieme del disincanto.

Oggi si ride dietro a pseudocomici che, al di là di qualche sgangherato calemboure, di scontate e logore omofonie, di iperboli ogni volta frananti nella tensione più bassa del diapason lessicale – espressivo, nulla hanno da offrire ad un pubblico che, del resto, poco cerca e nulla indaga, o che, per dirla con le parole del grande Sordi, non sa più ridere. E sì, perché solo una società dove l’impegno e la lotta dominano, può SAPER RIDERE; la comicità è efficace proprio perché scioglie e nobilita i nodi dell’impegno e della tensione verso un mondo migliore, stringendoli in nuovi afflati catartici; l’ironia, la satira sono tali solo a partire da un contesto rispetto al quale, in assoluto e di primo acchito, c’è ben poco da ridere, e del quale si è consapevoli. Oggi in tanti, troppi, vivono in un inferno di oppressione, spersonalizzazione, sfruttamento, e pensano di uscirne con le battutine da adolescenti cellulare – dipendenti… Questa si chiama alienazione, non comicità e ancor meno satira. Ricordare Villaggio significa, allora, oggi più che mai, anche educare alla risata, farla uscire dai gorghi perversi del suono isterico – meccanico dell’immediatezza malata, per innalzarla a espressione reale, compiuta e matura di consapevolezza, riflessione, analisi. Grazie, Paolo, per tutto quello che ci hai donato e per il messaggio che hai lasciato! Nell’ereditarlo e custodirlo, mi piace concludere con la frase, da te pronunciata, che chiosava la fine di alcuni tuoi film : “E si ricomincia!”.

Le origini del dualismo socio-economico in Italia

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NOICOMUNISTI

Presentiamo un breve studio, che alleghiamo in calce in formato PDF, realizzato dal compagno Cosimo Persichina su un argomento spinoso: “la questione meridionale” ovvero il dualismo delle condizioni socioeconomiche fra il Nord ed il Sud d’Italia.

Si può dire che questo dibattito su una realtà, che pesa in modo enorme sul nostro Paese, infuri ormai da oltre un secolo. Si sono scritti e si continuano a scrivere studi scientifici razionali, acuti, condivisibili o meno, ma tutto è attorniato da un cumulo enorme di sciocchezze, menzogne, approssimazioni dettate da una ignobile miscela di miseri interessi politici di bottega sposati ad una profonda ignoranza. 

Agli estremi di questo schieramento di cialtroni abbiamo da una parte il lerciume rappresentato dalla Lega Nord e dall’altra parte, come un riflesso speculare, le castronerie reazionarie del movimento neoborbonico, ma intendiamoci noi non siamo equidistanti: siamo marxisti-leninisti e quindi studiamo la realtà con metodo scientifico.

Quindi come marxisti-leninisti con molto piacere ospitiamo su queste pagine lo studio del compagno Cosimo Persichina che non solo ci fornisce in modo chiaro un quadro dei più recenti studi scientifici sull’argomento, ma nella sua parte introduttiva fa giustizia della speranza che la “taumaturgica” azione del “libero mercato”, quasi una panacea universale, possa cancellare questo divario.

“La storia recente ci racconta che in Europa, così come in Italia, i divari tra le regioni sembrano destinati a perdurare e, in alcuni casi, persino a rafforzarsi. L’ottimismo dei modelli che poggiano sulla fiducia che le aree arretrate possano trarre vantaggio nell’integrazione con aree sviluppate è stato vistosamente smentito. Il libero agire del meccanismo di mercato, sia sul fronte del lavoro, sia su quello della capacità produttiva legata alla tipologia delle tecniche produttive adottate, non ha permesso che le regioni meno sviluppate agganciassero lo sviluppo delle regioni più avanzate. Il vantaggio comparato rappresentato dal minor costo del lavoro nel Mezzogiorno non ha generato l’atteso riequilibrio territoriale. L’esperienza storica mostra quindi che, se lasciate all’azione spontanea dei meccanismi di mercato, le posizioni relative, di vantaggio o di svantaggio, possono persistere nel tempo per effetto dei meccanismi di “causazione circolare e cumulativa” che potenzialmente si muovono in una direzione contraria rispetto allo “sviluppo armonioso” di una area integrata”. 

Inoltre viene anche smentito una volta per tutte il mito dell’arretratezza del Sud rispetto al Nord all’alba dell’impresa dei Mille.

La realtà è che, all’epoca, la penisola italiana è una zona geografica povera, arretrata e sottosviluppata rispetto alle aree dell’Europa Centrale e Settentrionale, con una nascente industrializzazione a macchia di leopardo al Nord come al Sud.

Possiamo affermare pertanto che nel 1861 non esista questo divario ma che venga rapidamente creato grazie all’infausta unione di politiche economiche folli, frutto degli appetiti insaziabili della grande borghesia capitalistica del Nord, con settori affaristico-speculativi dove ben presto si ricicla l’aristocrazia terriera del Meridione.

Il risultato? Un Italia a due velocità con milioni di persone al Nord come al Sud costrette ad emigrare per ricercare la sopravvivenza. Fenomeno che conoscerà una fortissima accelerazione durante il Ventennio checché ne continuino a sognare gli estimatori del pioniere del bungee jumping.

Ponte rotto

Ponte rotto

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI GUIDO FONTANA ROS

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La VI zona operativa: dove operarono le divisioni garibaldine della Cichero e della Pinan-Cichero

Recentemente mi è passato per le mani l’interessante libro di G.B. Lazagna (Carlo), “ponte rotto“, 2005, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, Milano. Si tratta della cronaca storica della divisione partigiana “Pinan – Cichero“, attiva nella VI zona operativa, vale a dire un grosso quadrilatero a cavallo tra Piemonte e Liguria, tra Genova, Chiavari, Bobbio e Tortona. Questa cronaca è redatta da un testimone oculare, l’autore stesso, e scritta dal giugno al settembre del 1945. 

In prima battuta il libro doveva essere tradotto in inglese per far conoscere al pubblico britannico il contributo dato dal movimento partigiano italiano alla lotta contro il fascismo, ma non se ne fece nulla, per cui l’autore lo pubblicò per la prima volta in mille copie a Genova con il patrocinio del giornale “Il Partigiano” nel febbraio del 1946. Seguirono altre edizioni successivamente corrette dall’autore che tra l’altro fu oggetto in due distinte occasioni di una persecuzione giudiziaria; infatti per ben due volte fu incarcerato: una prima volta nel 1972 in occasione del processo Feltrinelli a Milano e una seconda volta nel 1974 in occasione del processo di Torino alle Brigate Rosse. L’edizione che ho letto è l’ultima, l’unica uscita postuma. 

Libro molto interessante e bisogna dire che fa bene allo spirito trovare ogni tanto non il solito libro sulla Resistenza scritto da “obiettivi” (sull’obiettività di molti storici meglio lasciar perdere) storici o da cialtroni revisionisti quando non del tutto fascisti.

Ne voglio riportare alcuni stralci che esemplificano quando detto dal compagno Davide Spagnoli in questa conversazione.

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Il comando della divisione garibaldina Cichero

Sul ruolo della Resistenza nel tagliare le comunicazioni ai nazifascisti

Da pagina 154 fino a pagina 157:

Scendi a valle dai tuoi monti.

Al fine di ottobre si chiuse per noi il periodo del massimo sforzo organizzativo. In tutti i rami militari, ausiliari e civili, si erano organizzati i servizi necessari: essi erano sorti secondo le attitudini ed i desideri di ogni partigiano. Non si può dire che a partire da ottobre la nostra organizzazione sia stata stabile, perché nuovi bisogni sorgevano sempre. Gli avvenimenti sconvolgevano gli organismi che dovevano continuamente essere rinnovati o ricostituiti. Nondimeno, tutti i servizi funzionavano bene, ed in ciascuno di essi si distinguevano quei partigiani le cui particolari capacità permisero a questi organismi di progredire continuamente.

Il giornale “Il Partigiano ” del 24 ottobre, portò un encomio del comando di zona:

Meritano un encomio, il comando e i distaccamenti della 58a brigata garibaldina Oreste, per le alte doti combattive dimostrate nelle numerose azioni condotte sempre con felice esito in questi ultimi giorni“.

Di questo encomio fummo molto soddisfatti, poiché il comando di zona ne era particolarmente avaro.

Ci preparammo ad altre azioni offensive. Studiammo un piano di sabotaggio alle linee elettriche ad alta tensione per paralizzare le ferrovie nemiche. In alcuni incontri con un ingegnere delle linee elettriche, studiammo ogni particolare sulle interruzioni da effettuare, per le quali fu dato incarico a Mina insieme ad altri sabotatori.

 Il 4 novembre la nostra staffetta tornò dal comando di divisione con una busta ed il seguente ordine del giorno:

Stamani, nell’anniversario dell’armistizio che l’Italia ha imposto all’esercito austro-ungarico e tedesco nella grande guerra, il battaglione alpino “Vestone” è passato al completo nelle file della 3a divisione garibaldina Cichero. Gli alpini hanno così ritrovato la vera Italia, quell’Italia nostra ed onesta che combatte sui monti per la sua libertà. Il comando della 3 a divisione garibaldina Cichero saluta gli alpini del battaglione “Vestone” e plaude al loro gesto, alla ritrovata fraternità nel nome dell’italia“.

Era la vittoria dei nostri sacrifici, della lotta portata per molti mesi con la propaganda e coi colpi di mano dai nostri compagni delle brigate Berto e Jori. Queste potevano finalmente rioccupare la Val Trebbia e ristabilire completo il nostro stato partigiano. Già i continui attacchi alla divisione “Monterosa” l’avevano ridotta da sedicimila o ottomila uomini. Gli altri ottomila erano tornati alle loro case, o si erano uniti a noi, o erano feriti o morti. A Bobbio una compagnia di alpini si era già unita alla nostra divisione Aliotta. ora erano conquistati mortai, mitragliatrici, munizioni, di cui avevamo bisogno, e poi muli, coperte, divise.

Il 6 novembre arrivò a Cabella una compagnia del battaglione “Vestone”. Fu una gran festa a Cabella: dei centotrenta uomini quaranta decisero di restare con noi, altri di raggiungere le loro case, altri ancora di fare i partigiani in zone più vicine alle loro case.

Fu costituito nella brigata Oreste il distaccamento Vistù, formato da ex-alpini e vecchi partigiani. Sulle loro divise grigio-verdi legarono un fazzoletto rosso e diventarono in seguito ottimi partigiani.

L’armamento della nostra brigata  fu completato dall’arrivo di mortai e delle maschinengewehr, portateci dagli alpini. I muli furono dati all’intendenza per il trasporto di viveri in montagna ed ogni distaccamento ne ebbe uno per portare le sue armi pesanti e le sue munizioni. 

I mortai furono piazzati a S. Clemente, a Mongiardino, a Roccaforte, a Pertuso, per difendere la nostra zona.

Alcuni dei migliori alpini furono mandati nei distaccamenti come mitraglieri, data la loro abilità appresa nei lunghi mesi di esercizio nei campi di addestramento tedeschi. Questo valse ad aumentare considerevolmente la capacità combattiva di tutta la brigata, composta in maggioranza da giovani che non avevano mai fatto il servizio militare.

Le nostre azioni militari  si erano moltiplicate tanto che spesso i distaccamenti trascuravano di segnalarle.

Il 1° novembre i sabotatori fecero saltare a Pietrabissara due piloni della linea ad alta tensione di 60.000 volts che alimentava la ferrovia.

Il 1° novembre il Franchi distrusse a Vocemola un camion tedesco , uccidendo tre tedeschi.

Il 1° novembre il Villa distruggeva a Ronco una macchina tedesca causando due morti.

Il 2 novembre il Castiglione attaccava una macchina tedesca presso Stazzano. Quattro morti tedeschi di cui due ufficiali. 

Il 2 novembre il Villa ad Arquata uccideva tre tedeschi e distruggeva un autotreno tedesco. 

Il 3 novembre Scrivia e Toscano uccidevano due motociclisti a Vocemola. 

Il 3 novembre venivano fatti saltare a Stazzano due piloni della linea ad alta tensione di 60.000 volts. 

Il 4 novembre Toscano uccideva sulla camionale un colonnello, un ufficiale di stato maggiore, un tenente, un capitano, distruggendo successivamente due macchine tedesche a colpi di bombe a mano.

Il 4 novembre Gallo della brigata Arzani distruggeva gli impianti telefonici di Volpedo e asportava quindici centralini con cui i tedeschi davano l’allarme.

Il 5 novembre Mina, con una pattuglia, si recava ad Arquata dove era un presidio di tedeschi e brigate nere. Dopo due ore di appostamento nelle vie della cittadina, attaccava un pattuglione di tedeschi uccidendone sei e ferendone due.

Il 5 novembre il distaccamento Verardo distruggeva presso Isola un camion tedesco, causando quattro morti e due feriti.

Il 6 novembre Minetto attaccava una colonna tedesca causando feriti e danni ai camion.

Il 7 novembre veniva fatta saltare dai sabotatori la linea ad alta tensione da 120.000 volts presso Monte Spineto. Con questa azione veniva paralizzata la linea ferroviaria Genova-Milano per ben cinque giorni.

Tutte queste azioni nel giro di una settimana. Estendete  queste azioni per tutta la lunghezza delle retrovie della Linea Gotica ed avrete un’idea dell’enorme danno inflitto alle comunicazioni dei nazisti. Inoltre aggiungete anche le azioni delle formazioni partigiane nelle valli alpine e quelli dei GAP nelle città e capite che se gli Alleati non fossero stati così “avari” di aiuti (soprattutto esplosivi, mitragliatrici pesanti, armi controcarro e mortai), molti scontri e rastrellamenti avrebbero avuto ben altro esito.

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Partigiani sovietici della Pinan-Cichero

Un’emigrazione boicottata: i lavoratori italiani in Cecoslovacchia negli anni ‘40 – ‘50 del ‘900

Un’emigrazione boicottata: i lavoratori italiani in Cecoslovacchia negli anni ‘40 – ‘50 del ‘900

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Una pagina assolutamente sconosciuta del nostro dopoguerra. La stragrande maggioranza di noi ha sentito parlare esclusivamente di un’emigrazione politica verso la Cecoslovacchia: si trattava di compagni partigiani che dovevano espatriare per sottrarsi alla persecuzione giudiziaria orchestrata dal potere borghese.

Precedente a questa emigrazione ve ne fu un’altra: quella economica.

Appunto di questa emigrazione di lavoratori italiani verso una Cecoslovacchia avviata sulla strada del socialismo, ce ne parla il compagno Luca Baldelli in questo articolo.

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