L’Aral: un mare di bugie tra perestroika e capitalismo

L’Aral: un mare di bugie tra perestroika e capitalismo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il mondo capitalista ha rovinato, con i suoi metodi dissennati di consumo delle risorse naturali, produzione e diffusione delle merci, gran parte dell’ecosistema mondiale. Come sempre avviene, in ogni ambito, la borghesia ha sentito pertanto il bisogno di mascherare questa catastrofe planetaria accusando l’Urss ed il sistema socialista di aver devastato l’ambiente e la natura. Uno dei cavalli di battaglia che sono stati lanciati al galoppo nell’arena della disinformazione, è quello del Lago di Aral, che sarebbe stato prosciugato fino a quasi scomparire dai mostri comunisti, sempre intenti a distruggere ogni forma ed elemento del creato. Quanti compagni, anche in buona fede, sono caduti in questa trappola e pensano, tuttora, che il Lago di Aral sia stato del tutto cancellato, fatto scomparire per le draconiane necessità dell’economia sovietica. Tutto falso! Vediamo come stanno realmente le cose un passo alla volta, senza apologie macchiettistiche, certamente, ma anche senza reprimende e catastrofismi pseudo – ambientalisti privi di senso e di base logico – argomentativa.

5800-004-2ee08e56

Il Lago di Aral è considerato dai russi un mare ed infatti il suo nome, nella lingua di Tolstoj, di Dostoevskij, di Lenin e di Stalin, è “Aral’skoe More”, ovvero “Mare di Aral”. Tale “amplificazionE” lessicale – concettuale, che riflette la weltanschauung del popolo russo, la sua intima, appassionata familiarità con i grandi, sconfinati spazi, la si ritrova, humboldtianamente, anche nelle lingue uzbeka e kazaka, le quali si riferiscono alla grande massa d’acqua in questione, rispettivamente, con i nomi di “Orol Denghizi” ed “Aral Tengizi”. Pure il gruppo etnico dei Karakalpaki, stanziato prevalentemente nella parte nord – occidentale dell’Uzbekistan, utilizza nella sua lingua, appartenente alla famiglia turca al pari di quella uzbeka, l’espressione “Ten’izi Aral”, con posposizione del nome proprio rispetto all’assetto grammaticale uzbeko e kazako. Il Mare di Aral (lo chiameremo d’ora in poi così anche noi, per rafforzare, anche lessicalmente, la nostra opera di smascheramento) è un bacino endoreico (ossia senza emissari) che si estende su più di 8.000 kmq in Asia Centrale, tra Kazakhstan ed Uzbekistan. Tanto per addurre un confronto, si pensi al fatto che il l’area coperta dal Lago di Como è di 146 kmq, quella compresa nel Lago di Costanza misura 536 kmq, mentre il Grande Lago Salato statunitense occupa 4.662 kmq ed il Lago Manitoba, canadese, 4.706 kmq. Se è vero che non possiede emissari, il Mare di Aral ha, però, due immissari principali di eccezionale importanza: essi sono l’Amu Darya (l’Oxos del mondo greco – classico, il Jayhun del mondo antico – persiano) ed il Syr Darya (conosciuto dai greci antichi come Iaxartes). Il primo si snoda per 2.540 km, con una portata media di 2.134 metri cubi al secondo; il secondo percorre invece 2.212 km, con una portata media di 1.234 metri cubi al secondo.

araldif-021-edit3_med
Il bacino idrogeologico dei due grandi immissari del Mar d’Aral

Sfruttato agli inizi del ‘900, eminentemente per attività di pesca, da rinomati mercanti russi (Lapscin, Ritkin, Makeev e Krasilnikov, solo per citarne alcuni), il Mare di Aral conobbe le prime opere di irrigazione ad esso collegate (per mezzo dell’utilizzo delle acque dell’Amu Darya e del Syr Darya ) a partire dagli anni ’30, quando Stalin, il Partito Comunista Bolscevico dell’Urss ed il Governo sovietico decisero di avviare una gigantesca opera di ingegneria sociale ed economica, rendendo fertili e feconde terre prima desertiche, inospitali, battute da venti aridi e secchi. Grazie a quest’intensa pianificazione di lavori spesso mastodontici, svolti in condizioni ambientali tra le più proibitive immaginabili, l’Asia centrale sovietica cambiò volto in un brevissimo lasso di tempo, passando dall’arcaicità dei modi di vivere e di produrre alla modernità più piena e foriera di benessere: non quella capitalista, con vantaggi per pochi e sfruttamento, disagi e povertà per i più, ma quella socialista, con le nuove acquisizioni ed i progressi messi a disposizione dell’elevamento materiale, spirituale e culturale dell’intero popolo. Una miriade di canali d’irrigazione venne a solcare, rete di provvidenziale alimento per nuovi campi e colture, tutta la zona prossima alla poderosa distesa d’acqua ed anche alcune zone situate più lontano. Grazie a queste realizzazioni, molti uzbeki e kazaki poterono incrementare il loro consumo di riso, grano, frutta e verdura, fino a livelli paragonabili a quelli dell’Europa di oggi (e si partiva da condizioni ben più grame e difficili!).

uzbekistan_-_children_cotton
Raccolta del cotone in Uzbekistan, ora anche con lavoro minorile semischiavile, ah le meraviglie del capitalismo…

Fu sviluppata, certamente, anche la coltura del cotone: a tal proposito, occorre sottolineare che quanti sostengono che tale coltura fu un’imposizione colonialista della politica economica sovietica, in primis non hanno nemmeno idea di ciò che significhi la parola colonialismo, in secondo luogo qualificano paradossalmente come inutile una coltura che, nelle sue fasi di trasformazione successive al raccolto, dà forma a vestiti, bende e garze per medicazioni. Forse che vestirsi bene ed in maniera elegante nella stagione estiva come in quella invernale, nonché ricevere trattamenti medico – infermieristici adeguati, fuggendo da setticemie e cancrene con elementari accorgimenti (fino agli anni ’30 del ‘900 assai rari, in quei contesti), vuol dire essere succubi del colonialismo? Ad ogni buon conto, negli anni ’50, ossia venti anni dopo la costruzione dei canali di irrigazione, il Mare di Aral non solo non mostrava segni di “crisi”, ma si estendeva, suggestivo, per ben 68.000 kmq, con una lunghezza di 426 km, una larghezza di 284 e una profondità massima pari a 68 m. Tutto ciò veniva dal cielo? No, ma dall’attenzione e dalla cura riversate nella pianificazione delle nuove opere, in armonia con i fabbisogni del popolo e la salvaguardia della natura, da Stalin e da tutto il vertice del Partito e dello Stato, coadiuvati da figure di comunisti del panorama uzbeko quali Usman Yusupovich Yusupov, Sharof Rashidovich Rashidov, Akmal Ikramovich Ikramov (fintantochè costui non si vendette agli inglesi, sempre presenti a mestare nel torbido in quella regione strategica). In quello stesso periodo, mari, fiumi e laghi situati nell’occidente capitalista videro i primi, preoccupanti segni di un inquinamento e di un depauperamento destinati a trasformarli spesso, di lì a poco, in corsi d’acqua bisognosi di risanamento o condannati definitivamente, senza possibilità di appello, alla scomparsa. L’Amu Darya ed il Syr Darya, immissari basilari, scorrevano possenti e argentini, cantando un’ode al rigoglio di una natura prima avara ed inclemente, che il socialismo aveva trasformato da sogno in realtà. Il Mare di Aral brillava in faccia al sole, come i sorrisi dei contadini, degli operai, degli ingegneri kazaki ed uzbeki, in special modo di questi ultimi, i quali erano stati artefici, in larga misura, di un prodigio: se nel 1946, solo per considerare un’annualità, il raccolto di cotone dell’Urss era stato pari a 1,6 milioni di tonnellate metriche, alle porte del 1953 esso toccava ormai i 4 milioni (sarà di 4,3 milioni nel 1954). L’Asia centrale contribuì a queste cifre in ragione del 60 – 70% del totale.

130666046-lqvu1rvw-sandiego10047
La fertile vallata dell’Amu Darya

Dopo la morte di Stalin, in particolare dopo il XX Congresso del Partito Comunista, l’Urss virò in direzione non già di un capitalismo rovinoso, come alcuni analisti superficiali, presunti marxisti – leninisti, hanno sempre sostenuto, ma, questo sì, di un nuovo metodo economico di gestione troppo incentrato sul profitto, sugli indici di sviluppo, su di un efficientismo spesso disattento verso l’esigenza di armonizzare lo sviluppo delle forze produttive e, complessivamente, dell’economia, con la tutela delle risorse naturali. Questo fu vero soprattutto nel periodo del revisionista Krusciov, quando la rincorsa ai tassi di crescita divenne a tal punto spasmodica da sfociare, a volte, nell’esito opposto a quello desiderato, con diseconomie evidenti nell’impiego delle materie prime, delle fonti di energia e nei processi produttivi, con l’apparire di fenomeni preoccupanti di penuria e aritmia nell’approvvigionamento della popolazione. I manager d’assalto, trincerati dietro alle loro scrivanie ingombre di carte, alla luce delle massicce lampade di bachelite, impartivano febbrilmente ordini volti a trasformare i diagrammi affissi alle loro spalle in realtà, a volte a discapito dello stesso fattore umano così prezioso e da Stalin sempre posto al centro nell’edificazione dell’economia socialista. Brezhnev, asceso alla direzione del PCUS con l’appoggio di energie giovanili che, cresciute sotto l’ala protettiva di Stalin, avevano sempre visto in cagnesco il dilettantismo kruscioviano, corresse in larga misura la rotta (basti pensare a tutte le leggi emanate per la delocalizzazione di fabbriche inquinanti), ma mai si tornò, strutturalmente, a quell’attenzione, a quell’equilibrio nella pianificazione dello sviluppo economico – sociale, con il rigoroso calcolo comparato di costi e benefici, che Stalin aveva considerato sempre fondamentale e anzi necessario. Le dinamiche relative a tale nuovo approccio non potevano non affettare, di conseguenza, anche i processi inerenti all’utilizzo delle acque che affluivano verso il Mare di Aral.

aral1

Tutto ciò sia detto, chiaramente, senza nulla concedere alle Cassandre dell’antisovietismo professionale: lo specchio d’acqua era ancora in perfetta salute e prometteva un avvenire sempre più prospero ai popoli sovietici che ne traevano nutrimento e beneficio. Accadde però che, ad una nuova politica meno attenta verso le risorse naturali del Paese, si accompagnarono fattori naturali, non prevedibili, che iniziarono, dagli anni ’60, a porre un’ipoteca sule condizioni del Mare di Aral. Mentre la costruzione dei canali di irrigazione ricevette ulteriore impulso e nuovi successi costellarono il firmamento del progresso economico dell’Asia centrale, per la prima volta la vitale risorsa idrica dette segni di criticità: a partire dal ’61, si registrò una diminuzione annuale del livello del Mare di Aral variabile tra i 20 e i 90 centimetri. Parallelamente alla realizzazione di opere irrigue, l’ittiofauna, valorizzata e tutelata negli anni ’40 e ’50 a scopo ambientale, con vincoli ben precisi posti alle attività di pesca, cominciò dagli anni ’60 ad essere inquadrata e sfruttata su vasta scala come risorsa alimentare: se nel 1946 il pescato del Lago di Aral era ammontato a 23.000 tonnellate, negli anni ’80 esso giunse a quota 60.000 tonnellate, con 77 nuovi centri di pesca, allevamento e trasformazione industriale del pesce creati in Kazakhstan ed Uzbekistan. Uno sviluppo impressionante, che, in parte, compromise la salute dello specchio d’acqua incastonato, un tempo, tra i deserti. Intanto, però, per bilanciare critiche ed osservazioni, dobbiamo dire che, nello stesso periodo, la superficie delle terre irrigate nell’Asia centrale sovietica passò da 4,5 a 7 milioni di ettari. Ovvero, per un Mare di Aral che si restrinse a causa del’incremento della presenza di colture particolarmente idrovore, vaste porzioni di territorio uzbeko e kazako, prima aride o interessate da debolissimi sistemi di irrigazione, dipendenti dai cronici capricci di una pluviometria già di per sé poco generosa, conobbero la floridità e condizioni adatte all’insediamento umano mai viste prima. Questo, i coccodrilli che piangono sulle sorti del Mare di Aral per dar sfogo al loro antisovietismo, omettono sempre di ricordarlo! Mai una volta che si menzioni il fatto che il Kazakhstan e l’Uzbekistan, lungi dal rappresentare “scatoloni” di cotone destinati a questo ruolo da inesistenti “colonialisti” al potere a Mosca, videro incrementare costantemente, negli anni del socialismo, in primo luogo le colture alimentari, che procedettero di pari passo con quelle del cotone e non ne furono certo ancelle.

ouzbek_15_4

Basti pensare che, negli anni ’80, solo l’Uzbekistan produsse la bellezza di 136.000.000 di litri di vino, assieme all’85% dell’intero raccolto sovietico di uva sultanina e uva passa. L’Uzbekistan era, all’epoca, il più grande produttore di frutta e verdura dell’Urss! Scavando ulteriormente negli annali statistici, si vede che la Repubblica centro – asiatica, nel 1991, poco prima del crollo dell’Urss pilotato da Gorbaciov e compagnia, produsse ben 3.348.000 tonnellate di vegetali (su 165.700 ha) e 914.000 tonnellate di meloni (su 83.200 ha); nel 2002, in piena era capitalista, le cifre relative a tali prodotti subiranno un tonfo, precipitando, rispettivamente, a 2.936.000 e a 479.000 tonnellate. Perfino la patata, quasi del tutto sconosciuta prima del 1917 da queste parti, nel 1990, nel caos e nella disorganizzazione della perestrojka, era ancora coltivata su vaste estensioni e garantiva una quantità pro – capite destinata al consumo tutt’altro che trascurabile, pari a 16/17 kg annui, integrata ovviamente da altri quantitativi messi a disposizione dalla Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, da quella ucraina e dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, ovvero dai maggiori produttori sovietici e mondiali del tubero. Il cotone, nel 1990, occupava 1.800.000 ha e, dal 1980 al 1990, registrò una produzione pari a più di 5.000.000 di tonnellate. Troppo? A ben vedere, essa non fu poi di molto superiore a quella degli anni ’50, anche se la consistenza delle riserve idriche mano a mano andò scemando ed una pianificazione più lungimirante ed efficace tanto a livello centrale quanto repubblicano avrebbe, dal 1980, consentito di parare il colpo. Di certo, non vi fu alcuna “truffa del cotone” volta a gonfiare artatamente e sistematicamente le rese, almeno nei termini in cui essa fu raccontata e anzi montata dai mezzi di comunicazione per impulso di quegli ambienti che, volendo tirare la volata a Gorbaciov, e volendo colpire una Repubblica, come l’Uzbekistan, fedele a Brezhnev e alla vecchia guardia del PCUS, profusero ogni sforzo nella decapitazione, anche per via giudiziaria, di un’intera classe dirigente, con Sharof Rashidov in testa, eletto, quest’ultimo, a capro espiatorio di una lotta per il potere oscura, che cercheremo di inquadrare in un prossimo studio. Ad ogni modo, accanto a circa 5.000.000 di tonnellate di cotone, nel 1990 vi fu una produzione di grano e cereali pari a 1.400.000 tonnellate, dato assai rilevante, per una Repubblica esposta a condizioni climatiche tutt’altro che propizie per quel genere di colture, anche una volta eseguite le più avanguardistiche opere di irrigazione e i più efficaci interventi di agronomia.

campi cotone
Campi uzbecki di cotone

Complessivamente, a smentire la tesi della prevalenza quasi esclusiva del cotone, abbiamo lo schema della ripartizione in percentuale delle colture: nel 1990, al cotone fu riservato il 41% della superficie coltivata, al grano il 32%, alla frutta l’ 11%, ai vegetali il 4%, ad altre colture alimentari il 12%. Il 59% della superficie agricola uzbeka, quindi, non era occupata da cotone! A dispetto di ogni catastrofismo, nel 1980 il Mare di Aral aveva ancora una superficie pari a 51.675 kmq (nel 1950 / 60 era di 68.000) e un livello medio pari a 46,40 m (nel 1950 / 60 era di 53 – 54 m). Con una maggiore attenzione a certi fenomeni distorsivi nell’impiego di acqua, aggravati da alcuni ostacoli naturali insuperabili, contestualmente ad un più attento calcolo dei reali fabbisogni di cotone e di altre colture, si sarebbe potuto non già impedire del tutto questa diminuzione (come vedremo tra un po’, non sarebbe stato possibile), ma, questo sì, arginarla. Nel 1990, dopo la tanto decantata riconversione delle colture andropoviano – gorbacioviana, la superficie del Mare in questione si era comunque ristretta a 36.800 kmq, mentre il livello medio era sceso a 38,24 m. La perestrojka, dunque, non ha recato benefici nemmeno al Mare di Aral, a dispetto di strombazzamenti mediatici ossessivi e disinformanti!

dscn2552

Il fatto degno di nota, però, quello più occultato dai media mondiali dal filone antisovietico in tutte le sue salse, è che la vera crisi del Mare di Aral non è cominciata né negli anni ’30, né negli anni compresi dal 1960 al 1990, quando pure si sono verificate, come abbiamo avuto modo di rilevare, alcune pecche nella conduzione economica e, nello specifico, nella gestione della risorsa della quale stiamo trattando. Il Mare di Aral ha conosciuto il processo più imponente di ritiro a partire dal crollo dell’Urss. Questa, la verità più lampante e taciuta dal filone antisovietico in tutte le sue salse!

Vediamo le tappe di questo irrefrenabile declino: dopo la divisione del Mare in Piccolo Aral e Grande Aral, a partire dalla fine degli anni ’80, per i ben noti fenomeni di evaporazione e depauperamento, nel 1993 la superficie scendeva a 36.182 kmq, per poi restringersi fino a 17.200 kmq nel 2004, con 30.40 m di livello medio. Nel 2009 si giunse a 7.434 kmq, per risalire a 13.836 nel 2010 e ridiscendere a 8.303 kmq nel 2015. Il tutto accompagnato, naturalmente, da un cospicuo aumento dei livelli di salinità. Se fossimo come gli antisovietici di professione, se fossimo impastati della loro stessa malafede, della loro disonestà intellettuale, del loro disprezzo per qualsiasi analisi obiettiva e spassionata, potremmo sostenere tranquillamente che il capitalismo ha ucciso il Mare di Aral, che l’unico e solo imputato da condurre alla sbarra in un ipotetico processo ambientale, è il modello di sviluppo impostosi in Uzbekistan dopo il 1991. Essendo marxisti, rigorosi e metodici negli approfondimenti e nelle disamine, non possiamo non prendere in considerazione altri dati di carattere storico e scientifico che contribuiscono a far luce sul processo di crisi di uno specchio d’acqua il quale, nonostante tutto, ancora oggi surclassa per estensione, come abbiamo avuto modo di vedere, vari laghi mondiali assai rinomati.

13395148_f520

Innanzitutto, il Mare di Aral ha sempre presentato massicce fluttuazioni dei suoi livelli nel corso di varie epoche: tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, vi fu un processo di ritiro impressionante che condusse alla formazione di isole ed isolette, da Barsakelmes all’Isola della Rinascita, passando per quelle di Kaskakulan, Kozzhetpes, Uyaly, Biyiktau. Studi seri e circostanziati condotti da scienziati sovietici, russi ed uzbeki, fondati su calcoli complessi ed esaustivi, sono arrivati alla conclusione che, ad incidere sull’abbassamento del livello e sul restringimento del Mare di Aral, non è stata tanto l’irrigazione delle colture (responsabile solo in ragione del 23%), quanto la duplice interazione di fattori climatici incontrollabili o non interamente dipendenti dalle scelte di sviluppo compiute (per un 15%) e di fenomeni strutturali di permeabilità del suolo che hanno condotto al depauperamento delle risorse idriche (per un 62%).

Ora, con l’ausilio delle percentuali, riusciamo meglio a comprendere quanto accennavamo sopra, e cioè che limitando la coltura del cotone si sarebbe solo ridotto il danno, non lo si sarebbe di sicuro impedito (il che non vuol dire, lo ripetiamo, che non si sarebbero dovuti profondere sforzi in tal senso, visto che ogni miglioramento è da salutare sempre con favore).

aral_sea_chronology_lg

A coloro i quali vaneggiano di prelievi idrici che non si sarebbero dovuti compiere per niente, rispondiamo che il problema, lo stesso problema, l’avrebbero tirato fuori, sempre strumentalmente, qualora il Mare di Aral fosse stato maggiormente preservato e, al suo posto, si fossero condannati al deserto perpetuo tanti luoghi dell’Uzbekistan e dell’Asia centrale oggi resi fertili e ridenti dalle opere irrigue compiute durante l’era sovietica. In quel caso, oggi assisteremmo al pianto greco su miserabili tribù di predoni, vaganti alla ricerca di cibo in una natura ostile piena di malattie e morti per fame. Chi poi lamenta l’assenza di opere di adduzione di acqua dalla Siberia, attraverso il fiume Ob, dovrebbe spiegare per quale misteriosa ragione l’Aral è sacro mentre nessuna importanza avrebbe il clima della Siberia, che da quelle opere gigantesche di conduzione idrica, ipotizzate ed accantonate già in epoca sovietica, avrebbe ricevuto e riceverebbe un colpo esiziale, con danni incomparabilmente più gravi di quelli subiti dal Mare di Aral.

Non vi è stato quindi alcun genocidio ambientale pianificato dai “perfidi sovietici”, così come ce lo hanno dipinto di volta in volta faziosi ed apocalittici predicatori, pseudo – ambientalisti alla ricerca di fondi e visibilità per le loro cause (in nulla e per nulla coincidenti con l’ambientalismo serio, che è e resta necessario), agenti stranieri e diplomatici interessati alla distruzione dell’economia dell’Urss, al soffocamento di ogni velleità di rinascita di uno spazio eurasiatico forte, integrato e concorrenziale con le talassocrazie anglosassoni (in tal senso sono da leggersi gli strali diretti contro l’agricoltura uzbeka, e contro la coltura del cotone in particolare, da parte dell’ambasciatore inglese Craig Murray una decina di anni fa).

nord aral
Grazie ai tardivi provvedimenti del governo kazako il livello delle acque, almeno nella parte settentrionale del bacino d’Aral, sta crescendo

Piotr Zavyalov, Vice – direttore dell’Istituto di Oceanologia dell’Accademia delle Scienze russa, ha affermato più volte che, pur nella crisi forte che l’ha colpito, il Mare di Aral conserva un proprio ecosistema vivo ed assai interessante. Non vi è stata nemmeno, attorno al Mare di Aral, nei luoghi popolati ad esso prossimi, quella pandemia, quell’emergenza sanitaria che certi allarmisti da strapazzo e alcuni scienziati disinformati e disinformatori hanno teso accreditare anche in sede scientifica: i Karakalpaki non sono quel popolo martoriato da malattie croniche, da “piaghe d’Egitto” impietose e crudeli che certi giornalisti e scienziati al soldo del capitalismo ci hanno dipinto, ma erano in epoca sovietica e sono, in parte ancora oggi, uno dei popoli più prosperi e laboriosi dello spazio eurasiatico. Alcuni dati sul movimento demografico dei Karakalpaki parlano da soli, anche rispetto al loro stato di salute: nel 1979 essi ammontavano, in Uzbekistan, a 281.800 individui, mentre nel 1989 il censimento pansovietico ne rilevava, sempre nella Repubblica centro – asiatica, 390.000, con un aumento vicino al 40% (oggi sono 510.000)! Un tasso di accrescimento che, in sé e per sé, fa piazza pulita di ogni catastrofismo legato alla questione del Mare di Aral . Il tasso di natalità dei Karakalpaki era, attorno agli anni 2000/2001, del 23 per mille (superiore alla media uzbeka), mentre il tasso di mortalità era del 5.9 per mille (di poco superiore alla media dell’Uzbekistan). Numeri che di tutto sono specchio fuorché di un girone dantesco. Da considerare, poi, il fatto che la natalità, in quel periodo, era in forte declino (quasi dimezzata) rispetto al periodo sovietico e la mortalità, sempre rapportata a dieci – quindici anni prima, era in aumento.

pesca mar Aral
Pesca nella parte nord del Mar d’Aral

Sorvoliamo del tutto, per ora, sulla grottesche e ridicole accuse circa la presenza di bacilli pestilenziali nella zona dell’Aral, sfuggiti al controllo delle autorità responsabili della vigilanza in tema di guerra chimica e batteriologica e riemersi dopo il ritiro del lago e l’abbandono di installazioni militari. Tratteremo questo tema in un altro articolo.

In conclusione, possiamo dire che la vicenda dell’Aral è la stessa vista in mille altre occasioni: un imbroglio della propaganda antisovietica, la quale, nella sua sublime imbecillità, ritiene di poter fare a meno e del buonsenso e della scienza. Non è un atteggiamento degno di un onesto studioso, né tantomeno di un marxista – leninista, quello di ondeggiare tra l’apologia del “ tutto rose e fiori “ e la vis delendi del “ tutto va male “ del “ tutto è una catastrofe “. Ciò vale rispetto ad ogni questione, problematica, fatto o principio.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Purtroppo le fonti disponibili sono, in larga parte, denigratorie dell’epoca sovietica, ma, se è vero che opere in netta difesa della verità storica sull’Aral sono ancora tutte da scrivere, è altrettanto vero che contributi più obiettivi di quelli solitamente circolanti sul tema erano e sono reperibili. Ne diamo le coordinate qui sotto. Tutte le fonti russe sono traducibili con l’ausilio del PC.

Sulla ricerca scientifica inerente cause e contesti delle vicende del Mare di Aral: академик Н. А. Шило «Причина исчезновения Арала найдена?», in «Наука в России». № 6 1995.

Sulla storia del Mare di Aral: https://orexca.com/rus/prearal.shtml (vi sono imprecisioni ed esagerazioni, ma la messe di dati offerta è comunque utile e meritevole di apprezzamento).

Sul dibattito inerente il Mare di Aral: http://expomod.ru/izvestnykh-prichin-pochemu-vysokhlo-aral/

Mappa “evolutiva” del Mare di Aral:

Sulla demografia dei Karakalpaki e dell’Uzbekistan:  www.karakalpak.com/stanpop.html

 

Annunci

Settanta anni di collaborazione con i nazisti: il piccolo sporco segreto ucraino dell’America

Settanta anni di collaborazione con i nazisti: il piccolo sporco segreto ucraino dell’America

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di DAVIDE SPAGNOLI

Presentiamo un’intervista a uno storico americano, Russ Bellant, autore di  Old Nazis,The New Right and The Republican Party, in cui viene rimarcato come da 70 anni vi sono stati e vi sono strettissimi legami tra il Partito Repubblicano, tra cui alcuni suoi esponenti eletti come presidenti USA come Richard Nixon e Ronald Reagan e una pletora di criminali di guerra ucraini che collaborarono con i nazisti.
Da questo si capisce benissimo la corresponsione attuale di amorosi sensi fra gli attuali governanti dell’Ucraina e il governo USA. Un po’ meno comprensibile è l’ammore che lega esponenti piddini e della “sinistra” lgbtqwerty equosolidale con i loro impresentabili nipotini ucraini…

PDF DELL’ARTICOLO

Herat 1979. La Gladio azzurro-verde-gialla scatena il caos in Afghanistan

Herat 1979. La Gladio azzurro-verde-gialla scatena il caos in Afghanistan

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il 1978 segnò l’ascesa al potere, in Afghanistan, del PDPA (Partito Democratico Popolare Afghano ), formazione marxista – leninista, ma con forti agganci anche al progressismo democratico – rivoluzionario e con varie anime al suo interno. Le due principali tendenze erano denominate “Khalq” (“popolo”) e “Parcham” (“bandiera”. Alla prima, ricca di venature estremiste e poco propensa ad accordi organici con l’Urss ed il campo socialista, si richiamavano i principali dirigenti, tra i quali Nur Mohammad Taraki e Hazifullah Amin, mentre della seconda, più consapevole della necessità di un riferimento diretto all’Urss, alla sua esperienza ed alla sua prassi, erano esponenti Babrak Karmal e Mohammad Najibullah.

afghanistan-nur_muhammad_taraki
Nur Mohammad Taraki

La Rivoluzione di Saur del 1978 (“Saur”, in lingua dari, è il secondo mese del calendario persiano), avvenuta il 27 aprile 1978, aveva spazzato via il regime del Presidente Mohammed Daud Khan, prevenendo i suoi intenti golpisti e genocidi nei confronti dei militanti comunisti e democratici (il leader comunista Khyber, dell’ala “Parcham”, venne ucciso per volontà del Ministro degli Interni di Daud, Nuristani ), e così facendo aveva sbarrato momentaneamente il passo a profonde ingerenze imperialiste degli Usa, volte a trasformare il Paese in una rampa di lancio verso l’Asia centrale sovietica. Pakistan, Iran e Afghanistan dovevano formare un unico blocco reazionario e bellicista volto alla giugulazione dell’Unione Sovietica e alla sua destabilizzazione, a cominciare dalla diffusione dell’Islam fondamentalista in Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakhstan e Turkmenistan. Le divergenze tra sunniti e sciiti, sotto il manto protettore dell’imperialismo americano, erano state al momento accantonate in vista dell’obiettivo.

5657498758_64a55d3913
Babrak Karmal

La determinazione e la lucidità del gruppo dirigente del PDPA riuscì a mandare a monte questi piani, proprio mentre stavano per scattare in tutto il Paese gli arresti di tutti i principali dirigenti e attivisti del Partito, ostacolo incrollabile nella difesa della democrazia, dei bisogni dei ceti popolari, della pace contro ogni imperialismo. Il nuovo governo del PDPA intraprese alcune misure di chiaro segno progressista: in un Paese contraddistinto da esclusivismo clanico, da arcaiche, anacronistiche istituzioni tribali, da generale arretratezza, eccezion fatta per la Capitale e per pochi altri nuclei urbani, si procedette a una campagna capillare di alfabetizzazione e scolarizzazione, si portarono ospedali e centri culturali dove mai prima d’allora erano esistiti e dove ci si curava ancora, quando ciò avveniva, con rimedi tramandati dalla tradizione popolare, si distribuì la terra a 200.000 contadini togliendola ai vecchi latifondisti parassiti e sfruttatori, si abrogò l’ “ushur”, ovvero la decima pagata dai braccianti ai proprietari terrieri, si abolirono i matrimoni combinati e le discriminazioni contro le donne. Il Paese conobbe un’ondata di modernità e progresso senza precedenti; per la prima volta contadini oppressi da secolari soprusi e tirannici ordinamenti, sperimentarono la gioia della libertà, l’emancipazione, videro un medico e un maestro; le donne, ghettizzate e sottoposte all’indiscutibile autorità dei mariti, spezzarono le loro catene. Basti pensare che il governo rivoluzionario ereditò dal vecchio regime appena 50 ospedali e 900 medici in tutto il Paese. Nel portare avanti il processo rivoluzionario, in un certo numero di casi si calcò troppo la mano e si prestò il fianco alla reazione latifondista e clericale che, riorganizzatasi immediatamente sull’onda delle riforme che stavano cancellando i ceti parassitari, ricevette nuovo impulso da fughe in avanti eccessive, velleitarismi e altri errori compiuti dal governo rivoluzionario nella sua foga (certamente sacrosanta negli intenti) di cambiare il Paese portandolo dal buio delle caverne alla luce della modernità.

1970s_girls1298152206
Studentesse universitarie negli anni ’70

La CIA, stupita dal successo della Rivoluzione di Saur, come la bestia messa all’angolo reagì con rabbia e cieco odio, intessendo nuovi legami con vari gruppi che si andavano costituendo in opposizione al governo rivoluzionario, anche con incontri segreti presso sedi diplomatiche e nascondigli. Iniziò a dispiegarsi quella trama che, nel 1979/80, per volere supremo di Brzezinski e del suo entourage raccolto attorno al Presidente Carter, avrebbe condotto al conflitto afghano, con l’intervento internazionalista dell’Unione Sovietica a difesa della reazione islamico – reazionaria e dell’imperialismo. Queste trame erano facilitate dalla divisione che iniziò a profilarsi in seno al PDPA, sull’onda della reazione suscitata in alcuni centri dal modo troppo affrettato e confusionario di portare avanti le riforme, quelle riforme che, complessivamente – è bene sottolinearlo ancora – stavano cambiando in meglio il Paese. Nella primavera del 1979, ad un anno dalla Rivoluzione, milioni di afghani avevano imparato a leggere e a scrivere, avevano visto crescere il proprio tenore di vita, avevano imparato a gestire imprese e servizi da lavoratori coscienti; Presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan e Presidente del Consiglio era Nur Mohammad Taraki, dell’ala “Khalq”, il quale, mentre si ergeva a presidio difensivo del cammino progressista e democratico del Paese, non era altrettanto disponibile a garantire una condotta realmente democratica all’interno del Partito. Vecchie, persistenti sopravvivenze tribali continuavano ad inquinare la vita politica e il posizionamento di numerosi esponenti, anche all’interno del PDPA. Contro questo andazzo, i seguaci dell’ala “Parcham”, che guardavano all’Urss e contavano sull’appoggio della parte maggioritaria della popolazione, che li apprezzava per il loro equilibrio, per la lotta contro abusi ed esagerazioni nell’attuazione delle riforme, dettero battaglia, ma preferirono mantenere incarichi diplomatici all’estero per non correre il rischio di venir incarcerati: Babrak Karmal rimase in Cecoslovacchia, la sua compagna, l’indomita Anahita Ratebzad in Jugoslavia, Mohammad Najibullah in Iran, altri in altre parti del mondo. Chi ancora oggi critica queste scelte gridando alla vigliaccheria e al tradimento, primo lo fa da comodi salotti al riparo da ogni persecuzione, secondo dimentica che, con il gruppo dirigente “Parcham” decapitato in Patria, nessuna speranza ci sarebbe stata di vedere un cambiamento al vertice nel Paese, cambiamento al quale l’Urss stava pensando già non per mire espansioniste inesistenti e per ingerenze controproducenti, ma per salvare la Rivoluzione di Saur dall’urto della reazione interna e internazionale. Infatti, non tanto il Presidente Taraki, quanto il gruppo, sempre organizzato attorno all’ala “Khalq” facente capo ad Hazifullah Amin, stava scalpitando per assumere tutto il potere, anche con legami (non ancora inoppugnabilmente dimostrati, ma dati per certi da numerosi militanti, studiosi e opinionisti) con la CIA e con l’intelligence pakistana, appaltatrice del lavoro sporco imperialista nella Regione assieme ai servizi iraniani. Perlomeno, c’era una convergenza di interessi tra il gruppo di Amin e i circoli imperialisti : più si indeboliva il Paese, più le riforme venivano sabotate da atteggiamenti che ne mandavano a monte la sostanza e lo spirito intrinseco in nome di estremismi idioti e forzature, più il fronte imperialista si rafforzava e aveva occasione di ingerirsi in Afghanistan. Il Presidente Taraki era certamente debole, stretto tra vari fuochi e a volte giocò la carta di una repressione che, gestita su base locale e tribale senza adeguata supervisione centrale, spinse ancora più la situazione verso il baratro.

Questo lo si vide, appunto, nella primavera del 1979, con la “rivolta di Herat”, la prima rivolta scatenata dalla reazione contro la Repubblica Democratica Afghana, nove mesi prima dell’intervento sovietico chiesto peraltro dal PDPA (non ci fu alcuna invasione!). Molto si è detto e scritto attorno a questo episodio, e molta disinformazione è stata sparsa: da una parte i carnefici (i comunisti afghani e l’Urss), dall’altra le vittime (la popolazione). Falso, falsissimo schema, che si scontra con la verità storica.

Herat era ed è una cittadina afghana prossima al confine con l’Iran; il Trono del Pavone, da qualche mese, era stato rovesciato dalla Rivoluzione khomeynista, i cui contenuti progressisti erano bilanciati da un viscerale anticomunismo e il cui antimperialismo e anti – americanismo era contrappesato da un forte antisovietismo. Niente di straordinario, non si poteva certo pretendere una professione di bolscevismo da un esponente del clero come Khomeyni, pur coraggioso nella sua lotta contro la dittatura degenerata dello Shah, puntellata da Usa e Israele. Il fatto fu che l’ala destra del nuovo governo khomeynista iniziò a giocare la carta dell’eversione in terra straniera per destabilizzare il campo socialista ed espandere la propria concezione del mondo. A dar manforte a tale azione, gli immancabili servizi segreti statunitensi e ambienti maoisti – anarcoidi che allignavano in sedi periferiche del PDPA e, marginalmente, in organismi centrali del medesimo. Ecco che, nel marzo del 1979, a Herat (allora popolata da almeno 250.000 persone) scoppiarono disordini che, sapientemente orditi all’ombra di moschee con imam reazionari e filo – imperialisti, acquistarono presto il carattere di una pericolosa insurrezione, capace di contagiare vari ceti, non solo quelli strettamente legati ai latifondisti spodestati.

9b9c193f-3f35-4733-993f-2e6f7d2a9830
Herat, Afghanistan

L’infezione eversiva si allargò presto a gran parte della provincia, anche se alcune località, come i Distretti di Obe e Pashtun Zargun, rimasero saldamente nelle mani del potere rivoluzionario, con il popolo stretto attorno alle conquiste del socialismo e gli eversori islamisti, indigeni e stranieri, isolati nella maniera più netta. Gli spari riecheggiarono ripetutamente dalla giornata del 15 marzo e presto, coperti dalle avanguardie armate dei mujaheddin foraggiati dagli Usa, dall’Iran e dal Pakistan (Paese, quest’ultimo, che non solo non se ne stette con le mani in mano, ma tessé la sua trama in altri Distretti e Province anche non di sua diretta influenza), nuclei di rivoltosi si diressero verso il centro cittadino e assaltarono uffici, sedi di Partito, negozi (specie nel bazar), seminando distruzione e morte. Nei tumulti furono uccisi diversi cittadini sovietici: le varie fonti consultabili propongono numeri diversi, da 3 o 4 a 200, ma è chiaro che vi fu un pogrom di netto, inequivocabile stampo fascista contro chi rappresentava il Paese baluardo del socialismo e dell’antimperialismo, il Paese che con maggior forza e coerenza supportava le lotte dei popoli per la libertà ed emancipazione.

main_900
Controrivoluzionari afghani, dintorni di Herat, febbraio 1980

Quella che possiamo definire “Gladio verde” (islamo – fondamentalista e anti – sovietica ) si saldò, nella rivolta di Herat, con la “Gladio azzurra” (di diretta emanazione statunitense), incrociando pure la “Gladio gialla” (quella dei sedicenti maoisti, in realtà trotskisteggianti, che pur di portare avanti una linea antisovietica si allearono con chi sparava su maestri, donne che si toglievano il velo spontaneamente, medici e attivisti del PDPA). Un mix di apparati di controllo e sovversione, al servizio dell’imperialismo, che ritroveremo puntualmente anche in altri contesti e “punti caldi” di più recente “accensione”, primo tra tutti il Kosovo, regione nella quale parimenti ritroviamo l’eversione atlantista, islamista e sedicente marxista – leninista di osservanza “maoista”. Un’azione pianificata nella quale le reti della CIA americana, della SAVAK iraniana (da sempre legata al MOSSAD israeliano, tra l’altro), dell’ISI pakistano unirono gli sforzi per il fine supremo di un’offensiva geopolitica contro l’Urss, i suoi interessi, la sua stessa sovranità. Al vertice dei rivoltosi di Herat si pose un “direttorio” di religiosi reazionari, militari non epurati vicini a formazioni fondamentaliste quali il “Jamiat – e Islami” di Rabbani (Ismail Khan, Alauddin Khan, Sardar Jagran e Rasul Baloch), esponenti politici accecati dall’odio antisovietico, pronti a giocare la carta della rivincita, del revanscismo più feroce e persino ex galeotti (Gul Mohammad, Kamar – i – Dozd e Shir Aga Shongar). La Città di Herat fu prigioniera e succube delle volontà di questi personaggi, con la popolazione usata come scudo umano. La disinformazione operante dalle prime ore della rivolta sparse in tutto il mondo, attraverso le agenzie stampe legate ai circoli imperialisti, l’idea che quella di Herat era la lotta di tutto l’Islam contro il comunismo: tesi assurda, dal momento che i dirigenti del PDPA e molti militanti trovarono rifugio proprio all’interno della Grande Moschea o Moschea Blu, stupendo monumento e suprema sede religiosa cittadina. Diversi mullah, imam e cadì accorsero proprio sotto le bandiere del PDPA per veder difesa la vera concezione progressista e rivoluzionaria alla base della dottrina islamica. Un’altra operazione di disinformazione ha teso accreditare l’aiuto offerto dalla CIA ai mujaheddin a partire dal 1979, oltretutto dopo che per decenni si era collocato temporalmente questo dopo l’ingresso dell’Armata Rossa nel Paese: in realtà, prima della fatidica firma, da parte del Presidente americano Carter, della direttiva per il rifornimento con armi e soldi sonanti ai mujaheddin afghani, datata 3 luglio 1979, direttiva che darà il via all’ “Operazione Cyclone” e che spingerà l’Urss a entrare in campo nel conflitto, per tutto il 1978 e per tutta la prima parte del 1979, gli agenti CIA presenti nel Paese, non erano stati certo a rimirare il Sole e le stelle, ma avevano attivamente lavorato per il rovesciamento del governo rivoluzionario di Kabul, con operazioni coperte di vario genere. Ciò è inoppugnabilmente testimoniato da varie riunioni tenutesi sia in Afghanistan che nel Pakistan, protagonisti diplomatici e agenti segreti. Come non vedere nella rivolta di Herat una diretta emanazione di queste trame?

slide19210
Afghanistan, località imprecisata, agente CIA con i controrivoluzionari afghani

Ad ogni buon conto, per spezzare l’assedio della Città da parte del fronte islamista, filoimperialista e trotskista, il PDPA si mosse in forze, mettendo da parte dissapori e divergenze che non mancavano e sui quali torneremo. Il Presidente Taraki, pur indebolito dal gruppo settario e ondivago di Hazifullah Amin, lanciato nel suo progetto di impadronirsi del potere senza dividerlo con nessun’altro, seppe in questa fase stringere un accordo con l’ala “Parcham” del Partito, contenendo i “pasdaran” del suo schieramento. Il 20 marzo, le Brigate IV e XV dell’Esercito vennero spedite a Herat da Pul e – Charki (periferia di Kabul caratterizzata dalla presenza di una grande struttura penitenziaria) dal Presidente Taraki, ma, data la rilevante distanza, a giungere prima sul teatro dei disordini furono le armate del generale Sayyed Mukharam, che una storiografia destituita di ogni fondamento ha voluto comandate da Amin in quel frangente, cosa impossibile dal momento che Hazifullah Amin, a quel tempo, era solo Ministro degli Esteri (assumerà anche la carica di portavoce del Consiglio dei Ministri solo dal 27 marzo, a situazione normalizzata). Grazie all’energico intervento, che non fu solo militare, ma civile-militare, con i militanti del PDPA e cittadini progressisti volontari in prima linea, Herat venne espugnata e liberata il 20 marzo del 1979. In quella data furono battuti, purtroppo non definitivamente, i disegni delle varie Gladio antisovietiche, variamente colorate.

main_9001
Un capitano dell’esercito afghano in procinto di disertare presso Herat

La propaganda occidentale ha ripetutamente accusato il governo rivoluzionario di aver ordinato bombardamenti indiscriminati sulla Città: se è vero che Herat vide incursioni di aerei Ilyushin, è anche vero che queste furono mirate a colpire edifici in mano ai rivoltosi, obiettivi di valenza militare e strategica controllati dagli islamo – reazionari e mai civili abitazioni, scuole, ospedali, centri culturali; i rivoltosi, invece, per attirare sul governo rivoluzionario di Kabul l’odio e l’esecrazione dell’opinione mondiale, non si fecero scrupoli nell’usare come scudi umani i civili, secondo uno schema poi visto in Kosovo, Siria e Cecenia, solo per citare alcuni teatri dell’eversione atlantico – islamista. Nella conta delle vittime, si è proposta spesso la cifra di 25,000 caduti, articolo di fede per tutta la propaganda anticomunista contrabbandata per storiografia, ma le prove reali acquisite fanno ascendere il numero totale dei morti a 3 – 4.000, cifre comprendenti i rivoltosi uccisi in combattimento, i civili da essi eliminati e i soldati fedeli al governo caduti in battaglia o attirati in trappole e uccisi nella maniera più barbara e crudele. Ciò detto, è ancora dibattuto il tema del ruolo vero giocato da Hazifullah Amin nel quadro della rivolta di Herat: l’ambizioso dirigente del PDPA fu certamente responsabile di gran parte delle deviazioni che alienarono al governo rivoluzionario preziosi appoggi in seno alla società afghana e ad alcuni suoi gruppi sociali, appoggi recuperati poi dal 1979 con una paziente opera di ricucitura dall’ala “ Parcham “ del Partito e dal nuovo gruppo dirigente guidato da Babrak Karmal. E’ stato più volte affermato che il KGB acquisì prove circa la collusione di Amin con gli imperialisti americani e con il Pakistan: se è vero che “pistole fumanti” di tal genere non se ne sono trovate (il KGB, differentemente dalla CIA, non usava la menzogna, nemmeno quando poteva tornare a suo pro per meglio affermare una verità di fondo), è oggettivamente inoppugnabile il fatto che Amin abbia flirtato con ambienti islamisti e abbia giocato a presentarsi come il salvatore della Patria ai danni di Taraki e di tutti gli altri dirigenti, dopo aver improvvidamente scatenato, con la sua cricca, la caccia al religioso in alcune parti del Paese e aver compiuto altre prodezze da manuale controproducente, fomentando malcontento anche tra settori islamisti di stampo progressista e venendo parzialmente frenato, in questo, dai militanti più saggi dell’ala “Khalq” e da tutta l’ala “Parcham” del PDPA. Una trama sottile, diabolica, insidiosa, che promuoveva repressioni al solo fine di portare alla luce le spinte più estremiste per poi ricompattarle attorno ad una virata in senso antisocialista a livello istituzionale. Anche per questo l’Urss, liberando il Paese dalla cricca di Amin negli ultimi giorni del 1979 e prendendo di petto finalmente in tutto il Paese la peste fondamentalista, promossa dall’esterno e dall’interno, rese un grande aiuto alla causa del socialismo e della pace nel mondo! L’evidenza storica, poi, dimostra che l’Urss intervenne solo su esplicita richiesta del PDPA quando la situazione minacciò di precipitare per le trame tessute tra Amin e i gruppi armati reazionari, mentre nella primavera del 1979, al tempo della rivolta di Herat, la volontà unanime di Breznev, Gromyko, Ustinov e degli altri dirigenti sovietici fu chiara ed esplicita: aiutare il PDPA ed il governo rivoluzionario a fronteggiare da solo, senza ingerenze esterne, l’offensiva islamo – reazionaria. Mentre gli Usa e la CIA promuovevano azioni eversive e terroristiche, l’Urss buttava dunque acqua sul fuoco e offriva il suo aiuto internazionalista costruttivo e corposo, nel quadro di uno sforzo teso al consolidamento del socialismo in Afghanistan e alla lotta contro una minaccia interna al Paese che solo un rinnovato gruppo dirigente del PDPA, cosciente e aperto a nuove strategie, poteva concepire e portare avanti con successo. Sono inoppugnabili prove come i contatti tra Taraki e Kosygin nei giorni della rivolta di Herat, contatti nei quali, ad un Taraki che chiedeva rinforzi militari immediati da parte dell’Urss e mentiva spudoratamente sull’assenza di forze del PDPA presenti in Città a sostegno del Governo rivoluzionario, si rispondeva che l’Afghanistan libero e sovrano, fermo restando il supporto morale e materiale dell’Urss, era bene risolvesse i suoi problemi interni in primis con le sue proprie forze. Da parte sovietica, forse, si sospettava una manovra di Amin, tutt’altro che campata in aria, volta a invischiare l’Unione Sovietica in un ginepraio e a qualificarla come Stato aggressore. Solo la direttiva CIA del 3 luglio del ’79, la sempre più aperta complicità tra l’arrembante Amin e gli islamisti, l’indebolirsi del governo rivoluzionario a livelli mai visti prima, spinse l’Urss ad altri consigli… Ma questa è un’altra storia, che parte senza dubbio dalla sconfitta della sollevazione di Herat ma che avremo modo di esaminare in altra sede.

Bibliografia:
Enrico Vigna: Afghanistan ieri e oggi (La Città del Sole, 2001).
John K. Colley: Una guerra empia (Eleuthera, 2000).
Olivier Roy: Islam and Resistance in Afghanistan (Cambridge University Press, 1992).
George Crile: Il nemico del mio nemico  (Il Saggiatore, 2005)
https://espressostalinist.com/2016/07/30/telephone-conversation-between-kosygin-and-taraki/

 

Gradangolo sulla Cina: la questione dei quadri tecnici e dei manager, il nodo dell’ambiente. Oltre le bugie dei media

Gradangolo sulla Cina: la questione dei quadri tecnici e dei manager, il nodo dell’ambiente. Oltre le bugie dei media

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

770bbvprwqgwgx
Emulare l’intelligenza, sulla via di una rivoluzione culturale e tecnologica (1958)

Lo sviluppo della Cina moderna e contemporanea è uno dei capitoli più prodigiosi della civiltà contemporanea e del socialismo in un Paese che, dal 1949 ad oggi, è passato da nemmeno 500 milioni di abitanti a 1.400.000.000. Un Paese che, formato in gran parte da contadini, legati ad arcaici sistemi produttivi e vecchi rapporti feudali di sfruttamento, ha saputo elevarsi, grazie alla guida salda e intrepida di Mao e dei suoi successori, dalla preistoria alla più piena modernità e avanguardia scientifica e tecnologica. Il tutto, in un arco di tempo di soli 70 anni, periodo nel quale i Paesi occidentali, a cavallo tra l’800 e il ‘900, hanno solo saputo perpetuare il potere capitalistico – borghese, con lo sfruttamento della classe lavoratrice e appena qualche conquista fatta cadere dal tavolo della borghesia come le briciola della mensa del ricco Epulone. Sulla dinamica dello sviluppo cinese le campane più svariate hanno intonato le nenie più stantie, tanto che risulta oggi necessario, per il militante marxista – leninista, acquisire notizie e dati di primaria importanza per poter scrollare anche il proprio giudizio dalla polvere del decadentismo borghese, comunque camuffato, del disfattismo e delle facili stroncature improntate ad un’ortodossia apparente e, comunque, degna di miglior causa. Da più parti si sostiene che la Cina odierna nulla avrebbe a che spartire con quella edificata da Mao, tutta volontarismo, mobilitazione permanente delle masse, critica serrata al burocratismo come distorsione da eliminare. In particolare, si asserisce l’esistenza di un’eccessiva predominanza dell’economia privata, della proprietà privata dei mezzi di produzione, con conseguenze letali anche per la gestione delle risorse naturali nel loro complesso. Vediamo come stanno le cose convinti, come siamo, che la verità “vera” non stia né dalla parte dei detrattori né da quella degli apologeti. 

Il Presidente Mao Tse Tung e Chu En Lai


In primis, occorre comprendere con nettezza e adamantina onestà intellettuale come si è evoluto il Partito Comunista Cinese, eroica avanguardia combattente forgiata dalla lotta contro i “signori della guerra”, i tiranni, i feudatari, i proconsoli degli imperialisti presenti e predominanti nella vecchia Cina: questo enorme serbatoio di uomini, intelligenze, capacità, arditismo è passato da 1.200.000 militanti (tanti ne contava nel 1945) a 89.000.000 nel 2016. Esso è quindi diventato, con tutte le potenzialità e tutti i rischi del caso, un Partito di massa negli anni dell’edificazione del socialismo. Il dato, però, non ci parla solo di una crescita puramente e freddamente numerica, compulsabile e rendicontabile nell’ambito della più fredda ragioneria burocratica: no, esso vive e pulsa nell’evoluzione storico – economica della società cinese, della sua trasformazione, nel mutare dei rapporti di classe e di produzione, nell’affinamento continuo, pervicace e sistematico, della formazione di una classe dirigente all’altezza delle sfide poste da un mondo sempre più complesso, multiforme, ridisegnato nella sfere di influenza e nelle aree economiche e geopolitiche sensibili dalle dinamiche e dai rivolgimenti degli ultimi trent’anni. Passiamo dunque ai raggi x quella grande avanguardia che è il Partito Comunista Cinese: 88.760.000 militanti nel 2016, un planisfero organigrammatico costellato di sezioni e di “cellule” in ogni articolazione economica, politica e sociale dell’immenso Stato cinese. Dal punto di vista della stratigrafia sociale, nel novero sono compresi: 26.000.000 di agricoltori, pastori e pescatori; 7.200.000 operai; 12.500.000 tecnici, professionisti e dirigenti. Come si può vedere, il vecchio PCC interamente operaio e contadino del periodo maoista pare essere tramontato definitivamente dall’orizzonte politico e storico. Quello che sarebbe un tremendo pericolo e una iattura per tutta la classe operaia mondiale è, però, null’altro che una conclusione troppo affrettata: infatti, grazie al socialismo, in Cina è cresciuto a livelli esponenziali il benessere delle masse popolari e, come premessa fondamentale e imprescindibile di questo cammino in avanti, è cresciuto il livello di istruzione generale, con conseguente mutamento della stratificazione sociale. I tecnici, i dirigenti, gli specialisti sono cresciuti tanto nel numero assoluto quanto nel peso specifico, ovvero nella loro percentuale rispetto al resto della società, rispetto al ventaglio complessivo di professioni e lavori esistenti nel quadro della Cina socialista. Questo è, ad un tempo, un successo e un rischio: un successo, in quanto ci parla di un Paese proiettato ben oltre la ciotola al giorno di riso garantita a tutti (con abbondanza di contorni, sia detto per inciso) dal potere comunista dei primi anni, un pericolo in quanto lascia presagire o sottendere pericoli di imborghesimento dei quadri e di formazione di una nuova classe privilegiata, garantita nel proprio benessere da reviviscenze di rapporti sociali improntati a sfruttamento ed estrazione di plusvalore dal lavoro operaio. 

La vita felice che ci ha donato il Presidente Mao


Invero, nel 2001 Jiang Zemin, Segretario del PCC, spinse eccessivamente l’acceleratore nel suo discorso per l’ 80° anniversario della fondazione del Partito, presentando la “teoria della tre rappresentatività” la quale, oltre a valorizzare il ruolo di tecnici, scienziati ed esperti nel quadro militante, apriva la strada anche ad imprenditori privati e magnati dell’industria, sorti nel clima di prosperità creato dal socialismo. A tal proposito, occorre dire che, se il crollo del Comecon e del campo socialista tradizionalmente inteso (per quanto viziato e depotenziato dal revisionismo del post ’56), ha reso necessaria una proiezione della Cina in campo internazionale, sui mercati, pena un isolamento insostenibile dinanzi ad un unipolarismo americano tradottosi in semi – monopolio delle risorse naturali strategiche per lo sviluppo industriale e civile, è anche vero che l’eccessivo peso assunto dai ceti capitalistico – mercantili cresciuti all’ombra delle riforme di Deng ha significato e significa un rischio di involuzione in senso anti – socialista dell’ordinamento cinese e, dunque, un colpo mortale per l’umanità progressista, amante della pace e rivoluzionaria. Pertanto, mentre è stato indubbiamente giusto valorizzare i quadri tecnico – scientifici in seno al Partito, eccessivamente azzardato è stato l’altro passo, ossia quello di garantire agli imprenditori privati (altra cosa dai tecnici e dai quadri dirigenziali) uno spazio significativo in senso alle articolazioni del Partito e dello Stato. 


A questo punto, la domanda è un’altra: ha il PCC gli anticorpi necessari per correggere questa distorsione e riportare l’asse della politica attorno alle classi lavoratrici senza infingimenti e senza surrettizie espropriazioni di una necessaria ed insostituibile egemonia? 
E’ il PCC in grado di marcare le opportune e, anzi, soteriche differenze tra il magnate, il tycoon rosso cresciuto all’ombra dell’ottimismo economicista, il più delle volte desideroso di sostituirsi alla classe dirigente con i suoi pari, ed il piccolo imprenditore legato strettamente agli interessi della classe operaia? 

La posizione sostenuta con forza dal Presidente cinese Hu Jintao pare, su questo fronte, rassicurare, anche se non ha scosso con la dovuta radicalità, per il momento, gli assetti generali del Paese. Il Presidente ha più volte messo in guardia contro un’eccessiva espansione della sfera privata dell’economia ed ha, saggiamente, invitato alla più forte vigilanza contro la minaccia di rinascita di una nuova classe borghese restauratrice. In un Paese in cui il PIL è ancora in stragrande maggioranza generato dal settore pubblico, esso non è un abbaiare alla luna, ma un impedire che la situazione si capovolga nell’assuefazione della popolazione, con il passaggio dell’area privata imprenditoriale da complemento del rafforzamento di un socialismo minacciato dall’unipolarismo imperialista americano a sistema sociale sostitutivo di quello attuale, nato dal pensiero di Mao e dalla lotta cosciente di milioni di sfruttati. Questo richiamo ha sortito significative inversioni di rotta, che hanno il segno, inequivocabilmente, di una strenua difesa e di un rilancio delle conquiste del socialismo: rafforzamento della sanità gratuita e universale nelle campagne, estensione massiccia delle tutele e dei diritti nella sfera economica privata, protezione e bardatura, con l’ acciaio più temprato, delle prerogative e dell’egemonia del settore pubblico negli ambiti strategici dell’economia. 


Tutto ciò ha avuto un riflesso, poderoso e assai tangibile, anche nelle dinamiche interne al Partito Comunista Cinese: infatti, al XVIII Congresso, tenutosi nel novembre 2012, il 30% dei delegati è stato espresso e inviato dalle sezioni comuniste di villaggio, mentre la rappresentanza operaia è aumentata del 300% rispetto al precedente appuntamento congressuale. 

Tavolo della presidenza del XVIII Congresso

Intanto, nel settore privato i comitati di base del PCC sono passati dai 100.000 del 2001 ai 300.000 del 2011, coprendo tutte le 210.000 grandi aziende private del Paese e reclutando più di 3.500.000 membri del Partito. Questi dati mostrano che l’anima proletaria e “profonda” della Cina non solo non è morta in seno alla società, ove essa è ancora egemone, ma è ancora in grado di riorientare e correggere gli orientamenti di un Partito che ha traghettato un Paese dal feudalesimo al socialismo in un brevissimo arco di tempo, liberando energie creative inestimabili e slanci forieri di sviluppi inarrestabili. 

Organigramma del PCC dopo il XVIII Congresso


L’altro punto di vista che ci piace inquadrare è la questione del modello di sviluppo. Da più parti si sente affermare che la Cina sarebbe attanagliata da un modello inquinante, distruttivo, aggressivo, all’insegna della più cinica e noncurante dilapidazione delle risorse naturali. Le cose stanno così? Prima di entrare nel vivo della risposta, una considerazione di carattere generale si impone. Certamente, i problemi posti dal Protocollo di Kyoto, strumentali nel modo in cui essi vengono gestiti, rappresentano comunque un nodo ineludibile per qualsiasi strategia di crescita e sviluppo delle forze produttive. Un’economia fondata sullo spreco di risorse non rinnovabili e sempre più scarse, in nome del profitto o in nome di un fideismo sviluppista senza base e senza anima, non solo non è e non sarà mai sostenibile (quali che siano le valutazioni sulla scientificità o meno delle tesi riguardanti il riscaldamento atmosferico, certamente intrise di parzialità retoriche e di secondi fini), ma fin da ora minaccia di far scomparire letteralmente la razza umana dal Pianeta non tra secoli, ma al massimo tra qualche decennio. Si provi soltanto a pensare cosa comporterebbe la proprietà di un’auto per ogni cinese e… le conclusioni non tarderanno ad arrivare! A questo problema – è qui il nocciolo della questione – come risponde la classe dirigente della Cina socialista, col suo carico di responsabilità tutte, inevitabilmente, su vastissima scala? L’approccio del PCC pare essere di due tipi: difesa dei principi sanciti a Kyoto, impegno su scala globale per la creazione di un’economia sostenibile, anche con il supporto di imprese straniere (senza che mai venga meno la centralità progettuale e attuativa cinese) e, accanto a questo, fermo rifiuto delle coniugazione di questo tema secondo i modi e i tempi del morente capitalismo globale, fallito in ogni suo obiettivo e in ogni sua speranza di autoperpetuarsi all’infinito, forte di una inesistente ineluttabilità che neppure il più ingenuo dei positivisti potrebbe oggi formulare a cuor leggero. Il PCC e il vertice dello Stato cinese, in sintesi, vuole un nuovo assetto economico internazionale sostenibile ed eco – compatibile e lo vuole più di ogni altro, consapevole che da una rincorsa infinita allo sviluppo tradizionale alla Cina verrebbero solo guai sul piano interno e tensioni sul piano internazionale, con guerre per l’accaparramento delle sempre più scarse risorse disponibili di qui a qualche anno o, massimo, decennio. Assieme a ciò, la Cina socialista e popolare rifiuta in blocco, in maniera sacrosanta, ogni “contagio” degli untori dell’economia di speculazione, quella che ha distrutto l’assetto economico internazionale minandone l’anima, sostituendo alla produzione di beni e servizi la disperata maieutica del denaro virtuale, fluttuante, metastatizzato e metastatizzantesi in carcinomi monetari slegati da ogni riferimento all’economia reale, nonché da ogni legittima e salutare sovranità nazionale vincolante e prescrittiva. Una sostenibilità vera, quella invocata e perseguita dalla Cina popolare, ben radicata nell’economia concreta e rifuggente da quella di carta come dalla peste. Una sostenibilità che non è l’appello ipocrita, meschino e vile alla “virtuosità” da parte di un’ America del Nord che fino ad oggi ha devastato il Pianeta e oggi, dinanzi ad un avversario temibile e agguerrito, gioca al francescanesimo prospettando agli altri l’austerità per poi recarsi tutti i giorni a colazione, pranzo e cena da Pietro di Bernardone. 

Inquinamento atmosferico nella città di Harbin


Mentre alle nostre latitudini di discute interminabilmente di raccolta differenziata e di pannicelli caldi, in Cina si marcia speditamente verso un nuovo modello di sviluppo: già nel 2007 il Paese otteneva il 7% della sua produzione energetica totale da fonti rinnovabili (solare, eolico ecc…). Nel 2015, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono aumentati del 17%, posizionando la Cina al primo posto nel mondo (100 GW di potenza installata), con particolare riguardo al fotovoltaico (quasi 50 GW, + 15,2 % rispetto al 2014; gli Usa vengono solo al 4° posto, con circa 25 GW). Il 50% degli impianti eolici realizzati nel mondo sono presenti in Cina: quasi 150 GW, con un +30,8 % rispetto al 2014, mentre gli Usa vengono al secondo posto, con circa 70/80 GW (+ 8,6 % rispetto al 2014). Solo nel 2009, le città cinesi hanno acquistato 13.000 veicoli elettrici, in previsione dell’allargamento del mercato privato delle automobili a 287.000.000 di esemplari nel 2030, fatto questo che dovrà per forza di cose essere improntato a sostenibilità, pena l’esaurimento delle risorse mondiali di petrolio in tempi rapidi.
 

Centrale termoelettrica

La disinformazione ci presenta il “milione di morti ogni anno per inquinamento” in Cina, registrati da un rapporto dell’OMS del 2016. Ebbene, ad onta della necessaria scientificità e del rigore richiesto come requisito minimo in questi studi, l’OMS, che pure ha sempre brillato per autonomia e indipendenza di giudizio, stavolta ha preso un enorme granchio: infatti, quel rapporto appare palesemente distorto e manipolato nelle cifre, forse anche per colpa di criteri di registrazione delle cause di morte che, scrupolosissimi in Cina, lo sono molto meno negli Usa (dove la sanità fa acqua da tutte le parti, anche nella rilevazione di certi dati) e in Europa (continente nel quale il welfare, pur robusto e figlio di una rispettabilissima tradizione socialdemocratica, è oggi sotto attacco e depotenziato). Infatti, mentre in quel rapporto il numero dei morti per cause legate all’inquinamento è fissato, per la Cina, a 1.000.000, quello degli Usa, della Germania e dell’Italia è astutamente (o inopinatamente) sottostimato: si parla, rispettivamente, per queste Nazioni capitaliste, di 40.000, 26.000 e 21.000 decessi. Soltanto 40.000 morti negli Usa, che dell’inquinamento sono stati storicamente, e sono ancora oggi, i principali responsabili! La prova del “taroccamento” (o quantomeno dell’assoluta imperizia nella raccolta dei dati da parte degli Stati nazionali, segnatamente quelli occidentali, desiderosi di evitare reprimende e sanzioni) appare evidente nel momento in cui si raffrontano i dati OMS con quelli di tutta una serie di autorevolissimi studi: l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA), nel 2012, registrava 84.400 decessi prematuri in Italia e non si vede come essi, cinque anni dopo, possano essere diminuiti di quattro volte! Per quanto concerne gli Usa, i ricercatori del celeberrimo, storico MIT (Massachusetts Institute of Technology), in un loro studio del 2013 parlavano di ben 200.000 morti annui per cause legate all’inquinamento ambientale. In tutti gli studi sino ad ora svolti e consultabili, invece, il dato cinese è sempre lo stesso: 1.000.000 di morti o poco più, a testimoniare quanto i dati di Pechino siano precisi e trasparenti, tanto che nessuno ha potuto “correggerli”. Non si tratta certo di assolvere la Cina per il suo ruolo (comunque reale) nell’inquinamento globale, sarebbe una posizione in malafede e pure ridicola; il problema è, invece, quello di riportare l’asse della discussione sul giusto binario: i decessi in rapporto alla popolazione (e in proporzione alla potenza dell’apparato produttivo complessivo) sono pressappoco della stessa entità in Cina, negli Usa, in Italia, anzi, forse la Cina, col suo miliardo e passa di abitanti e il suo gigantesco apparato industriale, in un parallelismo logico – critico, esce dall’esame meglio di tutti gli altri Paesi. 

La differenza fondamentale è che, mentre nei Paesi occidentali la recessione gioca un ruolo di “regolatore naturale” anche dei livelli delle emissioni in atmosfera e del consumo di risorse non rinnovabili (Paesi che producono sempre meno inquinano, ovviamente, sempre meno), nel caso della Cina abbiamo un Paese che, in piena, vorticosa espansione, ogni anno segna un punto in più al suo attivo nella lotta alle emissioni nocive, al consumo di suolo, allo spreco delle risorse idriche. Non è la stessa cosa, anche se l’obiettivo a tendere deve essere, per tutti, un modello di sviluppo pienamente sostenibile, rispetto al quale si è ancora ovunque lontani, quale che sia la Nazione considerata e quale che sia il sistema economico in essa adottato. Ciò detto, mentre i giornali ci bombardano selvaggiamente con immagini di città cinesi immerse nello smog, brulicanti di gente con mascherine, scafandri e altri sistemi di “protezione”, nessun telegiornale e nessun giornale o rivista ad alta tiratura ci mostrano i 175 milioni di ettari di superficie boschiva (18,4% del territorio nazionale cinese) e i 52.400.000 ettari riforestati, in essi compresi, che fanno della Cina la terza Nazione al mondo per copertura boschiva e la prima per superficie riforestata. 

La sterminata area che il governo cinese vuole rimboschire

Nessun mezzo di comunicazione “di grido” ci parla mai dei 51 miliardi di alberi piantati ininterrottamente dal 1979 al 2009, né dei 3,5 miliardi di yuan stanziati nel solo 2008 per riforestare, entro il 2020, altri 2.000.000 di kmq (6 volte l’estensione dell’Italia!!!). E della eco – città avveniristica di Tianjin, sorta su una discarica bonificata e con utilizzo completo di tecnologie di raccolta, riciclo e riutilizzo dei materiali, chi ha parlato mai nelle nostre tv? E’ forse stata fatta qualche menzione, poi, ad altri casi analoghi in via di realizzazione, quali le Città di Dongtan e Caofeidian, nella seconda delle quali il ruolo dell’Italia è basilare? 

I primi risultati

Nemmeno il più laconico servizio televisivo si è preoccupato di mostrarci gli impianti geotermici della SINOPEC, il gruppo petrolchimico cinese con azioni per il 75% in mano al governo (prenda nota chi parla di “liberismo” imperante sotto l’ombra della Porta Celeste). Queste infrastrutture, presenti in ben 16 province, consentono di scaldare la bellezza di 40.000.000 di mq di case e fabbriche, evitando emissioni per 3.000.000 di tonnellate di CO2 (una quantità più o meno analoga all’inquinamento prodotto dal traffico romano in 10 mesi e da quello milanese in 30). Nessun cenno poi a meraviglie naturali e risorse tenacemente salvaguardate quali il Lago di Hangzhou, più precisamente chiamato “Lago dell’Ovest”, esteso per 5,6 kmq e inserito nel World Heritage (Patrimonio mondiale dell’umanità). 

Veduta del lago di Hangzhou

Avete visto qualche servizio giornalistico o televisivo sul Parco solare galleggiante della Provincia dello Hanui, un gigante di 40 MW realizzato dalla SUNGROW, colosso cinese fondato nel 1997? Infine, chi si è preoccupato di presentare in modo adeguato la nuova Legge sulle emissioni inquinanti che entrerà in vigore in Cina nel 2018? Si tratta di un provvedimento d’avanguardia, messo a punto dopo molteplici consultazioni e assemblee in tutto il Paese, dopo che tutta la popolazione ha, direttamente o indirettamente, inviato alle autorità osservazioni, proposte, idee innovative per migliorare e incanalare il Paese sui binari dello sviluppo sostenibile. Secondo le nuove disposizioni, per ogni 0,95 kg di ossido di azoto o di anidride solforosa rilasciata, le fonti di inquinamento pagheranno fino a 12 yuan; le miniere verranno tassate con 15 yuan per ogni tonnellata di cascami e di materiali tossici o metalli pesanti (dannosi soprattutto per le acque); le centrali a carbone e gli impianti industriali a carbone saranno soggetti ad una tassa di 25 yuan per ogni tonnellata di cenere prodotta. Anche l’inquinamento acustico rientrerà tra i parametri soggetti a tassazione mirata: una scelta, questa, d’avanguardia, innovativa e coraggiosa. 

Parco solare galleggiante realizzato dalla SUNGROW

Naturalmente, i corifei del sistema capitalista, i russofobi e sinofobi in servizio permanente hanno giudicato debole questa legge (quando essa supera per efficacia e completezza quella di ogni altro Paese occidentale), usando argomentazioni false e intellettualmente disoneste: si è asserito che la misura non colpisce l’inquinamento delle auto, quando le autorità cinesi, generando reazioni scomposte proprio nel Paese dei moralisti ipocriti (gli Usa), hanno accresciuto massicciamente  le imposte sui veicoli di importazione più inquinanti, al punto che una jeep modello Wrangler costa in Cina 30.000 dollari più che negli Usa (71.000 dollari contro 40.000 circa). Si è poi affermato che la legge non colpisce le scorie nucleari, quando ogni mente sana, capace di intendere e di volere, si rende conto benissimo che il problema delle scorie nucleari non è quello della loro tassazione, ma, semmai, quello della loro esistenza e che quindi occorre non produrne, smantellando il nucleare, o produrne meno. La coltre del silenzio più mafioso ha poi celato un dato di fatto: il nucleare, in questi anni, ha prodotto appena il 3% circa dell’energia elettrica cinese (il 20% viene dalle rinnovabili), mentre il dato corrispondente per gli Usa è del 20% circa. Chi deve tassare le scorie o limitarle di più? I meccanismi della propaganda imperialista e sinofoba sono diabolici e onnipervasivi e, se non si sottopone al vaglio critico ogni dato e informazione, si cade sistematicamente nella tagliola della disinformazione: l’umanità deve continuare a pensare che la Cina viva costantemente immersa in una nuvola di smog ovunque, nel grigiore e nella rarefazione di aria fresca e pulita. 

Centrale solare a Himin

Così sarà più facile dar credito alle sparate di un Trump che, per continuare a spingere gli Usa sulla pista dell’inquinamento e della non negoziabilità di un modello di sviluppo distruttivo, energivoro e capace di annichilire il Pianeta in pochi lustri, ha bisogno di additare altri attori dell’economia mondiale come causa di tutte le sciagure, salvando multinazionali ed oligopoli a stelle e strisce che, invece, portano il peso delle principali responsabilità. Eppure, un altro capitolo della statistica scientifica internazionale si incarica di dar torto a questo mito: nel 2004, gli Usa, con nemmeno 300 milioni di abitanti, emettevano CO2 in atmosfera per 6.049.435.000 tonnellate annue, mentre la Cina, con Taiwan inclusa (oltre 1 miliardo di abitanti), si posizionava al secondo posto con 5.010.170.000 tonnnellate annue. Il Rapporto 2013 “Trends in Global CO2 Emissions”, redatto dal Joint Research Centre (JRC) dell’Agenzia ambientale dei Paesi Bassi e della Commissione Europe, se da un lato certifica il sorpasso della Cina, con il 29% delle emissioni contro il 16% degli Usa, dall’altro ci mostra chiaramente come le emissioni pro – capite di CO2 siano, negli Usa, il doppio di quelle cinesi e, analizzato il contesto, possiamo renderci conto perfettamente di come gli Stati Uniti abbiano ridotto il loro impatto sull’ambiente non con la mitica “green economy”, nuova, illusoria frontiera di una sinistra radical chic che inventa slogan per non ridiscutere radicalmente il modello di sviluppo, ma in virtù di una recessione pesantissima, occultata dai grandi annuari statistici, che ha squassato il Paese dal 2008 portando al potere Donald Trump: solo secondo i dati ufficiali, gli Usa hanno scontato, nel 2009, un calo della produzione industriale pari al 14, 5%, mentre la Cina, in quell’anno, ha fatto registrare, per la stessa voce, più o meno un 20% (quando è in crisi, la Cina popolare cresce complessivamente del 6%, tasso raggiungibile in 6 anni e oltre dai nostri dinosauri capitalisti). Inoltre, se nel 1991 gli Usa buttavano sul mercato il 22% dei prodotti industriali del mondo e la Cina seguiva a distanza di cento ruote con un umilissimo 2,5%, nel 2010 la situazione si è capovolta: gli Usa oggi sono sotto il 20%, mentre la Cina è arrivata al 15%, tallonando gli yankees. Tenendo conto di questo quadro generale, si vede meglio come le prediche e i vanti statunitensi sulla riduzione delle emissioni inquinanti poggino, in realtà, su una situazione di crisi le cui inevitabili e logiche conseguenze vengono, furbescamente, spacciate per virtuosità derivanti da lungimiranti opzioni.

La città “verde” progettata dallo studio italiano Boeri sarà presto realizzata a Liuzhou


Tutto ciò ci deve suggerire sempre di verificare notizie e dati e di inquadrarli nei contesti generali nei quali essi sono inseriti, senza con ciò diventare, per converso, cantori acritici e apologetici di un “paradiso terrestre” che non c’è e non ci potrà forse mai essere, anche raggiungendo il massimo grado di somiglianza ad esso nelle strutture sociali e negli stili di vita. La questione è di dare a Cesare ciò che è di Cesare e alla Cina ciò che è della Cina, valutando nella sua complessità, nella sua capacità di trasformazione e di revisione un Paese col quale tutti sono e saranno ancor più obbligati a fare i conti. Un Paese che ci prepara sorprese ed opportunità, lontano da schemi e da facili profezie. 

TABELLE

Rapporto tra energia nucleare ed eolica prodotte in Cina

La potenza installata di energia solare in Cina in rapporto ad altri Paesi

Potenza eolica installata in Cina, in rapporto ad altri Paesi


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI: 

Mao Tse TungOpere complete in 25 volumi, Edizioni Rapporti Sociali 

https://dengxiaopingworks.wordpress.com/ (sito con le opere di Deng Xiaoping)

Jiang ZeminSelected Works, Foreign Languages Press, Pechino 2013

David L. ShambaughChina’s Communist Party, University of California Press, 2008 

Yiu – chung WongFrom Deng Xiaoping to Jiang Zemin, University Press of America, 2005

Lance L.P. GoreThe Chinese Communist Party and China’s Capitalist Revolution, Routledge, 2011. Fonte di parte, eccessivamente prona alla tesi dell’esistenza di un sistema perlopiù capitalista in Cina, ma utile e dettagliato sotto il profilo argomentativo e statistico. 

Limes, n° 1/2017: “Cina – Usa, la sfida” 

Quando a Praga successe un ’48

Quando a Praga successe un ’48

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

La storiografia “blasonata“ ci ha sempre raccontato che a Praga, nel ’48, i comunisti, barbari e spietati, attuarono un colpo di Stato, schiacciando sotto il loro tallone un popolo pacifico e mite, restio ad ogni “totalitarismo“ (parola magica vuota, come se il capitalismo fosse “parzialismo“ e non visione totalizzante dei rapporti umani e sociali!). Andò veramente così? Vediamo la storia come fu e non come piacerebbe a qualcuno che fosse andata. Occupata per sei anni dai nazisti, per colpa anche e soprattutto delle cosiddette “democrazie borghesi“, in primis della Gran Bretagna, fautrice con Chamberlain dell’appeasement con Hitler, la Cecoslovacchia giacque per lungo tempo sotto un tallone questa volta reale, fatto di saccheggi, violenze, stermini, in ossequio ad un’ideologia di morte e terrore. Il Partito Comunista Cecoslovacco, guidato da Klement Gottwald, si pose alla testa della Resistenza e liberò il Paese con il fraterno aiuto dell’Armata Rossa. In seguito, esso fu alla base della formazione del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi nella primavera del 1945: una compagine unitaria che, con un programma schiettamente progressista e democratico, avviò profonde riforme volte alla ricostruzione e, assieme, alla trasformazione sociale del Paese. Il governo cecoslovacco in esilio a Londra, guidato da Edvard Benes, a differenza di quello polacco e jugoslavo, cooperò, all’inizio, con lealtà e spirito costruttivo con il Fronte.

popup
Manifestazione popolare a Praga del Partito Comunista

Il 10 maggio 1945 si insediò a Praga il governo del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi, presieduto dal socialdemocratico Zdenek Fierlinger. Già questo fatto, di per sé, prova quanto i comunisti fossero poco inclini a monopolizzare il potere, pensando prima di tutto al bene della Nazione, con lungimiranza e onestà, pur potendo optare certamente per soluzioni di forza. Nel governo di Fierlinger, erano rappresentate tutte le forze sane e progressive del Paese, in proporzione alla consistenza numerica dei loro adepti e sostenitori: comunisti, socialdemocratici, social – nazionalisti, populisti e democratici. L’esecutivo si distinse subito per impulso riformista e sano decisionismo: il 19 maggio 1945 fu decisa la statalizzazione delle attività economiche di tedeschi, ungheresi e collaborazionisti. Il settore statale venne così ad inglobare imprese fondamentali per il riavvio dell’economia e lo sviluppo sociale della Nazione. L’estrazione del carbon fossile, ad esempio, che nel maggio del 1945 ammontava a sole 239.000 tonnellate, nel dicembre dello stesso anno salì a 1.081.000 tonnellate. Tutti i principali indici economici marciarono compattamente al rialzo, con abbattimento della disoccupazione e del tasso di povertà. In questo quadro, il Partito Comunista Cecoslovacco, forza – cardine della coalizione, vide ingrossarsi le proprie fila: dai 30.000 iscritti del maggio 1945, passò a 712.000 in agosto. Le truppe americane, presenti nel Paese dal 17 maggio 1945  a riprova ulteriore di quanto Stalin poco desiderasse sfere di influenza monopolizzate dall’Urss!), anziché cooperare lealmente con le forze democratiche nell’eliminazione di ogni residuo fascista e nazista, protessero elementi reazionari e criminali infiltrati nel Partito Populista e, ancora di più, nel Partito Democratico ispirato alla predicazione del clero fascista capitanato da Hlinka e Tiso. Questi elementi, in virtù dell’eccessivo liberalismo imperante nel Paese, erano scampati alla giustizia e ora minacciavano frontalmente la democrazia, anche con armi e appoggi logistici stranieri. Mentre l’Urss concedeva crediti a condizioni agevolate, contribuendo potentemente alla ripresa dell’economia cecoslovacca anche a prezzo di qualche sacrificio interno (l’Urss era stata messa a ferro e fuoco dai nazisti, non aveva concluso certo la guerra coi forzieri pieni come gli Usa!), gli Stati Uniti orchestravano sabotaggi, istigavano elementi reazionari e antisociali, agevolavano la fuga di criminali patentati attraverso salvacondotti creati all’uopo. La disinformazione veniva sparsa a piene mani per danneggiare l’immagine della Cecoslovacchia: si parlava di declino laddove c’era solo rinascita, di penuria dove pian piano si faceva strada l’abbondanza, di pulizie etniche di tedeschi dove ad essere espulsi erano solo personaggi compromessi con il nazifascismo e collaborazionisti, mentre migliaia e migliaia di cittadini tedeschi onesti e laboriosi si rimboccavano le maniche per ricostruire il Paese, accanto ai loro fratelli Cechi e Slovacchi.

karlsbruecke-1948-dw-politik-prag-jpg
Milizia operaia

Il Partito Comunista e le forze autenticamente democratiche ed antifasciste, però, non si fecero intimidire, anche se nei ranghi dei Partiti e dei movimenti si erano infiltrate quinte colonne attive ed operanti: il Fronte Nazionale marciò compatto sulla via della costruzione di una nuova Cecoslovacchia, chiese ed ottenne il ritiro delle truppe americane e sovietiche. I sovietici rispettarono la richiesta e adempirono ai loro doveri con sincera convinzione, mentre gli americani la dovettero subire e lavorarono da subito a disseminare il Paese di spie e provocatori. Intanto, il Paese ed il suo governo andavano avanti: provvedimenti di importanza storica colpirono i latifondisti e la grande proprietà terriera in mano alla Chiesa e ai ceti parassitari, mentre altre deliberazioni condussero alla nazionalizzazione delle grandi imprese strategiche, delle banche e delle compagnie private di assicurazione. A tutti gli ex proprietari e possidenti, tranne che a collaborazionisti tedeschi e ungheresi, vennero corrisposti equi indennizzi, anche oltre il dovuto, visto che molti di loro per decenni avevano evaso il fisco in massa e truffato lo Stato, imponendo patti leonini con la forza del denaro. Il Sindacato appoggiò attivamente tali misure ed il Partito Comunista chiamò il Paese alla mobilitazione per difenderle e dar pieno compimento, sotto il controllo popolare, a quanto scritto nei dettati legislativi, ben sapendo che attorno ad essi si stavano esercitando gli “Azzeccagarbugli“ degli interessi colpiti.

preview_en
La copertura mediatica in Occidente dei fatti descritti in questo articolo…

Il 1946 si aprì con una Nazione in piena rinascita economica, un PC sempre più radicato e potente, a Congresso per decidere i futuri orientamenti, la preparazione delle elezioni per l’Assemblea costituente. Queste si tennero nel mese di maggio e i loro risultati premiarono il PC, che raccolse il 38% dei consensi. Questa percentuale, unita al 12% dei socialdemocratici, fece sì che il fronte delle sinistre ottenesse 151 seggi su 300, ovvero la maggioranza assoluta. Rispettosi ancora una volta della dignità e del peso delle altre forze politiche, preoccupati di non aprire varchi alla reazione, indebolendo la democrazia, i comunisti accettarono la Presidenza del Consiglio, che andò al leader del Partito Klement Gottwald, vecchio quadro operaio e indomito combattente antinazista, mentre, per quanto concerne la Presidenza della Repubblica, pur ricevendo offerte in tal senso, appoggiarono Edvard Benes, uomo delle lobbies anglofile e massoniche ma, in quel momento, il più equilibrato che vi fosse sul fronte moderato. Il compagno Gottwald costituì un governo ampiamente unitario, con soli 9 ministri del Partito Comunista. Viene da sorridere pensando ai deliri degli storici borghesi e filo – imperialisti che, ancora oggi, parlano di “monopolio comunista del potere“ e di “volontà egemonica del PC“.

1894_l
Edvard Benes

Nel Paese, intanto, si moltiplicavano le minacce provenienti dal fronte conservatore, reazionario e filo – fascista, abilmente diretto e strumentalizzato dagli Usa, dal Vaticano e dalla reazione internazionale. Anche nei Partiti di governo vi erano forti correnti anti – popolari e di destra, ma da una parte erano contenute e bilanciate dalla presenza, all’interno di essi, di vaste aree progressiste, aperte alla collaborazione col PC, dall’altra lo stesso PC era intenzionato a procedere in avanti con estrema cautela, il che, naturalmente, non voleva dire senza risolutezza in ordine ad obiettivi e traguardi ben fissati nel programma e di Partito e di coalizione. Nuovi provvedimenti governativi, largamente appoggiati in seno al popolo, fissarono in 150 e 250 ha i limiti di proprietà rispettivamente per i terreni agrari e per quelli con diversa destinazione d’uso. Un’imposta fortemente progressiva sui milionari, colpì in maniera ancor più decisa i cespiti e gli interessi dei ricchi. Grazie a tali misure, si riuscì a fronteggiare al meglio l’emergenza alimentare del 1947, dovuta a fenomeni siccitosi devastanti, coinvolgenti tutto l’arco carpatico e subcarpatico.

klement_gottwald
Il compagno Klement Gottwald

Tutti i cittadini ebbero pane, latte, carne e burro garantiti, anche se in quantità ovviamente non pantagrueliche, mediante misure di razionamento e razionalizzazione della rete commerciale. Nessuno dovette fare la fame, come invece avveniva, negli stessi anni, in Europa occidentale, ma le bande reazionarie, con il sangue agli occhi per questi successi e per le adesioni sempre più forti che i comunisti suscitavano grazie alla loro politica, cominciarono ad intensificare le azioni ostili, facendo leva sulle inevitabili difficoltà del momento: attacchi armati contro comunisti ed esponenti di sinistra e sindacali, accaparramento di viveri, distruzione di infrastrutture, diffusione di notizie false per intimidire e seminare sfiducia tra la gente; il copione dell’eversione anticomunista si ripeté anche in Cecoslovacchia, con i circoli imperialisti pronti a trarne profitto per rovesciare il governo del Paese. Con singolare, diabolico tempismo, questi circoli tentarono di stringere attorno al Paese il cappio del “Piano Marshall“, presentandosi col volto caritatevole falso ed ipocrita di chi prima accende la miccia e poi pretende di vestire gli abiti del pompiere. I comunisti e tutte le forze progressiste del Paese non caddero nel tranello! Non vi fu – come sostengono ancora oggi gli pseudo – storici che vanno per la maggiore – alcun veto o diktat di Stalin in ordine alle decisioni cecoslovacche sull’adesione al “Piano Marshall”. Stalin era rispettosissimo dell’indipendenza e sovranità della Cecoslovacchia e, semmai, se proprio si vuole fare la ponderazione degli interessi col bilancino del giudizio storico, avrebbe visto di buon occhio un soccorso economico occidentale che avesse, per così dire, coperto la parte che l’Urss, uscita dalla guerra con necessità di ricostruzione enormi, non sarebbe riuscita a mettere in campo. Furono i comunisti cecoslovacchi che, studiate attentamente la proposta, si accorsero che il “Piano Marshall” non era una versione avanzata e perfezionata del Piano UNNRA che anche l’Urss aveva concorso ad attuare, una sorta di keynesismo sovranazionale gestito in forma concordata tra i principali vincitori del secondo conflitto mondiale a beneficio dei Paesi d’Europa, ma un semplice strumento in mano alle multinazionali americane e ai loro protettori politici per colonizzare economicamente l’Europa, distruggendo ogni forma di sovranità. Dinanzi a questo scenario, i comunisti cecoslovacchi dissero no, e lo dissero, conseguentemente, dal momento che aveva occhi e bocca per giudicare, e nessuno poteva legittimamente impedirglielo, neanche Stalin. O forse si vuol sostenere che Truman poteva dire la sua su tutto, ipotecando il futuro e la sovranità dei Paesi europei, mentre Stalin non doveva esprimere pareri e orientamenti su niente, nemmeno per Paesi interessati da rilevanti trattati commerciali con l’Urss?

image069
La propaganda, travestita da “notizie obiettive”, all’opera sul caso del suicidio di Masaryk

Il rifiuto del tranello del “Piano Marshall“, la sempre più forte influenza del PC, il superamento delle difficoltà alimentari del 1947, anche con misure decise appoggiate dalla stragrande maggioranza della popolazione, quali la statalizzazione del commercio all’ingrosso, furono tutti fattori che costrinsero alle corde l’opposizione reazionaria ed eversiva del clero e dei ceti borghesi e latifondisti spodestati, con conseguenti spinte eversive sempre più rabbiose e disperate. La ciliegina sulla torta, però, fu la decisione dell’Urss sulle esportazioni di derrate alimentari a beneficio della Cecoslovacchia. Klement Gottwald, preoccupato di assicurare al popolo tutto il nutrimento necessario dopo la siccità, quando ormai la battaglia contro la penuria del ’47 era quasi del tutto vinta, rivolse un appello all’Unione Sovietica per consolidare i successi assicurandosi 150.000 tonnellate di granaglie. Questa era l’entità della richiesta. L’Urss, sul finire del 1947, aveva ormai vinto anch’essa la battaglia contro le privazioni dei primi due anni postbellici e abolito il razionamento dei generi alimentari dieci anni prima della ricca Gran Bretagna, uscita dal conflitto con molte meno distruzioni. Un miracolo che solo il socialismo poté compiere. Tracciato un bilancio accurato dei fabbisogni, delle spese di trasporto e della rete infrastrutturale e logistica necessaria, l’Urss annunciò che la Cecoslovacchia avrebbe avuto ben 200.000 tonnellate di grano, in luogo delle 150.000 richieste. Il popolo andò in un visibilio che non è possibile descrivere; l’immagine dell’Urss guadagnò in forza, stima e ammirazione presso i Cecoslovacchi, al punto che anche illustri conservatori sposarono le posizioni filo – sovietiche. I crediti agevolati, le materie prime, i macchinari, il grano, dimostravano che il sistema sovietico era in grado, a due anni dalla fine del conflitto, pur tra mille difficoltà, di onorare promesse e impegni verso il popolo cecoslovacco, andando anche oltre il pattuito. Intanto, sul piano interno, in Cecoslovacchia la produzione era raddoppiata dal 1945 e tornata al 98% del livello prebellico, ma con una ben diversa, incomparabilmente più equa ripartizione della ricchezza e del prodotto sociale tra tutti i cittadini. In questo quadro, le forze reazionarie, approfittando anche di un Benes sempre più tentennante, tentarono l’ultima, disperata spallata al potere democratico e popolare, contando sull’appoggio del nunzio vaticano e dell’ambasciatore americano. Il 12 febbraio 1948, tre mesi dopo che Gottwald, con puntualità e determinazione, aveva denunciato l’inasprirsi del complotto reazionario ed imperialista ai danni del Paese, davanti al CC del Partito Comunista, la Commissione agraria dell’Assemblea costituente si rifiutò di discutere il progetto di legge di una nuova riforma agraria ancor più radicale delle precedenti, che avevano lasciato scoperti settori importanti dei lavoratori agricoli. In tutto il Paese si levò un moto di sdegno contro tale ostruzionismo, con comitati di agitazione operai e contadini ovunque mobilitati e una grande conferenza tenuta a Praga il 16 febbraio. Strumentalizzando la tensione esistente nel Paese, e di concerto con le bande reazionarie pronte al golpe, si dimisero dal Governo del compagno Gottwald i Ministri reazionari appartenenti ai partiti social – nazionale, democratico, populista, boicottando la riunione del 17 febbraio. In quelle forze politiche, però, non tutti la pensavano allo stesso modo ed erano intenzionati ad assecondare le trame eversive: infatti, molti elementi ribadirono la fedeltà al governo democratico e progressista del Fronte Nazionale e stigmatizzarono la violazione dei patti e degli impegni assunti da parte dei Ministri dimissionari. Intanto nel Paese, rispondendo all’appello del Partito Comunista diffuso in ogni modo da migliaia di attivisti, attraverso radio, stampa e assemblee, milioni di persone si mobilitarono per difendere il governo e le istituzioni democratiche; la Milizia operaia fu particolarmente energica nell’impedire ai sabotatori e agli eversori di portare a termine i loro loschi piani: nel rispetto delle leggi esistenti, e al contempo con decisione, essi furono messi in condizione di non nuocere. Tutto il Paese si era stretto attorno a Gottwald, al Partito Comunista, agli elementi progressisti decisi a fondare sulle colonne della giustizia una nuova Cecoslovacchia operaia e democratica. In piazza vi furono anche democratici, populisti e social – nazionali che non si riconobbero nei piani dei loro dirigenti acquistati e manovrati dalla reazione internazionale. Il 25 febbraio 1948, il Presidente della Repubblica Benes fu costretto ad accettare le dimissioni dei Ministri reazionari e un grandioso comizio salutò la vittoria popolare contro i golpisti in Piazza San Venceslao. Centinaia di migliaia di persone si pigiarono per ascoltare il compagno Gottwald. La reazione interna ed internazionale era battuta, sgominata, annichilita. Nonostante i mutati rapporti di forza, nonostante la prova di energia e vigore di tutto un popolo accorso a difendere le istituzioni della democrazia popolare, i comunisti non si imbaldanzirono né trascesero a comportamenti e azioni esagerati. Essi mantennero sempre sangue freddo, misura, equilibrio e vollero ancora formare, sotto la loro guida, un governo unitario con tutte le forze progressiste fedeli al programma originario del Fronte Nazionale. Chi parla di golpe comunista, dunque, cade nel ridicolo e si squalifica davanti al tribunale della storia non solo come studioso, ma anche come opinionista. Si è molto favoleggiato e si favoleggia sulla tragica scomparsa del Ministro degli Esteri Masaryk, di orientamento socialdemocratico, trovato morto nel cortile di Palazzo Cernin a Praga il 10 marzo 1948: i centri della disinformazione anticomunista ed antisovietica, in special modo quelli legati alla Massoneria, alla quale Masaryk aderiva, hanno sempre cercato di far passare la tesi dell’eliminazione fisica da parte dei comunisti. Essa, però, naufraga sotto tonnellate di prove contrarie e tutte le persone più vicine al Ministro, con convinzione e non perché costrette da alcuno, han sempre parlato, anche dopo il 1989, di suicidio, l’unica causa possibile e plausibile che si evince da decine e decine di rilievi ed esami. Ad ogni modo, anche quell’evento fu strumentalizzato e utilizzato cinicamente dai crociati della Guerra fredda. Ad ogni buon conto, il 21 marzo 1948, l’Assemblea costituente varò una nuova legge agraria che limitava la proprietà fondiaria a 50 ettari, unificava l’imposta a carico dei terreni, stabiliva regole certe, semplici e incontrovertibili per un credito agricolo al servizio della piccola impresa (riconosciuta e tutelata) e delle cooperative. Il 28 aprile, si passò alla nazionalizzazione delle imprese con più di 50 dipendenti e, per alcuni settori, alla nazionalizzazione tout court. Venne introdotto pure il monopolio sul commercio estero e il 9 maggio 1948 vide la luce la nuova Costituzione, boicottata dai vecchi arnesi della reazione e ora pronta per essere sancita ed attuata in tutti i suoi punti, da quelli principali ai corollari esplicativi. La suprema Carta proclamava la scelta socialista del Paese. Il 30 maggio del 1948, le elezioni videro la vittoria del Fronte Nazionale dei Cechi e degli Slovacchi con l’89 % dei voti. Nel Fronte non vi erano solo i comunisti, ma tutti i democratici che intendevano contribuire alla rinascita e allo sviluppo del Paese sulla via maestra del socialismo. L’opposizione fu sempre tutelata e il pluripartitismo riconosciuto; se qualche partito e partitello non riuscì a formare liste, fu perché si era completamente screditato agli occhi della popolazione, non per veti che non ci furono mai e che sarebbero stati del tutto inutili e, anzi, controproducenti, visto il larghissimo consenso del quale godevano le forze unite del Fronte. Nel mese di giugno, Benes si dimise da Presidente della Repubblica: le sirene anglo – americano – massoniche avevano cantato più forte di quelle progressiste e realmente liberali che pure avevano gorgheggiato nel suo animo; egli fu sostituito dal compagno Gottwald, mentre alla carica di Presidente del Consiglio andò il celebre, amatissimo sindacalista Antonin Zapotocky, protagonista centrale delle giornate della primavera 1948. L’estate del ’48 vide l’unificazione tra comunisti e socialdemocratici: la classe operaia usciva più forte, unita e determinata dalle dure prove sostenute, pronta a raccogliere i frutti di un benessere e di una stabilità crescenti che avrebbero fatto della Cecoslovacchia uno dei Paesi più ricchi e progrediti di tutta Europa.

Riferimenti bibliografici e sitografici:

Storia universale” dell’Accademia delle scienze dell’Urss , vol. 11 (Teti, 1978)

Klement Gottwald: “La Cecoslovacchia verso il socialismo“ (Rinascita, 1952)

https://noicomunisti.wordpress.com/2017/07/12/labate-plojhar-luomo-che-uni-crocefisso-falce-e-martello/

https://noicomunisti.wordpress.com/2016/06/07/vasil-bilak-un-combattente-indomito-del-fronte-marxista-leninista/

https://noicomunisti.wordpress.com/2016/10/30/unemigrazione-boicottata-i-lavoratori-italiani-in-cecoslovacchia-negli-anni-40-50-del-900/

 

Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

Armir e campi di prigionia sovietici: le bugie della propaganda smontate da fonti insospettabili

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

L’ARMIR, l’Esercito fascista di occupazione dell’Urss al seguito delle armate naziste, continua a tenere banco nelle ricostruzioni storiche di parte e nelle polemiche che, con scadenza regolare, riaffiorano ogni qualvolta occorre distogliere l’attenzione dalla rinascita della potenza russa e dalla riscoperta dei valori e delle conquiste del socialismo reale, che è poi l’unico socialismo realizzato, con buona pace delle anime candide che coi loro irenismi non hanno costruito non solo il comunismo, ma nemmeno una seria socialdemocrazia di transizione.

corriere-della-sera-18-luglio-1941
Quanto tutto sembrava andar “bene”…

Sull’ARMIR, come abbiamo avuto modo di constatare varie volte, la confusione regna sovrana: cifre ballerine, oscillanti secondo le modalità del pendolo propagandistico, documenti palesemente falsificati o di dubbia autenticità; testimonianze di comodo, contrastanti tra loro e senza il crisma della minima scientificità ed obiettività. Ci fu un periodo, nel 1992, in cui i tromboni dell’anticomunismo nostrano, addirittura, vollero convincere l’opinione pubblica che i soldati in Urss li aveva mandati a morire Togliatti e non, invece, Benito Mussolini, con le armi e i gagliardetti benedetti dai preti. Negli anni passati, addirittura, è stato scoperto, alle porte di Mosca, un centro per la falsificazione “scientifica” dei documenti d’archivio del periodo comunista, con timbri, carte, bolli e tutto un apparato logistico – materiale approntato per il taroccamento. A denunciare il tutto fu, alla Duma, il Deputato comunista Ilyukhin, guarda caso morto poco dopo, in circostanze assai dubbie… Si esaminarono documenti sulle fosse di Katyn, su Beria, su Stalin, sulle trattative tra Urss e Germania e si riconobbero, inconfutabilmente, le “stimmate” della falsificazione, dell’inquinamento, dell’interpolazione di interi incartamenti. Personaggi al vertice della politica ai tempi di Gorbaciov e di Eltsin, storici, militari, archivisti, furono chiamati in causa e riconobbero le malefatte, ma il manto protettivo della politica compiacente intervenne a coprire tutto. Come si poteva riconoscere, ufficialmente, e dalle più alte cariche dello Stato, che tutta la storia diffusa sul comunismo dopo il 1989 era composta da bufale preconfezionate in modo tale da trarre in inganno persino inossidabili comunisti in buona fede? E’ lecito supporre che, tra i documenti falsificati, ve ne fossero e ve ne siano ancora anche molti riguardanti l’ARMIR, naturalmente costruiti ad arte per accreditare il mito di decessi in massa nei campi di prigionia sovietici (come se, oltretutto, un Paese devastato dai nazifascisti, che aveva avuto anche per mano nostra 20 milioni di morti, fosse tenuto a garantire caviale e champagne a chi l’aveva aggredito!).

A distanza di 70 e più anni, se più o meno siamo riusciti a sapere quale fu la consistenza numerica dell’ 8° Armata italiana in Russia, ossia 230.000 uomini agli ordini del Generale Italo Gariboldi (c’è però anche chi sostiene che il numero sia eccessivo, utilizzato per gonfiare artatamente il numero dei caduti e dispersi), molti sono i margini di incertezza circa il numero effettivo di soldati caduti prigionieri, per via di documenti tra loro contrastanti, in aperta contraddizione. Le autorità russe anticomuniste, dopo il 1991, ci hanno propinato la cifra di 40.000 morti italiani nei campi di prigionia sovietici: una cifra, questa, assurda, che presto si dovette ridurre per evidenti, palesi incongruità. Si trovarono, infatti, ben 6000 nomi ripetuti più volte e si dovette scendere, in prima battuta, a 34.000 nominativi. Dopo anni di ricerche, raffronti e “ripuliture” operate da storici di provata fede anticomunista ed antisovietica, si scese (udite udite!) a 24.200 nominativi e qui il colpo di scena: anche questi 24.200 cognomi, a parte poche eccezioni, non è stato possibile associarli ad una morte certa, effettivamente avvenuta. Si tratta di dispersi per i quali non v’è alcuna notizia sicura, tanto che i familiari ancora vivi, sulla pelle dei quali si è consumata la cinica operazione di criminalizzazione del comunismo, quasi che a mandarli in guerra fosse stato Stalin, hanno alla fine protestato e chiesto i dovuti chiarimenti alle reticenti autorità che il lavoro degli storici avevano “patrocinato“. Naturalmente, da parte del Ministero della Difesa (lo stesso che, assieme alla Procura generale militare, per decenni aveva “dimenticato” negli scantinati e negli “armadi della vergogna“ faldoni interi sui crimini nazisti), non sono venuti mai lumi e risposte soddisfacenti. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, Carlo Vicentini, dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, chiarisce in maniera esemplare come avveniva la registrazione dei decessi:

“la registrazione giornaliera dei decessi era compito dei soldati incaricati del controllo delle presenze: essi annotavano per lo più, solo cognome e nome del morto (qualcuno aggiungeva la classe ed il grado) in base alle dichiarazioni dei compagni di bunker o di baracca”.

I dati compilati frettolosamente, e con larghi margini di errori, data la fonetica sconosciuta ai russi, venivano poi inviati alle autorità centrali, che provvedevano a riscriverli. Ebbene, come vennero riscritti questi nomi? Nel caos della guerra, vi furono comprensibilissime difficoltà logistiche, la disorganizzazione regnava e tutto questo non poté non influenzare la redazione dei registri dei decessi dei campi di prigionia. Come abbiamo sopra accennato, vi furono sbagli anche clamorosi, con ripetizioni frequenti degli stessi nominativi:

le trascrizioni successive di questi dati, fatte manualmente in corsivo (solo di rado dattilografate) hanno quasi sempre mutato il testo iniziale, ammesso che fosse esatto. In base a tali dati sono state redatte, sempre a mano, le schede individuali dello schedario generale di Mosca e queste sono state la base per la compilazione computerizzata degli elenchi giunti fino a noi”.

Moltissimi nominativi forniti dalle autorità russe – si faccia attenzione a questo elemento centrale – non trovavano corrispondenza alcuna negli elenchi dei soldati dispersi sul fronte russo. Anche in ordine ai soldati catturati, i bollettini sovietici del 1943 parlavano di 80/100.000 prigionieri, ridotti poi, chissà perché, a 70.000, poi a 60.000 e anche meno, a seconda delle fonti. Degli 8268 nominativi di deceduti ricondotti al famigerato campo di Tambov, solo per fare un esempio, alla fine ne vennero certificati solo 4053. Insomma, non c’è che dire: un bel groviglio! in queste ambiguità, incongruenze, inesattezze, non è difficile scorgere i segni di una falsificazione volta a deviare l’attenzione da altre scoperte ben più corpose: ricordiamo che, alla fine degli anni ’80, lo storico polacco nazionalista Jacek Wilczur, (il quale, alla faccia degli anticomunisti ululanti contro la Polonia popolare, poté sempre operare in piena libertà sotto la democrazia socialista) scoprì varie tombe ricollegabili ai soldati italiani dell’ARMIR catturati dai nazisti e uccisi in vari modi. La congiura del silenzio cercò di soffocare questo lavoro, poi, quando i suoi strateghi non poterono più farlo, quella congiura si tramutò in deviazione dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale verso i campi di prigionia sovietici e verso i “crimini” dell’NKVD, ovvero verso crimini commessi dai nazisti e addossati all’Urss (Katyn, tanto per citare un caso).

donofrio
Propaganda anticomunista

Anche sul numero dei decessi “accertati” di prigionieri, però, la partita è tutt’altro che chiusa: i campi di prigionia sovietici, nei primi tempi (primavera 1943), erano sottoposti ad una vigilanza che definire all’ “acqua di rose“ è una gentile concessione. In un Paese devastato dai nazifascisti e da ricostruire, è evidente che le forze dell’NKVD e dell’Armata Rossa avessero altro a cui pensare, che non piantonare prigionieri italiani smunti, laceri, spesso abbandonati dai loro superiori in grado e, nella maniera più vile e cinica, dai nazisti. Di questo ci offre uno spaccato eloquente un’altra fonte al di sopra di ogni sospetto lo storico Arrigo Petacco, che nessuno può tacciare di simpatie comuniste. Ne “L’Armata scomparsa”, egli scrive:

“l’organizzazione interna (nei campi di Tambov, Khrinovoje, Miciurinsk, Suzdal, Oranki e altri ancora, ndr) era praticamente inesistente. A Khrinovoje, per esempio, il campo era formato da alcune costruzioni adibite in passato a scuderie (…). Anche la vigilanza era relativa: all’interno del campo i prigionieri erano lasciati liberi di scannarsi a vicenda per una coperta o un tozzo di pane. All’esterno poche guardie, immerse nella neve, coperte dal pelliccione da scolta scampanato e lungo fino a terra, voltavano indifferenti le spalle. Il lato che confinava con la steppa o con il bosco non era neppure vigilato o chiuso da un recinto. Tanto, fuggire equivaleva a morire“.

Se la conclusione macabra è una deduzione impropria dell’autore, dal momento che il bosco russo è, da sempre, anche tesoro di preziose risorse alimentari da sempre (si pensi alle battute di caccia e alle raccolte massicce di funghi narrate da un’altra fonte di parte anticomunista, Varlam Shalamov, autore de “I racconti di Kolyma“), Petacco non mente quando descrive il livello di vigilanza presente nei campi sopra richiamati nei primi tempi della loro istituzione. Questo fatto, inoppugnabilmente, rendeva facilissime le fughe di prigionieri; dal momento che, come abbiamo visto, i decessi venivano segnalati alle guardie dagli stessi prigionieri, è consequenziale e logico pensare che la gran parte delle morti annotate nei registri fossero, in realtà, fughe mascherate da decessi da parte dei compagni dei fuggiaschi, i quali avevano buon gioco ad agire così in quanto, il più delle volte, le sepolture avvenivano in maniera sommaria e nessuno tra i guardiani – o quasi nessuno – pretendeva l’esibizione del cadavere. Petacco, però, è illuminante, nel suo racconto, anche rispetto alle modalità di redazione dei registri dei decessi e, nella sua esposizione, approfondisce e va oltre la stessa disamina di Carlo Vicentini, pur da lui citato in cinque pagine della sua opera. Nel capitolo “Il mistero dei dispersi“, leggiamo:

“anche dopo il crollo dell’URSS, quando gli archivi del KGB furono aperti agli inviati del nostro governo, non fu ugualmente possibile venire a capo della vicenda. Risultò infatti che i prigionieri arrivati ai campi venivano registrati al loro ingresso e controllati alla fine di ogni mese. Ma i controllori si limitavano ad elencare dei numeri senza fornire spiegazioni quando quei numeri non corrispondevano. Un esempio per tutti: il 1° maggio del 1943 figurano presenti nel lager n° 188 di Tambov 2500 prigionieri italiani. All’inizio del mese successivo i prigionieri risultano 160. Ma non è spiegata la causa della drastica riduzione. Ossia se sono morti, se sono trasferiti o l’una e l’altra cosa insieme“.

In poche parole, le registrazioni dei morti potrebbero esser state, almeno in certi casi, dettate più da approssimazione e da stime eseguite, che non da una prassi scientifica e rigorosa di registrazione. Certo, le condizioni nei campi di prigionia sovietici non erano idilliache e questo per ovvi motivi; specie nei primi tempi – lo ripetiamo – vi furono difficoltà insormontabili, situazioni ai limiti dell’emergenza, in un Paese saccheggiato e messo a ferro e fuoco dai nazifascisti. Se il pane mancò per lungo tempo, fu per colpa di chi aveva distrutto granai e incendiato kolkhoz e sovkhoz, non certo del potere sovietico che, anzi, fece di tutto per migliorare le condizioni dei prigionieri, portando ordine, rigore, disciplina e regolarità degli approvvigionamenti nei vari campi, dopo i primi mesi tremendi del ’43.

ritornati
Propaganda…

Innanzitutto, va detto che molti soldati italiani arrivarono ai campi di prigionia già stremati dai combattimenti, dal “si salvi chi può“ imperante dopo la disfatta dell’ARMIR, con generali e colonnelli fascisti (e anche qualcuno della truppa) che, spesso, alla faccia della solidarietà umana, pensarono a salvare la loro pelle e basta, quando addirittura non bruciarono, d’intesa coi nazisti, depositi di vettovaglie e magazzini con indumenti e altri generi di conforto (le denunce precise ed articolate di Robotti e di altri in questo senso, non furono mai confutate in sede giornalistica e giudiziaria). In secondo luogo, va sottolineato che, specie nei primi tempi, il vero potere all’interno dei campi di prigionia era nelle mani degli stessi militari italiani internati. A dirigere e coordinare tutto, i sovietici, che avevano ben altri pensieri e priorità, collocarono generali, colonnelli, tenenti e soldati anziani. Laddove questi erano umani, comprensivi, onesti e magari pure di fede antifascista, per i prigionieri i patimenti erano meno pesanti; laddove invece vi erano dei fascisti inveterati, che fingevano soltanto davanti agli occhi dei sovietici, per puro opportunismo, di essersi convertiti al credo democratico e al marxismo – leninismo, le traversie e, spesso, le tragedie, erano assicurate per i poveri soldati prigionieri. Cibo distribuito con criteri discrezionali ai loro tirapiedi, soprusi e soperchierie quotidiane, corvè imposte ai compagni di prigionia: nel carniere delle malefatte dei kapò fascisti vi fu ogni nefandezza possibile, e ciò non poté che incidere anche sull’andamento della mortalità nei campi, specie dal febbraio al giugno del ’43. Accanto agli italiani, vi furono i rumeni della Bessarabia che avevano combattuto con l’Asse e gli ungheresi, a distinguersi per crudeltà contro italiani e prigionieri di altre nazionalità. Al contrario di quelli nazisti, però, questi kapò non poterono contare su protezioni in alto loco. Infatti, venute all’orecchio di Stalin e del Vk (b) P le vergogne e i crimini di questi aguzzini e dei loro complici, si abbatté sulle loro teste la mannaia della giustizia sovietica, equa ed inflessibile come sempre. Ancora una volta, affidiamo la narrazione di questi fatti all’anticomunista e antisovietico Petacco ; egli cita, come testimone, nientemeno che don Guido Turla, feroce nemico dell’ideologia comunista e dello Stato sovietico, presente nella Campagna di Russia tra le forze italiane:

“Don Guido Turla riferisce che, in quei giorni ( siamo nella tarda primavera del ’43. Ndr), un fuoriuscito italiano comunista (Vincenzo Bianco?) visitò per la prima volta il campo (quello di Khrinovoje, dove le condizioni di vita erano ai limiti della vivibilità, ndr e promise il suo intervento. Qualche tempo dopo le sentinelle sovietiche informarono i prigionieri che era giunto un prikaz, un ordine: Stalin non vuole più morti. ‘I russi – racconta il cappellano – mi riferiscono quest’ordine e non nascondono la loro paura. Sanno che se qualcuno ha sbagliato ora dovrà pagare‘. Infatti, nei giorni seguenti il comandante del campo e i suoi subalterni furono tutti passati per le armi nel piazzale del lager“.

Altro che tolleranza verso i criminali ! Altro che Stalin complice del lassismo, dei crimini, della corruzione di alcuni funzionari periferici infedeli. L’occhio del Piccolo Padre tutto vedeva e pesava, anche in quei tragici giorni, senza nulla concedere a giustizie sommarie e ad abusi. La superiorità della civiltà sovietica, stava anche nel trattare umanamente chi con una divisa straniera aveva invaso il Paese non per sua volontà, ma perché costretto. E, naturalmente, nell’individuare e colpire i nemici travestiti opportunisticamente da amici, ora che i rovesci dei vari fronti minacciavano l’uragano sulla peste bruna. Si è parlato anche (principalmente per bocca di Don Guido Turla) di atti di cannibalismo compiuti nei campi di prigionia nei primissimi tempi, atti che sarebbero poi stati puniti severamente dai sovietici e dai sorveglianti interni. Su questo terreno, però, preferiamo non entrare e non per ritrosia nel parlare di argomenti certamente scabrosi, macabri e anche velati di bestialità, la bestialità che ogni guerra porta con sé, ma perché sono davvero flebili le prove a sostegno della realtà di simili azioni che, se fossero state davvero compiute, chiamerebbero in causa non certo l’Urss, ma chi aveva portato ovunque fame in terra straniera fino alla disperazione. Anche quando certi fatti rientrano nei documenti sovietici, essi vi rientrano come ipotesi di reato da perseguire, non come crimini certamente commessi e puniti, come pretendono certuni, che allo scrupoloso lavoro filologico di analisi delle fonti preferiscono un sensazionalismo da film horror. Finché i contorni di quei fatti non saranno chiariti, preferiamo, per rispetto umano e per onestà intellettuale, non profonderci in racconti che farebbero la gioia di un Lovercraft, ma non quella di un amante della verità.

al_03
Il campo di prigionia di Tambov in un disegno del 1946 eseguito da Giuseppe Rossi.

Dal momento in cui Stalin impartì l’ordine di portare legalità e rigore nei campi di prigionia, le cose per i soldati andarono sempre meglio. Il numero dei decessi, quali che siano i dati che si intende prendere a riferimento, diminuirono drasticamente e le condizioni di vita divennero accettabili, a volte persino migliori di quelle di tanti cittadini sovietici che, avendo perso tutto per colpa delle belve hitleriane, si ritrovarono a dover costruire tutto da zero, vivendo in capanne, rifugi sotterranei (zemljanki ), parti di stazioni non distrutte ecc. La grande Urss si tolse il pane di bocca per sfamare chi l’aveva occupata e calpestata coi suoi stivali: se i criminali di guerra conobbero l’inesorabile pugno della giustizia operaia e contadina, la truppa, specie italiana, fu trattata con clemenza e sopravvisse solo grazie alla generosità del popolo sovietico, prima e dopo la prigionia. Abbandonati dagli “alleati“ nazisti, i soldati italiani vennero nutriti e scaldati a decine di migliaia nelle izbe di pacifici e umanissimi contadini russi, gente che magari aveva figli e parenti stretti al fronte, ma sapeva distinguere, come solo sa fare il popolo lavoratore, tra capi e gregari, tra guerrafondai e uomini che la guerra la stavano subendo loro malgrado. Molti dei soldati salvati in questo modo da morte sicura, nel dopoguerra non vollero tornare e divennero cittadini sovietici, cambiando nome e cognome: questo fatto, negato da tutta la pubblicistica anticomunista, è invece ribadito e messo in evidenza da varie fonti. L’Italia che li aveva mandati in guerra era, da questi uomini, talmente odiata e disprezzata che, al termine del sanguinosissimo conflitto, essi decisero di voltarle le spalle e di rifarsi una vita nella nuova Patria sovietica. Diverse persone date per morte (ecco l’attendibilità di certi documenti!) furono comprese in certificati di morte presunta, non essendo possibile indicare i loro cadaveri e, d’altro canto, non essendovi prova della loro esistenza in vita dopo il 1944/45 e, in particolar modo, dopo l’ultimo rimpatrio del 1954. In “Lettere dal Don“, di Pino Scaccia, giornalista rigoroso e non certo di fede bolscevico – stalinista, racconta la storia di un villaggio, Filonovo, presso il quale vivono o sono vissute varie donne figlie di soldati italiani; viene poi menzionato un reduce, La Guidara, autore di “Ritorniamo sul Don“ (1963), che parlò di numerosi italiani, ex soldati dell’ARMIR, da lui incontrati nel 1960 in Ucraina vivi e vegeti (li presentò come trattenuti dal regime, ma ciò è ragionevolmente impossibile, visto che poté incontrarli liberamente, senza impedimenti ). Lo stesso Scaccia, nel blog di “Lettere dal Don“ ricorda, in un commento interlocutorio:

“Il caso di Arturo Campalto, il camionista di Vicenza che vive e lavora a Kiev, è sintomatico: nel paese di origine c’è anche il nome nella lapide dei caduti. Ovvio che lo hanno dato per deceduto. E’ sicuro, per esempio, che molti antifascisti sono rimasti in Russia perché in Italia c’era ancora il regime. Una cosa è certa: sia la prima volta che sono stato nella valle del Don che la seconda ho raccolto molte testimonianze che parlavano degli ‘ italiani ‘ “.

Ancora oggi, ammettere che tanti italiani preferirono fingersi morti, e magari produrre documenti in tal senso per avvalorare la bugia, piuttosto che tornare in un’Italia dove i fascisti non mollavano la presa e già si stavano riciclando in massa, è per gli anticomunisti in servizio permanente effettivo un trauma da evitare in ogni modo. Il loro costante rivolgere la testa all’indietro impedisce ogni analisi obiettiva, onesta e spassionata di ciò che fu. Figuriamoci se questi anticomunisti ottusi e subdoli hanno la franchezza e l’onestà intellettuale di un Arrigo Petacco o di un Enrico Reginato o di un Egisto Corradi nel raccontare come si viveva nelle izbe o nei campi dopo le sane misure di “pulizia” disposte da Stalin e dal governo sovietico contro aguzzini, grassatori e criminali! Abbiamo scelto questi tre autori, tutti anticomunisti a mille carati, proprio per rimarcare la differenza tra loro e certa pubblicistica e memorialistica accecata dall’odio antisovietico.

“Per trascorrere le lunghe giornate, – scrive Petacco – i prigionieri si dedicavano al lavoro di ristrutturazione degli ambienti improvvisandosi falegnami o muratori. Altri rileggevano i loro gualciti diari correggendo o aggiungendo impressioni. Di tanto in tanto, all’improvviso, una squadra di soldati invadeva le camerate per periodiche perquisizioni (…). Malgrado la mancanza degli utensili necessari, fioriva l’artigianato. Con l’aiuto di un seghetto sdentato o di un coltello arrugginito, venivano realizzati autentici capolavori: bastimenti, giocattoli, pettini d’osso, fermacapelli, medaglioni, cinghie intrecciate che poi venivano usati come merce di scambio con la popolazione civile. Racconta Carlo Vicentini che due ufficiali riuscirono addirittura a costruire un orologio a pendolo con ingranaggi di legno e rotelle fatte a chiodi. Era anche preciso: tardava di appena un’ora al giorno e il successo fu grande. Dopo il primo ne dovettero costruire altri perché il mercato, fra i russi, tirava molto. Più tardi qualcuno si ricordò di aver ricevuto pochi anni prima una certa istruzione (…) fu così che alla produzione di calzini, carte da gioco e utensili vari, si aggiunse una consistente attività culturale. Un nobile pugliese, di nome Ferrante, cominciò a dare lezioni d’inglese. Un certo Martelli, bolognese, laureando in ingegneria, insegnò ai suoi volonterosi allievi la geometria analitica, i medici dissertarono di anatomia e di biologia. Il tenente Sandulli (…) tenne un corso di diritto civile e costituzionale (…) Un tenente umbro portò a termine un lavoro che pareva irrealizzabile. Intervistando uno per uno i compagni più colti e stimolando i loro ricordi di scuola, riuscì a compilare una storia della letteratura italiana che conteneva i brani più noti della Divina Commedia, del Petrarca, del Boccaccio e del Tasso, del Foscolo, del Leopardi, del Carducci fino a D’Annunzio“.

Un quadro che, incontestabilmente, pone i campi di prigionia sovietici su un terreno ben diverso dai campi nazisti e, anche, dai campi alleati, nei quali i prigionieri morivano come le mosche tra l’abbrutimento, la fame più nera, il più crudele terrore.

L’ufficiale medico degli alpini Enrico Reginato, nel suo libro dal titolo “12 anni di prigionia nell’Urss“, parla, tra l’altro, della festa per il suo compleanno il 5 febbraio del 1946:

“Tutti concorsero con regali e auguri a farmi trascorrere lietamente quella giornata. Ebbi in dono una scatola di sigarette, una saponetta e un paio di calze. Un ungherese mi fece omaggio di un astuccio in legno sul quale era stato artisticamente scolpito il profilo del Monte Cervino. Per l’occasione ci fu anche un pranzetto, che terminò con un brindisi in versi di Italo Stagno (…)“.

Ogni commento ci appare superfluo. Non è tutto: Reginato riconosce che, contro i soprusi di alcuni appartenenti agli organi di sicurezza sovietica, la giustizia del primo Stato operaio e contadino puntualmente riconobbe i diritti dei prigionieri.

“Un secondo sciopero – si legge nell’opera sopra citata – venne iniziato quando i sovietici pretesero di imporci il lavoro. Avevamo accettato di andare nella foresta a spaccar legna, ma ciò non doveva costituire un obbligo. Le stesse autorità russe, in analoghe precedenti circostanze, avevano riconosciuto la facoltà del lavoro volontario per gli ufficiali delle cosiddette piccole nazionalità, cioè per tutti, esclusi i tedeschi. Di fronte alle ingiuste imposizioni del comando piantammo una grana formidabile e riuscimmo ad ottenere l’intervento di un ufficiale di polizia, giunto espressamente dalla capitale della Repubblica dei Mari. La questione fu a lungo dibattuta, con esito conforme ai nostri diritti. L’ufficiale riconobbe che la ragione stava dalla nostra parte“.

Ce lo vedete un uomo di Himmler discutere una controversia di lavoro con gli ebrei dei lager e, alla fine, dar loro ragione dopo una disamina obiettiva del nodo del contendere?
Egisto Corradi, autore de “La ritirata di Russia“, è infine prezioso non per la descrizione dei campi di prigionia, ma per aver sviscerato una per una le menzogne fasciste sulla guerra e i contorni non certo chiari di battaglie pur esaltate ed epicamente assurte a simboli intoccabili dell’immaginario della Campagna di Russia. Egli analizza uno per uno i bollettini fascisti e nazisti sulle operazioni belliche in Urss, mettendo in evidenza le macroscopiche falsità, le montature, le distorsioni sistematiche operate in nome di una propaganda menzognera e criminale . Due esempi, in questo senso:

“21 gennaio 1943. ‘Forti attacchi ovunque respinti. A Stalingrado, i tedeschi lottano eroicamente in condizioni sempre più difficili’ . Da una corrispondenza italiana da Berlino: ‘ L’Armir ha respinto gli assalti talora successivi di ben sette armate sovietiche ‘. (Non si comprende il senso di questa corrispondenza. L’Armir era in dissoluzione)“.

“31 gennaio 1943. ‘Dai giornali italiani: ‘Mussolini nel ventennale della Milizia: Non molleremo mai fino a quando saremo capaci di tenere in pugno un’arma‘ “. (I resti del Corpo d’Armata alpino giungono sulle linee tedesche a nord di Karkov dopo due settimane di ritirata)“.

Un quadro impietoso, quello di Corradi, delle menzogne sulla base delle quali fu scatenato un conflitto immane, bestiale, in odio alla prima Patria che aveva portato al potere i lavoratori, liquidando il giogo dello sfruttamento, e che pertanto era, oltre ad un Paese immenso e ricchissimo, anche un “ cattivo esempio da estirpare“.

Si potrebbe parlare poi delle scuole di antifascismo attivate in Urss per iniziativa del PCI e del VK (b) P, con l’entusiastica partecipazione di esuli antifascisti di indistruttibile fede comunista, primo tra tutti il compagno Paolo Robotti. Si potrebbe raccontare nel dettaglio la gloriosa storia del giornale “L’Alba“, narrare le vicende di tanti prigionieri dell’ARMIR convertiti non certo con la coercizione, ma con la forza dell’esempio e del messaggio liberatore del marxismo – leninismo, alla fede antifascista e progressista… Si potrebbe certamente, ma sviliremmo un capitolo di importanza capitale che preferiamo trattare degnamente in un prossimo studio, sempre con al centro le vicende umane dei protagonisti e fonti al di sopra di ogni sospetto.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Arrigo Petacco: “L’Armata scomparsa“ (Mondadori, 1998)
Enrico Reginato: “12 anni di prigionia nell’Urss “ (Garzanti, 1971)
Egisto Corradi: “La ritirata di Russia“ (Longanesi & C., 1965)
Pino Scaccia: “Lettere dal Don“ (RAI – ERI, 2011)
https://letteredon.wordpress.com/2014/01/29/quelli-che-sono-rimasti/
http://www.plini-alpini.net/wp-content/uploads/html_pdf/Istruzioni_per_consultazione_documentazione_prigionieri.pdf

Boleslaw Piasecki: un cattolico contro la piovra vaticana e imperialista nella Polonia popolare

Boleslaw Piasecki: un cattolico contro la piovra vaticana e imperialista nella Polonia popolare

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

La crociata vaticana contro i Paesi socialisti, supportata materialmente dall’imperialismo anglo – americano, ha sempre mirato a diffamare l’ideale marxista – leninista come principale bussola di trasformazione sociale per l’umanità, degradandolo a bieco materialismo senz’anima. Non solo: questa “pugna spiritualis” degna di miglior causa, che di spirituale e di teologico aveva veramente poco, ha sempre teso a nascondere, infangare e distorcere, il ruolo costruttivo di milioni di cristiani, cattolici e non, nella costruzione della nuova società, mondata dalla lordura dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Abbiamo avuto modo di esaminare il caso emblematico dell’Abate cecoslovacco Josef Plojhar; questa volta, invece, ci sposteremo un po’ più a nord, in Polonia, Paese cattolicissimo, con un’atmosfera bigotta e codina diffusa, percepibile sin dalle pietre delle strade. Qui, lo schema disinformante e inquisitorio della crociata vaticana contro il socialismo e i suoi “compagni di strada”, riscontrabile in ogni angolo dell’est europeo, fu replicato fedelmente e, anzi, reso più pesante ed invasivo. Oggi, tutti coloro i quali pensano al cattolicesimo polacco vanno con la mente alla bianca veste di Wojtyla o ai baffi biondo – arancio di Lech Walesa. A pochi, pochissimi, balenerà davanti l’immagine di Boleslaw Piasecki. Un nome, questo, misterioso, enigmatico, ostico persino nella fonetica. Un personaggio senz’altro scomodo, Piasecki, ovvero non accomodante, né addomesticabile, né tanto meno collocabile nel Pantheon ipocrita, onnicomprensivo e, per ciò stesso, nullacomprensivo, della religiosità new – age, irenica e all’acqua di rose, che tanto va di moda in quest’epoca di valori forti banditi e di pensieri deboli resi forti dal potere.

I fautori dello scontro cieco ed incondizionato fra diverse concezioni dell’uomo e del mondo, hanno tutto l’interesse a far credere che il comunismo abbia perseguitato sistematicamente i cristiani, fino quasi a cacciarli nelle catacombe;

Piasecki rappresenta, come Plojhar, l’esempio incarnato di quanto tutto ciò sia falso e di come, invece, le masse cristiane e cattoliche dell’est – europeo abbiano, nella loro stragrande maggioranza, collaborato in maniera leale e fruttuosa con il potere popolare.

piasecki1
Boleslaw Piasecki

Nato nel 1915 a Lodz, in una famiglia di funzionari pubblici (il padre era dottore agronomo), Boleslaw Piasecki frequentò il Ginnasio “”Jan Zamoyski” di Varsavia, laureandosi poi in Giurisprudenza, presso l’Ateneo della Capitale polacca, nel 1935. Influenzato dalle idee nazionaliste e sovraniste, Piasecki, sempre nel 1935, fondò il “Movimento nazional – radicale Falanga”, noto anche, semplicemente, come “Falanga” (“Falange”). Su tale formazione politica, il giudizio di vari storici è stato estremamente negativo: essi hanno assimilato la “Falanga”, sic et simpliciter, al fascismo, senza cogliere le contraddizioni, la dialettica interna a quel movimento fra conservatori tradizionalisti, nazional – rivoluzionari ed elementi filo – fascisti e filo – nazisti. Di certo, in questo caleidoscopio, Piasecki rappresentò sempre la tendenza nazional – rivoluzionaria, radicale, fautrice di profonde riforme sociali all’insegna del corporativismo integrale, ma senza sposare la visione geopolitica del fascismo né, tanto meno, la dottrina razziale del nazionalsocialismo.

7zz9lghl
Manifestazione della “Falanga” a Lodz 

L’ala filo – nazista della “Falanga”, capitanata da Kazimierz Halaburda, fu sempre emarginata e, in gran parte, finì per staccarsi dal movimento. Piasecki, in particolare, cattolico di ferro, combatté con energia ogni infiltrazione dello NSDAP (il Partito Nazionalsocialista di Hitler) nella “Falange”, individuando ed espellendo agenti che, muniti di cospicue somme di denaro e di dettagliati piani di provocazione, intendevano spingere il movimento sul binario morto della sudditanza al III Reich, le cui mire territoriali, fondate sul progetto del “Mein Kampf”, erano per forza di cose incompatibili con le volontà di ogni nazionalista polacco. Esse, infatti, prevedevano per la Polonia un ruolo di colonia, di serbatoio di materie prime e forza lavoro nel quadro del Nuovo Ordine Europeo o, al massimo, un patto leonino tra Stati sovrani in cui sovrano era solo quello più forte, che sceglieva il più debole come comprimario per un’aggressione all’Urss che ricompattasse attorno alla Germania tutto l’asse anticomunista mondiale, segnato dalle ovvie rivalità inter – imperialistiche. Piasecki, sempre attento e vigile contro provocazioni e snaturamenti di quella che riteneva essere una genuina concezione nazionalistica, radicata nella storia e nella tradizione della Polonia, condusse una critica serrata alle stridenti disuguaglianze sociali, allo strapotere della finanza e delle banche, ai ceti parassitari, auspicando un nuovo assetto più giusto, con un’equa redistribuzione delle ricchezze, la difesa della classe operaia e contadina, la valorizzazione della piccola impresa. Nell’inquadrare questi punti, la “Falange” di Piasecki, come ogni movimento populista di destra della Polonia degli anni ’30, faceva, questo sì, professione di antisemitismo, identificando negli Ebrei la causa principale delle disgrazie del Paese.

protest_lwow
Manifestazione antisemita della Falanga a Lwow

L’antisemitismo di Piasecki, però, era di schietta matrice cattolico – tradizionalista e aveva radici economico – sociali; mai sfociò nell’odio biologico dei nazisti per la stirpe ebraica. Naturalmente, non puntualizziamo ciò a mo’ di attenuante, ma come doverosa spiegazione, come distinguo che, in sede storiografica, non ci si può dispensare dal mettere in evidenza, pena la non comprensione di fatti, eventi, scelte. Precisato tale aspetto, basta dare un’occhiata alla biografia di Boleslaw Piasecki per constatare la sua intransigente opposizione al nazismo: soldato nel ’39, al momento dell’invasione tedesca, combatté con coraggio e fino alla fine, a differenza di tanti altri militari legati al governo borghese – conservatore di Skladowski, vassallo della Gran Bretagna, i quali concorsero a provocare il crollo della Nazione per poi darsela a gambe in Romania con ministri e alti dignitari, lasciando il popolo alla mercé della croce uncinata. Arrestato dalla GESTAPO e imprigionato fino all’aprile del 1940, PIasecki venne poi scarcerato e, da uomo libero, ricominciò a tessere le fila di una Resistenza nazionalista ai nazisti occupanti. I tempi erano duri e non agevolavano certo sottilizzazioni e distinguo; Stalin e l’Urss appoggiavano attivamente i partigiani di osservanza social – comunista e progressista, gli unici che saldavano alla lotta di liberazione il necessario obiettivo di trasformazione sociale del Paese. In quest’ottica, sia la Resistenza filo – inglese che quella nazionalista di Piasecki, che nel frattempo aveva dato vita ad una “Confederazione nazionale” per distinguersi dagli altri due fronti di opposizione all’occupazione nazista, non potevano che essere viste come focolai di diversione, di divisione e, anche, di intelligenza col nemico da chi, pochi chilometri più a est, di quel nemico aveva sperimentato sulla propria pelle i peggiori crimini. Nel 1944, la Resistenza di impronta social – comunista fondò il Comitato Polacco di Liberazione Nazionale (PKWN, la sigla polacca), più noto come Comitato di Lublino, nel quale vi erano anche indipendenti, democratici, liberali decisi non solo a liberare il Paese dai nazisti, ma anche ad edificare una nuova Polonia realmente indipendente, libera, sovrana, non succube di inglesi, tedeschi e chicchessia. In questo quadro, i settori nazional – radicali che facevano capo a Piasecki e ad altri, non potevano non entrare nel mirino: il loro rifiuto di appoggiare la Resistenza del Comitato di Lublino, fu interpretato come un imperdonabile tradimento e come un fare il gioco del nemico più bestiale e feroce mai apparso sulla scena politico – militare.

Non poteva andare diversamente, del resto: l’Urss sapeva che solo con la compattezza di tutti i combattenti si sarebbe potuto cacciare al più presto l’invasore e che ogni azione in senso contrario era lesiva, controproducente, scriteriata (quando non era indice di collusione col nazismo). Le pallottole sparate dagli uomini della “Confederazione Nazionale” contro i partigiani e l’Armata Rossa, furono la goccia (di piombo) che fece traboccare il vaso: Piasecki, assieme ad altri, venne catturato e imprigionato a Lublino nel novembre del 1944 dalle forze filosovietiche e dall’NKVD.

A prendersi l’incarico di seguire i settori nazionalisti fu delegato Ivan Serov, generale sovietico, distintosi tanto nell’Armata Rossa quanto nell’NKVD, uomo di indefettibile fermezza, ma anche di raro tatto e di profonda sensibilità umana, che solo una pubblicistica ed una storiografia bugiarde e faziose come quelle anticomuniste potevano trasformare in un individuo spietato e crudele. Serov aveva una naturale propensione a cogliere i lati positivi anche dove i più vedevano solo il deserto dei Tartari. Con pazienza e volontà di capire le dinamiche storiche della società polacca, ponendo al contempo le premesse per un futuro stabile e duraturo di pace e reciproca comprensione, Serov, con l’appoggio di Stalin, del VK (b) P e del Governo sovietico, cominciò a stabilire una linea di dialogo e confronto con la Resistenza nazionalista, compresi gli uomini incarcerati per azioni condotte contro l’Armata Rossa e la Resistenza coordinata da Lublino. Serov seppe vincere l’ostilità e l’opposizione di chi, preso da comprensibile spirito di vendetta, all’interno dell’NKVD in particolare intendeva procedere per le vie brevi, mettendo tutti i nazionalisti polacchi nello stesso calderone. Piasecki, non certo sotto tortura o sotto costrizione, come hanno insinuato i soliti storici pregiudizialmente ostili al socialismo e all’Urss, anche con l’ausilio di documenti fasulli, iniziò un cammino di avvicinamento al socialismo, mentre i sovietici, dal canto loro, maturarono, in questo scambio, una visione più completa e meno schematica della realtà polacca.

Essi si resero conto che non c’erano solo i fanatici sciovinisti che deliravano attorno ai progetti di una Grande Polonia estesa da Berlino al Mar Nero, né soltanto i vecchi arnesi del filo – tedesco Pilsudski, ma tutta una schiera di social – nazionalisti che, gettati alle ortiche i preconcetti verso il marxismo – leninismo, intendevano integrarsi nel nuovo ordine socialista, appoggiato dalla stragrande maggioranza della popolazione e rafforzato, in mezzo a mille tremende difficoltà, dall’aiuto fraterno dell’Unione Sovietica.

Piasecki riceveva regolarmente giornali, riviste e ascoltava la radio: aveva quindi perfetta contezza di tutti i provvedimenti progressisti e innovatori varati dal nuovo governo popolare, nel quale i comunisti erano centrali. Non viveva certo, il fondatore della “Falanga”, in un isolamento paragonabile, anche solo lontanamente, a quello vigente nei lager nazisti. La prova incontrovertibile di ciò è la lettera, inviata da Piasecki a Serov, nella quale il militante nazionalista polacco, in prigione, si dichiarò favorevole alle riforme sociali introdotte dal nuovo potere supportato dai sovietici; in particolare, Piasecki riconobbe che, per la prima volta, si stava procedendo in direzione di una vera riforma agraria, da tempo chiesta dai nazional – rivoluzionari, mentre la nazionalizzazione dei settori economici strategici fu vista come un passo necessario per la creazione di una nuova Polonia realmente indipendente. Allo stesso modo, Piasecki ripercorse, nella missiva, le tappe del suo indefesso impegno anti – nazista. Un ruolo forte dei cattolici polacchi era imprescindibile, sostenne Piasecki, anche per il futuro socialista della Nazione.

Nel luglio del 1945, valutato attentamente il caso suo e di altri (non si facevano sconti a nessuno, né si abusava di alcun principio del diritto, dove comandavano le forze social – comuniste), Piasecki fu liberato e subito si dette da fare per fondare un gruppo di cattolici aperti alla collaborazione con il movimento operaio e comunista. Una resa incondizionata, dettata solo dal ricatto e dalla paura? Nemmeno per sogno ! Piasecki, già nella lettera a Serov, non era arretrato di un millimetro dai propri principi e dalle proprie convinzioni: la sua fede non era in discussione, né poteva esserlo la sua identità di cristiano – sociale, compagno di strada dei comunisti nella costruzione di una società più giusta, ma non appiattito sulle posizioni del marxismo – leninismo. I comunisti polacchi e sovietici non pretesero mai questo, convinti come erano che solo la più ampia coesione delle forze di ispirazione popolare potesse garantire la necessaria opera di ricostruzione sociale, civile, economica, e l’approdo a lidi più avanzati di giustizia, libertà ed emancipazione delle classi subalterne.

engelgard
Il settimanale Dzis i Jutro

Dal novembre del 1945 partì l’avventura del settimanale cattolico – sociale “Dzis i Jutro” (“Oggi e domani”), nato da un’idea di Piasecki e subito battezzato da successo. Il nuovo organo di stampa irritò in misura parossistica le gerarchie vaticane e quelle ecclesiastiche polacche più reazionarie e legate a Roma: esso era la prova provata che il nuovo governo popolare di Varsavia, guidato dai socialcomunisti, non solo non proibiva la religione, ma addirittura patrocinava pubblicazioni di carattere religioso. Come si sarebbe potuta continuare a sostenere l’impostura dei regimi dell’ateismo imposto? Come si sarebbero potuti dividere, ora, proletari aventi i medesimi interessi di classe sulla base della religione, anche in quell’occidente nel quale l’avanzata dei comunisti pareva irresistibile? Basta dare un’occhiata ai nomi dei collaboratori di “Oggi e domani” per vedervi personaggi autorevolissimi del pensiero cristiano – sociale polacco, uomini e donne che conosceranno sorti diverse, ma tutti accomunati da schiena diritta e saldezza di principi: Jan Dobraczynski, Konstantin Lubienski, Hanna Malewska, Wojciech Zukrowski. Nel n° 1 della rivista, pubblicato il 25/11/1945, Boleslaw Piasecki dimostrò ulteriormente quanto la sua adesione alla nuova democrazia popolare fosse convinta e poggiasse sull’onestà intellettuale, non sulla convenienza; anziché rinnegare il passato in blocco, egli scrisse:

Sarebbe una sciagura sostenere che il diritto di accesso alla nuova realtà polacca si debba pagare a prezzo del rinnegamento della tradizione, di tanti eroici compagni caduti nella lotta armata o ancora vivi. Sarebbe una sciagura, questa, poiché solo le persone ipocrite accetterebbero a questo prezzo la convivenza con la nuova realtà“.

Il potere popolare, dal canto suo, mai pretese – lo ribadiamo – alcuna abiura o autodafé con tanto di sceneggiata barocca, nemmeno rispetto ai contenuti e ai principi della “Falange” nella loro totalità: alcuni punti programmatici del nazionalismo degli anni ’30, specie riguardo all’assetto economico – sociale, erano compatibili con il programma social – comunista, summa di vero patriottismo. In ordine all’antisemitismo, invece, così come rispetto ai sogni di una “Grande Polonia” che equivalevano a dichiarazioni di guerra, non si poteva certo transigere alcunché, e non solo perché i vertici del Partito dei Lavoratori Polacchi (poi Partito Operaio Unificato Polacco) vedevano la massiccia presenza di Ebrei (fatto storico inoppugnabile), ma perché la nuova Polonia popolare non poteva tollerare, in alcun modo, e sotto nessuna forma, ideologie improntate all’odio etnico, religioso, razziale, né di matrice antisemita, né di matrice sionista.

stalin_bierut_1
Boleslaw Bierut con il compagno Stalin

Boleslaw Bierut, Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco, con la sua linea anti – dogmatica ed unitaria, mirante alla massima compattezza del blocco sociale nel processo di trasformazione socialista del Paese, riuscì ad aggregare tutte le forze vive e dinamiche della Nazione, in un felice pluralismo ignorato e anzi rovesciato nel suo opposto dalle menzogne della storiografia avversa. Ciò gli consentì anche di emarginare elementi settari, cripto – trockisti e frazionisti che, con la loro visione dogmatica, schematica e avulsa dalla realtà concreta, avrebbero mandato gambe all’aria il processo di costruzione della nuova società, in un contesto dominato fino a poco tempo prima dalla borghesia e dai vecchi ceti aristocratici anacronistici e reazionari. Gli interessi di questi ceti erano stati colpiti, ma l’onda lunga delle loro reazioni e degli intrighi tessuti all’ombra del Vaticano e degli Usa si faceva ancora sentire e, con azioni sconsiderate, troppo timide o troppo ardite, si sarebbe trasformata in un ciclone devastante. La saggezza del vertice del Partito Operaio Unificato, il suo indirizzo unitario, democratico e patriottico, nel quadro più ampio del Fronte di Unità Nazionale, evitarono al Paese frizioni e tensioni deleterie.

In questo clima propizio per ogni libera espressione e confessione orientate a costruire e non a demolire, Piasecki incastonò, nel 1947, un’altra pietra miliare della sua azione politico – culturale: l’ Associazione “PAX”. Questa, accanto al movimento dei “Sacerdoti patriottici”, leali verso il governo a maggioranza social – comunista, propugnò una politica di alleanza stabile e duratura fra le masse popolari cattoliche e la democrazia popolare orientata alla fondazione del socialismo. Un salto di qualità inequivocabile: la fondazione di “PAX”, con il concorso di decine di migliaia di operai, contadini, intellettuali, artigiani, sacerdoti, stette a significare che la corrente social – cristiana non si accontentava più di organi di stampa, iniziative, convegni, ma mirava ad organizzarsi in forma eminentemente politica per difendere i principi nei quali credeva in maniera strutturata, contro l’assalto del Vaticano e dei settori reazionari. Non v’era, infatti, angolo delle Polonia nel quale gli agenti del Papa e degli Usa, opportunamente addestrati e foraggiati, non lavorassero come il tarlo per disgregare, sabotare, attizzare odi e ostilità, facendo leva su una religione usata come scudo, nella maniera più strumentale possibile. I vecchi ceti rovesciati dal trono sognavano ancora la riscossa e, per far questo, pagavano banditi e terroristi per incendiare aziende agricole, minare la produzione nelle fabbriche, intimorire i rappresentanti del potere costituito. Sopra tutti, come supervisori, i servizi segreti occidentali e gli emissari del Vaticano, tutti con agganci di vecchia data nel microcosmo reazionario polacco.

L’ “Operazione Splinter Factor”, lanciata dai servizi segreti americani nell’est europeo, con l’appoggio logistico e operativo di tutti i servizi imperialisti e dei circoli antisovietici, disseminò l’area d’oltre cortina e segnatamente la Polonia di trame eversive, azioni terroristiche, sabotaggi che solo il largo consenso e l’appoggio entusiastico del quale godevano i governi a maggioranza social – comunista poterono affrontare e sconfiggere. Migliaia di terroristi, muniti di armi modernissime e radio – riceventi, furono catturati sui monti e in vari centri urbani. Molti di essi si fecero scudo con il clero reazionario, che li proteggeva attivamente offrendo loro nascondigli e rifugi in Chiese ed immobili di proprietà della Chiesa; i preti legati agli eversori, ogni volta che veniva compiuta un’operazione di polizia in immobili ecclesiastici per stanare i banditi, gridavano all’oltraggio dei “senza Dio” per mascherare il loro ruolo losco e alimentare il mito cinico e falso della persecuzione a loro danno.

L’Associazione “PAX”, in questo quadro, partecipò attivamente allo smascheramento dei nemici interni ed esterni, con l’azione concreta, con la parola e con gli scritti. I seguaci di Piasecki, stretti attorno alla loro guida, dettero eccelsa prova di patriottismo e riscattarono, agli occhi delle autorità, il nome del cattolicesimo polacco, infangato dai crociati della guerra fredda. Questa posizione coraggiosa, ferma e leale attirò per tutti gli anni ’50 su “PAX ” l’odio e le calunnie, l’ostracismo e la persecuzione della parte più retriva del clero: essa, naufragati miseramente i progetti di restaurazione dell’ancien regime, e colpiti nelle vive carni i suoi interessi materiali, cercò in ogni modo, con l’aiuto del Vaticano, di mettere i bastoni tra le ruote ai tantissimi parroci, sacerdoti, vescovi che non volevano seguire la via suicida e criminale della lotta contro il socialismo. Fu solo grazie alla solidarietà ed alla protezione offerta dal governo degli “atei trinariciuti” se questi uomini di Chiesa, liberi ed onesti, ebbero garantita la loro libertà d’azione e, spesso, la loro incolumità fisica. Stefan Wyszynsky, Primate polacco, legatissimo al Vaticano, cercò di mantenere fino ad un certo punto il necessario equilibrio: nemico delle spinte più reazionarie e destroidi, sapeva bene che il governo popolare aveva riconosciuto la piena libertà alla Chiesa e la sua giurisdizione su alcuni beni fondamentali, nulla pretendendo se non la lealtà del clero alle leggi, ma, nello stesso tempo, era pressato in maniera veemente da Papa Pio XII affinchè promuovesse uno scontro radicale con il potere popolare. Preso tra due fuochi, Wyszynsky si buttò nelle braccia della reazione interna ed internazionale e dovette esser condannato all’isolamento, vittima non certo del potere popolare ma di chi, in quella situazione, lo aveva messo contro la sua stessa volontà: Usa e Vaticano. Bierut e i vertici del Partito Operaio Unificato Polacco compresero il dramma dell’uomo Wyszynsky e cercarono sempre di lenire la sua condizione di internato, preso in consegna in primis da istituti religiosi. La lotta contro i nemici del popolo aveva le sue insuperabili necessità, ma mai ci si dimenticava di rispettare l’uomo, la sua storia e la sua condizione legata al contesto generale , con un’etica che nei Paesi capitalisti nemmeno si poteva sognare. “PAX”, e Piasecki in modo particolare, insorsero contro le ingerenze vaticane ed imperialiste, anche e soprattutto in questo caso, mantenendo dritta la barra dell’appoggio alla democrazia popolare e contribuendo in maniera sempre più costruttiva all’unità della Nazione: l’Associazione poté dispiegare quest’azione anche grazie al fatto che controllava vari canali mediatici, dai settimanali “Aurora” (“Zorza”) e “Direzioni” (“Kierunki”), fino al quotidiano “La parola universale” (“Slowo Powszechne”), passando per la florida casa editrice (“Istituto editoriale PAX”). Accanto a ciò, l’accresciuto peso politico fu decisivo per rafforzare la compagine cattolico – sociale: nel Parlamento (“Sejm” o Dieta), gli uomini di “PAX”, attivi anche nel “Movimento patriottico di rinascita nazionale”, erano ben rappresentati all’interno del “Fronte di Unità Nazionale”, come indipendenti o aderenti ad altre formazioni politiche.

La balla del monopartitismo vigente ad est, ripetuta ossessivamente da tutta la propaganda anticomunista, a dispetto dell’evidenza della realtà, nella storia della Polonia era particolarmente ridicola: nel “ Sejm “, infatti, fino al 1989, accanto ai deputati del Partito Operaio Unificato Polacco vi furono sempre i cattolici aderenti a “PAX”, presenti come indipendenti, aderenti al Partito Popolare Unito e al Partito Democratico.

Piasecki, amato dal popolo e stimato dai vertici politici, cominciò però ad essere insidiato, nella sua posizione, a partire dal XX Congresso del PCUS: si formò un inedito asse revisionista – reazionario che, con la morte di Bierut (sulla quale ci sarebbe molto da indagare…), mirò a riportare le lancette della storia indietro, affratellando, in maniera del tutto strumentale, i kruscioviani di stretta osservanza ed il clero conservatore e maccartista. Più la società si disgregava, più subentrava all’unità il contrasto, più questi settori guadagnavano punti; in particolare, il solco tra cattolici e comunisti andava allargato fino al parossismo. Come non vedere, in tutto questo, le premesse per la nascita, anni e anni dopo, del cosiddetto “Sindacato libero” Solidarnosc? Piasecki ricevette sempre più attacchi, strali e dovette subire, di quando in quando, umiliazioni assurde, come la censura delle notizie che lo riguardavano sui giornali a maggior tiratura, censura oltremodo ridicola visto il raggio d’azione capillare degli attivisti di “PAX” e la diffusione, altrettanto capillare, delle riviste legate all’Associazione. Non erano gli “stalinisti” tanto deprecati a censurare, ma i nuovi “liberali” saliti al vertice del Partito Operaio Unificato Polacco e solo l’equilibrio e la saggezza di Gomulka, nuovo Segretario del Partito dopo la morte di Bierut, riuscirono a frenare le spinte più estreme, senza però rendere inoffensiva la fazione kruscioviana, protetta a livello internazionale fino al 1964. Il fatto curioso è che la vecchia guardia del Partito, di osservanza “staliniana, subì le stesse azioni ostili di “PAX”, nella Polonia del dopo ’56; un destino comune, quello degli uomini di Bierut e dei seguaci di Piasecki, che nessuno ha voluto mai indagare fino in fondo. Ad ogni buon conto, visto il carattere coeso e la vitalità di “PAX”, dal 1955/56 la fazione comunista polacca più legata al revisionismo kruscioviano, assieme a settori degli apparati spionistici interni e del KGB sovietico orientati nello stesso senso, iniziò a sferrare alcuni colpi bassi all’Associazione di Piasecki: si cominciò con una fronda interna, alla quale seguì una scissione, protagonista della quale fu (guarda caso!) un uomo destinato a ricoprire un ruolo importante in “Solidarnosc”: Tadeusz Mazowiecki . Non solo: nel 1957, uno dei sette figli di Piasecki, Bohdan, nato dal matrimonio con l’eroina Halina Kopec, caduta nella rivolta di Varsavia del 1944, venne rapito ed ucciso in circostanze oscure, mai del tutto chiarite anche per l’azione degli organi investigativi, i quali, controllati dal Vice – ministro degli Interni, il liberale kruscioviano Antoni Alster, favorirono la fuga in Israele di diversi sospettati e la latitanza sospetta di altri.

bohdan_piasecki_pogrzeb
I funerali del figlio Bohdan

La vecchia fazione “stalinista” del Ministero degli Interni, solidale con Piasecki, tentò in ogni modo di far luce, ma la sua azione fu paralizzata dai protettori politici operanti in alto loco. Solo negli anni ’60, infatti, un uomo tutto di un pezzo come Mieczyslaw Moczar riuscì a farsi strada contro le lobbies kruscioviane e sioniste e a diventare Ministro degli Interni, ma era ormai tardi per far piena luce sul caso di Bohdan Piasecki… Qualsiasi fosse lo scenario dietro al fatto criminoso in questione, è chiaro che esso fu diretto a bloccare l’azione politica del Presidente di “PAX”, ma le manovre in tal senso fallirono per il coraggio intellettuale e fisico del personaggio, oltre che per l’appoggio incondizionato che milioni di uomini e donne, di ogni orientamento, continuarono a manifestargli. Piasecki, infatti, restò a capo di “PAX” fino all’anno della sua morte, il 1979, fu ininterrottamente deputato al Sejm dal 1965 al 1979 e ricoprì anche la carica di membro del potente Consiglio di Stato.

Ai funerali di Piasecki presero parte tutte le più alte cariche dello Stato, assieme a migliaia di cittadini comuni ed alle delegazioni dei partiti popolari cristiani del campo socialista. La messa fu significativamente celebrata da Stefan Wyszynsky, a riprova della grandezza del personaggio deceduto e della vicinanza del vecchio Primate e Cardinale, il quale, naturalmente portato al dialogo con il movimento operaio e comunista, negli anni ’50 non se l’era tuttavia sentita di sposare le posizioni di “PAX”. Con la morte di Piasecki ripresero quota i settori clerico – reazionari, i quali ebbero buon gioco ad attuare diversioni e a sobillare il popolo nel quadro di una crisi economica pesantissima che, nata nel mondo capitalista e a causa del capitalismo, contagiò ben presto la Polonia, Paese che con il mondo capitalista aveva avviato rapporti economici intensi e duraturi, anche oltre i livelli di prudenza raccomandabili. Questa, però, è un’altra storia, che non mancheremo di raccontare…

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Purtroppo, la congiura imperialista del silenzio su “PAX” e su Boleslaw Piasecki non aiuta a reperire opere per capire meglio la storia e i contorni di “PAX”. Per chi avesse voglia di spaziare tra più fonti, non solo apologetiche e non solo italiane, ma anche critiche e in lingua straniera, suggeriamo i seguenti riferimenti :

Intorno alla figura di Boleslaw Piasecki:

Zagadnienia istotne” (“Questioni fondamentali”, Varsavia, 1954)

Patriotyzm polski“, (“Patriottismo polacco”, 2 voll., Varsavia 1958/60)

Kierunki 1945 – 1960” (“Direzioni 1945 – 1960”, Varsavia 1971)

Mysli” (“Pensieri”, Varsavia 1983)

https://pl.wikipedia.org/wiki/Boles%C5%82aw_Piasecki

Per un panorama sintetico ma indicativo sulla sovversione atlantico – vaticana in Polonia:

William Blum, “Il libro nero degli Stati Uniti d’America” (Fazi, 2003 )

Victor Marchetti – John D. Marks, “Cia – culto e mistica del servizio segreto” (Garzanti, 1975)

Sull’azione di sovversione nei paesi dell’Est, tra cui la Polonia, da parte dei servizi segreti del Vaticano:

Eric Frattini, “L’Entità” (Fazi, 2008)