Come i bolscevichi risolvettero il problema abitativo. Il miracolo di Leningrado, un caso di scuola (1917 – 1950).

Come i bolscevichi risolvettero il problema abitativo. Il miracolo di Leningrado, un caso di scuola (1917 – 1950).

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli

Leningrado, la vecchia San Pietroburgo, non è solo la Città eroica che ha retto uno degli assedi più terribili della storia, quello nazista, con centinaia di migliaia di morti, evacuati, feriti e dispersi, in uno scenario eguagliato forse soltanto dalle vicende spartane del III sec. a.C. No, Leningrado è anche il gelido, epico, affascinante teatro della Rivoluzione bolscevica del 1917, Rivoluzione che per prima ha liberato le masse operaie e contadine dall’oppressione capitalista e feudale.

In quella splendida, antica città creata dal nulla per la ferrea volontà dello Zar Pietro, su paludi e naturali prolungamenti del Golfo di Finlandia, i bolscevichi, saliti al potere, dovettero subito confrontarsi con molteplici problemi, precipitato storico dell’arretratezza di un Paese sì dominato da secoli da un’élite di rapaci sfruttatori, sì immerso nelle secche di un sottosviluppo solo di quando in quando interrotto da isolotti di modernità, ma anche popolato, come pochi altri al mondo, da geni prodigiosi e talenti raffinatissimi. In questo singolare, intrigante prisma dialettico, storico, culturale e politico, i bolscevichi proiettarono la vivida luce del loro primato, rimodellando le sfaccettature, limando gli angoli e abolendo le forme anacronistiche, stantie ed ossificate di vecchi costrutti sociali ed economici che qualcuno, per suo interesse, riteneva eterni ed immutabili.

E vennero la riforma agraria, le nazionalizzazioni delle industrie, con la promozione della più ampia partecipazione, del più profondo e consapevole apporto autogestionario da parte degli operai e dei lavoratori tutti (non sempre raggiunto, invero, ma costantemente fissato all’orizzonte come meta), il suffragio universale senza barriere di “genere” (le donne russe furono le prime a votare in Europa, se si escludono quelle del non più esistente Granducato di Finlandia, tra l’altro facente parte dell’Impero russo, laddove le suffragette britanniche ebbero la loro soddisfazione solo nel 1928).

Non solo: i bolscevichi, in condizioni, le peggiori possibili ed immaginabili, stretti fra l’arretratezza e la povertà del patrimonio edilizio ereditato dal vecchio regime e fra le distruzioni della guerra civile scatenata dai reazionari interni e dagli imperialisti esterni, riuscirono, per un laicissimo miracolo della buona volontà, a risolvere il problema abitativo, facendo di Leningrado, fin dagli anni ’20, la prima Città al mondo senza gente che dormiva sotto i ponti, sulle panchine, in falansteri simili a camere d’ospedale o in malsani scantinati. Ciò, mentre nel mondo capitalista le gente crepava di fame e si vedeva sfrattare anche da miseri tuguri.

Come fu risolto il problema abitativo?

Con una molteplicità di misure complementari e convergenti verso l’obiettivo stabilito, ossia quello di dare ad ognuno un tetto sopra il capo!

Vediamo la situazione generale. Il punto di partenza, come abbiamo accennato, non era certo entusiasmante: il patrimonio abitativo non era certo enorme e quel poco che c’era era ripartito in maniera scandalosa. Basti pensare che, nel 1900, quando furono censiti 1.418.000 abitanti, si rilevò che 38.000 cittadini, appartenenti a privilegiate minoranze, avevano a disposizione, ciascuno, dai 30 ai 70 metri quadrati di area abitabile a testa.

A fronte di ciò, 82.000 cittadini, tra i più derelitti, dovevano pigiarsi in spazi angusti, con meno di 2 metri quadrati a testa. In questo panorama, ben 11.376 appartamenti erano liberi, vuoti, cinici monumenti al più immorale degli sprechi, alla più cocente delle ingiustizie. C’era poi tutta una pletora di lavoratori che alloggiava in dormitori, convitti ecc. …

Ancora nel 1910, 63.089 persone alloggiavano in 8292 seminterrati, tra umidità, topi e altre gioiose amenità da campionario dell’orrore abitativo. Espansioni massicce di edificato non erano d’altronde pensabili, sia per le condizioni di guerra e mobilitazione permanente, egemoni dal 1917 al 1922, sia per i sottovalutatissimi e quasi mai menzionati (dalla storiografia e dagli studi urbanistici classici) ostacoli naturali, per molti versi insormontabili: un terreno paludoso, sabbioso, friabile, che solo lo Zar Pietro, con la sua ostinazione, poteva trasformare in una landa abitata, strappando al Golfo di Finlandia il suo naturale prolungamento.

Che fare, allora, tanto per porre l’interrogativo del pragmatismo rivoluzionario di Lenin?

Si cominciò con un’opera di censimento e ricognizione degli alloggi esistenti, a partire dagli antichi palazzi dell’aristocrazia e degli alti ceti, giù giù fino ai condomini più moderni e recenti. Squadre di operai e funzionari addetti computarono i metri quadrati disponibili, analizzarono scrupolosamente bisogni e possibilità legati ai vani, interrogarono famiglie e individui, per poi ripartire lo spazio nella maniera più equa possibile.

Checché ne dica, delirando, la letteratura  anticomunista, nessuno che avesse una quantità giusta e tollerabile di metri quadrati a disposizione, rapportata alla condizione oggettiva presente, fu espropriato del diritto di continuare ad abitare i propri spazi.

“Il potere sovietico, pur generalizzando la nazionalizzazione delle case dei grossi capitalisti – scrissero Bucharin e Preobrazhenskij ne “L’ABC del comunismo” – non ha alcun interesse a toccare le proprietà degli operai, impiegati e piccolo – borghesi”. Si espropriarono solo e soltanto gli alloggi di individui e famiglie che fruivano di metri quadrati in visibile e smaccato eccesso, alla faccia dei senzatetto, degli inquilini di stamberghe e casupole e via elencando. Anche in quel caso, però, il nobile, o l’industriale, o l’intermediario, o la qualsivoglia figura borghese espropriata, se non decideva di andarsene o di darsi alla macchia contro il nuovo governo sovietico, non veniva cacciato via, spinto in strada. No, la superiore umanità dei bolscevichi risparmiava, a questi sfruttatori e parassiti, il destino che per secoli avevano riservato ai figli del popolo. Ognuno poteva conservare per sé un ambiente o anche più, all’interno della propria residenza.

Ogni Soviet, in tutto lo sterminato Paese del socialismo al potere, creò nel proprio seno una “divisione” speciale che si occupava del patrimonio abitativo e delle condizioni di alloggio della popolazione; non una burocrazia autoritaria e imperiosa, distaccata e fredda, ma una squadra di lavoratori, funzionari, ispettori che, ciascuno con il proprio ruolo, assumevano decisioni in forma collegiale e concertata, per il supremo obiettivo del bene comune.

Gli affitti vennero calmierati e i fitti arretrati, molti dei quali vere e proprie pretese degne del peggior strozzino, vennero spesso annullati, non solo a Pietrogrado (la Città assumerà il nome di Leningrado dal 1924, dopo la morte del leader rivoluzionario, ma in tutte le Russie, in tutto l’estesissimo territorio posto sotto il controllo sovietico. Ovunque i proletari furono liberati dalla prigionia delle stamberghe, degli alloggi di fortuna, e trasferiti in palazzi ampi e maestosi, spesso di eccezionale pregio artistico e architettonico.

I detrattori del socialismo hanno sempre sparso a piene mani dileggio e critica sulle coabitazioni di più famiglie in uno stesso appartamento, frequenti nei primi anni del potere sovietico e ridotte al minimo a partire già dagli anni ’50 – ’60, ma questi corifei senza pudore del marciume capitalista hanno dimenticato che chi prima era vissuto per decenni in catapecchie di 20 o 30 metri quadrati, senza acqua, luce, gas e locali salubri, grazie alla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre varcò la soglia, assieme alla propria famiglia, di palazzi principeschi dalle volte arabescate e dalle scalee imponenti, con stanze ampie, soffitti elevati, ambienti ampi ed areati.

Qui, per una famiglia tipo, coabitare, significò avere una grande cucina e una latrina in comune con altri individui o gruppi familiari, quando precedentemente la prima era un buco e la seconda un foro scavato in terra, mentre per il resto ogni nucleo familiare ebbe a disposizione, a seconda della consistenza numerica dei propri membri, due, tre o quattro stanze individuali, ricavate dall’equa divisione degli ambienti.

I proletari alloggiarono quindi, grazie ai Soviet, in Palazzi nei quali, in occidente, solo la più pingue borghesia e i più insigni rampolli di blasonate famiglie potevano vivere o sperare di vivere. E lo fecero, nei primi anni, senza pagare alcun affitto, o pagando solo cifre simboliche. Vi fu anche chi, per esigenze di studio o di attività, per meriti guadagnati sul campo col suo lavoro a vantaggio della collettività, poté continuare ad abitare in spazi più grandi della media: non mancarono i casi di villette a un piano rimaste in proprietà ai loro legittimi (in quel caso) detentori, studiosi, intellettuali, militari, o divise con alcune famiglie lasciando ai vecchi proprietari la gran parte dello spazio disponibile.

Anche il grande Bulgakov, nelle sue opere, fa cenno a questi episodi, si vedano “Cuore di cane” e “Il Maestro e Margherita“. Tornando alla situazione di Pietrogrado, poi Leningrado, nel giro di poco tempo nessuno più, o quasi, abitò cantine, sottotetti, casupole cadenti e malsane.

Alla primavera del 1918, i lavoratori poterono a ragione vantarsi di vivere ormai come mai avevano vissuto prima d’ora. Gli sconvolgimenti della guerra civile portarono, però, subito difficoltà e non vi fu tempo di cullarsi sugli allori. Visti i gravi problemi di approvvigionamento della città, con le truppe bianche che stringevano d’assedio i centri controllati dai bolscevichi e vi impedivano l’afflusso di derrate e merci, molti scelsero di andarsene nelle campagne o altrove, in contesti più tranquilli e meno esposti alla pressione controrivoluzionaria.

Gli abitanti diminuirono da 2.500.000 nel 1917 a 750.000 circa nel 1920, quando il rigidissimo inverno costrinse tanta gente a utilizzare come legna, per riscaldarsi, anche vecchi e pregiati mobili. Nel 1921, quando la guerra civile si spense, con la vittoria schiacciante dei bolscevichi, sostenuti dalla quasi totalità della classe operaia e dalle masse contadine, queste ultime conquistate con i decreti sulla terra, diretti contro i latifondisti e la Chiesa, si rilevò che il 25% degli appartamenti esistenti a Pietrogrado erano vuoti. Mentre molte case abbandonate furono demolite, fu guadagnato dai ceti popolari ulteriore spazio sottratto a borghesi e nemici del popolo scappati, trasferitisi, posti sotto misure cautelari o condannati. Da notare il fatto che, almeno fino al 1925/26, molta della popolazione cittadina era fluttuante e molti nuclei familiari, fino al 30%, erano formati da un’unica persona: lavoratori avventizi, gente delle campagne che aspirava a guadagni supplementari, piccoli intermediari e sensali sopravvissuti al tramonto del capitalismo… Un universo variegato e per molti aspetti pittoresco, che durò finché durò la NEP.

L’avvio della pianificazione quinquennale, a partire dal 1928, consentì di migliorare costantemente le condizioni di alloggio degli abitanti della città, ribattezzata Leningrado, soprattutto dal punto di vista qualitativo. I censimenti e le elaborazioni statistiche rivelano, dalla fine degli anni ’20 e per tutti gli anni ’30, un costante miglioramento delle forniture e delle dotazioni degli alloggi leningradesi: qui, dove era stata compiuta la rivoluzione copernicana del dare a ciascuno un tetto, a partire da un lascito storico di sicuro non incoraggiante, ora quel tetto diventava, per tutti e per ciascuno, sempre più comodo e confortevole.

Non si dia calcolo a chi presenta indici di metri quadri pro – capite in calo: se infatti in alcuni annuari si può leggere che la superficie pro – capite abitabile (la “zhilaja ploschad”, formata da tutte le stanze meno cucine, servizi, bagni, corridoi e ripostigli) scese da 8,5 metri quadrati nel 1927, a 5,8 metri quadrati nel 1935, c’è da tener presenti tuttavia alcuni punti fermi.

Nello stesso periodo, la popolazione di Leningrado, in conseguenza del poderoso sviluppo industriale, crebbe a ritmo impetuoso da 1.700.000 a oltre 2.700.000 individui, per poi salire fino a quasi 3.000.000 alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale.

Roma, che in quegli anni subì un aumento di popolazione di poco inferiore, con cifre assolute pari alla metà rispetto a quelle della “finestra sull’occidente”, si riempì di casupole e baracche, nelle misere periferie ritratte col pennello del più vivo neorealismo da Manfredi in “Brutti, sporchi e cattivi“.

Leningrado, al contrario, non conobbe baracche e alloggiamenti precari se non quelli, del tutto provvisori, e oltremodo decorosi, destinati ai costruttori edili che tirarono su nuovi palazzi residenziali per i lavoratori dove si poteva, in un terreno angusto, ricavato con le unghie e con i denti da ardite bonifiche nel corso dei secoli e naturalmente svantaggiato nella conformazione.

Inoltre, va ricordato che le cucine, i bagni e i ripostigli, tutti elementi urbanisticamente e civilmente considerati, in Urss, al di fuori dello spazio vitale sul quale calcolare l’affitto,  diventarono negli anni ’30 sempre più presenti, ampi e funzionali, mentre gli appartamenti individuali via via sostituirono quelli in coabitazione.

E come tacere, poi, il grande sforzo volto a fornire, ad ogni alloggio, il gas necessario per cucinare e riscaldarsi?

I dati ci dicono che, nel corso degli anni ’30, già 23.200 appartamenti furono connessi alla rete del gas. Ciò equivale a dire, tenendo conto delle coabitazioni in alloggi con bagno e cucina in comune (il 70 – 80 %), che, a quell’epoca, già 200.000 persone circa, su più di 2.000.000, beneficiavano di questo modernissimo confort, confort di cui ancora oggi sono prive, nella nostra “progredita” e “civile” Italia, tante famiglie, costrette a ricorrere alle bombole. Il gas leningradese meriterebbe una trattazione a parte, per l’impegno, lo sforzo e la capacità dimostrati da tecnici e maestranze che, nel giro di 15 anni, a guerra finita, valorizzando gli scisti bituminosi della regione leningradese ed estone, lo porteranno praticamente in ogni alloggio. Nei Paesi capitalisti, Italia compresa, si arriverà allo stesso obiettivo, del tutto parzialmente, a macchia di leopardo, negli anni ’70 – ’80, e senza avere la difficoltà di far passare condotte e canali di distribuzione in un territorio gelato per gran parte dell’anno, con relative manutenzioni e migliorie.

La Seconda Guerra Mondiale portò morte e distruzione a Leningrado, nei 900 memorabili giorni dell’assedio nazifascista, poi spezzato dall’eroismo e dal valore dell’Armata Rossa. Quei 900 giorni significarono anche, per il patrimonio abitativo della Città, un calvario senza precedenti:

  • il 19,7% del fondo abitativo totale andò distrutto (3,3 milioni di metri quadrati di spazio abitabile);
  • il 13,2% dello stesso fondo subì gravi danneggiamenti (2,2 milioni di metri quadrati di spazio abitabile).
  • alla fine del conflitto, il 35% delle case necessitavano di riparazioni alle pareti ed alle intercapedini;
  • l’80% presentava vetrate rovinate o distrutte;
  • il 72% aveva tetti sfondati o gravemente danneggiati;
  • l’85% mostrava facciate rovinate.

Fognature, reti del riscaldamento, ascensori, caldaie, reti elettriche… Tutto danneggiato, fuori uso o logorato. Il compito della ricostruzione si presentò, davanti ai leningradesi, non facile né difficile, semplicemente titanico. E fu scritta, con ardore e abnegazione, un’altra pagina eroica. Mentre i fogliacci delle varie borghesie capitaliste raccontavano di gente che viveva nei solai, nelle cantine, nei magazzini, senza mai spiegare mai perché ciò accadeva, senza mai menzionare le distruzioni apportate dai nazifascisti, i leningradesi ricostruivano la loro città, più bella e radiosa di prima. In pochi anni, forti delle esperienze post – rivoluzionarie, vennero eliminati del tutto, di nuovo, ricoveri di fortuna, magazzini uso abitazione, cantine – dormitorio.

Una ventina di trust edili, agili ed operativi, garantirono un nuovo miracolo, compiuto senza aiuti dall’estero e senza i denari del Piano Marshall (a proposito di “ricostruzioni” mitizzate, o non opportunamente contestualizzate…).

Le cifre del periodo 1945/1950 sono, a tal proposito, impressionanti:

  • 791.000 metri quadrati di riparazioni capitali effettuate;
  • 28.660 palazzi residenziali sottoposti a riparazioni selettive, di alta qualità, con professionalità scelte;
  • 1.944.000 metri quadrati di ambienti fatiscenti ripristinati e risanati;
  • 13.057.000 metri quadrati di tetti riparati;
  • 4.425.000 metri quadrati di facciate riparate e ridipinte;
  • sostituzioni di sistemi di approvvigionamento idrico e di reti fognarie, con espansione del numero degli alloggi direttamente serviti, in 5003 palazzi residenziali;
  • 1315 ascensori riparati e ripristinati;
  • 335 caldaie rimesse in funzione;
  • 3.826.000 metri quadrati di scale e pianerottoli riparati e ricostruiti;
  • 1.153.000 metri quadrati di marciapiedi realizzati, cortili risanati, strade di servizio lastricate;
  • 369.000 alberi ed arbusti piantati nei cortili condominiali.

Numeri, questi, che la dicono lunga sulla superiorità del sistema socialista, anche rispetto ad una problematica, come quella degli alloggi, che ancora attanaglia e assilla milioni e milioni di persone nel mondo, schiacciate dalla logica del profitto di pochi speculatori e costrette ad abitare in tuguri e slum per la maggior gloria degli sfruttatori.

L’esperienza di Leningrado (e, in senso estensivo, di tutta l’Urss) ha dimostrato che, anche in questo ambito, un altro mondo è non solo auspicabile, ma anche possibile, purché si abbia il coraggio e l’onestà intellettuale di riconoscere la necessità storica di rompere non solo col capitalismo, ma pure col riformismo all’acqua di rose.

Riferimenti:

Pavel Nikonov: “Storia del fondo abitativo di San Pietroburgo” (relazione del 1994), in russo, online: http://nikonovpn.spb.ru/?p=1059#3

F. Engels : “La questione delle abitazioni“, Edizioni Rinascita, 1950

N. Bukharin – E. Preobrazhenskij: “L’ABC del comunismo” (online, http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/Testimarxisti/abcpseconda.html)

Vieri Quilici: “Città russa e città sovietica” (Mazzotta, Milano, 1976)

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Quando l’anticomunismo diventa fantascienza: l’invenzione di Stella Krenzbach

Quando l’anticomunismo diventa fantascienza: l’invenzione di Stella Krenzbach

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Luca Baldelli

L’Ucraina, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, ha visto l’attivo collaborazionismo dei fascisti di Bandera, riuniti attorno all’OUN (Orhanizatsiya Ukrayins’ kykh Nationalistiv, Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini), il cui braccio armato era la famigerata UPA (Ukrains’ ka Povstans’ka Armija, Esercito Insurrezionale Ucraino). Gli emuli e fedeli alleati ucraini di Hitler, fin dal 12 settembre del 1939 (si presti attenzione alle date!) misero a punto, di concerto con l’Ammiraglio Wilhelm Franz Canaris, capo dell’ABWEHR, il Servizio segreto militare tedesco, la formazione di uno Stato ucraino filo – nazista e anticomunista, da far nascere sulle rovine della Polonia occupata. [vedasi qui e qui]

Alla faccia di quanti sostengono l’autenticità dei Protocolli del Patto Molotov – Ribbentrop, [vedasi qui] fu solo grazie all’intervento sovietico nelle regioni ex polacche a maggioranza ucraina e bielorussa , il 17 agosto del 1939, che all’Europa e al mondo fu risparmiata la nascita di un altro stato fascista e criminale, il quale avrebbe da subito proceduto alla liquidazione di tutte le minoranze etniche, dagli Ebrei ai Russi, passando per i Polacchi [vedasi qui e qui].

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Contadini polacchi massacrati dai nazionalisti ucraini in Volinia

Con l’attacco tedesco all’Urss del 22 giugno 1941 (“Operazione Barbarossa“), e la successiva occupazione delle terre sovietiche in Ucraina, Bielorussia, Russia e Paesi Baltici, i nazionalisti ucraini si posero al servizio dei barbari invasori del Terzo Reich, attuando, con ardore e zelo pari alla spietatezza, l’eliminazione di centinaia di migliaia di civili, partigiani, militari dell’Armata Rossa. Molti ucraini entrarono direttamente nei corpi militari tedeschi. Ancora nel 1944, l’UPA, armata di tutto punto dai nazisti, metteva a segno un colpo storico, uccidendo in un attentato l’eroe di Kursk, il mai dimenticato Generale dell’Armata Rossa Nikolaj Fedorovic Vatutin.

Nel dopoguerra, i nazisti ucraini, con Stepan Bandera stesso ed altri esponenti del calibro di Yaroslav Stetsko, Ivan Grinoh, Mykola Lebed, Myroslav Prokop [vedasi qui], vennero inquadrati dai servizi segreti di Usa e Gran Bretagna, ovvero dei nuovi crociati dell’anticomunismo, in operazioni volte a provocare una guerra con l’Urss o, perlomeno, una destabilizzazione economica e politica della prima nazione al mondo con gli operai e i contadini al potere.

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Pogrom di Leopoli perpetrato nel 1941 dai nazionalisti ucraini

Così prese avvio nel 1948, sfruttando l’esperienza di azioni eversive attuate fin dal 1945, l’operazione “Aerodinamik“, pilotata dalle centrali della CIA, del CIC (il Counter Intelligence Corps, servizio segreto dell’Esercito americano) e, fino al 1956 circa, dell’MI6 britannico: terroristi e sabotatori dell’UPA clandestina si infiltravano in territorio sovietico, partendo dalle basi dei Paesi occidentali che li ospitavano e li addestravano e, unendosi ai locali elementi clandestini, datisi alla macchia, colpivano industrie, infrastrutture, sedi istituzionali, seminando morte tra i civili e i militari.

Frank Wisner, vecchia volpe dello spionaggio, capo della sezione per le operazioni speciali della CIA, denominata “Ufficio di coordinamento politico“ (OPC), quantificò in 35.000 i militari sovietici e i membri del Partito Comunista dell’URSS uccisi dall’ UPA. Una goccia di franchezza, nel mare dell’intollerabile ipocrisia di un mondo occidentale che negava risolutamente, perfino con sdegno, il suo supporto al terrorismo anticomunista in tutto l’est europeo, o addirittura inventava di sana pianta fantomatici squadroni dell’NKVD (poi MGB) travestiti da brigate dell’UPA per screditare i nazionalisti ucraini.

E già, le invenzioni!

Quante se ne sentirono e se ne continuano a sentire sull’Urss e la sua opera di costruzione del socialismo, di un futuro migliore non solo per i cittadini sovietici, ma per l’umanità tutta!

Una delle invenzioni più assurde, inaudite e dure a morire riguarda proprio l’Esercito Insurrezionale Ucraino. E’ un caso in verità poco conosciuto in occidente, dal vasto pubblico, ma che la dice lunga sul grado di inquinamento informativo attuato da settori dei servizi occidentali e dai fascisti ucraini. Anzi, più che di inquinamento informativo, qui si deve parlare di creazione dal nulla di un personaggio, imposto poi a una parte dell’opinione pubblica come reale, elevato ad eroe, a fulgido esempio di lotta al comunismo.

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Massacro di Babi Yar

Si tratta della vicenda di Stella Krenzbach. Gli strateghi dell’UPA, cullati e foraggiati nella mangiatoia della Guerra Fredda, sentirono ad un certo punto il bisogno di scrollarsi di dosso l’accusa di aver ucciso migliaia e migliaia di cittadini ebrei durante l’occupazione nazista dell’Ucraina, accusa comprovata da una quantità enorme di inoppugnabili riscontri. Per agevolare il tutto, verso il 1950 misero in giro la storia, tessuta su una trama commovente, da romanzo, di una certa Stella Krenzbach, un’ebrea ucraina, figlia di un rabbino, che sarebbe stata arrestata dalla famigerata NKVD sovietica, peraltro tutta o quasi formata da ebrei, secondo la vulgata anticomunista e antisemita più volgare e mistificante. Questa “eroina“ avrebbe evitato l’esilio tra i gelidi venti dell’Oriente russo, sfuggendo ai suoi carcerieri e rifugiandosi in clandestinità nelle natie contrade ucraine (quanta poca accortezza nella scelta del luogo!). Qui avrebbe raggiunto le file dell’UPA.

Nel 1945, costei sarebbe stata di nuovo arrestata dall’NKVD, torturata dai biechi bolscevichi e condannata a morte; anche in questo caso, però, miracolosamente (sbadati come pochi, questi agenti sovietici!), sarebbe stata soccorsa dai nazionalisti ucraini e condotta nei Carpazi, dove, sotto la protezione dell’UPA, avrebbe supervisionato la conduzione di un ospedale da campo clandestino. Da qui avrebbe poi raggiunto Vienna e dall’Austria si sarebbe trasferita infine in Israele, entrando alle dipendenze del Ministero degli Affari Esteri, con incarichi di peso.

A narrare le gesta epiche della Krenzbach furono soprattutto i giornali e i fogli dell’emigrazione ucraina in Argentina e in Canada, dove le centrali nazionaliste e fasciste erano particolarmente forti . In particolare, si distinse in questa vicenda il giornale “Nasha Meta“ (“Il nostro obiettivo“) di Toronto (Canada), che nel novembre – dicembre del 1954 uscì più volte sull’argomento, proponendo come esempio la figura di questa “eroina“ e, anzi, pubblicando le “sue“ memorie, riunite sotto al titolo “Sono viva grazie all’UPA“.

Questa “autobiografia“, pur senza raggiungere le dimensioni del best seller, venne diffusa un po’ ovunque, ai quattro punti cardinali. La storia, mentre strappò le lacrime di coccodrilli e sciacalli sempre pronti a commuoversi e a levare alti lai davanti ad immaginarie prodezze mortifere dei comunisti, suscitò, con la sua puzza di bruciato percepibile da chilometri di distanza, lo scetticismo di alcuni coraggiosi giornalisti d’inchiesta, storici ed esponenti politici, anche di destra e perfino interni all’emigrazione nazionalista ucraina.

Il primo a muoversi e a volerci vedere chiaro sulla vicenda fu Philip Friedman, il quale, nel 1958, aveva curato una pubblicazione sulla Resistenza ebraica, patrocinata dal Museo storico dell’Olocausto di Gerusalemme, il celebre Yad Vashem. Friedman interpellò il Ministero degli Esteri israeliano sulla figura di Stella Krenzbach e la risposta fu, per gli anticomunisti in servizio permanente, agghiacciante: non c’era stata mai nessuna donna, rispondente a quel nome, nei ranghi dei funzionari e nemmeno dei normali impiegati.

Nelle pubblicazioni nazionaliste ucraine, specialmente quelle argentine e canadesi, scese una cappa di assordante silenzio. Il castello dell’oscena menzogna si stava disintegrando. Voci ed illazioni circolanti nelle stesse cucine tirarono fuori la storia secondo la quale, dopo la pubblicazione di sue “memorie“ da parte del “Washington Post“, la donna sarebbe stata uccisa in Israele da mani misteriose, con un colpo alla nuca.

Anche in questo caso, fu facile verificare che il giornale statunitense mai aveva pubblicato memorie della fantomatica Stella Krenzbach. A rafforzare il parere di quanti avevano subodorato un clamoroso raggiro, scese in campo una figura al di sopra di ogni sospetto: lo studioso Bohdan Kordiuk, elemento di spicco dell’emigrazione ucraina nazionalista in Germania occidentale.

Costui scrisse nel luglio del 1958 un pezzo in “Suchasna Ucraina“ (“Ucraina contemporanea“ ), organo dei seguaci dell’UPA a Monaco di Baviera, nel quale sottolineò che nessuno dei veterani delle formazioni nazionaliste ucraine aveva mai conosciuto o semplicemente sentito nominare Stella Krenzbach. Anche tra gli ebrei conosciuti da Kordiuk e dai suoi sodali, non uno aveva mai udito, neppure per sbaglio, quel nome.

Dunque, l’ “attento storico Friedman“ (così lo qualificò l’insospettabile Kordiuk ) aveva colto nel segno. Quella di Stella Krenzbach era stata null’altro che una bufala, sapientemente costruita, che, sempre per dirla con Kordiuk, non aveva retto “ad un esame critico“. A diradare definitivamente la caligine del giallo, è stato però un giovane storico svedese – americano, Per Anders Rudling, il quale, esattamente come Friedman, inoltrò attorno al 2010 una richiesta di chiarimento al Ministero degli Esteri israeliano e si vide recapitare la stessa risposta inviata all’insigne collega cinquant’anni prima: nessuna donna di nome Stella Krenzbach aveva mai lavorato alle dipendenze del Ministero.

Stella Krenzbach non è mai esistita, se non nella fertile fantasia dei fascisti ucraini!

Il suo mito è servito solo e unicamente ad accreditare l’UPA come formazione non antisemita, “tollerante “ e pure “democratica“ nel dopoguerra, alfine di ampliare la platea dei suoi consensi e dei suoi appoggi, in un momento in cui essi stavano paurosamente vacillando. Si doveva nascondere l’essenza barbara, criminale e genocida del nazionalismo ucraino, fingendo una sua buona disposizione verso il mondo ebraico e le minoranze.

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Opuscolo di propaganda antisovietica della Guerra Fredda

Ciò, in un momento in cui, a metà degli anni ’50, le forze di intelligence e militari sovietiche, forti del più ampio appoggio popolare in quell’Ucraina a nome della quale i fascisti pretendevano di parlare, stavano spazzando via gli ultimi focolai del sanguinoso terrorismo nazionalista eterodiretto, eliminando contestualmente anche agenti della CIA e del CIC penetrati nel Paese.

Come sempre, l’anticomunismo e l’antisovietismo erano stati capaci di spacciare solo merce avariata, in mancanza di solidi argomenti e di una dignità politica e storica sulla quale fare affidamento. Anzi, questa volta si erano superati, toccando le vette della fantascienza, inventando a tavolino una vita, un’esistenza che mai aveva calcato il suolo terreno.

Stella Krenzbach, questa creatura mitica, partorita dalla fantasia deviata dei nemici dell’umanità, non è stata se non l’esasperazione, l’acme di una strategia della menzogna che da Katyn [vedasi qui, qui, qui e qui] a Bandera, passando per la negazione di Babi Yar [vedasi qui], ha preteso riabilitare il fascismo come strumento della Guerra Fredda e come industria dell’assassinio, del complotto, della repressione, dell’eversione.

Riferimenti:

John Paul Himka – “Falsifying World War II history in Ukraine” (online)

Philip Friedman – Ukrainian-Jewish Relations During the Nazi Occupation”, Yivo Institute for Jewish Research, 1959

Per A. Rudling – “The OUN, the UPA and the Holocaust: A Study in the Manufacturing of Historical Myths” , The Carl Beck Papers in “Russian & East European Studies”, No. 2107. Novembre 2011

Il caso Olberg e la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

Il caso Olberg e la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Guido Fontana Ros

L’immagine di testata esemplifica quello che viene creduto dal gran pubblico ancora oggi: i Processi di Mosca furono una farsa creata da Stalin per eliminare gli avversari nella lotta per il potere assoluto.

Non è assolutamente così, la verità storica è ben altra.

Ne abbiamo parlato spesso su queste pagine e ne parleremo ancora.

Presentiamo un eccellente studio sul caso di Valentin Olberg, accusato di esser entrato in URSS  con un falso passaporto per organizzare l’assassinio del compagno Stalin su ordine di  Trotskij.

Naturalmente per la vulgata anticomunista diffusa in primis dai trotzkisti, Valentin Olberg non è nient’altro che un agente provocatore sovietico.

La realtà è ben diversa.

Leggetelo e diffondetelo.

Il caso Olberg e la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti   Il 19 agosto del 1936 si aprì a Mosca il primo processo pubblico contro una serie di importanti personaggi pubblici soviet…

Sorgente: Il caso Olberg e la collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti

Le bugie concernenti la storia dell’Unione Sovietica – IV

Le bugie concernenti la storia dell’Unione Sovietica – IV

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI MARIO SOUSA

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Che dire? Siamo alla puntata conclusiva dello scritto del compagno Sousa, apparso nel 1996; da allora la ricerca della verità storica sul periodo della costruzione del socialismo in URSS ha fatto grandi progressi, di cui abbiamo dato conto nel nostro blog con parecchi articoli che potrete trovare nella sezione: E allora le foibe?

In questa ultima parte il compagno Sousa tratta dei complotti e dei sabotaggi per rovesciare il governo dell’URSS cui posero fine(?) i Processi di Mosca.

Le bugie concernenti la storia dell’Unione Sovietica – parte IV

di Mario Sousa

Un fattore importante: la mancanza di medicinali
Cerchiamo ora di rispondere alla terza domanda. Quante persone sono morte nei campi di lavoro? Il numero varia di anno in anno, dal 5,2% nel 1934 al 0,3% nel 1953. I morti nei campi di lavoro erano causati dalla generale carenza di risorse della società nel suo complesso, in particolare mancavano i farmaci necessari a combattere le epidemie. Questo problema non si limitava ai campi di lavoro, ma era presente in tutta la società, come nella maggior parte dei paesi del mondo. Una volta che gli antibiotici furono scoperti e diventati di uso comune dopo la Seconda Guerra Mondiale, la situazione cambiò radicalmente.

Infatti gli anni peggiori furono gli anni della guerra, quando i barbari nazisti imposero condizioni di vita molto dure a tutti i cittadini sovietici. Durante quei 4 anni, più di mezzo milione di persone morirono nei campi di lavoro, pari alla metà del numero totale dei morti per tutto il periodo di 20 anni in questione. Non dimentichiamo che nello stesso periodo, gli anni della guerra, 25 milioni di persone morirono tra coloro che erano liberi. Nel 1950 quando le condizioni in Unione Sovietica erano migliorate e gli antibiotici erano state introdotti, il numero di persone che morirono in carcere, scese al 0,3%.

Torniamo ora alla quarta domanda. Quante persone sono state condannate a morte prima del 1953, in particolare durante le purghe del 1937 – 38? Abbiamo già fatto notare l’affermazione di Robert Conquest secondo cui i bolscevichi uccisero 12 milioni di prigionieri politici nei campi di lavoro tra il 1930 e il 1953. Di questi, 1 milione si suppone sia stati ucciso tra il 1937 e il 1938. I dati di Solzhenitsyn balzano a decine di milioni di pretesi morti nei campi di lavoro, di cui 3 milioni nel solo 1937 – 38. Cifre ancora più elevate sono state citate nel corso della sporca guerra di propaganda contro l’Unione Sovietica. La russa Olga Shatunovskaya, per esempio, cita una cifra di 7 milioni di morti nelle purghe del 1937 – 38.

I documenti che ora emergono dagli archivi sovietici, però, raccontano una storia diversa. È necessario menzionare qui, tanto per cominciare, che il numero dei condannati a morte è raccolto da diversi archivi e che i ricercatori, per arrivare ad una cifra approssimativa, hanno dovuto raccogliere dati da questi vari archivi in un modo che dà luogo ad un rischio di doppio conteggio e quindi di produzione di stime superiore alla realtà effettiva. Secondo Dimitri Volkogonov, la persona designata dal Eltsin a farsi carico dei vecchi archivi sovietici, ci furono 30.514 persone condannate a morte dai tribunali militari tra il 1° ottobre 1936 e il 30 settembre 1938. Un’altra parte di informazioni provengono dal KGB: secondo le informazioni rilasciate alla stampa nel febbraio 1990, ci furono 786.098 persone condannate a morte per crimini contro la rivoluzione nel corso dei 23 anni tra il 1930 3 il 1953. Di questi condannati secondo il KGB, 681.692 furono condannati tra il 1937 e il 1938. Non è più possibile controllare due volte i dati del KGB, ma quest’ultima parte di informazioni è aperta al dubbio. Pare molto strano che tante persone siano state condannate a morte in soli due anni. È possibile che l’attuale KGB filocapitalista ci dia una corretta informazione proveniente dal KGB filosocialista? Sia come sia, resta da verificare se le statistiche che sono alla base delle informazioni del KGB includano tra i condannati a morte nel corso dei 23 anni anche i criminali comuni, oppure solo i controrivoluzionari come attestato a un comunicato del KGB del febbraio 1990. Gli studi sugli archivi tendono anche a concludere che il numero dei criminali comuni e il numero dei controrivoluzionari condannati a morte era approssimativamente uguale.

La conclusione che possiamo trarre da questo è che il numero dei condannati a morte nel 1937 – 38 fu vicino ai 100.000 e non a diversi milioni come è stato affermato dalla propaganda occidentale.

È inoltre necessario tenere a mente che non tutte le condanne a morte in Unione Sovietica erano in realtà eseguite. Una gran parte delle condanne a morte furono commutate in detenzione nei campi di lavoro. È altresì importante distinguere tra criminali comuni e controrivoluzionari. Molti dei condannati a morte avevano commesso crimini violenti come omicidio o stupro. 60 anni fa questo tipo di reati erano punibili con la morte in un gran numero di paesi.

Domanda n° 5: A quanto ammontavano in media le condanne? La durata delle pene detentive è stato oggetto dei pettegolezzi più volgari della propaganda occidentale. L’insinuazione di solito era quella di affermare che in Unione Sovietica, a un detenuto toccassero interminabili anni di carcere e che nessuno riusciva più ad uscirne. Questo è completamente falso. La stragrande maggioranza di coloro che finirono in carcere ai tempi di Stalin furono infatti condannati per un periodo massimo di 5 anni.
Le statistiche riprodotte nell’American Historical Review mostrano i fatti reali. I criminali comuni nella Federazione Russa nel 1936 ricevettero le seguenti condanne:
fino a 5 anni: 82,4%;
tra i 5 e 10 anni: 17,6%.
10 anni era il termine massimo di prigione prima del 1937.
I prigionieri politici condannati nei tribunali civili dell’Unione Sovietica nel 1936 ricevettero le seguenti condanne:
fino a 5 anni: 44,2%;
tra i 5 e 10 anni 50,7%.

Per quanto riguarda i condannati nei campi di lavoro del gulag, dove si scontavano le condanne più lunghe, le statistiche del 1940 ci mostrano che i condannati fino a 5 anni erano il 56,8% e quelli condannati tra i 5 e i 10 anni il 42,2%. Solo l’1% era condannato a oltre 10 anni.

Per il 1939 abbiamo le statistiche prodotte dai tribunali sovietici. La distribuzione delle pene detentive è il seguente:
fino a 5 anni: 95,9%;
da 5 a 10 anni: 4%;
oltre 10 anni: 0,1%.

Come possiamo vedere, la presunta eternità delle pene detentive in Unione Sovietica è un altro mito diffuso in Occidente per combattere il socialismo.

Le menzogne sull’Unione Sovietica
Di seguito una breve discussione per quanto riguarda i rapporti delle ricerche.
La ricerca condotta dagli storici russi mostra una realtà del tutto diversa da quella insegnata nelle scuole ed università di tutto il mondo capitalistico nel corso degli ultimi 50 anni. Nel corso di questi 50 anni di Guerra Fredda, diverse generazioni hanno imparato solo bugie circa l’Unione Sovietica, che hanno lasciato una profonda impressione su molte persone. Questo fatto è anche sostanziato nelle relazioni prodotte dalle ricerche francesi e americane.

In questi rapporti sono riportati dati, cifre e tabelle dl numero dei condannati e dei deceduti. Queste cifre sono oggetto di accese discussioni, ma la cosa più importante da notare è che a nessuno interessa mai sapere dei crimini commessi dai condannati. La propaganda politica capitalista ha sempre presentato prigionieri sovietici come vittime innocenti ed i ricercatori hanno accolto questa ipotesi, senza metterla mai in discussione. Quando i ricercatori guardano oltre le loro colonne di statistiche per commentare i fatti, viene alla ribalta loro ideologia borghese con esiti a volte macabri. Coloro che furono condannati dal sistema penale sovietico sono trattati come vittime innocenti, ma il nocciolo della questione è che la maggior parte di loro erano ladri, assassini, stupratori, etc.

I criminali di questo tipo non sarebbero mai stati considerati come vittime innocenti da parte della stampa, se i loro crimini fossero stati commessi in Europa o negli Stati Uniti, ma dal momento che i reati sono stati commessi in Unione Sovietica, è diverso.
Definire vittima innocente un assassino o un maniaco stupratore è un gioco molto sporco.
Almeno un po’ di buon senso dovrebbe essere adoperato parlando della giustizia sovietica, almeno in relazione ai criminali condannati per crimini violenti, anche se non può essere gestito in relazione alla natura del punizione, poi, almeno per quanto riguarda la proprietà di persone sentenze di che hanno commesso crimini di questo tipo.

I kulaki e la controrivoluzione
Nel caso dei controrivoluzionari, è anche necessario considerare i crimini di cui erano accusati. Diamo due esempi per dimostrare l’importanza di questa domanda: il primo riguarda i kulaki condannati all’inizio degli anni ‘30 e il secondo i cospiratori e controrivoluzionari condannati nel 1936 – 38.

Secondo le relazioni dei ricercatori nella misura in cui trattano dei kulaki, i contadini ricchi, ci furono 381.000 famiglie, cioè circa 1,8 milioni di persone mandate in esilio. Un piccolo numero di queste persone furono condannate a scontare la pena in campi di lavoro o colonie, ma cosa fu a portare a queste pene?

I contadini russi ricchi, i kulaki, avevano sottoposto per centinaia di anni i contadini poveri all’oppressione ed allo sfruttamento sfrenato. Dei 120 milioni di contadini che c’erano nel 1927, 10 milioni di kulaki vivevano nel lusso, mentre i restanti 110 milioni vivevano in condizioni di povertà. Prima della Rivoluzione la maggioranza aveva vissuto nella povertà. La ricchezza dei kulaki si basava sul lavoro malpagato dei contadini poveri. Quando i contadini poveri iniziarono a unirsi nelle fattorie collettive, la principale fonte di ricchezza dei kulaki scomparve.

Tuttavia i kulaki non si arresero. Cercarono di ripristinare lo sfruttamento mediante l’uso della carestia. Gruppi armati di kulaki attaccarono le fattorie collettive, uccisero contadini poveri e funzionari del Partito, diedero fuoco ai campi e uccisero gli animali da lavoro. Provocando la fame tra i contadini poveri, i kulak stavano cercando di perpetuare la povertà e la propria posizione di potere. Gli eventi che seguirono non furono quelli previsto da questi assassini. Questa volta i contadini poveri avevano il sostegno della Rivoluzione e dimostrarono di essere più forti dei kulaki, che furono sconfitti, imprigionati e mandati in esilio o condannati a pene nei campi di lavoro.

Dei 10 milioni di kulaki, 1,8 milioni furono esiliati o condannati. Possono essere state perpetrate ingiustizie nel corso di questa massiccia lotta di classe nelle campagne sovietica, una lotta che coinvolse 120 milioni persone, ma possiamo incolpare i poveri e gli oppressi, nella loro lotta per una vita degna di essere vissuta, per far sì che i loro figli non fossero degli analfabeti affamati, di non essere sufficientemente “civilizzato” o di non aver dimostrato abbastanza “misericordia” nei loro tribunali? Si può puntare il dito contro persone che per centinaia di anni non hanno avuto accesso ai progressi fatti dalla civiltà, accusandole di non essere civilizzate? E diteci, quando mai i kulak sfruttatori furono civili o misericordiosi nei loro rapporti con i contadini poveri nel corso di anni senza fine di sfruttamento?

Le purghe del 1937
Il nostro secondo esempio, quello attinente ai controrivoluzionari condannati nei processi del 1936 – 38 che seguirono alle purghe nel Partito, nell’esercito e nell’apparato statale, ha le sue radici nella storia del movimento rivoluzionario in Russia. Milioni di persone parteciparono alla lotta vittoriosa contro lo zar e la borghesia russa e molti di questi si iscrissero al Partito Comunista russo. Tra tutte queste persone ci furono, purtroppo, alcuni che entrarono nel Partito per ragioni diverse dalla lotta per il proletariato e per il socialismo, ma la lotta di classe era tale che spesso non c’era né il tempo né l’opportunità di mettere alla prova i nuovi militanti del Partito. Anche i militanti di altri partiti che si definivano socialisti e che aveva combattuto il Partito Bolscevico furono ammessi nel Partito Comunista. Ad un certo numero di questi nuovi attivisti furono dati importanti posizioni nel Partito Bolscevico, nello Stato e nelle forze armate, a seconda della loro capacità individuale di condurre la lotta di classe. Erano tempi molto difficili per il giovane Stato sovietico e la grande carenza di quadri o addirittura di persone che sapessero leggere, costrinse il Partito a farsi poche domande per quanto riguardava la qualità dei nuovi attivisti e quadri. A causa di questi problemi, sorse nel tempo una contraddizione che divise il partito in due campi, da una parte coloro che volevano spingere in avanti la lotta per costruire una società socialista e dall’altra parte chi pensava che le condizioni non erano ancora mature per la costruzione del socialismo e che promuoveva la socialdemocrazia. L’origine di queste idee si trovava in Trotskij, che aveva aderito al partito nel luglio 1917. Trotsky fu in grado di assicurarsi il sostegno di alcuni dei bolscevichi più noti del tempo. Questa opposizione si riunì contro l’originale programma bolscevico che costituiva una delle opzioni politiche oggetto della votazione del 27 dicembre 1927. Prima di questo votazione c’era stato per molti anni un grande dibattito all’interno del Partito, sul cui esito non era rimasto alcun dubbio. Dei 725.000 voti espressi,andarono all’opposizione 6.000, cioè meno dell’1% degli attivisti del Partito sostennero l’opposizione unita.

Come conseguenza del voto e una volta che l’opposizione ebbe iniziato a lavorare per una politica opposta a quella del Partito, il Comitato Centrale del Partito Comunista decise di espellere dal Partito i principali leader dell’opposizione unita. La figura centrale dell’opposizione, Trotsky, fu espulso dall’Unione Sovietica, ma la storia di questa opposizione non finisce qui. Zinoviev, Kamenev e poi Zvdokine dopo aver fatto autocritica, come fecero anche diversi trotskisti importanti, ad esempio Piatakov, Radek, Preobrazhinsky e Smirnov. Ancora una volta furono tutti riammessi nel Partito come attivisti e andarono a rioccupare le cariche precedenti nel Partito e nello Stato. Con il tempo divenne chiaro che le autocritiche fatte dall’opposizione non erano state autentiche, poiché i capi dell’opposizione si schieravano dalla parte della controrivoluzione ogni volta che la lotta di classe in Unione Sovietica si acuiva. La maggioranza degli oppositori furono espulsi e riammessi un altro paio di volte prima che la situazione si chiarisce completamente nel 1937 – 38.

Il sabotaggio industriale
L’omicidio nel dicembre 1934 di Kirov, il presidente del Partito di Leningrado e uno dei personaggi più importanti del Comitato Centrale, diede il via all’indagine che avrebbe portato alla scoperta di un’organizzazione segreta impegnata nella preparazione di un complotto per assumere la guida del Partito e il governo del paese con la violenza. La lotta politica che avevano perso nel 1927, ora speravano di vincerla con la violenza organizzata contro lo Stato. Le loro armi principali erano il sabotaggio industriale, il terrorismo e la corruzione. Trotsky, l’ispirazione principale dell’opposizione, dirigeva le loro attività dall’estero. Il sabotaggio industriale causò terribili perdite allo Stato sovietico, con enormi costi, per esempio, macchinari importanti furono danneggiati in modo tale da impedirne la riparazione per cui vi fu un enorme calo della produzione nelle miniere e nelle fabbriche.
Una delle persone che nel 1934 descrisse il problema fu l’ingegnere americano John Littlepage, uno degli specialisti stranieri con un contratto di lavoro in Unione Sovietica.

Littlepage trascorse 10 anni di lavoro nell’industria mineraria sovietica, dal 1927 al 1937, soprattutto nelle miniere d’oro. Nel suo libro “In Search of Soviet Gold” [Alla ricerca dell’oro sovietico], scrisse:

“Non ho mai avuto alcun interesse per le sottigliezze delle manovre politiche in Russia fino a quando ho potuto evitarle, ma ho dovuto studiare quello che stava accadendo nell’industria sovietica, al fine di fare il mio lavoro. E io sono fermamente convinto che Stalin e i suoi collaboratori impiegarono molto tempo prima di scoprire che i comunisti rivoluzionari scontenti fossero i loro peggiori nemici”.

Littlepage scrisse anche che la sua esperienza personale confermava la dichiarazione ufficiale secondo la quale un grande complotto diretto dall’estero stava usando un’enorme sabotaggio industriale come parte dei suoi piani per forzare la caduta del governo. Nel 1931 Littlepage si era già sentito in dovere di prendere atto di questo, mentre lavorava nel comparto del rame e del bronzo negli Urali e nel Kazakistan. Le miniere erano parte di un grande impianto industriale per la produzione di rame/bronzo sotto la direzione generale dil Piatakov, Vice Commissario del Popolo per l’Industria Pesante. Le miniere erano in uno stato catastrofico per quanto riguardava la produzione e il benessere dei lavoratori era minacciato.

Littlepage giunse alla conclusione che vi fosse un sabotaggio in corso organizzato in corso dall’alto nella gestione del complesso del rame/bronzo.

Il libro di Littlepage ci dice anche come l’opposizione trotzkista otteneva il denaro necessario pagare per questa attività controrivoluzionaria. Molti membri dell’opposizione segreta abusavano della loro posizione per approvare l’acquisto di macchine da alcune fabbriche all’estero. I prodotti approvati erano di qualità molto inferiore a quelli per cui il governo sovietico aveva effettivamente pagato. I produttori esteri trasferivano all’organizzazione di Trotsky il surplus da tali operazioni, a seguito del quale Trotsky e i suoi cospiratori in Unione Sovietica continuavano ad ordinare da questi produttori.

Furti e corruzione
Questa procedura fu osservata da Littlepage a Berlino nella primavera del 1931, quando si trattava dell’acquisto di impianti industriali per miniere. La delegazione sovietica era guidata da Piatakov, con Littlepage come specialista incaricato di verificare la qualità degli impianti e di approvare l’acquisto. Littlepage scoprì una frode che coinvolgeva la bassa qualità dei montacarichi, inutile ai fini sovietici, ma quando informò Piatakov e gli altri membri della delegazione sovietica di questo fatto, si trovò di fronte ad una fredda accoglienza, come se si volesse trascurare questi fatti e all’insistenza per l’approvazione dell’acquisto degli impianti di montacarichi. Littlepage non voleva acconsentire. A quel tempo pensava che ciò che stava accadendo coinvolgesse solo la corruzione personale e che i membri della delegazione fossero stati corrotti dai costruttori di montacarichi. Ma dopo che Piatakov, nel processo del 1937, confessò i suoi legami con l’opposizione trotzkista, Littlepage fu condotto alla conclusione che ciò a cui aveva assistito a Berlino era molto di più che corruzione a livello personale. Il denaro in questione era destinato a pagare le attività dell’opposizione segreta in Unione Sovietica, attività che comprendevano sabotaggio, terrorismo, corruzione e propaganda.

Zinoviev, Kamenev, Piatakov, Radek, Tomsky, Bucharin e altri molto amati dalla stampa occidentale borghese, utilizzarono le posizioni loro affidate dal popolo sovietico e dal Partito per rubare i soldi dello Stato, al fine di consentire ai nemici del socialismo di usare quel denaro per scopi di sabotaggio nella loro lotta contro la società socialista in Unione Sovietica.

I piani per un colpo di stato
Il furto, il sabotaggio e la corruzione sono gravi crimini in sé, ma le attività dell’opposizione andarono parecchio oltre. Una cospirazione controrivoluzionaria era in fase di preparazione ed era finalizzata a prendere il potere per mezzo di un colpo di stato in cui tutta la dirigenza sovietica sarebbe stata eliminata, a cominciare con l’assassinio dei più importanti membri del Comitato Centrale del Partito Comunista. La parte militare del colpo di stato sarebbe stata effettuata da un gruppo di generali guidati dal maresciallo Tukhachevsky.

Secondo Isaac Deutscher, egli stesso un trotzkista, che ha scritto diversi libri contro Stalin e l’Unione Sovietica, il golpe avrebbe dovuto essere avviato da un’operazione militare al Cremlino e contro le importanti guarnigioni di grandi città come Mosca e Leningrado. La cospirazione era, secondo Deutscher, guidata da Tukhachevsky insieme a Gamarnik, capo del Commissariato Politico dell’esercito, al generale Yakir, comandante della piazza di Leningrado, al generale Uborevich, comandante delle forze armate dell’Accademia militare di Mosca e al generale Primakov, comandante della cavalleria.

Il maresciallo Tuchacevskij era stato un ufficiale dell’ex esercito zarista che, dopo la Rivoluzione, passò nell’Armata Rossa. Nel 1930 quasi il 10% degli ufficiali (circa 4.500) erano ex ufficiali zaristi. Molti di loro non avevano mai abbandonato i loro punti di vista borghesi e stavano solo aspettando l’opportunità di lottare per le loro idee.

Questa opportunità nacque quando l’opposizione stava preparando il suo colpo di stato.
I bolscevichi erano forti, ma i cospiratori civili e militari cercarono di radunare un gruppo ben più forte di complici. Secondo la confessione di Bucharin resa nel suo processo pubblico nel 1938, fu raggiunto un accordo tra l’opposizione trotzkista e la Germania nazista, in cui grandi territori, tra cui l’Ucraina, sarebbero stati ceduti alla Germania nazista dopo il colpo di stato controrivoluzionario in Unione Sovietica. Questo era il prezzo richiesto dalla Germania nazista per la sua promessa di sostegno ai controrivoluzionari. Bucharin era stato informato di questo accordo da Radek, che aveva ricevuto un ordine da Trotsky sulla questione. Tutti questi cospiratori che erano stati scelti per occupare alti incarichi per guidare, amministrare e difendere la società socialista, in realtà stavano lavorando per distruggere il socialismo. Soprattutto è necessario ricordare che tutto questo accadeva nel 1930, quando il pericolo nazista era crescente, e l’esercito nazista si stava costituendo per incendiare l’Europa e ad invadere l’Unione Sovietica.

I cospiratori furono condannati a morte come traditori dopo un processo pubblico. I colpevoli di sabotaggio, di terrorismo, di corruzione, di tentato omicidio e chi aveva voluto consegnare parte del paese ai nazisti, non potevano aspettarsi niente altro. Definirli vittime innocenti è completamente sbagliato.

Ancora più bugiardi
È interessante vedere come la propaganda occidentale, tramite Robert Conquest, ha mentito circa le purghe dellArmata Rossa. Conquest dice nel suo libro The Great Terror che nel 1937, c’erano 70.000 ufficiali e commissari politici dell’Armata Rossa e che il 50% di loro (cioè, 15.000 ufficiali e 20.000 commissari) furono arrestati dalla polizia politica e furono o giustiziati o imprigionati a vita nei campi di lavoro. In questa affermazione di Conquest, come in tutto il suo libro, non c’è una parola vera. Lo storico Roger Rees, nella sua opera The Red Army and the Great Purges [L’Armata Rossa e le grandi purghe], espone i fatti che mostrano la reale portata delle purghe nell’esercito nel 1937 – 38. Il numero di persone nei ruoli direttivi dell’esercito e dell’aviazione, cioè ufficiali e commissari politici, era di 144.300 nel 1937, cifra che aumentò a 282.300 nel 1939. Durante le purghe del 1937 – 38, 34.300 ufficiali e commissari politici furono espulsi per motivi politici. Nel maggio 1940, tuttavia, 11.596 erano già stati riabilitati e restituiti ai loro posti. Questo fece sì che durante le purghe del 1937 – 38, 22.705 ufficiali e commissari politici furono espulsi (circa 13.000 ufficiali dell’esercito, 4.700 ufficiali dell’aeronautica e 5.000 commissari politici), cifra che ammonta al 7,7% del totale degli ufficiali e dei commissari e non al 50% come sostenuto da Conquest. Di questo 7,7%, alcuni furono condannati come traditori, ma la grande maggioranza di loro, come sembrerebbe da materiale storico disponibile, semplicemente fece ritorno alla vita civile.

Un’ultima domanda. Sono stati equi per gli imputati i processi del 1937 – 38? Esaminiamo, per esempio, il processo di Bucharin, il più alto funzionario del partito che abbia lavorato per l’opposizione segreta. Secondo l’allora ambasciatore americano a Mosca, un avvocato ben noto di nome Joseph Davies, che assistette all’intero processo, a Bucharin fu permesso di parlare liberamente in tutto il processo e di presentare il suo caso senza alcun impedimento. Joseph Davies scrisse a Washington che nel corso del processo fu dimostrato che gli imputati erano colpevoli dei crimini di cui erano stati accusati e che il parere generale tra i diplomatici che avevano frequentano il processo fu che l’esistenza di un complotto molto grave era stato dimostrata.

Impariamo dalla storia
La discussione sul sistema penale sovietico ai tempi di Stalin, su cui si trovano scritti migliaia di articoli e libri e centinaia di film sono stati prodotti per creare false impressioni, ci impartisce alcune importanti lezioni. I fatti dimostrano ancora una volta che le storie pubblicate sul socialismo nella stampa borghese sono per lo più false. La destra può, attraverso la stampa, la radio e la televisione che domina, causare confusione, distorcere la verità e condurre molte persone a credere che le bugie siano la verità. Questo è particolarmente vero quando si tratta di questioni storiche. Eventuali nuove storie provenienti dalla destra dovrebbero essere assunte come false salvo che il contrario possa essere dimostrato. Questo approccio prudente è giustificato. Il fatto è che anche se la destra conosce le relazioni dei ricercatori russi, sta continuando a propinare le bugie degli ultimi 50 anni, benché ora siano state completamente smascherate. La destra continua a perpetuare il suo patrimonio storico: una bugia ripetuta più e più volte finisce per essere accettata come vera. Dopo che le relazioni dei ricercatori russi furono pubblicate in Occidente, un certo numero di libri cominciò ad apparire in diversi paesi; erano finalizzati esclusivamente a mettere in discussione le ricerche russe e a consentire alle vecchie bugie di essere portate all’attenzione del pubblico come nuove verità. Questi libri sono ben presentati, farciti da cima a fondo di menzogne sul comunismo e sul socialismo.

Le bugie della destra sono ripetute al fine di combattere i comunisti di oggi. Essi vengono ripetute in modo che i lavoratori non trovino alcuna alternativa al capitalismo e al neoliberismo. Essi sono parte della guerra sporca contro i comunisti che, soli, hanno un’alternativa da offrire per il futuro, vale a dire, la società socialista. Questo è il motivo per la comparsa di tutti questi nuovi libri contenenti vecchie bugie.

Tutto questo pone degli obblighi a tutti quelli che hanno una visione socialista del mondo e della storia. Dobbiamo assumerci la responsabilità di lavorare per trasformare i giornali comunisti in giornali autentici delle classi lavoratrici al fine di combattere la menzogna borghese! Questo è senza dubbio una missione importante nella lotta di classe di oggi, che nel prossimo futuro si porrà di nuovo con forza rinnovata.
Mario Sousa
15 Giugno 1998
mario.sousa@telia.com

Le bugie concernenti la storia dell’Unione Sovietica – III

Le bugie concernenti la storia dell’Unione Sovietica – III

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI MARIO SOUSA

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Bene, vediamo un po’ più nei particolari cosa dicono questi “famosi” archivi del ministero degli “Interni” sovietico e del Comitato Centrale del Partito Comunista.
Nuove non molto buone cominciano ad emergere per i corifei della tragedia del comunismo e i per tanti compagnucci che non perdono mai l’occasione per infangare l’URSS.

Comunque, tranquilli, questi dati non troveranno mai nessuna diffusione nelle prime pagine dei giornali o nei telegiornali, circoleranno in modo quasi clandestino nell’ambiente specializzato degli addetti ai lavori.

La classifica degli uomini più malvagi del mondo continuerà a vedere il compagno Stalin in prima posizione.

Le bugie concernenti l’Unione Sovietica – III parte

di Mario Sousa

Le rivelazioni delle ricerche degli studiosi russi
La ricerca sul sistema penale sovietico è contenuta in un rapporto lungo quasi 9.000 pagine. Gli autori di questo rapporto sono molti, i più noti dei quali sono gli storici russi V.N. Zemskov, A.N. Dougine O.V. Xlevnjuk. Il loro lavoro cominciò ad essere pubblicato nel 1990 e nel 1993 era quasi finito e fu pubblicato quasi completamente. Le relazioni furono conosciute in Occidente in seguito alla collaborazione con ricercatori di diversi paesi occidentali. Le due opere con cui il presente autore ha maggiore familiarità sono: quello che è apparso sulla rivista francese L’Histoire nel settembre 1993, scritto da Nicholas Werth, capo ricercatore del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) e il lavoro pubblicato sulla rivista statunitense American Historical Review da J. Arch Getty, professore di storia presso l’Università della California, di Riverside, in collaborazione con G.T. Rettersporn, un ricercatore del CNRS e con il ricercatore russo, V.A.N. Zemskov, presso l’Istituto Russo di Storia (che fa parte dell’Accademia Russa delle Scienze). Oggi sono comparsi libri su questa materia scritti dai ricercatori appena menzionati o da altri appartenenti allo stesso gruppo di ricerca. Prima di proseguire, voglio chiarire, in modo che nel futuro non nasca alcuna confusione, che nessuno degli scienziati coinvolti in questo ricerca, ha una concezione del mondo socialista. Al contrario, la loro prospettiva è borghese e antisocialista. Infatti molti di loro sono abbastanza reazionari. Questo è detto in modo che il lettore non immagini che i dati prodotti qui di seguito, siano il frutto di un “complotto comunista”. Ciò che è avvenuto è che i ricercatori summenzionati hanno accuratamente evidenziato le bugie di Conquest, Solzenicyn, Medvedev e altri, in quanto mettono al primo posto la loro integrità professionale e non si lasciano comprare dalla propaganda.

I risultati della ricerca russa rispondono a moltissime domande sul sistema penale sovietico. Per noi è l’epoca di Stalin a avere maggiore interesse ed è lì che troviamo motivo di dibattito. Noi porremo una serie di domande molto specifiche e cercheremo le nostre risposte nelle riviste come L’Histoire e l’Historical Review americana. Questo sarà il modo migliore di mettere in discussione alcuni dei più importanti aspetti del sistema penale sovietico. Le domande sono le seguenti:
1. Come era composto il sistema penale sovietico?
2. Quanti prigionieri c’erano, sia politici che comuni?
3. Quante persone sono morte nei campi di lavoro?
4. Quante persone sono state condannate a morte negli anni prima del 1953, soprattutto nelle purghe del 1937 – 38?
5. A quanto ammontavano in media le condanne?

Dopo aver risposto a queste cinque domande, discuteremo delle pene inflitte ai due gruppi che sono più frequentemente citato in connessione al numero dei prigionieri e dei morti in Unione Sovietica, vale a dire i kulaki condannati nel 1930 e i controrivoluzionari condannati nel 1936 – 38.

I campi di lavoro nel sistema penale
Cominciamo con la questione della natura del sistema penale sovietico. Dopo il 1930 il sistema penale sovietico comprendeva prigioni, campi di lavoro, le colonie di lavoro del gulag, zone aperte speciali e l’obbligo di pagare multe. Chiunque fosse stato messo sotto custodia era generalmente inviato in una normale prigione mentre le indagini erano in corso per stabilire se fosse innocente e quindi se potesse essere liberato o se dovesse andare sotto processo. Una persona accusata e processata, poteva risultare innocente (e liberata) o colpevole. Se trovata colpevole poteva essere condannata a pagare una multa, ad una pena detentiva o in casi particolari affrontava l’esecuzione. Una multa consisteva in una certa percentuale del salario per un determinato periodo di tempo. Coloro che erano condannati a pene detentive potevano essere messi in diversi tipi di carcere a seconda del tipo di reato.

Nei campi di lavoro del gulag erano inviati coloro che avevano commesso reati gravi (omicidio, rapina, stupro, reati economici, ecc), così come una gran parte di quelli condannati per attività controrivoluzionaria. Anche altri criminali condannati a pene più lunghe di 3 anni potevano anche essere inviati nei campi di lavoro. Dopo aver trascorso qualche tempo in un campo di lavoro, un prigioniero poteva essere spostato in una colonia di lavoro o in una zona aperta speciale.
I campi di lavoro erano aree molto grandi dove i prigionieri vivevano e lavoravano sotto stretto controllo. Ovviamente era necessario che lavorassero per non essere un peso per la società. Nessuna persona sana poteva stare senza lavorare. È possibile che in questi giorni la gente possa pensare che questo fosse una cosa terribile, ma era così. Il numero di campi di lavoro in vigore nel 1940 era di 53.

C’erano 425 colonie di lavoro nel sistema dei gulag. Queste erano unità molto più piccole dei campi di lavoro, con un regime più libero e meno controlli. Venivano inviati in queste colonie i prigionieri con brevi pene detentive o persone che avevano commesso reati penali o politici meno gravi. Lavoravano liberamente nelle fabbriche o nel settore agricolo e facevano parte della società civile. Nella maggior parte dei casi il salario che si guadagnavano dal lavoro apparteneva al prigioniero, che a questo proposito era trattato come qualsiasi altro lavoratore.

Le zone aperte speciali erano in genere aree agricole per coloro che erano stati esiliati, come i kulaki che erano stati espropriati durante la collettivizzazione. Altre persone colpevoli di reati penali minori o reati politici potevano dcontare la loro pena servire in queste aree.

454.000 non è 9 milioni
La seconda domanda concerne quanti furono i prigionieri politici e quanti criminali comuni. Questa domanda comprende i reclusi dei campi di lavoro, delle colonie dei gulag e delle prigioni (Anche se va ricordato che nelle colonie di lavoro c’era, nella maggior parte dei casi, solo una perdita parziale della libertà). La tabella seguente mostra i dati apparsi nell’American Historical Review, dati che comprendono un periodo di 20 anni a partire dal 1934, quando il sistema penale fu unificato sotto un’amministrazione centrale, fino al 1953, anno della morte di Stalin.

Tabelle della The American Historical Review della popolazione del sistema penitenziario dell’URSS dal 1934 al 1953

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Dalle tabelle di cui sopra, si può trarre una serie di conclusioni da esaminare. Per cominciare possiamo confrontare i loro dati con quelli fornite da Robert Conquest. Quest’ultimo sostiene che nel 1939 c’erano 9 milioni di prigionieri politici nei campi di lavoro e che 3 milioni erano morti nel periodo 1937 – 1939. Il lettore non dimentichi che Conquest qui parla solo di prigionieri politici! Oltre a questi, dice Conquest, c’erano anche criminali comuni che, secondo lui, erano molto più numerosi dei prigionieri politici! Nel 1950 ci furono, secondo Conquest, 12 milioni di prigionieri politici! Armati con la verità dei fatti, possiamo facilmente vedere che razza di truffatore sia veramente Conquest. Non uno dei suoi dati corrisponde neanche lontanamente alla verità. Nel 1939, in totale, in tutti i campi, colonie e carceri ci furono quasi 2 milioni di prigionieri. Di questi i prigionieri per crimini politici erano 454.000, non 9 milioni come Conquest afferma. Coloro che morirono nei campi di lavoro tra il 1937 e il 1939 furono circa 160.000, non 3 milioni come afferma Conquest. Nel 1950 ci furono 578.000 prigionieri politici nei campi di lavoro, non 12 milioni. Il lettore non dimentichi che Robert Conquest, fino ad oggi, rimane una delle principali fonti della propaganda della destra contro il comunismo. Tra pseudointellettuali di destra, Robert Conquest è una figura divina. Per quanto riguarda le cifre citate da Alexander Solzhenitsyn: 60 milioni di pretesi morti in campi di lavoro non vi è alcun bisogno di commento. L’assurdità di una tale accusa è manifesta. Solo un malato di mente potrebbe promuovere tali illusioni.

Tabella della The American Historical Review sulle stime della repressione stalinista

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Vediamo ora di lasciare da parte questi impostori in modo da poter concretamente analizzare da noi stessi le statistiche relative ai gulag. La prima domanda da porsi è cosa dobbiamo pensare dell’enorme quantità di persone coinvolte nel sistema penale? Qual è il significato del dato dei 2,5 milioni? Ogni persona che venne messa in prigione è la prova vivente che la società non era ancora sufficientemente sviluppato per dare ad ogni cittadino tutto il necessario per una vita piena. Da questo punto di vista, il 2,5 milioni rappresentano una critica alla società.

La minaccia interna e quella esterna
Il numero di persone coinvolte nel sistema penale richiede di essere adeguatamente spiegato. L’Unione Sovietica era un paese che aveva da poco rovesciato il feudalesimo e il suo patrimonio sociale in materia di diritti umani era spesso un peso per la società. In un sistema antiquato come lo zarismo, i lavoratori erano condannati a vivere in profonda povertà e la vita umana aveva poco valore. Rapine e crimini violenti erano puniti con una violenza sfrenata. Le rivolte contro la monarchia di solito erano chiuse da massacri, condanne a morte e pene detentive estremamente lunghe. Queste relazioni sociali e le abitudini della mente ad esse associate, richiesero molto tempo per cambiare, un fatto che influenzò lo sviluppo della società in Unione Sovietica, nonché l’atteggiamento verso i criminali.

Un altro fattore da prendere in considerazione è che l’Unione Sovietica, un paese che nel 1930 aveva circa 160.170.000 di abitanti, era seriamente minacciato da potenze straniere. Come risultato dei grandi cambiamenti politici avvenuti in Europa nel 1930, c’era una grave minaccia di guerra da parte della dirigenza della Germania nazista, una minaccia alla sopravvivenza del popolo slavo e anche il blocco occidentale nutriva ambizioni interventiste. Questa situazione fu riassunta da Stalin nel 1931 con le seguenti parole: “Siamo 50 – 100 anni dietro i paesi avanzati e dobbiamo colmare questa lacuna in 10 anni. O lo facciamo o saremo spazzati via”. Dieci anni più tardi, il 22 giugno 1941, l’Unione Sovietica fu invasa dalla Germania nazista e i suoi alleati. La società sovietica fu costretto a grandi sforzi nel decennio dal 1930 al 1940, quando la maggior parte delle sue risorse fu dedicata ai preparativi per la difesa in vista della prossima guerra contro i nazisti. A causa di questo la gente lavorava duramente ricavandone scarsi vantaggi. L’introduzione della giornata lavorativa di 7 ore fu ritirata nel 1937 e nel 1939 praticamente ogni domenica era lavorativa. In un periodo difficile come questo, con una grande guerra che fu incombente sullo sviluppo della società per due decenni (1930 e 1940), una guerra che doveva costare l’Unione Sovietica 25 milioni morti con metà del paese ridotto in cenere, i crimini aumentarono poiché la gente cercato di aiutarsi da se stessa per avere quello che la vita poteva non altrimenti offrirle.

Durante questo periodo molto difficile, l’Unione Sovietica ebbe un numero massimo di 2,5 milioni di persone nel suo sistema carcerario, cioè il 2,4% della popolazione adulta. Come possiamo valutare questa cifra? Si tratta di molto o poco?
Proviamo a fare un confronto

Ci sono più prigionieri negli Stati Uniti
Negli Stati Uniti d’America, per esempio, un paese di 252 milioni di abitanti (nel 1996), il più ricco dei paesi del mondo, che consuma il 60% delle risorse del mondo, quante persone sono in carcere?

Qual è la situazione negli Stati Uniti, un paese che non è minacciato da alcuna guerra e dove non ci sono profondi cambiamenti sociali che interessano la stabilità economica?
In una notizia di scarso rilievo che apparve sui giornali dell’agosto 1997 l’agenzia di stampa FLTAP riferiva che negli Stati Uniti non c’erano mai state in precedenza così tante persone nel sistema carcerario come i 5,5 milioni avutisi nel 1996. Ciò rappresenta un aumento di 200.000 persone dal 1995 e significa che il numero di criminali negli Stati Uniti è pari al 2,8% della popolazione adulta. Questi dati sono a disposizione di tutti coloro che fanno del Dipartimento nordamericano della Giustizia. Il numero dei detenuti negli Stati Uniti oggi è 3 di milioni, superiore al numero massimo mai raggiunto in Unione Sovietica! In Unione Sovietica ci fu un massimo del 2,4% della popolazione adulta in prigione per crimini, mentre negli Stati Uniti la cifra è del 2,8% ed è in aumento! Secondo un comunicato stampa emesso dal Dipartimento di Giustizia il 18 gennaio 1998, il numero di detenuti negli Stati Uniti nel 1997 è aumentato di 96.100 unità.

Per quanto riguardava i campi di lavoro sovietici, è vero che il regime era duro e difficile per i prigionieri, ma qual è la situazione oggi nelle carceri degli Stati Uniti, dove all’ordine del giorno vi sono violenza, droga, prostituzione, schiavitù sessuale (290.000 stupri all’anno nelle carceri degli Stati Uniti)? Nessuno è al sicuro nelle carceri degli Stati Uniti! E questo proprio oggi e in una società più ricca che mai!

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Le bugie concernenti l’Unione Sovietica- II

Le bugie concernenti l’Unione Sovietica- II

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI MARIO SOUSA

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Eccoci alla II parte del saggio del compagno Mario Sousa. In questa parte si entra un po’ più in dettaglio nell’operato dei due più grandi falsificatori della storia dell’URSS: senza dubbio le star della propaganda anticomunista e russofobica sono Robert Conquest e  Aleksandr Isaevic Solzhenitsyn.
I loro milioni e milioni di morti, la Russia dovrebbe essere disabitata a quest’ora, cominciano ad assumere l’aspetto loro confacente, una maleodorante enorme frode.
“Si aprano gli archivi segreti del Cremlino!”, starnazzavano i corifei della leggenda nera del compagno Stalin…
Ops, meglio di no!

Le bugie concernenti l’Unione Sovietica – II parte

di Mario Sousa

Con Robert Conquest al cuore del mito
A questo punto dobbiamo riservare una particolare attenzione a quest’uomo, che viene così spesso citato dalla stampa borghese, a questo vero e proprio oracolo della borghesia. Robert Conquest è uno degli autori che più si è dilungato circa i milioni di morti dell’Unione Sovietica. Lui è il vero creatore dei miti e delle bugie sull’Unione Sovietica che furono diffuse a partire dalla Seconda Guerra Mondiale- Conquest, per prima cosa, è conosciuto per i suoi libri “The Great Terror” (1969) e “Harvest of Sorrow” (1986). Conquest scrive di milioni morenti di fame e stenti in Ucraina, nei gulag o campi di lavoro, dei morti durante i processi del 1936 -1938, usando come fonti le informazioni degli ucraini in esilio, residenti negli USA e appartenenti a partiti di destra, gente che aveva collaborato con i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Molti degli “eroi” di Conquest sono noti per essere dei criminali di guerra che hanno diretto e partecipato al genocidio degli ebrei ucraini nel 1942.

Uno di questi personaggi era Mykola Lebed perseguito come criminale di guerra dopo la Seconda Guerra Mondiale. Lebed era stato il capo della polizia a Lvov [Leopoli], durante l’occupazione nazista e aveva diretto la terribile persecuzione degli ebrei del 1943. Nel 1949 la CIA condusse Lebed negli USA dove lavorò come fonte di disinformazione.

Lo stile dei libri di Conquest è permeato di un virulento e fanatico anticomunismo. Nel suo libro del 1969, Conquest ci dice che i morti per la carestia nell’Unione Sovietica del 1932 – 1933, ammontarono a una cifra tra 5 milioni e i 6 milioni, la metà dei quali in Ucraina, ma nel 1983, al tempo della crociata anticomunista di Reagan, Conquest aveva esteso gli anni della carestia fino al 1937 e aumentato il numero delle vittime a 14 milioni! Affermazioni del genere furono ben ricompensate: nel 1986 egli fu cooptato da Reagan per la redazione di materiale per la sua campagna elettorale alla presidenza, mirata a preparare il popolo americano ad un’invasione sovietica. Il testo in questione fu intitolato “What to do when the Russians come: a survivalists handbook” [Cosa fare nel caso dell’arrivo dei russi: un manuale di sopravvivenza]! Strane parole per un professore di storia! Il fatto è che non c’è nulla di strano in tutto questo, proviene da un uomo che ha speso tutta la sua vita in bugie e invenzioni sull’Unione Sovietica e su Stalin, prima come agente segreto e poi come scrittore e professore alla Stamford University della California. Il passato di Conquest è stato rivelato dal Guardian del 27 gennaio 1978, in un articolo che lo identificava come ex agente addetto alla disinformazione di un dipartimento del servizio segreto britannico, l’Information Research Department (IRD). L’IRD era una sezione costituita nel 1947 (in origine era chiamata Communist Information Bureau [Ufficio dell’informazione comunista]), il cui compito principale era contrastare l’influenza comunista nel mondo per mezzo della diffusione di storie fra i politici, i giornalisti e altre persone in posizioni atte ad influenzare l’opinione pubblica. Le attività del IRD furono ad ampio raggio fin quando la Gran Bretagna fu influente. Quando l’IRD venne formalmente sciolto nel 1977, a causa del suo coinvolgimento con l’estrema destra, fu scoperto che solo in Gran Bretagna, più di 100 noti giornalisti avevano intessuto rapporti regolari contatti con l’IRD, in quanto quest’ultimo forniva loro regolarmente materiale per gli articoli. Questo era la norma in molti dei maggiori giornali inglesi, come Financial Times, The Times, Economist, Daily Mail, Daily Mirror, The Express, The Guardian e molti altri. I fatti rivelati dal The Guardian comunque ci forniscono l’indicazione di come i servizi segreti abbiano manipolato le notizie destinate al grande pubblico.

Robert Conquest lavorò per l’IRD da fu fondato fino al 1956. Il “lavoro” di Conquest si basava sul contribuire alla cosiddetta “storia nera” dell’Unione Sovietica, storie fasulle presentate come fatti e distribuite ai giornalisti ed altri in grado di influenzare l’opinione pubblica. Dopo che ebbe dato formali dimissioni dall’IRD, Conquest continuò a scrivere libri suggeritigli dall’IRD, con l’aiuto del servizio segreto. Il suo libro “The Great Terror” un testo base della destra sul soggetto della lotta per il potere che avvenne in Unione Sovietica nel 1937, era in fatti una compilazione di testi che egli aveva scritto quando lavorava per i servizi segreti. Il libro fu terminato e pubblicato con l’aiuto dell’IRD. Un terzo delle copie stampate furono acquistate dalla Praeger Press, normalmente associata a pubblicazioni originate da fonti CIA.

Il libro di Conquest era congegnato per essere presentato da “utili idioti”, come professori universitari, gente della stampa, della radio e della TV, per far s che le bugie di Conquest e dell’estrema destra continuassero a diffondersi a larghi strati della popolazione. Conquest tutt’ora rimane per gli storici di destra una delle fonti più importanti di materiali sull’Unione Sovietica.

Alexander Solzhenitsyn
Un’altra persona che è sempre associata a libri e articoli sui presunti milioni di persone che hanno perso la loro vita o la libertà in Unione Sovietica, è l’autore russo Alexander Solzhenitsyn. Solzhenitsyn è diventato famoso in tutto il mondo capitalista verso la fine del 1960 con il suo libro, Arcipelago Gulag.

Egli stesso era stato condannato nel 1946 a 8 anni di campo di lavoro per attività controrivoluzionaria esplicata attraverso la distribuzione di propaganda antisovietica. Secondo Solzhenitsyn la lotta contro la Germania durante la Seconda Guerra Mondiale si sarebbe potuto evitare se il governo sovietico avesse raggiunto un compromesso con Hitler. Solzhenitsyn ha anche accusato il governo sovietico e Stalin di essere ancora peggio di Hitler, secondo lui, a giudicare dagli effetti terribili della guerra sul popolo dell’Unione Sovietica. Solzhenitsyn non ha mai nascosto le sue simpatie naziste. Fu condannato come traditore.

Solzhenitsyn ha cominciato nel 1962 a pubblicare libri in Unione Sovietica con il consenso e l’aiuto di Nikita Krusciov. Il primo libro che ha pubblicato è stato “Un giorno nella vita di Ivan Denisovic“, che riguardava la vita di un prigioniero. Krusciov ha utilizzato i testi di Solzhenitsyn per combattere l’eredità socialista di Stalin. Nel 1970 Solzhenitsyn ha vinto il premio Nobel per la letteratura con il suo libro Arcipelago Gulag. In seguito i suoi libri hanno cominciato ad essere pubblicati in grandi tirature nei paesi capitalisti; il loro autore divenne uno dei più preziosi strumenti dell’imperialismo nella lotta contro il socialismo dell’Unione Sovietica. I suoi testi sui campi di lavoro si aggiunsero alla propaganda sui milioni di persone che sarebbero morti in Unione Sovietica e furono presentati presentati dai mass media capitalisti come se fossero veri. Nel 1974 Solzhenitsyn rinunciava alla cittadinanza sovietica ed emigrava prima in Svizzera e poi negli Stati Uniti. A quel tempo era considerato dalla stampa capitalista come il più grande combattente per la libertà e la democrazia. Le sue simpatie naziste furono sepolte in modo da non interferire con la guerra della propaganda contro il socialismo.

Negli Stati Uniti, Solzhenitsyn era spesso invitato a parlare in importanti importanti. Fu, per esempio, il relatore principale al congresso dell’Unione AFL-CIO nel 1975 e il 15 luglio 1975 fu invitato a tenere una conferenza sulla situazione mondiale al Senato degli Stati Uniti! Le sue lezioni attenevano a una violenta agitazione provocatoria, sostenendo e propagandando le posizioni più reazionarie. Tra le altre cose faceva propaganda per una nuova aggressione al Vietnam dopo la vittoria sugli Stati Uniti. E ancora: dopo 40 anni di fascismo in Portogallo, quando gli ufficiali di sinistra ufficiali esercito presero il potere nella rivoluzione popolare del 1974 , Solzhenitsyn cominciò un’azione di propaganda per un intervento militare degli Stati Uniti in Portogallo che, secondo lui, si sarebbe unito al
Patto di Varsavia se gli Stati Uniti non fossero intervenuti! Nelle sue lezioni, Solzhenitsyn si lamentava sempre della liberazione delle colonie africane del Portogallo, ma è chiaro che lo spunto principale dei discorsi di Solzhenitsyn era sempre la guerra sporca contro il socialismo, spaziando dalla presunta esecuzione di diversi milioni di persone in Unione Sovietica alle decine di migliaia di americani presumibilmente imprigionati e ridotti in schiavitù, secondo Solzhenitsyn, nel Vietnam del Nord! Questa idea di Solzhenitsyn di americani utilizzati come schiavi nel Vietnam del Nord ha dato origine ai film di Rambo sulla guerra del Vietnam. I giornalisti americani che osavano scrivere in favore della pace tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica venivano accusati da Solzenicyn nei suoi discorsi, di essere potenziali traditori. Solzhenitsyn faceva anche propaganda a favore di un incremento del potenziale militare USA contro l’Unione Sovietica, che sosteneva essere più forte degli USA nei carri armati e aeroplani, con rapporto da cinque a sette volte, a sfavore degli USA’ così come nelle armi atomiche che egli “in breve” asseriva che la dotazione sovietica fosse da “due, tre o perfino cinque” volte più potente di quella USA. Le lezioni di Solzhenitsyn sull’Unione Sovietica rappresentavano la voce dell’estrema destra, ma egli andò ancora più a destra nel suo sostegno pubblico del fascismo.

Il sostegno al fascismo di Franco
Dopo la morte di Franco nel 1975, il regime fascista spagnolo cominciò a perdere il controllo della situazione politica e all’inizio del 1976, una serie di eventi in Spagna catturarono l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Ci furono scioperi e dimostrazioni per chiedere democrazia e libertà e l’erede di Franco, il re Juan Carlos fu costretto ad introdurre con estrema cautela qualche liberalizzazione per calmare lo scontro sociale.

In quel momento, proprio quello più importante nella storia politica spagnola, Alexander Solzhenitsyn comparve a Madrid e concesse un’intervista nella notte di sabato 20 marzo 1976 al programma “Directisimo” che raggiunse il picco di audience (vedi i giornali spagnoli, ABC e Ya del 21 marzo 1976). Solzhenitsyn, che era a conoscenza in anticipo delle domande, colse l’occasione per sciorinare tutto il suo repertorio di dichiarazioni reazionarie. La sua intenzione non era sostenere le cosiddette misure di liberalizzazione del re. Al contrario Solzhenitsyn mise in guardia contro la riforma democratica. Nella sua intervista televisiva dichiarò che 110 milioni di russi erano morti come vittime del Socialismo e paragonò la “schiavitù cui era stato sottoposto il popolo sovietico alla libertà che si gode in Spagna“. Solzhenitsyn accusò anche i “circoli progressisti” di “utopismo” pensare che la Spagna fosse una dittatura. Con “progressisti” intendeva chiunque si schierasse nell’opposizione democratica, fosse liberale, socialdemocratico o comunista.
“Lo scorso autunno,” dichiarò Solzhenitsyn, “l’opinione pubbblica mondiale era preoccupata per la sorte dei terroristi spagnoli [cioè gli antifascisti spagnoli condannati a morte dal regime di Franco]. Per tutto il tempo l’opinione pubblica progressista richiedeva una riforma politica democratica, sostenendo gli atti di terrorismo“. “Coloro che cercano una rapida riforma democratica, si rendono conto che cosa accadrà domani o dopodomani? Domani in Spagna ci può essere la democrazia, ma dopodomani le Nazioni Unite saranno in grado di evitare che dalla democrazia che si cada nel totalitarismo?“.

Alle prudenti domande dei giornalisti se siffatte affermazioni non fossero un sostegno ai regimi di paesi dove non vi era alcuna libertà, Solzhenitsyn rispose: “Conosco solo un paese dove non c’è libertà ed è la Russia!” Le dichiarazioni di Solzhenitsyn alla televisione spagnola furono un chiaro appoggio al fascismo spagnolo, un’ideologia che quel giorno egli sostenne. Questo fu uno dei motivi per cui Solzhenitsyn da quel momento cominciò a scomparire alla vista del pubblico nei suoi 18 anni di esilio negli Stati Uniti e una delle ragioni per cominciò a ricevere sempre meno sostegno da parte dei governi capitalisti. Per i capitalisti fu un dono del cielo in quanto poterono utilizzare un uomo come Solzhenitsyn nella loro guerra sporca contro il socialismo, ma tutto ha un limite. Nella nuova Russia capitalista, ciò che determina il sostegno dell’occidente ai vari raggruppamenti politici, è puramente e semplicemente la possibilità di fare buoni affari con alti profitti sotto l’ala di questi raggruppamenti. Il fascismo come regime politico alternativo in Russia, non è considerata cosa buona per gli affari. Per questo motivo, i progetti politici di Solzhenitsyn per la Russia sono come lettera morta per ottenere il sostegno occidentale. Ciò che Solzhenitsyn auspica nel futuro politico della Russia è un ritorno al regime autoritario degli zar mano nella mano con la tradizionale Chiesa Ortodossa Russa! Anche il più arrogante degli imperialisti non è interessato a sostenere una stupidaggine politica di questa portata. Per trovare qualcuno che, in occidente, sostenga Solzhenitsyn, si deve cercare tra i somari di estrema destra.

Nazisti, agenti segreti e fascisti
Quindi questi sono i migliori fornitori dei miti borghesi riguardanti i pretesi milioni di morti e imprigionati in Unione Sovietica: il nazista William Hearst, l’agente segreto Robert Conquest e il fascista Alexander Solzhenitsyn. Conquest ha svolto un ruolo di primo piano, dato che le sue informazioni sono state utilizzate dai mass media capitalistici di tutto il mondo ed ha anche costituito la base d’impostazione di intere scuole di storici perfino in ambienti universitari. Il lavoro di Conquest è senza dubbio un capolavoro di politica disnformativa. Nel 1970 Conquest ricevette un grande aiuto da Solzhenitsyn e da una serie di personaggi secondari come Andrei Sacharov e Roy Medvedev. Inoltre apparve per il mondo, un certo numero di persone che si dedicano a speculare circa il numero dei morti e dei reclusi, questi sono sempre pagati a peso d’oro dalla stampa borghese. Ma la verità della questione è stata finalmente rivelata e ha mostrato il vero volto di questi falsificatori della storia. L’ordini da parte di Gorbaciov di aprire gli archivi segreti del Partito all’indagine storica ebbe conseguenze che nessuno avrebbe potuto prevedere.

Gli archivi dimostrano le bugie della propaganda
La speculazione circa i milioni di morti in Unione Sovietica è parte della sporca guerra di propaganda contro l’Unione Sovietica e per questo motivo le smentite e le spiegazioni fornite dall’Unione Sovietica non sono mai stati prese sul serio e mai hanno trovato spazio nella stampa capitalista. Erano, al contrario, ignorate, mentre agli “specialisti” comprati dal capitale fu dato spazio a volontà per diffondere le loro falsità. E che falsità! Quello che avevano in comune i milioni di morti e di imprigionati, come sostenuto da Conquest e dagli altri “critici”, era il risultato di un falso statistico dovuto ad approssimazione e a metodi di valutazione privi di qualsiasi base scientifica.

I metodi fraudolenti danno luogo a milioni di morti
Conquest, Solzenicyn, Medvedev e altri hanno usato statistiche pubblicate dall’Unione Sovietica, per esempio censimenti sulla popolazione nazionale, a cui hanno aggiunto un aumento della popolazione supposta senza tener conto della situazione nel paese. In questo modo hanno raggiunto le loro conclusioni su quante persone ci dovevano esserci nel paese in determinati anni. Affermarono che le persone mancanti erano morti o imprigionate a causa del socialismo. Il metodo è semplice, ma anche del tutto fraudolento. Questo tipo di “rivelazione” di questi importanti eventi politici non sarebbe mai stata accettata se la “rivelazione” in questione avesse riguardato il mondo occidentale. In tal caso è certo che i professori egli storici avrebbero protestato contro tali invenzioni. Ma dato che era l’Unione Sovietica ad essere l’oggetto delle invenzioni, queste erano accettabili. Uno dei motivi di questo è certamente il fatto che i professori e gli storici antepongono di molto la loro carriera professionale all’integrità professionale.
Per quanto attiene ai numeri, quali sono state le conclusioni finali dei “critici”? Secondo Robert Conquest (in una stima che ha fatto nel 1961) 6 milioni di persone sono morte di fame in Unione Sovietica nei primi anni del 1930. Questo numero è stato poi aumentato da Conquest a 14 milioni nel 1986. Per quanto riguarda i gulag o campi di lavoro, ci dice che vi furono detenuti 5 milioni di prigionieri nel 1937 prima che cominciassero le purghe nel Partito, nell’esercito e nell’apparato statale. Dopo l’inizio delle purghe, secondo Conquest, durante il 1937 – 38, ci sarebbero stati ulteriori 7 milioni di prigionieri, per giungere a un totale di 12 milioni di prigionieri nei campi di lavoro nel 1939! E questi 12 milioni di Conquest sarebbero stati solo i prigionieri politici! Nei campi di lavoro c’erano anche criminali comuni, che, secondo Conquest, sarebbero stati di gran lunga più numerosi dei prigionieri politici. Questo significa, secondo Conquest, che ci sarebbero stati 25 – 30 milioni di prigionieri nei campi di lavoro dell’Unione Sovietica.

Sempre secondo Conquest, un milione di prigionieri politici fu giustiziato tra il 1937 e il 1939, ed altri 2 milioni morirono di fame. Il conteggio finale risultante dalle purghe del 1937 – 39, poi, secondo Conquest, fu di 9 milioni, di cui 3 milioni sarebbero morti in carcere. Queste cifre furono immediatamente sottoposte ad un “aggiustamento statistico” da Conquest per permettergli di giungere alla conclusione che i bolscevichi avevano ucciso non meno di 12 milioni di prigionieri politici tra il 1930 e il 1953. Con l’aggiunta di queste cifre alle altre dei pretesi morti durante la carestia del 1930, Conquest arrivò a concludere che i bolscevichi uccisero 26 milioni di persone. In una delle sue ultime manipolazioni statistiche, Conquest ha affermato che, nel 1950, in Unione Sovietica, c’erano 12 milioni di prigionieri politici in Unione Sovietica.

Alexander Solzhenitsyn adoperò più o meno gli stessi metodi statistici di Conquest,  usando questi metodi pseudoscientifici sulla base di premesse diverse, arrivò a conclusioni ancora più estreme. Solzhenitsyn accettò la stima di Conquest dei 6 milioni di morti derivanti dalla carestia del 1932 – 33. Tuttavia, per quanto riguarda coloro che furono colpiti dalle purghe del 1936 – 39, credeva che almeno 1 milione di persone fosse morto ogni anno. Solzhenitsyn dichiarò che dalla collettivizzazione dell’agricoltura alla morte di Stalin nel 1953, i comunisti avessero ucciso 66 milioni di persone in Unione Sovietica. Soprattutto ritiene il governo sovietico responsabile della morte dei 44 milioni di russi che sostiene sono stati uccisi nella Seconda Guerra Mondiale. La conclusione di Solzhenitsyn è che ci furono “110 milioni di russi caduti vittime del socialismo”.

Per quanto riguarda i prigionieri, Solzhenitsyn ci dice che il numero di persone nei campi di lavoro nel 1953 fu di 25 milioni.

Gorbaciov apre gli archivi
La collezione di dati statistici di fantasia di cui sopra, composta da prodotti inventati estremamente ben pagati, apparve negli anni ‘60 sulla stampa borghese, naturalmente sempre presentata come frutto di fatti veri e accertati mediante l’applicazione del metodo scientifico.

Dietro queste mistificazioni si nascondevano i servizi segreti occidentali, soprattutto la CIA e MI5. L’impatto dei mass media sull’opinione pubblica è così grande che le cifre sono ancora oggi credete essere vere da grandi fasce della popolazione dei paesi occidentali.
Questa situazione vergognosa è peggiorata. Nella stessa Unione Sovietica, dove Solzenicyn e altri ben noti “critici” come Andrei Sacharov e Roy Medvedev non avrebbero dovuto trovare nessuno a sostenere le loro numerose fantasie, un cambiamento significativo ebbe luogo nel 1990. Nel nuovo corso della “stampa libera” aperta sotto Gorbaciov, tutto quello che si oppponeva al socialismo fu salutato come positivo, con risultati disastrosi. Un’inflazione speculativa senza precedenti sul numero dei morti e dei reclusi ai tempi del socialismo, cominciò a prendere piede e ora tutto viene rimescolato in un solo calderone di decine di milioni di “vittime” dei comunisti. L’isteria della nuova stampa “libera” di Gorbaciov portò alla ribalta le bugie di Conquest e di Solzhenitsyn. Nello stesso tempo Gorbaciov aveva aperto gli archivi del Comitato Centrale alla ricerca storica, una richiesta della stampa libera. L’apertura degli archivi del Comitato Centrale del Partito Comunista è davvero la questione centrale in questa storia intricata per due ragioni: in parte perché negli archivi si possono trovare i fatti per far luce sulla verità, ma fatto ancora più importante è che quelli che speculavano senza freni sul numero di persone uccise e imprigionate in Unione Sovietica, da anni sostenevano che l’apertura degli archivi avrebbe confermato il loro dati statistici. Tutti gli speculatori sul numero dei morti e dei prigionieri la pensavano così: Conquest, Sakharov, Medvedev e compagnia cantante, ma quando gli archivi furono aperti e i rapporti delle ricerche basate sui documenti reali cominciarono ad essere pubblicati, accadde una cosa molto strana.

Improvvisamente sia la stampa “libera” di Gorbaciov che gli speculatori sui morti e sui prigionieri persero ogni interesse per gli archivi.

I risultati delle ricerche effettuate su archivi del Comitato Centrale da storici russi come Zemskov, Dougin e Xlevnjuk, che cominciarono ad apparire sulle riviste scientifiche a partire dal 1990, passarono del tutto inosservati. Le relazioni contenenti i risultati di queste ricerche storiche andavano completamente contro la corrente inflazionistica per quanto riguarda i numeri che venivano rivendicati dalla ‘stampa libera’ concernenti i morti o i prigionieri. Pertanto il loro contenuto non fu pubblicizzato. Le relazioni pubblicate conobbero scarsa circolazione pubblicate in riviste scientifiche praticamente sconosciute al grande pubblico. I rapporti dei risultati della ricerca scientifica non potevano competere con l’isteria della stampa, così le bugie di Conquest e di Solzhenitsyn continuarono ad ottenere l’appoggio di molti settori della popolazione dell’ex Unione Sovietica. Anche in Occidente, le relazioni dei ricercatori russi sul sistema penale sotto Stalin vennero totalmente ignorate dalle prime pagine dei giornali e dai telegiornali. Perché?

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