URSS, agosto 1991. Il golpe di Eltsin e quello degli altri.

URSS, agosto 1991. Il golpe di Eltsin e quello degli altri.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

La storiografia, in questo correttamente, fissa nei giorni 19 – 21 agosto del 1991 le date della fine dell’Unione Sovietica, anteponendola, cronologicamente, all’ammainamento della rossa bandiera dell’Urss sul pennone del Cremlino, alle ore 19,45 del 21 dicembre successivo. Il famoso “colpo di Stato“ estivo, dunque, rappresentò la fine di un’esperienza storica gloriosa durata 70 anni, fondata e sulla costruzione del socialismo in un solo Paese e sulla spinta internazionalista volta a liberare l’umanità dalle catene dello  sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’imperialismo, della rapina colonialista e neocolonialista. I prodromi di quella vicenda, vanno però rintracciati negli anni ’80 della controrivoluzione anticomunista mascherata sotto il nome di “perestrojka“: lo smantellamento progressivo della pianificazione centralizzata, l’allentamento della disciplina nei settori della produzione, della distribuzione e del commercio al dettaglio, lo spazio sempre maggiore concesso all’iniziativa privata, con arricchimenti scandalosi di soggetti legati a cooperative e imprese individuali autorizzate, il venir meno, lento ma inesorabile, del ruolo del Partito come soggetto cardine politico – educativo, l’interiorizzazione dei miti consumistici dell’occidente, sapientemente veicolati dalla nuova borghesia oligarchica emergente, in un ampio settore del popolo, furono tutte crepe che, pian piano, portarono all’erosione delle fondamenta, un tempo solide, del socialismo sovietico.

URSS, agosto 1991. Il golpe di Eltsin e quello degli altri.

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Una voce fuori dal coro: Caleb Maupin

Una voce fuori dal coro: Caleb Maupin

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI DAVIDE SPAGNOLI

Chi è Caleb Maupin?

iran-portrait-mosque-2-croppedCaleb Maupin è un giornalista e un analista politico che risiede a New York concentrando la sua copertura giornalistica sulla politica estera degli Stati Uniti e il sistema globale del capitalismo monopolistico e dell’imperialismo.
È apparso su Russia Today, PressTV, Telesur e CNN. Ha fatto reportage dagli Stati Uniti, oltre che dall’Iran, dal Golfo di Aden e dal Venezuela. È stato relatore in numerose università e conferenze internazionali a Teheran, Quito e Brasilia. I suoi scritti sono stati tradotti e pubblicati in molte lingue tra cui farsi, cinese, russo, arabo, spagnolo e portoghese.
Originario dell’Ohio, ha studiato scienze politiche al Baldwin-Wallace College. Oltre al suo lavoro di giornalista, analista e commentatore, si è impegnato nell’attivismo politico. Ha fatto parte del movimento Occupy Wall Street fin dalle prime fasi di pianificazione nell’agosto del 2011. Ha lavorato contro la brutalità della polizia, l’incarcerazione di massa e la guerra imperialista.
Nel 2015, ha partecipato al viaggio dell’Iran Shahed Rescue Ship, tentando di consegnare aiuti umanitari allo Yemen con la Mezzaluna Rossa della Repubblica islamica dell’Iran.
L’obiettivo del suo lavoro è quello di promuovere l’ideologia rivoluzionaria e sostenere tutti coloro che combattono contro il sistema globale dell’imperialismo capitalista monopolistico.

Fonti:

http://calebmaupin.info/biography/

https://www.rt.com/op-edge/authors/caleb-maupin/

Articoli e dichiarazioni di Caleb Maupin

 

 

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Jack Ma: apprendere il marxismo

di Caleb Maupin

trascrizione e traduzione di Davide Spagnoli

Salve amici. Recentemente sono stato in Russia, e ho avuto modo di partecipare a un forum sponsorizzato dal Valdai Discussion club, un serbatoio di cervelli molto importante in Russia, che ha sede nella città di Sochi, e le cui attività spaziano su molte aree, e a questo evento ho avuto la possibilità di ascoltare Jack Ma. Jack Ma, che era uno degli oratori, è l’Amministratore delegato di Alibaba che probabilmente è la più grande società di Internet in Cina, e lui è probabilmente l’uomo più ricco della Cina. E Jack Ma ha tenuto un intervento, ed ero seduto tra il pubblico, e quello che mi ha colpito è stato quanti concetti marxisti o marxiani ha espresso, e mi è involontariamente scappato una specie di sorriso perché mi sono reso conto di conoscere un sacco di persone che non capiscono chi fosse Karl Marx e non capiscono il marxismo. Molte persone del marxismo hanno in mente questa specie di immagine caricaturale, secondo cui Karl Marx avrebbe detto che tutte le persone dovrebbero unirsi per fare una rivoluzione violenta e imporre una utopia sul mondo e cercare di creare una utopia; ma se ascoltate Jack Ma, questo non è quello che ha detto Karl Marx né quello che il marxismo realmente è. Jack Ma spiega alcuni concetti chiave che si possono trovare nei lavori di Karl Marx. Ascoltiamo alcune delle considerazioni fatte da Jack Ma al Valdai Discussion Club; poi vi illustrerò come le radici di queste considerazioni si possono realmente trovare in Karl Marx. Le idee di Jack Ma sono realmente influenzate da Karl Marx. Ascoltiamolo.

«…dove le persone si preoccupano cerchiamo di capire il modo per risolvere le preoccupazioni. Oggi molte cose sono cambiate, ma le persone si preoccupano anche di internet. Si preoccupano ancora di più. E questo mi fa venire in mente i primi tempi in cui le persone erano preoccupate dalle automobili, quando le automobili erano appena state progettate. Le persone erano più preoccupate per gli incidenti stradali, invece delle grandi cose che l’auto avrebbe portato nella vita degli uomini. Ho notato che le persone sono preoccupate per i dati, per la privacy, per la sicurezza. Penso che la cosa peggiore di cui dobbiamo preoccuparci sia la preoccupazione stessa. Molti paesi, a causa della preoccupazione, perdono molte cose. Oggi in Europa non vediamo molte grandi aziende che operano in Internet. Una delle ragioni è che si preoccupano troppo, credo. E la preoccupazione ci impedirà di essere più creativi».

Bene. Così Jack Ma, in sostanza, sta dicendo che non dovremmo essere spaventati dalla tecnologia. Sapete, ad un certo punto, quando il capitalismo aveva iniziato a svilupparsi, c’era un gruppo di persone chiamate luddisti che bruciavano i telai perché vedevano che questi eliminavano posti di lavoro. E questo nuovo ordine sociale del capitalismo, e le fabbriche, e la produzione erano il problema, e i luddisti volevano far tornare indietro la Storia.

Erano luddisti.

E molte volte la gente dirà che la tecnologia stessa è il problema. Karl Marx, vedendo come il capitalismo era emerso dal feudalesimo, diceva che il problema non è la tecnologia, ma il problema è come la tecnologia è organizzata e come viene impostata la produzione. Marx comprende che ciò che separa gli esseri umani dagli animali è, in realtà, la loro capacità di creare tecnologia. E che gli esseri umani sono costantemente in marcia. Il progresso umano è un concetto marxista fondamentale. Così quando Jack Ma dice che la gente non deve essere spaventata da Internet, sta articolando un concetto fondamentale degli insegnamenti di Karl Marx. Ascoltiamo ora un’altra parte di quello che dice Jack Ma

«La tecnologia basata sulla base di dati eliminerà molti posti di lavoro. Ma la maggior parte di questi sono lavori stupidi. Questi lavori dovrebbero essere fatti dai computer, non dagli esseri umani. Negli ultimi cento anni, abbiamo reso le persone macchine. Ora facciamo le macchine come le persone, stiamo costruendo il rovescio della medaglia. Ma nei prossimi dieci, vent’anni, il modo giusto per farlo è quello fare le macchine come macchine e le persone come persone. Una macchina non sarà mai in grado di superare gli esseri umani. Le macchine sono intelligenti, le macchine sono più forti e veloci, ma una macchina non ha un’anima, non valori, non ha le convinzioni che le persone hanno. Quindi non dovremmo fare macchine che pensano come gli esseri umani, ma macchine che imparano come gli esseri umani, è questo ciò in cui crediamo. Pensiamo che in futuro non ci saranno Made in China Made in America, Made in Russia. Sarà Made in internet. Può piacere o meno, ma la rivoluzione tecnologica sta arrivando. Nessuno può fermarla. Ma il modo in cui insegniamo ai nostri figli, i curricula che insegniamo ai nostri figli, le materie che insegniamo ai nostri figli, potrebbero essere di ostacolo per ottenere un lavoro. Perché è certo il computer sarà molto più intelligente degli esseri umani. Dovremmo insegnare ai nostri figli a essere più creativi. Dovremmo insegnare ai nostri figli a essere più innovativi. Dovremmo insegnare ai nostri figli a essere più costruttivi».

Qui Jack Ma cita un altro concetto marxista. Karl Marx nei suoi scritti parla di come sotto il capitalismo fondamentalmente gli esseri umani siano ridotti ad essere ciò che lui chiama appendici delle macchine. In sostanza è noto che i capitalisti cercano di produrre il più possibile. Vogliono assumere il minor numero di persone. Vogliono eliminare posti di lavoro. Vogliono ridurre gli esseri umani a una sorta di ingranaggi di una macchina. Assumendone il minor numero possibile, in modo da produrre la massima efficienza possibile, pagando bassi salari, avendo il più possibile rimpiazzi di mano d’opera. E questo influenza davvero la vita delle persone. Gli esseri umani sono ridotti a una sorta di ingranaggi di una macchina. E viene loro insegnato a non usare il cervello, a essere obbedienti; e questo è un po’ quello che è successo ai lavoratori. Alla classe operaia hanno strappato la creatività e l’individualità, riducendola a un ingranaggio di una macchina industriale, che il capitalista cerca di rendere sempre più efficiente, tentando di eliminare l’umanità e i bisogni dei lavoratori, rendendoli facilmente sostituibili, pagandoli il meno possibile. L’alienazione del lavoro nel sistema produttivo capitalista è un concetto marxista fondamentale a cui Jack Ma allude quando racconta di come l’intelligenza artificiale la stia portando ad un livello completamente nuovo. E saranno quei lavori che lui chiama stupidi, che verranno eliminati. L’unica cosa che rimane agli esseri umani è la loro intelligenza. Ora volevo andare avanti perché un altro dei pensatori del movimento marxista è Lenin. E se ascoltate questo brano estratto dalle osservazioni di Jack Ma, potete anche ascoltare un concetto leninista, l’articolazione di un concetto marxista-leninista.

«Riguardo alla globalizzazione. Penso che la globalizzazione non abbia niente di sbagliato. Ma la globalizzazione oggi non è perfetta. È solo una neonata. Mille anni fa, il commercio globale era determinato da alcuni re e regine. Negli ultimi 30 o 40 anni, della globalizzazione hanno beneficiato solo 60.000 grandi aziende. Il 20 % dei paesi ha successo mentre l’80 % non ha possibilità. La tecnologia basata sull’informazione è 20/80, ma quella basata sulla base di dati è 80/20. Dobbiamo prenderci cura dei paesi 80/20, dei paesi in via di sviluppo, dei giovani. La globalizzazione non può essere fermata, perché il mondo è mobile. L’altra cosa è che non dovremmo mai fermare il commercio. Quando il commercio si ferma, inizia la guerra. Quindi penso che la cosa molto importante sia che il mondo non ha bisogno di un G20, abbiamo bisogno anche di un G200. Il mondo non dovrebbe avere solo un B20, ma anche un B200. E, naturalmente, il modo in cui operiamo, in cui commerciamo, sarà completamente diverso. E dico sempre che con il tempo della tecnologia basata sulla base di dati, il mondo sarà diverso. Possiamo rendere il mondo più giusto. Useremo la tecnologia per spronare di più i giovani».

Bene, Vladimir Lenin ha scritto un libro intitolato «L’Imperialismo fase suprema del capitalismo», mostrando come in pratica funziona. In che modo i paesi occidentali mentre si sviluppavano, le élite miliardarie dei paesi capitalisti iniziarono a ritagliarsi parti del mondo come proprie sfere d’influenza. Andarono in Africa. Andarono in Asia, andarono in America Latina. Andarono in diverse parti di quello che ora è chiamato il sud globale, o che veniva chiamato il sud globale del terzo mondo.

Quindi stiamo frenando il progresso, e usando questi paesi come una specie di discarica in cui riversare i nostri prodotti. Sono i banchieri miliardari dei paesi occidentali che mantengono povero il terzo mondo. Il problema non è la globalizzazione, il problema è il modo in cui è stata gestita, e Jack Ma nelle sue osservazioni sostiene qualcosa di diverso, ci sta dicendo abbiamo bisogno di una economia globale, abbiamo bisogno di paesi che commercino con altri paesi; ma abbiamo bisogno di farlo in un modo diverso. Abbiamo bisogno di avere un’economia globale che non sia imperialista. Un’economia globale basata sulla cooperazione vantaggiosa per tutti, e questa è l’idea cinese. Abbiamo bisogno che i paesi che commerciano con altri paesi non li possano isolare gli uni dagli altri, e mettere un muro ma ci deve essere un commercio equo. Ci deve essere una cooperazione vantaggiosa per tutti. Molto, molto interessante. Sapete, Marx non si è mai opposto alla globalizzazione, ma si è opposto all’imperialismo, e a che i paesi venissero frenati e repressi dal sistema internazionale globale che conoscete. Un’osservazione molto interessante da parte di Jack Ma il fare notare che viviamo in un mondo in cui alcuni paesi sono frenati, e che il modo in cui operano queste istituzioni finanziarie e globali, impediscono ai paesi di svilupparsi.

Ora c’è un altro estratto di Jack Ma che penso sia molto interessante:

«Infine voglio dire che la tecnologia è spaventosa. La prima rivoluzione tecnologica causò la prima guerra mondiale. La seconda rivoluzione tecnologica causò, direttamente o indirettamente, la seconda guerra mondiale. Ora siamo nella terza rivoluzione tecnologica. Cosa succede se scoppierà una terza guerra mondiale? Se gli esseri umani non hanno lo stesso nemico, combatteremo tra di noi. Il nemico dovrebbe essere la povertà, il nemico dovrebbe essere l’inquinamento, il nemico dovrebbe essere la malattia. Penso che tutti i paesi come Cina, Russia, Stati Uniti, Europa, dovrebbero condividere la tecnologia, unirsi insieme per combattere questa guerra, e questa è la guerra alla fine della quale, se la combatteremo insieme, i giovani saranno molto più felici».

Jack Ma sostanzialmente sta dicendo hey, guardate che la tecnologia sta avanzando e non ci possiamo fare niente. Comunque spetta a noi cercare di trarne il meglio e provare a fare in modo che la tecnologia non crei un grande disastro. E quando sottolinea che la seconda guerra mondiale e la prima sono venute dopo rivoluzioni tecnologiche, alludendo ancora una volta a una interpretazione marxista secondo la quale ciò che è accaduto durante la prima guerra mondiale è che l’industria aveva avuto un nuovo gigantesco balzo.

La produzione era efficiente come mai era stata, ma c’è stata una crisi economica perché, mentre la tecnologia stava avanzando, pagavano i lavoratori il meno possibile, e quindi i lavoratori non potevano riacquistare i prodotti. Ci fu una crisi finanziaria e in quella crisi finanziaria i paesi imperialisti, i paesi occidentali che stavano dominando l’economia mondiale, iniziarono a lottare tra loro e molto presto avemmo questa grande guerra mondiale. E anche nel periodo della seconda guerra mondiale avvennero enormi progressi nella tecnologia.

I capitalisti eliminarono posti di lavoro, creando povertà.

I capitalisti licenziarono, i lavoratori non erano in grado di riacquistare i prodotti. Questo è ciò Marx chiamava sovrapproduzione, in cui si ha una crisi finanziaria ed economica globale.

Ci fu la Grande depressione e ben presto questa creò problemi politici. Si ebbe l’ascesa del fascismo e alla fine avemmo la Seconda guerra mondiale. Jack Ma si rende conto di come questa seconda guerra mondiale non sia stata causata dai malvagi tedeschi della prima guerra mondiale. Non è stata causata da un solo evento in cui una figura viene assassinata; la prima e la seconda guerra mondiale furono causate da una crisi globale dell’economia capitalista. Questa è una analisi molto avanzata.

In quello che Jack Ma sta dicendo sono presenti dei concetti marxisti.

Voglio dire che questa è una persona che ha molta familiarità con il marxismo.

Voglio dire che la Cina è un paese governato da un partito comunista, e che ogni persona nelle università in Cina studia l’ideologia marxista-leninista, così come il pensiero di Mao Tse-Tung e la teoria di Deng Xiaoping. All’università si applicano queste regole e Jack Ma sta cercando di dirci cosa fare della rivoluzione dei computer. Allora quando si arriva a questo, si sa che la tecnologia sta fondamentalmente gettando le basi per l’esigenza di andare oltre l’economia basata sui profitti.

Se continuiamo ad avere un’economia basata sui profitti della rivoluzione tecnologica, riusciremo solo a provocare un disastro che abbiamo già conosciuto sotto il capitalismo. Fino a quando la produzione avverrà per fare profitti per un gruppo di capitalisti, il risultato è una maggiore povertà. Le persone non possono riacquistare i prodotti che producono e molto presto si avrà una crisi economica, e Jack Ma ci dice che abbiamo bisogno di uno sviluppo che abbia al suo centro l’uomo, abbiamo bisogno di economie che siano utili per la gente, e per la società in generale, e non il profitto. Quindi, sì Jack Ma è un miliardario; Jack Ma è il proprietario di una società privata, ma capisce come funziona il capitalismo, è uno che ha studiato il marxismo e ci sta avvertendo, sta applicando l’interpretazione marxista della storia a ciò che sta accadendo oggi nel mondo con la rivoluzione dei computer, e ci mette in guardia su alcuni dei pericoli che sono all’orizzonte. Ma ci sta anche dicendo di essere ottimisti, perché la storia è come un treno e continua ad andare avanti, e non possiamo fermarla.

L’unica cosa che possiamo fare è cercare di sfruttarla al meglio e provare a lottare per una società organizzata razionalmente, in cui i profitti non siano il fine ultimo.
Jack Ma è un uomo molto intelligente, e il marxismo ha sicuramente un’influenza su di lui.

C’è sicuramente un’influenza marxista nel messaggio di Jack Ma, e se vogliamo fare del mondo in cui viviamo un posto migliore, dobbiamo andare oltre le economie basate sul profitto.

Se avete guardato questo video ora vi siete fatti una idea di ciò che dice il marxismo e questo è venuto in gran parte da Jack Ma.

 

 

La disinformazione sull’alcolismo in URSS ed in Russia. Tecniche di manipolazione tra pubblicistica e statistica.

La disinformazione sull’alcolismo in URSS ed in Russia. Tecniche di manipolazione tra pubblicistica e statistica.

I 5 MAESTRI

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Presentiamo un approfondito articolo del compagno Luca Baldelli su uno dei temi ricorrenti del folklore anticomunista e russofobo occidentale: la pretesa enorme diffusione dell’alcolismo nell’ex Unione Sovietica.

LA DISINFORMAZIONE SULL’ALCOOLISMO IN URSS ED IN RUSSIA. TECNICHE DI MANIPOLAZIONE TRA PUBBLICISTICA E STATISTICA.

 

Documenti declassificati rivelano la larga assistenza sovietica alla Polonia durante la II Guerra Mondiale.

Documenti declassificati rivelano la larga assistenza sovietica alla Polonia durante la II Guerra Mondiale.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Guido Fontana Ros

FONTE

Poiché la Polonia si accinge a cancellare le tracce dell’Unione Sovietica dalla sua storia, il ministero della Difesa russo ha declassificato dei documenti che registrano il largo aiuto che i sovietici fornirono ai polacchi negli anni finali della II Guerra Mondiale.

I documenti provenienti dall’Archivio centrale del ministero della Difesa russo, “fino ad ora mai pubblicati su fonti disponibili al pubblico” descrivono in dettaglio l’aiuto che la Polonia ricevette dall’Unione Sovietica durante la sua liberazione dai nazisti nel 1944-45. Secondo la documentazione, l’URSS fornì alla popolazione polacca delle aree liberate “cibo, forniture medicali, veicoli, carburante e materie prime per le imprese industriali”. Questi aiuti furono prelevati dalle riserve dell’Armata Rossa sovietica e dai Commissariati dell’URSS, ha affermato il ministero della Difesa nella sua nota.

Nel solo periodo fra il marzo e il novembre del 1945, più di 1,5 miliardi di rubli  in cibo (circa 283 milioni di dollari) ai prezzi del 1945 furono assegnati  per il bene  della popolazione polacca  e per la campagna di semina nel paese”, ha detto il ministero.

Il governo provvisorio della Polonia  fu rifornito di oltre 130.000 tonnellate di cibo, 20.000 tonnellate di cotone, 100.000 tonnellate di pellami e di oltre 2.000 autocarri nella nel secondo e terzo quadrimestre del 1945″, rivela il documento

I documenti dettagliano il rifornimento alla Polonia di 8.000 tonnellate di carne, di semi e attrezzature agricole per la semina. Questi furono accompagnati da ricevute firmate dai riceventi polacchi. Anche l’Armata Rossa fu coinvolta nella ricostruzione delle ferrovie e dei ponti fatti saltare in aria dalle forze naziste in ritirata dalla Polonia.

Il ministro della Difesa ha anche pubblicato un accordo fra il comando militare sovietico e il governo provvisorio della Polonia riguardante il destino delle strutture industriali e delle altre proprietà germaniche abbandonate dai nazisti nel territorio polacco. Il ministro afferma: “Venne annotato che tutti gli impianti e gli equipaggiamenti (tedeschi), senza alcuna eccezione, dovevano essere trasferiti ai polacchi. Il loro smantellamento e trasferimento furono espressamente proibiti”.

Nello scorso giugno, al parlamento polacco è passato un pacchetto di emendamenti legislativi che estendevano il divieto di propaganda comunista o di qualsiasi altro regime totalitario ai nomi di edifici o di siti architettonici. proprio all’inizio di questa settimana, le autorità locali della città di Szcecin [NDT: Stettino] hanno cominciato a smantellare un monumento ai soldati sovietici in accordo alla legge, che pone molti monumenti simili nel paese in stato di pericolo.

L’ambasciatore russo in Polonia, Sergey Andreyev, ha stigmatizzato la “legge per la decomunistizzazione” in un ‘intervista per RT, dicendo: “Quale connessione vi può essere fra questi memoriali e la propaganda comunista? Sono stati eretti in memoria dei 600.000 soldati e ufficiali sovietici che morirono per liberare la Polonia nel 1944-45. Questi sono monumenti a gente che ha salvato la Polonia, perché se non fosse stato per loro, non ci sarebbe stata alcuna Polonia, né comunista, né capitalista. E non ci sarebbe stato alcun polacco.”.

Il ministero russo della Difesa sta pubblicando il documento storico sul suo sito web come parte del progetto digitale  “Memoria contro l’oblio”, mirante alla preservazione dell’esattezza storica e al contrasto dei tentativi di falsificazione della storia.

 

 

 

 

 

Le condizioni di vita dei coloni speciali in Siberia: un documento rivelatore

Le condizioni di vita dei coloni speciali in Siberia: un documento rivelatore

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Stalin=Hitler, gulag=lager. Quante volte sentiamo ripetere questa mostruosità e non solo da anticomunisti, ma anche da sedicenti comunisti. Abbiamo pubblicato molti articoli su questo tema e continueremo a farlo.
Questo articolo del compagno Luca Baldelli si inserisce in questo filone storiografico: esso smantella la menzogna dei “poveri” kulaki mandati a morire nelle lande desolate della Siberia dall’uomo più malvagio della storia…

Non leggetelo, mi raccomando, fermatevi solo al titolo.

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Paleontologia, zoologia e anticolonialismo: la storia del dodo

Paleontologia, zoologia e anticolonialismo: la storia del dodo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Tra i tanti misfatti perpetrati dal colonialismo, in quanto rapina e saccheggio di risorse naturali ed ambientali, annichilimento sistematico, su vasta scala, di esseri viventi, vi è una vicenda poco nota al vasto pubblico, che solo alcuni studiosi e cultori di zoologia, paleontologia e scienze affini conoscono o perlomeno hanno sentito descrivere per sommi capi: parliamo della storia del Dodo, il volatile ormai scomparso da quattro secoli e descritto, nell’ambito della letteratura scientifica, con la denominazione di Raphus cucullatus, coniata dal grande Linneo nel 1758.

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Dodo di Roelant Savary

Il Dodo apparteneva alla famiglia Columbidae, comprendente oltre trecento specie, a dilettar con variegata fenomenologia di esemplari il ventaglio della Natura. Una sorta di piccione ipertrofico, col becco adunco e potente, la testa glabra, allampanata corona trionfante su una regale livrea di piume, le zampe corte richiamanti nella loro guisa quelle del pollo. Un volatile di 75 centimetri circa di altezza per oltre 20 chilogrammi di peso (anche se l’analisi delle ossa spinge alcuni studiosi a quantificare il peso in una forbice compresa tra 9 e 18 chilogrammi). La sua presenza era particolarmente diffusa nell’Isola di Mauritius, dove, si pensa, era approdato provenendo dall’Asia meridionale. Alcuni resti fossili inducono a ritenere che il suo più vicino progenitore fosse un volatile di 35 centimetri, frugivoro (ovvero, che si cibava di frutta) e capace di volare (a differenza del suo discendente). L’insediamento nell’Isola Mauritius fu favorito dal clima mite, oltremodo accogliente, dalla quasi totale assenza di predatori, dall’abbondanza di risorse alimentari disponibili. Il Dodo si nutriva di crostacei, semi, bacche, foglie e forse frutti, che triturava sfruttando il becco acuminato.

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Dodo di Ustad Mansur, museo dell’Ermitage, Leningrado

Secondo quanto si è potuto ricostruire muovendo i passi in quell’amalgama virtuoso di prove concrete, intuito e induzione che caratterizza il brodo di coltura del paleontologo, l’ampia e diversificata disponibilità di cibo a terra, provocò, negli esemplari di Dodo, l’ottundimento di ogni stimolo a ricercare fonti di nutrimento compiendo sforzi. A causa di tale pigrizia, instillata dal vantaggio di non doversi sperticare per la sopravvivenza nello strabiliante palcoscenico di foreste e macchie insulari, nel Dodo le ali, ed in modo specifico le penne timoniere, presto si atrofizzarono, come pleonastici ammennicoli adagiati su un inerte pigostilo. L’uccello, di conseguenza, acquisì quella sua andatura impacciata, quasi claudicante, che gli valse, immeritatamente, per una perversa adequatio rei a discutibilissimi schemi mentali umani, l’infamante nomignolo (Dodo, appunto) ad esso affibbiato dai colonialisti portoghesi. Dodo, infatti, è una derivazione di “doudo” o, in portoghese moderno, “doido”, che sta per tonto, sempliciotto, preda facile. Ecco, in questo appellativo lusitano c’è già tutta l’arroganza, la crudeltà, la ferocia e la stupidità (essa sì reale, non come quella del Dodo!) di quei predoni votati alla razzia, armati di archibugi, cannoni e croci, che la storia ha definito “colonialisti “. Essi, e non altri, resero il Dodo una preda ambita e agevole da riporre nel carniere. I Portoghesi giunsero nell’Oceano Indiano doppiando il Capo di Buona Speranza nel 1488, grazie all’intraprendente Bartolomeo Diaz; compulsando antiche carte ingiallite, manovrando febbrilmente sestanti e bussole, astrolabi e notturlabi, essi si spinsero, nel 1507, fino alle Isole oggi chiamate, tutte comprese in una sola entità, Mauritius. E sì, perché questo era, in realtà, nel ‘600, il nome della sola isola principale dell’Arcipelago delle Isole Mascarene, traenti il loro nome dal Capitano portoghese Pedro de Mascarenhas, che per primo vi arrivò col suo stuolo di baldi e ribaldi. L’isola principale, già nota agli Arabi con il leggiadro nome di “Dina Arobi” (Amore dell’Arabia), venne ribattezzata dai Lusitani “Ilha Do Cerne” (Isola del Cigno). Un’allusione al Dodo, scambiato per l’animale il cui bel canto è un inno alla sua prossima dipartita? Questo non si sa, ma, di certo, sappiamo che essi trovarono un ambiente pressoché intonso che iniziarono a depredare e sconvolgere, danneggiando un habitat che, per millenni, aveva prosperato rigoglioso e lussureggiante come pochi altri. Mark Twain, nel suo diario di viaggio dal titolo Seguendo l’Equatore, scriverà:

Sembra che sia stata creata prima Mauritius, poi il Paradiso, e che il Paradiso sia stato creato da Mauritius”

I Portoghesi (che mai costruirono sull’isola insediamenti stabili) furono dunque i primi a venire a contatto col Dodo e, come abbiamo visto, a battezzarlo con questo nome tutt’altro che generoso e veritiero. La mattanza del volatile cominciò allora, ma a dar via al massacro su vasta scala, senza riguardo per limiti e scrupoli, furono gli Olandesi, insediatisi nel 1598 sotto la guida del marinaio e avventuriero Wybrand van Warwjick: proprio costoro dettero all’isola più importante, considerata un corpo unico con quelle attualmente denominate Saint Brandon e Rodrigues e Agalega, il nome di Mauritius, in onore del Principe Maurizio di Nassau. Gli Olandesi, più dei Portoghesi, introdussero, in modo particolare a Mauritius, gatti, cani, maiali, ratti e roditori, decretando la fine del Dodo. Il volatile non è solo nella triste antologia delle estinzioni colpose, causate dai colonialisti nell’area delle Mauritius: accanto ad esso possiamo annoverare la Tartaruga gigante e, in ambito botanico, l’Ebano, abbattuto senza pietà per l’effimero diletto degli arredi di lusso delizianti la cupidigia dei ricchi europei.

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Il dodo ritratto da Cornelis Saftleven

Il tutto, naturalmente, mentre il turpe commercio degli schiavi veniva in ogni modo praticato ed incentivato, e mentre si estendevano a perdita d’occhio le piantagioni di zucchero, introdotte dal governatore Adriaan Van Der Stel e concimate col sangue e col sudore delle popolazioni schiavizzate, sfruttate, derubate di tutto. Il Dodo, come milioni di esseri umani, fu vittima innocente ed indifesa di questi banditi, ladri e masnadieri che si facevano scudo con ricchezze immense accumulate con prepotenze e crimini, nonché con franchigie morali assurde, accampate ed imposte in virtù di protezioni in alto, altissimo loco, nei palazzi del potere di quel Vecchio Continente lanciato alla conquista del mondo per brama inestinguibile di averi.

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Illustrazione allegorica della Compagnia delle Indie (1646)

Non si può dire nemmeno che fosse commestibile, il Ruphus cucullatus alias Dodo: i Portoghesi ci hanno lasciato alcune testimonianze circa il gusto non proprio sopraffino delle sue carni, mentre gli Olandesi, in maniera ancor più netta, sprezzante e drastica, lo chiamarono “Walgvogel”, ovvero “uccello disgustoso”. Accadde anche che i colonialisti (poverini!) si scandalizzarono per reazioni del tutto episodiche e insignificanti, quantunque perfettamente legittime e giuste, di esemplari di Dodo alle loro volontà genocide: Pieter Willemsz Verhoeff, navigatore giunto a Mauritius, ebbe a lamentarsi per la beccata di un Dodo che stava cacciando. Questo, mentre i membri del suo equipaggio si davano alla pazza gioia macellando una quantità impressionante di volatili, in un olocausto ornitologico che non avrà mai, di certo, la sua Norimberga. Un rapporto del 1602, redatto dall’equipaggio della nave Gelderland, in forza alla Compagnia delle Indie, reca scritto:

“Questi uccelli vengono catturati a Mauritius in gran numero poiché non volano e mangiano o si rinfrescano nell’acqua”.

Una vigliaccheria immensa, uccidere volatili mentre adempiono alle loro funzioni vitali, approfittando della loro goffaggine e della loro natura pacifica! Una vergogna che rappresenta uno dei tanti grani avvelenati del rosario colonialista, della sua furia sterminatrice verso animali e uomini. Alla fine del ‘600, il Dodo fu estinto del tutto sì, FU ESTINTO, perché continuare a scrivere “si estinse”, come va per la maggiore nelle pubblicazioni scientifiche, significa essere complici di un crimine e coprire ciò che avvenne realmente con la coltre ipocrita dell’ineluttabilità e di una presunta legge di natura ineluttabile che, se fosse stata davvero operante e giusta, avrebbe fatto olocausto dei colonialisti, non del Dodo.

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Oggi questo volatile, divenuto oggetto di ornamento nei secoli passati con le sue penne e le sue piume, è un esotico richiamo presente nella bandiera delle Isole Mauritius, nonché in alcune opere letterarie, da  Il diario di Adamo e di Eva  di Mark Twain ad Alice nel Paese delle Meraviglie  di Lewis Carroll. Resta, malinconico e forse un po’ cinico, il canto poetico di Hilaire Belloc:

The Dodo used to walk around,
And take the sun and air.
The sun yet warms his native ground –
The Dodo is not there!

The voice which used to squawk and squeak
Is now forever dumb
Yet may you see his bones and beak
All in the Mu-se-um.

Il Dodo era solito andare in giro,
E prendere il sole e l’aria.
Il sole brilla ancora sul suo terreno natio –
Il Dodo non c’è più!

La voce che era solita starnazzare e squittire,
È ora per sempre muta –
Ma puoi vedere ancora il suo scheletro ed il suo becco,
Tutti nel mu-se-o. 

 

L’Aral: un mare di bugie tra perestroika e capitalismo

L’Aral: un mare di bugie tra perestroika e capitalismo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il mondo capitalista ha rovinato, con i suoi metodi dissennati di consumo delle risorse naturali, produzione e diffusione delle merci, gran parte dell’ecosistema mondiale. Come sempre avviene, in ogni ambito, la borghesia ha sentito pertanto il bisogno di mascherare questa catastrofe planetaria accusando l’Urss ed il sistema socialista di aver devastato l’ambiente e la natura. Uno dei cavalli di battaglia che sono stati lanciati al galoppo nell’arena della disinformazione, è quello del Lago di Aral, che sarebbe stato prosciugato fino a quasi scomparire dai mostri comunisti, sempre intenti a distruggere ogni forma ed elemento del creato. Quanti compagni, anche in buona fede, sono caduti in questa trappola e pensano, tuttora, che il Lago di Aral sia stato del tutto cancellato, fatto scomparire per le draconiane necessità dell’economia sovietica. Tutto falso! Vediamo come stanno realmente le cose un passo alla volta, senza apologie macchiettistiche, certamente, ma anche senza reprimende e catastrofismi pseudo – ambientalisti privi di senso e di base logico – argomentativa.

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Il Lago di Aral è considerato dai russi un mare ed infatti il suo nome, nella lingua di Tolstoj, di Dostoevskij, di Lenin e di Stalin, è “Aral’skoe More”, ovvero “Mare di Aral”. Tale “amplificazionE” lessicale – concettuale, che riflette la weltanschauung del popolo russo, la sua intima, appassionata familiarità con i grandi, sconfinati spazi, la si ritrova, humboldtianamente, anche nelle lingue uzbeka e kazaka, le quali si riferiscono alla grande massa d’acqua in questione, rispettivamente, con i nomi di “Orol Denghizi” ed “Aral Tengizi”. Pure il gruppo etnico dei Karakalpaki, stanziato prevalentemente nella parte nord – occidentale dell’Uzbekistan, utilizza nella sua lingua, appartenente alla famiglia turca al pari di quella uzbeka, l’espressione “Ten’izi Aral”, con posposizione del nome proprio rispetto all’assetto grammaticale uzbeko e kazako. Il Mare di Aral (lo chiameremo d’ora in poi così anche noi, per rafforzare, anche lessicalmente, la nostra opera di smascheramento) è un bacino endoreico (ossia senza emissari) che si estende su più di 8.000 kmq in Asia Centrale, tra Kazakhstan ed Uzbekistan. Tanto per addurre un confronto, si pensi al fatto che il l’area coperta dal Lago di Como è di 146 kmq, quella compresa nel Lago di Costanza misura 536 kmq, mentre il Grande Lago Salato statunitense occupa 4.662 kmq ed il Lago Manitoba, canadese, 4.706 kmq. Se è vero che non possiede emissari, il Mare di Aral ha, però, due immissari principali di eccezionale importanza: essi sono l’Amu Darya (l’Oxos del mondo greco – classico, il Jayhun del mondo antico – persiano) ed il Syr Darya (conosciuto dai greci antichi come Iaxartes). Il primo si snoda per 2.540 km, con una portata media di 2.134 metri cubi al secondo; il secondo percorre invece 2.212 km, con una portata media di 1.234 metri cubi al secondo.

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Il bacino idrogeologico dei due grandi immissari del Mar d’Aral

Sfruttato agli inizi del ‘900, eminentemente per attività di pesca, da rinomati mercanti russi (Lapscin, Ritkin, Makeev e Krasilnikov, solo per citarne alcuni), il Mare di Aral conobbe le prime opere di irrigazione ad esso collegate (per mezzo dell’utilizzo delle acque dell’Amu Darya e del Syr Darya ) a partire dagli anni ’30, quando Stalin, il Partito Comunista Bolscevico dell’Urss ed il Governo sovietico decisero di avviare una gigantesca opera di ingegneria sociale ed economica, rendendo fertili e feconde terre prima desertiche, inospitali, battute da venti aridi e secchi. Grazie a quest’intensa pianificazione di lavori spesso mastodontici, svolti in condizioni ambientali tra le più proibitive immaginabili, l’Asia centrale sovietica cambiò volto in un brevissimo lasso di tempo, passando dall’arcaicità dei modi di vivere e di produrre alla modernità più piena e foriera di benessere: non quella capitalista, con vantaggi per pochi e sfruttamento, disagi e povertà per i più, ma quella socialista, con le nuove acquisizioni ed i progressi messi a disposizione dell’elevamento materiale, spirituale e culturale dell’intero popolo. Una miriade di canali d’irrigazione venne a solcare, rete di provvidenziale alimento per nuovi campi e colture, tutta la zona prossima alla poderosa distesa d’acqua ed anche alcune zone situate più lontano. Grazie a queste realizzazioni, molti uzbeki e kazaki poterono incrementare il loro consumo di riso, grano, frutta e verdura, fino a livelli paragonabili a quelli dell’Europa di oggi (e si partiva da condizioni ben più grame e difficili!).

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Raccolta del cotone in Uzbekistan, ora anche con lavoro minorile semischiavile, ah le meraviglie del capitalismo…

Fu sviluppata, certamente, anche la coltura del cotone: a tal proposito, occorre sottolineare che quanti sostengono che tale coltura fu un’imposizione colonialista della politica economica sovietica, in primis non hanno nemmeno idea di ciò che significhi la parola colonialismo, in secondo luogo qualificano paradossalmente come inutile una coltura che, nelle sue fasi di trasformazione successive al raccolto, dà forma a vestiti, bende e garze per medicazioni. Forse che vestirsi bene ed in maniera elegante nella stagione estiva come in quella invernale, nonché ricevere trattamenti medico – infermieristici adeguati, fuggendo da setticemie e cancrene con elementari accorgimenti (fino agli anni ’30 del ‘900 assai rari, in quei contesti), vuol dire essere succubi del colonialismo? Ad ogni buon conto, negli anni ’50, ossia venti anni dopo la costruzione dei canali di irrigazione, il Mare di Aral non solo non mostrava segni di “crisi”, ma si estendeva, suggestivo, per ben 68.000 kmq, con una lunghezza di 426 km, una larghezza di 284 e una profondità massima pari a 68 m. Tutto ciò veniva dal cielo? No, ma dall’attenzione e dalla cura riversate nella pianificazione delle nuove opere, in armonia con i fabbisogni del popolo e la salvaguardia della natura, da Stalin e da tutto il vertice del Partito e dello Stato, coadiuvati da figure di comunisti del panorama uzbeko quali Usman Yusupovich Yusupov, Sharof Rashidovich Rashidov, Akmal Ikramovich Ikramov (fintantochè costui non si vendette agli inglesi, sempre presenti a mestare nel torbido in quella regione strategica). In quello stesso periodo, mari, fiumi e laghi situati nell’occidente capitalista videro i primi, preoccupanti segni di un inquinamento e di un depauperamento destinati a trasformarli spesso, di lì a poco, in corsi d’acqua bisognosi di risanamento o condannati definitivamente, senza possibilità di appello, alla scomparsa. L’Amu Darya ed il Syr Darya, immissari basilari, scorrevano possenti e argentini, cantando un’ode al rigoglio di una natura prima avara ed inclemente, che il socialismo aveva trasformato da sogno in realtà. Il Mare di Aral brillava in faccia al sole, come i sorrisi dei contadini, degli operai, degli ingegneri kazaki ed uzbeki, in special modo di questi ultimi, i quali erano stati artefici, in larga misura, di un prodigio: se nel 1946, solo per considerare un’annualità, il raccolto di cotone dell’Urss era stato pari a 1,6 milioni di tonnellate metriche, alle porte del 1953 esso toccava ormai i 4 milioni (sarà di 4,3 milioni nel 1954). L’Asia centrale contribuì a queste cifre in ragione del 60 – 70% del totale.

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La fertile vallata dell’Amu Darya

Dopo la morte di Stalin, in particolare dopo il XX Congresso del Partito Comunista, l’Urss virò in direzione non già di un capitalismo rovinoso, come alcuni analisti superficiali, presunti marxisti – leninisti, hanno sempre sostenuto, ma, questo sì, di un nuovo metodo economico di gestione troppo incentrato sul profitto, sugli indici di sviluppo, su di un efficientismo spesso disattento verso l’esigenza di armonizzare lo sviluppo delle forze produttive e, complessivamente, dell’economia, con la tutela delle risorse naturali. Questo fu vero soprattutto nel periodo del revisionista Krusciov, quando la rincorsa ai tassi di crescita divenne a tal punto spasmodica da sfociare, a volte, nell’esito opposto a quello desiderato, con diseconomie evidenti nell’impiego delle materie prime, delle fonti di energia e nei processi produttivi, con l’apparire di fenomeni preoccupanti di penuria e aritmia nell’approvvigionamento della popolazione. I manager d’assalto, trincerati dietro alle loro scrivanie ingombre di carte, alla luce delle massicce lampade di bachelite, impartivano febbrilmente ordini volti a trasformare i diagrammi affissi alle loro spalle in realtà, a volte a discapito dello stesso fattore umano così prezioso e da Stalin sempre posto al centro nell’edificazione dell’economia socialista. Brezhnev, asceso alla direzione del PCUS con l’appoggio di energie giovanili che, cresciute sotto l’ala protettiva di Stalin, avevano sempre visto in cagnesco il dilettantismo kruscioviano, corresse in larga misura la rotta (basti pensare a tutte le leggi emanate per la delocalizzazione di fabbriche inquinanti), ma mai si tornò, strutturalmente, a quell’attenzione, a quell’equilibrio nella pianificazione dello sviluppo economico – sociale, con il rigoroso calcolo comparato di costi e benefici, che Stalin aveva considerato sempre fondamentale e anzi necessario. Le dinamiche relative a tale nuovo approccio non potevano non affettare, di conseguenza, anche i processi inerenti all’utilizzo delle acque che affluivano verso il Mare di Aral.

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Tutto ciò sia detto, chiaramente, senza nulla concedere alle Cassandre dell’antisovietismo professionale: lo specchio d’acqua era ancora in perfetta salute e prometteva un avvenire sempre più prospero ai popoli sovietici che ne traevano nutrimento e beneficio. Accadde però che, ad una nuova politica meno attenta verso le risorse naturali del Paese, si accompagnarono fattori naturali, non prevedibili, che iniziarono, dagli anni ’60, a porre un’ipoteca sule condizioni del Mare di Aral. Mentre la costruzione dei canali di irrigazione ricevette ulteriore impulso e nuovi successi costellarono il firmamento del progresso economico dell’Asia centrale, per la prima volta la vitale risorsa idrica dette segni di criticità: a partire dal ’61, si registrò una diminuzione annuale del livello del Mare di Aral variabile tra i 20 e i 90 centimetri. Parallelamente alla realizzazione di opere irrigue, l’ittiofauna, valorizzata e tutelata negli anni ’40 e ’50 a scopo ambientale, con vincoli ben precisi posti alle attività di pesca, cominciò dagli anni ’60 ad essere inquadrata e sfruttata su vasta scala come risorsa alimentare: se nel 1946 il pescato del Lago di Aral era ammontato a 23.000 tonnellate, negli anni ’80 esso giunse a quota 60.000 tonnellate, con 77 nuovi centri di pesca, allevamento e trasformazione industriale del pesce creati in Kazakhstan ed Uzbekistan. Uno sviluppo impressionante, che, in parte, compromise la salute dello specchio d’acqua incastonato, un tempo, tra i deserti. Intanto, però, per bilanciare critiche ed osservazioni, dobbiamo dire che, nello stesso periodo, la superficie delle terre irrigate nell’Asia centrale sovietica passò da 4,5 a 7 milioni di ettari. Ovvero, per un Mare di Aral che si restrinse a causa del’incremento della presenza di colture particolarmente idrovore, vaste porzioni di territorio uzbeko e kazako, prima aride o interessate da debolissimi sistemi di irrigazione, dipendenti dai cronici capricci di una pluviometria già di per sé poco generosa, conobbero la floridità e condizioni adatte all’insediamento umano mai viste prima. Questo, i coccodrilli che piangono sulle sorti del Mare di Aral per dar sfogo al loro antisovietismo, omettono sempre di ricordarlo! Mai una volta che si menzioni il fatto che il Kazakhstan e l’Uzbekistan, lungi dal rappresentare “scatoloni” di cotone destinati a questo ruolo da inesistenti “colonialisti” al potere a Mosca, videro incrementare costantemente, negli anni del socialismo, in primo luogo le colture alimentari, che procedettero di pari passo con quelle del cotone e non ne furono certo ancelle.

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Basti pensare che, negli anni ’80, solo l’Uzbekistan produsse la bellezza di 136.000.000 di litri di vino, assieme all’85% dell’intero raccolto sovietico di uva sultanina e uva passa. L’Uzbekistan era, all’epoca, il più grande produttore di frutta e verdura dell’Urss! Scavando ulteriormente negli annali statistici, si vede che la Repubblica centro – asiatica, nel 1991, poco prima del crollo dell’Urss pilotato da Gorbaciov e compagnia, produsse ben 3.348.000 tonnellate di vegetali (su 165.700 ha) e 914.000 tonnellate di meloni (su 83.200 ha); nel 2002, in piena era capitalista, le cifre relative a tali prodotti subiranno un tonfo, precipitando, rispettivamente, a 2.936.000 e a 479.000 tonnellate. Perfino la patata, quasi del tutto sconosciuta prima del 1917 da queste parti, nel 1990, nel caos e nella disorganizzazione della perestrojka, era ancora coltivata su vaste estensioni e garantiva una quantità pro – capite destinata al consumo tutt’altro che trascurabile, pari a 16/17 kg annui, integrata ovviamente da altri quantitativi messi a disposizione dalla Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, da quella ucraina e dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, ovvero dai maggiori produttori sovietici e mondiali del tubero. Il cotone, nel 1990, occupava 1.800.000 ha e, dal 1980 al 1990, registrò una produzione pari a più di 5.000.000 di tonnellate. Troppo? A ben vedere, essa non fu poi di molto superiore a quella degli anni ’50, anche se la consistenza delle riserve idriche mano a mano andò scemando ed una pianificazione più lungimirante ed efficace tanto a livello centrale quanto repubblicano avrebbe, dal 1980, consentito di parare il colpo. Di certo, non vi fu alcuna “truffa del cotone” volta a gonfiare artatamente e sistematicamente le rese, almeno nei termini in cui essa fu raccontata e anzi montata dai mezzi di comunicazione per impulso di quegli ambienti che, volendo tirare la volata a Gorbaciov, e volendo colpire una Repubblica, come l’Uzbekistan, fedele a Brezhnev e alla vecchia guardia del PCUS, profusero ogni sforzo nella decapitazione, anche per via giudiziaria, di un’intera classe dirigente, con Sharof Rashidov in testa, eletto, quest’ultimo, a capro espiatorio di una lotta per il potere oscura, che cercheremo di inquadrare in un prossimo studio. Ad ogni modo, accanto a circa 5.000.000 di tonnellate di cotone, nel 1990 vi fu una produzione di grano e cereali pari a 1.400.000 tonnellate, dato assai rilevante, per una Repubblica esposta a condizioni climatiche tutt’altro che propizie per quel genere di colture, anche una volta eseguite le più avanguardistiche opere di irrigazione e i più efficaci interventi di agronomia.

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Campi uzbecki di cotone

Complessivamente, a smentire la tesi della prevalenza quasi esclusiva del cotone, abbiamo lo schema della ripartizione in percentuale delle colture: nel 1990, al cotone fu riservato il 41% della superficie coltivata, al grano il 32%, alla frutta l’ 11%, ai vegetali il 4%, ad altre colture alimentari il 12%. Il 59% della superficie agricola uzbeka, quindi, non era occupata da cotone! A dispetto di ogni catastrofismo, nel 1980 il Mare di Aral aveva ancora una superficie pari a 51.675 kmq (nel 1950 / 60 era di 68.000) e un livello medio pari a 46,40 m (nel 1950 / 60 era di 53 – 54 m). Con una maggiore attenzione a certi fenomeni distorsivi nell’impiego di acqua, aggravati da alcuni ostacoli naturali insuperabili, contestualmente ad un più attento calcolo dei reali fabbisogni di cotone e di altre colture, si sarebbe potuto non già impedire del tutto questa diminuzione (come vedremo tra un po’, non sarebbe stato possibile), ma, questo sì, arginarla. Nel 1990, dopo la tanto decantata riconversione delle colture andropoviano – gorbacioviana, la superficie del Mare in questione si era comunque ristretta a 36.800 kmq, mentre il livello medio era sceso a 38,24 m. La perestrojka, dunque, non ha recato benefici nemmeno al Mare di Aral, a dispetto di strombazzamenti mediatici ossessivi e disinformanti!

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Il fatto degno di nota, però, quello più occultato dai media mondiali dal filone antisovietico in tutte le sue salse, è che la vera crisi del Mare di Aral non è cominciata né negli anni ’30, né negli anni compresi dal 1960 al 1990, quando pure si sono verificate, come abbiamo avuto modo di rilevare, alcune pecche nella conduzione economica e, nello specifico, nella gestione della risorsa della quale stiamo trattando. Il Mare di Aral ha conosciuto il processo più imponente di ritiro a partire dal crollo dell’Urss. Questa, la verità più lampante e taciuta dal filone antisovietico in tutte le sue salse!

Vediamo le tappe di questo irrefrenabile declino: dopo la divisione del Mare in Piccolo Aral e Grande Aral, a partire dalla fine degli anni ’80, per i ben noti fenomeni di evaporazione e depauperamento, nel 1993 la superficie scendeva a 36.182 kmq, per poi restringersi fino a 17.200 kmq nel 2004, con 30.40 m di livello medio. Nel 2009 si giunse a 7.434 kmq, per risalire a 13.836 nel 2010 e ridiscendere a 8.303 kmq nel 2015. Il tutto accompagnato, naturalmente, da un cospicuo aumento dei livelli di salinità. Se fossimo come gli antisovietici di professione, se fossimo impastati della loro stessa malafede, della loro disonestà intellettuale, del loro disprezzo per qualsiasi analisi obiettiva e spassionata, potremmo sostenere tranquillamente che il capitalismo ha ucciso il Mare di Aral, che l’unico e solo imputato da condurre alla sbarra in un ipotetico processo ambientale, è il modello di sviluppo impostosi in Uzbekistan dopo il 1991. Essendo marxisti, rigorosi e metodici negli approfondimenti e nelle disamine, non possiamo non prendere in considerazione altri dati di carattere storico e scientifico che contribuiscono a far luce sul processo di crisi di uno specchio d’acqua il quale, nonostante tutto, ancora oggi surclassa per estensione, come abbiamo avuto modo di vedere, vari laghi mondiali assai rinomati.

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Innanzitutto, il Mare di Aral ha sempre presentato massicce fluttuazioni dei suoi livelli nel corso di varie epoche: tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, vi fu un processo di ritiro impressionante che condusse alla formazione di isole ed isolette, da Barsakelmes all’Isola della Rinascita, passando per quelle di Kaskakulan, Kozzhetpes, Uyaly, Biyiktau. Studi seri e circostanziati condotti da scienziati sovietici, russi ed uzbeki, fondati su calcoli complessi ed esaustivi, sono arrivati alla conclusione che, ad incidere sull’abbassamento del livello e sul restringimento del Mare di Aral, non è stata tanto l’irrigazione delle colture (responsabile solo in ragione del 23%), quanto la duplice interazione di fattori climatici incontrollabili o non interamente dipendenti dalle scelte di sviluppo compiute (per un 15%) e di fenomeni strutturali di permeabilità del suolo che hanno condotto al depauperamento delle risorse idriche (per un 62%).

Ora, con l’ausilio delle percentuali, riusciamo meglio a comprendere quanto accennavamo sopra, e cioè che limitando la coltura del cotone si sarebbe solo ridotto il danno, non lo si sarebbe di sicuro impedito (il che non vuol dire, lo ripetiamo, che non si sarebbero dovuti profondere sforzi in tal senso, visto che ogni miglioramento è da salutare sempre con favore).

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A coloro i quali vaneggiano di prelievi idrici che non si sarebbero dovuti compiere per niente, rispondiamo che il problema, lo stesso problema, l’avrebbero tirato fuori, sempre strumentalmente, qualora il Mare di Aral fosse stato maggiormente preservato e, al suo posto, si fossero condannati al deserto perpetuo tanti luoghi dell’Uzbekistan e dell’Asia centrale oggi resi fertili e ridenti dalle opere irrigue compiute durante l’era sovietica. In quel caso, oggi assisteremmo al pianto greco su miserabili tribù di predoni, vaganti alla ricerca di cibo in una natura ostile piena di malattie e morti per fame. Chi poi lamenta l’assenza di opere di adduzione di acqua dalla Siberia, attraverso il fiume Ob, dovrebbe spiegare per quale misteriosa ragione l’Aral è sacro mentre nessuna importanza avrebbe il clima della Siberia, che da quelle opere gigantesche di conduzione idrica, ipotizzate ed accantonate già in epoca sovietica, avrebbe ricevuto e riceverebbe un colpo esiziale, con danni incomparabilmente più gravi di quelli subiti dal Mare di Aral.

Non vi è stato quindi alcun genocidio ambientale pianificato dai “perfidi sovietici”, così come ce lo hanno dipinto di volta in volta faziosi ed apocalittici predicatori, pseudo – ambientalisti alla ricerca di fondi e visibilità per le loro cause (in nulla e per nulla coincidenti con l’ambientalismo serio, che è e resta necessario), agenti stranieri e diplomatici interessati alla distruzione dell’economia dell’Urss, al soffocamento di ogni velleità di rinascita di uno spazio eurasiatico forte, integrato e concorrenziale con le talassocrazie anglosassoni (in tal senso sono da leggersi gli strali diretti contro l’agricoltura uzbeka, e contro la coltura del cotone in particolare, da parte dell’ambasciatore inglese Craig Murray una decina di anni fa).

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Grazie ai tardivi provvedimenti del governo kazako il livello delle acque, almeno nella parte settentrionale del bacino d’Aral, sta crescendo

Piotr Zavyalov, Vice – direttore dell’Istituto di Oceanologia dell’Accademia delle Scienze russa, ha affermato più volte che, pur nella crisi forte che l’ha colpito, il Mare di Aral conserva un proprio ecosistema vivo ed assai interessante. Non vi è stata nemmeno, attorno al Mare di Aral, nei luoghi popolati ad esso prossimi, quella pandemia, quell’emergenza sanitaria che certi allarmisti da strapazzo e alcuni scienziati disinformati e disinformatori hanno teso accreditare anche in sede scientifica: i Karakalpaki non sono quel popolo martoriato da malattie croniche, da “piaghe d’Egitto” impietose e crudeli che certi giornalisti e scienziati al soldo del capitalismo ci hanno dipinto, ma erano in epoca sovietica e sono, in parte ancora oggi, uno dei popoli più prosperi e laboriosi dello spazio eurasiatico. Alcuni dati sul movimento demografico dei Karakalpaki parlano da soli, anche rispetto al loro stato di salute: nel 1979 essi ammontavano, in Uzbekistan, a 281.800 individui, mentre nel 1989 il censimento pansovietico ne rilevava, sempre nella Repubblica centro – asiatica, 390.000, con un aumento vicino al 40% (oggi sono 510.000)! Un tasso di accrescimento che, in sé e per sé, fa piazza pulita di ogni catastrofismo legato alla questione del Mare di Aral . Il tasso di natalità dei Karakalpaki era, attorno agli anni 2000/2001, del 23 per mille (superiore alla media uzbeka), mentre il tasso di mortalità era del 5.9 per mille (di poco superiore alla media dell’Uzbekistan). Numeri che di tutto sono specchio fuorché di un girone dantesco. Da considerare, poi, il fatto che la natalità, in quel periodo, era in forte declino (quasi dimezzata) rispetto al periodo sovietico e la mortalità, sempre rapportata a dieci – quindici anni prima, era in aumento.

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Pesca nella parte nord del Mar d’Aral

Sorvoliamo del tutto, per ora, sulla grottesche e ridicole accuse circa la presenza di bacilli pestilenziali nella zona dell’Aral, sfuggiti al controllo delle autorità responsabili della vigilanza in tema di guerra chimica e batteriologica e riemersi dopo il ritiro del lago e l’abbandono di installazioni militari. Tratteremo questo tema in un altro articolo.

In conclusione, possiamo dire che la vicenda dell’Aral è la stessa vista in mille altre occasioni: un imbroglio della propaganda antisovietica, la quale, nella sua sublime imbecillità, ritiene di poter fare a meno e del buonsenso e della scienza. Non è un atteggiamento degno di un onesto studioso, né tantomeno di un marxista – leninista, quello di ondeggiare tra l’apologia del “ tutto rose e fiori “ e la vis delendi del “ tutto va male “ del “ tutto è una catastrofe “. Ciò vale rispetto ad ogni questione, problematica, fatto o principio.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Purtroppo le fonti disponibili sono, in larga parte, denigratorie dell’epoca sovietica, ma, se è vero che opere in netta difesa della verità storica sull’Aral sono ancora tutte da scrivere, è altrettanto vero che contributi più obiettivi di quelli solitamente circolanti sul tema erano e sono reperibili. Ne diamo le coordinate qui sotto. Tutte le fonti russe sono traducibili con l’ausilio del PC.

Sulla ricerca scientifica inerente cause e contesti delle vicende del Mare di Aral: академик Н. А. Шило «Причина исчезновения Арала найдена?», in «Наука в России». № 6 1995.

Sulla storia del Mare di Aral: https://orexca.com/rus/prearal.shtml (vi sono imprecisioni ed esagerazioni, ma la messe di dati offerta è comunque utile e meritevole di apprezzamento).

Sul dibattito inerente il Mare di Aral: http://expomod.ru/izvestnykh-prichin-pochemu-vysokhlo-aral/

Mappa “evolutiva” del Mare di Aral:

Sulla demografia dei Karakalpaki e dell’Uzbekistan:  www.karakalpak.com/stanpop.html