L’omosessualità in URSS

Di ALFONSO CASAL

TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS

FONTE

Il fatto che l’omosessualità fosse penalmente sanzionata ai sensi del diritto sovietico è qualcosa che spesso viene gettato in faccia dei comunisti in generale, e vine utilizzato per “screditare” il compagno Stalin in particolare. Infatti, “Stalin odiava i gay” è una cosa che ho visto pubblicare online numerose volte da trotzkisti ed anarchici. Dubito che Stalin abbia mai scritto qualcosa sulla questione o ne abbia mai parlato in pubblico. In ogni caso, tale accusa è per la sua stessa natura, decontestualizzata e fuorviante. Ciò che deve essere affermato con chiarezza è che l’opinione legale e medica su questa faccenda non era diversa da quella che a quell’epoca andava per la maggiore e cioè che l’omosessualità fosse un disturbo psico-sessuale, una forma di malattia mentale. Inoltre, c’erano argomentazioni che tentavano di collegare l’omosessualità al fascismo, soprattutto se si considera che molte delle camicie brune di Hitler erano omosessuali. [NDT: per un’ottima disamina della questione vedasi http://signal-it.blogspot.it/2012/04/nazismo-e-omosessualita.html]

Per quanto oggi possa sembrare sbagliata questa opinione, essa deve essere affrontata nel suo contesto storico in quanto la scienza avanza, la conoscenza cresce e si approfondisce. La branca della scienza della sessualità umana rimase nella sua infanzia per tutta la durata della vita di Stalin. La morte di Stalin avvenne nel 1953. Egli morì prima della “rivoluzione sessuale” e non sentì mai parlare di Alfred Kinsey,di Masters e Johnson o del “rapporto Hite”. In realtà fu solo nel 1975 che la stessa American Psychological Association smise di classificare l’omosessualità come un disturbo mentale. Aspettarsi che Stalin e la Russia sovietica nel 1930, potessero anticipare i progressi della scienza medica e psicologica che si verificarono quarant’anni dopo è ingenuo o pericoloso. Va notato, in confronto, che la DDR aveva una politica molto più aperta e positiva nei confronti dell’omosessualità. Ciò può essere spiegato dal fatto che gli studi di sessuologia erano più avanzati in Germania che in qualsiasi altro paese del mondo, ma anche questo deve anche essere visto in un contesto storico, come parte non solo dell’approfondimento della conoscenza scientifica, ma anche della diffusione di tali conoscenze in tutta la società in generale. Nel 1987, la legge della DDR affermava che “l’omosessualità, come l’eterosessualità, rappresenta una variante del comportamento sessuale. Le persone omosessuali non possono quindi stare fuori società socialista, e i diritti civili sono garantiti a loro esattamente come a tutti gli altri cittadini“.

Questa è la risposta giusta. Come marxisti-leninisti, siamo scienziati. Come scienziati cerchiamo di far avanzare la conoscenza umana e la comprensione. E man mano che le nostre conoscenza e comprensione crescono, così cresce la nostra ideologia. Oggi non c’è un solo comunista degno di questo nome che non supporti con tutto il cuore i diritti dei gay.

Inoltre penso che si dovrebbe anche sottolineare che, nonostante l’idea che l’omosessualità fosse un disturbo mentale, la legge attuale in questione, l’articolo 121 del codice penale sovietico, era praticamente applicata solo in casi di pedofilia, con circa 800 – 1000 procedimenti all’anno.

Wikipedia (ognuno può controllare velocemente) cita la “Grande Enciclopedia Sovietica” del 1930:

“la legislazione sovietica non riconosce i cosiddetti delitti contro la morale. Le nostre leggi partono dal principio di protezione della società e quindi abbiamo la sanzione della legge solo in quei casi in cui i ragazzi minorenni sono oggetti di interesse omosessuale… pur riconoscendo la scorrettezza dello sviluppo omosessuale… la nostra società combina misure terapeutiche profilattiche e di altro tipo con tutte le condizioni necessarie per rendere meno dolorosi possibile i conflitti che affliggono gli omosessuali e per risolvere problema del loro tipico estraniamento dalla società tipica all’interno della collettività” Sereisky, Grande Enciclopedia Sovietica, 1930, p. 593

In realtà i comunisti erano più progressisti sulla questione dei diritti degli omosessuali di quanto non fosse la società borghese del tempo. Ancora una volta, la cosa importante è il livello di comprensione scientifica e la misura in cui tale conoscenza sera diffusa in tutta la società nel suo complesso. La Germania ebbe la storia più lunga nella ricerca psicologica e medica sulla sessualità umana. Esisteva in questo paese un Istituto di Sessuologia già a partire dal 1920. I nazisti lo chiusero quando salirono al potere. I principali ricercatori medici presso l’Istituto di Sessuologia erano iscritti al KPD. Proprio così, il KPD, il partito comunista tedesco “STALINISTA”. Molti comunisti tedeschi non solo sostenevano i diritti dei gay, ma erano pionieri della liberazione sessuale. In effetti, un certo numero di loro cantava le lodi della salubrità del nudismo. In questo numero vanno inclusi il padre e la famiglia di Markus Wolf. Markus Wolf sarebbe poi diventato il capo dello spionaggio dela DDR; l’uomo che la CIA avrebbe definito “l’uomo senza volto”, perché non era in possesso di una sua fotografia.

Inoltre un tema molto, troppo amato dai trozkisti, tema che viene rinfacciato ai marxisti-leninisti è: “Lenin ha depenalizzato l’omosessualità”. I fatti, sono un po’ diversi:

“L’iniziativa per la revocazione della legislazione antiomosessuale, dopo la rivoluzione di febbraio 1917, era venuta, non dai bolscevichi, ma dai cadetti (democratici costituzionali) e dagli anarchici (Karlinsky, 1989). Tuttavia una volta che il vecchio codice penale dovette essere abrogato dalla Rivoluzione d’Ottobre, i suoi articoli che riguardavano l’omosessualità cessarono di essere validi. I codici penali della Federazione russa del 1922 e del 1926 non facevano alcuna menzione dell’omosessualità, anche se alcune leggi corrispondenti rimanevano in vigore in luoghi in cui l’omosessualità era più diffusa: nelle repubbliche islamiche dell’Azerbaigian, del Turkmenistan e dell’Uzbekistan, così come nella cristiana Georgia”.

“Gli esperti medici e legali sovietici erano molto orgogliosi della natura progressiva della loro legislazione, nel 1930 il perito medico Sereisky (1930) scriveva nella Grande Enciclopedia Sovietica: ‘La legislazione sovietica non riconosce i cosiddetti delitti contro la morale. Le nostre leggi partono dal principio di protezione della società e, pertanto, vine prevista la punizione solo in quei casi in cui i minori sono gli oggetti dell’interesse omosessuale’ (p. 593)”.

“Come Engelstein (1995) cita giustamente, la depenalizzazione formale della sodomia non significa che tale condotta fosse invulnerabile a ogni procedimento legale. L’assenza di leggi formali contro il rapporto anale o lesbismo non ha impedito la persecuzione del comportamento omosessuale come forma di comportamento disordinato. Dopo la pubblicazione del codice penale del 1922, ci furono proprio in quell’anno almeno due famosi processi per pratiche omosessuali. L’eminente psichiatra Vladimir Bekhterev testimoniava che ‘la dimostrazione pubblica di tali impulsi… è socialmente pericolosa e non può essere permessa’ (Engelstein, 1995, p. 167). La posizione ufficiale della medicina e della legge sovietiche nel 1920, come risulta dall’articolo nell’enciclopedia di Sereisky, era che l’omosessualità fosse una malattia difficile, forse addirittura impossibile da curare. Quindi, ‘pur riconoscendo la scorrettezza dello sviluppo omosessuale… la nostra società combina misure terapeutiche, profilattiche e di altro tipo con tutte le condizioni necessarie per rendere i conflitti che affliggono gli omosessuali più indolori possibile e per risolvere la loro tipica estraneità alla società all’interno della collettività (Sereisky 1930 , p. 593).”

“Il numero preciso di persone perseguite ai sensi dell’articolo 121 è sconosciuto (le prime informazioni ufficiali furono rilasciate solo nel 1988), ma si crede che si aggirasse sui 1000 casi l’anno. Al momento secondo i dati ufficiali, il numero di uomini condannati ex articolo 121 è in costante diminuzione dalla fine del 1980. Nel 1987, 831 uomini sono stati condannati (questo dato si riferisce all’intera Unione Sovietica); nel 1989, 539; nel 1990, 497; nel 1991, 462; e nei primi 6 mesi del 1992, 227, tra i quali quasi tutti, eccetto 10 sono stati condannati ai sensi dell’articolo 121.2 (le cifre sono solo per la Russia) (Gessen, 1994). Secondo gli avvocati russi, la maggior parte delle condanne sono infatti ex articolo 121.2, l’80 per cento dei casi è correlato al coinvolgimento di minori fino a 18 anni (Ignatov, 1974). In un’analisi di 130 condanne di cui all’articolo 121 tra il 1985 e il 1992, si è riscontrato che il 74 per cento degli accusati sono stati condannati in forza del 121.2, di cui il 20 per cento lo sono stati qa causa di stupro mediante l’uso della forza fisica, l’8 per cento per l’utilizzo di minacce, il 52 per cento per aver avuto contatti sessuali con minori, il 18 per cento sfruttando uno stato di vulnerabilità e il 2 per cento abusando della dipendenza delle vittime (Dyachenko, 1995)”.

http://www.gay.ru/english/history/kon/soviet.htm

Quindi, in conclusione: Lenin NON HA depenalizzato specificamente l’attività omosessuale. Il codice penale zarista fu dichiarato nullo ed insieme ad esso decadde la legislazione anti omosessuale. I codici penali sovietici del 1922 e del 1926 non menzionarono l’omosessualità, ma leggi anti-omosessuali rimasero nella codificazione delle repubbliche islamiche e della Georgia. Quando l’omosessualità rientrò nel codice penale sovietico, le azioni penali contro gli omosessuali furono relativamente rare (circa 1.000 casi l’anno su una popolazione di 200 milioni di persone) e quelli che furono perseguiti, lo furono in base a casi di stupro, pedofilia e di abuso su persone non autosufficienti e vulnerabili.

Questi sono i fatti. Era una legge perfetta? Ovviamente no! Era una buona legge o qualcosa da ammirare o ripetere? No. Questa legge si prestò ad abusi e persone innocenti furono condannate? Probabilmente sì, come purtroppo succede in tutti i sistemi giuridici, ma l’intento e la portata della legge furono molto diversi da quello che la propaganda della “sinistra” anticomunista e anti Stalin vuole far credere.

I garages in URSS: progresso e boheme metropolitana tra socialismo e crescita dei consumi

I garages in URSS: progresso e boheme metropolitana tra socialismo e crescita dei consumi

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

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Nel 1979, la cinematografia sovietica, sempre vivacemente attenta ai mutamenti del costume, dei modi di vita, delle tendenze presenti nella società, lanciava un capolavoro del grande regista Eldar Rjazanov: “Garage”. In questo film, una serie di tipi umani assai variegati, pittoreschi, a tutto tondo, disputavano attorno al problema delle autorimesse con toni felicemente sopra le righe, in presenza di progetti urbanistici controversi e non sempre graditi. Ecco emergere, in questo microcosmo brulicante di figure colorite, il veterano di guerra, la ricercatrice, l’impiegato, il “furbetto del garagino” che, con sotterfugi e mance, si era aggiudicato il diritto a costruire la rimessa scavalcando altri nella lista. La pellicola di Rjazanov, lungi dal ritrarre un universo di fantasia, scisso dalla dimensione concreta, quotidiana, con la mediazione dello spirito immaginativo, fotografava altresì una realtà evidente e tangibile, nell’Urss di allora: il forte sviluppo della motorizzazione privata e l’ampia proliferazione di garages in ogni angolo del Paese, specie nelle Città principali. Dagli anni ’50 – ’60, infatti, l’Urss, ricostruito il proprio patrimonio produttivo, dilaniato dalla guerra come nessun altro al mondo, consolidato il benessere della società attraverso una saggia ed efficiente pianificazione economica, conobbe il boom delle auto private, un boom non “anarchico” e senza limiti come quello registratosi in occidente a scapito dei mezzi pubblici, ma comunque considerevole e tale da costringere i pianificatori e le autorità locali ad approntare nuovi strumenti, accorgimenti, infrastrutture in grado di reggere all’urto di un fenomeno in crescita ben oltre le stesse intenzioni di parte dei dirigenti del settore economico. La costruzione di garages fu uno dei principali capitoli di questo fenomeno e, in breve tempo, assunse, come vedremo, una valenza sociale, aggregativa, di forte impatto, ben oltre gli scopi primari per i quali era stata concepita.

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Negli anni ’60, il Consiglio dei Ministri dell’Urss iniziò ad incoraggiare la costruzione di garages attraverso cooperative di automobilisti. Il provvedimento “apri – pista” fu la Delibera n. 1475 del 1960 del Consiglio dei Ministri della RSFSR, che disciplinò la nascita ed il funzionamento di tali realtà associative: una GSK (“Garazhno Stroitel’nikh Kooperativakh”, Cooperativa per la Costruzione di Garage) poteva nascere con determinati requisiti fissati dalla legge pansovietica e da quella locale, assieme ai regolamenti attuativi ad esse afferenti, per iniziativa di un numero variabile, da zona a zona, di possessori di autovetture. A Mosca e Leningrado, ad esempio, una cooperativa doveva necessariamente comprendere almeno 50 automobilisti, mentre in altre Città ne bastavano 10. I membri di una cooperativa erano tenuti a darsi uno Statuto scritto e reso noto alle autorità, mentre in seno alla cooperativa dovevano essere costituiti due organi: il Consiglio di Amministrazione e la Commissione di Controllo. Nulla andava lasciato al caso, onde evitare abusi, mancanza di interlocutori e responsabili nel caso in cui insorgessero problemi e contenziosi, decisioni non ponderate. Espletati i passaggi necessari, richiesti espressamente dalla legge, la cooperativa diventava soggetto giuridico ufficialmente riconosciuto e poteva così inoltrare domanda per la concessione di terreni per la costruzione di garages. I progetti delle autorimesse dovevano essere presentati in forma collettiva, in base a standard predefiniti, ma si autorizzavano anche progetti individuali, sulla base dei criteri stabiliti a livello generale: per tale via, si evitavano operazioni urbanisticamente deturpanti, disomogenee e tali da interferire in maniera invasiva col paesaggio, in un Paese in cui, nonostante l’eccezionale estensione, ogni centimetro quadrato di terreno era prezioso, visti clima, e caratteristiche geologiche. I materiali da costruzione potevano essere acquistati nella rete commerciale statale e cooperativa, di regola nelle unità di vendita al minuto, ma anche all’ingrosso, nel caso in cui mancassero, nei negozi di vendita al dettaglio, articoli e beni necessari alla bisogna. Il terreno richiesto ed i garages che vi venivano costruiti, non potevano essere acquistati, ma rimanevano nelle disponibilità degli automobilisti riuniti in cooperativa o in uso perpetuo o per un numero cospicuo di anni (40 e più, a seconda delle disposizioni locali). Quantunque non potesse diventare proprietario, insomma, l’automobilista usufruiva di condizioni assai generose e convenienti: da un lato si evitavano fenomeni di speculazione e arricchimento personale su beni demaniali, dall’altro si evitava che il cittadino fosse in balia dei pubblici poteri o costretto a rinunciare all’uso di un bene a lui utile dopo un breve lasso di tempo. In precise circostanze e situazioni, come ad esempio lo scioglimento della cooperativa, l’automobilista, previ passaggi disciplinati da precise disposizioni, primo tra tutti l’assemblea dei soci antecedente la dissoluzione della cooperativa stessa, poteva entrare in possesso dell’autorimessa della quale usufruiva e solo di quella, o anche di un’altra, ma sempre in numero di una.

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Il garage, in Urss, era però molto di più di una semplice rimessa: esso era un piccolo “regno” nel quale gli automobilisti socializzavano, si scambiavano esperienze e pareri, riparavano le loro vetture. Le automobili sovietiche erano assai facili di aggiustare, non richiedevano elaborati e complessi interventi come la gran parte dei veicoli prodotti in occidente, pertanto era assai frequente vedere automobilisti che, nei vari garages, senza ricorrere agli ausili di meccanici o elettrauti, si davano da fare, da soli o tutti assieme, per montare un pezzo, estrarre una cinghia, pulire una componente fondamentale del motore… Si è spesso affermato, generalizzando, che in Urss l’approvvigionamento dei pezzi di ricambio per auto era spesso problematico, a singhiozzo. In realtà, ogni vettura veniva venduta, a differenza di quanto avveniva e avviene in occidente, già con un discreto contingente di pezzi di ricambio, che venivano stipati nei garages accanto agli attrezzi necessari agli interventi. Poteva accadere (come in ogni parte del mondo) che un automobilista non riuscisse a reperire, in uno o più magazzini, un pezzo di ricambio o più pezzi insieme e nello stesso momento, ma si poteva scommettere che, se in un’unità commerciale della rete statale e cooperativa mancava una vite, un bullone, un pistone, nello stesso giorno quelle componenti erano comunque nelle disponibilità del “vicino di garage”, che, nel fine settimana, era pronto ad aiutare l’automobilista in difficoltà, contando di ricevere la medesima assistenza, che infatti non mancava mai, in caso di necessità.

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Non è tutto: la gran parte dei garages, in Urss, fossero essi in mattoni o in lamiera, a seconda dei gusti e delle disponibilità di chi li costruiva, erano ampi e dotati anche di riscaldamento, a mezzo di stufe o, più raramente, di caloriferi. Basta dare un’occhiata ad una qualsiasi fotografia per veder spuntare, sopra i tetti delle rimesse, comignoli in gran numero. Ebbene, queste condizioni logistiche, di spazio e di confort, consentivano anche, in epoca sovietica, l’esistenza di un universo, per così dire, bohemienne, a metà tra il picaresco spirito del villaggio di campagna e quello dell’aristocrazia intellettuale anticonformista e creativa. “Ci vediamo al garage!” era un invito ricorrente, in Urss, che coinvolgeva vicini di casa, parenti, amici: si sfoggiava l’auto nuova, comperata a rate o in contanti, coi soldi piombati (in Urss la vita era eccezionalmente economica, a buon mercato, ed era pertanto possibile accumulare risparmi in quantità senza particolari sforzi) e, con l’occasione, si cuocevano spiedini, si brindava con vodka e cognac armeno, si cantava al suono di una chitarra o di una balalaika, si ballava, si guardava la televisione, tutti accalcati davanti al piccolo schermo di un “Elektronika – 404“ o di uno “Iunost – 406“.

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Televisore Elektronika 404

L’amicizia, il sentimento tradizionale di unità, fratellanza, condivisione, davanti ad un bicchiere e ad un piatto di cetrioli in salamoia, trionfava, come metafora reale del permanere degli ancestrali costumi del villaggio anche nell’universo urbano fatto di palazzoni residenziali, asfalto e rumori lontani dall’ovattato torpore della sterminata campagna russo – sovietica. Insomma, il garage diventava anch’esso un modo per non recidere le preziose radici, vitali per il popolo russo più che per altri popoli, del passato, delle origini, dell’identità. Quando si parla di storia dell’Urss, chi tratta e “maneggia” tale argomento dovrebbe essere pienamente cosciente della sua complessità e delle implicazioni tra storia antica e moderna che in essa sono presenti, vive e trovano espressione anche in particolari e dettagli della vita quotidiana che solo l’osservatore disattento o l’accademico prigioniero dei suoi schemi precostituiti, possono giudicare secondari e irrilevanti. E’ dal dettaglio che si comprende l’insieme, e in un paesaggio sterminato come quello dell’Urss, ciò è tanto più vero .

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Televisore Lunost 406

Riferimenti sitografici e multimediali:
https://mgsupgs.dreamwidth.org/1644376.html

Un affare sacro: i garages in URSS

Il film di Eldar Rjazanov:
https://www.youtube.com/watch?v=Xqsa4u00GXM

Solovki: l’arcipelago della mistificazione antisovietica

Solovki: l’arcipelago della mistificazione antisovietica

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Sul sistema del GULAG sovietico abbiamo già avuto modo di scrivere[vedasi qui, qui, qui, qui e qui] mettendo in luce distorsioni, il più delle volte grottesche, della verità storica, racconti fantasiosi, oscene bugie, documenti contraffatti e rivenduti al gran bazar dell’antisovietismo. Di certo, le falsificazioni più evidenti, smaccate e, in ultima analisi, maldestre, sono quelle che hanno riguardato la storia della struttura concentrazionaria sita presso le Isole Solovki. La propaganda anticomunista ed antisovietica insiste nel ripetere che, in quelle remote isole dell’estremo Nord delle Russie, a 160 km dal Circolo polare artico, funzionò un campo di lavoro che, in realtà, era un autentico campo di sterminio, presso il quale si registrarono decessi in massa e orrori inenarrabili, il tutto per colpa del Partito Comunista dell’Urss, di Stalin e della dirigenza sovietica. Ci troviamo così dinanzi all’ennesima bugia, che va smontata con il sempre valido criterio illuministico dell’analisi delle fonti, specie quelle anticomuniste, nella maniera più rigorosa e scrupolosa possibile. Le fonti, a dispetto di una pretesa oggettività insuperabile, non parlano mai da sole, ma sempre alla luce dell’ambiente nel quale sono state concepite, create e diffuse. Ogni fonte è stata sempre addotta, strumentalizzata, piegata ai fini della propaganda di questa o quella fazione. Sta agli amanti della verità, ai marxisti – leninisti autentici, restituire i contorni veri del quadro di volta in volta raffigurato, oltre la cortina fumogena della propaganda.

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Dove si trovano le isole Solovki

Come nasce la storia delle Solovki? Nel 1918, davanti alla controrivoluzione aristocratica, borghese e clericale contro il neonato Paese dei Soviet, con le bande reazionarie potentemente sostenute dalle potenze borghesi e dai loro eserciti, i distaccamenti dell’Armata Rossa e della Ceka decidono la confisca delle scorte alimentari del Monastero delle Solovki, secolare sito religioso, scorte in abbondante eccesso rispetto alle necessità quotidiane dei religiosi presenti e pronte per essere messe a disposizione delle formazioni controrivoluzionarie e degli eserciti stranieri intenzionati a costituire ovunque, nel territorio della Russia, teste di ponte per il balzo finale sul quartier generale del nuovo potere operaio e contadino.

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In questo quadro, il Monastero delle Solovki, stupendo, pregevolissimo dal punto di vista storico – artistico, non solo non viene rovinato, intaccato nella sua struttura, ma altresì protetto, con misure severissime, da ogni atto vandalico. La convivenza fra potere sovietico e monaci va avanti per due anni: nel 1920, infatti, vivono nel complesso monastico ben 400 monaci e 200 novizi, liberissimi di riunirsi, pregare, scrivere e predicare. Nessuno torce loro un capello. Di questa libertà, non gentilmente concessa, ma sancita ufficialmente nei codici e nei provvedimenti varati dal potere sovietico, all’insegna della più rigorosa separazione fra Stato e Chiesa, approfitta, come sempre è avvenuto nella storia, una parte del clero per condurre in porto progetti eversivi. Mentre il popolo compie sacrifici pesanti, sovente inumani, nella guerra civile scatenata dai controrivoluzionari, stringendo la cinghia fino quasi all’esaurimento fisico e psichico, nelle fresche cantine delle Solovki, negli androni sotterranei del Monastero, anche dopo le confische del 1918 si sono andati accumulando viveri, bevande e armi in quantità. Queste ultime sono perfettamente oliate e funzionanti, pronte per equipaggiare le bande zariste e reazionarie sempre più in crisi, dinanzi all’avanzata inarrestabile dell’Armata Rossa e del potere sovietico. Una Commissione speciale guidata dal cekista M.S.Kedrov, su mandato del governo centrale, compie un sopralluogo e verifica de visu l’intollerabile situazione esistente. Ci vuole tutta la saggezza dei quadri bolscevichi più maturi e coscienti per impedire che, dinanzi allo spettacolo sorprendente di quarti di carne, sacchi pieni di farina, scatole di caviale e pesce essiccato, barili gementi sotto al peso dei funghi sott’olio, casse piene di pistole e fucili, scoppi, con esiti incontrollabili, la furia degli operai e dei contadini in forza alla Ceka, i quali, spesso, non hanno che un paio di stivali logori e non mangiano che un tozzo di pane con un’aringa e un po’ di tè in un’intera giornata. Il desiderio di giustizia sommaria, comprensibile ma non ammissibile per l’etica bolscevica, viene represso e l’autorità si fa valere con saggezza, clemenza e ponderazione: non avviene nemmeno una fucilazione, bensì soltanto l’espulsione dei monaci dalle Solovki, con la bonifica di una centrale controrivoluzionaria di primaria importanza. Alcuni religiosi, che non avevano mai condiviso i traffici in favore dei controrivoluzionari organizzati dai vertici del clero, e per questo erano stati puniti, minacciati, emarginati, vedono nella decisione del potere sovietico una liberazione e denunciano alla Ceka l’Archimandrita Veniamin, al secolo Vassilij Kononov (1868 – 1928). A tal proposito, la propaganda reazionaria ed antisovietica ha sempre parlato di pressioni indebite, torture, costrizioni alla base delle denunce a carico del vertice monastico dell’Arcipelago. Niente di più assurdo e ridicolo si sarebbe potuto sostenere! E’ infatti talmente forte l’evidenza dei beni occultati e dell’armamento nascosto, che ogni atto indebito di pressione sui religiosi, oltre che immorale e non consono al potere sovietico, sarebbe anche perfettamente inutile ed insensato. Come se, nella Roma antica, qualcuno avesse sentito la necessità di torturare Bruto per fargli ammettere la partecipazione all’omicidio di Cesare!

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Tutto è sotto gli occhi di tutti, in quel fatidico 1920 e negare la realtà lampante sarebbe, semplicemente, ridicolo. Nel famoso “Arcipelago della fame”, dunque, i pingui e paonazzi monaci, novelli Trimalcioni, si erano dati alla pazza gioia, alla faccia dell’ascetismo sbandierato ai quattro venti: funghi, frutti di bosco, pesce… Sulla loro tavola nulla era mancato e si erano anche accumulate scorte per rifocillare chi, armi in pugno, stava saltando al collo del nuovo Stato degli operai e dei contadini con la volontà di riportare in sella affamatori e parassiti.

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Monastero della Trasfigurazione del Salvatore Gesù Cristo

L’Archimandrita Venjamin ed il suo braccio destro, il monaco Nikifor, vengono dunque arrestati ed esiliati a Kholmogory, nella Regione di Arkhnagel’sk, dove vengono messi ai lavori forzati, precisamente a tagliare legname, per poi essere liberati nel 1922, vivi e perfettamente in salute. Nei lager degli hitleriani, amici ed alleati di reazionari come quelli russi, per loro sarebbe andata diversamente…

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Al lavoro per la costruzione del canale del mar Bianco

La cosa più infamante, però, è che tra i capi d’accusa a carico del vertice monastico figurava pure… il furto e l’occultamento di arredi sacri! Altro che le “razzie” dei bolscevichi, cavallo di battaglia mai stanco della propaganda antisovietica di ogni epoca. Proprio alcuni monaci, preti e loro sodali rubavano a man bassa patrimoni preziosi e consacrati a Dio, per rivenderli e lucrare somme favolose sul simoniaco commercio. In quel 1920/22, tocca proprio ai governo dei “senza Dio” bolscevichi reintrodurre, in tutte le Russie, il rispetto per il Padreterno, per la fede e per l’arte sbocciata in secoli e secoli di devozione popolare sincera, genuina quantunque regolarmente strumentalizzata dallo spregiudicato ceto dominante. Solo degli atei convinti possono restaurare, in quelle gelide terre, il rispetto per il messaggio evangelico, traviato e distorto da chi se ne è fatto sempre scudo per comandare, rubare e arricchirsi.

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La costruzione di una ferrovia

Venjamin e Nikifor, stabilitisi nell’insediamento careliano di Volkozera, muoiono carbonizzati nel 1928, nell’incendio della loro casa, provocato da masnadieri giunti sul posto per tentare un furto dal vicino villaggio di Korovinskaja. La mendace propaganda anticomunista cercherà di mettere in relazione il fatto con moventi politici, ma, come sempre, niente di tutto questo risulterà vero: la giustizia sovietica, con prontezza e senza sconti, condannerà i due autori del misfatto (uno dei quali semideficiente e con precedenti per furto e violenze) rispettivamente a 10 e 8 anni di carcere duro.

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Prigioniere addette alla raccolta della legna

Intanto, fin dal 1920, allontanati i monaci, anche col consenso della parte “sana” dei religiosi, quella intenzionata a ricostruire altrove una vita spirituale autentica e scevra da maneggi politici, il potere sovietico aveva pensato di trasformare il complesso delle Solovki in un campo di lavoro per controrivoluzionari, attuando sul posto il principio del riscatto dei rei attraverso l’opera del braccio e della mente. Nel 1921 giunge un primo, sparuto contingente di prigionieri, in quello che viene definito con l’acronimo russo di SLON (“Severn’imi lagerjami osobogo naznachenija”, ovvero “Campo del Nord per scopi speciali”).

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Detenuti in trasferimento

All’inizio del 1923, la GPU della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (organo che nel 1922 ha sostituito la Ceka), nella persona del suo Vicepresidente, I.S. Unshlikht, decide il trasferimento del primo corposo nucleo di detenuti da Arkhangel’sk alle Solovki. Un provvedimento dell’OGPU (Direzione politica unitaria dello Stato) del 18 agosto 1923, presentato ed approvato in sede di Consiglio dei Commissari del Popolo della RSFSR, specifica che nel campo delle Isole poste all’estremo nord della Russia, debbono essere ospitati “detenuti politici e criminali comuni condannati”.

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Detenuti a Murmask in transito per l’arcipelago

Lungi dall’essere un “campo di sterminio”, come ancora oggi favoleggia la storiografia d’accatto, intonata al diapason dell’odio anticomunista, quello delle Solovki diventa un sito esemplare, anche a seguito di numerosi controlli ed ispezioni volti ad eliminare disfunzioni e combattere abusi. Tutto viene razionalmente organizzato, predisposto ed attuato, specie a partire dal 1925 e i detenuti, attraverso il lavoro, riscattano se stessi ed il loro onore compromesso, diventando ”uomini nuovi” mondati dai germi del parassitismo, della devianza, dell’ostilità preconcetta verso le regole della pacifica ed ordinata convivenza. Non tutto è perfetto, anzi sabotatori e deviazionisti cercano in ogni modo di far fallire i piani, ma i controlli e la vigilanza dello Stato sovietico non difettano e correggono regolarmente la rotta, riportando il campo, a più riprese, sulla giusta via.

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Donne addette alla raccolta della torba

Nel 1926/27 funzionano i settori della lavorazione del legname, dell’estrazione della torba, della pesca, della macellazione degli animali marini, dell’allevamento, dell’industria ceramica, meccanica e conciaria. Da un deserto di ghiaccio, le Solovki diventano un sito fiorente e all’avanguardia, appetibile anche per cittadini liberi che vi si vogliano insediare. Come tutto questo possa essere compatibile con un panorama di genocidio pianificato, solo il dio della propaganda anticomunista può saperlo! La popolazione delle Solovki, limitandoci soltanto al numero dei detenuti, conosce un aumento costante e massiccio fino al 1933, anno nel quale si decide lo smantellamento del campo ed il trasferimento dei detenuti presso i campi del Mar Bianco – Mar Baltico. Ecco il quadro demografico dell’insediamento:

1923 2.557 detenuti
1924 5.044 detenuti
1925 7.727 detenuti
1926 10.682 detenuti
1927 14.810 detenuti
1928 21.900 detenuti
1929 65.000 detenuti
1930 71.800 detenuti
1931 15.130 detenuti
1932 N.D., ma presumibilmente attorno ai 17.000 detenuti
1933 19.287 detenuti

Le cifre dal 1931 al 1933 sono specchio non certo di massacri avvenuti, di tassi di mortalità devastanti, ma solo e semplicemente del decongestionamento spinto avviato dalle autorità, in vista dello smantellamento del sito. Occorre sottolineare che l’Arcipelago delle Solovki ha un’estensione pari a 347 kmq, pertanto la densità di popolazione, solo limitando le considerazioni ai detenuti presenti, era arrivata, nel 1930, a 206,91 persone per ogni kmq: un tasso decisamente troppo alto, che se da una parte attestava il livello di sviluppo raggiunto dall’organizzazione economica e politica dell’Arcipelago, dall’altro, in un contesto di isolamento geografico, in un sito approvvigionabile solo a prezzo di gravose spese, e con la pesante ipoteca della stagione invernale, rischiava di trasformare una voce attiva in un oneroso, ingiustificabile passivo.

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Kem, il campo di transito delle Isole Solovki

Riguardo alla demografia, un documento è basilare per ogni ragionamento. Esso, infatti, smentisce in maniera categorica ogni tesi sterminazionista relativa alla storia delle Solovki: si tratta della registrazione dei decessi (riferimento: RGASPI F. 17, OP. 21, D. 184, L. 400 – 401), custodita negli archivi di Stato ex sovietici aperti dopo il 1991. In tale documento, si parla di 7500 decessi tra il 1923 e il 193, dei quali 3500 avvenuti nel 1933 per “difficoltà alimentari”. Ora, sia che si prenda per buono e autentico il documento, sia che se ne neghi la validità, da esso non si può ricavare in alcun modo il quadro di un luogo di sterminio: al netto dell’eccesso di mortalità del 1933, infatti, il documento ci offre una cifra di 4000 morti in 9 anni, ossia di 444 decessi su base annua. Considerando, dai dati prima menzionati, una popolazione media di 25/26.000 persone nel periodo 1923/1932, abbiamo una mortalità media del 17,5 per mille, tasso assimilabile a quello della mortalità generale della popolazione sovietica e perfettamente paragonabile a quello della mortalità generale nei Paesi capitalisti europei: in Francia, ad esempio, il tasso di mortalità nel 1925 era pari al 17,6 per mille, quello del 1929 al 18,1 per mille, quello del 1930 al 15,8 per mille e quello del 1933, infine, al 16 per mille. In Italia, per le medesime annualità, i tassi erano rispettivamente del 17,1 per mille, del 16,4 per mille, del 14,1 per mille, del 13,7 per mille. Il tutto va considerato tenendo conto di un piccolo particolare: le Solovki non avevano e non hanno certo un clima paragonabile a quello della Costa Azzurra o del Golfo di Napoli… -20/-30 gradi erano e sono la regola meteorologica, con tutte le conseguenze anche sulla vita concreta di chi le abitava e le abita, fatto questo generalizzabile al 90% del territorio ex sovietico e troppo spesso dimenticato da chi pretende di vestire i panni dello “studioso”. Se poi consideriamo i dati sulla mortalità emersi nel Processo di Norimberga, riferiti ai lager nazisti, il paragone diventa un parallelo tra un luogo di vacanza e un girone dantesco: a Mathausen, ad esempio, nel 1938 il tasso di mortalità era del 35 per mille, quello del 1939 del 139 per mille; a Buchenwald, invece, negli stessi anni, il tasso di mortalità era rispettivamente del 108 e del 147 per mille. Nei luoghi di detenzione dei Paesi capitalisti e nazifascisti si moriva dunque molto di più, e non certo per cause naturali, come capitava al 99% dei detenuti delle Solovki, alcuni dei quali banditi e furfanti giunti nei luoghi di detenzione già feriti e menomati nel fisico a causa delle loro scorrerie criminali. Oltretutto, i documenti che escono dagli archivi ex sovietici sono tutti da prendere con le molle: un buon 50% e oltre degli incartamenti resi noti dopo il 1991, infatti, come dimostra ampiamente il caso dei documenti riguardanti Katyn, sono stati falsificati, interpolati, o sono espressione di “depistaggi” di funzionari infedeli. Spesso non sono mancati neppure falsi timbri e false firme, per rendere le patacche più credibili, come ha dimostrato (non smentito da nessuno) il Deputato comunista russo Ilyukhin nel 2010 [vedasi qui]. Ad esempio, non è peregrino pensare che un 20 – 30% dei decessi registrati alle Solovki, così come in altre articolazioni del GULAG, siano state in realtà, almeno in determinati periodi, “evasioni mascherate” di detenuti, ovvero evasioni spacciate per morti onde evitare sanzioni e punizioni a carico dei dirigenti del campo. Oppure, considerato che, a detta pure di studiosi e funzionari di provata fede anticomunista, quali Jurij Brodskij, LIdija Golovkova, Marina Osipenko, la gran parte dei quadri amministrativi del campo delle Solovki, compresi gli addetti alle registrazioni degli arrivi, delle partenze e dei decessi, era costituito da religiosi detenuti, non è campato in aria ipotizzare che essi, per diminuire artatamente il numero delle risorse umane disponibili, onde mandare all’aria i piani di valorizzazione delle Isole, abbiano gonfiato il numero dei decessi in sede di registrazione, secondo una prassi individuata e perseguita fin dal 1933 nelle ZAGS (Uffici anagrafe) di tutta l’Urss, con misure correttive adottate nel 1934/35, prima fra tutti la determinazione del 21/09/1935 sulla registrazione del movimento naturale della popolazione, resasi necessaria a seguito di sabotaggi attuati da ex kulaki, guardie bianche, pope e aristocratici infiltratisi tra i funzionari, i quali erano adusi emettere due o tre certificati di morte per uno stesso decesso. Il fenomeno può aver acquistato una dimensione particolare proprio nel 1933, anno nel quale i sabotaggi giunsero al culmine, con falsificazioni di rapporti e documenti onde spingere il vertice bolscevico a credere alla bufala della carestia. In quel periodo, il campo delle Solovki era diretto da due loschi individui avvicendatisi a breve giro di posta: Je. I. Senkevich e Ja. A. Bukhband, l’uno in contatto con i circoli nazionalisti polacchi, autori di piani di invasione dell’Urss con la formazione della “Grande Polonia” estesa fino al Mar Nero, l’altro elemento di punta di un’organizzazione terroristica che, attraverso diffusione di false notizie, atti di diversione, attentati sanguinosi, avrebbe dovuto eliminare Stalin ed il vertice bolscevico. I due venivano smascherati, assicurati alla giustizia e condannati alla fine degli anni ’30.

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Si è parlato pure di scheletri, teschi ritrovati nei boschi, atti turpi ed inenarrabili di pratiche cannibalistiche diffuse tra i detenuti. Notizie incontrollabili, false, fantasiose o distorte e “montate” a partire da elementi oggettivi. Nei boschi delle Solovki, ad esempio, sono stati ritrovati sì dei teschi, ma, con ogni probabilità, essi appartenevano a detenuti fuggiti e morti a causa dell’asprezza del clima, per colpa di complici traditori evasi con loro, oppure a persone eliminate dai monaci per evitare testimonianze scomode sui furti di arredi sacri, oppure ancora a sbandati ed avventurieri finiti lì e smarritisi chissà quando. Nessuno ha potuto legare quei resti a nomi e cognomi precisi. Di certo, non sta in piedi la favola dei detenuti abbandonati nelle macchie dai “crudeli assassini” della Ceka, Gpu o NKVD, a seconda delle denominazioni via via assunte dagli organismi di gestione dell’ordine pubblico e della vita dei campi. E’ semplicemente folle ipotizzare che, in un sistema concepito per massimizzare la produttività del lavoro sociale dei detenuti, orientandola verso il loro stesso bene e verso il bene della Patria sovietica, si pianificasse l’abbandono a se stessi di centinaia, anzi migliaia di prigionieri/lavoratori. Ciò sarebbe stato uno spreco intollerabile, oltre che un atto moralmente riprovevole, un crimine. Per lo stesso motivo, la tesi delle razioni da fame non sta in piedi: per vivere e lavorare a quelle temperature c’era bisogno di una dieta ricca e varia e lo Stato non poteva non assicurarla, a meno di non pianificare uno sterminio che, come stiamo verificando, era impossibile, essendo ospitati in quell’Arcipelago non “razze inferiori” da decimare (come avveniva, indubbiamente, nei lager nazisti), ma persone da redimere e rendere utili al progresso civile ed economico. Oltre a quanto garantiva lo Stato, vi erano i pacchi inviati dalle famiglie (come avveniva in ogni altro campo di lavoro, checché ne dicano studiosi in malafede!) e i generi reperibili nel ricco ambiente naturale delle Solovki: pesce in abbondanza dai numerosi laghi e laghetti esistenti, funghi presenti in quantità nei boschi ecc… La vigilanza non era poi occhiuta e onnipresente come si è sempre detto e scritto, ma permetteva momenti di libertà, piccole “ore d’aria” preziose per ritemprarsi e anche per… scappare, come testimoniano numerosi casi di evasione, tipo quello raccontato, con infiorettamenti romanzeschi e bugie di contorno, da G.D. Bezsonov (1891 – 1970), morto in tarda età all’estero, nel libro “Ventisei prigioni e fuga dalle Solovki”.

Le stese foto rese pubbliche a partire da archivi desecretati negli ultimi 26 anni, sbugiardano clamorosamente la tesi di detenuti in condizioni oscene, pietose, inumane: nessuno, in queste immagini, appare mal vestito o mal calzato. Tutti sono provvisti di giubbe pesanti, scarponi resistenti, stivali, caldi berretti di pelliccia e guanti adatti per lavorare al freddo pungente di quelle latitudini.

Il potere sovietico, altresì, negli anni ’30 fa letteralmente di tutto, come abbiamo accennato, per migliorare costantemente le condizioni dei detenuti, colpendo episodi di abusi e soperchierie, e ancor più favorendo una vita piena, anche spiritualmente, degli ospiti della struttura concentrazionaria dell’Arcipelago: i detenuti, infatti, possono inoltrare reclami, scrivere lettere, dedicarsi al canto, alla poesia, all’arte. Alcuni progettano addirittura utensili, aerei e infrastrutture innovative. Un’orchestra ed una compagnia teatrale si distinguono per bravura e successo. Il dirigente F.I. Eykhmans, negli anni ’20, promuove addirittura la nascita di una rivista delle Solovki, dal titolo “SLON” (l’acronimo russo del campo) con contributi di detenuti e personale addetto; la rivista raggiunge le 900 copie e viene anche diffusa all’estero.

Sono gli stessi studiosi anticomunisti che ci informano poi di un fatto incontrovertibile e assai significativo: negli anni ’20 – ’30, sull’Isola funzionano pure regolarmente luoghi di culto: una cappella per i cattolici e una per gli ortodossi. Al venir meno di detenuti praticanti, e non per chissà quale demoniaca volontà, i due siti religiosi vengono riconvertiti per altri utilizzi.

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Gorkij in visita alle Solovki

Il grande Gorkij, alla fine degli anni ’20, può rendersi conto con i suoi propri occhi della realtà delle Solovki: egli si reca in quel pittoresco punto dell’estremo Nord russo e ammira una realtà di emancipazione, rivoluzione culturale, prima che politica, volontà tesa al bene, riscatto.

“Per me la conclusione è ovvia – scrive il celebre letterato – Abbiamo bisogno di campi come quello delle Isole Solovki”.

Lo studioso Georgij Osorgin, nipote di un detenuto delle Solovki, poi fucilato, ha preteso sostenere che, nell’Arcipelago in questione, vigeva la “legge delle Solovki”. Egli ha detto una parziale verità: alcune guardie e certi funzionari, è vero, hanno compiuto azioni riprovevoli, in certi anni, ma sono stati puniti e sostituiti, o fucilati, non appena il potere sovietico è venuto a capo delle loro angherie, come attestano i casi citati dei responsabili apicali Senkevich e Bukhband.

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Alexandere Nogtev diresse il complesso delle Isole Solovki nel 1932-1934. Venne arrestato nel 1938 per attività controrivoluzionaria e terrorismo e scontò 15 anni di reclusione . Liberato nel 1945, morì a Mosca nel 1947.

Infine, a rafforzare le considerazioni sull’assenza di una mortalità di massa come quella forzosamente accreditata dalla storiografia bugiarda, è l’ “albo d’oro” dei detenuti famosi delle Solovki, verificabile anche da wikipedia: esso ci mostra come praticamente nessuno di coloro i quali sono transitati, in diverse epoche, nelle strutture concentrazionarie dell’Arcipelago, vi ha trovato la morte. E’ il caso di A. Tolstopyatov (1878 – 1945), di I.E. Anichkov (1897 – 1978), di N.P. Anchiferov (1889 – 1958), di V.A. Artemev (1885 – 1962), di A.A. Meier (1874 – 1939), di I.N. L’ysenko (1917 – 2015), di D.S. Likhaciov (1906 – 1999), tutti studiosi, militari pluridecorati, artisti, filosofi passati per le Solovki e ad esse regolarmente sopravvissuti, ad onta della vulgata sterminazionista. Accanto a loro, una pletora di altri nomi, tutti verificabili da fonti al di sopra di ogni sospetto.

Insomma, le Solovki, oltre che un meraviglioso luogo naturale, una fucina di esperimenti di ingegneria umana avanzati, si possono definire anche, col sestante rivolto alla rotta dell’anticomunismo e dell’antisovietismo… l’Arcipelago delle menzogne! Senonché, però, esse hanno, come sempre, le gambe corte e la durata nel tempo non è un requisito del quale possono menar vanto!

Riferimenti bibliografici, sitografici e audiovisivi

Jurij Brodskij: “Solovki. Le Isole del martirio” (La Casa di Matriona, Seriate, 1998).

Sidney e Beatrice Webb: “Il comunismo sovietico: una nuova civiltà”. 2 voll. (Einaudi, Torino, 1950).

Orlando Figes: “Sospetto e silenzio” (Mondadori, Milano, 2009).

Ludo Martens: “Stalin. Un altro punto di vista” (Zambon editore, 2005)

https://www.youtube.com/watch?v=481ajL2Tj-E&t=1140s

http://demoscope.ru/weekly/knigi/polka/gold_fund08.html
(in russo, di fonte chiaramente anticomunista, ma utile per capire, leggendolo tra le righe, il piano di sabotaggio nelle registrazioni del movimento della popolazione in Urss negli anni ’30)

https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%A1%D0%BE%D0%BB%D0%BE%D0%B2%D0%B5%D1%86%D0%BA%D0%B8%D0%B9_%D0%BB%D0%B0%D0%B3%D0%B5%D1%80%D1%8C_%D0%BE%D1%81%D0%BE%D0%B1%D0%BE%D0%B3%D0%BE_%D0%BD%D0%B0%D0%B7%D0%BD%D0%B0%D1%87%D0%B5%D0%BD%D0%B8%D1%8F
(in russo, utile per una ricognizione sui personaggi famosi detenuti alle Solovki e sui loro destini, nonché per un’analisi dei dati sulla popolazione dell’Arcipelago e il numero dei decessi negli anni ’30/’30).

Bollicine e leninismo: storia dello champagne sovietico

Bollicine e leninismo: storia dello champagne sovietico

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Il socialismo reale, nella sua epopea di liberazione, trasformazione sociale, emancipazione, promozione della dignità umana a tutti i livelli e in tutti i campi del vivere associato, non è stata né una gigantesca caserma con i fortini posti a presidiare quasi ogni angolo dell’Eurasia, né un universo dove il grigiore, lo squallore, l’appiattimento e la routine spersonalizzante dei rituali ideologici rappresentavano la nota dominante del panorama. Questo è vero solo nelle narrazioni fantasiose, infamanti, denigratorie, di tutta una schiera di rinnegati, professionisti dell’anticomunismo, convertiti “sulla via di Damasco “, corifei della borghesia proprietaria dei media del “mondo libero “, i quali trovano la loro massima espressione di libertà nel servire i loro padroni da sinistra e da destra, passando per il centro. Nella realtà dei fatti, il microcosmo del “socialismo reale“ (quello irreale” , dei trotskisti e dei “comunisti libertari“, non si è mai capito cosa sia) è stato sempre contraddistinto da vitalità, mobilitazione delle migliori energie, lotta nobile ed eroica, sull’arena della storia e dei rapporti sociali concreti, per affermare una nuova società di liberi ed eguali, mondata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dalla ricerca del profitto come elemento centrale della dinamica economica. In questo panorama, tutto, dal “macro” al “micro”, è stato percorso dal fermento, dall’innovazione, dalla volontà pionieristica di costruire un nuovo ordine a misura d’uomo. L’esperienza dello “champagne sovietico“ è una dimostrazione chiara, evidente, di tutto ciò.

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Il 26 agosto del 1923, il Comitato Centrale Esecutivo ed il Consiglio dei Commissari del Popolo dell’Urss, cancellarono la legislazione anti – alcoolica allora vigente, di netto stampo proibizionistico, per virare in direzione di una nuova linea, più matura, efficace e razionale, in virtù della quale l’Urss evitò l’esplosione del mercato nero verificatasi negli Usa in quello stesso periodo: questo nuovo corso si incentrò sulla tutela del patrimonio vitivinicolo nazionale, concentrato in poche regioni, quelle a clima più mite, sulla difesa della tradizione della distillazione della vodka, il tutto accompagnato dalla promozione di una cultura del bere consapevole, basato sulla morigeratezza, su stili di vita sobri, lontani da ogni eccesso. In questo contesto di rilancio della produzione di bevande alcooliche, Aleksej Rykov, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo (Primo Ministro) dell’Urss, lanciò a tutto il Paese, alle sue migliori energie, ai suoi più acuti ingegni, il guanto di una sfida destinata ad essere vinta oltre ogni più rosea previsione: bisognava creare un vino spumante destinato a raggiungere le più vaste masse, quindi preparato a prezzi remunerativi per i produttori ma, anche e soprattutto, a prezzi al consumo accessibili ai più. I raggi del Sol dell’Avvenire avrebbero dovuto brillare non più soltanto dei bagliori e delle scintille prodotti nelle operose fucine metallurgiche e metalmeccaniche dei moderni Efesto del nuovo mondo socialista, non più soltanto dei vivissimi e mai sopiti fuochi degli altiforni, ma anche delle frizzanti bollicine ristoratrici di una nuova bevanda, concepita non per stordire, ma per rinfrancare e ritemprare. Un novello nettare corposo, gradevole al palato, ad un tempo economico e di qualità. Gli economisti, i contadini individuali e associati in cooperative, i viticoltori, gli scienziati, gli enologi, gli amatori, tutti assieme, coralmente, in un compatto sodalizio che solo in un Paese socialista era possibile, lavorarono con impegno al concepimento di questo “ritrovato“, compulsando vecchi tomi polverosi, moderni trattati, valorizzando recenti acquisizioni, operando una certosina ricognizione del patrimonio di saperi tramandato e carsicamente inabissatosi sotto il manto ribelle, sconnesso e accidentato dello sviluppo storico, del mutamento dei costumi, dell’avvicendarsi febbrile di mode e morali.

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Anton Mikhajlovich Frolov-Bagreev

A supervisionare l’alacre operato di quest’affiatatissima squadra, pervasa da pionieristico entusiasmo, stava un pezzo da novanta del mondo della scienza russa e sovietica: Anton Mikhajlovich Frolov – Bagreev (1877 – 1953), chimico, enologo e ricercatore, uomo amabilissimo, generoso e per nulla prigioniero di vecchi pregiudizi castali, lontano anni luce da spocchie pseudo – accademiche, eclettico come pochi (era anche poeta e pittore). Formatosi in epoca zarista, Frolov – Bagreev aveva sempre nutrito una vibrante passione per la lotta contro gli oppressori e i loro soprusi: nel 1905 era stato licenziato da un’azienda, per aver preso parte ai fermenti rivoluzionari, a fianco dei contadini sfruttati dagli insaziabili proprietari terrieri e dalla burocrazia statale, nel Distretto di Abrau – Diurso, situato nelle pittoresca cornice del Caucaso del Nord. Con l’avvento della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, Frolov – Bagreev prese subito le parti del nuovo potere sovietico, nel quale vide, a ragione, la premessa fondamentale per un rilancio pieno della sua attività scientifica, libera da costrizione e da ricatti. Nel 1923, lo scienziato intraprese dei viaggi in Germania ed in Francia, per verificare sul campo i più recenti metodi di vinificazione.

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In Russia, e poi in Urss, si era giunti a buoni livelli, anche oltre quelli conquistati in occidente, ma la curiosità, la sete di confronto, la voglia di vedere “nuovi mondi e nuove terre“ erano assai vive. Per l’ homo sovieticus, checché ne abbiano scritto gli apologeti della reazione, la chiusura verso il mondo esterno era una categoria inesistente del pensare e dell’agire, al pari della sudditanza verso lo straniero e le sue borie. Tutto veniva conosciuto, sperimentato, filtrato, attraverso il prisma della consapevolezza della propria forza e in base ai propri legittimi interessi, in una visione imperniata sullo scambio di saperi ed esperienze, non sull’imposizione di criteri erroneamente giudicati infallibili da questo o quello. Nel 1924, a Novocerkassk, nelle vicinanze di Rostov sul Don, venne allestito, sotto l’egida di Frolov – Bagreev, un laboratorio destinato a rivoluzionare la scienza e la filiera vitivinicola. Nel 1936, lo stesso scienziato divenne membro dell’Accademia delle Scienze Agrarie, compiendo gli ultimi viaggi in Germania, Francia e Italia. Specie negli ultimi due Paesi, le miti e propizie condizioni climatiche avevano fatto sì che, storicamente, i vini diventassero, tutti assieme, una voce importante dell’economia, oltre che una cultura ricca e diffusa. In Urss, la situazione ambientale era, ovviamente, di netto svantaggio, da questo punto di vista; eppure, partendo da tale innegabile dato, il Paese dei Soviet, facendo leva sulle sue eccellenze, sulle limitate risorse materiali esistenti in questo campo, riuscì a salire sul podio dei più apprezzati produttori mondiali di vini e liquori. Dopo anni ed anni di studi, esperimenti, scambi culturali e scientifici, il 28 luglio del 1936 il Politburo del VK (b) P esaminò ed approvò, portandola poi sul tavolo del Consiglio dei Commissari del Popolo per il decisivo passaggio di verifica, integrazione e votazione finale istituzionale, la risoluzione denominata “Sulla produzione dello champagne sovietico, dei dessert e dei vini da tavola“. Con tale provvedimento, si intese colmare un gap pesante, ovvero la scarsa produzione di vini da tavola e spumanti in un Paese contraddistinto da una benessere sempre maggiore della masse popolari, da una loro sempre più forte capacità di spesa, incomparabilmente superiore a quella dei lavoratori del mondo capitalistico – borghese decadente e pronto a scatenare guerre in ogni dove, pur di salvare se stesso dall’abisso, con i plutocrati morbosamente attaccati ai loro averi, costruiti sul più bieco sfruttamento.

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L’anno scelto per l’entrata in vigore della risoluzione fu, in questo senso, quantomai azzeccato: nel 1935 era stato abolito il razionamento su tutti i generi alimentari prima contingentati e, quindi, il popolo sovietico, sempre più benestante, poteva ormai spendere nella rete commerciale statale e cooperativa, senza restrizioni, il frutto del proprio lavoro, in forma di stipendi o di risparmi accantonati negli anni dei sacrifici necessari al decollo della pianificazione quinquennale. Leggi e risoluzioni, in Urss, contrariamente a quanto avveniva ed avviene nei Paesi capitalisti, con ricorrente frequenza o sistematicamente, non rimanevano sulla carta, ma diventavano subito effettive. Infatti, nel 1937, le grandi cantine dell’area di Rostov sul Don, poi razionalmente aggregate nel Kombinat di Rostov per la produzione di vini e spumanti, produssero la bottiglia numero 1 dello “champagne sovietico”. Un evento storico memorabile, reso possibile da anni di studi, dall’efficacia della pianificazione economica, dall’elevamento degli standard tecnici in tutto il Paese e, in subordine, all’importazione di tecnologie innovative esistenti nella disponibilità della Società francese “Shossepe“. Sottolineo in subordine, in quanto l’Urss già aveva messo a punto, autonomamente, tutta una filiera di macchinari e processi produttivi rivoluzionari, i quali rappresentarono il 90% del successo. D’altronde, non sembri paradossale, gli apparati spionistici di Parigi (e su questo bisognerebbe indagare e scrivere…) avevano garantito alla Francia stessa, Patria dello champagne, l’elevamento dei criteri qualitativi e dei procedimenti, a partire dalle innovazioni messe a punto in Bessarabia da Frolov – Bagreev fin dal 1914/15. Qui, infatti, il geniale e poliedrico scienziato aveva notevolmente migliorato il metodo di vinificazione “Akratofor“ (dal greco akratophoros, “vaso di vino puro“). Il metodo “Akratofor“, così come messo a punto da Frolov – Bagreev, differiva sia dall’antico “Metodo Champenois“ (diffuso a partire dal ‘600), sia dal “Metodo Martinotti – Charmat“, brevettato attorno al 1910 e fondato sulla seconda fermentazione del vino in capienti contenitori pressurizzati, denominati “autoclavi“. Il metodo russo/sovietico prevedeva un dispositivo formato da dei cilindri d’acciaio con capacità media di 5/10.000 litri, con due parti collegate mediante flange a fondo sferico, funzionanti con un sistema di coperchi. Nella parte interna dei cilindri, smaltata, vi erano tre camere di raffreddamento diversamente regolate. La fermentazione secondaria durava 25/27 giorni, dopodiché la pressione veniva ridotta fino ad un valore di 5 atmosfere. Il prodotto finale, conservato per un certo periodo di tempo al freddo, veniva poi imbottigliato attraverso un sottile filtro, con la necessaria pressione dell’anidride carbonica a generare le bollicine. L’intero processo, complessivamente, durava circa un mese.

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Nel 1939, un ulteriore salto di qualità: nelle cantine di Gorkij furono installate ben 22 apparecchiature funzionanti in base alle coordinate del Metodo Frolov – Bagreev, con notevole abbattimento della percentuale di materia prima scartata e perduta.

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Nel 1940, solo presso gli impianti industriali di Rostov sul Don (RSFSR), Kharkov (Ucraina) e Avchalakh (Georgia), furono prodotte 3.800.000 bottiglie di champagne sovietico (8.000.000 in tutto il Paese). Numeri assolutamente eccezionali, visti i tempi, le priorità di investimento (si avvicinava la guerra voluta dagli imperialisti borghesi e nazifascisti), la rapidità di approntamento della base tecnico – materiale necessaria all’avvio dei processi produttivi. Questo prodigio assicurò, a Frolov – Bagreev, nel 1942, il “Premio Stalin“. Il grande Segretario generale del VK (b) P, guida solida e sicura dell’Urss, non aveva mai nascosto, del resto, la sua attenzione per lo “champagne sovietico“:

“Stalin – disse nel 1936 Anastas Mikoyan, Commissario del Popolo per l’Industria alimentare – tiene sotto la sua attenzione tutte le grandi questioni dell’economia nazionale, ma non dimentica le piccole cose, perché anche queste hanno il loro peso. Gli stakanovisti, gli ingegneri, i lavoratori, oggi guadagnano un sacco di soldi e, se si intende produrre champagne, lo si può fare, non è più un sogno, bensì un segno del benessere materiale, della prosperità del nostro Paese “.

In Urss, i criteri qualitativi delle produzioni non erano, come nel mondo capitalista, delle prescrizioni esistenti solo sulla carta, variabili dipendenti dal volume dei profitti. Spumanti prodotti a partire da dozzinali cartine, spacciati per nettari di pregiatissime uve, non esistevano in Urss. Tutto era genuino, rigorosamente controllato, verificato. Le uve coltivate in Moldavia, Ucraina, Georgia e Asia Centrale venivano colte raggiunta la piena maturità, mentre nella produzione dello champagne venivano scrupolosamente rispettati parametri quali il contenuto di zuccheri (16 – 19%) e l’acidità titolabile (8 – 11 g/l). L’imbottigliamento avveniva con tappi speciali di corteccia e, più tardi, di polietilene.

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Nel dopoguerra, l’industria dello “champagne sovietico “conobbe una vera e propria esplosione, con il contributo qualificato ed attento di un altro scienziato e studioso di eccelso valore : il Professor G. G. Agabaljants (1904 – 1967), vincitore del Premio Lenin nel 1961 assieme ad A.A. Merzhanian e S.A. Brusilov, attivi anch’essi nel ramo enologico. Agabaljants concepì un nuovo sistema, denominato “a flusso continuo “, in virtù del quale il processo di fermentazione non si svolgeva nel chiuso dei vecchi recipienti, ma in 7/8 contenitori sottoposti a pressione costante. Introdotto nel 1954 nel ramo industriale, il metodo “a flusso continuo“ consentì di ridurre del 20% il prezzo di vendita di ogni bottiglia di “champagne sovietico“, mentre il prodotto diventò, in virtù dei nuovi accorgimenti, più frizzante, spumoso e gradevole al palato. I primi impianti industriali, organizzati secondo il criterio del flusso in continuo, furono quelli di Mosca e di Leningrado. I dati sulla produzione parlano da soli: nel 1970, 30/40 fabbriche esistenti su tutto il territorio nazionale, produssero 249 milioni di bottiglie di “champagne sovietico”. In pratica, una bottiglia per ogni cittadino, neonati e bambini compresi. Il prezzo di vendita si mantenne sostanzialmente costante fino al 1990, in rapporto all’evoluzione degli stipendi e dei salari: una bottiglia costava, in media, 4,37 rubli ( 200 rubli lo stipendio mensile medio, ognuno può fare i suoi conti…). In tutto il mondo, il prestigio e la fama dello “champagne sovietico“ ( sia dolce che secco ) si diffusero a dismisura, tanto che non risultano esagerate e ampollosamente retoriche, bensì ampiamente realistiche, le entusiastiche parole dell’esperto Aram Pirizyan:

“Nel nostro Paese abbiamo sviluppato le tecnologie più avanzate al mondo nella produzione dello champagne. Un certo numero di Paesi occidentali (Francia, Germania, Spagna) hanno acquistato le licenze per la produzione dello champagne secondo il nostro metodo, concepito da esperti nazionali, mentre in altri Paesi (la stessa Francia, la Jugoslavia, la Bulgaria) sono state costruite industrie di vini spumanti a partire da nostri progetti“.

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Basti pensare al fatto, di per sé eloquente, che nel 1975 “Moet“, il più celebre produttore francese, acquistò licenze per la produzione di champagne secondo il metodo sovietico. I francesi, grazie al “sovetskij champagne“, riuscirono ad ingannare anche i più raffinati ed eruditi palati, risparmiando notevoli quantità di denaro nella commercializzazione di milioni e milioni di bottiglie.

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Negli anni ’80, la deleteria campagna “per la sobrietà“ varata da Gorbaciov (in realtà, fu una campagna mirata alla distruzione dell’economia nazionale, ben diversa dalle efficaci e mirate misure adottate nel 1981/83 da Breznev e Andropov) portò alla distruzione di un numero imprecisato di vigneti: la produzione di champagne declinò in maniera impressionante, rimpiazzata, in parte, in ossequio al disegno gorbacioviano di colonizzazione dell’economia, da prodotti d’importazione spesso scadenti, adulterati, pessimi nel gusto. Su questo periodo finale della storia sovietica non si spenderanno mai abbastanza parole di condanna e biasimo, ma… per limitarci in maniera salutare agli anni fino al 1985, e non rovinarci il fegato ben più di quanto non possano smodate bevute, possiamo ben dire, tracciando un bilancio obiettivo e disincantato, che l’epopea eroica dello “champagne sovietico“ fu resa possibile grazie all’alto livello di progresso scientifico, tecnico e materiale conseguito dall’Urss attraverso la pianificazione quinquennale. Questa mise il Paese dei Soviet su un piede di parità e non, come insistono a sostenere certi pseudo – studiosi, in posizione ancillare rispetto alle potenze capitaliste dell’occidente. L’Urss non aveva bisogno di nulla, non doveva andare ad elemosinare nulla, e, se di qualcosa non disponeva, ciò che dava in cambio per averla era nettamente superiore a quanto riceveva. Dimenticare questa verità significa non solo ignorare la storia dell’Urss, o fingere di ignorarla, ma anche e soprattutto negare all’umanità progressista la possibilità di sperare ancora, per la salvezza di un mondo sempre più in rovina, nel rilancio di quell’enorme potenziale scientifico e tecnico, mai del tutto smantellato, anzi oggi in ripresa, il quale potrebbe dare senz’altro risposte preziose alla crisi planetaria che stiamo vivendo.

Riferimenti bibliografici e sitografici:

http://www.kommersant.ru/doc/534717
http://sparkling-union.ru/history.html

1971: l’anno del grande complotto spionistico contro l’URSS

1971: l’anno del grande complotto spionistico contro l’URSS

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

L’autunno del 1971 vide tingersi di giallo, quasi all’unisono, le rive del Tamigi, le amene vallate delle Fiandre, i boschi della Baviera, le contrade francesi e lo Stivale italiano… . Un giallo intenso, punteggiato di complotti, trappole e azioni diversive volti a raffigurare il KGB ed il GRU, i due servizi segreti dell’Urss, l’uno “civile”, l’altro legato agli ambienti militari, come lupi famelici volti ad azzannare, per colpa della disattenzione e della “generosità” democratica dell’Occidente, i pacifici ed innocenti popoli del “Mondo Libero”.

Tutto cominciò in Gran Bretagna, nel mese di settembre, quando fu montato uno scandalo spionistico volto a ridimensionare la sempre maggiore influenza dell’Urss nell’opinione pubblica britannica ed il crescente peso di quel Paese nell’interscambio commerciale e nei rapporti economici in generale. Ben 105 funzionari sovietici, addetti sia dell’Ambasciata che di altri uffici di rappresentanza (Intourist, Aeroflot, Narodny Bank, Tass e ditte varie), furono espulsi in base ad accuse false e tendenziose, o comunque mai dimostrate da fatti concreti. Dei 550 diplomatici e rappresentanti sovietici in Inghilterra, ne restarono, dunque, 445. Da tempo, gli ambienti reazionari, anticomunisti e bellicisti avevano espresso il desiderio di ridurre la presenza sovietica in Gran Bretagna, con le buone o con le cattive; spaventava questi ambienti la sempre maggiore simpatia riscossa dall’Urss, dalle sue iniziative di pace, dai suoi primati economici, dalle sue proposte di pacifica cooperazione, presso la società inglese, percorsa da positivi fermenti di rinnovamento ed apertura al mondo. I banchieri e gli usurocrati, i fabbricanti di cannoni e ordigni bellici, i vecchi arnesi del militarismo e del decadente imperialismo britannico, un tempo coronato dai profitti di rapina del peggior colonialismo, non potevano darsi pace per il prevalere di nuovi orientamenti anche in una parte del mondo politico, non più allineato a proclami da crociata o a maccartismi ridicoli ed anacronistici. Così, il teatrino della provocazione aprì il suo sipario sulla scena dei rapporti diplomatici fra le due Nazioni, innalzando pericolosamente il livello della tensione.

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Oleg Adol’fovic Ljalin

A dare il via alle danze fu un agente provocatore dei servizi sovietici, tale Oleg Adol’fovic Ljalin che, al soldo degli ambienti reazionari londinesi, inventò una storia di infiltrazioni ai più alti livelli, di spionaggio industriale, di inganni tessuti all’ombra del KGB: insomma, il solito Mitrokhin che prima viene agganciato, assoldato e messo al servizio delle trame anticomuniste, quindi viene dipinto come transfuga nel momento in cui inizia a recitare il finto copione scritto dai suoi burattinai. Gli strateghi della tensione ebbero buon gioco nel godere della protezione e dell’attiva partecipazione, al complotto, da parte del Primo Ministro britannico Edward Heath e del Segretario di Stato per gli Affari Esteri Sir Alec Douglas Home. Entrambi avevano un curriculum, per così dire, di tutto rispetto, nel quadro dei programmi in agenda: il primo era un fervido sostenitore della guerra contro i Vietcong in Indocina, nonché artefice delle più crudeli repressioni nell’Irlanda del Nord; il secondo, vecchio volpone della diplomazia, era stato Segretario personale del Premier Neville Chamberlain, l’ammiratore di Hitler che aveva consegnato al tiranno tedesco la Cecoslovacchia a Monaco, su un piatto d’argento. Con una simile “regia politica”, il “caso Ljalin” si sviluppò sui binari del più accanito antisovietismo.

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Il ministro Alec Douglas Home in una raffigurazione satirica

Ricattabile, in quanto dedito all’alcool e alle donne, Ljalin fu costretto a recitare una parte sapientemente studiata per conseguire due obiettivi, lucidamente individuati anche dai laburisti inglesi guidati da Harold Wilson: deviare l’attenzione dell’opinione pubblica britannica dallo stato sempre più precario dell’economia, con crisi e disoccupazione dilagante e, in secondo luogo, infliggere un vulnus al commercio estero sovietico. L’Urss, in quel periodo, aveva raggiunto la posizione di terzo partner commerciale della Gran Bretagna, con un attivo di ben 100 milioni di rubli nell’interscambio. Minare l’immagine ed il ruolo dell’Urss, significava sferrare un attacco pericoloso alla distensione. Come rispose l’Urss? Lungi dall’adottare toni isterici e bellicisti, Mosca dimostrò ancora una volta la propria volontà di pace, arginando le derive più burrascose nello scenario internazionale. Certamente, la stampa ebbe buon gioco a raffigurare la crociata britannica per quello che era: un ridicolo tentativo di rilanciare la “guerra fredda”, con un Douglas Home ironicamente ritratto, dalla “Komsomolskaja Pravda”, nei panni del regista prescelto per una nuova serie di “James Bond”.

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La quinta colonna in GB dello spionaggio sovietico…

Le “Izvestija” del 2 ottobre, invece, ospitarono un’intervista a Kim Philby, controverso agente inglese, il quale aveva offerto i suoi servizi anche al KGB per la suprema causa della pace nel mondo: il misterioso 007 mise in guardia sui piani spionistici occidentali verso l’Urss, attuati anche per mezzo di turisti di apparentemente innocue comitive in visita a Mosca, Leningrado e ad altri luoghi dello sterminato Paese dei Soviet. Che vi fossero, in Gran Bretagna, agenti e “antenne” del KGB e del GRU, ciò era pacifico, come era pacifico il fatto che, in Urss, vi fossero 007 di Sua Maestà britannica. Che agenti del KGB e del GRU fossero attivi in Gran Bretagna per carpire a tutto spiano segreti industriali e militari, non è seriamente ipotizzabile: quale convenienza poteva avere ad attuare trame spionistiche rischiosissime un Paese, come l’Urss, che nell’interscambio commerciale con la Gran Bretagna era sistematicamente in attivo, esportando valore aggiunto e non certo chincaglierie? Evidentemente, i “dividendi” dello scandalo potevano essere intascati solo e soltanto da chi aveva interesse a scavare un solco tra Londra e Mosca in nome dell’anticomunismo e dell’antisovietismo più retrivo. Il vertice del governo sovietico rispose, compattamente, in maniera ferma ma senza colpi di testa: si ricordarono all’opinione pubblica mondiale gli atti di spionaggio (reali, non fantasiosi) avvenuti ad opera dei britannici in Urss, i processi e le espulsioni legati a tali episodi. Si ribadì che l’Urss perseguiva una politica di pace e distensione mondiale e che questo indirizzo sarebbe rimasto invariato, anche dinanzi alle provocazioni orchestrate a tavolino, in modo scientifico, dai circoli dei “falchi” imperialisti.

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Temibile spia del GRU

Che vi fosse una centrale operante in tal senso, con azioni coordinate e pianificate, è provato dal fatto che la campagna contro l’Urss si estese, di lì a poco, anche in Francia, in Germania e, soprattutto, in Belgio. Qui il complotto antisovietico assunse aspetti talmente maldestri e caricaturali da suscitare, oggi, ad una disamina spassionata e distaccata dei fatti, le più squillanti risate. Nel mese di ottobre del 1971, infatti, si annunciò la “scoperta” di una rete spionistica sovietica a Bruxelles, a danno niente popò dimeno chè della sede della NATO, nel sobborgo di Evere. A dirigere quest’ennesima “orchestra rossa” sarebbe stato l’addetto commerciale Anatolij K. Cebotarev, nel frattempo misteriosamente sparito dopo aver “svelato” tutto alle autorità britanniche. Il KGB ed il GRU avrebbero controllato, senza soluzione di continuità, le comunicazioni telefoniche della NATO da ben 15 mesi, 24 ore su 24 (!!!). Praticamente, il principale organo e dispositivo militare del mondo occidentale se la sarebbe fatta fare sotto al proprio naso dai servizi sovietici, in una maniera tale da far impallidire anche il più sprovveduto pivello di strada. Se, per paradosso, dessimo per vere queste deliranti premesse, allora ci sarebbe da meravigliarsi, ancora oggi, di come l’Armata Rossa non avesse approfittato, in quel tempo, per balzare in un lampo su tutto il mondo occidentale, invaderlo e annetterselo! Evidentemente, il senso del ridicolo non era particolarmente sviluppato, in quel 1971, negli ambienti antisovietici, a corto di storie credibili per condire la loro sete di crociata. Anche il Belgio vide il suo contorno di cacce alle streghe, sensazionalismi giornalistici, fughe indotte di funzionari sovietici, dipinte come il classico fuggi – fuggi di spie, quando invece alla base c’era solo l’ovvio desiderio di mettersi al sicuro nel Paese natale, al riparo da minacce e isterie. Cebotarev, passato nel campo occidentale con una fuga rocambolesca, chiaramente costruita con tanto di sceneggiatura, fu un fiume in piena quanto a rivelazioni e “soffiate”, ma… anche qui, alle volute del fumo, libratesi come arabeschi nell’aria stantia delle cucine antisovietiche, non corrispose l’arrosto dei fatti! Anzi, i fatti furono legnate nei denti degli strateghi dell’indecente polverone, a mo’ di boomerang: si scoprì, in poco tempo, che i sovietici avevano potuto intercettare le conversazioni telefoniche dei funzionari e dei militari della NATO in quanto il cavo telefonico della sede dell’Alleanza atlantica passava… sotto al vicino palazzo della “Scaldia – Volga”, società sovietico – belga impegnata nella fabbricazione e nel commercio di autovetture. Insomma, gli spioni della NATO, attentissimi fino alla maniacalità e alla paranoia, avevano fatto passare il cavo telefonico del loro quartier generale… sotto al naso dei sovietici! Fu facile, persino ovvio dimostrare che il palazzo, inaugurato nel 1970, era stato edificato dopo, molto dopo che la sede NATO, con relative utenze, era entrato in funzione e che, pertanto, se nessuno aveva mosso allora obiezioni sull’ubicazione della società sovietico – belga, farlo ora acquistava il sapore della beffa più ridicola. Fu facile dimostrare che, con una prossimità così estrema dei gangli del cablaggio, le interferenze erano frequenti e, quindi, anche involontariamente, poteva capitare che il personale sovietico in forza alla “Scaldia – Volga” ascoltasse, con sua somma sorpresa, le comunicazioni che intercorrevano tra la NATO e il mondo esterno. Nessuno spiegò piuttosto all’opinione pubblica per quale motivo la NATO non avesse approntato, data quella vicinanza “sensibile”, misure di protezione e di isolamento degne di questo nome. Nessuno, tanto meno, poté dimostrare l’esistenza dei fantascientifici strumenti di intercettazione che, si asseriva, fossero nella disponibilità dei perfidi sovietici.

Il colpo di scena, però, ci fu nel dicembre del ’71, circa due mesi dopo lo scoppio del finto scandalo: l’ineffabile Anatolij K. Cebotarev si sottrasse alla vigilanza occhiuta e pressante dei suoi “arruolatori – carcerieri” e… tornò in Urss, a dimostrazione di quanto le sue “confessioni” e “rivelazioni” fossero state ottenute con l’inganno, la prepotenza e pilotate verso l’obiettivo del sabotaggio dei rapporti sempre più fecondi tra Urss e Belgio. Nessuno parlò di rapimento mascherato da defezione, o ne parlò per brevissimo tempo in maniera non convinta né convincente, ma si può ipotizzare oggi, decantate le acque burrascose di allora, anche questo scenario, sul quale magari l’Urss (è solo un’ipotesi) decise di soprassedere per non rovinare l’assetto delle relazioni bilaterali con il piccolo ma nevralgico Paese europeo. L’esistenza stessa della “Scaldia – Volga“ era un obiettivo centrale per la propaganda e l’azione eversiva dello spionaggio occidentale, quello inglese in primis: tale impresa, infatti, sempre più fiorente, minacciava di erodere quote di mercato rilevanti alle case automobilistiche occidentali non solo in Belgio, ma in tutta l’area del BENELUX, mettendo a disposizione degli acquirenti modelli eleganti, funzionali ed economici (si arriverà, nel 1984, a 435 punti vendita e assistenza in tutta l’Europa centrale ). Nel 1970, il dinamico e capace funzionario Boris Savic, in forza alla “Scaldia – Volga”, era stato espulso dal Paese con accuse gonfiate ad arte. Al tempo stesso, il vespaio rafforzava il ricatto verso il governo belga da parte della NATO, che da tempo aveva alzato il prezzo della sua presenza a Bruxelles.

Il ciclone anticomunista non si fermò al Centro – Europa, ma dilagò nel Mediterraneo con qualche mese di ritardo: nella primavera del 1972, infatti, i servizi segreti italiani (SID), controllati dal piduista e filofascista Vito Miceli, deputato del MSI per tre legislature, montarono il caso della “scoperta” di una rete spionistica del KGB in Italia, chiedendo al governo in carica, guidato da Giulio Andreotti, di procedere all’espulsione di un gran numero di diplomatici, funzionari, addetti sovietici. Una bomba che avrebbe irrimediabilmente compromesso, anche in questo caso, i sempre migliori rapporti tra Urss e Italia, dal punto di vista diplomatico, commerciale, economico, culturale. A disinnescare l’ “ordigno” furono (dobbiamo riconoscerlo!) la saggezza e l’equilibrio del Primo Ministro, novello Richelieu, il quale mise subito la mordacchia ai cori latranti dei circoli anticomunisti e stoppò le loro spericolate iniziative: vi fu non un’ espulsione in massa di cittadini sovietici, ma, al contrario, una valutazione prudente e ponderata del caso, con al termine addirittura un rafforzamento dei legami tra Italia e Urss. Qualche buon anno dopo, davanti alla Commissione Mitrokhin, Andreotti ricorderà quei giorni con la consueta lucidità e capacità analitica: “Certo, non furono espulsi, perché la proposta non fu accolta, anche perché la motivazione era di un ridicolo assoluto: si diceva che alcuni di questi funzionari (…) si incontravano con dei deputati comunisti. Volevo vedere che non lo facessero, ma non è che per questo gli si potevano imputare atti di spionaggio. Erano atti di cortesia.”.

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Giulio Andreotti con il ministro degli Esteri sovietico Andrei Gromyko

Tutto ciò, si badi bene, avveniva mentre l’Italia vedeva le più serie scorribande di CIA, MOSSAD e MI 6 contro la propria indipendenza, sovranità e, in particolare, contro la prospettiva di un’ascesa al governo da parte dei comunisti e contro la politica estera filo – araba inaugurata, in modo particolare, da Aldo Moro, accompagnata da apprezzabili aperture ed accordi con un’Urss in pieno sviluppo. Insomma, in quel 1971/72, gli spettri della “guerra fredda” erano ben vivi e tentarono, a più riprese, di sabotare i rapporti tra occidente e mondo sovietico. Le risposte da parte dell’Urss, in modo particolare da parte del Ministro degli Esteri Gromyko, furono sempre, come abbiamo visto, improntate alla cautela (forse eccessiva) e al buon senso (a volte degno di miglior causa). Era ancora lontano a venire il traditore Gorbaciov, con la sua cerchia di liquidatori del socialismo, legati mani e piedi alla reazione internazionale, agli ambienti mondialisti e massonici. Scalato il massimo livello del potere sovietico, con l’avvio della “perestrojka”, davanti a quei circoli si sarebbe spalancata la strada verso l’obiettivo agognato da decenni: la fine del socialismo reale e di ogni contrappeso all’imperialismo, senza più la necessità di intrighi diplomatici e scandali confezionati ad arte. Il resto, è storia dei nostri giorni, con una Russia, quella di Putin, non certo socialista, ma rinata comunque a nuova vita sullo scacchiere mondiale, nel suo ruolo di rivale geopolitico del sempre più decadente unipolarismo americano, particolarmente aggressivo ed arrogante sotto la gestione dei neocon padrini di Bush jr. e dei “ liberal “ mentori di Obama.

FONTI BIBLIOGRAFICHE E SITOGRAFICHE

La Stampa”, numeri del 25/09/1971, del 27/09 /1971, del 30/09/1971, del 2/10/1971, del 17/10 /1971, del 18/10/1971, del 19/10/1971, del 6/11/1971, consultabili in: “http://www.archiviolastampa.it “

Dichiarazioni di Giulio Andreotti rispetto ai fatti del 1972 in Italia:

http://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/83584.pdf

Notizie sulla “Scaldia – Volga”:

https://ru.wikipedia.org/wiki/Scaldia-Volga_S.A.

Per un panorama delle provocazioni antisovietiche e anticomuniste, anche a livello spionistico, vedi:

Victor Marchetti – John D. Marks: “Cia. Culto e mistica del servizio segreto” (Garzanti, 1975).

William Blum: “Il libro nero degli Stati Uniti” ( Fazi Editore, 2003 ).

Chernobyl: sabotaggio imperialista?

Chernobyl: sabotaggio imperialista?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

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L’impianto di Chernobyl subito dopo l’esplosione

La data del 26 aprile 1986 è entrata nella storia, e ci rimarrà per sempre, per il tragico incidente di Chernobyl: la “Чернобыльская авария” o “Чорнобильська катастрофа”, nell’accezione ucraina ancora più incisiva e forte, è da più di 30 anni, e lo sarà ancora per molti anni a venire, il simbolo dei rischi connessi al nucleare e al suo sviluppo. La versione ufficiale ci ha informati, e continua a ripeterci, che in quel giorno, alle ore 1:23, presso la centrale nucleare situata a 3 km da Pryp’jat e a 18 km da Chernobyl, avvenne il fatale incidente: il personale, in maniera inopinata ed irresponsabile, in violazione di numerosi protocolli e allo scopo di eseguire un test per saggiare la sicurezza complessiva dell’impianto, avrebbe aumentato repentinamente la temperatura nel nocciolo del reattore numero 4. La scissione dell’acqua in idrogeno ed ossigeno, determinata da quella dinamica, avrebbe provocato la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore, con esplosione, scoperchiamento dello stesso e conseguente, vasto incendio della grafite, minerale presente, negli impianti nucleari, in barre per assorbire le radiazioni. Una nuvola di materiale radioattivo, sprigionandosi, avrebbe esteso la sua mortifera ombra su un’area sterminata. Fin qui, la versione ufficiale, illuminante e certamente degna di fede rispetto alla descrizione oggettiva di alcuni passaggi, ma assolutamente lacunosa e omertosa sul quadro generale esistente in quella maledetta notte dell’aprile ’86.

Versione che diventa addirittura grottesca e paradossale quando pretende di accreditare presunte carenze strutturali della centrale nucleare esistente, costruita invece secondo i più rigorosi criteri allora esistenti, a livello edile ed ingegneristico. Che poi il nucleare sia intrinsecamente pericoloso, vulnerabile e rischioso, questa è una considerazione, almeno per chi scrive, assolutamente condivisibile, ma che vale a Chernobyl come a Fukushima e in ogni altra parte del mondo. La verità ufficiale, diffusa con al potere il revisionista Gorbaciov, legato alle centrali imperialiste e ai circoli mondialisti, è tutto fuorché oro colato da custodire nei crogioli della ricerca storica: è – con ogni evidenza – una verità di comodo, come dimostrano diversi fatti. Vediamoli uno per uno.

L’insigne fisico nucleare Nikolaj Kravchuk, supportato da altri eminenti calibri della scienza russa ed ucraina, tra i quali I.A. Kravets e V.A. Vyshinsky, ha presentato, nel 2011, uno studio sull’incidente occorso alla centrale nucleare ucraina, dal titolo di per sé eloquente: “L’enigma del disastro di Chernobyl”. Frutto di ricerche condotte con coraggio, abnegazione e autentica sete di verità, tale studio ha sollevato polemiche e provocato la levata di scudi del mondo accademico, chiuso nel suo conformismo, quando non nella complicità verso la disinformazione pilotata dal potere che lo sostiene, lo foraggia, ne avalla o ne impone le tesi ufficiali. Per il suo testo decisamente al di là di ogni verità di comodo, Kravchuk ha subito un ostracismo che nemmeno al più immorale e abietto dei delinquenti sarebbe toccato in sorte: dileggiato, emarginato, minacciato, è stato infine espulso (lui, studioso tra i migliori presenti sul campo!) dall’Istituto di Fisica Teorica “Bogoljubov” dell’Accademia Nazionale delle Scienza dell’Ucraina, quello stesso Istituto che ha visto, nei decenni, operare con profitto e risultati apprezzati a livello mondiale calibri quali lo scienziato eponimo, ovvero Nikolaj Nikolaevich Bogoljubov, Aleksandr Sergeevich Davydov, Aleksej Grigor’evic Sitenko. Il torto di Nikolaj Kravchuk qual è stato? Uno solo, ma imperdonabile: quello di aver evidenziato, con rigore analitico e inappuntabile metodo scientifico, i talloni d’Achille della tesi ufficiale sull’incidente di Chernobyl, diffusa subito dalla cupola gorbacioviana affinché il mondo pensasse a negligenze, arretratezze strutturali della base materiale industriale e scientifica dell’Urss, debolezze inesistenti, anziché ad altro, in primis a complotti orchestrati e condotti per minare l’Urss in quanto unica potenza capace di competere con il mondo capitalista e superarlo per produttività, concorrenzialità, capacità di costruire una società migliore, a misura d’uomo. In primis, Kravchuk dimostra, con dovizia di dati, come l’azione di sollecitazione sul reattore n. 4 sia stata reiterata nel tempo, a partire dal 1° aprile 1986 fino al 23 dello stesso mese, e non esercitata solo la notte del tragico incidente, nel quadro del famoso “test di sicurezza”, come ha preteso e pretende il “dogma” ufficiale. Tutto ciò in nome di un obiettivo, lucido e scientemente perseguito, volto a sabotare la centrale. Kravchuk non usa troppo la parola “complotto”, o meglio non ne fa abuso, ma quando scrive che, a Chernobyl, nell’aprile del 1986, sono state poste in essere “azioni ben pianificate e pre – implementate”, egli intende rendere pienamente intellegibile una situazione nella quale tutto ha avuto posto, fuorché la casualità.

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L’enorme cappa protettiva realizzata sopra il luogo del disastro

In particolare, il reattore n. 4 era stato stipato di materiali radioattivi con un contenuto fino a 1500 MegaCurie (il “Curie” è l’unità di misura della radioattività, adottata a partire dal Congresso Internazionale di Radiologia di Bruxelles del 1910). In alcune cellule del reattore, poi, era presente del Plutonio – 239, combustibile utilizzato nei sottomarini nucleari e potente fattore di innalzamento della temperatura complessiva. Tutto questo, non poteva essere né casuale né incidentale: dobbiamo pensare vi fosse, altresì, la deliberata volontà di mandare in tilt l’impianto, di provocare un incidente, a meno di non postulare la follia, l’insania di qualcuno come il movente unico e solo del fatto, dopodiché non si spiegherebbero, però, le coperture, gli insabbiamenti, i depistaggi sistematicamente attuati dal vertice del potere, in Urss come a livello mondiale. Vi sono però altri tasselli che, messi insieme, vanno a comporre un mosaico inquietante: la notte del 26 aprile, qualificati specialisti in forza alla centrale, a partire da A. Chernyshev, non furono autorizzati a prestare servizio e altri presenti fecero di tutto, disperatamente, per fare in modo che Anatolij Stepanovich Djatlov, ingegnere capo, quadro direttivo della centrale, stoppasse l’assurdo test di sicurezza, nel quale, lo ribadiamo, la maggior parte dei sistemi di protezione erano stati disattivati per… saggiare il livello di sicurezza dell’impianto (!!!). Come se, per testare la sicurezza di un’automobile, la si spingesse a 200 all’ora lungo una discesa, con i passeggeri privi di cinture di sicurezza e le portiere spalancate. Vi era stata, da parte di molti quadri tecnici, una sollevazione generale contro le criminali sollecitazioni, ripetute nel tempo, del reattore n. 4? Djatlov era lo strumento di una volontà superiore alla quale non aveva voluto o saputo opporsi? Di certo, si sa che almeno due tecnici, Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov, furono minacciati di licenziamento per essersi opposti al disinserimento dei meccanismi di sicurezza, misura questa non solo folle, ma anche proibita dai protocolli disciplinanti il funzionamento della centrale. Sono ancora molti i lati oscuri della vicenda, ma, di certo, in quella primavera solo apparentemente dolce e rigenerante di 31 anni fa, a Chernobyl tutto era stato predisposto per la creazione di una “bomba” devastante, pronta ad esplodere senza freni, e l’esito fu, in tal senso, coronato da successo. Non è tutto, però: altri tre elementi aggiungono alla disamina dei fatti un corredo di precedenti e di circostanze da brivido. Già nel 1982 (ci si concentri su questa data, come vedremo in seguito, strategica!) il reattore n. 1 della centrale in questione, sempre a causa di “manovre errate”, aveva subito la distruzione dell’elemento centrale e si era evitata la catastrofe solo grazie alla prontezza e alla perizia del personale.

Qualche anno dopo la tragedia, poi, vicino al teatro dell’esplosione furono ritrovate tracce di TNT e di esplosivo al plastico: ne parlò il giornale russo “Trud” in un articolo pubblicato nel numero 74 del 1995, subito circondato dal chiasso assordante dell’omertà, della congiura del silenzio, come sempre avviene quando la verità viene sbattuta in faccia a chi pensa che il Re sia nudo. A Chernobyl vi fu anche un’esplosione di natura terroristica? Una “doppia bomba”, con effetto combinato di ordigno ed esplosione indotta del reattore?

Nessuno, su questo, ha fornito risposte efficaci e convincenti. Come nessuno le ha anche solo adombrate rispetto a quanto sostenuto dagli studiosi Je. Sobotovich e S. Chebanenko, i quali hanno riferito di aver trovato, nella zona della centrale nucleare, un gran numero di tracce di uranio altamente arricchito, ricollegando questo al “carico segreto” con il quale era stato riempito il reattore n. 4 esploso. Chi poteva avere interesse a generare un disastro? E com’è possibile pensare che una parte dei tecnici presenti a Chernobyl accettasse di suicidarsi, anche in nome di piani eversivi condivisi? Andiamo per ordine. Come abbiamo già accennato, l’interesse a sabotare l’economia dell’Urss, il suo possente apparato infrastrutturale tecnico – scientifico, era ben vivo e anzi prioritario nelle strategie dell’imperialismo, specie dopo l’ascesa al potere, negli Usa, di Ronald Reagan, sostenuto dalle più agguerrite lobbies anticomuniste. Abbiamo prima parlato del 1982, anno nel quale il reattore n. 1 della centrale di Chernobyl subì un danno derivato da azioni “improvvide” del personale in servizio. Ebbene, in quello stesso anno la CIA di William Casey dava inizio al suo piano aggiornato di destabilizzazione dell’Urss e dei Paesi socialisti, mediante sabotaggi e attentati, piano approvato e “vidimato” da Reagan nel mese di gennaio, in coincidenza temporale con fatti come il rapimento Dozier in Italia, pilotato dai servizi Usa, e il massiccio finanziamento del sindacato anticomunista polacco “Solidarnosc” ad opera delle centrali imperialiste. Il via alle “danze” terroristiche ed eversive lo dà l’esplosione di un gasdotto in Siberia, generata dall’impiego di un software difettoso, esportato deliberatamente dagli Usa in Urss per produrre danni irreversibili. Il fuoco ed il fumo che si sprigionarono dalla deflagrazione, furono ripresi dai satelliti ed allarmarono un gran numero di persone, convinte che fosse avvenuta una catastrofe nucleare. Tutto ciò è stato raccontato, fin nei più minimi dettagli, da Thomas C. Reed, ex membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America, nel suo libro dal titolo “At the Abyss: An Insider’s History of The Cold War” (“Nell’abisso: una storia della guerra fredda scritta da uno all’interno”), mai tradotto in Italia, Paese dove certe sudditanze dure a morire arrivano, spesso, al tragicomico epilogo dell’eccesso di zelo censorio, anche dopo che il “burattinaio” ha mostrato i fili. Alla luce di quanto narrato e documentato da Reed, come escludere che anche a Chernobyl, nel 1982 e nel 1986, possa essere avvenuto qualcosa di simile? E qui già sento aleggiare le obiezioni, già prima fugacemente menzionate, di chi sa guardare poco lontano dal suo naso, ma anche di chi, in buona fede e sincera volontà di capire, strabuzza gli occhi davanti a scenari da Dottor Stranamore: com’è possibile che delle persone, per quanto pedine di un complotto, abbiano accettato scientemente di provocare un danno in una centrale nucleare dalle prevedibilissime tragiche conseguenze, in primis su esse stesse? Chi si pone un simile interrogativo (legittimo nella misura in cui chi lo avanza non si è dato già risposte refrattarie ad ogni chiarimento in senso opposto), deve tener presente che, quando si studia un sabotaggio e lo si mette in atto, le conseguenze, spesso, vanno ben oltre le intenzioni. La notte del 26 aprile 1986, plausibilmente, chi ha attuato i piani del complotto pensava, di certo, ad un sabotaggio che avrebbe comportato un danno ridotto, o non così devastante come quello che poi avvenne. L’importante era infliggere un vulnus all’economia ed all’immagine dell’Urss, consci del fatto che, con il nuovo indirizzo della “Perestrojka”, i panni sarebbero stati non lavati in casa, come avveniva prima (e giustamente, per certi fatti!), ma esposti in pubblico, a rinfocolare il coro mondiale del dileggio per l’ “arretrata” e “pericolosa” tecnologia sovietica. La sottovalutazione delle conseguenze riconduce all’umana fallibilità, in questo caso accompagnata da comportamento criminale dei tecnici non solo in ordine all’atto compiuto, ma anche alla leggerezza (questa sì) con la quale si pensò di scartare a priori conseguenze più gravi. Ciò, naturalmente, nell’ipotesi in cui complotto vi sia stato, e su questo chi scrive intende non affermare dogmi di fede, ma portare elementi di riflessione. Le vicende processuali di alcuni responsabili della tragedia, in primis quella che interessò l’ingegner Djatlov, lasciano pensare a una trama molto poco “cristallina”: il dirigente in questione fu condannato, nel 1986, a 10 anni di colonia penale, ai sensi del Codice Penale della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, ma quattro anni dopo venne rilasciato, ufficialmente per una malattia grave (morirà nel 1995, a 64 anni). Appoggiato e sostenuto ad ogni piè sospinto dagli immancabili templari dell’antisovietismo Andrej Sacharov ed Elena Bonner, Djatlov dette la colpa di tutto quanto era accaduto ai progettisti dell’impianto, tesi debolissima e, anzi, inconsistente, visto che l’impianto di Chernobyl, a detta di molti scienziati, anche occidentali, era stato costruito con tutti i crismi della sicurezza strutturale. Djatlov sapeva e voleva coprire responsabilità sue e di altri? Se poi a questo associamo il ritrovamento di tracce di TNT e di esplosivo al plastico attorno all’area dell’incidente, allora si può pensare addirittura ad un doppio binario: sabotaggio interno ed esplosivo collocato all’esterno, a rafforzare gli effetti disastrosi della deflagrazione, da parte di agenti stranieri introdottisi furtivamente e poi prontamente fuggiti. Ipotesi, congetture, certo, ma sostenute dai lati oscuri della vicenda, dai suoi “buchi neri” non ancora colmati dalla benefica luce della chiarezza, non meno che da fatti espliciti e sottaciuti o censurati con violenza. In tutto ciò, cosa sapeva Gorbaciov? Come minimo, vi erano quinte colonne al servizio dell’imperialismo, nel suo entourage, ma la sua stessa figura, come testimoniano le dichiarazioni rese all’Università di Ankara nel 1999, è tutt’altro che adamantina: l’ex Segretario del PCUS, coccolato dai circoli imperialisti mondiali, ha pubblicamente affermato, in Turchia, di aver lavorato con gli americani per la disgregazione dell’Urss. Non si spiegherebbero altrimenti misure e provvedimenti economici e politici che minarono la stabilità dell’Urss, il suo benessere e il suo potenziale produttivo, facendo regredire la seconda superpotenza mondiale allo status di colonia. Che anche Chernobyl abbia fatto parte della congiura antisovietica è perfettamente plausibile, quindi, con attori e comparse non solo stranieri, ma anche all’interno delle frontiere del Paese, a ripetere il copione stabilito almeno fin dal 1982 dai “gentiluomini” di Langley, come li definiva lucidamente, e con pepata ironia, la stampa sovietica fin dagli anni ’60.

Riferimenti biblografici, sitografici e video

https://youtu.be/5_wzZqL7v0I

https://www.youtube.com/watch?v=I6QS9VDUnIA

https://www.youtube.com/watch?v=_tLwsoNZCKM

https://www.youtube.com/watch?v=c6md6nmaNao

https://www.youtube.com/watch?v=yfItwic8U0c

http://cccp-revivel.blogspot.it/2013/06/chernobyl-byl-vzorvan-chtoby-razvalit-sssr.html

https://prolecenter.wordpress.com/2016/04/26/chernobyl-disaster-could-have-been-cia-sabotage/

http://russ-history.blogspot.it/2015/04/the-chernobyl-disaster-was-terrorist.html

https://patriotnewstwo.wordpress.com/2016/01/24/intentional-explosion-of-chernobyl/

http://www.km.ru/world/2013/06/05/chernobylskaya-katastrofa/712470-tragediya-chernobylya-mogla-byt-rezultatom-zagovor

https://aurorasito.wordpress.com/2015/03/14/il-crollo-dellunione-sovietica-la-storia-del-tradimento-di-gorbaciov-e-eltsin/

https://it.sputniknews.com/mondo/201604262550811-chernobyl-tragedia-30-anni/

https://sputniknews.com/analysis/20090424121301292/

A caccia di carri: come il cannone anticarro sovietico ZiS-3 ebbe la meglio sulla Wehrmacht nazista

A caccia di carri: come il cannone anticarro sovietico ZiS-3 ebbe la meglio sulla Wehrmacht nazista

REDAZIONE NOICOMUNISTI

TRADUZIONE DI GUIDO FONTANA ROS
 
Zis-3 in agguato in ambiente urbano
75 anni fa, nel febbraio 1942, l’Armata Rossa concludeva le prove del Zis-3, cannone divisionale da campagna da 76 mm che sarebbe diventato il sistema d’artiglieria più prodotto nella storia umana.
Come ha spiegato l’analista militare Sergei Varshavchik in un recentearticolo per la RIA Novosti, lo Zis-3 divenne la minaccia per eccellenza sia per i veicoli corrazzati che per la fanteria degli avversari.

Dopo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica del giugno 1941, il compito di arrestare la principale forza d’urto della Wehrmacht, vale a dire la Panzerwaffe, ricadde sui reparti di artiglieria. Nel 1941, il cannone anticarro più diffuso nell’arsenale sovietico era il M 1937, un cannone semiautomatico da 45 mm. Questo cannone poteva agevolmente perforare una corazza da 50 mm a 500 metri, mentre la sua leggerezza e il suo basso profilo lo rendevano sia manovrabile che bersaglio difficile da centrare per i carri nemici.

 

Anticarro M 1937 in azione
Sfortunatamente le prime battaglie mostrarono che le caratteristiche progettuali del M 1937 esponevano molto gli artiglieri al fuoco di controbatteria dei mortai e dell’artiglieria.
ZiS-2 da 57 mm
Al principio della guerra, l’Armata Rossa aveva a sua disposizione un’altra arma anticarro: lo Zis-2 da 57 mm. Questo cannone presentava di suo alcuni problemi, per cui i progettisti rapidamente compresero che era troppo potente per il compito cui era destinato e troppo caro per essere prodotto in massa. Lo ZiS-2 fu tolto temporaneamente dalla produzione alla fine del 1941. In seguito, a causa del’introduzione da parte dei tedeschi di carri pesanti e di semoventi, la produzione dello ZiS-2 riprese nel 1943, quando il cannone fu installato su carri o su semoventi di artiglieria.

 

Allo stesso tempo le unità divisionali anticarro avevano necessità di qualcosa di meno costoso ma con caratteristiche analoghe. Inoltre 36.000 cannoni erano andati perduti nel primo anno di guerra ed era necessario rimpiazzarli velocemente.

Zis-30 SPAG 57mm
Varshavchik notava che, dal punto di vista strutturale lo Zis-3 era simile allo ZiS-2. L’ingegnere militare Vasily Grabin aveva cominciato a lavorare intorno all’arma prima che la guerra cominciasse. All’epoca il quarantaduenne progettista aveva completato il cursus studiorum alla facoltà di Artiglieria presso l’Accademia tecnica-militare Dzerzhinsky e trascorso parecchi anni a lavorare in fabbriche di artiglierie, dove aveva l’incarico di elaborare progetti di nuovi tipi di artiglierie.
Lo ZiS-2 sul T-34
 Negli anni ’30, Grabin sviluppò un modo ergonomico per abbreviare la fase della progettazione per la creazione di artiglierie pesanti. Il metodo di Grabin permetteva di sviluppare nuovi sistemi nel giro di mesi e talvolta perfino di settimane. Le sue tecniche permettevano ai progettisti e agli ingegneri di risparmiare un bel po’ di fatica, energia e metallo, senza compromettere la qualità.
Nella fase di progettazione del ZiS-3, Grabin immediatamente mise in opera il suo metodo per una potenziale produzione di massa. Questo richiese la riduzione dei passi necessari per costruire il cannone; la fabbricazione di alta qualità dei grossi componenti, la produzione di massa e la standardizzazione dei componenti, permisero la riduzione di questi ultimi da 2080 a solo 1.306; questo permise di produrre i cannoni più velocemente e a minor costo, senza alcuna riduzione di qualità.
Alla vostra sinistra lo ZiS-2 e alla vostra destra lo ZiS-3 riconoscibile dal freno di bocca
Il rinculo del cannone era ammortizzato di un buon 30% da un freno di bocca. Paragonato al suo predecessore, il ZiS-3 era un buon 420 kg di meno, aveva minori tolleranze ed era concepito per permettere alla squadra di 7 serventi di concentrarsi sui loro compiti specifici, abbreviando il tempo di sparo.
Batteria di ZiS-3

Letteralmente collaudato sul campo di battaglia 
Un contingente di preproduzione di ZiS-3 fu inviato al fronte nel dicembre 1941 a 2 battaglioni di artiglieria, occasione in cui il nuovo pezzo di artiglieria dimostrò le sue impressionanti capacità. Questa letterale “prova a fuoco” sul campo di battaglia permise a Grabin di presentare personalmente, nel gennaio 1942, questo nuovo sistema d’arma al Commissario del Popolo alla Difesa, Joseph Stalin; Stalin in persona firmò ufficialmente l’ordine per la produzione in serie del cannone poco dopo.
Lo ZiS-3 sarebbe diventato una delle armi più versatili del Fronte Orientale. Il cannone era pensato per eliminare fanteria, mitragliatrici, artiglieria, carri e blindati nemici e per distruggere postazioni. Proprio per la diversa tipologia di bersagli, il cannone fu concepito per sparare diversi tipi di proiettili, da quelli ad alto esplosivo in grado di distruggere muri di mattoni spessi 75 cm, a quelli a carica cava che potevano penetrare, bruciando, una corazza spessa 90 mm.
Varshavchik ha ricordato che in seguito alla consegna all’esercito, lo ZiS-3 ricevette una serie di nomignoli. Alcuni come prova di affezione gli affibbiarono un nome femminile come Zoya, altri considerando il suo rateo di fuoco e le sue eccellenti caratteristiche di combattimento, lo chiamarono raffica di Stalin. Anche la Wehrmacht diede al cannone un nomignolo: “Ratsch-bumm”; ratsch da rumore dell’impatto del proiettile sul bersaglio e bumm dal rombo dello sparo che arrivava successivamente essendo il proiettile supersonico.
Paragonando lo ZiS-3 ai propri pezzi da 75 mm, i progettisti tedeschi conclusero che l’arma sovietica fosse superiore in numerosi parametri di valutazione. Inoltre la concezione dello  Zis-3 gli permetteva di sparare proiettili più pesanti di circa il 13% di quelli tedeschi e l’aumentata gittata gli permetteva di colpire da più lontano.
Altro fattore importante, come ci fa notare Varshavchik, era che lo ZiS-3 non aveva la tendenza di affossarsi nel terreno durante lo sparo come succedeva alle sue controparti tedesche. Questo permetteva alla squadra di serventi di fare fronte rapidamente a minacce proveniente da altre direzioni e di rischierare velocemente in batteria il cannone secondo le necessità dell’avanzata della fanteria.
A partire dal 1942-1943, a distanze varianti dai 700 ai 900 metri , lo ZiS-3 facilmente metteva fuori uso quasi la totalità dei mezzi corazzati di cui disponeva la Wehrmacht.
In seguito, a partire dal 1943, con la comparsa dei Tiger, dei Panther e dei pesanti semoventi tedeschi, i serventi degli ZiS-3 si trovarono nell’impossibilità di penetrare frontalmente quel tipo di nuove corazzature.
Panther distrutto. La torretta staccata però indica che probabilmente fu colpito da un Su-152
Nondimeno trovarono una soluzione che permetteva di aggirare il problema: usando tecniche di imboscata [ndt: in questo articolo il racconto di un’imboscata contro i carri Tigre], colpivano il nemico dai fianchi e da dietro dove la corazzatura era più sottile. Inoltre con la comparsa di proiettili perforanti e a carica cava, le capacità anticarro dello ZiS-3 aumentarono ulteriormente, permettendo a cannone di forare facilmente a 500 metri una corazza da 80 mm.
Nel 1943, lo ZiS-3 fu collocato sul telaio del carro leggero T-70, creando così il semovente Su-76. Il debutto di questo semovente avvenne nella battaglia di Kursk, l’ultimo tentativo da parte dei nazisti di effettuare un’offensiva nel territorio sovietico.
Su-76M
Nel periodo del 1943-1945, oltre 14.000 Su-76 e Su-76M furono prodotti. Si tratta del semovente sovietico prodotto nel maggior numero di esemplari nella Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso modo con 48.000 esemplari, lo ZiS-3 fu il pezzo di artiglieria più prodotto nella storia.
Infine, Varshavchik ha suggerito che insieme al carro medio T-34, all’aereo da attacco al suolo Il-2, lo Zis-3 è uno dei più luminosi simboli della vittoria dell’Armata Rossa nella Grande Guerra Patriottica.