Chernobyl: sabotaggio imperialista?

Chernobyl: sabotaggio imperialista?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

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L’impianto di Chernobyl subito dopo l’esplosione

La data del 26 aprile 1986 è entrata nella storia, e ci rimarrà per sempre, per il tragico incidente di Chernobyl: la “Чернобыльская авария” o “Чорнобильська катастрофа”, nell’accezione ucraina ancora più incisiva e forte, è da più di 30 anni, e lo sarà ancora per molti anni a venire, il simbolo dei rischi connessi al nucleare e al suo sviluppo. La versione ufficiale ci ha informati, e continua a ripeterci, che in quel giorno, alle ore 1:23, presso la centrale nucleare situata a 3 km da Pryp’jat e a 18 km da Chernobyl, avvenne il fatale incidente: il personale, in maniera inopinata ed irresponsabile, in violazione di numerosi protocolli e allo scopo di eseguire un test per saggiare la sicurezza complessiva dell’impianto, avrebbe aumentato repentinamente la temperatura nel nocciolo del reattore numero 4. La scissione dell’acqua in idrogeno ed ossigeno, determinata da quella dinamica, avrebbe provocato la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore, con esplosione, scoperchiamento dello stesso e conseguente, vasto incendio della grafite, minerale presente, negli impianti nucleari, in barre per assorbire le radiazioni. Una nuvola di materiale radioattivo, sprigionandosi, avrebbe esteso la sua mortifera ombra su un’area sterminata. Fin qui, la versione ufficiale, illuminante e certamente degna di fede rispetto alla descrizione oggettiva di alcuni passaggi, ma assolutamente lacunosa e omertosa sul quadro generale esistente in quella maledetta notte dell’aprile ’86.

Versione che diventa addirittura grottesca e paradossale quando pretende di accreditare presunte carenze strutturali della centrale nucleare esistente, costruita invece secondo i più rigorosi criteri allora esistenti, a livello edile ed ingegneristico. Che poi il nucleare sia intrinsecamente pericoloso, vulnerabile e rischioso, questa è una considerazione, almeno per chi scrive, assolutamente condivisibile, ma che vale a Chernobyl come a Fukushima e in ogni altra parte del mondo. La verità ufficiale, diffusa con al potere il revisionista Gorbaciov, legato alle centrali imperialiste e ai circoli mondialisti, è tutto fuorché oro colato da custodire nei crogioli della ricerca storica: è – con ogni evidenza – una verità di comodo, come dimostrano diversi fatti. Vediamoli uno per uno.

L’insigne fisico nucleare Nikolaj Kravchuk, supportato da altri eminenti calibri della scienza russa ed ucraina, tra i quali I.A. Kravets e V.A. Vyshinsky, ha presentato, nel 2011, uno studio sull’incidente occorso alla centrale nucleare ucraina, dal titolo di per sé eloquente: “L’enigma del disastro di Chernobyl”. Frutto di ricerche condotte con coraggio, abnegazione e autentica sete di verità, tale studio ha sollevato polemiche e provocato la levata di scudi del mondo accademico, chiuso nel suo conformismo, quando non nella complicità verso la disinformazione pilotata dal potere che lo sostiene, lo foraggia, ne avalla o ne impone le tesi ufficiali. Per il suo testo decisamente al di là di ogni verità di comodo, Kravchuk ha subito un ostracismo che nemmeno al più immorale e abietto dei delinquenti sarebbe toccato in sorte: dileggiato, emarginato, minacciato, è stato infine espulso (lui, studioso tra i migliori presenti sul campo!) dall’Istituto di Fisica Teorica “Bogoljubov” dell’Accademia Nazionale delle Scienza dell’Ucraina, quello stesso Istituto che ha visto, nei decenni, operare con profitto e risultati apprezzati a livello mondiale calibri quali lo scienziato eponimo, ovvero Nikolaj Nikolaevich Bogoljubov, Aleksandr Sergeevich Davydov, Aleksej Grigor’evic Sitenko. Il torto di Nikolaj Kravchuk qual è stato? Uno solo, ma imperdonabile: quello di aver evidenziato, con rigore analitico e inappuntabile metodo scientifico, i talloni d’Achille della tesi ufficiale sull’incidente di Chernobyl, diffusa subito dalla cupola gorbacioviana affinché il mondo pensasse a negligenze, arretratezze strutturali della base materiale industriale e scientifica dell’Urss, debolezze inesistenti, anziché ad altro, in primis a complotti orchestrati e condotti per minare l’Urss in quanto unica potenza capace di competere con il mondo capitalista e superarlo per produttività, concorrenzialità, capacità di costruire una società migliore, a misura d’uomo. In primis, Kravchuk dimostra, con dovizia di dati, come l’azione di sollecitazione sul reattore n. 4 sia stata reiterata nel tempo, a partire dal 1° aprile 1986 fino al 23 dello stesso mese, e non esercitata solo la notte del tragico incidente, nel quadro del famoso “test di sicurezza”, come ha preteso e pretende il “dogma” ufficiale. Tutto ciò in nome di un obiettivo, lucido e scientemente perseguito, volto a sabotare la centrale. Kravchuk non usa troppo la parola “complotto”, o meglio non ne fa abuso, ma quando scrive che, a Chernobyl, nell’aprile del 1986, sono state poste in essere “azioni ben pianificate e pre – implementate”, egli intende rendere pienamente intellegibile una situazione nella quale tutto ha avuto posto, fuorché la casualità.

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L’enorme cappa protettiva realizzata sopra il luogo del disastro

In particolare, il reattore n. 4 era stato stipato di materiali radioattivi con un contenuto fino a 1500 MegaCurie (il “Curie” è l’unità di misura della radioattività, adottata a partire dal Congresso Internazionale di Radiologia di Bruxelles del 1910). In alcune cellule del reattore, poi, era presente del Plutonio – 239, combustibile utilizzato nei sottomarini nucleari e potente fattore di innalzamento della temperatura complessiva. Tutto questo, non poteva essere né casuale né incidentale: dobbiamo pensare vi fosse, altresì, la deliberata volontà di mandare in tilt l’impianto, di provocare un incidente, a meno di non postulare la follia, l’insania di qualcuno come il movente unico e solo del fatto, dopodiché non si spiegherebbero, però, le coperture, gli insabbiamenti, i depistaggi sistematicamente attuati dal vertice del potere, in Urss come a livello mondiale. Vi sono però altri tasselli che, messi insieme, vanno a comporre un mosaico inquietante: la notte del 26 aprile, qualificati specialisti in forza alla centrale, a partire da A. Chernyshev, non furono autorizzati a prestare servizio e altri presenti fecero di tutto, disperatamente, per fare in modo che Anatolij Stepanovich Djatlov, ingegnere capo, quadro direttivo della centrale, stoppasse l’assurdo test di sicurezza, nel quale, lo ribadiamo, la maggior parte dei sistemi di protezione erano stati disattivati per… saggiare il livello di sicurezza dell’impianto (!!!). Come se, per testare la sicurezza di un’automobile, la si spingesse a 200 all’ora lungo una discesa, con i passeggeri privi di cinture di sicurezza e le portiere spalancate. Vi era stata, da parte di molti quadri tecnici, una sollevazione generale contro le criminali sollecitazioni, ripetute nel tempo, del reattore n. 4? Djatlov era lo strumento di una volontà superiore alla quale non aveva voluto o saputo opporsi? Di certo, si sa che almeno due tecnici, Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov, furono minacciati di licenziamento per essersi opposti al disinserimento dei meccanismi di sicurezza, misura questa non solo folle, ma anche proibita dai protocolli disciplinanti il funzionamento della centrale. Sono ancora molti i lati oscuri della vicenda, ma, di certo, in quella primavera solo apparentemente dolce e rigenerante di 31 anni fa, a Chernobyl tutto era stato predisposto per la creazione di una “bomba” devastante, pronta ad esplodere senza freni, e l’esito fu, in tal senso, coronato da successo. Non è tutto, però: altri tre elementi aggiungono alla disamina dei fatti un corredo di precedenti e di circostanze da brivido. Già nel 1982 (ci si concentri su questa data, come vedremo in seguito, strategica!) il reattore n. 1 della centrale in questione, sempre a causa di “manovre errate”, aveva subito la distruzione dell’elemento centrale e si era evitata la catastrofe solo grazie alla prontezza e alla perizia del personale.

Qualche anno dopo la tragedia, poi, vicino al teatro dell’esplosione furono ritrovate tracce di TNT e di esplosivo al plastico: ne parlò il giornale russo “Trud” in un articolo pubblicato nel numero 74 del 1995, subito circondato dal chiasso assordante dell’omertà, della congiura del silenzio, come sempre avviene quando la verità viene sbattuta in faccia a chi pensa che il Re sia nudo. A Chernobyl vi fu anche un’esplosione di natura terroristica? Una “doppia bomba”, con effetto combinato di ordigno ed esplosione indotta del reattore?

Nessuno, su questo, ha fornito risposte efficaci e convincenti. Come nessuno le ha anche solo adombrate rispetto a quanto sostenuto dagli studiosi Je. Sobotovich e S. Chebanenko, i quali hanno riferito di aver trovato, nella zona della centrale nucleare, un gran numero di tracce di uranio altamente arricchito, ricollegando questo al “carico segreto” con il quale era stato riempito il reattore n. 4 esploso. Chi poteva avere interesse a generare un disastro? E com’è possibile pensare che una parte dei tecnici presenti a Chernobyl accettasse di suicidarsi, anche in nome di piani eversivi condivisi? Andiamo per ordine. Come abbiamo già accennato, l’interesse a sabotare l’economia dell’Urss, il suo possente apparato infrastrutturale tecnico – scientifico, era ben vivo e anzi prioritario nelle strategie dell’imperialismo, specie dopo l’ascesa al potere, negli Usa, di Ronald Reagan, sostenuto dalle più agguerrite lobbies anticomuniste. Abbiamo prima parlato del 1982, anno nel quale il reattore n. 1 della centrale di Chernobyl subì un danno derivato da azioni “improvvide” del personale in servizio. Ebbene, in quello stesso anno la CIA di William Casey dava inizio al suo piano aggiornato di destabilizzazione dell’Urss e dei Paesi socialisti, mediante sabotaggi e attentati, piano approvato e “vidimato” da Reagan nel mese di gennaio, in coincidenza temporale con fatti come il rapimento Dozier in Italia, pilotato dai servizi Usa, e il massiccio finanziamento del sindacato anticomunista polacco “Solidarnosc” ad opera delle centrali imperialiste. Il via alle “danze” terroristiche ed eversive lo dà l’esplosione di un gasdotto in Siberia, generata dall’impiego di un software difettoso, esportato deliberatamente dagli Usa in Urss per produrre danni irreversibili. Il fuoco ed il fumo che si sprigionarono dalla deflagrazione, furono ripresi dai satelliti ed allarmarono un gran numero di persone, convinte che fosse avvenuta una catastrofe nucleare. Tutto ciò è stato raccontato, fin nei più minimi dettagli, da Thomas C. Reed, ex membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America, nel suo libro dal titolo “At the Abyss: An Insider’s History of The Cold War” (“Nell’abisso: una storia della guerra fredda scritta da uno all’interno”), mai tradotto in Italia, Paese dove certe sudditanze dure a morire arrivano, spesso, al tragicomico epilogo dell’eccesso di zelo censorio, anche dopo che il “burattinaio” ha mostrato i fili. Alla luce di quanto narrato e documentato da Reed, come escludere che anche a Chernobyl, nel 1982 e nel 1986, possa essere avvenuto qualcosa di simile? E qui già sento aleggiare le obiezioni, già prima fugacemente menzionate, di chi sa guardare poco lontano dal suo naso, ma anche di chi, in buona fede e sincera volontà di capire, strabuzza gli occhi davanti a scenari da Dottor Stranamore: com’è possibile che delle persone, per quanto pedine di un complotto, abbiano accettato scientemente di provocare un danno in una centrale nucleare dalle prevedibilissime tragiche conseguenze, in primis su esse stesse? Chi si pone un simile interrogativo (legittimo nella misura in cui chi lo avanza non si è dato già risposte refrattarie ad ogni chiarimento in senso opposto), deve tener presente che, quando si studia un sabotaggio e lo si mette in atto, le conseguenze, spesso, vanno ben oltre le intenzioni. La notte del 26 aprile 1986, plausibilmente, chi ha attuato i piani del complotto pensava, di certo, ad un sabotaggio che avrebbe comportato un danno ridotto, o non così devastante come quello che poi avvenne. L’importante era infliggere un vulnus all’economia ed all’immagine dell’Urss, consci del fatto che, con il nuovo indirizzo della “Perestrojka”, i panni sarebbero stati non lavati in casa, come avveniva prima (e giustamente, per certi fatti!), ma esposti in pubblico, a rinfocolare il coro mondiale del dileggio per l’ “arretrata” e “pericolosa” tecnologia sovietica. La sottovalutazione delle conseguenze riconduce all’umana fallibilità, in questo caso accompagnata da comportamento criminale dei tecnici non solo in ordine all’atto compiuto, ma anche alla leggerezza (questa sì) con la quale si pensò di scartare a priori conseguenze più gravi. Ciò, naturalmente, nell’ipotesi in cui complotto vi sia stato, e su questo chi scrive intende non affermare dogmi di fede, ma portare elementi di riflessione. Le vicende processuali di alcuni responsabili della tragedia, in primis quella che interessò l’ingegner Djatlov, lasciano pensare a una trama molto poco “cristallina”: il dirigente in questione fu condannato, nel 1986, a 10 anni di colonia penale, ai sensi del Codice Penale della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, ma quattro anni dopo venne rilasciato, ufficialmente per una malattia grave (morirà nel 1995, a 64 anni). Appoggiato e sostenuto ad ogni piè sospinto dagli immancabili templari dell’antisovietismo Andrej Sacharov ed Elena Bonner, Djatlov dette la colpa di tutto quanto era accaduto ai progettisti dell’impianto, tesi debolissima e, anzi, inconsistente, visto che l’impianto di Chernobyl, a detta di molti scienziati, anche occidentali, era stato costruito con tutti i crismi della sicurezza strutturale. Djatlov sapeva e voleva coprire responsabilità sue e di altri? Se poi a questo associamo il ritrovamento di tracce di TNT e di esplosivo al plastico attorno all’area dell’incidente, allora si può pensare addirittura ad un doppio binario: sabotaggio interno ed esplosivo collocato all’esterno, a rafforzare gli effetti disastrosi della deflagrazione, da parte di agenti stranieri introdottisi furtivamente e poi prontamente fuggiti. Ipotesi, congetture, certo, ma sostenute dai lati oscuri della vicenda, dai suoi “buchi neri” non ancora colmati dalla benefica luce della chiarezza, non meno che da fatti espliciti e sottaciuti o censurati con violenza. In tutto ciò, cosa sapeva Gorbaciov? Come minimo, vi erano quinte colonne al servizio dell’imperialismo, nel suo entourage, ma la sua stessa figura, come testimoniano le dichiarazioni rese all’Università di Ankara nel 1999, è tutt’altro che adamantina: l’ex Segretario del PCUS, coccolato dai circoli imperialisti mondiali, ha pubblicamente affermato, in Turchia, di aver lavorato con gli americani per la disgregazione dell’Urss. Non si spiegherebbero altrimenti misure e provvedimenti economici e politici che minarono la stabilità dell’Urss, il suo benessere e il suo potenziale produttivo, facendo regredire la seconda superpotenza mondiale allo status di colonia. Che anche Chernobyl abbia fatto parte della congiura antisovietica è perfettamente plausibile, quindi, con attori e comparse non solo stranieri, ma anche all’interno delle frontiere del Paese, a ripetere il copione stabilito almeno fin dal 1982 dai “gentiluomini” di Langley, come li definiva lucidamente, e con pepata ironia, la stampa sovietica fin dagli anni ’60.

Riferimenti biblografici, sitografici e video

https://youtu.be/5_wzZqL7v0I

https://www.youtube.com/watch?v=I6QS9VDUnIA

https://www.youtube.com/watch?v=_tLwsoNZCKM

https://www.youtube.com/watch?v=c6md6nmaNao

https://www.youtube.com/watch?v=yfItwic8U0c

http://cccp-revivel.blogspot.it/2013/06/chernobyl-byl-vzorvan-chtoby-razvalit-sssr.html

https://prolecenter.wordpress.com/2016/04/26/chernobyl-disaster-could-have-been-cia-sabotage/

http://russ-history.blogspot.it/2015/04/the-chernobyl-disaster-was-terrorist.html

https://patriotnewstwo.wordpress.com/2016/01/24/intentional-explosion-of-chernobyl/

http://www.km.ru/world/2013/06/05/chernobylskaya-katastrofa/712470-tragediya-chernobylya-mogla-byt-rezultatom-zagovor

https://aurorasito.wordpress.com/2015/03/14/il-crollo-dellunione-sovietica-la-storia-del-tradimento-di-gorbaciov-e-eltsin/

https://it.sputniknews.com/mondo/201604262550811-chernobyl-tragedia-30-anni/

https://sputniknews.com/analysis/20090424121301292/

Molti si sono tormentati attorno alla domanda: perché il sistema socialista sovietico era così fragile?

Molti si sono tormentati attorno alla domanda: perché il sistema socialista sovietico era così fragile?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Davide Spagnoli

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Dal libro di Roger Keeran and Thomas Kenny, Socialism Betrayed, Behind the Collapse of the Soviet Union, 2010, New York, Bloomington, versione elettronica, pp. 469-472.
(il libro può essere comprato qui: https://www.amazon.com/Socialism-Betrayed-Behind-Collapse-Soviet/dp/1450241719  oppure è possibile consultarlo qui).
“Senza una comprensione della crescita delle forze interne che si opponevano al socialismo, il sistema sembrava più forte di quanto fosse in realtà, e la sua caduta imprevista è stata quindi tanto più scioccante e sconcertante. Una domanda simile, da un altro punto di vista, si può porre come confronto: se il capitalismo statunitense è sopravvissuto ad un Herbert Hoover, che nel 1929 ha presieduto un crollo economico che ha portato la disoccupazione di massa al 40 per cento e una depressione decennale, così come la sconfitta del suo Partito repubblicano per un lungo periodo, ma il capitalismo USA ha recuperato, è cresciuto e prosperato dopo la seconda guerra mondiale, perché il socialismo sovietico non avrebbe potuto sopravvivere a un Gorbaciov?
La risposta è che il fattore soggettivo è di gran lunga più importante nel socialismo che non nel capitalismo. Questo è sia un punto di forza che un punto di debolezza. Una differenza qualitativa tra socialismo e capitalismo viene catturato nel modo di dire che: ‘il capitalismo cresce; il socialismo viene costruito’. A rischio di una similitudine noiosa, i due sistemi sono come una zattera su di un fiume e un aeroplano. Con il capitalismo – la zattera sul fiume – il timoniere che dirige la zattera deve semplicemente per evitare secche, rapide e cascate. Principalmente, il flusso della corrente del fiume controlla il ritmo e la direzione della zattera. Si tratta di un sistema semplice e soprattutto automatico. È necessaria solo una vaga supervisione. I grandi errori di solito non sono fatali.
Un aereo – il socialismo – è un sistema di trasporto di gran lunga superiore. Il suo raggio d’azione, la sua libertà di direzione e manovra, la sua velocità di gran lunga superiore a quella del zattera fiume. Ma l’aereo richiede l’applicazione consapevole delle leggi della fisica e dell’aerodinamica, la previsione di tanti fattori, la pianificazione, la scienza, la formazione, il personale di terra, il radar, e così via. Si tratta di un sistema complesso che richiede una massiccia divisione sociale del lavoro. La gestione del sistema – il suo pilotaggio, l’aspetto soggettivo della sua guida – è molto più cruciale per il funzionamento sicuro di questo sistema di trasporto rispetto a quanto avviene con la zattera nel fiume. I grandi errori nel pilotare un aereo, anche se rari, sono spesso fatali. C’è un margine minore di errore. Il fatto che gli aerei a volte hanno degli incidenti non prova la superiorità della zattera nel fiume. È solo un argomento per una migliore progettazione, per meglio pilotare, per avere aerei più sicuri.
Le leggi della costruzione del socialismo differiscono dalle leggi dello sviluppo capitalistico. Le leggi del capitalismo operano alla cieca, senza una coscienza, come la legge di gravità che spinge la zattera nel fiume a valle, non importa quale sia il timoniere. Ma le leggi del socialismo, mentre sono obiettive, richiedono un aereo il cui progettista conosca e usi consapevolmente le leggi che regolano forze come la gravità, la spinta, la portanza e la resistenza, e un pilota abile nella tecnica basata sulla sottostante scienza”

Solzhenitsyn: agente dell’imperialismo, anticomunista convinto, desideroso di riportare indietro le lancette della storia.

Solzhenitsyn: agente dell’imperialismo, anticomunista convinto, desideroso di riportare indietro le lancette della storia.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Sulle menzogne che hanno costellato il cammino di agit – prop anticomunista e antisovietico di Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn, abbiamo ampiamente scritto e dibattuto: le mistificazioni indecenti sulla sua condanna alla detenzione, sul regime dei GULAG, sul numero di detenuti nelle strutture concentrazionarie sovietiche, sul suo ruolo di “dissidente”, sono state dettagliatamente passate in rassegna in articoli e saggi qui pubblicati. Vale la pena soffermarsi, ora, su una serie di episodi ai quali precedentemente si è accennato, che dimostrano inequivocabilmente come lo scrittore “dissidente” russo abbia difeso il fascismo e l’imperialismo non in chiave letteraria, e non solo in Urss, ma apertamente e deliberatamente nel corso di incontri, viaggi e da tribune tutt’altro che neutre o poco influenti. Si è sempre cercato di nascondere, ad esempio, quando non lo si è negato, che Solzhenitsyn sia stato un sostenitore del regime autoritario e genocida di Pinochet in Cile. Le evidenze emerse negli anni ’70 e dopo, rendono invece chiaro e certo che il “dissidente” tanto preoccupato dalla mancanza (secondo lui) di libertà nell’Urss, non era in eguali ambasce per la negazione sistematica dei diritti umani, le torture e i massacri attuati dalla giunta militare cilena. Solzhenitsyn lodò pubblicamente Pinochet e altri dittatori anticomunisti più volte, giustificando i golpe e le successive repressioni di comunisti, progressisti e democratici. Per Solzhenitsyn, la libertà era ad ovest, nel mondo capitalista, un paravento degli odiati comunisti per raggiungere il potere, paravento da distruggere ed annientare, puntellando le peggiori dittature, mentre ad est diventava, come per magia, istanza indiscutibile da sostenere in ogni modo contro i comunisti stessi. Una malafede assoluta, da parte di un uomo accecato dall’odio contro ogni fermento progressista, contro ogni rivendicazione di progresso, pace e vera democrazia. Alla televisione francese, il 9 marzo 1976, lo scrittore megafono dell’antisovietismo si produsse in una subdola e scandalosa difesa, questa volta indiretta del regime di Pinochet in Cile, sostenendo che egli non aveva alcuna intenzione di recarsi nel Paese sudamericano, ma anche che “se il Cile non ci fosse stato, lo si sarebbe dovuto inventare” (sic!) e che in Europa ci si preoccupava più di Pinochet che del Muro di Berlino, dell’occupazione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia (1). Come dire, perché preoccuparsi per le decine di migliaia di morti provocati dalla giunta di Santiago del Cile, per gli arresti, le esecuzioni sommarie, le sparizioni, gli esuli, quando in Europa c’era il Muro di Berlino da bersagliare come unico e solo simbolo di ogni male (come se quel vallo non fosse stato originato dalla destabilizzazione imperialista), accanto all’esistenza del campo socialista? La stampa reazionaria e filo imperialista cilena ricambiò la stima e l’ammirazione dello scrittore per il regime, dedicando alcuni articoli alla sua figura, tra i quali “El grito de Solzhenitsyn”, comparso su “El Mercurio” del 1° ottobre 1978 (2).

Nell’estate del 1975, però, i peana di Solzhenitsyn verso l’imperialismo statunitense avevano raggiunto il culmine: lo scrittore, in quel periodo, aveva intrapreso una sorta di “tournée”, non solo protetto e acclamato dai circoli ultrareazionari di destra, ma anche ricevuto con tutti gli onori dal potere ufficiale. In un incontro patrocinato dall’AFL – CIO (American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations), il Sindacato statunitense noto per il suo anticomunismo e le sue compromissioni con la CIA e con il padronato, Solzhenitsyn aveva lanciato strali contro la distensione mondiale e aveva rivolto, alla presenza di alti funzionari governativi e influenti personaggi dell’establishment, un appello plateale all’intromissione imperialista negli affari interni dell’Urss e dei Paesi socialisti. Queste le sue testuali parole:

“I leaders comunisti dicono: ‘non interferite nei nostri affari interni. Lasciateci soffocare i nostri cittadini in pace e in tranquillità’. Io invece dico a voi: “ingeritevi sempre di più. Interferite quanto più potete'”(3).

In quell’assise di neo – crociati, Solzhenitsyn era stato “tenuto a battesimo” nientemeno che da George Meany, Presidente storico del Sindacato yankee e acceso fautore della Guerra del Vietnam. Lo scrittore russo, non pago di appelli a riedizioni della guerra fredda, aveva poi ringraziato l’AFL – CIO per aver pubblicato, negli anni ’40, una mappa dei Gulag sovietici (una patacca volta ad accreditare la presenza di lavoro semi – schiavile in Urss, proprio mentre negli Usa questa pratica raggiungeva la massima estensione nel sistema penitenziario); inoltre, da quella tribuna menzognera e corrotta, la penna più prolifica dell’antisovietismo aveva profuso parole volte a rinfocolare odio per il suo Paese natale e per l’umanità progressista:

“con l’avvento della bomba atomica statunitense – aveva affermato- i comunisti hanno cambiato le loro tattiche. Essi sono diventati improvvisamente araldi della pace a tutti i costi. Hanno cominciato a convocare congressi per la pace, a far circolare petizioni per la pace, finché il mondo occidentale non è caduto in questo inganno. Gli obiettivi, però, l’ideologia, sono rimasti gli stessi. Essi sono incentrati sulla distruzione della vostra società, sulla distruzione del modo di vita occidentale “(4).

Nel 1976, il nostro Goffredo di Buglione cosacco, dopo aver incensato col fioretto Pinochet, rinnovò in Spagna i fasti del più truce anticomunismo, glorificando, questa volta in modo aperto, la tirannia di Francisco Franco, da poco defunto e mettendo in guardia il Re Juan Carlos ed il suo entourage dal mettere in atto (Dio non volesse!) moderate riforme in senso liberale. Ospite, sabato 20 marzo, del popolare programma televisivo “Directisimo”, Solzhenitsyn vaneggiò, alla faccia di ogni senso del ridicolo, di 110 milioni di morti provocati dal socialismo sovietico dal 1917 al 1959 e paragonò, con faccia di bronzo impareggiabile, “la schiavitù a cui il popolo sovietico è stato sottoposto” alla “libertà di cui si gode in Spagna”. Per Solzhenitsyn, nella Spagna franchista non vi erano stati 400.000 desaparecidos, 500.000/1.000.000 di esuli (2 – 4% della popolazione totale), centinaia di migliaia di prigionieri, centinaia di migliaia di fucilati prima e dopo la guerra civile. Niente di tutto questo! Con Franco e con i franchisti, per lo scrittore,

“aveva vinto il Cristianesimo” (5). Libertà soppresse? “Conosco un solo posto dove non c’è libertà, è la Russia”.

L’opinione pubblica progressista, che si era mobilitata contro le condanne a morte di antifascisti spagnoli? Una manica di utopisti, fuori dalla realtà e anzi utili agenti dell’onnipresente comunismo prodighi nel difendere nient’altro che dei “terroristi” (6). Tutto un programma anche i “consigli” impartiti ai nuovi reggitori del potere iberico:

“Coloro che cercano rapide riforme democratiche, capiscono cosa potrà accadere domani o il giorno seguente? La Spagna può avere la democrazia domani, ma poi sarà in grado di evitare che la democrazia diventi totalitarismo ? ” (7).

Già, totalitarismo, parola magica che la malafede della propaganda borghese e reazionaria usa ad ogni piè sospinto per celare la realtà tirannica, oppressiva, disumanizzante del sistema capitalista, imputando quegli aspetti al socialismo.

Non soddisfatto della sua predicazione di odio e mistificazione, Solzhenitsyn tornò negli Usa nel 1978: si era accorto di aver lasciato un po’ troppo sullo sfondo la guerra del Vietnam, vinta tre anni prima dalla lotta cosciente e determinata di tutto un popolo unito contro l’imperialismo, appoggiato dalla solidarietà internazionalista in ogni angolo del pianeta. Sì, nel suo viaggio americano del 1975 aveva preannunciato stermini e ogni sorta di sciagura in seguito alla recentissima vittoria dei Vietcong, ma la ruota della storia aveva girato in senso opposto e… bisognava pur raccontare qualche frottola sulla nuova realtà indocinese! Le anime dei corrotti oppressori sud – vietnamiti scalpitavano dall’oltretomba! Davanti alla platea scelta di Harvard, il barbuto enciclopedista dell’anticomunismo attaccò i pacifisti, colpevoli di essere strumenti in mano (guarda caso!) dei comunisti .

“Il più tremendo errore – tuonò Solzhenitsyn – si è verificato con l’incapacità di comprendere la guerra del Vietnam. Alcune persone desideravano sinceramente che il conflitto cessasse il prima possibile; altre persone pensavano vi sarebbe stato spazio per l’autodeterminazione nazionale o comunista, in Vietnam oppure in Cambogia (…). Gli attivisti statunitensi del movimento contro la guerra, però, hanno finito con il rendersi complici del tradimento verso le Nazioni dell’Estremo Oriente, del genocidio e della sofferenza imposti a 30 milioni di persone. Questi convinti pacifisti sentono i lamenti che provengono da laggiù? Capiscono, oggi, le loro responsabilità? Oppure preferiscono non sentire?” (8).

Domande indisponenti, ridicole, offensive dell’intelligenza e del buonsenso, provenienti da chi se ne era strafregato di 5 milioni di vietnamiti uccisi dagli yankee e dai loro fantocci e da chi fingeva di non rendersi conto che la lotta dei Vietcong era stata la lotta della quasi totalità del popolo vietnamita, mercenari e sfruttatori esclusi.

Anche questo, e soprattutto questo, è stato Solzhenitsyn: un agente dell’imperialismo, non solo un anticomunista convinto, desideroso di riportare indietro le lancette della storia.

NOTE:
(1) Vedasi: Michael Scott Christofferson, “French Intellectuals Against the Left: The Antitotalitarian Moment of the 1970’s“, Bergahn Books, Oxford, 2004;

Vedasi anche Mario Spataro, “Pinochet, las incomodas verdadestraduzione in spagnolo di Mario Spataro, “Pinochet, le scomode verità”, Settimo Sigillo, 2003;

(2) Citato in José Miguel Armendariz Azcarate, “Solzhenitsyn : el dedo en llaga“, Editorial Andrés Bello;

(3Aleksandr I. Solzhenitsyn, “The Voice of Freedom“, Washington, DC: Washington : American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations, 1975;

(4) Ivi

(5) Vedasi qui

(6) Ibidem

(7) Ibidem

(8) Si senta il discorso qui

La bandiera rossa sventolerà di nuovo

La bandiera rossa sventolerà di nuovo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Viktor Anpilov

La lotta e la speranza di un vero comunista. Questa potrebbe essere la sintesi di questo scritto; si tratta di una raccolta di estratti di discorsi ed interviste di Viktor Ivanovich Anpilov, segretario del Comitato centrale del Partito Comunista Russo dei Lavoratori (RKRP) e leader di “La Russia dei Lavoratori” e uno dei principali leader dell’insurrezione soffocata nel sangue da Yeltsin durante l’ “Ottobre Nero” del 1993.

Testo realizzato nel 1996 da Bill Dores.

FONTE

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L’insurrezione contro il golpe di Yeltsin del 3-4 ottobre 1993; un ricordo dei compagni caduti

L’insurrezione contro il golpe di Yeltsin del 3-4 ottobre 1993; un ricordo dei compagni caduti

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Guido Fontana

Dalla metà del settembre del 1993, imponenti manifestazioni crescevano nelle piazze sovietiche contro il golpe controrivoluzionario del lurido, alcolizzato,  servo yankee, Boris Yeltsin, manifestazioni in difesa del Soviet Supremo e dell’Unione Sovietica.

Il 17 maggio 1991 il 70% dei votanti si era espresso contro la dissoluzione dell’URSS che era stata dissolta illegalmente nel dicembre 1991 da Yeltsin e dai suoi amichetti. Decisione presa in mutande dopo una notte di ubriacature. 

La notte tra il 3 e il 4  ottobre, migliaia di manifestanti, operai, giovani, gente comune si radunò davanti alla Casa Bianca, la sede del Soviet Supremo. Intervennero i cani rognosi dell’OMON e altri elementi controrivoluzionari dei servizi che attaccarono i manifestanti, non solo con cariche, idranti e lacrimogeni ma anche sparando con armi automatiche. Addirittura la sede del Soviet Supremo venne bersagliata da cannonate di carri armati.

 

 

Ufficialmente si parlò di 151 vittime, in realtà i morti assassinati dai controrivoluzionari furono molti di più. Infatti si scatenò il terrore controrivoluzionario, centinaia di comunisti furono arrestati. A Mosca in particolare gli arrestati furono richiusi in uno stadio, il giorno dopo i muri dell’impianto sportivo erano crivellati di proiettili… come nel Cile del 1973.

1993

Qui al posto di tante parole inutili e false del lerciume servo degli imperialisti che si dichiara comunista, una testimonianza di prima mano di quella giornata.

FONTE

Vengo dalla città di Izhek. Sono un operaio, addetto a una gru. Lavoro nella costruzione di abitazioni. Sono sposato e ho due figli, una ragazza di 13 anni e un ragazzo di 11.

Nel mese di ottobre ho sentito che Eltsin aveva imposto l’assedio al parlamento. Mi è sembrato un colpo di stato incostituzionale. Eltsin non aveva alcun diritto di sciogliere il parlamento. Come molti altri ho deciso di andare a Mosca per difendere la Costituzione.

A Mosca non abbiamo potuto andare vicino alla Casa dei Soviet, così siamo andati nella Piazza della Capitale per una manifestazione, ma la piazza era bloccata dalla OMON [la polizia speciale di Eltsin]. Quando la folla è cresciuta, la polizia ci ha attaccato. Per la prima volta ho visto persone picchiate con i manganelli. E’ stata un’esperienza terribile. Non avevo mai assistito a una tale brutalità.

Ci siamo raggruppati per una marcia verso il Parlamento. La nostra colonna era cresciuta fino a contare decine di migliaia di persone. L’OMON ci ha attaccato con bastoni e gas tossici, ma abbiamo sfondato la loro linea. Dalla nostra parte molte persone sono rimaste ferite. Quando abbiamo raggiunto la Casa Bianca, l’OMON è fuggita. Ho deciso di rimanere e contribuire a proteggere la casa dei Soviet.

Per tutta la notte ci siamo ritrovati al di fuori del palazzo del Parlamento. Al mattino le truppe di Eltsin hanno attaccato con carri armati e mezzi blindati. Hanno aperto il fuoco con le mitragliatrici su migliaia di persone inermi ammassate fuori.

Abbiamo cercato di metterci al riparo, ma ci stavano tirando da una distanza di 20 metri. Sono stato colpito quando la colonna di mezzi blindati ha sfondato il cordone dei difensori. Il proiettile ha rotto il braccio ed è penetrato nel mio polmone destro. Sono rimasto lì per diversi minuti a guardare la  gente che veniva colpita a bruciapelo mentre giaceva a terra. Poi sono svenuto.

Quando mi sono svegliato  ero trasportato da quattro compagni. Sono stato portato all’interno del palazzo del Parlamento. Mi hanno tolto la camicia e hanno cercato di offrire il primo soccorso a me e agli altri feriti, ma le ambulanze non potevano passare a causa di una violenta sparatoria dei carri armati e degli APC. Infine i difensori all’interno della Casa Bianca si erano impossessati di alcuni camion per portar i feriti all’ospedale.

In ospedale ho visto molte persone che erano state ferite alla Casa dei Soviet, molti diversi tipi di ferite. L’affermazione di Eltsin che solo 140 persone sono state uccise è ridicola.

Oltre 1.000 persone erano ammassate davanti al Parlamento. La maggior parte è stata uccisa o ferita dal fuoco delle mitragliatrici degli APC. La distanza tra gli APC e la gente era così breve che non si poteva mancare il bersaglio. C’erano anche dei cecchini che sparavano contro di noi con i fucili.

In ospedale ho di nuovo perso i sensi. Quando sono rinvenuto, avevo subito due operazioni. I medici avevano lottato duramente per salvare la mia vita. Avevo perso il 32 per cento del mio sangue.

Una settimana dopo il mio braccio è stata amputato e il mio petto è stato aperto per un’operazione ai polmoni. Ho problemi al fegato a causa di tutte le medicine prese. Sono ora in cura presso l’Istituto di Leningrado di Chirurgia Ortopedica. Sento ancora molto dolore, ma sento  di aver fatto qualche progresso.

Dalla caduta dell’Unione Sovietica, le condizioni della gente comune nel nostro paese sono peggiorate drasticamente. Gli aumenti dei prezzi hanno distrutto i nostri standard di vita.

Nel 1980, quando mi sono sposato ho comprato un televisore, un frigorifero, i mobili, insomma tutte le cose necessarie per la vita normale. Oggi non sarei in grado di permettermi una qualsiasi di queste cose.

Era normale,  per la mia famiglia e per me,  fare una vacanza sul Mar Nero. Ora non ce lo possiamo più permettere. Non è un caso che il tasso di mortalità nel nostro Paese abbia ormai superato il tasso di natalità. E’ il risultato delle politiche capitaliste di Eltsin. Ora, questo regime ha sparato su persone inermi a sangue freddo.

La verità va detta, perché ci sono molte informazioni false su questi eventi nel nostro paese e nel vostro. I media in entrambi i paesi sono controllati dal regime e dalle forze capitaliste.
Adesso quasi tutti qui realizzano ciò che il regime di Eltsin stia facendo. Mi auguro che l’opposizione si consolidi e che questo regime antipopolare sia presto cacciato dal potere.

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Le bugie concernenti la storia dell’Unione Sovietica – I

Le bugie concernenti la storia dell’Unione Sovietica – I

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI MARIO SOUSA

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Il compagno Mario Sousa, membro del Partito Comunista Marxista Leninista Rivoluzionario della Svezia KPML(r), alla fine egli anni ’90 del secolo appena passato, scrisse un interessante documento, tutt’ora valido, sulle menzogne anticomuniste e russofobiche diffuse in modo assolutamente pervasivo per tutto il mondo, concernenti l’esperienza socialista in Unione Sovietica del tempo del compagno Stalin.

Il nucleo iniziale della campagna propagandistica denigratoria dell’Unione Sovietica è senz’altro da ascrivere ai nazisti che nel 1933, grazie anche al “false flag” dell’incendio del Reichstagh, salirono al potere.

Questo nucleo iniziale venne ampiamente sviluppato dai tre aedi della menzogna: il nazista William Randolph Hearst magnate della stampa USA, l’agente del MI5 britannico Robert Conquest e il fascista traditore e infame di Aleksandr Isaevic Solzhenitsyn.

Anche se queste colossali menzogne sono state smontate da decenni, tuttavia vengono ripetute e rinnovate attraverso l’enorme potenza di fuoco dei mass media controllati dalle corporation.

Pertanto siamo consapevoli che la nostra voce è pari a un peto in un uragano tropicale, ma non per questo cessiamo di proclamare la verità dei fatti storici.

Se riuscissimo a far quantomeno riflettere qualche “sinistro” che continua a ripetere a pappagallo le menzogne sull’URSS fabbricate dai nazisti, sarebbe già un bel risultato.

Qui di seguito presentiamo la prima parte dello scritto del compagno Mario Sousa:

Le bugie concernenti l’Unione Sovietica – I parte

di Mario Sousa

Da Hitler a Hearst, da Conquest a Solzhenitsyn
La storia dei milioni di persone che, ai tempi di Stalin, furono presumibilmente incarcerate e che morirono nei campi di lavoro dell’Unione Sovietica o a causa della fame.
Nel mondo in cui viviamo, chi ha potuto evitare di udire le storie terribili di morti sospette e di assassini nei gulag o campi di lavoro dell’Unione Sovietica? Chi può dire di non aver mai sentito le storie di milioni affamati fino alla morte e di milioni di oppositori giustiziati in Unione Sovietica nell’epoca staliniana? Nel mondo capitalista queste storie sono ripetute infinite volte in libri, giornali, alla radio, alla televisione, nei film e il numero mitizzato delle vittime del socialismo è aumentato a passo di gigante negli ultimi 50 anni.
A dire il vero, da dove provengono queste storie, questi dati? Chi è dietro a tutto questo? E ancora un’altra domanda: cosa c’è di vero in queste storie? E quali informazioni giacciono negli archivi dell’Unione Sovietica, un tempo segreti ed ora aperti alla ricerca storica da Gorbachev nel 1989? Gli autori dei miti hanno sempre affermato che tutti i racconti dei milioni morti nell’Unione Sovietica di Stalin, troveranno conferma il giorno in cui gli archivi saranno aperti. È quello che è successo? In realtà cosa è stato confermato?

Il seguente articolo ci mostra dove abbiano avuto origine queste storie di milioni di morti di fame e nei campi di lavoro dell’Unione Sovietica di Stalin e chi ci sia dietro.
L’autore, dopo aver studiato i resoconti delle ricerche svolte negli archivi dell?unione Sovietica, è in grado di fornire un’informazione sotto forma di dati concreti sul numero reale dei prigionieri, degli anni passati in prigione e il numero reale dei morti e di quelli che furono condannati a morte nell’Unione Sovietica di Stalin. La verità è molto diversa dal mito.

C’è un diretto collegamento intercorrente da Hitler a Hearst e da Conquest a Solzhenitsyn. Nel1933 avvenne un cambiamento politico in Germania che avrebbe lasciato il marchio nel mondo per i decenni a venire. Il 30 gennaio Hitler divenne primo ministro e una nuovo forma di governo, che coinvolgeva l’uso della violenza e il disprezzo della legalità, cominciò a prendere forma. Per consolidare la loro presa sul potere, i nazisti indissero nuove lezioni per il 5 marzo, utilizzando tutti i mezzi propagandistici per assicurarsi la vittoria. Una settimana prima delle elezioni, il 27 febbraio, i nazisti appiccarono il fuoco al parlamento e accusarono i comunisti di esserne i responsabili. Nella successiva tornata elettorale i nazisti si assicurarono 17,3 milioni di voti e 288 deputati, circa il 48% dell’elettorato (a novembre si erano assicurati 11, 7 milioni di voti e 196 deputati). Una volta che fu bandito il Partito Comunista, i nazisti cominciarono a perseguitare i socialdemocratici e il movimento sindacale, mentre i primi campi di concentramento cominciavano ad essere riempiti di uomini e donne di sinistra. Allo stesso tempo il potere di Hitler in parlamento continuava a crescere con l’aiuto della destra. Il 24 marzo, Hitler fece approvare dal parlamento una legge che gli conferiva il potere assoluto di governare il paese per 4 anni senza bisogno di consultare il parlamento. Da questo punto in poi cominciò la persecuzione degli ebrei, che cominciarono ad entrare nei campi di concentramento dove erano già stati detenuti i comunisti e i socialdemocratici di sinistra. Hitler spingeva avanti la sua scommessa per il potere assoluto, denunciando gli accordi internazionali del 1918 per la restrizione dell’armamento e della militarizzazione della Germania.

Il riarmo della Germania procedeva a gran velocità. Questa era la situazione nell’arena politica internazionale quando i miti concernenti i morti in Unione Sovietica cominciarono ad essere messi insieme.

L’Ucraina come territorio tedesco
A fianco di Hitler, nella dirigenza tedesca, vi era Goebbels, il ministro della Propaganda, l’uomo incaricato di inculcare il sogno nazista nel popolo germanico. Era il sogno di un popolo razzialmente puro che viveva in una Grande Germania, un paese con un largo lebensraum [spazio vitale], un ampio spazio in cui vivere. Una parte di questo lebensraum, un’area ad est della Germania che era molto più grande della stessa Germania era ancora da conquistare e da incorporare nella nazione germanica. Nel 1925, nel suo Mein Kampf, Hitler aveva già indicato l’Ucraina come parte essenziale dello spazio vitale tedesco.
L’Ucraina e le altre regioni dell’Europa orientale dovevano appartenere alla nazione tedesca in modo da essere usate nell’ ”appropriata” maniera. Secondo la propaganda nazista, la spada nazista avrebbe liberato questi territori per far posto alla razza tedesca. Con la tecnologia e l’imprenditoria tedesche, l’Ucraina sarebbe stata trasformata in un’area di produzioni di cereali per la Germania, ma per prima cosa si doveva liberarla dalla popolazione di “esseri inferiori” che, secondo la propaganda nazista, sarebbero stati messi al lavoro come schiavi nelle case tedesche, nelle fabbriche e nei campi, ovunque fosse necessario all’economia germanica.

La conquista dell’Ucraina e delle altre aree dell’Unione Sovietica necessitava di una guerra contro l’Unione Sovietica e questa guerra doveva essere ben preparata in anticipo. A tal fine, il ministro della Propaganda, Goebbels, varò una campagna su un ipotetico genocidio commesso dai bolscevichi in Ucraina, un terribile periodo di una carestia catastrofica provocata deliberatamente da Stalin per obbligare i contadini ad accettare le politiche socialiste. Il proposito della campagna nazista era quello di preparare l’opinione pubblica mondiale alla “liberazione” dell’Ucraina da parte delle truppe tedesche. A dispetto degli enormi sforzi e del fatto che la maggior parti dei testi propagandisti tedeschi fossero pubblicati dalla stampa anglosassone, la campagna nazista sull’ipotetico “genocidio” in Ucraina, non ebbe molto successo a livello mondiale. Era chiaro che Hitler e Goebbels avevano bisogno di aiuto per diffondere i loro pettegolezzi propagandistici sull’Unione Sovietica. Trovarono aiuto in USA.

William Hearst amico di Hitler
William Randolph Hearst è il nome di un multimilionario che voleva aiutare i nazisti nella loto guerra psicologica contro l’Unione Sovietica. Hearst era proprietario di giornali ed era ben conosciuto negli USA come il “padre” della cosiddetta “yellow press” vale a dire di giornali scandalistici. William Hearts cominciò la sua carriera di editore di giornali nel 1885 quando suo padre, George Hearst, industriale milionario del settore minerario, senatore ed egli stesso proprietario di giornali, lo mise a capo del Francisco Daily Examiner. Questo fu anche l’inizio dell’impero giornalistico di Hearst, un impero che influenzava fortemente la vita e il pensiero dei nordamericani. Dopo la morte del padre, Hearst vendette tutte le azioni dell’industria mineraria che aveva ereditato e cominciò a investirne il capitale nel mondo del giornalismo. Il suo primo acquisto fu il New York Morning Journal, un giornale tradizionale che Hearst trasformò completamente in uno straccio scandalistico.

Comprava le sue storie a qualsiasi prezzo e quando non c’erano da pubblicare atrocità o crimini, ordinava ai suoi giornalisti e fotografi di “aggiustare” le notizie. È questo, infatti, a caratterizzare la “yellow press”: bugie e atrocità “arrangiate” presentate come vere.
Queste menzogne lo resero milionario e lo fecero diventare un personaggio molto importante del mondo dei giornali. Nel 1935 era uno degli uomini più ricchi del mondo, con una fortuna stimata attorno ai 200 milioni di dollari. Dopo il suo acquisto del Morning Journal, Hearst cominciò a comprare e fondare quotidiani e settimanali ovunque in USA. Nel 1940 possedeva 25 quotidiani, 24 settimanali, 12 stazioni radio, 2 agenzie mondiali di notizie, un’agenzia che forniva soggetti per film, la Cosmopolitan Film Company e un sacco di roba del genere. Nel 1948 egli comprò una delle prime stazioni TV, la BWA TV di Baltimora. I giornali di Hearst vendevano 13 milioni di copie al giorno e avevano quasi 40 milioni di lettori. Almeno un terzo della popolazione adulta degli USA leggeva ogni giorno i giornali di Hearst. Per di più, parecchi milioni di persone di persone, per il mondo, ricevevano informazioni dalla stampa di Hearst per mezzo delle sue agenzie giornalistiche, dei film e da una serie di giornali che erano tradotti e pubblicati in gran quantità in tutto il mondo.

I dati sopra riportati dimostrano come l’impero di Hearst fosse in grado di influenzare la politica americana e anche la politica internazionale, per molti anni su questioni che includevano l’opposizione all’entrata in guerra degli USA nella Seconda Guerra Mondiale a fianco dell’Unione Sovietica e la caccia alle streghe della campagna anticomunista del senatore McCarthy degli anni ’50.

Le vedute di William Hearst erano ultra conservative, nazionaliste e anticomuniste. La sua era una politica di estrema destra. Nel 1934 viaggiò fino in Germania, dove fu ricevuto da Hitler in qualità di ospite e amico. Dopo questo viaggio i giornali di Hearst divennero ancor più reazionari, pubblicando sempre più articoli contro il socialismo, contro l’Unione Sovietica, specialmente contro Stalin. Hearst cercò anche di usare questi giornali per appoggiare i propositi propagandistici dei nazisti, pubblicando una serie di articoli di Goering, il braccio destro di Hitler. Le proteste di molti lettori, comunque, lo costrinsero a fermare la pubblicazione di roba del genere e a toglierla dalla circolazione.

Dopo la visita a Hitler, i giornali scandalistici di Hearst furono riempiti di “relazioni” sui fatti terribili che accadevano in URSS, uccisioni, genocidio, schiavitù, lusso per i governanti e fame per il popolo, tutta questa roba compariva ogni giorno. I materiali erano forniti a Hearst dalla Gestapo, la polizia politica nazista.

Sulla prima pagina dei giornali talvolta comparivano caricature e foto truccate dell’Unione Sovietica, con Stalin raffigurato come un assassino brandente un pugnale. Non dobbiamo dimenticare che questi articoli erano letti negli USA da 40 milioni di persone al giorno da altri milioni nel mondo!

Il mito della carestia in Ucraina
Una delle prime campagna della stampa di Hearst contro l’Unione Sovietica, girava attorno alla questione dei presunti milioni di morti di fame in Ucraina a causa della carestia. Questa campagna ebbe inizio l’8 febbraio 1935, con una prima pagina dell’American Chicago recante il titolo di “6 milioni di persone sono morte di fame in Unione Sovietica”.

Usando il materiale fornitogli dai nazisti tedeschi, William Hearst, il barone della stampa e simpatizzante nazista, cominciò a pubblicare storie inventate del genocidio che si supponeva fosse stato perpetrato deliberatamente dai bolscevichi, causando la morte per fame di milioni di persone in Ucraina. La verità è alquanto differente. Infatti quello che avvenne in Unione Sovietica all’inizio degli anni ’30 fu una grande fase della lotta di classe in cui i poveri contadini senza terra insorsero contro i kulaki e cominciarono la lotta per la collettivizzazione, per formare i kolkhoz.

Questa grande lotta di classe, coinvolgendo direttamente o indirettamente qualcosa come 120 milioni di contadini, certamente incrementò una certa instabilità della produzione agricola e una penuria di cibo in alcune regioni.

La scarsità di cibo indebolì le persone, fatto che a sua volta incrementò il numero delle vittime di malattie epidemiche. Purtroppo queste epidemie erano comuni dappertutto nel mondo. Fra il 1918 e il 1920 la “spagnola” causò la morte di 20 milioni di persone negli USA e in Europa, ma nessuno accusò i governi di questi paesi, di voler uccidere intenzionalmente i propri cittadini. Il fatto è che nessuno di questi governi poté far qualcosa di fronte ad un’epidemia del genere. Solo con la scoperta della penicillina durante la Seconda Guerra Mondiale, divenne possibile contenere con efficacia queste epidemie. La penicillina divenne disponibile solo alla fine degli anni ’40.

Gli articoli della stampa di Hearst asserivano che milioni stavano morendo di fame in Ucraina per una carestia provocata apposta dai comunisti, scendendo in crudi e luridi dettagli. La stampa di Hearst usava ogni mezzo possibile per far sì che le sue bugie sembrassero verità, avendo successo nel volgere bruscamente contro l’Unione Sovietica l’opinione pubblica dei paesi capitalisti. Questa fu l’origine del primo gigantesco mito fabbricato asserente i milioni di morti in Unione Sovietica. Sull’ondata di proteste contro la carestia apparentemente provocata dai comunisti, scatenata dalla stampa occidentale, nessuno fu interessato alle proteste sovietiche e la continua esposizione mediatica delle bugie della stampa di Hearst determinò una situazione che perdurò dal 1934 al 1987! Per più di 50 anni diverse generazioni della popolazione mondiale furono sottoposti a una dieta a base di calunnie che condussero alla considerazione negativa del socialismo in URSS.

L’impero dei mass media di Hearst nel 1988
William Hearst morì nel 1951 a casa sua a Beverly Hills, California. Hearst lasciò un impero di mass media che fino ai giorni nostri continua a spargere il suo messaggio reazionario nel mondo. La corporation Hearst è una delle più grandi imprese del mondo, incorporando oltre 100 compagnie e dando impiego a 15.000 persone. L’impero di Hearst oggi comprende riviste, libri radio, TV via cavo e via etere, agenzie stampa e multimediali.

La verità emerge 52 anni prima
La campagna nazista di disinformazione sull’Ucraina non muore con la disfatta della Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale. Le bugie naziste vengono rilevate dalla CIA e dal MI 5 e viene loro garantito un posto di preminenza nella guerra propagandistica contro l’Unione Sovietica. La caccia alle streghe della campagna anticomunista del senatore McCarthy dopo la Seconda Guerra Mondiale prosperò sui racconti dei milioni periti di fame in Ucraina. Nel 1953 un libro su questo soggetto venne pubblicato negli USA. Questo libro si intitolava “Black Deeds of the Kremlin” [Gli oscuri misfatti del Cremlino]. La sua pubblicazione fu finanziata dai rifugiati ucraini negli USA, gente che aveva collaborato con i nazisti nella Seconda Guerra Mondiale a cui il governo americano aveva concesso asilo politico, presentandoli al cospetto del mondo come “democratici”.

Quando fu eletto Reagan alla presidenza USA e cominciò la sua crociata anticomunista degli anni ’80, fu resuscitata la propaganda sui milioni morti in Ucraina. Nel 1984 un professore di Harvard pubblicò un libro intitolato “Human Life in Russia” [La vita umana in Russia], che ripeteva tutte le false informazioni prodotte dalla stampa di Hearst nel 1934. Quindi nel 1984, noi trovavamo rinate le bugie e le contraffazioni naziste risalenti agli anni ’30, questa volta sotto il rispettabile mantello di un’università americana, ma non era finita qui. Nel 1986 apparve ancora un altro libro sul soggetto, intitolato “Harvest of Sorrow” [Il raccolto dell’amarezza], scritto dall’ex (?) membro del servizio segreto britannico Robert Conquest, ora professore alla Stanford University della California. Per questo suo “lavoro” ricevette 80.000$ dalla Organizzazione Nazionale Ucraina.

Questa stessa organizzazione pagò anche il film realizzato nel 1986 chiamato “Harvest of Despair” [Raccolto della disperazione], in cui, inter alia [fra le altre cose], si usava materiale del libro di Conquest. A partire da questo momento negli USA, il numero di persone che presumibilmente avevano perso la vita nella carestia d’Ucraina, fu aumentato a 15 milioni!

Tuttavia i milioni che si dice che siano morti di fame secondo la stampa di Hearst in America, ripetuto a pappagallo in libri e film, si basavano su informazioni completamente false. Il giornalista canadese Douglas Tottle espose meticolosamente le falsificazioni nel suo libro “Fraud, famine and fascism, the Ukrainian genocide myth from Hitler to Harvard” [Frode, carestia e fascismo, il mito del genocidio ucraino da Hilter ad Harvard], pubblicato a Toronto nel 1987. Fra le altre cose Tottle provò che il materiale fotografico usato, di orrende immagini di bambini morenti di fame, era stato tratto da pubblicazioni del 1922, quando milioni di persone morirono a causa della fame e delle conseguenze della guerra poiché otto eserciti stranieri avevano invaso l’Unione Sovietica durante la Guerra Civile del 1918 – 1921.

Douglas Tottle ci fornisce i fatti che circostanziano il racconto della carestia del 1934 ed espone le menzogne assortite pubblicate nei giornali di Hearst. Un giornalista che per un lungo periodo spediva articoli e fotografie dall’area dell’ipotetica carestia era Thomas Walker, un uomo che non mise mai piede in Ucraina e che perfino a Mosca non aveva trascorso a malapena che 5 giorni. Il fatto fu rivelato dal giornalista Louis Fischer, corrispondente da Mosca del The Nation, giornale americano. Fischer rivelò anche che il giornalista M. Parrott, il vero corrispondente dei giornali di Hearst da Mosca, aveva spedito a Hearst articoli che non furono mai pubblicati sull’eccellente raccolto in Unione Sovietica del 1933 e sul progresso dell’Ucraina. Tottle prova anche che il “giornalista” che scrisse gli articoli sulla pretesa carestia ucraina, “Thomas Walker”, si chiamava in realtà Robert Green ed era un pregiudicato evaso dalla prigione di stato del Colorado! Questo Walker o Green venne arrestato quando fece ritorno negli USA e quando comparve davanti alla corte, ammise di non esser mai stato in Ucraina. Tutte le menzogne sui milioni di morti di fame nell’Ucraina degli anni ’30, in una carestia organizzata da Stalin furono smascherate solo nel 1987! Hearst il nazista, l’agente Conquest e gli altri hanno coglionato milioni di persone con le loro bugie e le loro relazioni false. Ancora oggi le storie del nazista Hearst sono ripetute in libri freschi di stampa, scritti da autori a libro paga della destra.

I giornali di Hearst, detenendo il monopolio in molti stati degli USA e possedendo parecchie agenzie di stampa per il mondo, furono il grande megafono della Gestapo. In un mondo dominato dal capitale monopolista, fu possibile alla stampa di Hearst, la trasformazione delle bugie della Gestapo in “verità” diffuse ovunque da dozzine di giornali, stazioni radio, canali TV. Quando la Gestapo scomparve, questa sporca propaganda venne portata avanti senza riguardi contro il socialismo dell’Unione Sovietica, da un nuovo padrone, la CIA. Le campagne anticomuniste della stampa americana non diminuirono di intensità. Gli affari continuarono come sempre, prima era compito della Gestapo, ora è compito della CIA.

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IL MURO DI BERLINO. BREVE GENESI DI UNA BARRIERA ANTIMPERIALISTA .

IL MURO DI BERLINO. BREVE GENESI DI UNA BARRIERA ANTIMPERIALISTA .

REDAZIONE NOICOMUNISTI

di Luca Baldelli

In un mondo dei finzioni e mistificazioni, ciò che è autentico e vero sfugge alle cognizioni dei più o viene sottaciuto per non turbare gli equilibri dittatoriali, finanche dispotici, dei detentori del potere politico, economico e culturale. La sinistra revisionista da sempre si unisce al coro di prefiche piangenti sulle macerie del Muro di Berlino.

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Questo Muro è stato elevato a simbolo di ogni orrore, di ogni nefandezza, senza spiegare come e perché nacque, quali furono le cause che portarono alla sua edificazione. Nessuno mai ricorda che, nel mondo, di Muri (uso volontariamente la lettera maiuscola, per dileggiare un’austera, assurda sacralità, che non pertiene alla storia degli uomini se non per altri aspetti…) ve ne sono ancora in piedi moltissimi, e tutti tirati su dall’imperialismo; tra Usa e Messico, tra Israele e Territori arabi,tra Marocco propriamente detto e territori abitati dalla minoranza sahrawi, tra greci e turchi a Cipro. Altro che Unicità del Muro di Berlino! Questa è, semmai, solo e soltanto l’idolo di cartapesta con il quale il sistema dominante cela le sue malefatte e il suo stupro dell’umanità.

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Muro di Gaza

Ma torniamo al Muro di Berlino. Come nacque? Nel 1945, con la liberazione della Germania dall’hitlerismo, la Nazione tedesca si vide trasformare in un territorio di occupazione anglo – americano – francese da un lato, sovietico dall’altro. Mentre l’Urss spinse però sempre per la costituzione di una Germania unita e sovrana in breve tempo, gli Stati occidentali, pur travagliati da contese e contraddizioni interimperialistiche e intercapitalistiche, cercarono di sabotare ogni sforzo in tal senso, mirando a fare della Germania la piazzaforte atlantica in Europa, il trampolino di lancio per una nuova guerra progettata contro l’Urss e i Paesi a democrazia popolare.

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Muro al confine USA/Messico

Gli archivi dell’FBI, oggi desecretati, rivelano che il leader britannico Churchill aveva pianificato l’“Operazione Unthinkable“, ovvero un attacco occidentale contro l’Urss e l’Est europeo, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, alfine di piegare Mosca e di portare tutti i Paesi del futuro Patto di Varsavia sotto l’ombrello dell’imperialismo occidentale.

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Linee generali del progetto di attacco contro l’URSS in Germania

Filippo Gaja, nella sua documentatissima opera “Il Secolo Corto“ (Maquis editore, 1996), mette bene in luce altri analoghi piani orditi negli Usa e nelle segrete stanze dell’Occidente capitalista. Non è un caso che, a partire dai primi mesi del 1945, vennero reclutati in massa ex nazisti nei servizi segreti e nei circoli militari occidentali.

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Immaginiamo cosa sarebbe successo se l’Urss non avesse, a tappe forzate, messo a punto la sua bomba atomica! Le provocazioni degli Stati occidentali, delle loro armate e dei loro servizi nella Germania occupata non conoscevano tregua: nel 1948, gli Stati occidentali ruppero di fatto, in modo evidente, il condominio antinazista in Germania, creando una moneta per le sole zone occidentali, il Marco tedesco ( DM ) e lavorando per la costituzione di uno Stato tedesco occidentale, in palese violazione di ogni accordo sino a quel momento sottoscritto. I sovietici, che volevano una Germania unita e neutrale, fondata sul principio del’autodeterminazione, si videro costretti ad abbandonare il Consiglio alleato e a prendere contatti con i Partiti operai operanti nel territorio da loro occupato, con l’intenzione di fondare quella che poi sarebbe diventata la DDR.

A questo seguirono provocazioni, scontri e quello che è passato alla storia come il BLOCCO DI BERLINO (durato 11 mesi), del quale si incolpano i sovietici ma che fu il frutto dei complotti occidentali e dei sabotaggi alla pace commessi dall’imperialismo. Questi maneggi, questi luridi intrighi proseguirono e, il 29 maggio 1949, in spregio ad ogni patto e ad ogni volontà di pace e di rispetto della sovranità tedesca, venne dichiarata e proclamata unilateralmente la RFT (Repubblica Federale Tedesca), protettorato americano e occidentale in funzione palesemente antisovietica e antiprogressista, sotto le armi statunitensi, inglesi e francesi.

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Per reazione (e lo sottolineiamo, PER REAZIONE) il 7 ottobre 1949 venne proclamata la RDT (REPUBBLICA DEMOCRATICA TEDESCA), o DDR, nel settore cosiddetto “sovietico“. Questo stato di cose non significò la fine delle trame guerrafondaie imperialiste. Lasciamo parlare gli archivi e varie fonti occidentali, molto più eloquenti e obiettivi dei pennivendoli anticomunisti in servizio permanente effettivo: fino al 1961, la Germania democratica ( DDR o RDT che dir si voglia ) dovette subire inenarrabili sabotaggi, azioni terroristiche, diversioni. La CIA, Radio Free Europe, organizzazioni di ex nazisti protetti nella RFT, si fecero paladini ed esecutori delle seguenti azioni sul territorio della DDR:
– danneggiamento, tramite esplosivi, incendi dolosi ecc.. di centrali energetiche, cantieri navali, dighe, canali, edifici pubblici, distributori di benzina, negozi, stazioni radio, trasporti pubblici;

  • deragliamento di treni merci, con gravi ferimenti di lavoratori; incendio di 12 automobili trasportate su uno di questi treni e distruzione dei meccanismi di pressione dell’aria ecc…;
  • distruzione di strade e ponti ferroviari, piazzamento di esplosivi sulla linea Berlino – Mosca (per fortuna scoperti in tempo, sarebbe stato un massacro indicibile!);
  • utilizzo di acidi speciali per danneggiare macchinari industriali, furto sistematico di progetti e acquisizioni sul punto di essere brevettate, possibili grazie a spie e quinte colonne ;
  • incitamento a scioperi senza senso e scopo;
  • uccisione di 7000 mucche di una cooperativa agricola con l’avvelenamento del filo di recinzione utilizzato per imballare il mangime degli animali;
  • attacchi e devastazioni di sedi delle sinistre a Berlino Est (e anche a Ovest);
  • falsificazione su larga scala di tessere annonarie per generare disorganizzazione negli approvvigionamenti di beni alimentari e quindi malcontento nella popolazione;
  • invio di cartelle fiscali false per generare rabbia tra la gente e creare problemi nell’apparato industriale ;
  • reclutamento su vasta scala di professionisti, tecnici, medici, operai , con la promessa di lauti compensi a occidente (a Berlino Ovest i medici che scappavano dalla DDR venivano remunerati a peso d’oro, anche con proventi per assistiti – fantasma).

Ecco cosa si nascondeva dietro le famose “fughe“ all’ovest, al termine delle quali solo un 50% dei profughi trovava quel che era stato promesso e all’altro 50 si rendeva difficile se non impossibile ritornare in Patria!

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“Rivolta” del 1953

Memorabile fu la “rivolta“ del 1953, un episodio di diversione e destabilizzazione partorito in occidente, nelle cucine aduse alla preparazione di pietanze velenose della RFT: bande di delinquenti e deviati, pagate lautamente dalle agenzie spionistiche occidentali, provocarono disordini a Berlino Est, proprio quando alcune sagge riforme stavano migliorando il tenore di vita della popolazione e dopo che la Direzione della SED (il Partito guida della DDR) aveva intrapreso un dialogo con i lavoratori per la rettifica di alcune storture esistenti nel quadro economico.

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Uffici del Partito Socialista dati alle fiamme

In 272 Comuni su 10.000 si segnalarono disordini, con vetrine rotte, assalti a forze di polizia, violenze contro militari sovietici, prova dello sforzo messo in campo dalle centrali imperialiste per minare un processo di costruzione del socialismo sempre più vincente, con tutti i suoi problemi. Prova anche, però, della capacità del sistema della DDR di parare i colpi ed impedire estesi disordini: alla repressione di quelle azioni banditesche, prima della Polizia concorsero le Milizie operaie presenti azienda per azienda.

Visto che qualcuno, educato a bere tutta la propaganda spazzatura del capitalismo, ma stranamente sempre pronto ad obiettare e a mettere in campo “senso critico“ quando si parla di socialismo reale, potrebbe diffidare, cito una per una le fonti che raccontano tali fatti. Sono tutte fonti occidentali di prima mano!

Si tratta della rivista “Democratic German Report“, pubblicata clandestinamente a Berlino Est dall’inglese John Peet, ex capo corrispondente dell’agenzia Reuters, della rivista della Camera di Commercio degli Usa (“Nation’s Business“), di articoli del “The New Yorker“ , di “The Nation“, del “Saturday Evening Post“, dei libri di De Gramont e Tully sulla Cia e sulla guerra fredda. Ne parla ampiamente e dettagliatamente anche William Blum, nella sua opera “Killing hope“, tradotta in italiano col titolo “ l libro nero degli Stati Uniti“ (Fazi, 2003).

Una guerra a “bassa intensità“ combattuta con il pervicace fine di destabilizzare la DDR e spianare la strada alla restaurazione dell’ordine borghese nel suo territorio, con il ritorno dei grandi proprietari terrieri e dei magnati che avevano foraggiato a suo tempo il nazismo. Una guerra che culminò con la pseudo – rivolta “operaia“ del 1953, che in realtà vide come protagonista la feccia istigata dai servizi segreti occidentali. Una guerra che rischiò di diventare reali con le minacce di guerra nucleare da parte degli Stati Uniti nel 1959/1961, minacce corroborate da manovre militari in grande stile, provocatorie per antonomasia, da parte degli Stati occidentali lungo la linea di confine tra le Germanie. Il 28 marzo 1958, in barba ad ogni volontà distensiva, il Bundestag tedesco – occidentale decideva di armare l’esercito (la Bundeswehr) della “armi più moderne“, intendendo con questa dizione, evidentemente, anche le armi nucleari. La RFT otteneva dagli alleati il permesso di aumentare il tonnellaggio delle navi da guerra, stringeva accordi con Inghilterra e Stati Uniti per l’acquisto di missili e di aerei a reazione.

Tra il 1958 e il 1960 cadevano sistematicamente nel vuoto, per i rifiuti delle autorità tedesco – occidentali e di quelle americane che ne tiravano le fila, molteplici iniziative di pace della DDR e dell’URSS che, se attuate, avrebbero certo potuto cambiare in meglio il corso della storia. Si oppose un secco “no“, in particolare, alla proposta sovietica di un Comitato pantedesco, paritetico RFT – DDR, per la risoluzione dei problemi della coesistenza postbellica, per lo sviluppo dei contatti in ambito politico, culturale, scientifico, base questa per poter giungere ad un più ampio accordo futuro.

Nel novembre del 1958, Urss e Ddr proposero di fare di Berlino Est una unità politica autonoma e smilitarizzata, ma la NATO pose subito un veto, che dimostrava come non si volesse in alcun modo rinunciare a quell’avamposto in funzione antisovietica, avamposto dal quale erano partite tutte le azioni terroristiche contro la DDR. Nel 1960 crebbero le minacce imperialiste, anche con ventilate intenzioni, da parte degli Usa, di ricorrere alle armi nucleari. Non era la prima volta che avveniva: durante la crisi del ’48, il generale americano Huebner, comandante delle forze americane in Germania, disse che se fosse scoppiata la guerra “gli sarebbe piaciuto vedere una bomba atomica sganciata sopra il Reno“ (si vedano i “Diari“ di J.V. Forrestal, Segretario di Stato alla Difesa degli Usa in quel periodo).

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Il Segretario alla Difesa USA, Forrestal che finì i suoi giorni “suicidato” in manicomio

Ecco perché, il 13 agosto del 1961, la DDR si vide costretta a edificare il Muro di Berlino, che nella dizione originale era “Antifaschistischer Schutzwall“, ovvero “Barriera Antifascista“. Per come si svilupparono i fatti, esso andrebbe chiamato, più che altro, “Barriera antimperialista“, essendo il fascismo atlantico di servizio, quello reclutato nel dopoguerra dalle agenzie spionistiche e dagli Stati Maggiori occidentali, solo un fantoccio dell’imperialismo americano e occidentale. Nulla mai si spiega da sé e i fatti difficilmente parlano da soli: tutto si spiega e tutto parla, sempre, alla luce di un contesto generale che lo determina.

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L’effetto della propaganda: isterismo di massa, presto se ne sarebbero pentiti

Ciò vale anche per la costruzione del “Muro di Berlino“, sul quale continuano a piangere, come gli Ebrei sul Muro del Pianto (con tutte le debite differenze e il rispetto che si deve alla spiritualità dei popoli) proprio gli eredi di coloro che ne causarono la costruzione con le loro minacce, le loro manovre, i loro intrighi contro la pace e l’umanità. Nessuno mai ha parlato dei tedesco – occidentali che si trasferirono nella DDR ( tra 600 / 700.000 ), ovvero in un Paese che da solo si era caricato il peso delle riparazioni postbelliche e che era dovuto partire da zero visti i livelli di distruzione della Seconda Guerra Mondiale nei suoi territori, molto più alti che nella RFT. Nessuno mai menziona il fatto che i vari Muri costruiti in occidente o nei protettorati occidentali sparsi per il mondo, nonché in Israele, hanno visto morire ai loro piedi in pochi anni più gente che in tutti i 28 anni di storia del Muro di Berlino.

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I circoli finanziari anglosionisti festeggiano…

Le celebrazioni, l’oleografia dolciastra e stomachevole del Post ’89, oltre che reticenti, in quanto tacciono sull’esistenza di ben altri Muri, sono anche meschine e vigliacche, perché sempre censurano le cause e gli antefatti storici. Oggi, tra la popolazione dell’Est della Germania, tira un forte vento di nostalgia o , per dirla con un’espressione molto calzante e ad effetto, di “Ostalgia“: lo esprimono chiaramente i sondaggi, lo dicono alcuni incontrovertibili risultati elettorali, come quello della Turingia . Chiaro segno, questo, che a quelle latitudini un passato che si vorrebbe ostracizzare e criminalizzare è, invece, ammirato e rimpianto per le conquiste sociali che seppe garantire e che oggi si sono polverizzate sotto il “Panzerkapitalismus“. E nessun “Muro“ propagandistico e ideologico delle oligarchie che reggono le sorti del mondo potrà frenare questo vento di sana nostalgia!