Dossier “OLTCIT”. Un sabotaggio in piena regola della cooperazione economica fra Est ed Ovest

Dossier “OLTCIT”. Un sabotaggio in piena regola della cooperazione economica fra Est ed Ovest

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Una storia emblematica dell’aspetto delinquenziale del capitalismo: il sabotaggio e l’affossamento della fabbrica automobilistica romena Oltcit. Il tutto raccontatoci dal compagno Luca Baldelli.

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L’Aral: un mare di bugie tra perestroika e capitalismo

L’Aral: un mare di bugie tra perestroika e capitalismo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

Il mondo capitalista ha rovinato, con i suoi metodi dissennati di consumo delle risorse naturali, produzione e diffusione delle merci, gran parte dell’ecosistema mondiale. Come sempre avviene, in ogni ambito, la borghesia ha sentito pertanto il bisogno di mascherare questa catastrofe planetaria accusando l’Urss ed il sistema socialista di aver devastato l’ambiente e la natura. Uno dei cavalli di battaglia che sono stati lanciati al galoppo nell’arena della disinformazione, è quello del Lago di Aral, che sarebbe stato prosciugato fino a quasi scomparire dai mostri comunisti, sempre intenti a distruggere ogni forma ed elemento del creato. Quanti compagni, anche in buona fede, sono caduti in questa trappola e pensano, tuttora, che il Lago di Aral sia stato del tutto cancellato, fatto scomparire per le draconiane necessità dell’economia sovietica. Tutto falso! Vediamo come stanno realmente le cose un passo alla volta, senza apologie macchiettistiche, certamente, ma anche senza reprimende e catastrofismi pseudo – ambientalisti privi di senso e di base logico – argomentativa.

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Il Lago di Aral è considerato dai russi un mare ed infatti il suo nome, nella lingua di Tolstoj, di Dostoevskij, di Lenin e di Stalin, è “Aral’skoe More”, ovvero “Mare di Aral”. Tale “amplificazionE” lessicale – concettuale, che riflette la weltanschauung del popolo russo, la sua intima, appassionata familiarità con i grandi, sconfinati spazi, la si ritrova, humboldtianamente, anche nelle lingue uzbeka e kazaka, le quali si riferiscono alla grande massa d’acqua in questione, rispettivamente, con i nomi di “Orol Denghizi” ed “Aral Tengizi”. Pure il gruppo etnico dei Karakalpaki, stanziato prevalentemente nella parte nord – occidentale dell’Uzbekistan, utilizza nella sua lingua, appartenente alla famiglia turca al pari di quella uzbeka, l’espressione “Ten’izi Aral”, con posposizione del nome proprio rispetto all’assetto grammaticale uzbeko e kazako. Il Mare di Aral (lo chiameremo d’ora in poi così anche noi, per rafforzare, anche lessicalmente, la nostra opera di smascheramento) è un bacino endoreico (ossia senza emissari) che si estende su più di 8.000 kmq in Asia Centrale, tra Kazakhstan ed Uzbekistan. Tanto per addurre un confronto, si pensi al fatto che il l’area coperta dal Lago di Como è di 146 kmq, quella compresa nel Lago di Costanza misura 536 kmq, mentre il Grande Lago Salato statunitense occupa 4.662 kmq ed il Lago Manitoba, canadese, 4.706 kmq. Se è vero che non possiede emissari, il Mare di Aral ha, però, due immissari principali di eccezionale importanza: essi sono l’Amu Darya (l’Oxos del mondo greco – classico, il Jayhun del mondo antico – persiano) ed il Syr Darya (conosciuto dai greci antichi come Iaxartes). Il primo si snoda per 2.540 km, con una portata media di 2.134 metri cubi al secondo; il secondo percorre invece 2.212 km, con una portata media di 1.234 metri cubi al secondo.

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Il bacino idrogeologico dei due grandi immissari del Mar d’Aral

Sfruttato agli inizi del ‘900, eminentemente per attività di pesca, da rinomati mercanti russi (Lapscin, Ritkin, Makeev e Krasilnikov, solo per citarne alcuni), il Mare di Aral conobbe le prime opere di irrigazione ad esso collegate (per mezzo dell’utilizzo delle acque dell’Amu Darya e del Syr Darya ) a partire dagli anni ’30, quando Stalin, il Partito Comunista Bolscevico dell’Urss ed il Governo sovietico decisero di avviare una gigantesca opera di ingegneria sociale ed economica, rendendo fertili e feconde terre prima desertiche, inospitali, battute da venti aridi e secchi. Grazie a quest’intensa pianificazione di lavori spesso mastodontici, svolti in condizioni ambientali tra le più proibitive immaginabili, l’Asia centrale sovietica cambiò volto in un brevissimo lasso di tempo, passando dall’arcaicità dei modi di vivere e di produrre alla modernità più piena e foriera di benessere: non quella capitalista, con vantaggi per pochi e sfruttamento, disagi e povertà per i più, ma quella socialista, con le nuove acquisizioni ed i progressi messi a disposizione dell’elevamento materiale, spirituale e culturale dell’intero popolo. Una miriade di canali d’irrigazione venne a solcare, rete di provvidenziale alimento per nuovi campi e colture, tutta la zona prossima alla poderosa distesa d’acqua ed anche alcune zone situate più lontano. Grazie a queste realizzazioni, molti uzbeki e kazaki poterono incrementare il loro consumo di riso, grano, frutta e verdura, fino a livelli paragonabili a quelli dell’Europa di oggi (e si partiva da condizioni ben più grame e difficili!).

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Raccolta del cotone in Uzbekistan, ora anche con lavoro minorile semischiavile, ah le meraviglie del capitalismo…

Fu sviluppata, certamente, anche la coltura del cotone: a tal proposito, occorre sottolineare che quanti sostengono che tale coltura fu un’imposizione colonialista della politica economica sovietica, in primis non hanno nemmeno idea di ciò che significhi la parola colonialismo, in secondo luogo qualificano paradossalmente come inutile una coltura che, nelle sue fasi di trasformazione successive al raccolto, dà forma a vestiti, bende e garze per medicazioni. Forse che vestirsi bene ed in maniera elegante nella stagione estiva come in quella invernale, nonché ricevere trattamenti medico – infermieristici adeguati, fuggendo da setticemie e cancrene con elementari accorgimenti (fino agli anni ’30 del ‘900 assai rari, in quei contesti), vuol dire essere succubi del colonialismo? Ad ogni buon conto, negli anni ’50, ossia venti anni dopo la costruzione dei canali di irrigazione, il Mare di Aral non solo non mostrava segni di “crisi”, ma si estendeva, suggestivo, per ben 68.000 kmq, con una lunghezza di 426 km, una larghezza di 284 e una profondità massima pari a 68 m. Tutto ciò veniva dal cielo? No, ma dall’attenzione e dalla cura riversate nella pianificazione delle nuove opere, in armonia con i fabbisogni del popolo e la salvaguardia della natura, da Stalin e da tutto il vertice del Partito e dello Stato, coadiuvati da figure di comunisti del panorama uzbeko quali Usman Yusupovich Yusupov, Sharof Rashidovich Rashidov, Akmal Ikramovich Ikramov (fintantochè costui non si vendette agli inglesi, sempre presenti a mestare nel torbido in quella regione strategica). In quello stesso periodo, mari, fiumi e laghi situati nell’occidente capitalista videro i primi, preoccupanti segni di un inquinamento e di un depauperamento destinati a trasformarli spesso, di lì a poco, in corsi d’acqua bisognosi di risanamento o condannati definitivamente, senza possibilità di appello, alla scomparsa. L’Amu Darya ed il Syr Darya, immissari basilari, scorrevano possenti e argentini, cantando un’ode al rigoglio di una natura prima avara ed inclemente, che il socialismo aveva trasformato da sogno in realtà. Il Mare di Aral brillava in faccia al sole, come i sorrisi dei contadini, degli operai, degli ingegneri kazaki ed uzbeki, in special modo di questi ultimi, i quali erano stati artefici, in larga misura, di un prodigio: se nel 1946, solo per considerare un’annualità, il raccolto di cotone dell’Urss era stato pari a 1,6 milioni di tonnellate metriche, alle porte del 1953 esso toccava ormai i 4 milioni (sarà di 4,3 milioni nel 1954). L’Asia centrale contribuì a queste cifre in ragione del 60 – 70% del totale.

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La fertile vallata dell’Amu Darya

Dopo la morte di Stalin, in particolare dopo il XX Congresso del Partito Comunista, l’Urss virò in direzione non già di un capitalismo rovinoso, come alcuni analisti superficiali, presunti marxisti – leninisti, hanno sempre sostenuto, ma, questo sì, di un nuovo metodo economico di gestione troppo incentrato sul profitto, sugli indici di sviluppo, su di un efficientismo spesso disattento verso l’esigenza di armonizzare lo sviluppo delle forze produttive e, complessivamente, dell’economia, con la tutela delle risorse naturali. Questo fu vero soprattutto nel periodo del revisionista Krusciov, quando la rincorsa ai tassi di crescita divenne a tal punto spasmodica da sfociare, a volte, nell’esito opposto a quello desiderato, con diseconomie evidenti nell’impiego delle materie prime, delle fonti di energia e nei processi produttivi, con l’apparire di fenomeni preoccupanti di penuria e aritmia nell’approvvigionamento della popolazione. I manager d’assalto, trincerati dietro alle loro scrivanie ingombre di carte, alla luce delle massicce lampade di bachelite, impartivano febbrilmente ordini volti a trasformare i diagrammi affissi alle loro spalle in realtà, a volte a discapito dello stesso fattore umano così prezioso e da Stalin sempre posto al centro nell’edificazione dell’economia socialista. Brezhnev, asceso alla direzione del PCUS con l’appoggio di energie giovanili che, cresciute sotto l’ala protettiva di Stalin, avevano sempre visto in cagnesco il dilettantismo kruscioviano, corresse in larga misura la rotta (basti pensare a tutte le leggi emanate per la delocalizzazione di fabbriche inquinanti), ma mai si tornò, strutturalmente, a quell’attenzione, a quell’equilibrio nella pianificazione dello sviluppo economico – sociale, con il rigoroso calcolo comparato di costi e benefici, che Stalin aveva considerato sempre fondamentale e anzi necessario. Le dinamiche relative a tale nuovo approccio non potevano non affettare, di conseguenza, anche i processi inerenti all’utilizzo delle acque che affluivano verso il Mare di Aral.

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Tutto ciò sia detto, chiaramente, senza nulla concedere alle Cassandre dell’antisovietismo professionale: lo specchio d’acqua era ancora in perfetta salute e prometteva un avvenire sempre più prospero ai popoli sovietici che ne traevano nutrimento e beneficio. Accadde però che, ad una nuova politica meno attenta verso le risorse naturali del Paese, si accompagnarono fattori naturali, non prevedibili, che iniziarono, dagli anni ’60, a porre un’ipoteca sule condizioni del Mare di Aral. Mentre la costruzione dei canali di irrigazione ricevette ulteriore impulso e nuovi successi costellarono il firmamento del progresso economico dell’Asia centrale, per la prima volta la vitale risorsa idrica dette segni di criticità: a partire dal ’61, si registrò una diminuzione annuale del livello del Mare di Aral variabile tra i 20 e i 90 centimetri. Parallelamente alla realizzazione di opere irrigue, l’ittiofauna, valorizzata e tutelata negli anni ’40 e ’50 a scopo ambientale, con vincoli ben precisi posti alle attività di pesca, cominciò dagli anni ’60 ad essere inquadrata e sfruttata su vasta scala come risorsa alimentare: se nel 1946 il pescato del Lago di Aral era ammontato a 23.000 tonnellate, negli anni ’80 esso giunse a quota 60.000 tonnellate, con 77 nuovi centri di pesca, allevamento e trasformazione industriale del pesce creati in Kazakhstan ed Uzbekistan. Uno sviluppo impressionante, che, in parte, compromise la salute dello specchio d’acqua incastonato, un tempo, tra i deserti. Intanto, però, per bilanciare critiche ed osservazioni, dobbiamo dire che, nello stesso periodo, la superficie delle terre irrigate nell’Asia centrale sovietica passò da 4,5 a 7 milioni di ettari. Ovvero, per un Mare di Aral che si restrinse a causa del’incremento della presenza di colture particolarmente idrovore, vaste porzioni di territorio uzbeko e kazako, prima aride o interessate da debolissimi sistemi di irrigazione, dipendenti dai cronici capricci di una pluviometria già di per sé poco generosa, conobbero la floridità e condizioni adatte all’insediamento umano mai viste prima. Questo, i coccodrilli che piangono sulle sorti del Mare di Aral per dar sfogo al loro antisovietismo, omettono sempre di ricordarlo! Mai una volta che si menzioni il fatto che il Kazakhstan e l’Uzbekistan, lungi dal rappresentare “scatoloni” di cotone destinati a questo ruolo da inesistenti “colonialisti” al potere a Mosca, videro incrementare costantemente, negli anni del socialismo, in primo luogo le colture alimentari, che procedettero di pari passo con quelle del cotone e non ne furono certo ancelle.

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Basti pensare che, negli anni ’80, solo l’Uzbekistan produsse la bellezza di 136.000.000 di litri di vino, assieme all’85% dell’intero raccolto sovietico di uva sultanina e uva passa. L’Uzbekistan era, all’epoca, il più grande produttore di frutta e verdura dell’Urss! Scavando ulteriormente negli annali statistici, si vede che la Repubblica centro – asiatica, nel 1991, poco prima del crollo dell’Urss pilotato da Gorbaciov e compagnia, produsse ben 3.348.000 tonnellate di vegetali (su 165.700 ha) e 914.000 tonnellate di meloni (su 83.200 ha); nel 2002, in piena era capitalista, le cifre relative a tali prodotti subiranno un tonfo, precipitando, rispettivamente, a 2.936.000 e a 479.000 tonnellate. Perfino la patata, quasi del tutto sconosciuta prima del 1917 da queste parti, nel 1990, nel caos e nella disorganizzazione della perestrojka, era ancora coltivata su vaste estensioni e garantiva una quantità pro – capite destinata al consumo tutt’altro che trascurabile, pari a 16/17 kg annui, integrata ovviamente da altri quantitativi messi a disposizione dalla Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, da quella ucraina e dalla Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, ovvero dai maggiori produttori sovietici e mondiali del tubero. Il cotone, nel 1990, occupava 1.800.000 ha e, dal 1980 al 1990, registrò una produzione pari a più di 5.000.000 di tonnellate. Troppo? A ben vedere, essa non fu poi di molto superiore a quella degli anni ’50, anche se la consistenza delle riserve idriche mano a mano andò scemando ed una pianificazione più lungimirante ed efficace tanto a livello centrale quanto repubblicano avrebbe, dal 1980, consentito di parare il colpo. Di certo, non vi fu alcuna “truffa del cotone” volta a gonfiare artatamente e sistematicamente le rese, almeno nei termini in cui essa fu raccontata e anzi montata dai mezzi di comunicazione per impulso di quegli ambienti che, volendo tirare la volata a Gorbaciov, e volendo colpire una Repubblica, come l’Uzbekistan, fedele a Brezhnev e alla vecchia guardia del PCUS, profusero ogni sforzo nella decapitazione, anche per via giudiziaria, di un’intera classe dirigente, con Sharof Rashidov in testa, eletto, quest’ultimo, a capro espiatorio di una lotta per il potere oscura, che cercheremo di inquadrare in un prossimo studio. Ad ogni modo, accanto a circa 5.000.000 di tonnellate di cotone, nel 1990 vi fu una produzione di grano e cereali pari a 1.400.000 tonnellate, dato assai rilevante, per una Repubblica esposta a condizioni climatiche tutt’altro che propizie per quel genere di colture, anche una volta eseguite le più avanguardistiche opere di irrigazione e i più efficaci interventi di agronomia.

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Campi uzbecki di cotone

Complessivamente, a smentire la tesi della prevalenza quasi esclusiva del cotone, abbiamo lo schema della ripartizione in percentuale delle colture: nel 1990, al cotone fu riservato il 41% della superficie coltivata, al grano il 32%, alla frutta l’ 11%, ai vegetali il 4%, ad altre colture alimentari il 12%. Il 59% della superficie agricola uzbeka, quindi, non era occupata da cotone! A dispetto di ogni catastrofismo, nel 1980 il Mare di Aral aveva ancora una superficie pari a 51.675 kmq (nel 1950 / 60 era di 68.000) e un livello medio pari a 46,40 m (nel 1950 / 60 era di 53 – 54 m). Con una maggiore attenzione a certi fenomeni distorsivi nell’impiego di acqua, aggravati da alcuni ostacoli naturali insuperabili, contestualmente ad un più attento calcolo dei reali fabbisogni di cotone e di altre colture, si sarebbe potuto non già impedire del tutto questa diminuzione (come vedremo tra un po’, non sarebbe stato possibile), ma, questo sì, arginarla. Nel 1990, dopo la tanto decantata riconversione delle colture andropoviano – gorbacioviana, la superficie del Mare in questione si era comunque ristretta a 36.800 kmq, mentre il livello medio era sceso a 38,24 m. La perestrojka, dunque, non ha recato benefici nemmeno al Mare di Aral, a dispetto di strombazzamenti mediatici ossessivi e disinformanti!

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Il fatto degno di nota, però, quello più occultato dai media mondiali dal filone antisovietico in tutte le sue salse, è che la vera crisi del Mare di Aral non è cominciata né negli anni ’30, né negli anni compresi dal 1960 al 1990, quando pure si sono verificate, come abbiamo avuto modo di rilevare, alcune pecche nella conduzione economica e, nello specifico, nella gestione della risorsa della quale stiamo trattando. Il Mare di Aral ha conosciuto il processo più imponente di ritiro a partire dal crollo dell’Urss. Questa, la verità più lampante e taciuta dal filone antisovietico in tutte le sue salse!

Vediamo le tappe di questo irrefrenabile declino: dopo la divisione del Mare in Piccolo Aral e Grande Aral, a partire dalla fine degli anni ’80, per i ben noti fenomeni di evaporazione e depauperamento, nel 1993 la superficie scendeva a 36.182 kmq, per poi restringersi fino a 17.200 kmq nel 2004, con 30.40 m di livello medio. Nel 2009 si giunse a 7.434 kmq, per risalire a 13.836 nel 2010 e ridiscendere a 8.303 kmq nel 2015. Il tutto accompagnato, naturalmente, da un cospicuo aumento dei livelli di salinità. Se fossimo come gli antisovietici di professione, se fossimo impastati della loro stessa malafede, della loro disonestà intellettuale, del loro disprezzo per qualsiasi analisi obiettiva e spassionata, potremmo sostenere tranquillamente che il capitalismo ha ucciso il Mare di Aral, che l’unico e solo imputato da condurre alla sbarra in un ipotetico processo ambientale, è il modello di sviluppo impostosi in Uzbekistan dopo il 1991. Essendo marxisti, rigorosi e metodici negli approfondimenti e nelle disamine, non possiamo non prendere in considerazione altri dati di carattere storico e scientifico che contribuiscono a far luce sul processo di crisi di uno specchio d’acqua il quale, nonostante tutto, ancora oggi surclassa per estensione, come abbiamo avuto modo di vedere, vari laghi mondiali assai rinomati.

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Innanzitutto, il Mare di Aral ha sempre presentato massicce fluttuazioni dei suoi livelli nel corso di varie epoche: tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, vi fu un processo di ritiro impressionante che condusse alla formazione di isole ed isolette, da Barsakelmes all’Isola della Rinascita, passando per quelle di Kaskakulan, Kozzhetpes, Uyaly, Biyiktau. Studi seri e circostanziati condotti da scienziati sovietici, russi ed uzbeki, fondati su calcoli complessi ed esaustivi, sono arrivati alla conclusione che, ad incidere sull’abbassamento del livello e sul restringimento del Mare di Aral, non è stata tanto l’irrigazione delle colture (responsabile solo in ragione del 23%), quanto la duplice interazione di fattori climatici incontrollabili o non interamente dipendenti dalle scelte di sviluppo compiute (per un 15%) e di fenomeni strutturali di permeabilità del suolo che hanno condotto al depauperamento delle risorse idriche (per un 62%).

Ora, con l’ausilio delle percentuali, riusciamo meglio a comprendere quanto accennavamo sopra, e cioè che limitando la coltura del cotone si sarebbe solo ridotto il danno, non lo si sarebbe di sicuro impedito (il che non vuol dire, lo ripetiamo, che non si sarebbero dovuti profondere sforzi in tal senso, visto che ogni miglioramento è da salutare sempre con favore).

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A coloro i quali vaneggiano di prelievi idrici che non si sarebbero dovuti compiere per niente, rispondiamo che il problema, lo stesso problema, l’avrebbero tirato fuori, sempre strumentalmente, qualora il Mare di Aral fosse stato maggiormente preservato e, al suo posto, si fossero condannati al deserto perpetuo tanti luoghi dell’Uzbekistan e dell’Asia centrale oggi resi fertili e ridenti dalle opere irrigue compiute durante l’era sovietica. In quel caso, oggi assisteremmo al pianto greco su miserabili tribù di predoni, vaganti alla ricerca di cibo in una natura ostile piena di malattie e morti per fame. Chi poi lamenta l’assenza di opere di adduzione di acqua dalla Siberia, attraverso il fiume Ob, dovrebbe spiegare per quale misteriosa ragione l’Aral è sacro mentre nessuna importanza avrebbe il clima della Siberia, che da quelle opere gigantesche di conduzione idrica, ipotizzate ed accantonate già in epoca sovietica, avrebbe ricevuto e riceverebbe un colpo esiziale, con danni incomparabilmente più gravi di quelli subiti dal Mare di Aral.

Non vi è stato quindi alcun genocidio ambientale pianificato dai “perfidi sovietici”, così come ce lo hanno dipinto di volta in volta faziosi ed apocalittici predicatori, pseudo – ambientalisti alla ricerca di fondi e visibilità per le loro cause (in nulla e per nulla coincidenti con l’ambientalismo serio, che è e resta necessario), agenti stranieri e diplomatici interessati alla distruzione dell’economia dell’Urss, al soffocamento di ogni velleità di rinascita di uno spazio eurasiatico forte, integrato e concorrenziale con le talassocrazie anglosassoni (in tal senso sono da leggersi gli strali diretti contro l’agricoltura uzbeka, e contro la coltura del cotone in particolare, da parte dell’ambasciatore inglese Craig Murray una decina di anni fa).

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Grazie ai tardivi provvedimenti del governo kazako il livello delle acque, almeno nella parte settentrionale del bacino d’Aral, sta crescendo

Piotr Zavyalov, Vice – direttore dell’Istituto di Oceanologia dell’Accademia delle Scienze russa, ha affermato più volte che, pur nella crisi forte che l’ha colpito, il Mare di Aral conserva un proprio ecosistema vivo ed assai interessante. Non vi è stata nemmeno, attorno al Mare di Aral, nei luoghi popolati ad esso prossimi, quella pandemia, quell’emergenza sanitaria che certi allarmisti da strapazzo e alcuni scienziati disinformati e disinformatori hanno teso accreditare anche in sede scientifica: i Karakalpaki non sono quel popolo martoriato da malattie croniche, da “piaghe d’Egitto” impietose e crudeli che certi giornalisti e scienziati al soldo del capitalismo ci hanno dipinto, ma erano in epoca sovietica e sono, in parte ancora oggi, uno dei popoli più prosperi e laboriosi dello spazio eurasiatico. Alcuni dati sul movimento demografico dei Karakalpaki parlano da soli, anche rispetto al loro stato di salute: nel 1979 essi ammontavano, in Uzbekistan, a 281.800 individui, mentre nel 1989 il censimento pansovietico ne rilevava, sempre nella Repubblica centro – asiatica, 390.000, con un aumento vicino al 40% (oggi sono 510.000)! Un tasso di accrescimento che, in sé e per sé, fa piazza pulita di ogni catastrofismo legato alla questione del Mare di Aral . Il tasso di natalità dei Karakalpaki era, attorno agli anni 2000/2001, del 23 per mille (superiore alla media uzbeka), mentre il tasso di mortalità era del 5.9 per mille (di poco superiore alla media dell’Uzbekistan). Numeri che di tutto sono specchio fuorché di un girone dantesco. Da considerare, poi, il fatto che la natalità, in quel periodo, era in forte declino (quasi dimezzata) rispetto al periodo sovietico e la mortalità, sempre rapportata a dieci – quindici anni prima, era in aumento.

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Pesca nella parte nord del Mar d’Aral

Sorvoliamo del tutto, per ora, sulla grottesche e ridicole accuse circa la presenza di bacilli pestilenziali nella zona dell’Aral, sfuggiti al controllo delle autorità responsabili della vigilanza in tema di guerra chimica e batteriologica e riemersi dopo il ritiro del lago e l’abbandono di installazioni militari. Tratteremo questo tema in un altro articolo.

In conclusione, possiamo dire che la vicenda dell’Aral è la stessa vista in mille altre occasioni: un imbroglio della propaganda antisovietica, la quale, nella sua sublime imbecillità, ritiene di poter fare a meno e del buonsenso e della scienza. Non è un atteggiamento degno di un onesto studioso, né tantomeno di un marxista – leninista, quello di ondeggiare tra l’apologia del “ tutto rose e fiori “ e la vis delendi del “ tutto va male “ del “ tutto è una catastrofe “. Ciò vale rispetto ad ogni questione, problematica, fatto o principio.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI

Purtroppo le fonti disponibili sono, in larga parte, denigratorie dell’epoca sovietica, ma, se è vero che opere in netta difesa della verità storica sull’Aral sono ancora tutte da scrivere, è altrettanto vero che contributi più obiettivi di quelli solitamente circolanti sul tema erano e sono reperibili. Ne diamo le coordinate qui sotto. Tutte le fonti russe sono traducibili con l’ausilio del PC.

Sulla ricerca scientifica inerente cause e contesti delle vicende del Mare di Aral: академик Н. А. Шило «Причина исчезновения Арала найдена?», in «Наука в России». № 6 1995.

Sulla storia del Mare di Aral: https://orexca.com/rus/prearal.shtml (vi sono imprecisioni ed esagerazioni, ma la messe di dati offerta è comunque utile e meritevole di apprezzamento).

Sul dibattito inerente il Mare di Aral: http://expomod.ru/izvestnykh-prichin-pochemu-vysokhlo-aral/

Mappa “evolutiva” del Mare di Aral:

Sulla demografia dei Karakalpaki e dell’Uzbekistan:  www.karakalpak.com/stanpop.html

 

Chernobyl: sabotaggio imperialista?

Chernobyl: sabotaggio imperialista?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di LUCA BALDELLI

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L’impianto di Chernobyl subito dopo l’esplosione

La data del 26 aprile 1986 è entrata nella storia, e ci rimarrà per sempre, per il tragico incidente di Chernobyl: la “Чернобыльская авария” o “Чорнобильська катастрофа”, nell’accezione ucraina ancora più incisiva e forte, è da più di 30 anni, e lo sarà ancora per molti anni a venire, il simbolo dei rischi connessi al nucleare e al suo sviluppo. La versione ufficiale ci ha informati, e continua a ripeterci, che in quel giorno, alle ore 1:23, presso la centrale nucleare situata a 3 km da Pryp’jat e a 18 km da Chernobyl, avvenne il fatale incidente: il personale, in maniera inopinata ed irresponsabile, in violazione di numerosi protocolli e allo scopo di eseguire un test per saggiare la sicurezza complessiva dell’impianto, avrebbe aumentato repentinamente la temperatura nel nocciolo del reattore numero 4. La scissione dell’acqua in idrogeno ed ossigeno, determinata da quella dinamica, avrebbe provocato la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore, con esplosione, scoperchiamento dello stesso e conseguente, vasto incendio della grafite, minerale presente, negli impianti nucleari, in barre per assorbire le radiazioni. Una nuvola di materiale radioattivo, sprigionandosi, avrebbe esteso la sua mortifera ombra su un’area sterminata. Fin qui, la versione ufficiale, illuminante e certamente degna di fede rispetto alla descrizione oggettiva di alcuni passaggi, ma assolutamente lacunosa e omertosa sul quadro generale esistente in quella maledetta notte dell’aprile ’86.

Versione che diventa addirittura grottesca e paradossale quando pretende di accreditare presunte carenze strutturali della centrale nucleare esistente, costruita invece secondo i più rigorosi criteri allora esistenti, a livello edile ed ingegneristico. Che poi il nucleare sia intrinsecamente pericoloso, vulnerabile e rischioso, questa è una considerazione, almeno per chi scrive, assolutamente condivisibile, ma che vale a Chernobyl come a Fukushima e in ogni altra parte del mondo. La verità ufficiale, diffusa con al potere il revisionista Gorbaciov, legato alle centrali imperialiste e ai circoli mondialisti, è tutto fuorché oro colato da custodire nei crogioli della ricerca storica: è – con ogni evidenza – una verità di comodo, come dimostrano diversi fatti. Vediamoli uno per uno.

L’insigne fisico nucleare Nikolaj Kravchuk, supportato da altri eminenti calibri della scienza russa ed ucraina, tra i quali I.A. Kravets e V.A. Vyshinsky, ha presentato, nel 2011, uno studio sull’incidente occorso alla centrale nucleare ucraina, dal titolo di per sé eloquente: “L’enigma del disastro di Chernobyl”. Frutto di ricerche condotte con coraggio, abnegazione e autentica sete di verità, tale studio ha sollevato polemiche e provocato la levata di scudi del mondo accademico, chiuso nel suo conformismo, quando non nella complicità verso la disinformazione pilotata dal potere che lo sostiene, lo foraggia, ne avalla o ne impone le tesi ufficiali. Per il suo testo decisamente al di là di ogni verità di comodo, Kravchuk ha subito un ostracismo che nemmeno al più immorale e abietto dei delinquenti sarebbe toccato in sorte: dileggiato, emarginato, minacciato, è stato infine espulso (lui, studioso tra i migliori presenti sul campo!) dall’Istituto di Fisica Teorica “Bogoljubov” dell’Accademia Nazionale delle Scienza dell’Ucraina, quello stesso Istituto che ha visto, nei decenni, operare con profitto e risultati apprezzati a livello mondiale calibri quali lo scienziato eponimo, ovvero Nikolaj Nikolaevich Bogoljubov, Aleksandr Sergeevich Davydov, Aleksej Grigor’evic Sitenko. Il torto di Nikolaj Kravchuk qual è stato? Uno solo, ma imperdonabile: quello di aver evidenziato, con rigore analitico e inappuntabile metodo scientifico, i talloni d’Achille della tesi ufficiale sull’incidente di Chernobyl, diffusa subito dalla cupola gorbacioviana affinché il mondo pensasse a negligenze, arretratezze strutturali della base materiale industriale e scientifica dell’Urss, debolezze inesistenti, anziché ad altro, in primis a complotti orchestrati e condotti per minare l’Urss in quanto unica potenza capace di competere con il mondo capitalista e superarlo per produttività, concorrenzialità, capacità di costruire una società migliore, a misura d’uomo. In primis, Kravchuk dimostra, con dovizia di dati, come l’azione di sollecitazione sul reattore n. 4 sia stata reiterata nel tempo, a partire dal 1° aprile 1986 fino al 23 dello stesso mese, e non esercitata solo la notte del tragico incidente, nel quadro del famoso “test di sicurezza”, come ha preteso e pretende il “dogma” ufficiale. Tutto ciò in nome di un obiettivo, lucido e scientemente perseguito, volto a sabotare la centrale. Kravchuk non usa troppo la parola “complotto”, o meglio non ne fa abuso, ma quando scrive che, a Chernobyl, nell’aprile del 1986, sono state poste in essere “azioni ben pianificate e pre – implementate”, egli intende rendere pienamente intellegibile una situazione nella quale tutto ha avuto posto, fuorché la casualità.

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L’enorme cappa protettiva realizzata sopra il luogo del disastro

In particolare, il reattore n. 4 era stato stipato di materiali radioattivi con un contenuto fino a 1500 MegaCurie (il “Curie” è l’unità di misura della radioattività, adottata a partire dal Congresso Internazionale di Radiologia di Bruxelles del 1910). In alcune cellule del reattore, poi, era presente del Plutonio – 239, combustibile utilizzato nei sottomarini nucleari e potente fattore di innalzamento della temperatura complessiva. Tutto questo, non poteva essere né casuale né incidentale: dobbiamo pensare vi fosse, altresì, la deliberata volontà di mandare in tilt l’impianto, di provocare un incidente, a meno di non postulare la follia, l’insania di qualcuno come il movente unico e solo del fatto, dopodiché non si spiegherebbero, però, le coperture, gli insabbiamenti, i depistaggi sistematicamente attuati dal vertice del potere, in Urss come a livello mondiale. Vi sono però altri tasselli che, messi insieme, vanno a comporre un mosaico inquietante: la notte del 26 aprile, qualificati specialisti in forza alla centrale, a partire da A. Chernyshev, non furono autorizzati a prestare servizio e altri presenti fecero di tutto, disperatamente, per fare in modo che Anatolij Stepanovich Djatlov, ingegnere capo, quadro direttivo della centrale, stoppasse l’assurdo test di sicurezza, nel quale, lo ribadiamo, la maggior parte dei sistemi di protezione erano stati disattivati per… saggiare il livello di sicurezza dell’impianto (!!!). Come se, per testare la sicurezza di un’automobile, la si spingesse a 200 all’ora lungo una discesa, con i passeggeri privi di cinture di sicurezza e le portiere spalancate. Vi era stata, da parte di molti quadri tecnici, una sollevazione generale contro le criminali sollecitazioni, ripetute nel tempo, del reattore n. 4? Djatlov era lo strumento di una volontà superiore alla quale non aveva voluto o saputo opporsi? Di certo, si sa che almeno due tecnici, Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov, furono minacciati di licenziamento per essersi opposti al disinserimento dei meccanismi di sicurezza, misura questa non solo folle, ma anche proibita dai protocolli disciplinanti il funzionamento della centrale. Sono ancora molti i lati oscuri della vicenda, ma, di certo, in quella primavera solo apparentemente dolce e rigenerante di 31 anni fa, a Chernobyl tutto era stato predisposto per la creazione di una “bomba” devastante, pronta ad esplodere senza freni, e l’esito fu, in tal senso, coronato da successo. Non è tutto, però: altri tre elementi aggiungono alla disamina dei fatti un corredo di precedenti e di circostanze da brivido. Già nel 1982 (ci si concentri su questa data, come vedremo in seguito, strategica!) il reattore n. 1 della centrale in questione, sempre a causa di “manovre errate”, aveva subito la distruzione dell’elemento centrale e si era evitata la catastrofe solo grazie alla prontezza e alla perizia del personale.

Qualche anno dopo la tragedia, poi, vicino al teatro dell’esplosione furono ritrovate tracce di TNT e di esplosivo al plastico: ne parlò il giornale russo “Trud” in un articolo pubblicato nel numero 74 del 1995, subito circondato dal chiasso assordante dell’omertà, della congiura del silenzio, come sempre avviene quando la verità viene sbattuta in faccia a chi pensa che il Re sia nudo. A Chernobyl vi fu anche un’esplosione di natura terroristica? Una “doppia bomba”, con effetto combinato di ordigno ed esplosione indotta del reattore?

Nessuno, su questo, ha fornito risposte efficaci e convincenti. Come nessuno le ha anche solo adombrate rispetto a quanto sostenuto dagli studiosi Je. Sobotovich e S. Chebanenko, i quali hanno riferito di aver trovato, nella zona della centrale nucleare, un gran numero di tracce di uranio altamente arricchito, ricollegando questo al “carico segreto” con il quale era stato riempito il reattore n. 4 esploso. Chi poteva avere interesse a generare un disastro? E com’è possibile pensare che una parte dei tecnici presenti a Chernobyl accettasse di suicidarsi, anche in nome di piani eversivi condivisi? Andiamo per ordine. Come abbiamo già accennato, l’interesse a sabotare l’economia dell’Urss, il suo possente apparato infrastrutturale tecnico – scientifico, era ben vivo e anzi prioritario nelle strategie dell’imperialismo, specie dopo l’ascesa al potere, negli Usa, di Ronald Reagan, sostenuto dalle più agguerrite lobbies anticomuniste. Abbiamo prima parlato del 1982, anno nel quale il reattore n. 1 della centrale di Chernobyl subì un danno derivato da azioni “improvvide” del personale in servizio. Ebbene, in quello stesso anno la CIA di William Casey dava inizio al suo piano aggiornato di destabilizzazione dell’Urss e dei Paesi socialisti, mediante sabotaggi e attentati, piano approvato e “vidimato” da Reagan nel mese di gennaio, in coincidenza temporale con fatti come il rapimento Dozier in Italia, pilotato dai servizi Usa, e il massiccio finanziamento del sindacato anticomunista polacco “Solidarnosc” ad opera delle centrali imperialiste. Il via alle “danze” terroristiche ed eversive lo dà l’esplosione di un gasdotto in Siberia, generata dall’impiego di un software difettoso, esportato deliberatamente dagli Usa in Urss per produrre danni irreversibili. Il fuoco ed il fumo che si sprigionarono dalla deflagrazione, furono ripresi dai satelliti ed allarmarono un gran numero di persone, convinte che fosse avvenuta una catastrofe nucleare. Tutto ciò è stato raccontato, fin nei più minimi dettagli, da Thomas C. Reed, ex membro del Consiglio per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America, nel suo libro dal titolo “At the Abyss: An Insider’s History of The Cold War” (“Nell’abisso: una storia della guerra fredda scritta da uno all’interno”), mai tradotto in Italia, Paese dove certe sudditanze dure a morire arrivano, spesso, al tragicomico epilogo dell’eccesso di zelo censorio, anche dopo che il “burattinaio” ha mostrato i fili. Alla luce di quanto narrato e documentato da Reed, come escludere che anche a Chernobyl, nel 1982 e nel 1986, possa essere avvenuto qualcosa di simile? E qui già sento aleggiare le obiezioni, già prima fugacemente menzionate, di chi sa guardare poco lontano dal suo naso, ma anche di chi, in buona fede e sincera volontà di capire, strabuzza gli occhi davanti a scenari da Dottor Stranamore: com’è possibile che delle persone, per quanto pedine di un complotto, abbiano accettato scientemente di provocare un danno in una centrale nucleare dalle prevedibilissime tragiche conseguenze, in primis su esse stesse? Chi si pone un simile interrogativo (legittimo nella misura in cui chi lo avanza non si è dato già risposte refrattarie ad ogni chiarimento in senso opposto), deve tener presente che, quando si studia un sabotaggio e lo si mette in atto, le conseguenze, spesso, vanno ben oltre le intenzioni. La notte del 26 aprile 1986, plausibilmente, chi ha attuato i piani del complotto pensava, di certo, ad un sabotaggio che avrebbe comportato un danno ridotto, o non così devastante come quello che poi avvenne. L’importante era infliggere un vulnus all’economia ed all’immagine dell’Urss, consci del fatto che, con il nuovo indirizzo della “Perestrojka”, i panni sarebbero stati non lavati in casa, come avveniva prima (e giustamente, per certi fatti!), ma esposti in pubblico, a rinfocolare il coro mondiale del dileggio per l’ “arretrata” e “pericolosa” tecnologia sovietica. La sottovalutazione delle conseguenze riconduce all’umana fallibilità, in questo caso accompagnata da comportamento criminale dei tecnici non solo in ordine all’atto compiuto, ma anche alla leggerezza (questa sì) con la quale si pensò di scartare a priori conseguenze più gravi. Ciò, naturalmente, nell’ipotesi in cui complotto vi sia stato, e su questo chi scrive intende non affermare dogmi di fede, ma portare elementi di riflessione. Le vicende processuali di alcuni responsabili della tragedia, in primis quella che interessò l’ingegner Djatlov, lasciano pensare a una trama molto poco “cristallina”: il dirigente in questione fu condannato, nel 1986, a 10 anni di colonia penale, ai sensi del Codice Penale della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, ma quattro anni dopo venne rilasciato, ufficialmente per una malattia grave (morirà nel 1995, a 64 anni). Appoggiato e sostenuto ad ogni piè sospinto dagli immancabili templari dell’antisovietismo Andrej Sacharov ed Elena Bonner, Djatlov dette la colpa di tutto quanto era accaduto ai progettisti dell’impianto, tesi debolissima e, anzi, inconsistente, visto che l’impianto di Chernobyl, a detta di molti scienziati, anche occidentali, era stato costruito con tutti i crismi della sicurezza strutturale. Djatlov sapeva e voleva coprire responsabilità sue e di altri? Se poi a questo associamo il ritrovamento di tracce di TNT e di esplosivo al plastico attorno all’area dell’incidente, allora si può pensare addirittura ad un doppio binario: sabotaggio interno ed esplosivo collocato all’esterno, a rafforzare gli effetti disastrosi della deflagrazione, da parte di agenti stranieri introdottisi furtivamente e poi prontamente fuggiti. Ipotesi, congetture, certo, ma sostenute dai lati oscuri della vicenda, dai suoi “buchi neri” non ancora colmati dalla benefica luce della chiarezza, non meno che da fatti espliciti e sottaciuti o censurati con violenza. In tutto ciò, cosa sapeva Gorbaciov? Come minimo, vi erano quinte colonne al servizio dell’imperialismo, nel suo entourage, ma la sua stessa figura, come testimoniano le dichiarazioni rese all’Università di Ankara nel 1999, è tutt’altro che adamantina: l’ex Segretario del PCUS, coccolato dai circoli imperialisti mondiali, ha pubblicamente affermato, in Turchia, di aver lavorato con gli americani per la disgregazione dell’Urss. Non si spiegherebbero altrimenti misure e provvedimenti economici e politici che minarono la stabilità dell’Urss, il suo benessere e il suo potenziale produttivo, facendo regredire la seconda superpotenza mondiale allo status di colonia. Che anche Chernobyl abbia fatto parte della congiura antisovietica è perfettamente plausibile, quindi, con attori e comparse non solo stranieri, ma anche all’interno delle frontiere del Paese, a ripetere il copione stabilito almeno fin dal 1982 dai “gentiluomini” di Langley, come li definiva lucidamente, e con pepata ironia, la stampa sovietica fin dagli anni ’60.

Riferimenti biblografici, sitografici e video

https://youtu.be/5_wzZqL7v0I

https://www.youtube.com/watch?v=I6QS9VDUnIA

https://www.youtube.com/watch?v=_tLwsoNZCKM

https://www.youtube.com/watch?v=c6md6nmaNao

https://www.youtube.com/watch?v=yfItwic8U0c

http://cccp-revivel.blogspot.it/2013/06/chernobyl-byl-vzorvan-chtoby-razvalit-sssr.html

https://prolecenter.wordpress.com/2016/04/26/chernobyl-disaster-could-have-been-cia-sabotage/

http://russ-history.blogspot.it/2015/04/the-chernobyl-disaster-was-terrorist.html

https://patriotnewstwo.wordpress.com/2016/01/24/intentional-explosion-of-chernobyl/

http://www.km.ru/world/2013/06/05/chernobylskaya-katastrofa/712470-tragediya-chernobylya-mogla-byt-rezultatom-zagovor

https://aurorasito.wordpress.com/2015/03/14/il-crollo-dellunione-sovietica-la-storia-del-tradimento-di-gorbaciov-e-eltsin/

https://it.sputniknews.com/mondo/201604262550811-chernobyl-tragedia-30-anni/

https://sputniknews.com/analysis/20090424121301292/

Molti si sono tormentati attorno alla domanda: perché il sistema socialista sovietico era così fragile?

Molti si sono tormentati attorno alla domanda: perché il sistema socialista sovietico era così fragile?

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Traduzione di Davide Spagnoli

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Dal libro di Roger Keeran and Thomas Kenny, Socialism Betrayed, Behind the Collapse of the Soviet Union, 2010, New York, Bloomington, versione elettronica, pp. 469-472.
(il libro può essere comprato qui: https://www.amazon.com/Socialism-Betrayed-Behind-Collapse-Soviet/dp/1450241719  oppure è possibile consultarlo qui).
“Senza una comprensione della crescita delle forze interne che si opponevano al socialismo, il sistema sembrava più forte di quanto fosse in realtà, e la sua caduta imprevista è stata quindi tanto più scioccante e sconcertante. Una domanda simile, da un altro punto di vista, si può porre come confronto: se il capitalismo statunitense è sopravvissuto ad un Herbert Hoover, che nel 1929 ha presieduto un crollo economico che ha portato la disoccupazione di massa al 40 per cento e una depressione decennale, così come la sconfitta del suo Partito repubblicano per un lungo periodo, ma il capitalismo USA ha recuperato, è cresciuto e prosperato dopo la seconda guerra mondiale, perché il socialismo sovietico non avrebbe potuto sopravvivere a un Gorbaciov?
La risposta è che il fattore soggettivo è di gran lunga più importante nel socialismo che non nel capitalismo. Questo è sia un punto di forza che un punto di debolezza. Una differenza qualitativa tra socialismo e capitalismo viene catturato nel modo di dire che: ‘il capitalismo cresce; il socialismo viene costruito’. A rischio di una similitudine noiosa, i due sistemi sono come una zattera su di un fiume e un aeroplano. Con il capitalismo – la zattera sul fiume – il timoniere che dirige la zattera deve semplicemente per evitare secche, rapide e cascate. Principalmente, il flusso della corrente del fiume controlla il ritmo e la direzione della zattera. Si tratta di un sistema semplice e soprattutto automatico. È necessaria solo una vaga supervisione. I grandi errori di solito non sono fatali.
Un aereo – il socialismo – è un sistema di trasporto di gran lunga superiore. Il suo raggio d’azione, la sua libertà di direzione e manovra, la sua velocità di gran lunga superiore a quella del zattera fiume. Ma l’aereo richiede l’applicazione consapevole delle leggi della fisica e dell’aerodinamica, la previsione di tanti fattori, la pianificazione, la scienza, la formazione, il personale di terra, il radar, e così via. Si tratta di un sistema complesso che richiede una massiccia divisione sociale del lavoro. La gestione del sistema – il suo pilotaggio, l’aspetto soggettivo della sua guida – è molto più cruciale per il funzionamento sicuro di questo sistema di trasporto rispetto a quanto avviene con la zattera nel fiume. I grandi errori nel pilotare un aereo, anche se rari, sono spesso fatali. C’è un margine minore di errore. Il fatto che gli aerei a volte hanno degli incidenti non prova la superiorità della zattera nel fiume. È solo un argomento per una migliore progettazione, per meglio pilotare, per avere aerei più sicuri.
Le leggi della costruzione del socialismo differiscono dalle leggi dello sviluppo capitalistico. Le leggi del capitalismo operano alla cieca, senza una coscienza, come la legge di gravità che spinge la zattera nel fiume a valle, non importa quale sia il timoniere. Ma le leggi del socialismo, mentre sono obiettive, richiedono un aereo il cui progettista conosca e usi consapevolmente le leggi che regolano forze come la gravità, la spinta, la portanza e la resistenza, e un pilota abile nella tecnica basata sulla sottostante scienza”

Solzhenitsyn: agente dell’imperialismo, anticomunista convinto, desideroso di riportare indietro le lancette della storia.

Solzhenitsyn: agente dell’imperialismo, anticomunista convinto, desideroso di riportare indietro le lancette della storia.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Sulle menzogne che hanno costellato il cammino di agit – prop anticomunista e antisovietico di Aleksandr Isaevich Solzhenitsyn, abbiamo ampiamente scritto e dibattuto: le mistificazioni indecenti sulla sua condanna alla detenzione, sul regime dei GULAG, sul numero di detenuti nelle strutture concentrazionarie sovietiche, sul suo ruolo di “dissidente”, sono state dettagliatamente passate in rassegna in articoli e saggi qui pubblicati. Vale la pena soffermarsi, ora, su una serie di episodi ai quali precedentemente si è accennato, che dimostrano inequivocabilmente come lo scrittore “dissidente” russo abbia difeso il fascismo e l’imperialismo non in chiave letteraria, e non solo in Urss, ma apertamente e deliberatamente nel corso di incontri, viaggi e da tribune tutt’altro che neutre o poco influenti. Si è sempre cercato di nascondere, ad esempio, quando non lo si è negato, che Solzhenitsyn sia stato un sostenitore del regime autoritario e genocida di Pinochet in Cile. Le evidenze emerse negli anni ’70 e dopo, rendono invece chiaro e certo che il “dissidente” tanto preoccupato dalla mancanza (secondo lui) di libertà nell’Urss, non era in eguali ambasce per la negazione sistematica dei diritti umani, le torture e i massacri attuati dalla giunta militare cilena. Solzhenitsyn lodò pubblicamente Pinochet e altri dittatori anticomunisti più volte, giustificando i golpe e le successive repressioni di comunisti, progressisti e democratici. Per Solzhenitsyn, la libertà era ad ovest, nel mondo capitalista, un paravento degli odiati comunisti per raggiungere il potere, paravento da distruggere ed annientare, puntellando le peggiori dittature, mentre ad est diventava, come per magia, istanza indiscutibile da sostenere in ogni modo contro i comunisti stessi. Una malafede assoluta, da parte di un uomo accecato dall’odio contro ogni fermento progressista, contro ogni rivendicazione di progresso, pace e vera democrazia. Alla televisione francese, il 9 marzo 1976, lo scrittore megafono dell’antisovietismo si produsse in una subdola e scandalosa difesa, questa volta indiretta del regime di Pinochet in Cile, sostenendo che egli non aveva alcuna intenzione di recarsi nel Paese sudamericano, ma anche che “se il Cile non ci fosse stato, lo si sarebbe dovuto inventare” (sic!) e che in Europa ci si preoccupava più di Pinochet che del Muro di Berlino, dell’occupazione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia (1). Come dire, perché preoccuparsi per le decine di migliaia di morti provocati dalla giunta di Santiago del Cile, per gli arresti, le esecuzioni sommarie, le sparizioni, gli esuli, quando in Europa c’era il Muro di Berlino da bersagliare come unico e solo simbolo di ogni male (come se quel vallo non fosse stato originato dalla destabilizzazione imperialista), accanto all’esistenza del campo socialista? La stampa reazionaria e filo imperialista cilena ricambiò la stima e l’ammirazione dello scrittore per il regime, dedicando alcuni articoli alla sua figura, tra i quali “El grito de Solzhenitsyn”, comparso su “El Mercurio” del 1° ottobre 1978 (2).

Nell’estate del 1975, però, i peana di Solzhenitsyn verso l’imperialismo statunitense avevano raggiunto il culmine: lo scrittore, in quel periodo, aveva intrapreso una sorta di “tournée”, non solo protetto e acclamato dai circoli ultrareazionari di destra, ma anche ricevuto con tutti gli onori dal potere ufficiale. In un incontro patrocinato dall’AFL – CIO (American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations), il Sindacato statunitense noto per il suo anticomunismo e le sue compromissioni con la CIA e con il padronato, Solzhenitsyn aveva lanciato strali contro la distensione mondiale e aveva rivolto, alla presenza di alti funzionari governativi e influenti personaggi dell’establishment, un appello plateale all’intromissione imperialista negli affari interni dell’Urss e dei Paesi socialisti. Queste le sue testuali parole:

“I leaders comunisti dicono: ‘non interferite nei nostri affari interni. Lasciateci soffocare i nostri cittadini in pace e in tranquillità’. Io invece dico a voi: “ingeritevi sempre di più. Interferite quanto più potete'”(3).

In quell’assise di neo – crociati, Solzhenitsyn era stato “tenuto a battesimo” nientemeno che da George Meany, Presidente storico del Sindacato yankee e acceso fautore della Guerra del Vietnam. Lo scrittore russo, non pago di appelli a riedizioni della guerra fredda, aveva poi ringraziato l’AFL – CIO per aver pubblicato, negli anni ’40, una mappa dei Gulag sovietici (una patacca volta ad accreditare la presenza di lavoro semi – schiavile in Urss, proprio mentre negli Usa questa pratica raggiungeva la massima estensione nel sistema penitenziario); inoltre, da quella tribuna menzognera e corrotta, la penna più prolifica dell’antisovietismo aveva profuso parole volte a rinfocolare odio per il suo Paese natale e per l’umanità progressista:

“con l’avvento della bomba atomica statunitense – aveva affermato- i comunisti hanno cambiato le loro tattiche. Essi sono diventati improvvisamente araldi della pace a tutti i costi. Hanno cominciato a convocare congressi per la pace, a far circolare petizioni per la pace, finché il mondo occidentale non è caduto in questo inganno. Gli obiettivi, però, l’ideologia, sono rimasti gli stessi. Essi sono incentrati sulla distruzione della vostra società, sulla distruzione del modo di vita occidentale “(4).

Nel 1976, il nostro Goffredo di Buglione cosacco, dopo aver incensato col fioretto Pinochet, rinnovò in Spagna i fasti del più truce anticomunismo, glorificando, questa volta in modo aperto, la tirannia di Francisco Franco, da poco defunto e mettendo in guardia il Re Juan Carlos ed il suo entourage dal mettere in atto (Dio non volesse!) moderate riforme in senso liberale. Ospite, sabato 20 marzo, del popolare programma televisivo “Directisimo”, Solzhenitsyn vaneggiò, alla faccia di ogni senso del ridicolo, di 110 milioni di morti provocati dal socialismo sovietico dal 1917 al 1959 e paragonò, con faccia di bronzo impareggiabile, “la schiavitù a cui il popolo sovietico è stato sottoposto” alla “libertà di cui si gode in Spagna”. Per Solzhenitsyn, nella Spagna franchista non vi erano stati 400.000 desaparecidos, 500.000/1.000.000 di esuli (2 – 4% della popolazione totale), centinaia di migliaia di prigionieri, centinaia di migliaia di fucilati prima e dopo la guerra civile. Niente di tutto questo! Con Franco e con i franchisti, per lo scrittore,

“aveva vinto il Cristianesimo” (5). Libertà soppresse? “Conosco un solo posto dove non c’è libertà, è la Russia”.

L’opinione pubblica progressista, che si era mobilitata contro le condanne a morte di antifascisti spagnoli? Una manica di utopisti, fuori dalla realtà e anzi utili agenti dell’onnipresente comunismo prodighi nel difendere nient’altro che dei “terroristi” (6). Tutto un programma anche i “consigli” impartiti ai nuovi reggitori del potere iberico:

“Coloro che cercano rapide riforme democratiche, capiscono cosa potrà accadere domani o il giorno seguente? La Spagna può avere la democrazia domani, ma poi sarà in grado di evitare che la democrazia diventi totalitarismo ? ” (7).

Già, totalitarismo, parola magica che la malafede della propaganda borghese e reazionaria usa ad ogni piè sospinto per celare la realtà tirannica, oppressiva, disumanizzante del sistema capitalista, imputando quegli aspetti al socialismo.

Non soddisfatto della sua predicazione di odio e mistificazione, Solzhenitsyn tornò negli Usa nel 1978: si era accorto di aver lasciato un po’ troppo sullo sfondo la guerra del Vietnam, vinta tre anni prima dalla lotta cosciente e determinata di tutto un popolo unito contro l’imperialismo, appoggiato dalla solidarietà internazionalista in ogni angolo del pianeta. Sì, nel suo viaggio americano del 1975 aveva preannunciato stermini e ogni sorta di sciagura in seguito alla recentissima vittoria dei Vietcong, ma la ruota della storia aveva girato in senso opposto e… bisognava pur raccontare qualche frottola sulla nuova realtà indocinese! Le anime dei corrotti oppressori sud – vietnamiti scalpitavano dall’oltretomba! Davanti alla platea scelta di Harvard, il barbuto enciclopedista dell’anticomunismo attaccò i pacifisti, colpevoli di essere strumenti in mano (guarda caso!) dei comunisti .

“Il più tremendo errore – tuonò Solzhenitsyn – si è verificato con l’incapacità di comprendere la guerra del Vietnam. Alcune persone desideravano sinceramente che il conflitto cessasse il prima possibile; altre persone pensavano vi sarebbe stato spazio per l’autodeterminazione nazionale o comunista, in Vietnam oppure in Cambogia (…). Gli attivisti statunitensi del movimento contro la guerra, però, hanno finito con il rendersi complici del tradimento verso le Nazioni dell’Estremo Oriente, del genocidio e della sofferenza imposti a 30 milioni di persone. Questi convinti pacifisti sentono i lamenti che provengono da laggiù? Capiscono, oggi, le loro responsabilità? Oppure preferiscono non sentire?” (8).

Domande indisponenti, ridicole, offensive dell’intelligenza e del buonsenso, provenienti da chi se ne era strafregato di 5 milioni di vietnamiti uccisi dagli yankee e dai loro fantocci e da chi fingeva di non rendersi conto che la lotta dei Vietcong era stata la lotta della quasi totalità del popolo vietnamita, mercenari e sfruttatori esclusi.

Anche questo, e soprattutto questo, è stato Solzhenitsyn: un agente dell’imperialismo, non solo un anticomunista convinto, desideroso di riportare indietro le lancette della storia.

NOTE:
(1) Vedasi: Michael Scott Christofferson, “French Intellectuals Against the Left: The Antitotalitarian Moment of the 1970’s“, Bergahn Books, Oxford, 2004;

Vedasi anche Mario Spataro, “Pinochet, las incomodas verdadestraduzione in spagnolo di Mario Spataro, “Pinochet, le scomode verità”, Settimo Sigillo, 2003;

(2) Citato in José Miguel Armendariz Azcarate, “Solzhenitsyn : el dedo en llaga“, Editorial Andrés Bello;

(3Aleksandr I. Solzhenitsyn, “The Voice of Freedom“, Washington, DC: Washington : American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations, 1975;

(4) Ivi

(5) Vedasi qui

(6) Ibidem

(7) Ibidem

(8) Si senta il discorso qui

La bandiera rossa sventolerà di nuovo

La bandiera rossa sventolerà di nuovo

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Viktor Anpilov

La lotta e la speranza di un vero comunista. Questa potrebbe essere la sintesi di questo scritto; si tratta di una raccolta di estratti di discorsi ed interviste di Viktor Ivanovich Anpilov, segretario del Comitato centrale del Partito Comunista Russo dei Lavoratori (RKRP) e leader di “La Russia dei Lavoratori” e uno dei principali leader dell’insurrezione soffocata nel sangue da Yeltsin durante l’ “Ottobre Nero” del 1993.

Testo realizzato nel 1996 da Bill Dores.

FONTE

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L’insurrezione contro il golpe di Yeltsin del 3-4 ottobre 1993; un ricordo dei compagni caduti

L’insurrezione contro il golpe di Yeltsin del 3-4 ottobre 1993; un ricordo dei compagni caduti

REDAZIONE NOICOMUNISTI

Di Guido Fontana

Dalla metà del settembre del 1993, imponenti manifestazioni crescevano nelle piazze sovietiche contro il golpe controrivoluzionario del lurido, alcolizzato,  servo yankee, Boris Yeltsin, manifestazioni in difesa del Soviet Supremo e dell’Unione Sovietica.

Il 17 maggio 1991 il 70% dei votanti si era espresso contro la dissoluzione dell’URSS che era stata dissolta illegalmente nel dicembre 1991 da Yeltsin e dai suoi amichetti. Decisione presa in mutande dopo una notte di ubriacature. 

La notte tra il 3 e il 4  ottobre, migliaia di manifestanti, operai, giovani, gente comune si radunò davanti alla Casa Bianca, la sede del Soviet Supremo. Intervennero i cani rognosi dell’OMON e altri elementi controrivoluzionari dei servizi che attaccarono i manifestanti, non solo con cariche, idranti e lacrimogeni ma anche sparando con armi automatiche. Addirittura la sede del Soviet Supremo venne bersagliata da cannonate di carri armati.

 

 

Ufficialmente si parlò di 151 vittime, in realtà i morti assassinati dai controrivoluzionari furono molti di più. Infatti si scatenò il terrore controrivoluzionario, centinaia di comunisti furono arrestati. A Mosca in particolare gli arrestati furono richiusi in uno stadio, il giorno dopo i muri dell’impianto sportivo erano crivellati di proiettili… come nel Cile del 1973.

1993

Qui al posto di tante parole inutili e false del lerciume servo degli imperialisti che si dichiara comunista, una testimonianza di prima mano di quella giornata.

FONTE

Vengo dalla città di Izhek. Sono un operaio, addetto a una gru. Lavoro nella costruzione di abitazioni. Sono sposato e ho due figli, una ragazza di 13 anni e un ragazzo di 11.

Nel mese di ottobre ho sentito che Eltsin aveva imposto l’assedio al parlamento. Mi è sembrato un colpo di stato incostituzionale. Eltsin non aveva alcun diritto di sciogliere il parlamento. Come molti altri ho deciso di andare a Mosca per difendere la Costituzione.

A Mosca non abbiamo potuto andare vicino alla Casa dei Soviet, così siamo andati nella Piazza della Capitale per una manifestazione, ma la piazza era bloccata dalla OMON [la polizia speciale di Eltsin]. Quando la folla è cresciuta, la polizia ci ha attaccato. Per la prima volta ho visto persone picchiate con i manganelli. E’ stata un’esperienza terribile. Non avevo mai assistito a una tale brutalità.

Ci siamo raggruppati per una marcia verso il Parlamento. La nostra colonna era cresciuta fino a contare decine di migliaia di persone. L’OMON ci ha attaccato con bastoni e gas tossici, ma abbiamo sfondato la loro linea. Dalla nostra parte molte persone sono rimaste ferite. Quando abbiamo raggiunto la Casa Bianca, l’OMON è fuggita. Ho deciso di rimanere e contribuire a proteggere la casa dei Soviet.

Per tutta la notte ci siamo ritrovati al di fuori del palazzo del Parlamento. Al mattino le truppe di Eltsin hanno attaccato con carri armati e mezzi blindati. Hanno aperto il fuoco con le mitragliatrici su migliaia di persone inermi ammassate fuori.

Abbiamo cercato di metterci al riparo, ma ci stavano tirando da una distanza di 20 metri. Sono stato colpito quando la colonna di mezzi blindati ha sfondato il cordone dei difensori. Il proiettile ha rotto il braccio ed è penetrato nel mio polmone destro. Sono rimasto lì per diversi minuti a guardare la  gente che veniva colpita a bruciapelo mentre giaceva a terra. Poi sono svenuto.

Quando mi sono svegliato  ero trasportato da quattro compagni. Sono stato portato all’interno del palazzo del Parlamento. Mi hanno tolto la camicia e hanno cercato di offrire il primo soccorso a me e agli altri feriti, ma le ambulanze non potevano passare a causa di una violenta sparatoria dei carri armati e degli APC. Infine i difensori all’interno della Casa Bianca si erano impossessati di alcuni camion per portar i feriti all’ospedale.

In ospedale ho visto molte persone che erano state ferite alla Casa dei Soviet, molti diversi tipi di ferite. L’affermazione di Eltsin che solo 140 persone sono state uccise è ridicola.

Oltre 1.000 persone erano ammassate davanti al Parlamento. La maggior parte è stata uccisa o ferita dal fuoco delle mitragliatrici degli APC. La distanza tra gli APC e la gente era così breve che non si poteva mancare il bersaglio. C’erano anche dei cecchini che sparavano contro di noi con i fucili.

In ospedale ho di nuovo perso i sensi. Quando sono rinvenuto, avevo subito due operazioni. I medici avevano lottato duramente per salvare la mia vita. Avevo perso il 32 per cento del mio sangue.

Una settimana dopo il mio braccio è stata amputato e il mio petto è stato aperto per un’operazione ai polmoni. Ho problemi al fegato a causa di tutte le medicine prese. Sono ora in cura presso l’Istituto di Leningrado di Chirurgia Ortopedica. Sento ancora molto dolore, ma sento  di aver fatto qualche progresso.

Dalla caduta dell’Unione Sovietica, le condizioni della gente comune nel nostro paese sono peggiorate drasticamente. Gli aumenti dei prezzi hanno distrutto i nostri standard di vita.

Nel 1980, quando mi sono sposato ho comprato un televisore, un frigorifero, i mobili, insomma tutte le cose necessarie per la vita normale. Oggi non sarei in grado di permettermi una qualsiasi di queste cose.

Era normale,  per la mia famiglia e per me,  fare una vacanza sul Mar Nero. Ora non ce lo possiamo più permettere. Non è un caso che il tasso di mortalità nel nostro Paese abbia ormai superato il tasso di natalità. E’ il risultato delle politiche capitaliste di Eltsin. Ora, questo regime ha sparato su persone inermi a sangue freddo.

La verità va detta, perché ci sono molte informazioni false su questi eventi nel nostro paese e nel vostro. I media in entrambi i paesi sono controllati dal regime e dalle forze capitaliste.
Adesso quasi tutti qui realizzano ciò che il regime di Eltsin stia facendo. Mi auguro che l’opposizione si consolidi e che questo regime antipopolare sia presto cacciato dal potere.

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