IL VIAGGIO DI PJATAKOV

La parte terza dell’eccellente analisi del caso del volo di Pjatakov da Berlino per incontrare Trotskij in Norvegia. Doppo aver dimostrato che il volo era tecnicamente possibile e del tutto compatibile con il tempo che aveva a disposizione Pjatokov, i compagni di mondorosso in questa parte dimostrano come i registri di volo dell’aeroporto norvegese di Kjeller siano stati falsificati per nascondere questo volo.

Mondorosso

  • PARTE TERZA –

Una vera e propria “pistola fumante” a favore dell’esistenza concreta del volo clandestino in Norvegia di Pjatakov, nel dicembre del 1935, ci viene in ogni caso fornita, seppur in modo assolutamente involontario, da un particolarissimo rapporto  effettuato dalle autorità aeroportuali di Kjeller sugli eventi del dicembre del 1935 e datato 25 febbraio 1937: un rapporto riservato e non pubblico, ritrovato dopo molti anni grazie al lavoro encomiabile del ricercatore svedese Sven-Eric Holmström che lo ha gentilmente messo a nostra disposizione all’inizio del 2016.

Di cosa si tratta?

Nel febbraio del 1937 l’autorità doganale di Kjeller chiese con una certa “urgenza” tutte le “informazioni” disponibili ai dirigenti dell’aeroporto militare di Kjeller sui “voli” arrivati e partiti nel dicembre del 1935, manifestando il suo “interesse” in merito a tale periodo di attività della struttura aeroportuale di Kjeller: si noti bene, non rispetto a mesi del 1935 diversi da dicembre…

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Tupolev TU – 154: sciagura o attentato?

Tupolev TU – 154: sciagura o attentato?

REDAZIONE NOI COMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Come tutti saprete il 25 dicembre sulla costa di Soci in Russia, è precipitato un Tupolev Tu-154 russo, che si recava in Siria trasportando fra gli il leggendario Coro dell’Armata Rossa. Attentato o incidente? Fino ad ora le autorità russe apparentemente sementiscono l’ipotesi delittuosa per questo disastro aereo.

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Il compagno Baldelli analizza in modo estremamente lucido e in base alle attuali conoscenze (per eventuali stolti questo articolo è pubblicato il 28/12/2016), la situazione facendo giustizia delle solite stupidaggini e menzione della propaganda russofobica, che purtroppo sono riprese da molti compagni.

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Una persecuzione inventata dai figliocci di Goebbels: i musulmani in URSS negli anni ’30 e nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Il ruolo centrale di Rizaitdin Fakhretdinov e di Abdurrahman Rasulev.

Una persecuzione inventata dai figliocci di Goebbels: i musulmani in URSS negli anni ’30 e nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Il ruolo centrale di Rizaitdin Fakhretdinov e di Abdurrahman Rasulev.

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

La propaganda anticomunista ha sempre dipinto l’URSS, come un paese dove la religione era vietata e i credenti delle varie fedi perseguitati. Nulla di più falso, la libertà di culto era garantita dalla Costituzione, precisamente dall’articolo 124 che recita:

allo scopo di assicurare ai cittadini la libertà di coscienza, la Chiesa nell’URSS è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa. La libertà di praticare culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini

Vigeva una netta separazione fra Stato e fede religiosa; dall’articolo del compagno Baldelli:

Tutte le religioni, in Urss, erano assolutamente libere, godevano di piena agibilità per quanto concerneva proselitismo e culto, venivano poste, senza eccezione alcuna, su un piede di parità, contro ogni forma di discriminazione e privilegio. Ai credenti si chiedeva solo e soltanto di rispettare le leggi dello Stato, di servire la Patria fedelmente, di lavorare con integrità ed onestà alla realizzazione del bene comune. Principi giusti, sacrosanti, che nessuno può spacciare per “totalitari” o “dittatoriali”, se non dei dementi o delle persone in malafede cosciente

Nell’articolo che potete leggere in formato PDF, vengono esaminati i reali rapporti tra governo sovietico e l’Islam.

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La concezione di Lenin del socialismo in un solo paese: le origini

La concezione di Lenin del socialismo in un solo paese: le origini

REDAZIONE NOI COMUNISTI

di Guido Fontana Ros

Senza menare troppo il can per l’aia, presentiamo uno studio del professor Erik Van Ree dell’Università di Amsterdam.

Questo studio giustizia la concezione che il socialismo in un solo stato sia un frutto dello stalinismo, concezione con cui ci hanno sfracellato gli zebedei per quasi un secolo.

In realtà la teoria della possibilità del socialismo in solo stato fu sviluppata da Lenin a partire dal periodo della Prima Guerra Mondiale, teoria controcorrente rispetto a quella della “rivoluzione mondiale” dominante all’epoca.

Riassumendo, Lenin sosteneva che:

  1. è possibile instaurare il socialismo in un solo stato
  2. compito di questo stato socialista una volta assestato è l’esportazione del socialismo in tutto il mondo attraverso la “guerra rivoluzionaria”, in quanto il sistema economico socialista è incomparabilmente superiore a quello capitalista

Alcune avvertenze: innanzitutto non siamo in luna di miele con l’autore. Quest’ultimo forse spaventato dall’ammettere alla fine del suo studio che Stalin aveva ragione e che diresse l’URSS nel solco tracciato da Lenin, dice che Stalin esasperò i concetti leninisti sopra esposti. Vade retro Satana…

Altra affermazione divertente del professor Van Ree è questa:

“Come abbiamo visto, nel suo articolo dell’agosto 1915 (e del settembre del 1916), Lenin immaginava che lo stato rivoluzionario espropri la borghesia, organizzi la produzione socialista e poi entri in combattimento con gli imperialisti. Lenin non spiegò la logica alla base di questo scenario. Ma è del tutto plausibile pensare che l’introduzione di una economia socialista migliori la capacità militare dello Stato rivoluzionario a causa della presunta superiorità delle sue prestazioni rispetto al capitalismo”.

Infatti l’URSS sotto la guida del compagno Stalin, non ha forse fatto passi straordinari, passando dal Medioevo all’era contemporanea in meno di 20 anni? Non ha forse vinto la nazione militarmente più potente dell’epoca? E tutto questo è accaduto per caso oppure è dovuto alla “presunta superiorità delle sue prestazioni rispetto al capitalismo”?

Poiché non osiamo pensare che il nostro professore sia un mentecatto, affermazioni del genere sono dettate dalla cautela che un accademico deve avere, trattando certi argomenti, se vuole mantenere il suo posto.

FONTE

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Le bufale degli “antibufala“. La Corea del Nord e le droghe “leggere“

Le bufale degli “antibufala“. La Corea del Nord e le droghe “leggere“

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

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Ibrido di cannabis in fioritura

Tra le tante patacche confezionate negli ultimi anni da certi blog e dai media che vanno per la maggiore, e subito bevute da creduloni puerili e ingenui, tanto adusi a credere alle più assurde fantasie, quanto pronti a fare le pulci a tutte le fonti serie ed attendibili, la palma d’oro spetta senza dubbio alla diceria secondo la quale, in Corea del Nord, le droghe leggere sarebbero perfettamente legali e anzi incentivate, nel loro uso, dallo Stato.

In un articolo del gennaio 2013, il sito www.vice.com, che si vanta di ritrarre la vita reale di tutti i giorni, lontano da bufale e invenzioni propagandistiche, dipingeva la Repubblica Democratica Popolare di Corea come un paradiso per l’erba, chiamata (udite udite !!!) “ip tambae”, ovvero “tabacco in foglie“. La fonte di “Vice“? Ce la riferiscono gli stessi redattori, con sgrammaticata chiarezza: “conoscenti che lavorano in Corea del Nord e fanno regolarmente dentro e fuori dal Paese“.

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Complimenti! Che rigore giornalistico! Questa droga leggera, ci informano tali ineffabili “Pulitzer“, sarebbe “particolarmente diffusa tra i giovani soldati“ che, invece di fumare catrame e nicotina come i loro omologhi occidentali, delizierebbero i loro palati e le loro sinapsi“ accendendo una canna extra large durante le pause tra le ronde“ (sic!). Il tutto, per sfuggire alla qualità delle sigarette locali, che, da parte di tale Ben Young, autore dell’articolo, si asserisce esser pessima. L’erba sarebbe molto popolare e a buon mercato, in quanto largamente usata dai lavoratori per trovare il relax adeguato e “distendere i muscoli infiammati e doloranti“ alla fine di una giornata di lavoro.

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Operai coreani all’uscita dal lavoro: sorridono perché sono già sotto l’effetto della marijuana?

Il “Rodong Sinmun“, organo ufficiale del Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori di Corea, sarebbe (incredibile!) largamente utilizzato come cartina, “tagliato a quadratini e poi rollato in piccole canne coniche“. Sarebbe da morire dal ridere, se non fosse che certa gente, che si fregia del titolo di “giornalista“ o “blogger“, ha la pretesa di fare opinione, dettando convinzioni e tendenze. Young si duole, infine, del fatto che certe virtuose e benefiche pratiche siano concesse nella oscura e dittatoriale Corea del Nord, nello stesso tempo in cui vengono vietate nei democraticissimi Paesi del suo emisfero, che si ostinano (in larga parte) a non rendere legale l’erba. Le cose stanno davvero così? Andiamo per ordine e vediamo.

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In seguito alla pubblicazione dell’articolo di “Vice“, altri organi di informazione hanno ripreso l’argomento e lo hanno trattato in vari modi. Una testata al di sopra di ogni sospetto, il “The Guardian“, non certo imputabile di simpatie verso il governo comunista e antimperialista di Pyongyang, ha pubblicato un articolo dal titolo “Mythbusters: uncovering the truth about North Korea“. In esso, si mette in chiaro, inequivocabilmente, che l’ “Ip tambae“ non è affatto cannabis né altro di simile, ma solo e soltanto un’innocua, tradizionale miscela di erbe locali, utilizzate in sostituzione del tabacco. Definire drogato chi fuma tale mix, equivale a dare del tossicodipendente a un nostro avo di campagna che, nell’800, era magari aduso a fumare vitalbe (piante assai utilizzate, allora, in sostituzione delle ancora costose sigarette).

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Clematis vitalba, un tempo usata anche come succedaneo del tabacco

A differenza di “Vice“, poi, il “The Guardian“ cita la fonte (reale, stavolta, in carne ed ossa) che demolisce la bufala a 24 carati del “Narcostato psichedelico nordcoreano“: si tratta di Matthew Reichel, Direttore del “ Progetto Pyongyang “, impresa sociale incentrata sulle promozione di attività edili. Egli ha viaggiato trenta e più volte in Corea del Nord e conosce quasi tutto ciò che c’è da sapere sul microcosmo della Repubblica Democratica Popolare; la bufala, si dimostra, ha le zampe corte, ma ecco allora che altri blogger in crisi di astinenza da bugia si aggrappano disperatamente alle corna di questo buffo “animale mediatico“, sorreggendosi l’uno all’altro come ubriachi in preda ai fumi dell’alcool: tale “Seshata“, con un articolo pubblicato su https://sensiseeds.com, vaneggia di test di laboratorio che il “The Guardian“ avrebbe dovuto far effettuare. Il colmo! L’onere della prova richiesto a chi smonta una palese bugia facendo nomi e cognomi da parte di chi, di prove, non ne ha portata e non ne porta nemmeno mezza, preferendo le illazioni! La signorina “Seshata“ cita, con la stessa attinenza dei cavoli rispetto al desinare pomeridiano, episodi di intossicazioni di operai polacchi… nelle piantagioni inglesi di canapa del dopoguerra (!!!). Con la stessa esuberanza ed effervescenza argomentativa, discetta di latitudini e longitudini per dimostrare che la Corea del Nord, trovandosi attorno al 40° parallelo, potrebbe benissimo ospitare una produzione rilevante di “cannabinoidi“. Incredibile! Qui siamo all’invenzione del reato di collocazione geografica, come se il regime comunista fosse responsabile anche del posizionamento del Paese sul planisfero! Come se quel posizionamento, di per sé, rappresentasse una condizione obbligatoriamente e inevitabilmente foriera di produzione di droghe! Eh sì, perché la Corea del Nord sarebbe un immenso, lussureggiante giardino pieno di “paradisi artificiali” a portata di mano, una sorta di foresta di baudelairiana memoria…. Ce lo attestano, sostiene “Seshata“, certi “rapporti“ disponibili alla consultazione. Bene bene, chi ne sarebbe l’autore? Tale Sokeel Park, capo dell’ONG “Liberty in North Korea“, fondata nel 2004 all’ombra dell’Università di Yale e con base negli Usa, specificamente in California. Non c’è che dire, una fonte al di sopra di ogni sospetto!

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Il “feroce” dittatore in un campo di marijuana, ops qualcuno ci dice che quelle sono mele

La stessa “Seshata“ cade poi in mille contraddizioni, ricordando come la Corea del Nord abbia ratificato tutti i trattati e le intese stipulati a livello mondiale sui narcotici e sottolineando come la legge antidroga in Corea del Nord sia “estremamente rigorosa“ . E, in sintesi, nessuna prova se non “indiretta“, nelle narrazioni di qualche anonimo compiacente o scherano dell’imperialismo. Un procedere “bipolare“, dal punto di vista linguistico ed argomentativo, che la dice lunga sulla fondatezza di certe tesi e di certe argomentazioni, non certo commendevoli per un giornalista!

Ci si accorge però che “Seshata“, nel suo sforzo argomentativo e dimostrativo, surrettiziamente apologetico di sé stessa e del suo “ruolo“, si è in larga parte basata su un’altra fonte, senza neanche un minimo di originalità e “marchio“ proprio: le sue argomentazioni, paro paro, le ritroviamo nell’articolo “When It Comes to Marijuana, North Korea Appears To Have Liberal Policy Of Tollerance“, scritto da Hunter Stuart nel dicembre 2013 per l’ “Huffington Post “, organo specializzato nella conduzione della guerra a bassa intensità contro Siria, Russia, Corea del Nord e altri teatri dell’antimperialismo.

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Un miracolo della ingegneria genetica nordcoreana, una pianta di cannabis indica sotto forma di gigantesca verza

Questo articolo (udite udite !!!) riprende pedissequamente… molte delle argomentazioni e persino delle espressioni utilizzate (si veda il passaggio sull’erba che scioglie e rilassa i muscoli dei lavoratori) nel primo articolo da noi preso in esame, quello di “Vice“. Insomma, una girandola, un cerchio magico della disinformazione e della cortina fumogena, sapientemente orchestrato e condotto da menti non già raffinate (sarebbe conceder loro troppo!), ma sicuramente nate per gemmazione dal poltergeist goebbelsiano. Nessuno di questi sapienti alchimisti della carta stampata si è degnato di fare una cosa semplicissima: chiedere lumi alle rappresentanze diplomatiche della Corea del Nord o alle associazioni di amicizia e solidarietà con la RPDK, che non solo non mordono, non gettano gas sarin o polonio addosso a chi vuol sapere, ma anzi sono ben liete di poter offrire spiegazioni a chi le chiede con sincera volontà di conoscere, informarsi, sapere, oltre la montagna di spazzatura dei media filo – capitalisti.

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Un impressionante raccolta di “buds” di marijuana, ah no qualcuno ci dice che si tratta di granoturco

Lo hanno fatto, e non finiremo mai di ringraziarli, gli amici e compagni di “Italiacoreapopolare”, i quali, con onestà intellettuale e volontà di andare davvero “alla fonte“, hanno interpellato, nel novembre del 2013, dopo la profusione di articoli disinformativi comparsi, il diplomatico Paek Song Chol, Segretario dell’Ambasciata della Corea del Nord in Italia. Costui, meravigliato e turbato, ma anche pienamente disponibile a fornire chiarimenti, ha escluso categoricamente l’esistenza del commercio di marijuana e altro nel Paese; ce n’è voluto anche solo per fargli capire cosa fosse “l’erba verde che si fuma“, a riprova della “grande conoscenza“ di certe piante in quel Paese…. Il diplomatico ha affermato che, in Corea del Nord, esistono certamente piantagioni di oppiacei, ma esse servono solo e soltanto alla preparazione di farmaci e sono rigidamente controllate dallo Stato. Prima delle parole chiarificatrici di Paek Song Chol, l’agenzia di stampa nordcoreana KCNA e i media nordcoreani, nella primavera del 2013, lungi dallo stendere la cortina del silenzio sulla campagna infamante a danno del potere popolare, avevano smontato pezzo per pezzo le illazioni sulla politica degli stupefacenti in Corea del Nord, in tutta una serie di articoli e servizi, a cominciare da quello intitolato “Commentary Blasts Story of ‘Drug Trufficking’ By DPRK“ (“Una serie di prove distrugge la storia del ‘traffico di droga’ ad opera della Repubblica Democratica Popolare di Corea“). Insomma, abbiamo mostrato una delle tante storie di ordinaria disinformazione e intossicazione informativa.

La Romania di Ceausescu oltre i luoghi comuni: viaggio politico, economico, sociale e fotografico nella vita quotidiana dei suoi cittadini nel corso degli anni’80-IV

La Romania di Ceausescu oltre i luoghi comuni: viaggio politico, economico, sociale e fotografico nella vita quotidiana dei suoi cittadini nel corso degli anni’80-IV

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

PARTE IV

PARTE I

PARTE II

PARTE III

LINK ALLO STUDIO COMPLETO IN PDF

La benzina, i carburanti per le automobili, rappresentano l’ultimo “microcosmo“ indagato in questa ricerca. La motorizzazione, sviluppatasi in Romania molto più tardi rispetto ai Paesi occidentali, fu un altro merito e vanto del socialismo. Certo, si privilegiò sempre il trasporto pubblico rispetto a quello privato, in nome di considerazioni etiche, economiche e sociologiche non certo contemplate nei sacri testi dell’economia capitalista, nella quale è stato, è e sarà sempre il profitto a farla da padrone; tuttavia, le prerogative dell’automobilista rumeno erano pienamente rispettate e la sua vita tra le più gratificanti in assoluto nel mondo. Innanzitutto, i modelli “Dacia“, “Aro“, “Oltcit“, come abbiamo avuto modo di sottolineare, erano assai affidabili e ogni proprietario poteva eseguire riparazioni e manutenzioni senza dover ricorrere per forza alle officine, peraltro presenti su tutto il territorio, in maniera abbastanza ramificata e con personale di eccellenza (si pensi alle Officine “Ciclop“ di Bucarest, tra le migliori al mondo).

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L’approvvigionamento di carburanti avveniva tramite le già citate stazioni PECO: in esse si poteva anche eseguire il cambio dell’olio e si poteva reperire di tutto, da alcuni ritrovati come l’ “Hodorizant pentru Habitaclu“, un deodorante di forma circolare ed essenza perlopiù al pino, fino alle praticissime salviette umidificate per detergere gli occhiali. La rete PECO si estese in tutto il Paese in prodigiosa progressione, in pochi anni: se nel 1962 erano attive, in tutto il Paese, 160/170 stazioni, nel 1980 esse erano diventate 310. In Città quali Brasov, Sibiu, Timisoara e Constanta, negli anni ’80 c’erano almeno 3 – 4 stazioni, in media con 4/5 pompe per la benzina e altre per il diesel e la nafta. A Bucarest, la Capitale, il numero si avvicinava alle 20 unità. Nel 1989, il numero delle stazioni PECO era arrivato, in tutto il Paese, a circa 600. Il numero delle automobili era cresciuto anch’esso esponenzialmente, fino ad arrivare, solo tenendo conto delle vetture private, a 1.200.000 esemplari nel dicembre del 1989. Questo secondo gli Annuari statistici, ma visto il costante progresso nelle operazioni di registrazione informatica dei dati, che fecero lievitare il numero delle auto private censite da 330.000 nel 1988 a 1.200.000 nel 1989, si può ipotizzare che, al momento della caduta del regime, vi fossero non meno di 2.500.000/3.000.000 di vetture private. Vi erano poi le automobili a disposizione delle imprese, degli Enti pubblici e di rappresentanza, i taxi ecc…

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Quella dell’auto a noleggio, ad esempio, era una formula abbastanza diffusa e coinvolgeva anche auto aziendali e istituzionali, anche se, sul finire degli anni ’70, era stato rigidamente regolamentato un uso eccessivo delle automobili pubbliche per finalità personali. Alcune cifre relative ai trasporti, venivano tenute segrete o ridimensionate, per proteggere settori nevralgici della vita sociale ed economica dalle mire imperialiste. Che le vetture in circolazione fossero molte, e che il trasporto pubblico fosse capillarmente diffuso, lo si può agevolmente vedere da numerose fotografie ed immagini risalenti agli anni oggetto di questo nostro studio. Volendo però stare alle cifre ufficiali, le uniche citabili con sicurezza, possiamo notare che, oltre ad un processo di motorizzazione privata imponente, numericamente rilevante, si arrivò agli anni ’80 con un progresso notevolissimo sul fronte della produzione di benzina e nafta nelle dieci e più raffinerie attive nel Paese. Le cifre parlano chiaro: nel 1986, il consumo di benzina e nafta in Romania ammontava a 2.500.000.000 di litri, nel 1989 a 2.700.000.000 di litri. Rilevato che un 50% del consumo era ascrivibile ad automezzi pesanti e mezzi pubblici, e considerando altresì tutto il parco automobilistico privato esistente, ufficialmente registrato, si può dire che ogni automobilista rumeno consumasse, in media, 100 / 110 litri di benzina su base mensile.

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Pertanto, le cifre spesso riportate di consumi razionati con un tetto massimo pari a 30/40 litri su base mensile (20 – 25 litri di regola nei centri minori), o sono false, o presuppongono un numero di auto in circolazione pari al triplo almeno di quello ufficialmente rilevato dalle statistiche (3.600.000 vetture almeno, nel dicembre 1989). Noi stessi abbiamo contemplato quest’ultima ipotesi. E’ senza dubbio vero che la Romania, negli anni ’80, varò misure severe per regolamentare il consumo della benzina e dei combustibili: vi erano sprechi intollerabili, soprattutto nel settore pubblico, che furono combattuti e nel 1989 risultavano ormai ridotti al lumicino. E’ però altrettanto vero che l’immagine di un Paese con automobilisti in coda per giorni e notti davanti alle pompe della PECO, asciutte o quasi, è, almeno in parte, fantascienza o propaganda falsa confezionata dai corifei di Iliescu o dai “democratici“ che, a partire dal 1990, hanno disastrato un’intera Nazione, economicamente e socialmente. Vediamo, anche in questo caso, di restaurare un minimo di verità storica. Innanzitutto, non ci fu alcun Decreto emanato dallo Stato che, su base imperativa e biecamente centralista, prescriveva a tutti i Distretti quanto razionare e cosa. Ogni Distretto ed ogni Comune, come valeva per la distribuzione dei generi alimentari, decideva, per i carburanti, in piena autonomia, con deliberazioni dei Consigli popolari e di altri organi istituzionali. Il sistema rumeno era un mix virtuoso di autogoverno partecipativo e centralismo positivo, riequilibratore delle disparità tra le varie regioni del Paese. A Bucarest, la razione garantita di benzina negli anni ’80 era di un pieno al mese (40 – 50 lt) e fino al 1983 si potevano riempire anche numerose taniche ogni volta, fatto questo che generava (esso sì) frequenti episodi di code e malcontento tra automobilisti ed utenti della rete PECO. Anche in questo caso, la coda era sinonimo di ricchezza e di benessere, non certo di penuria! Negli stessi anni, in occidente quale automobilista poteva ogni mese fare il pieno e riempire, contemporaneamente, 2/3 taniche? In altre parti del Paese, la razione si riduceva a 20/25/30 litri a seconda dei luoghi e delle stagioni (questo a partire dal 1983).

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Lungo il Litorale, nella zona di Constanta e in altre zone ancora, la benzina non venne mai razionata e se ne poteva prelevare in quantità tutto l’anno, anche da parte dei cittadini residenti in altri Distretti del Paese. Era assai frequente, negli anni ’80, vedere alle pompe di benzina di Constanta, Mangalia, Eforie, file di automobilisti vacanzieri aspettare anche 3/4 ore per fare il pieno, o lasciare l’auto parcheggiata durante la notte per riprenderla il giorno dopo e rifornirsi. Code dettate dalla miseria, o non piuttosto dalla larga disponibilità di denaro e dall’abbondanza di carburanti? Negli anni ’80, praticamente tutto il Paese si spostava per le vacanze (il numero dei turisti in rapporto alla popolazione era superiore a quello di quasi tutti i Paesi capitalisti) e, se grazie alla politica portata avanti dal governo comunista, la gran parte dei turisti si muoveva con i mezzi pubblici (treni e autobus), una parte considerevole sceglieva l’automobile. Bisogna poi sottolineare che, oltre alla quota di benzina garantita mensilmente nei vari Distretti ove essa era razionata, ogni automobilista aveva il diritto di venir rifornito con 5/10 litri aggiuntivi al mese, nel suo transito per Distretti diversi da quello di residenza e con esso non confinanti. Ecco spiegato il consumo di carburante complessivo, ben superiore a quello che il razionamento nei vari distretti fissava; aggiungiamo le quantità fuori razione, periodicamente distribuite a beneficio di tutti gli automobilisti, grazie ad azioni di contenimento dei consumi delle vetture pubbliche; aggiungiamo anche le quantità supplementari, accordate agli automobilisti per necessità particolari e motivazioni impellenti e… possiamo renderci pienamente conto della realtà e complessità di una situazione non assimilabile alle categorie della penuria.

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Negli inverni rigidi, la circolazione veniva interdetta alle automobili private per periodi variabili da poche settimane a tre mesi, misura questa assai saggia, che permise alla Romania di porsi ai primi posti nel mondo per riduzione del numero di incidenti stradali; in questi periodi, la razione di benzina garantita poteva scendere a 15 litri mensili, in alcune parti del Paese, ma l’ampia disponibilità di trasporti pubblici, non solo su strada ma anche su rotaia (si pensi alla straordinaria metropolitana di Bucarest, con più di 20 stazioni nuove inaugurate proprio negli anni ’80) veniva incontro ai bisogni dei cittadini, soprattutto dei lavoratori. Molti possessori di autovetture, d’inverno, tenevano l’auto ferma fino alla primavera successiva, accumulando razione mensile su razione mensile: alla vigilia della partenza per le vacanze estive, questi automobilisti potevano riempire così tranquillamente i serbatoi e, in più, anche le taniche trasportabili nelle vetture. Un altro paradosso degli anni ’80, sono le lamentele per la carenza di combustibili, accompagnate però dal dato di centinaia di migliaia di persone che, nei balconi e nelle cantine, tenevano recipienti da 100 litri e più di carburante, rigorosamente pieni. Le code ai distributori erano un fenomeno non ovunque e non sempre riscontrabile: esso si notava in corrispondenza temporale con gli esodi vacanzieri, con la fine delle misure restrittive della circolazione e in certe unità della rete PECO, presso le quali avvenivano fenomeni di commercio illegale di carburante (anche questa, prerogativa non solo rumena…). Chi non voleva avere disagi, montava sulle proprie vetture motori diesel, discretamente disponibili (i blocchi motore venivano venduti nella rete IDMS) oppure acquistava auto diesel, oppure ancora, come abbiamo visto prima, installava impianti a metano o gpl, presenti in quantità crescente anche sui mezzi pubblici a partire dal 1980. Va sottolineato, poi, che i modelli di autovetture in circolazione sulle strade della Romania socialista, vantavano livelli di consumo molto ridotti rispetto a quelli delle vetture occidentali : la “Dacia 1310“ faceva senza grossi sforzi 15 km con un litro, mentre la “Lastun“ superava i 30 km con lo stesso quantitativo di carburante.

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Anomalie e distorsioni a parte, l’automobilista rumeno era uno dei più tranquilli e sereni al mondo: aveva un sistema che vigilava sull’integrità dei suoi beni (rarissimi i furti), non lo angustiava con tasse e sovrattasse (nel prezzo di acquisto di un’auto era compresa anche l’assicurazione ADAS), poteva anche vincere una vettura con le estrazioni dei numeri dei Libretti a risparmio depositati presso la CEC (la Cassa di Risparmio rumena dei tempi del comunismo). In quest’ultimo caso, ne entrava in possesso entro 3/4 mesi, mentre, a partire dagli anni ’80, l’acquisto di un’automobile mediante versamento della cifra necessaria sul conto CEC e successivo ritiro presso le filiali IDMS (Impresa per la distribuzione di prodotti sportivi), poteva comportare da 2 a 5 anni di attesa per i modelli “Dacia“, pochi mesi, 1 anno o 2 anni di attesa per altri modelli, nazionali o importati dai Paesi socialisti, nessuna attesa per le vetture ARO (i fuoristrada, rinomati nel mondo e affidabilissimi) e per quel meraviglioso esperimento di innovazione, bassi consumi e maneggevolezza che fu la DACIA LASTUN, anticipatrice delle più note “Smart“, realizzata in vetroresina. Vi era poi larga possibilità di ricorrere al mercato dell’usato o alle licitazioni, aste pubbliche con prezzo di partenza fissato dalle autorità statali in base a coefficienti legati a stato manutentivo e di funzionamento delle vetture licitate, prima appartenute ad enti pubblici, consolati o ambasciate.

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I giornali, specie “Scinteia“ (organo del Partito Comunista), “Informatia Bucurestiului“ e “Romania libera“ avevano pagine e pagine dedicate a “Mica publicitate“ (“Piccola pubblicità“), spazio destinato alle inserzioni, con proposte di acquisto o vendita in cui le automobili erano sempre presenti. Un ottimo sistema, quello descritto, per valorizzare il patrimonio automobilistico presente nel Paese e non destinare agli sfasciacarrozze modelli ancora in discrete o buone condizioni, come avviene dalle nostre parti, con sprechi spesso assurdi. Chi deteneva legalmente valuta estera, poi, poteva quasi sempre comperare, senza liste d’attesa, qualsiasi vettura desiderasse. I pezzi di ricambio sono stati descritti, spesso, come l’altro cruccio costante dell’automobilista rumeno; eppure, anche in questo caso, si è molto esagerato: la rivista “Autoturism“, edita dall’Automobil club rumeno, nei suoi numeri degli anni ’80 è piena di notizie su inaugurazioni di nuovi punti di assistenza degli automobilisti e di vendita di pezzi di ricambio e materiali di interesse automobilistico. Nessun trionfalismo: le critiche e le segnalazioni, per chi avesse la voglia di leggersi qualche numero (qui sono consultabili quasi tutte le uscite dal 1969) sono frequenti e motivate, con nomi e cognomi dei responsabili di disservizi, carenze, ritardi. Questo, nello spirito di migliorare costantemente il livello dei servizi garantito ai cittadini, mentre nei Paesi capitalisti la critica è quasi sempre fine a se stessa e non seguita da atti concreti di riparazione dei danni e di risoluzione dei problemi.

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Nel 1982/83 vi furono, ad esempio, problemi con il rifornimento di alcuni pezzi di ricambio e componenti, soprattutto le batterie. Nel giro di poco tempo, si ovviò a queste disfunzioni con tre misure: incremento della produzione di batterie, azioni educative mirate agli automobilisti, potenziamento della filiera dei ricondizionamenti. La prima misura consentì di far entrare a regime processi lavorativi più agili e spediti per la produzione di accumulatori, senza sacrificare la qualità dell’offerta; la seconda misura insegnò agli automobilisti a trattare meglio le loro vetture, evitando, ad esempio, di tenere fari e radio accesi durante le soste, e a custodire meglio le vetture stesse, privilegiando le autorimesse collettive o individuali rispetto all’abitudine di parcheggiare, anche d’inverno, per strada e senza protezioni. Suggerimenti che possono apparire ingenui ed elementari, finanche scontati, all’automobilista delle nostre latitudini, il quale, però, non deve mai dimenticare che il processo di motorizzazione si sviluppò, in Romania, con 70 anni di ritardo rispetto a quello italiano, ad esempio, quindi anche la cultura automobilistica dovette scontare un ritardo notevole, per quanto rapidamente colmato. Grazie al costante raccordo tra industria automobilistica, associazioni dei consumatori e degli automobilisti, divennero assai diffusi, per chi non poteva usufruire di un’autorimessa, le “prelate“, ovvero i teloni per automobili, che proteggevano dal freddo e dalle gelate, due elementi, come abbiamo visto, assai frequenti in Romania e forieri di danni per gli accumulatori delle vetture. La diffusione massiccia, presso le officine nazionali, delle operazioni di ricondizionamento delle batterie, fu un fattore che evitò all’automobilista spese onerose per l’acquisto di nuovi accumulatori e, allo Stato, l’onere di provvedere a produzioni massicce di nuovi esemplari, con l’impiego di materiali utili per altri settori strategici dell’economia. Da un certo punto in avanti, la possibilità di acquisto di una nuova batteria fu vincolata alla consegna di quella vecchia, la quale veniva ricondizionata e rimessa in commercio: questo perché si era sviluppata una rete di incettatori, che acquistavano nuovi accumulatori in misura largamente superiore alle loro necessità, generando gravi fenomeni di scarsità assolutamente artificiali. Anche questa piaga fu sconfitta, con l’azione concertata degli organi di vigilanza e gli effetti generati dalle nuove disposizioni.

peco2

La Romania, e non è un’esagerazione, fu anche capofila nello sviluppo massiccio della pratica dei consorzi degli oli usati: il lubrificante adoperato per le autovetture, nonché per i mezzi pesanti, veniva raccolto sistematicamente presso le Stazioni PECO, dove il cambio – olio veniva eseguito solo previa consegna della frazione di olio usato presente in ciascuna vettura, adeguatamente stoccata e poi riciclata.

Fu parimenti sviluppata la produzione di pneumatici di qualità: i mitici “Victoria“ nulla avevano da invidiare alle più rinomate marche occidentali, quantunque le politiche daziarie penalizzanti, le barriere commerciali e politiche imposte dai monopoli e oligopoli capitalistici, ne impedissero l’accesso ai mercati occidentali. Le candele SINTEROM erano parimenti famose e assai apprezzate per le elevate prestazioni garantite. Le numerose vittorie riportate dai piloti rumeni, in competizioni effettuate su vari circuiti nel corso degli anni ’80, non furono certo casuali, né attribuibili a estemporanee fortune: esse furono il risultato di buone pratiche, costantemente affinate e perfezionate.

rally

Si arrivò, alla fine degli anni ’80, a produrre addirittura, a partire da un brevetto nazionale, un economizzatore elettronico di carburante: l’RS 76 344. Installato a bordo di una vettura, esso consentiva di ridurre i consumi di benzina, soprattutto a regimi elevati. La grande ditta “Electromagnetica“ era la casa madre di questo eccezionale ritrovato.

Insomma, possiamo ben dire che gli anni ’80 della Romania furono gli anni dell’austerità e della lotta ad ogni tipo di spreco, ma non certo gli anni bui, tetri, del freddo e della fame, come siamo stati abituati a pensare dal martellamento mediatico e storiografico anticomunista. La Romania era una Nazione forte, potente, che stava gestendo al meglio lo sganciamento dalle politiche predatorie del sistema bancario internazionale, rifiutando ogni asservimento ai suoi voleri; una Nazione che, nella primavera del 1989, poté orgogliosamente annunciare che il debito estero era estinto, affronto questo intollerabile per usurai e delinquenti che sui debiti delle Nazioni fondavano il loro potere di ricatto e di ingerenza. Sotto la guida del compagno Nicolae Ceausescu, la millenaria Nazione rumena, faro di dignità ed orgoglio, non si inginocchiò alle mire di conquista e destabilizzazione del capitalismo occidentale e dei gorbacioviani. L’assassinio di Ceausescu, ad opera non di una “rivoluzione“, come per troppo tempo si è detto, ma di un colpo di Stato ordito a partire dalla fine degli anni ’80, e perfezionato dopo l’incontro di Malta del 1989 tra Gorbaciov e Bush, fu la pietra tombale sull’indipendenza e la sovranità della Romania. Da allora, è stato tutto un susseguirsi di sciagure: miseria, disoccupazione, emigrazione massiccia, distruzione dell’industria nazionale a tutto beneficio dei capitalisti stranieri, soffocamento finanziario ad opera del sistema bancario mondiale.

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Ecco perché abbiamo voluto ripercorrere la storia degli anni ’80, indagando aspetti finanche minuziosi e di “dettaglio“: la macroeconomia in diversi l’hanno indagata e ben enucleata in ragionamenti e disamine. A noi interessava, in questa fase, accompagnare la riflessione generale, politica ed economica, alla narrazione di significativi aspetti della vita quotidiana di 23 milioni di cittadini che, tra sacrifici, successi e ostacoli superati, scrissero una delle più belle pagine del socialismo e della lotta dei popoli per l’autodeterminazione. Nessun lato del prisma rumeno (ma il discorso vale per tutti i Paesi socialisti e progressisti) ci pare meritevole di essere trascurato o trattato come appartenente al limbo della “serie b“ storiografica. Chi pensa questo commette un errore madornale e si consegna, armi e bagagli, ad un accademismo stantio, incapace di cogliere contraddizioni, fermenti, fattori di costume e di vita vissuta non certo derubricabili a mere sovrastrutture. Anzi, su certi capitoli torneremo ancora, per meglio focalizzare aspetti e problemi del socialismo rumeno, un socialismo in cui afflato nazionale, orgoglio secolare per il lignaggio latino, internazionalismo, si fusero assieme per dar vita ad un esperimento originale e carico di spunti anche per l’oggi.

Riferimenti bibliografici e sitografici

La Romania negli anni del socialismo (1948 – 1978)“, Editori Riuniti, 1982

Nicolae Ceausescu: “Per un mondo più giusto, migliore“, SugarCo, 1979

                                       “Scritti scelti“, Editori Riuniti, 1981

                                       “Il nuovo corso“, Rusconi, 1975

Anuarul statistic al Republicii Socialiste Romania, edizioni dal 1980 al 1989

Per una rassegna dei provvedimenti sul risparmio energetico :

http://legislatie.just.ro/Public/DetaliiDocument/548

http://lege5.ro/Gratuit/g44tkmzy/decretul-nr-272-1987-privind-unele-masuri-pentru-rationalizarea-consumului-de-gaze-naturale-si-energie-electrica

http://legislatie.just.ro/Public/DetaliiDocument/683

Per una rassegna sulla storia dell’automobilismo rumeno, delle competizioni sportive in ambito automobilistico, della rete di distribuzione dei combustibili e delle dinamiche di consumo dei carburanti :

http://aro4x4.net/smf/viewtopic.php?t=6747&start=45

http://www.4tuning.ro/istorie-auto/stii-de-la-ce-vine-peco-iata-istoria-benzinariilor-comuniste-disparute-dupa-90-29748.html

http://www.indexmundi.com/energy/?country=ro&product=gasoline&graph=consumption

Per una ricerca sui dati Fao relativi alla Romania socialista :

http://www.fao.org/faostat/en/#data/FBS

La Romania di Ceausescu oltre i luoghi comuni: viaggio politico, economico, sociale e fotografico nella vita quotidiana dei suoi cittadini nel corso degli anni’80 -III

La Romania di Ceausescu oltre i luoghi comuni: viaggio politico, economico, sociale e fotografico nella vita quotidiana dei suoi cittadini nel corso degli anni’80 -III

REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

PARTE III

PARTE I

PARTE II

A questo punto è il momento di esaminare cosa è avvenuto dopo il crollo del comunismo. Intanto, una popolazione che, nel 1989, era arrivata a superare i 23.000.000 di individui, nell’arco di un ventennio ne perdette, per le emigrazioni e l’aumento della mortalità generale, provocato dal deteriorarsi della situazione economica, sociale e sanitaria, quasi 4.000.000. Fin dai caldi giorni del dicembre 1989, dopo l’esecuzione di Ceausescu, vi fu una fuga verso l’occidente da parte di individui senza più lavoro, casa, sicurezza personale garantita. Ecco un prospetto, chiaro e lampante, sul movimento della popolazione (dati per mille):

Anni

Natalità

Mortalità

 

1980

0,75

10,4

 

1981

17

10

 

1982

15,3

10

 

1983

14,3

10,4

 

1984

15,5

10,3

 

1985

15,8

10,9

 

1986

16,5

10,6

 

1987

16,7

11,1

 

1988

16,5

11

 

1989

16

10,7

 

1990

13,6

10,6

 

1991

11,9

10,9

 

1992

11,4

11,6

 

1993

11

11,6

 

1994

10,9

11,7

 

1995

10,4

12,0

 

1996

10,2

12,7

 

1997

10,5

12,4

 

1998

10,5

12

 

1999

10,4

11,8

 

2005

10,2

12,1

 

2006

10,2

12

 

2012

10

12,7

Come si vede chiaramente dalle cifre, il capitalismo ha portato in Romania una catastrofe demografica, con caduta verticale della natalità (- 50% tra il 1989 e il 1994) e incremento della mortalità. La dinamica è vieppiù evidente analizzando il dato dell’ammontare complessivo della popolazione in varie, significative annualità :

ANNI

POPOLAZIONE

1980

22201000

1985

22725000

1987

22940000

1988

23054000

1989

23152000

2000

22681000

2015

1,37

Vediamo i dati sul consumo pro – capite (in kg annui) dei “dorati anni“ del capitalismo reale:

GENERI

1990

1995

2000

2010

Pane e cereali

134,7

136,75

141,04

130,79

Carne

73,23

54,03

47,35

57,86

Pesce

5,5

2,96

2,6

6,18

Olio

12,49

8,97

12,75

14,61

Burro

1,9

0,73

0,31

0,59

Frutta

56,88

47,88

50,81

68,57

Latte

144,76

192,2

196,97

234,

GENERI

1990

1995

2000

2010

Uova ( kg ) NB un uovo pesa in media 60 g

12,33

9,8

10,52

12,5

Zucchero

24,51

24,68

24,53

20,88

Caffè

1,13

1,23

1,52

2,07

Come si può ben vedere, con il cambio di regime sono scesi, in maniera più o meno rilevante, quasi tutti gli indici di consumo dei prodotti alimentari, specie di quelli a più alto profilo nutritivo. Il consumo pro – capite del pane e dei farinacei è sceso da 131,05 kg a 130,79 kg dal 1989 al 2010; il consumo di carne bovina, quella con contenuto calorico più elevato (250 kcal per 100 g), ha fatto registrare una caduta, da 10,03 kg a testa nel 1989 a 7,45 kg nel 2010; è cresciuto, sì, il consumo di carne di pollo, ma detta carne contiene 110/120 kcal per 100 g, pertanto il bilancio nutritivo ascrivibile alla carne segna un peggioramento considerevole, rispetto all’ultimo anno di esistenza della Repubblica socialista. Il consumo pro – capite di burro si è più che dimezzato, mentre quello del latte è aumentato solo sulla carta: infatti, il patrimonio bovino è sceso, dal 1989 al 2010, da 6.300.000 esemplari a poco più di 2.000.000 e il declino è stato ancor più marcato per quanto concerne le mucche da latte, con il risultato che, se nel 1989 l’autoconsumo di latte e derivati del latte ammontava più o meno alla stessa quantità commercializzata e rilevata dalle statistiche, nel 2010 e più di recente esso si è ridotto ad una frazione del venduto ufficialmente rilevato. Pertanto, possiamo dire che i rumeni, oggi, consumano meno latte che nel periodo comunista e, soprattutto, la qualità del latte stesso è peggiorata notevolmente, in ossequio alla sete di guadagno di pochi oligopolisti che hanno strangolato l’economia agricola, imponendo prezzi irrisori agli agricoltori, a fronte di guadagni stratosferici e di…acqua a diluire il latte venduto! Stessa considerazione per la frutta, mentre lo zucchero, alimento energetico per eccellenza, sia grezzo che lavorato, ha conosciuto un calo del consumo pro – capite nella misura di quasi il 20%. Insomma, i rumeni mangiano meno e peggio, ai nostri giorni, rispetto al periodo dell’ “Epoca d’Oro“ di Ceausescu, alla faccia dei luoghi comuni ripetuti fino all’ossessione!

Esaminato il quadro dei consumi alimentari, è il caso di passare ad altri aspetti vittime della disinformazione anticomunista: la produzione e l’approvvigionamento di energia elettrica, gas, calore e benzina. Quante volte abbiamo sentito dire, a proposito degli anni ’80 del socialismo rumeno, di black out sistematici, di code chilometriche ai distributori della benzina, di notti insonni passate ogni mese per ritirare le bombole del gas. Tutti “idola fori” che, serviti in cento salse diverse, hanno finito col formare un giudizio distorto e non veritiero rispetto a quella pagina storica anche in menti “illuminate“ e certo scevre, normalmente, da pregiudizi.

Capitolo energia elettrica: la Romania socialista produsse la bellezza di 64 miliardi di kwh nel 1980, anno nel quale, per generale ammissione, non esisteva il fenomeno dei black out. Il consumo interno, sia domestico che industriale e pubblico, ammontò, a quella data, a 60 miliardi di kwh. Nel 1984, anno critico e sempre citato, col suo inverno glaciale, come esempio negativo, il Paese produsse 68 miliardi di kwh di elettricità e ne consumò, all’interno, 66. Tenuto conto dell’ammontare della popolazione, e del dimensionamento dell’apparato produttivo, il dato del 1984, in proporzione, ricalcò quello italiano: l’Italia, con quasi 60.000.000 di abitanti, consumò energia elettrica per 174 miliardi di kwh. Nell’impietoso inverno del 1984/85, non dimentichiamolo, quasi tutti i Paesi europei conobbero razionamenti dell’energia elettrica, fenomeni di black out e deficienze della rete di distribuzione dell’energia. Fatto questo perfettamente normale, viste le temperature glaciali e la conseguente, accresciuta domanda di consumo di fabbriche e utenze domestiche. In Romania, ciò fu tanto più vero, dal momento che temperature di –20/-30 gradi erano la norma, mentre nei Paesi mediterranei, pur toccati dalla morsa del freddo, non si andò mai sotto una media complessiva di –10. in quella situazione, come far marciare a pieno regime un’industria poderosa e ad alta intensità energetica come quella rumena, se non con restrizioni ai consumi privati? Ecco allora che intervenne l’autorità statale, con un rigido controllo della domanda di energia elettrica sospensioni dell’erogazione, più o meno frequenti a seconda delle varie zone del Paese, che evitarono al Paese il tracollo economico, la paralisi totale, confermando l’efficienza del sistema energetico nazionale. Molti black out furono non imposti dalle autorità, ma generati da un eccesso di consumi privati non compatibili con le esigenze complessive dell’economia: in molte case si tenevano accese due o tre stufe elettriche insieme, fatto questo che generava sovraccarichi sulle reti e interruzioni dell’erogazione dell’energia elettrica; grazie ad un attività intensa di Sindacati e organi del potere popolare, si riuscì in molti casi ad eliminare tali distorsioni, con azioni di sensibilizzazione condotte quartiere per quartiere, caseggiato per caseggiato. In alcuni bloc residenziali erano stati installati interruttori che, in caso di eccesso di consumi, si azionavano bloccando l’erogazione di energia a tutte le utenze. In questo modo, gli inquilini erano spinti di necessità a regolarsi nei consumi. Nelle fabbriche e negli uffici, la regolamentazione fu ancora più rigida: vennero prescritti limiti severi all’uso di fonti di riscaldamento pleonastiche e con alti tassi di consumo.

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Bisogna rilevare che il rumeno medio era stato abituato molto bene negli anni ’60 e ’70: era assai comune vedere, in quegli anni, luci accese a tutte le ore nelle case e negli uffici, mentre i termosifoni, d’autunno, d’inverno e in primavera, erano sempre bollenti, accompagnati da stufe e stufette elettriche di ogni tipo e misura. Avere 25/26 gradi in casa era giudicato normale e scontato. Le tariffe, assai lievi, contribuivano a questi sprechi. Con l’avvento degli anni ’80, le cose cambiarono: l’austerità portò a nuove regolamentazioni, foriere di risparmi preziosi per il Paese. Il Decreto n. 240 del 1982, prescrisse una temperatura massima di riscaldamento degli ambienti domestici di 18 gradi (16 nelle industrie e 18 negli uffici), mentre i pannelli solari facevano la loro comparsa in varie zone residenziali. Nei primi anni, non vi fu grande osservanza delle regole stabilite, ma via via la sensibilità dei cittadini, affinata da campagne informative e buone prassi, si accrebbe e garantì al Paese guadagni considerevoli. Nuove tariffe differenziate intervennero a normare il consumo dell’energia elettrica: il Decreto sopra menzionato, corretto e riveduto nel 1987 e nel 1988, individuò livelli di consumo virtuosi, premiati con tariffe particolarmente leggere, e livelli superiori penalizzati con costi superiori a carico dell’utente. Non rispondono al vero dicerie e racconti circa utenze disattivate per sorpasso dei livelli di consumo normati: chi consumava di più pagava di più, dopo un avviso inoltrato dall’impresa erogante, ma non si vedeva disattivare l’utenza, a meno che non vi fossero consumi abnormi tali da pregiudicare l’approvvigionamento di energia elettrica a livello di caseggiato, quartiere, settore, città.

Ecco una tabella dei consumi regolamentati di energia elettrica, così come inquadrata dal Decreto 272 del novembre 1987, il più restrittivo tra quelli varati tra il 1982 ed il 1988:

TIPO DI APPARTAMENTO

(CONSISTENZA NUCLEO FAMILIARE)

PERIODO NOV/FEB

AREE URBANE

kwh

PERIODO NOV/FEB

AREE RURALI

kwh

PERIODO MAR/OTT

AREE URBANE

kwh

PERIODO MAR/OTT

AREE RURALI

kwh

APPARTAMENTO CON UNA CAMERA (1 – 2 PERSONE)

22

15

15

10

APPARTAMENTO CON DUE CAMERE (2 – 3 PERSONE)

30

20

20

15

APPARTAMENTO CON TRE CAMERE (3 – 4 PERSONE)

35

21

25

18

APPARTAMENTO CON QUATTRO E PIU’ CAMERE (4 – 5 PERSONE E PIU’)

42

22

30

20

Chi, utilizzando lampadine a basso consumo, o facendo attenzione a non lasciare troppe luci accese, riusciva a contenersi nei limiti ottimali normati, si vedeva tariffare ogni Kwh consumato a 0,65 lei; ogni eccedenza di consumo rispetto a quei livelli, nei limiti del 5%, veniva tariffata nella misura di 1 leu per ogni Kwh; ogni eccedenza compresa tra il 5 ed il 10% in più, veniva tariffata 2 lei per ogni Kwh, con contestuale avviso inoltrato al consumatore; se l’avviso cadeva nel vuoto, e se si verificavano eccedenze di consumo ancora superiori, la tariffa era di 3 lei al Kwh per tutta la quota consumata, dopo avviso inoltrato al consumatore. Il problema era dato dal fatto che la gran parte delle famiglie, negli anni del boom economico, aveva comperato frigoriferi spesso assai energivori, che impedivano, di fatto, il contenimento entro consumi ragionevoli, almeno vicini a quelli normati. A tale “inconveniente“ si rimediò in vari modi: vennero introdotti sul mercato frigoriferi e congelatori economici, a basso consumo (0.8 Kwh di consumo giornaliero a pieno carico e con alte temperature interne agli alloggi); fu messo a punto il celebre “ frigorifero dell’Oltenia“, una sorta di ghiacciaia portatile e abbastanza capiente, prodotta in uno dei maggiori combinati siderurgici del Paese, anche in forma artigianale e per iniziativa personale di operai; furono utilizzati, nella fredda stagione invernale, spazi domestici che, nei fatti, erano frigoriferi naturali (balconi e altro).

Con un consumo medio di 3000 kwh pro – capite annui per tutto il corso degli anni ’80, è semplicemente folle descrivere una Nazione al buio, avvolta nelle tenebre! Vigevano certamente, lo ribadiamo, misure di austerità nei periodi invernali particolarmente rigidi, che potevano significare, a seconda delle zone, interruzione dell’erogazione nelle ore notturne, a turno nei vari quartieri, per fasce orarie e giorni differenziati, e sempre salvaguardando ospedali, scuole e centri di primaria importanza, o diminuzione delle ore di funzionamento dell’illuminazione pubblica, in certi casi erogata fino alle 22, ma ogni Distretto e Città faceva storia a sé, in base alle disposizioni adottate dalle autorità periferiche, garantendo comunque e sempre, prima di tutto, una soglia di servizi minima per tutti. Che le Città non fossero il regno delle tenebre, lo dimostrano alcune fotografie scattate nel 1983/84 dal bravo artista Radu Caulea e pubblicate, di recente, su una pagina di Facebook dedicata al quartiere Uranus, quartiere di Bucarest sottoposto a sistemazioni urbanistiche negli anni ’80 (ad esse dedicheremo uno studio a parte) e non centralissimo per importanza e livello di attenzione da parte delle autorità. In queste immagini si può vedere chiaramente come anche in questo quartiere non certo “strategico“, vi fosse, negli anni esaminati dal presente studio, un’illuminazione pubblica potente, addirittura eccessiva. E’ facile immaginare, dunque, quale fosse la situazioni in quartieri ben più “blasonati“ e in quelli di altre Città importanti del Paese. Altro che buio pesto e notti da far invidia alla fantasia di Edgar Alla Poe o di Lovercraft!

Nel 1985, sulla scorta di alcune deficienze verificatesi nel rigido inverno di cui abbiamo sopra raccontato, furono adottate misure di militarizzazione del sistema energetico nazionale, enunciate nel Decreto n. 208 e accompagnate da un cambio della guardia al vertice dei Ministeri competenti per l’erogazione di energia nel Paese. Questa “stretta”, eliminando sprechi e disfunzioni, anche legati ad aritmie e fenomeni di negligenza o aperto sabotaggio nelle centrali a carbone, permise di gestire pressoché alla perfezione le difficoltà del 1986, legate questa volta non tanto ad un inverno inclemente, quanto piuttosto ad una forte siccità che minacciò la paralisi energetica della Nazione. In quell’anno, si superò la soglia dei 70 miliardi di kwh di produzione di energia elettrica, con i consumi superiori all’offerta interna, soddisfatti grazie all’importazione di energia dai Paesi socialisti.

Le interruzioni di energia elettrica via via si ridussero nel numero, fino a scomparire del tutto; nei primi tempi si passò, nei periodi autunnali/invernali, dalla rotazione dei “black out“ all’erogazione, nelle fasce orarie “morbide“, di energia elettrica con voltaggio ridotto (180/200 Volt in luogo dei 220 abituali); dall’autunno del 1987, anche questo inconveniente scomparve.

Le grandi realizzazioni del sistema socialista vennero in aiuto al Paese, da questo punto di vista: la centrale idroelettrica delle Porte di Ferro, gigantesca opera realizzata in collaborazione con la Jugoslavia tra il 1964 ed il 1972; l’impressionante Diga di Vidraru, nella zona di Curtea de Arges, 8a in Europa e 20a nel mondo per altezza; le varie termocentrali costruite in ogni Distretto, in nome dell’autosufficienza energetica diffusa… Tutto fieno in cascina, utile al Paese nei periodi critici! Senza quelle opere, realizzate in maniera impeccabile e in tempi impensabili per la burocrazia di Paesi come il nostro, non è esagerato dire che la Romania non avrebbe retto l’urto di uno sviluppo accelerato, con tutte le sue contraddizioni. Oggi alcune di quelle magnifiche realizzazioni, frutto del genio nazionale, sono ancora in funzione, mentre altre sono state distrutte, annientate dalla speculazione e dall’affarismo, che ha ridotto un autentico patrimonio allo stato di ferro vecchio, a tutto beneficio delle multinazionali e delle aziende straniere.

Per quanto concerne la distribuzione di gas, quasi tutte le famiglie erano allacciate, nei loro alloggi, alla rete del gas, utilizzato tanto per cucinare quanto per riscaldare le stanze. Le quote normate di consumo, che in questo caso, se superate di un certo livello, prevedevano il distacco dell’utenza (diversamente dall’energia elettrica, bene primario intangibile), andavano da 600 a 1400 mc annui, a seconda della consistenza del nucleo familiare. Quote assolutamente bastevoli per le esigenze quotidiane degli utenti. Ogni metro cubo consumato nei limiti stabiliti, veniva tariffato 1 leu. Le case e gli appartamenti non raccordati alla rete del gas, utilizzavano, come avviene in innumerevoli parti d’Italia, tuttora, le bombole. In Romania, a gestire la distribuzione delle bombole del gas era la PECO (Produse Etilate Cu Cifra Octanica), la stessa ditta che si occupava delle stazioni di rifornimento per gli automobilisti, con benzina, diesel e altro. Anche qui, i social si sono sbizzarriti a ricercare foto come questa:

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Quest’immagine è stata addotta come prova dei disagi ai quali dovevano sottostare i cittadini rumeni, con code per approvvigionarsi anche solo di bombole, che venivano distribuite in ragione di una per famiglia ogni mese. Anche qui, falsità e menzogna! La foto suddetta risale alle condizioni particolari di uno dei rigidi inverni degli anni ’80, quando le strade erano spesso impraticabili, per forza maggiore (tempeste di neve e gelo erano fatti normali) e gli approvvigionamenti non potevano non risentirne. Ciò detto, si noterà come ogni cittadino avesse in realtà più di una bombola a disposizione, pronta per essere ricaricata, formula questa che garantiva risparmio di materie prime preziose. In più, la distribuzione, in condizioni normali, avveniva a domicilio e non era indispensabile doversi recare al Centro di distribuzione PECO, dove invece andavano spesso gli automobilisti che, con i razionamenti e le limitazioni introdotti negli anni ’80, decidevano di installare l’impianto a gas sulle loro vetture (un buon 10 – 15 % degli automobilisti ne aveva uno).

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Quest’altra foto è un ennesimo capolavoro di disinformazione: anche in questo caso, si addita al pubblico ludibrio il disagio vissuto dai rumeni per venire in possesso di bombole del gas… Peccato, però, che la fotografia risalga al 29 dicembre del 1989, quando il comunismo era già caduto, la finta rivoluzione imperversava nel Paese e Ceausescu era stato fucilato.

Bombole come oro, vendute a 1000 lei il pezzo? Altra favola! Che vi fosse chi, sfuggendo per sua volontà alle maglie del razionamento, reperiva sul mercato libero bombole per i propri usi smodati, è pacifico. Tuttavia, il 99 % dei cittadini pagava le bombole (una o più al mese per famiglia, a seconda di esigenze rigidamente disciplinate) a prezzo politico: da 35 a 41 lei a unità, a seconda che l’acquisto avvenisse nei magazzini specializzati o con consegna a domicilio.

Veniamo alla questione del riscaldamento, alla quale pur abbiamo accennato sopra. La propaganda anticomunista ci ha intristiti e ha cercato di impressionarci con storie assurde di case fredde, quasi antri di caverna, con stalattiti e stalagmiti pendenti e trionfanti da soffitti e pavimenti… Tutte balle! Che vi siano stati cittadini che, negligenti nelle manutenzioni di condutture termiche, caldaie e altro, si siano trovati con appartamenti gelidi in inverni nei quali la colonnina di mercurio finiva a -30 con facilità, è pacifico e la stessa stampa rumena degli anni ’80 citò esempi significativi, assimilabili ad altri analoghi diffusi in ogni Paese d’Europa; che tutte le case fossero gelide, è una balla colossale. Il Decreto del 1982, come abbiamo visto, prescriveva una temperatura di riscaldamento interna alle abitazioni pari a 18° (16 nelle aziende e 18 negli uffici). Poiché le normali abitazioni erano di 65/70 metri quadrati, quella temperatura, benché non elevatissima, era sufficiente per riscaldare ogni ambiente. Se poi ci aggiungiamo il fatto che il 50% delle abitazioni cittadine avevano anche stufe di ceramica a legna o a carbone, assai efficienti dal punto di vista energetico, possiamo dire che il riscaldamento era garantito anche negli inverni più rigidi, a meno di fisiologiche rotture, di normali guasti nelle condutture, ai quali, perlopiù, si rimediava con prontezza. La temperatura media registrata negli alloggi rumeni, in inverno, negli anni ’80, era di 17/18 gradi. Non è tutto: L’ICRAL, Ente che gestiva il patrimonio abitativo nazionale, eseguiva nei bloc residenziali lavori di coibentazione con mattoni refrattari e altri materiali, che accrescevano il grado di isolamento termico. Vi era poi, in uso soprattutto negli anni ’80, il celebre TERMOPAN, isolante costituito da fibra di vetro rinforzata, ottimo per insonorizzare parzialmente e per bloccare il flusso di aria fredda nelle case. Il Municipio di Bucarest, forse con eccesso di zelo, ma con sincera preoccupazione per il risparmio energetico, negli anni ’80 intraprese un’iniziativa per garantire la totale chiusura di tutti i balconi con TERMOPAN, anche se alla fine i risultati furono parziali, per l’opposizione di molti cittadini. Di tutto questo, i corifei della propaganda capitalista e borghese non fanno mai menzione, nei loro resoconti. Stesso discorso con la questione dell’acqua calda: che alcune condutture saltassero col gelo e le intemperie, era un fatto normale. Il regime comunista, su questo conveniamo, non riuscì a modificare le leggi della fisica e della chimica. Anche l’erogazione di acqua calda, strettamente legata a quella del riscaldamento, era garantita, comunque e sempre, in fasce orarie prestabilite, le più rispondenti alle necessità della popolazione, onde evitare usi dissennati e domanda eccessiva. Il Decreto n. 315 del 1988, prescriveva varie fasce orarie: senza entrare nel dettaglio, possiamo sintetizzare così: d’inverno, il programma di erogazione dell’acqua calda andava da 2 a 7 ore giornaliere, a seconda del tipo di abitazione e del periodo. In questo modo, si garantiva a tutti l’erogazione del servizio, evitando le strozzature e le aritmie riscontrabili in altre Nazioni a clima freddo, dove la disponibilità di acqua calda 24 ore su 24 è solo sulla carta, poiché l’inclemenza meteorologica e gli inconvenienti ad essa legati rendono, talvolta, problematici o impossibili gli approvvigionamenti.