REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI MARIO SOUSA

FONTE

Traduzione di Guido Fontana Ros

Che dire? Siamo alla puntata conclusiva dello scritto del compagno Sousa, apparso nel 1996; da allora la ricerca della verità storica sul periodo della costruzione del socialismo in URSS ha fatto grandi progressi, di cui abbiamo dato conto nel nostro blog con parecchi articoli che potrete trovare nella sezione: E allora le foibe?

In questa ultima parte il compagno Sousa tratta dei complotti e dei sabotaggi per rovesciare il governo dell’URSS cui posero fine(?) i Processi di Mosca.

Le bugie concernenti la storia dell’Unione Sovietica – parte IV

di Mario Sousa

Un fattore importante: la mancanza di medicinali
Cerchiamo ora di rispondere alla terza domanda. Quante persone sono morte nei campi di lavoro? Il numero varia di anno in anno, dal 5,2% nel 1934 al 0,3% nel 1953. I morti nei campi di lavoro erano causati dalla generale carenza di risorse della società nel suo complesso, in particolare mancavano i farmaci necessari a combattere le epidemie. Questo problema non si limitava ai campi di lavoro, ma era presente in tutta la società, come nella maggior parte dei paesi del mondo. Una volta che gli antibiotici furono scoperti e diventati di uso comune dopo la Seconda Guerra Mondiale, la situazione cambiò radicalmente.

Infatti gli anni peggiori furono gli anni della guerra, quando i barbari nazisti imposero condizioni di vita molto dure a tutti i cittadini sovietici. Durante quei 4 anni, più di mezzo milione di persone morirono nei campi di lavoro, pari alla metà del numero totale dei morti per tutto il periodo di 20 anni in questione. Non dimentichiamo che nello stesso periodo, gli anni della guerra, 25 milioni di persone morirono tra coloro che erano liberi. Nel 1950 quando le condizioni in Unione Sovietica erano migliorate e gli antibiotici erano state introdotti, il numero di persone che morirono in carcere, scese al 0,3%.

Torniamo ora alla quarta domanda. Quante persone sono state condannate a morte prima del 1953, in particolare durante le purghe del 1937 – 38? Abbiamo già fatto notare l’affermazione di Robert Conquest secondo cui i bolscevichi uccisero 12 milioni di prigionieri politici nei campi di lavoro tra il 1930 e il 1953. Di questi, 1 milione si suppone sia stati ucciso tra il 1937 e il 1938. I dati di Solzhenitsyn balzano a decine di milioni di pretesi morti nei campi di lavoro, di cui 3 milioni nel solo 1937 – 38. Cifre ancora più elevate sono state citate nel corso della sporca guerra di propaganda contro l’Unione Sovietica. La russa Olga Shatunovskaya, per esempio, cita una cifra di 7 milioni di morti nelle purghe del 1937 – 38.

I documenti che ora emergono dagli archivi sovietici, però, raccontano una storia diversa. È necessario menzionare qui, tanto per cominciare, che il numero dei condannati a morte è raccolto da diversi archivi e che i ricercatori, per arrivare ad una cifra approssimativa, hanno dovuto raccogliere dati da questi vari archivi in un modo che dà luogo ad un rischio di doppio conteggio e quindi di produzione di stime superiore alla realtà effettiva. Secondo Dimitri Volkogonov, la persona designata dal Eltsin a farsi carico dei vecchi archivi sovietici, ci furono 30.514 persone condannate a morte dai tribunali militari tra il 1° ottobre 1936 e il 30 settembre 1938. Un’altra parte di informazioni provengono dal KGB: secondo le informazioni rilasciate alla stampa nel febbraio 1990, ci furono 786.098 persone condannate a morte per crimini contro la rivoluzione nel corso dei 23 anni tra il 1930 3 il 1953. Di questi condannati secondo il KGB, 681.692 furono condannati tra il 1937 e il 1938. Non è più possibile controllare due volte i dati del KGB, ma quest’ultima parte di informazioni è aperta al dubbio. Pare molto strano che tante persone siano state condannate a morte in soli due anni. È possibile che l’attuale KGB filocapitalista ci dia una corretta informazione proveniente dal KGB filosocialista? Sia come sia, resta da verificare se le statistiche che sono alla base delle informazioni del KGB includano tra i condannati a morte nel corso dei 23 anni anche i criminali comuni, oppure solo i controrivoluzionari come attestato a un comunicato del KGB del febbraio 1990. Gli studi sugli archivi tendono anche a concludere che il numero dei criminali comuni e il numero dei controrivoluzionari condannati a morte era approssimativamente uguale.

La conclusione che possiamo trarre da questo è che il numero dei condannati a morte nel 1937 – 38 fu vicino ai 100.000 e non a diversi milioni come è stato affermato dalla propaganda occidentale.

È inoltre necessario tenere a mente che non tutte le condanne a morte in Unione Sovietica erano in realtà eseguite. Una gran parte delle condanne a morte furono commutate in detenzione nei campi di lavoro. È altresì importante distinguere tra criminali comuni e controrivoluzionari. Molti dei condannati a morte avevano commesso crimini violenti come omicidio o stupro. 60 anni fa questo tipo di reati erano punibili con la morte in un gran numero di paesi.

Domanda n° 5: A quanto ammontavano in media le condanne? La durata delle pene detentive è stato oggetto dei pettegolezzi più volgari della propaganda occidentale. L’insinuazione di solito era quella di affermare che in Unione Sovietica, a un detenuto toccassero interminabili anni di carcere e che nessuno riusciva più ad uscirne. Questo è completamente falso. La stragrande maggioranza di coloro che finirono in carcere ai tempi di Stalin furono infatti condannati per un periodo massimo di 5 anni.
Le statistiche riprodotte nell’American Historical Review mostrano i fatti reali. I criminali comuni nella Federazione Russa nel 1936 ricevettero le seguenti condanne:
fino a 5 anni: 82,4%;
tra i 5 e 10 anni: 17,6%.
10 anni era il termine massimo di prigione prima del 1937.
I prigionieri politici condannati nei tribunali civili dell’Unione Sovietica nel 1936 ricevettero le seguenti condanne:
fino a 5 anni: 44,2%;
tra i 5 e 10 anni 50,7%.

Per quanto riguarda i condannati nei campi di lavoro del gulag, dove si scontavano le condanne più lunghe, le statistiche del 1940 ci mostrano che i condannati fino a 5 anni erano il 56,8% e quelli condannati tra i 5 e i 10 anni il 42,2%. Solo l’1% era condannato a oltre 10 anni.

Per il 1939 abbiamo le statistiche prodotte dai tribunali sovietici. La distribuzione delle pene detentive è il seguente:
fino a 5 anni: 95,9%;
da 5 a 10 anni: 4%;
oltre 10 anni: 0,1%.

Come possiamo vedere, la presunta eternità delle pene detentive in Unione Sovietica è un altro mito diffuso in Occidente per combattere il socialismo.

Le menzogne sull’Unione Sovietica
Di seguito una breve discussione per quanto riguarda i rapporti delle ricerche.
La ricerca condotta dagli storici russi mostra una realtà del tutto diversa da quella insegnata nelle scuole ed università di tutto il mondo capitalistico nel corso degli ultimi 50 anni. Nel corso di questi 50 anni di Guerra Fredda, diverse generazioni hanno imparato solo bugie circa l’Unione Sovietica, che hanno lasciato una profonda impressione su molte persone. Questo fatto è anche sostanziato nelle relazioni prodotte dalle ricerche francesi e americane.

In questi rapporti sono riportati dati, cifre e tabelle dl numero dei condannati e dei deceduti. Queste cifre sono oggetto di accese discussioni, ma la cosa più importante da notare è che a nessuno interessa mai sapere dei crimini commessi dai condannati. La propaganda politica capitalista ha sempre presentato prigionieri sovietici come vittime innocenti ed i ricercatori hanno accolto questa ipotesi, senza metterla mai in discussione. Quando i ricercatori guardano oltre le loro colonne di statistiche per commentare i fatti, viene alla ribalta loro ideologia borghese con esiti a volte macabri. Coloro che furono condannati dal sistema penale sovietico sono trattati come vittime innocenti, ma il nocciolo della questione è che la maggior parte di loro erano ladri, assassini, stupratori, etc.

I criminali di questo tipo non sarebbero mai stati considerati come vittime innocenti da parte della stampa, se i loro crimini fossero stati commessi in Europa o negli Stati Uniti, ma dal momento che i reati sono stati commessi in Unione Sovietica, è diverso.
Definire vittima innocente un assassino o un maniaco stupratore è un gioco molto sporco.
Almeno un po’ di buon senso dovrebbe essere adoperato parlando della giustizia sovietica, almeno in relazione ai criminali condannati per crimini violenti, anche se non può essere gestito in relazione alla natura del punizione, poi, almeno per quanto riguarda la proprietà di persone sentenze di che hanno commesso crimini di questo tipo.

I kulaki e la controrivoluzione
Nel caso dei controrivoluzionari, è anche necessario considerare i crimini di cui erano accusati. Diamo due esempi per dimostrare l’importanza di questa domanda: il primo riguarda i kulaki condannati all’inizio degli anni ‘30 e il secondo i cospiratori e controrivoluzionari condannati nel 1936 – 38.

Secondo le relazioni dei ricercatori nella misura in cui trattano dei kulaki, i contadini ricchi, ci furono 381.000 famiglie, cioè circa 1,8 milioni di persone mandate in esilio. Un piccolo numero di queste persone furono condannate a scontare la pena in campi di lavoro o colonie, ma cosa fu a portare a queste pene?

I contadini russi ricchi, i kulaki, avevano sottoposto per centinaia di anni i contadini poveri all’oppressione ed allo sfruttamento sfrenato. Dei 120 milioni di contadini che c’erano nel 1927, 10 milioni di kulaki vivevano nel lusso, mentre i restanti 110 milioni vivevano in condizioni di povertà. Prima della Rivoluzione la maggioranza aveva vissuto nella povertà. La ricchezza dei kulaki si basava sul lavoro malpagato dei contadini poveri. Quando i contadini poveri iniziarono a unirsi nelle fattorie collettive, la principale fonte di ricchezza dei kulaki scomparve.

Tuttavia i kulaki non si arresero. Cercarono di ripristinare lo sfruttamento mediante l’uso della carestia. Gruppi armati di kulaki attaccarono le fattorie collettive, uccisero contadini poveri e funzionari del Partito, diedero fuoco ai campi e uccisero gli animali da lavoro. Provocando la fame tra i contadini poveri, i kulak stavano cercando di perpetuare la povertà e la propria posizione di potere. Gli eventi che seguirono non furono quelli previsto da questi assassini. Questa volta i contadini poveri avevano il sostegno della Rivoluzione e dimostrarono di essere più forti dei kulaki, che furono sconfitti, imprigionati e mandati in esilio o condannati a pene nei campi di lavoro.

Dei 10 milioni di kulaki, 1,8 milioni furono esiliati o condannati. Possono essere state perpetrate ingiustizie nel corso di questa massiccia lotta di classe nelle campagne sovietica, una lotta che coinvolse 120 milioni persone, ma possiamo incolpare i poveri e gli oppressi, nella loro lotta per una vita degna di essere vissuta, per far sì che i loro figli non fossero degli analfabeti affamati, di non essere sufficientemente “civilizzato” o di non aver dimostrato abbastanza “misericordia” nei loro tribunali? Si può puntare il dito contro persone che per centinaia di anni non hanno avuto accesso ai progressi fatti dalla civiltà, accusandole di non essere civilizzate? E diteci, quando mai i kulak sfruttatori furono civili o misericordiosi nei loro rapporti con i contadini poveri nel corso di anni senza fine di sfruttamento?

Le purghe del 1937
Il nostro secondo esempio, quello attinente ai controrivoluzionari condannati nei processi del 1936 – 38 che seguirono alle purghe nel Partito, nell’esercito e nell’apparato statale, ha le sue radici nella storia del movimento rivoluzionario in Russia. Milioni di persone parteciparono alla lotta vittoriosa contro lo zar e la borghesia russa e molti di questi si iscrissero al Partito Comunista russo. Tra tutte queste persone ci furono, purtroppo, alcuni che entrarono nel Partito per ragioni diverse dalla lotta per il proletariato e per il socialismo, ma la lotta di classe era tale che spesso non c’era né il tempo né l’opportunità di mettere alla prova i nuovi militanti del Partito. Anche i militanti di altri partiti che si definivano socialisti e che aveva combattuto il Partito Bolscevico furono ammessi nel Partito Comunista. Ad un certo numero di questi nuovi attivisti furono dati importanti posizioni nel Partito Bolscevico, nello Stato e nelle forze armate, a seconda della loro capacità individuale di condurre la lotta di classe. Erano tempi molto difficili per il giovane Stato sovietico e la grande carenza di quadri o addirittura di persone che sapessero leggere, costrinse il Partito a farsi poche domande per quanto riguardava la qualità dei nuovi attivisti e quadri. A causa di questi problemi, sorse nel tempo una contraddizione che divise il partito in due campi, da una parte coloro che volevano spingere in avanti la lotta per costruire una società socialista e dall’altra parte chi pensava che le condizioni non erano ancora mature per la costruzione del socialismo e che promuoveva la socialdemocrazia. L’origine di queste idee si trovava in Trotskij, che aveva aderito al partito nel luglio 1917. Trotsky fu in grado di assicurarsi il sostegno di alcuni dei bolscevichi più noti del tempo. Questa opposizione si riunì contro l’originale programma bolscevico che costituiva una delle opzioni politiche oggetto della votazione del 27 dicembre 1927. Prima di questo votazione c’era stato per molti anni un grande dibattito all’interno del Partito, sul cui esito non era rimasto alcun dubbio. Dei 725.000 voti espressi,andarono all’opposizione 6.000, cioè meno dell’1% degli attivisti del Partito sostennero l’opposizione unita.

Come conseguenza del voto e una volta che l’opposizione ebbe iniziato a lavorare per una politica opposta a quella del Partito, il Comitato Centrale del Partito Comunista decise di espellere dal Partito i principali leader dell’opposizione unita. La figura centrale dell’opposizione, Trotsky, fu espulso dall’Unione Sovietica, ma la storia di questa opposizione non finisce qui. Zinoviev, Kamenev e poi Zvdokine dopo aver fatto autocritica, come fecero anche diversi trotskisti importanti, ad esempio Piatakov, Radek, Preobrazhinsky e Smirnov. Ancora una volta furono tutti riammessi nel Partito come attivisti e andarono a rioccupare le cariche precedenti nel Partito e nello Stato. Con il tempo divenne chiaro che le autocritiche fatte dall’opposizione non erano state autentiche, poiché i capi dell’opposizione si schieravano dalla parte della controrivoluzione ogni volta che la lotta di classe in Unione Sovietica si acuiva. La maggioranza degli oppositori furono espulsi e riammessi un altro paio di volte prima che la situazione si chiarisce completamente nel 1937 – 38.

Il sabotaggio industriale
L’omicidio nel dicembre 1934 di Kirov, il presidente del Partito di Leningrado e uno dei personaggi più importanti del Comitato Centrale, diede il via all’indagine che avrebbe portato alla scoperta di un’organizzazione segreta impegnata nella preparazione di un complotto per assumere la guida del Partito e il governo del paese con la violenza. La lotta politica che avevano perso nel 1927, ora speravano di vincerla con la violenza organizzata contro lo Stato. Le loro armi principali erano il sabotaggio industriale, il terrorismo e la corruzione. Trotsky, l’ispirazione principale dell’opposizione, dirigeva le loro attività dall’estero. Il sabotaggio industriale causò terribili perdite allo Stato sovietico, con enormi costi, per esempio, macchinari importanti furono danneggiati in modo tale da impedirne la riparazione per cui vi fu un enorme calo della produzione nelle miniere e nelle fabbriche.
Una delle persone che nel 1934 descrisse il problema fu l’ingegnere americano John Littlepage, uno degli specialisti stranieri con un contratto di lavoro in Unione Sovietica.

Littlepage trascorse 10 anni di lavoro nell’industria mineraria sovietica, dal 1927 al 1937, soprattutto nelle miniere d’oro. Nel suo libro “In Search of Soviet Gold” [Alla ricerca dell’oro sovietico], scrisse:

“Non ho mai avuto alcun interesse per le sottigliezze delle manovre politiche in Russia fino a quando ho potuto evitarle, ma ho dovuto studiare quello che stava accadendo nell’industria sovietica, al fine di fare il mio lavoro. E io sono fermamente convinto che Stalin e i suoi collaboratori impiegarono molto tempo prima di scoprire che i comunisti rivoluzionari scontenti fossero i loro peggiori nemici”.

Littlepage scrisse anche che la sua esperienza personale confermava la dichiarazione ufficiale secondo la quale un grande complotto diretto dall’estero stava usando un’enorme sabotaggio industriale come parte dei suoi piani per forzare la caduta del governo. Nel 1931 Littlepage si era già sentito in dovere di prendere atto di questo, mentre lavorava nel comparto del rame e del bronzo negli Urali e nel Kazakistan. Le miniere erano parte di un grande impianto industriale per la produzione di rame/bronzo sotto la direzione generale dil Piatakov, Vice Commissario del Popolo per l’Industria Pesante. Le miniere erano in uno stato catastrofico per quanto riguardava la produzione e il benessere dei lavoratori era minacciato.

Littlepage giunse alla conclusione che vi fosse un sabotaggio in corso organizzato in corso dall’alto nella gestione del complesso del rame/bronzo.

Il libro di Littlepage ci dice anche come l’opposizione trotzkista otteneva il denaro necessario pagare per questa attività controrivoluzionaria. Molti membri dell’opposizione segreta abusavano della loro posizione per approvare l’acquisto di macchine da alcune fabbriche all’estero. I prodotti approvati erano di qualità molto inferiore a quelli per cui il governo sovietico aveva effettivamente pagato. I produttori esteri trasferivano all’organizzazione di Trotsky il surplus da tali operazioni, a seguito del quale Trotsky e i suoi cospiratori in Unione Sovietica continuavano ad ordinare da questi produttori.

Furti e corruzione
Questa procedura fu osservata da Littlepage a Berlino nella primavera del 1931, quando si trattava dell’acquisto di impianti industriali per miniere. La delegazione sovietica era guidata da Piatakov, con Littlepage come specialista incaricato di verificare la qualità degli impianti e di approvare l’acquisto. Littlepage scoprì una frode che coinvolgeva la bassa qualità dei montacarichi, inutile ai fini sovietici, ma quando informò Piatakov e gli altri membri della delegazione sovietica di questo fatto, si trovò di fronte ad una fredda accoglienza, come se si volesse trascurare questi fatti e all’insistenza per l’approvazione dell’acquisto degli impianti di montacarichi. Littlepage non voleva acconsentire. A quel tempo pensava che ciò che stava accadendo coinvolgesse solo la corruzione personale e che i membri della delegazione fossero stati corrotti dai costruttori di montacarichi. Ma dopo che Piatakov, nel processo del 1937, confessò i suoi legami con l’opposizione trotzkista, Littlepage fu condotto alla conclusione che ciò a cui aveva assistito a Berlino era molto di più che corruzione a livello personale. Il denaro in questione era destinato a pagare le attività dell’opposizione segreta in Unione Sovietica, attività che comprendevano sabotaggio, terrorismo, corruzione e propaganda.

Zinoviev, Kamenev, Piatakov, Radek, Tomsky, Bucharin e altri molto amati dalla stampa occidentale borghese, utilizzarono le posizioni loro affidate dal popolo sovietico e dal Partito per rubare i soldi dello Stato, al fine di consentire ai nemici del socialismo di usare quel denaro per scopi di sabotaggio nella loro lotta contro la società socialista in Unione Sovietica.

I piani per un colpo di stato
Il furto, il sabotaggio e la corruzione sono gravi crimini in sé, ma le attività dell’opposizione andarono parecchio oltre. Una cospirazione controrivoluzionaria era in fase di preparazione ed era finalizzata a prendere il potere per mezzo di un colpo di stato in cui tutta la dirigenza sovietica sarebbe stata eliminata, a cominciare con l’assassinio dei più importanti membri del Comitato Centrale del Partito Comunista. La parte militare del colpo di stato sarebbe stata effettuata da un gruppo di generali guidati dal maresciallo Tukhachevsky.

Secondo Isaac Deutscher, egli stesso un trotzkista, che ha scritto diversi libri contro Stalin e l’Unione Sovietica, il golpe avrebbe dovuto essere avviato da un’operazione militare al Cremlino e contro le importanti guarnigioni di grandi città come Mosca e Leningrado. La cospirazione era, secondo Deutscher, guidata da Tukhachevsky insieme a Gamarnik, capo del Commissariato Politico dell’esercito, al generale Yakir, comandante della piazza di Leningrado, al generale Uborevich, comandante delle forze armate dell’Accademia militare di Mosca e al generale Primakov, comandante della cavalleria.

Il maresciallo Tuchacevskij era stato un ufficiale dell’ex esercito zarista che, dopo la Rivoluzione, passò nell’Armata Rossa. Nel 1930 quasi il 10% degli ufficiali (circa 4.500) erano ex ufficiali zaristi. Molti di loro non avevano mai abbandonato i loro punti di vista borghesi e stavano solo aspettando l’opportunità di lottare per le loro idee.

Questa opportunità nacque quando l’opposizione stava preparando il suo colpo di stato.
I bolscevichi erano forti, ma i cospiratori civili e militari cercarono di radunare un gruppo ben più forte di complici. Secondo la confessione di Bucharin resa nel suo processo pubblico nel 1938, fu raggiunto un accordo tra l’opposizione trotzkista e la Germania nazista, in cui grandi territori, tra cui l’Ucraina, sarebbero stati ceduti alla Germania nazista dopo il colpo di stato controrivoluzionario in Unione Sovietica. Questo era il prezzo richiesto dalla Germania nazista per la sua promessa di sostegno ai controrivoluzionari. Bucharin era stato informato di questo accordo da Radek, che aveva ricevuto un ordine da Trotsky sulla questione. Tutti questi cospiratori che erano stati scelti per occupare alti incarichi per guidare, amministrare e difendere la società socialista, in realtà stavano lavorando per distruggere il socialismo. Soprattutto è necessario ricordare che tutto questo accadeva nel 1930, quando il pericolo nazista era crescente, e l’esercito nazista si stava costituendo per incendiare l’Europa e ad invadere l’Unione Sovietica.

I cospiratori furono condannati a morte come traditori dopo un processo pubblico. I colpevoli di sabotaggio, di terrorismo, di corruzione, di tentato omicidio e chi aveva voluto consegnare parte del paese ai nazisti, non potevano aspettarsi niente altro. Definirli vittime innocenti è completamente sbagliato.

Ancora più bugiardi
È interessante vedere come la propaganda occidentale, tramite Robert Conquest, ha mentito circa le purghe dellArmata Rossa. Conquest dice nel suo libro The Great Terror che nel 1937, c’erano 70.000 ufficiali e commissari politici dell’Armata Rossa e che il 50% di loro (cioè, 15.000 ufficiali e 20.000 commissari) furono arrestati dalla polizia politica e furono o giustiziati o imprigionati a vita nei campi di lavoro. In questa affermazione di Conquest, come in tutto il suo libro, non c’è una parola vera. Lo storico Roger Rees, nella sua opera The Red Army and the Great Purges [L’Armata Rossa e le grandi purghe], espone i fatti che mostrano la reale portata delle purghe nell’esercito nel 1937 – 38. Il numero di persone nei ruoli direttivi dell’esercito e dell’aviazione, cioè ufficiali e commissari politici, era di 144.300 nel 1937, cifra che aumentò a 282.300 nel 1939. Durante le purghe del 1937 – 38, 34.300 ufficiali e commissari politici furono espulsi per motivi politici. Nel maggio 1940, tuttavia, 11.596 erano già stati riabilitati e restituiti ai loro posti. Questo fece sì che durante le purghe del 1937 – 38, 22.705 ufficiali e commissari politici furono espulsi (circa 13.000 ufficiali dell’esercito, 4.700 ufficiali dell’aeronautica e 5.000 commissari politici), cifra che ammonta al 7,7% del totale degli ufficiali e dei commissari e non al 50% come sostenuto da Conquest. Di questo 7,7%, alcuni furono condannati come traditori, ma la grande maggioranza di loro, come sembrerebbe da materiale storico disponibile, semplicemente fece ritorno alla vita civile.

Un’ultima domanda. Sono stati equi per gli imputati i processi del 1937 – 38? Esaminiamo, per esempio, il processo di Bucharin, il più alto funzionario del partito che abbia lavorato per l’opposizione segreta. Secondo l’allora ambasciatore americano a Mosca, un avvocato ben noto di nome Joseph Davies, che assistette all’intero processo, a Bucharin fu permesso di parlare liberamente in tutto il processo e di presentare il suo caso senza alcun impedimento. Joseph Davies scrisse a Washington che nel corso del processo fu dimostrato che gli imputati erano colpevoli dei crimini di cui erano stati accusati e che il parere generale tra i diplomatici che avevano frequentano il processo fu che l’esistenza di un complotto molto grave era stato dimostrata.

Impariamo dalla storia
La discussione sul sistema penale sovietico ai tempi di Stalin, su cui si trovano scritti migliaia di articoli e libri e centinaia di film sono stati prodotti per creare false impressioni, ci impartisce alcune importanti lezioni. I fatti dimostrano ancora una volta che le storie pubblicate sul socialismo nella stampa borghese sono per lo più false. La destra può, attraverso la stampa, la radio e la televisione che domina, causare confusione, distorcere la verità e condurre molte persone a credere che le bugie siano la verità. Questo è particolarmente vero quando si tratta di questioni storiche. Eventuali nuove storie provenienti dalla destra dovrebbero essere assunte come false salvo che il contrario possa essere dimostrato. Questo approccio prudente è giustificato. Il fatto è che anche se la destra conosce le relazioni dei ricercatori russi, sta continuando a propinare le bugie degli ultimi 50 anni, benché ora siano state completamente smascherate. La destra continua a perpetuare il suo patrimonio storico: una bugia ripetuta più e più volte finisce per essere accettata come vera. Dopo che le relazioni dei ricercatori russi furono pubblicate in Occidente, un certo numero di libri cominciò ad apparire in diversi paesi; erano finalizzati esclusivamente a mettere in discussione le ricerche russe e a consentire alle vecchie bugie di essere portate all’attenzione del pubblico come nuove verità. Questi libri sono ben presentati, farciti da cima a fondo di menzogne sul comunismo e sul socialismo.

Le bugie della destra sono ripetute al fine di combattere i comunisti di oggi. Essi vengono ripetute in modo che i lavoratori non trovino alcuna alternativa al capitalismo e al neoliberismo. Essi sono parte della guerra sporca contro i comunisti che, soli, hanno un’alternativa da offrire per il futuro, vale a dire, la società socialista. Questo è il motivo per la comparsa di tutti questi nuovi libri contenenti vecchie bugie.

Tutto questo pone degli obblighi a tutti quelli che hanno una visione socialista del mondo e della storia. Dobbiamo assumerci la responsabilità di lavorare per trasformare i giornali comunisti in giornali autentici delle classi lavoratrici al fine di combattere la menzogna borghese! Questo è senza dubbio una missione importante nella lotta di classe di oggi, che nel prossimo futuro si porrà di nuovo con forza rinnovata.
Mario Sousa
15 Giugno 1998
mario.sousa@telia.com

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2 pensieri su “Le bugie concernenti la storia dell’Unione Sovietica – IV

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