REDAZIONE NOICOMUNISTI

DI LUCA BALDELLI

Sul sistema del GULAG sovietico abbiamo già avuto modo di scrivere[vedasi qui, qui, qui, qui e qui] mettendo in luce distorsioni, il più delle volte grottesche, della verità storica, racconti fantasiosi, oscene bugie, documenti contraffatti e rivenduti al gran bazar dell’antisovietismo. Di certo, le falsificazioni più evidenti, smaccate e, in ultima analisi, maldestre, sono quelle che hanno riguardato la storia della struttura concentrazionaria sita presso le Isole Solovki. La propaganda anticomunista ed antisovietica insiste nel ripetere che, in quelle remote isole dell’estremo Nord delle Russie, a 160 km dal Circolo polare artico, funzionò un campo di lavoro che, in realtà, era un autentico campo di sterminio, presso il quale si registrarono decessi in massa e orrori inenarrabili, il tutto per colpa del Partito Comunista dell’Urss, di Stalin e della dirigenza sovietica. Ci troviamo così dinanzi all’ennesima bugia, che va smontata con il sempre valido criterio illuministico dell’analisi delle fonti, specie quelle anticomuniste, nella maniera più rigorosa e scrupolosa possibile. Le fonti, a dispetto di una pretesa oggettività insuperabile, non parlano mai da sole, ma sempre alla luce dell’ambiente nel quale sono state concepite, create e diffuse. Ogni fonte è stata sempre addotta, strumentalizzata, piegata ai fini della propaganda di questa o quella fazione. Sta agli amanti della verità, ai marxisti – leninisti autentici, restituire i contorni veri del quadro di volta in volta raffigurato, oltre la cortina fumogena della propaganda.

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Dove si trovano le isole Solovki

Come nasce la storia delle Solovki? Nel 1918, davanti alla controrivoluzione aristocratica, borghese e clericale contro il neonato Paese dei Soviet, con le bande reazionarie potentemente sostenute dalle potenze borghesi e dai loro eserciti, i distaccamenti dell’Armata Rossa e della Ceka decidono la confisca delle scorte alimentari del Monastero delle Solovki, secolare sito religioso, scorte in abbondante eccesso rispetto alle necessità quotidiane dei religiosi presenti e pronte per essere messe a disposizione delle formazioni controrivoluzionarie e degli eserciti stranieri intenzionati a costituire ovunque, nel territorio della Russia, teste di ponte per il balzo finale sul quartier generale del nuovo potere operaio e contadino.

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In questo quadro, il Monastero delle Solovki, stupendo, pregevolissimo dal punto di vista storico – artistico, non solo non viene rovinato, intaccato nella sua struttura, ma altresì protetto, con misure severissime, da ogni atto vandalico. La convivenza fra potere sovietico e monaci va avanti per due anni: nel 1920, infatti, vivono nel complesso monastico ben 400 monaci e 200 novizi, liberissimi di riunirsi, pregare, scrivere e predicare. Nessuno torce loro un capello. Di questa libertà, non gentilmente concessa, ma sancita ufficialmente nei codici e nei provvedimenti varati dal potere sovietico, all’insegna della più rigorosa separazione fra Stato e Chiesa, approfitta, come sempre è avvenuto nella storia, una parte del clero per condurre in porto progetti eversivi. Mentre il popolo compie sacrifici pesanti, sovente inumani, nella guerra civile scatenata dai controrivoluzionari, stringendo la cinghia fino quasi all’esaurimento fisico e psichico, nelle fresche cantine delle Solovki, negli androni sotterranei del Monastero, anche dopo le confische del 1918 si sono andati accumulando viveri, bevande e armi in quantità. Queste ultime sono perfettamente oliate e funzionanti, pronte per equipaggiare le bande zariste e reazionarie sempre più in crisi, dinanzi all’avanzata inarrestabile dell’Armata Rossa e del potere sovietico. Una Commissione speciale guidata dal cekista M.S.Kedrov, su mandato del governo centrale, compie un sopralluogo e verifica de visu l’intollerabile situazione esistente. Ci vuole tutta la saggezza dei quadri bolscevichi più maturi e coscienti per impedire che, dinanzi allo spettacolo sorprendente di quarti di carne, sacchi pieni di farina, scatole di caviale e pesce essiccato, barili gementi sotto al peso dei funghi sott’olio, casse piene di pistole e fucili, scoppi, con esiti incontrollabili, la furia degli operai e dei contadini in forza alla Ceka, i quali, spesso, non hanno che un paio di stivali logori e non mangiano che un tozzo di pane con un’aringa e un po’ di tè in un’intera giornata. Il desiderio di giustizia sommaria, comprensibile ma non ammissibile per l’etica bolscevica, viene represso e l’autorità si fa valere con saggezza, clemenza e ponderazione: non avviene nemmeno una fucilazione, bensì soltanto l’espulsione dei monaci dalle Solovki, con la bonifica di una centrale controrivoluzionaria di primaria importanza. Alcuni religiosi, che non avevano mai condiviso i traffici in favore dei controrivoluzionari organizzati dai vertici del clero, e per questo erano stati puniti, minacciati, emarginati, vedono nella decisione del potere sovietico una liberazione e denunciano alla Ceka l’Archimandrita Veniamin, al secolo Vassilij Kononov (1868 – 1928). A tal proposito, la propaganda reazionaria ed antisovietica ha sempre parlato di pressioni indebite, torture, costrizioni alla base delle denunce a carico del vertice monastico dell’Arcipelago. Niente di più assurdo e ridicolo si sarebbe potuto sostenere! E’ infatti talmente forte l’evidenza dei beni occultati e dell’armamento nascosto, che ogni atto indebito di pressione sui religiosi, oltre che immorale e non consono al potere sovietico, sarebbe anche perfettamente inutile ed insensato. Come se, nella Roma antica, qualcuno avesse sentito la necessità di torturare Bruto per fargli ammettere la partecipazione all’omicidio di Cesare!

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Tutto è sotto gli occhi di tutti, in quel fatidico 1920 e negare la realtà lampante sarebbe, semplicemente, ridicolo. Nel famoso “Arcipelago della fame”, dunque, i pingui e paonazzi monaci, novelli Trimalcioni, si erano dati alla pazza gioia, alla faccia dell’ascetismo sbandierato ai quattro venti: funghi, frutti di bosco, pesce… Sulla loro tavola nulla era mancato e si erano anche accumulate scorte per rifocillare chi, armi in pugno, stava saltando al collo del nuovo Stato degli operai e dei contadini con la volontà di riportare in sella affamatori e parassiti.

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Monastero della Trasfigurazione del Salvatore Gesù Cristo

L’Archimandrita Venjamin ed il suo braccio destro, il monaco Nikifor, vengono dunque arrestati ed esiliati a Kholmogory, nella Regione di Arkhnagel’sk, dove vengono messi ai lavori forzati, precisamente a tagliare legname, per poi essere liberati nel 1922, vivi e perfettamente in salute. Nei lager degli hitleriani, amici ed alleati di reazionari come quelli russi, per loro sarebbe andata diversamente…

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Al lavoro per la costruzione del canale del mar Bianco

La cosa più infamante, però, è che tra i capi d’accusa a carico del vertice monastico figurava pure… il furto e l’occultamento di arredi sacri! Altro che le “razzie” dei bolscevichi, cavallo di battaglia mai stanco della propaganda antisovietica di ogni epoca. Proprio alcuni monaci, preti e loro sodali rubavano a man bassa patrimoni preziosi e consacrati a Dio, per rivenderli e lucrare somme favolose sul simoniaco commercio. In quel 1920/22, tocca proprio ai governo dei “senza Dio” bolscevichi reintrodurre, in tutte le Russie, il rispetto per il Padreterno, per la fede e per l’arte sbocciata in secoli e secoli di devozione popolare sincera, genuina quantunque regolarmente strumentalizzata dallo spregiudicato ceto dominante. Solo degli atei convinti possono restaurare, in quelle gelide terre, il rispetto per il messaggio evangelico, traviato e distorto da chi se ne è fatto sempre scudo per comandare, rubare e arricchirsi.

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La costruzione di una ferrovia

Venjamin e Nikifor, stabilitisi nell’insediamento careliano di Volkozera, muoiono carbonizzati nel 1928, nell’incendio della loro casa, provocato da masnadieri giunti sul posto per tentare un furto dal vicino villaggio di Korovinskaja. La mendace propaganda anticomunista cercherà di mettere in relazione il fatto con moventi politici, ma, come sempre, niente di tutto questo risulterà vero: la giustizia sovietica, con prontezza e senza sconti, condannerà i due autori del misfatto (uno dei quali semideficiente e con precedenti per furto e violenze) rispettivamente a 10 e 8 anni di carcere duro.

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Prigioniere addette alla raccolta della legna

Intanto, fin dal 1920, allontanati i monaci, anche col consenso della parte “sana” dei religiosi, quella intenzionata a ricostruire altrove una vita spirituale autentica e scevra da maneggi politici, il potere sovietico aveva pensato di trasformare il complesso delle Solovki in un campo di lavoro per controrivoluzionari, attuando sul posto il principio del riscatto dei rei attraverso l’opera del braccio e della mente. Nel 1921 giunge un primo, sparuto contingente di prigionieri, in quello che viene definito con l’acronimo russo di SLON (“Severn’imi lagerjami osobogo naznachenija”, ovvero “Campo del Nord per scopi speciali”).

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Detenuti in trasferimento

All’inizio del 1923, la GPU della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (organo che nel 1922 ha sostituito la Ceka), nella persona del suo Vicepresidente, I.S. Unshlikht, decide il trasferimento del primo corposo nucleo di detenuti da Arkhangel’sk alle Solovki. Un provvedimento dell’OGPU (Direzione politica unitaria dello Stato) del 18 agosto 1923, presentato ed approvato in sede di Consiglio dei Commissari del Popolo della RSFSR, specifica che nel campo delle Isole poste all’estremo nord della Russia, debbono essere ospitati “detenuti politici e criminali comuni condannati”.

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Detenuti a Murmask in transito per l’arcipelago

Lungi dall’essere un “campo di sterminio”, come ancora oggi favoleggia la storiografia d’accatto, intonata al diapason dell’odio anticomunista, quello delle Solovki diventa un sito esemplare, anche a seguito di numerosi controlli ed ispezioni volti ad eliminare disfunzioni e combattere abusi. Tutto viene razionalmente organizzato, predisposto ed attuato, specie a partire dal 1925 e i detenuti, attraverso il lavoro, riscattano se stessi ed il loro onore compromesso, diventando ”uomini nuovi” mondati dai germi del parassitismo, della devianza, dell’ostilità preconcetta verso le regole della pacifica ed ordinata convivenza. Non tutto è perfetto, anzi sabotatori e deviazionisti cercano in ogni modo di far fallire i piani, ma i controlli e la vigilanza dello Stato sovietico non difettano e correggono regolarmente la rotta, riportando il campo, a più riprese, sulla giusta via.

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Donne addette alla raccolta della torba

Nel 1926/27 funzionano i settori della lavorazione del legname, dell’estrazione della torba, della pesca, della macellazione degli animali marini, dell’allevamento, dell’industria ceramica, meccanica e conciaria. Da un deserto di ghiaccio, le Solovki diventano un sito fiorente e all’avanguardia, appetibile anche per cittadini liberi che vi si vogliano insediare. Come tutto questo possa essere compatibile con un panorama di genocidio pianificato, solo il dio della propaganda anticomunista può saperlo! La popolazione delle Solovki, limitandoci soltanto al numero dei detenuti, conosce un aumento costante e massiccio fino al 1933, anno nel quale si decide lo smantellamento del campo ed il trasferimento dei detenuti presso i campi del Mar Bianco – Mar Baltico. Ecco il quadro demografico dell’insediamento:

1923 2.557 detenuti
1924 5.044 detenuti
1925 7.727 detenuti
1926 10.682 detenuti
1927 14.810 detenuti
1928 21.900 detenuti
1929 65.000 detenuti
1930 71.800 detenuti
1931 15.130 detenuti
1932 N.D., ma presumibilmente attorno ai 17.000 detenuti
1933 19.287 detenuti

Le cifre dal 1931 al 1933 sono specchio non certo di massacri avvenuti, di tassi di mortalità devastanti, ma solo e semplicemente del decongestionamento spinto avviato dalle autorità, in vista dello smantellamento del sito. Occorre sottolineare che l’Arcipelago delle Solovki ha un’estensione pari a 347 kmq, pertanto la densità di popolazione, solo limitando le considerazioni ai detenuti presenti, era arrivata, nel 1930, a 206,91 persone per ogni kmq: un tasso decisamente troppo alto, che se da una parte attestava il livello di sviluppo raggiunto dall’organizzazione economica e politica dell’Arcipelago, dall’altro, in un contesto di isolamento geografico, in un sito approvvigionabile solo a prezzo di gravose spese, e con la pesante ipoteca della stagione invernale, rischiava di trasformare una voce attiva in un oneroso, ingiustificabile passivo.

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Kem, il campo di transito delle Isole Solovki

Riguardo alla demografia, un documento è basilare per ogni ragionamento. Esso, infatti, smentisce in maniera categorica ogni tesi sterminazionista relativa alla storia delle Solovki: si tratta della registrazione dei decessi (riferimento: RGASPI F. 17, OP. 21, D. 184, L. 400 – 401), custodita negli archivi di Stato ex sovietici aperti dopo il 1991. In tale documento, si parla di 7500 decessi tra il 1923 e il 193, dei quali 3500 avvenuti nel 1933 per “difficoltà alimentari”. Ora, sia che si prenda per buono e autentico il documento, sia che se ne neghi la validità, da esso non si può ricavare in alcun modo il quadro di un luogo di sterminio: al netto dell’eccesso di mortalità del 1933, infatti, il documento ci offre una cifra di 4000 morti in 9 anni, ossia di 444 decessi su base annua. Considerando, dai dati prima menzionati, una popolazione media di 25/26.000 persone nel periodo 1923/1932, abbiamo una mortalità media del 17,5 per mille, tasso assimilabile a quello della mortalità generale della popolazione sovietica e perfettamente paragonabile a quello della mortalità generale nei Paesi capitalisti europei: in Francia, ad esempio, il tasso di mortalità nel 1925 era pari al 17,6 per mille, quello del 1929 al 18,1 per mille, quello del 1930 al 15,8 per mille e quello del 1933, infine, al 16 per mille. In Italia, per le medesime annualità, i tassi erano rispettivamente del 17,1 per mille, del 16,4 per mille, del 14,1 per mille, del 13,7 per mille. Il tutto va considerato tenendo conto di un piccolo particolare: le Solovki non avevano e non hanno certo un clima paragonabile a quello della Costa Azzurra o del Golfo di Napoli… -20/-30 gradi erano e sono la regola meteorologica, con tutte le conseguenze anche sulla vita concreta di chi le abitava e le abita, fatto questo generalizzabile al 90% del territorio ex sovietico e troppo spesso dimenticato da chi pretende di vestire i panni dello “studioso”. Se poi consideriamo i dati sulla mortalità emersi nel Processo di Norimberga, riferiti ai lager nazisti, il paragone diventa un parallelo tra un luogo di vacanza e un girone dantesco: a Mathausen, ad esempio, nel 1938 il tasso di mortalità era del 35 per mille, quello del 1939 del 139 per mille; a Buchenwald, invece, negli stessi anni, il tasso di mortalità era rispettivamente del 108 e del 147 per mille. Nei luoghi di detenzione dei Paesi capitalisti e nazifascisti si moriva dunque molto di più, e non certo per cause naturali, come capitava al 99% dei detenuti delle Solovki, alcuni dei quali banditi e furfanti giunti nei luoghi di detenzione già feriti e menomati nel fisico a causa delle loro scorrerie criminali. Oltretutto, i documenti che escono dagli archivi ex sovietici sono tutti da prendere con le molle: un buon 50% e oltre degli incartamenti resi noti dopo il 1991, infatti, come dimostra ampiamente il caso dei documenti riguardanti Katyn, sono stati falsificati, interpolati, o sono espressione di “depistaggi” di funzionari infedeli. Spesso non sono mancati neppure falsi timbri e false firme, per rendere le patacche più credibili, come ha dimostrato (non smentito da nessuno) il Deputato comunista russo Ilyukhin nel 2010 [vedasi qui]. Ad esempio, non è peregrino pensare che un 20 – 30% dei decessi registrati alle Solovki, così come in altre articolazioni del GULAG, siano state in realtà, almeno in determinati periodi, “evasioni mascherate” di detenuti, ovvero evasioni spacciate per morti onde evitare sanzioni e punizioni a carico dei dirigenti del campo. Oppure, considerato che, a detta pure di studiosi e funzionari di provata fede anticomunista, quali Jurij Brodskij, LIdija Golovkova, Marina Osipenko, la gran parte dei quadri amministrativi del campo delle Solovki, compresi gli addetti alle registrazioni degli arrivi, delle partenze e dei decessi, era costituito da religiosi detenuti, non è campato in aria ipotizzare che essi, per diminuire artatamente il numero delle risorse umane disponibili, onde mandare all’aria i piani di valorizzazione delle Isole, abbiano gonfiato il numero dei decessi in sede di registrazione, secondo una prassi individuata e perseguita fin dal 1933 nelle ZAGS (Uffici anagrafe) di tutta l’Urss, con misure correttive adottate nel 1934/35, prima fra tutti la determinazione del 21/09/1935 sulla registrazione del movimento naturale della popolazione, resasi necessaria a seguito di sabotaggi attuati da ex kulaki, guardie bianche, pope e aristocratici infiltratisi tra i funzionari, i quali erano adusi emettere due o tre certificati di morte per uno stesso decesso. Il fenomeno può aver acquistato una dimensione particolare proprio nel 1933, anno nel quale i sabotaggi giunsero al culmine, con falsificazioni di rapporti e documenti onde spingere il vertice bolscevico a credere alla bufala della carestia. In quel periodo, il campo delle Solovki era diretto da due loschi individui avvicendatisi a breve giro di posta: Je. I. Senkevich e Ja. A. Bukhband, l’uno in contatto con i circoli nazionalisti polacchi, autori di piani di invasione dell’Urss con la formazione della “Grande Polonia” estesa fino al Mar Nero, l’altro elemento di punta di un’organizzazione terroristica che, attraverso diffusione di false notizie, atti di diversione, attentati sanguinosi, avrebbe dovuto eliminare Stalin ed il vertice bolscevico. I due venivano smascherati, assicurati alla giustizia e condannati alla fine degli anni ’30.

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Si è parlato pure di scheletri, teschi ritrovati nei boschi, atti turpi ed inenarrabili di pratiche cannibalistiche diffuse tra i detenuti. Notizie incontrollabili, false, fantasiose o distorte e “montate” a partire da elementi oggettivi. Nei boschi delle Solovki, ad esempio, sono stati ritrovati sì dei teschi, ma, con ogni probabilità, essi appartenevano a detenuti fuggiti e morti a causa dell’asprezza del clima, per colpa di complici traditori evasi con loro, oppure a persone eliminate dai monaci per evitare testimonianze scomode sui furti di arredi sacri, oppure ancora a sbandati ed avventurieri finiti lì e smarritisi chissà quando. Nessuno ha potuto legare quei resti a nomi e cognomi precisi. Di certo, non sta in piedi la favola dei detenuti abbandonati nelle macchie dai “crudeli assassini” della Ceka, Gpu o NKVD, a seconda delle denominazioni via via assunte dagli organismi di gestione dell’ordine pubblico e della vita dei campi. E’ semplicemente folle ipotizzare che, in un sistema concepito per massimizzare la produttività del lavoro sociale dei detenuti, orientandola verso il loro stesso bene e verso il bene della Patria sovietica, si pianificasse l’abbandono a se stessi di centinaia, anzi migliaia di prigionieri/lavoratori. Ciò sarebbe stato uno spreco intollerabile, oltre che un atto moralmente riprovevole, un crimine. Per lo stesso motivo, la tesi delle razioni da fame non sta in piedi: per vivere e lavorare a quelle temperature c’era bisogno di una dieta ricca e varia e lo Stato non poteva non assicurarla, a meno di non pianificare uno sterminio che, come stiamo verificando, era impossibile, essendo ospitati in quell’Arcipelago non “razze inferiori” da decimare (come avveniva, indubbiamente, nei lager nazisti), ma persone da redimere e rendere utili al progresso civile ed economico. Oltre a quanto garantiva lo Stato, vi erano i pacchi inviati dalle famiglie (come avveniva in ogni altro campo di lavoro, checché ne dicano studiosi in malafede!) e i generi reperibili nel ricco ambiente naturale delle Solovki: pesce in abbondanza dai numerosi laghi e laghetti esistenti, funghi presenti in quantità nei boschi ecc… La vigilanza non era poi occhiuta e onnipresente come si è sempre detto e scritto, ma permetteva momenti di libertà, piccole “ore d’aria” preziose per ritemprarsi e anche per… scappare, come testimoniano numerosi casi di evasione, tipo quello raccontato, con infiorettamenti romanzeschi e bugie di contorno, da G.D. Bezsonov (1891 – 1970), morto in tarda età all’estero, nel libro “Ventisei prigioni e fuga dalle Solovki”.

Le stese foto rese pubbliche a partire da archivi desecretati negli ultimi 26 anni, sbugiardano clamorosamente la tesi di detenuti in condizioni oscene, pietose, inumane: nessuno, in queste immagini, appare mal vestito o mal calzato. Tutti sono provvisti di giubbe pesanti, scarponi resistenti, stivali, caldi berretti di pelliccia e guanti adatti per lavorare al freddo pungente di quelle latitudini.

Il potere sovietico, altresì, negli anni ’30 fa letteralmente di tutto, come abbiamo accennato, per migliorare costantemente le condizioni dei detenuti, colpendo episodi di abusi e soperchierie, e ancor più favorendo una vita piena, anche spiritualmente, degli ospiti della struttura concentrazionaria dell’Arcipelago: i detenuti, infatti, possono inoltrare reclami, scrivere lettere, dedicarsi al canto, alla poesia, all’arte. Alcuni progettano addirittura utensili, aerei e infrastrutture innovative. Un’orchestra ed una compagnia teatrale si distinguono per bravura e successo. Il dirigente F.I. Eykhmans, negli anni ’20, promuove addirittura la nascita di una rivista delle Solovki, dal titolo “SLON” (l’acronimo russo del campo) con contributi di detenuti e personale addetto; la rivista raggiunge le 900 copie e viene anche diffusa all’estero.

Sono gli stessi studiosi anticomunisti che ci informano poi di un fatto incontrovertibile e assai significativo: negli anni ’20 – ’30, sull’Isola funzionano pure regolarmente luoghi di culto: una cappella per i cattolici e una per gli ortodossi. Al venir meno di detenuti praticanti, e non per chissà quale demoniaca volontà, i due siti religiosi vengono riconvertiti per altri utilizzi.

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Gorkij in visita alle Solovki

Il grande Gorkij, alla fine degli anni ’20, può rendersi conto con i suoi propri occhi della realtà delle Solovki: egli si reca in quel pittoresco punto dell’estremo Nord russo e ammira una realtà di emancipazione, rivoluzione culturale, prima che politica, volontà tesa al bene, riscatto.

“Per me la conclusione è ovvia – scrive il celebre letterato – Abbiamo bisogno di campi come quello delle Isole Solovki”.

Lo studioso Georgij Osorgin, nipote di un detenuto delle Solovki, poi fucilato, ha preteso sostenere che, nell’Arcipelago in questione, vigeva la “legge delle Solovki”. Egli ha detto una parziale verità: alcune guardie e certi funzionari, è vero, hanno compiuto azioni riprovevoli, in certi anni, ma sono stati puniti e sostituiti, o fucilati, non appena il potere sovietico è venuto a capo delle loro angherie, come attestano i casi citati dei responsabili apicali Senkevich e Bukhband.

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Alexandere Nogtev diresse il complesso delle Isole Solovki nel 1932-1934. Venne arrestato nel 1938 per attività controrivoluzionaria e terrorismo e scontò 15 anni di reclusione . Liberato nel 1945, morì a Mosca nel 1947.

Infine, a rafforzare le considerazioni sull’assenza di una mortalità di massa come quella forzosamente accreditata dalla storiografia bugiarda, è l’ “albo d’oro” dei detenuti famosi delle Solovki, verificabile anche da wikipedia: esso ci mostra come praticamente nessuno di coloro i quali sono transitati, in diverse epoche, nelle strutture concentrazionarie dell’Arcipelago, vi ha trovato la morte. E’ il caso di A. Tolstopyatov (1878 – 1945), di I.E. Anichkov (1897 – 1978), di N.P. Anchiferov (1889 – 1958), di V.A. Artemev (1885 – 1962), di A.A. Meier (1874 – 1939), di I.N. L’ysenko (1917 – 2015), di D.S. Likhaciov (1906 – 1999), tutti studiosi, militari pluridecorati, artisti, filosofi passati per le Solovki e ad esse regolarmente sopravvissuti, ad onta della vulgata sterminazionista. Accanto a loro, una pletora di altri nomi, tutti verificabili da fonti al di sopra di ogni sospetto.

Insomma, le Solovki, oltre che un meraviglioso luogo naturale, una fucina di esperimenti di ingegneria umana avanzati, si possono definire anche, col sestante rivolto alla rotta dell’anticomunismo e dell’antisovietismo… l’Arcipelago delle menzogne! Senonché, però, esse hanno, come sempre, le gambe corte e la durata nel tempo non è un requisito del quale possono menar vanto!

Riferimenti bibliografici, sitografici e audiovisivi

Jurij Brodskij: “Solovki. Le Isole del martirio” (La Casa di Matriona, Seriate, 1998).

Sidney e Beatrice Webb: “Il comunismo sovietico: una nuova civiltà”. 2 voll. (Einaudi, Torino, 1950).

Orlando Figes: “Sospetto e silenzio” (Mondadori, Milano, 2009).

Ludo Martens: “Stalin. Un altro punto di vista” (Zambon editore, 2005)

https://www.youtube.com/watch?v=481ajL2Tj-E&t=1140s

http://demoscope.ru/weekly/knigi/polka/gold_fund08.html
(in russo, di fonte chiaramente anticomunista, ma utile per capire, leggendolo tra le righe, il piano di sabotaggio nelle registrazioni del movimento della popolazione in Urss negli anni ’30)

https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%A1%D0%BE%D0%BB%D0%BE%D0%B2%D0%B5%D1%86%D0%BA%D0%B8%D0%B9_%D0%BB%D0%B0%D0%B3%D0%B5%D1%80%D1%8C_%D0%BE%D1%81%D0%BE%D0%B1%D0%BE%D0%B3%D0%BE_%D0%BD%D0%B0%D0%B7%D0%BD%D0%B0%D1%87%D0%B5%D0%BD%D0%B8%D1%8F
(in russo, utile per una ricognizione sui personaggi famosi detenuti alle Solovki e sui loro destini, nonché per un’analisi dei dati sulla popolazione dell’Arcipelago e il numero dei decessi negli anni ’30/’30).

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3 pensieri su “Solovki: l’arcipelago della mistificazione antisovietica

  1. ¡Cari compagni Luca e Noicomunisti:

    Le mie congratulazioni per i tuoi oggetti documentate.

    Volevo chiederti se si conosce il lavoro di Jacques Baynac “The Terror sotto Lenin”, pubblicato nel 1975 in edizione francese.

    Questo lavoro è stato molto pubblicizzato in Spagna negli ambienti “Neocom” insieme ad altri libri anti-comunisti come Service, Volkogonov, etc.

    Vid:

    *http://www.libertaddigital.com/fotos/bibliografia-esencial-para-conocer-el-terror-comunista-cultura-1012833/

    *http://tv.libertaddigital.com/videos/2017-01-24/federico-desmonta-la-mentira-de-sanchez-mato-sobre-el-comunismo-con-una-leccion-magistral-6059533.html

    Un cordiale saluto dalla Spagna.

    Rafael granados

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